Le tasse? Il federalismo le farà scendere Urge il varo di una commissione paritetica per l'attuazione della riforma

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1 RASSEGNA STAMPA 3 SETTEMBRE Il nuovo mercantilismo Regolamentazione della finanza: poche speranze dal G20 3 set 2009 La prossima riunione del G20 discuterà la regolamentazione del sistema finanziario. Sembra ci sia un ampio consenso a livello politico sul fatto che la regolamentazione attuale è insufficiente a limitare il rischio del sistema finanziario. Questo deriva dal fatto che gli intermediari finanziari importanti non pagano nel mercato dei capitali per i rischi che assumono. L idea che questi intermediari non saranno lasciati fallire abbassa il costo del loro finanziamento a livelli simili ai tassi d interesse pagati dai governi che li garantiscono. Questo sussidio ha maggior valore se gli intermediari assumono maggiori rischi. Pertanto la massimizzazione del valore d impresa si traduce nella ricerca della massimizzazione del rischio nel rispetto formale delle regole, con effetti nefasti sulla stabilità del sistema. Per moderare questa instabilità sono stati proposti rimedi, come requisiti di capitale più elevati e limiti alla compensazione dei banchieri. Queste misure non saranno risolutive, perché facilmente aggirabili. Il capitale regolamentare, infatti, è manipolabile, avendo poca relazione con il capitale economico. Anche la compensazione è stata oggetto di manipolazioni, quali la sostituzione di bonus con profitti da partnership o prestiti non rimborsabili. A parte questi problemi tecnici non da poco, il blocco più importante sulla via della nuova regolamentazione è di natura politica. Tutti i paesi sono molto gelosi delle proprie industrie finanziarie e non vogliono svantaggiarle imponendo regole più gravose di quelle praticate dagli altri. Alcuni addirittura cercano di migliorare la propria attrattiva offrendo regole più blande, che consentono di usufruire di sussidi più massicci. Questa competizione tra paesi richiama le svalutazioni competitive degli anni trenta. Allora l economia era basata sull industria e l agricoltura e i governi svalutavano alla ricerca di un vantaggio commerciale per le proprie merci. Oggi, nell economia basata sempre più sui servizi finanziari, si sussidia la presa di rischi dei propri campioni nazionali anziché le merci. Nessun politico vuole interferire con questo. Anche il presidente Sarkozy è attento a precisare che le regole da lui concordate con le banche francesi non entreranno in vigore se gli altri paesi non si uniformeranno. La cancelliera tedesca, che qualche mese fa tuonava contro gli eccessi del capitalismo anglosassone, ha recentemente organizzato la festa per il compleanno del CEO di Deutsche Bank, un banchiere che non è rimasto indietro ad alcun collega nell assumere rischi. In questo quadro é facile prevedere che il G20 produrrà molta retorica e pochi fatti. I vari stati continueranno ad applicare logiche mercantilistiche alla regolamentazione delle proprie banche, alla ricerca di vantaggi competitivi che ovviamente non possono afferire a tutti. L unico risultato netto di questa folle competizione sarà un sistema finanziario più rischioso, che produrrà nuove crisi. Speriamo che queste siano sufficienti a creare un consenso politico ampio per riformare il sistema, prima che altri paesi debbano sperimentare i problemi che oggi affronta l Islanda. Giovanni Barone-Adesi, professore di economia finanziaria all'usi Le tasse? Il federalismo le farà scendere Urge il varo di una commissione paritetica per l'attuazione della riforma

2 di ALBERTO QUADRIO CURZIO La questione fiscale è complessa dovunque ma in Italia lo è di più, tanto da non consentire conclusioni tecniche univoche. Molte scelte sono perciò più di tipo politico. Tre riflessioni (una sulle origini, una sul presente, l'altra sul futuro) ci paiono tuttavia plausibili senza invadere la competenza degli studiosi italiani di scienza delle finanze e di diritto tributario, meritevoli eredi di una delle più prestigiose tradizioni. Le origini ci rinviano alla Costituzione, cioè al patto fondante la Repubblica, che all'articolo 53 recita: «Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva». «Il sistema tributario continua l articolo 53 è informato a criteri di progressività». Su questo articolo ci sono stati tanti dibattiti e s è espressa la Corte Costituzionale. Per noi è un ottimo punto di partenza con due limiti. Il primo è dovuto ai fatti in quanto nella storia della nostra finanza pubblica le spese sono diventate la variabile indipendente lassista che la fiscalità tentava di coprire. Missione impossibile, com è dimostrato dal nostro gigantesco debito pubblico. L evasione ha poi potenziato questo effetto e la progressività su chi paga le tasse. Il secondo limite è formale perché i criteri andavano qualificati anche con i requisiti di semplicità e stabilità del nostro sistema tributario che, al contrario, ha continuato a cambiare danneggiando tutti, contribuenti ed amministrazione finanziaria, e favorendo solo gli evasori e gli elusori. Il presente riguarda innanzitutto i livelli di tassazione in Italia e se e come si debba agire sugli stessi per uscire prima dalla crisi e per avere una crescita durevole. Premesso che scarseggiano oggi in Europa riforme fiscali in senso liberista, in quanto prevalgono gli impegni per mitigare la disoccupazione, poi ciascuno ha le sue cifre e le sue tesi. Stando al Rapporto 2009 della Commissione Europea sulla tassazione, che ha un riferimento istituzionale di comparabilità tra Paesi della Ue e della Uem, nel 2007 (ultimi dati presentati) l Italia aveva una tassazione (inclusi i contributi sociali) pari al 43,3% del Pil a fronte di un 40,4% di Eurolandia e di un 39,8% della Ue-27. Siamo al livello francese ed eccediamo quello tedesco di 3,8 punti. Stando al recente Dpef la pressione fiscale rimarrà immutata nel 2009 e scenderà dal Non meno importante è il problema del peso delle diverse tasse. Difficile trovare qui concordanze, anche comparando le misure adottate nella crisi dai diversi Paesi della Ue/Uem. C è chi confida nella detassazione del lavoro, chi degli investimenti, chi dei consumi, c è chi afferma che tagliando molto le tasse la crescita riparte e che quindi il maggior Pil darà più gettito e c è chi teme invece un aumento del deficit e debito pubblico. Anche noi abbiamo un desiderio, difficilmente realizzabile subito date le opposizioni, da emendare, della Commissione europea sugli aiuti di Stato e la complessità dei criteri contabili internazionali: quello di una incentivazione fiscale e creditizia forte sulle fusioni di imprese per aumentare dimensioni, tecnologia, produttività, competitività e quindi occupazione sana. Il ministro Tremonti, prima e durante la crisi, ha fatto le sue scelte con ricomposizioni fiscali (dalla Robin tax su banche, assicurazioni e petrolieri, alla deducibilità parziale dell Irap, alla detassazione Ici sulla prima casa e a quella parziale sugli investimenti in macchinari, sugli aumenti di capitale delle Pmi, su specifici consumi di beni durevoli, sulle retribuzioni legate alla produttività ed altro), evidenziate anche dal Rapporto della Commissione Europea. Il futuro ci riporta a due grandi problemi da risolvere: il recupero dell evasione-elusione (che il citato Rapporto europeo dice sta

3 procedendo) e il taglio della spesa-spreco pubblico. La scelta di questo governo, in continuità con la riforma costituzionale promossa nel 2001 dal governo Amato, è quella del federalismo fiscale che ha fatto un passo avanti con la legge delega del maggio scorso approvata anche con la astensione costruttiva di quasi tutta l opposizione parlamentare. Si tratta di una scelta irreversibile e perciò da promuovere con vigore e grande collaborazione tra tutti i soggetti istituzionali, nazionali e regionali. Non sarà semplice anche perché nel titolo V della Costituzione riformata ci sono molte sovrapposizioni di competenze. Urge perciò il varo di una Commissione paritetica dei diversi livelli di governo per l attuazione del federalismo fiscale. Se il controllo federalista ridurrà il sommerso di 10 punti di Pil, portandolo al più presto dal nostro 25% ad almeno il 15% della Germania Federale, avremo a disposizione in prospettiva circa miliardi di euro annui da finalizzare a maggiore equità (anche attraverso una riduzione delle aliquote), alla correzione del debito pubblico (che comunque richiede tagli selettivi nella spesa), alla crescita. Allora avremo un miglior futuro per la nostra Repubblica. Un salvagente per le Pmi in crisi Asse tra Unicredit, artigiani e commercianti: in arrivo le task force locali E' in arrivo un salvagente per le piccole aziende campane in difficoltà. A lanciarlo è il gruppo Unicredit che, d'intesa con gli artigiani e i commercianti, dà avvio al nuovo progetto Sos Impresa, finalizzato a traghettare fuori dalle secche della crisi e in soli sei mesi le società a rischio chiusura. Il progetto è stato firmato ieri a livello nazionale con Confcommercio, Cna, Casartigiani e Confartigianato. L'istituto di credito sta ora creando a livello locale una serie di task force che prenderà in esame le situazioni di disagio creditizio segnalate dalle associazioni di categoria, in collaborazione con i Confidi di settore. La prima a decollare sarà l'unità regionale, che sarà composta da Maurizio Maddaloni (Confcommercio), Luciano Luongo (Casartigiani), Carmine Maiese (Cna) e Antonio Campese (Confartigianato) e dal top management di Unicredit. A seguire una task force napoletana e almeno un tavolo analogo in un'altra provincia campana. Ecofin: prove d'unità in vista del G20 Prove di unità in vista del G20, per far sì che il prossimo 24 e 25 settembre a Pittsburgh l'europa parli con una voce sola: dalla riforma delle remunerazioni dei manager alla lotta ai paradisi fiscali; dall'opportunità di potenziare ruolo e risorse dell'fmi a quella di porre fine ai piani di rilancio dell'economia ed accelerare una exit strategy comune dalla crisi finanziaria ed economica. Per discutere di tutto ciò si riuniranno oggi i ministri finanziari dell'ue: la mattina quelli dell'eurogruppo, compreso il ministro dell'economia, Giulio Tremonti; a pranzo tutti e 27 i ministri dell'ecofin, assieme al presidente della Bce, Jean Claude Trichet. Intanto Silvio Berlusconi attacca i portavoce dei commissari europei e gli stessi membri della Commissione che, secondo il premier, non devono intervenire pubblicamente su "alcun tema". L'idea del capo del Governo italiano è che la voce dell'europa deve essere portata esclusivamente dal presidente dell'esecutivo o dal suo portavoce, se così non fosse l'italia "bloccherà di fatto il funzionamento del Consiglio europeo". Un nuovo fronte di polemica, quello aperto dal leader del Pdl, legato ai chiarimenti chiesti da Bruxelles sui respingimenti degli immigrati a Danzica, dove si commemora l'inizio della seconda guerra mondiale. "Sono davvero sorpreso, sono giorni che stiamo dicendo che la Commissione non sta criticando nessuno Stato Ue", replica subito Dennis Abbott, uno dei portavoce della Commissione Ue, che "non sta in nessun modo criticando l'italia", ma anzi cerca di sostenere l'italia e tutti gli Stati Ue sottoposti alle pressioni migratorie,

4 aggiunge Abbott. Palazzo Chigi ritiene soddisfacenti le parole di Laitenberger: "Qualsiasi altra interpretazione è da considerarsi frutto di strumentalizzazioni politiche a fini interni". La Bce giovedì lascerà i tassi fermi all'1% Tassi inchiodati al minimo storico dell'un per cento e una nuova tranche di prestiti "a rubinetto" per sostenere il sistema finanziario. E' questo l'esito più probabile del consiglio della Banca centrale europea fissato per giovedì prossimo, quando il presidente dell'eurotower Jean-Claude Trichet probabilmente tirerà un sospiro di sollievo: secondo i principali uffici studi le misure a sostegno del credito messe in campo dalla Bce, accanto alla terapia anti-crisi adottata da Francia e Germania che sono tornate alla crescita economica già nel secondo trimestre, stanno tirando l'economia dei Sedici paesi dell'euro fuori dalle acque limacciose della recessione. E pare scongiurato il rischio di una deflazione che avrebbe messo seriamente in discussione la rotta intrapresa da Trichet, che pur tagliando drasticamente i tassi, si è sempre opposto all'idea di portali allo zero, come ha invece fatto la Fed. Exit strategy è una priorità, Ecofin contro i bonus ai banchieri 02/09/ Avanti con le politiche espansive anche nel 2010 e tempi di ritiro del sostegno pubblico diversi da Paese a Paese. Inoltre le exit strategy vanno predisposte già da adesso, ma attuate quando i segnali di ripresa saranno più forti. Questa è la posizione che l'ecofin porterà al G20 dell'economia, previsto questo weekend a Londra in preparazione della riunione dei capi di stato il 24 e il 25 settembre a Pittsburgh. Il vertice ha trovato anche un accordo sull'aumento dei contributi al Fondo monetario internazionale, fino a 125 miliardi dai precedenti 75. Per i 27 ministri europei degli stati Ue, l'attuazione dei programmi anti-crisi "resta una priorità". Finora sono stati approvati dai Governi piani di intervento per sostenere il sistema bancario pari al 31,2% del Pil (sono stati usati per interventi pari al 12,6% del Pil). Complessivamente lo stimolo fiscale all'economia europea nel 2009 e nel 2010 arriverà al 5% del Pil. "Il peggio per l'economia dell'eurozona è passato ma è troppo presto per ritirare gli stimoli fiscali", ha commentato il presidente dell'eurogruppo, Jean-Claude Juncker, durante l'incontro dei ministri delle Finanze dell'ue in preparazione del G20 di Londra.

5 "Dobbiamo continuare lo sforzo per quest'anno e per il prossimo, poi dobbiamo trovare un accordo su una exit strategy. Dobbiamo discuterne". E anche per il commissario Ue agli affari economici e monetari, Joaquin Almunia, "l'exit strategy per l'uscita dalla crisi deve essere coordinata, prima di tutto a livello europeo e poi naturalmente a livello mondiale". La questione del coordinamento è un punto centrale della posizione europea. Per l'ecofin "qualche grado di cooperazione internazionale tra banche centrali sulla valutazione della situazione economica e finanziaria può essere particolarmente giustificata anche per limitare ingiustificate fluttuazioni dei tassi di cambio". I ministri europei ritengono anche indispensabile un accordo al G20 per fronteggiare gli squilibri di fondo tra le aree del mondo attraverso un coordinamento delle politiche economiche fondato sul ruolo centrale del Fmi. Gli Usa, secondo i 27 ministri, dovrebbero ridurre il deficit delle partite correnti man mano che le famiglie aggiusteranno i loro bilanci e "il settore pubblico passerà da una fase di espansione a una fase di consolidamento". I Paesi a forte surplus come la Cina devono invece fare di più per ridurre le loro posizioni "allo scopo di riequilibrare la crescita globale in linea con le strategie multilaterali concordate". L'Ecofin conferma la necessità di "un processo di ristrutturazione del settore bancario": è in corso uno stress test a livello europeo "che aiuterà la definizione di ulteriori azioni". I requisiti standard minimi di capitale "non saranno modificati fino a quando la ripresa non sarà assicurata", ma la Ue ritiene che vanno definiti e attuati "rapidamente" interventi "per incorporare le perdite attese nel lungo termine". Il presidente dell'eurogruppo Junker si è anche espresso a favore di una regolamentazione su bonus e retribuzioni di manager e trader delle banche. "Appoggio pienamente le proposte avanzate dalla Francia" in vista del G20 di fine settembre a Pittsburgh, ha detto Jean-Claude Juncker. Una proposta che la Francia, con l'appoggio della Germania, intende avanzare già questo weekend a Londra. Secondo il ministro francese, Christine Lagarde, presente a sua volta a Bruxelles, "abbiamo delle posizioni molto ferme, che puntano a mettere ordine sulla questione dei bonus e delle remunerazioni". Lo stesso ministro italiano, Giulio Tremonti, ha concordato sul bisogno di avere "più regole anche per le remunerazioni e i compensi'' dei manager. ''Ma questo da solo non basta, servono anche altre regole. Mettere dei plafond ai bonus da solo non eviterà la prossima crisi'', ha aggiunto Tremonti. Gli ha fatto eco il ministro svedese, Anders Borg, secondo cui la cultura dei bonus deve avere termine e una decisione dovrà essere presa al G20 di Pittsburg. "La posizione europea è comune e molto forte" e "i segnali di ripresa ci sono, ma è il mercato del lavoro a essere fragile". Sara Scheggia Le banche mandano in tilt i listini, Unicredit pesante a Milano 02/09/2009

6 I listini europei perdono sempre più terreno, appesantiti da Wall Street che viaggia in rosso dopo i dati relativi agli occupati Usa del settore privato peggiori delle attese in agosto (in calo di unità, contro un consensus di unità). Tra gli analisti sono in crescita i timori che l'azionario sia cresciuto in maniera così decisa dalla primavera da rendere inevitabile una correzione. "Il rimbalzo da marzo è stato considerevole. I guadagni su anno della maggior parte degli indici sono forti, anche se siamo ancora al disotto dei livelli pre Lehman Brothers", commenta Valerie Plangnol, strategist di CM-CIC Securities a Parigi. "Il bicchiere però è ancora mezzo pieno. I dati macro sono migliorati...anche se l'outlook per le spese dei consumatori è ancora difficile", aggiunge. Tra i settori più colpiti dalle prese di profitto i finanziari, bancari (-2,19% allo Stoxx) e assicurativi, le costruzioni e le auto. Tengono invece gli energetici con il greggio tornato sopra i 68 dollari al barile dopo il dato sulle scorte in Usa. Ora l'inglese Ftse 100 cede lo 0,40%, il tedesco Dax perde lo 0,60% e l'indice francese Cac 40 è in calo dello 0,54%. A Milano il FtseMib cede l'1,12% a punti. In deciso ribasso appunto i bancari, alimentati dalle incertezze sulla salute del sistema finanziario statunitense. Pesante, in particolare Lloyds, in calo del 6,5%, a causa delle voci di un possibile aumento di capitale per ridurre la dipendenza dal sostegno pubblico. Secondo il quotidiano britannico The Guardian Lloyds Banking Group ha avuto il via libera da parte dei suoi azionisti per un aumento di capitale da 10 miliardi di sterline (11,37 miliardi di euro). Uno tra i maggiori 15 azionisti della banca, però, oggi ha riferito all'agenzia Reuters che l'istituto non ha ancora preso contatti con i potenziali investitori. Lloyds, di cui lo Stato possiede il 43% dopo il salvataggio di HBOS nel 2008, ha 260 miliardi di sterline di asset tossici che ha assicurato nell'ambito del programma Asset Protection Scheme (ASP) per 15 miliardi di sterline. Il pagamento del premio assicurativo potrà essere effettuato solo se Lloyds consentirà a Londra di acquistare nuove azioni, portando così la quota detenuta dallo stato oltre il 60%. Sul listino milanese arretrano Mps, BP e Bpm di oltre il 3%. Intesa Sanpaolo lascia sul campo il 2,8%, meno marcato il ribasso di Ubi Banca (-0,7%). Anche Unicredit si associa con un -2% a quota 2,41 euro. Oggi la banca ha lanciato Sos Impresa Italia per salvare pmi. Quanto ai problemi della banca nell'europa dell'est, secondo il responsabile dell'area, Federico Ghizzoni, nel secondo semestre 2009 si dovrebbe toccare il picco degli accantonamenti per crediti problematici nell'area Est Europa. L'inizio del recupero dovrebbe aversi nel 2010 per un recupero completo nel Sempre secondo Ghizzoni, potrebbe esserci un leggero deterioramento in termini

7 di qualità del portafoglio nel 2010, ma il picco negativo dovrebbe toccarsi nel secondo semestre "La nostra stima di accantonamenti su crediti per la parte Est Europa è di oltre 215 punti base, poco più del 2% del totale impieghi per l'intero 2009", afferma un analista di una sim. "Confermiamo su Unicredit il prezzo obbiettivo di 2,40 euro, ma abbassiamo il giudizio a neutrale dopo che il rally delle ultime settimane ha portato le quotazioni oltre il nostro fair value". Oggi Nomura in un report dedicato proprio alle banche italiane ha incrementato i target price di Intesa Sanpaolo (da 2,1 a 2,9 euro, rating neutral), di Mps (da 1 a 1,2 euro, neutral), del Banco Popolare (da 3,5 a 5,3 euro, reduce), di Ubi Banca (da 8,7 a 10,4 euro, buy) e della Popolare di Milano (da 3 a 4,5 euro, reduce). Su Unicredit il rating resta neutral e il target price a 2,4 euro. In generale, spiegano gli analisti, i conti trimestrali hanno mostrato un deterioramento della qualità dell'attivo e una debolezza del net interest income, ma "in molti casi gli utili operativi sono stati sostenuti da forti guadagni da trading e da un buon controllo dei costi". Le stime di Eps sono state incrementate in media del 3% per il 2009 e del 5% per il Francesca Gerosa Sacconi, ricorso a cig senza limiti per tutto /09/ Il ricorso alla cig "è stato concepito e disegnato senza limiti, almeno fino a tutto il 2010 abbiamo adottato misure straordinarie che poi vedremo se prorogare per il 2011". Così Maurizio Sacconi, ministro del Welfare, ha commentato ai microfoni di RadioUno i dati di ieri su occupazione e disoccupazione diffusi dall'istat e dall'eurostat. Il ministro ha ricordato inoltre che "abbiamo operato in modo che non si interrompesse quanto più possibile il rapporto di lavoro con le imprese, e abbiamo esteso gli ammortizzatori sociali anche alle aziende più piccole". Riguardo al futuro andamento della disoccupazione in Italia, Sacconi ha spiegato che è "difficile fare previsioni che dipendono da un andamento globale del commercio e del volume degli scambi, ma credo si stia avvicinando il punto di uscita dalla crisi". In ogni caso, ha aggiunto il ministro, bisogna "contemporaneamente preoccuparsi di garantire la liquidità alle imprese" attraverso il credito. Cina: Banca Mondiale, mantenere piani di stimolo congiunturali 02/09/ La Banca mondiale chiede alla Cina di non ritirare troppo presto le misure di stimolo monetario e congiunturale decise per limitare gli effetti della crisi internazionale. Lo ha detto il presidente della Banca Mondiale, Robert Zoellick, dopo un incontro con il premier cinese Wen Jiabao e altri alti dirigenti, spiegando di "essere d'accordo con l'opinione prevalente" e cioè che "Pechino dovrebbe mantenere un quadro politico relativamente espansionistico senza pensare per ora a una exit strategy". Per Zoellick, la crescita cinese sarà quest'anno dell'8% circa contro il +7,2% previsto in giugno dagli esperti della Banca Mondiale (+ 7,7% nel 2010).

8 Ecofin, in 2010 politiche ancora espansive 02/09/ Nel 2010 le politiche economiche "resteranno espansive", ma le exit strategy devono essere predisposte adesso anche se la loro attuazione è rinviata al momento in cui ci saranno "segnali più forti di ripresa". I tempi del ritiro del sostegno pubblico all'economia saranno diversi da paese a paese. E' questa la posizione che i ministri europei porteranno alla riunione del G20 di fine settimana a Londra, espressa in un documento preparato per l'ecofin di oggi. Ue 16: Juncker, troppo presto per eliminare stimoli fiscali 02/09/ La fase peggiore della recessione è passata per l'economia di Eurolandia, ma i Governi non dovrebbero cominciare a eliminare gli stimoli fiscali perchè è ancora troppo presto. Così il presidente dell'eurogruppo, Jean-Claude Juncker, per il quale "per adesso il peggio è passato", ma "non è ancora giunto il momento di eliminare gli stimoli fiscali", malgrado i segnali di un inizio di ripresa. Juncker ha parlato a margine di un incontro dell'eurogruppo, che sarà seguito successivamente da una riunione dei ministri delle Finanze europei al fine di coordinare le loro posizioni in vista dell'incontro di Londra del 4-5 settembre preparatorio al G-20 di Pittsburgh (Usa) di fine mese. Banche, Junker appoggia proposta limite mondiale a bonus manager 02/09/ Il presidente dell'eurogruppo, Jean-Claude Juncker, sostiene la proposta francese di limitare a livello mondiale i bonus dei manager bancari. A margine di una riunione a Bruxelles Juncker ha detto ai giornalisti: "Sostengo le proposte della Francia" in vista del G-20 che si terrà a Pittsburgh negli Usa il 24 e il 25 settembre. Il presidente francese Nicholas Sarkozy ha annunciato la scorsa settimana che Parigi intende chiedere in occasione del G-20 di introdurre limiti a livello mondiale ai bonus dei manager bancari. La proposta ha già ricevuto il sostegno della Germania e della Commissione Ue. Lloyds verso ricapitalizzazione da 10 miliardi di sterline di Nicol Degli Innocenti LONDRA - Lloyds si prepara a un aumento di capitale da 10 miliardi di sterline per liberarsi dall'abbraccio troppo stretto del Tesoro: questa la notizia rivelata oggi dal quotidiano The Guardian, che il colosso bancario britannico non ha smentito. Secondo le anticipazioni Lloyds ha ottenuto il sostegno di "importanti azionisti della City" che si sono schierati con il Ceo Eric Daniels a favore di un ritiro parziale dal programma di copertura assicurativa per gli asset bancari a rischio garantito dal Governo. Il gruppo, controllato al 43% dallo Stato in seguito al takeover di Hbos, ha 260 miliardi di sterline di asset tossici' e il costo di assicurarli tutti utilizzando l'asset Protection Scheme (Aps) sarebbe 15,6 miliardi. Una cifra troppo elevata, secondo Daniels, che da tempo sta esplorando la strada di un aumento di capitale. Se in cambio della tutela offerta il Tesoro acquistasse altre azioni del gruppo la sua quota salirebbe infatti oltre il 60% e questo potrebbe limitare l'indipendenza e la liberta' di azione di Daniels.

9 Per questo Lloyds sta spingendo per una strategia alternativa, puntando a limitare a 130 miliardi di sterline gli asset tossici assicurati con l'aps, riducendo quindi drasticamente il costo di interessi e commissioni dovute al Tesoro. Un'emissione di azioni a prezzo scontato raccoglierebbe abbastanza fondi da pagare il debito con Londra e rafforzare il capitale della banca. Secondo Daniels, che a inizio agosto ha annunciato perdite di 4 miliardi di sterline per il primo semestre 2009, il peggio e' passato e la situazione migliorera' nei prossimi mesi. Il titolo Lloyds e' salito nelle ultime settimane ma stamattina sta perdendo il 5% a 100p alla Borsa di Londra. I difficili negoziati di Lloyds con il Tesoro proseguono da sei mesi ma si sono arenati piu' volte a causa della riluttanza dei dirigenti del gruppo bancario di accettare le condizioni imposte da Londra. Lloyds sta anche effettuando una revisione di tutte le sue operazioni per ridurre la sua dipendenza dai contribuenti britannici, dato che la Commissione Europea ha espresso riserve sugli aiuti statali gia' ricevuti dalla banca e ha avvertito che potrebbe costringerla a vendere alcuni asset. 2 settembre 2009 L'università non migliora a colpi di quiz 2 settembre 2009 Cominciano da domani, per circa 100mila studenti, i test d'ammissione ai corsi universitari a numero chiuso. La loro selezione è uno dei fattori determinanti della qualità dei neolaureati che si affacceranno sul mercato del lavoro, per la maggior parte, fra 3-5 anni. Si è molto discusso, recentemente, sulla qualità delle nostre università, spesso trascurando che essa è data dalla qualità dell'insegnamento e della ricerca (e delle strutture), ma anche dalla qualità degli studenti. Per incentivare la prima, l'iniziativa del ministro Gelmini di destinare una parte dei fondi pubblici in base alla didattica e alla ricerca è un passo avanti significativo, anche se timido. Per promuovere la qualità degli studenti, l'attuale sistema di selezione è il modo più sbagliato. Almeno per tre ragioni. Anzitutto, si trascurano quasi completamente i risultati scolastici, che nella maggior parte degli altri paesi industriali sono invece un elemento decisivo della selezione: finora, il voto di maturità valeva solo in caso di parità di punti nel test, oggi conta per il 10% della valutazione totale. Un incentivo troppo modesto per far impegnare i ragazzi durante la scuola superiore. In secondo luogo, uno studente che esca dalla maturità con il suo bravo 60, cioè il minimo, può comunque migliorare le sue chance di entrare a odontoiatria se sa che cos'è un dolmen, a medicina se può dire chi era il capo degli Ugonotti, ad architettura rispondendo a un paio di quesiti di filatelia (tutte domande tratte dalle simulazioni del sito del ministero accessoprogrammato.miur.it). Le domande cosiddette di "cultura generale" sono la metà del totale. In Gran Bretagna, il cui sistema universitario è uno dei più apprezzati, si richiede invece agli aspiranti a medicina di arrivare dalla scuola superiore con i voti più alti possibili nelle scienze, a quelli che vogliono entrare ad architettura in matematica, fisica e storia dell'arte. Infine, siccome l'esame è nazionale ma le graduatorie separate per ogni ateneo, la bocciatura in una sede esclude ogni altra possibilità, come illustra bene il caso - citato da un'inchiesta pubblicata sul Sole-24 Ore del Lunedì del 31 agosto - di un'aspirante a medicina bocciata a Genova con un punteggio che le avrebbe garantito l'ammissione in altre 17 sedi, dove quindi sono entrati studenti meno

10 preparati di lei, almeno sulla base delle curiose domande proposte. Per di più, il responso non arriva che a fine settembre. Se negativo, e poiché è impossibile rivolgersi ad altri atenei, costringe a cercarsi in extremis un'alternativa, per la quale lo studente ha minore predisposizione. Negli Stati Uniti, dove il sistema universitario è sotto molti aspetti anni luce davanti al nostro, la caccia da parte delle università ai migliori studenti è quasi altrettanto spasmodica che quella ai migliori professori. In Italia, è affidata a una lotteria. Non c'è azienda che, per assumere un dipendente, userebbe lo stesso metodo.. Il valore del credito locale Casse di Risparmio e Banche del Monte sono state, le più antiche istituzioni creditizie. In specie le Banche del Monte sorsero per iniziativa di Frate Bernardino da Feltre che volle la costituzione di questi istituti per aiutare i poveri. Siano intorno al I commerci si sono evoluti ed il credito bancario è diventato il motore di una economia nata nei piccoli centri. Autarchicamente sostenuta. La banca per operare raccoglie risparmio che, attraverso i prestiti rimette in circolo per la attività produttiva che crea posti di lavoro. Chi lavora risparmia e spende chiudendo il cerchio. Le banche locali in abbondanza fino a qualche decennio, hanno costituito la banca di un territorio che ha fatto crescere. Gli abitanti del territorio si possono paragonare ai soci di clubs sportivi proprietari ma non padroni. Si aggiunga che, a parte le banche popolari, le casse di risparmio non si sapeva a chi appartenessero. Erano istituti pubblici senza padrone. Però erano inserite nel territorio dove le grandi banche potevano similmente operare grazie ad uno, ora scomparso, modello organizzativo che consentiva alle loro filiali di lavorare come una piccola banca. Avendo il direttore locale quella autonomia decisionale, ora eliminata e di competenza di formule matematiche. Roma aveva tre banche. Cassa di Risparmio, Banco di Santo Spirito e Banco di Roma. In queste banche è stata affinata la lingua. Non si parla più romanesco salvo in quelle dove il dialetto è un po' imbastardito dalla cadenza ciociara. *Presidente Banca Nuova Terra 03/09/2009 In Europa in 22 milioni senza lavoro La crisi economica continua a tagliare posti. Senza sosta per ora. A dirlo sono i calcoli di Eurostat che ieri hanno confermato che a luglio il tasso di disoccupazione registrato nella zona dell'euro è continuato

11 a salire fino al 9,5% (era al 9,4% nel mese precedente) portandosi al livello più elevato nei Paesi che compongono quest'area dal maggio Il numero dei disoccupati è cresciuto di oltre 5 milioni nell'ue a 27 e di oltre 3,2 milioni nella zona dell'euro: in totale le persone disoccupate ammontano a luglio a quasi 22 milioni (21,8 milioni) di cui oltre 15 milioni nella zona dell'euro. Anche i dati che provengono dall'italia non sono confortanti e, seppur sempre relativi a prima dell'inizio della pausa estiva, segnano ovunque cali dell'occupazione e aumenti della cassa integrazione. A giugno l'occupazione nelle grandi imprese ha fatto registrare un segno negativo del 4,2% in un anno e nelle industrie il dato è salito fino al -9,7% al netto della Cig. L'utilizzo della cig nelle grandi imprese è stato infatti pari al 4,08% delle ore lavorate (40,8 ore per mille ore lavorate) nel totale delle grandi imprese e raggiunge l'11,2% (111,6 per mille ore lavorate) nelle industrie. 02/09/2009 Ai «flop manager» delle banche Usa 32 miliardi di dollari Da top a flop manager, ma comunque ricchi, ricchissimi anche se hanno lasciato molti praticamente in mutande. I pay roll conditi con la salsa del bonus milionario sono un bel paradigma per raccontare la metastasi di Wall Street. Stipendi alti per alti risultati, si diceva per giustificare ingaggi alla Kobe Bryant. Come l assegno da 32 milioni di dollari staccato per ciascuno dei cinque dirigenti di più alto livello delle 20 principali banche americane. In tutto, facile il conto, uno cheque collettivo da 32 miliardi. La storia è stata tirata fuori dall Institute for policy studies, un pensatoio liberal ma non certo sospettabile di antipatie precostituite nei confronti della casta dei banchieri. «Prendiamo 100 americani con un salario medio - riflette il think thank di Washington -. Queste persone dovrebbero lavorare più di mille anni per guadagnare quanto quei 100 dirigenti hanno guadagnato in tre anni». Forse suona un po populista, ma resta il fatto che con gli stipendi d oro gli americani, soprattutto quelli senza neppure un dollaro di reddito causa recessione, devono ancora regolare i conti. C è piuttosto - e forte - un sentimento di rivalsa nei confronti di quelle banche così munifiche verso i propri manager e poi, a crisi conclamata, pronte a presentarsi con il piattino in mano per chiedere ossigeno finanziario alle casse federali. In più c è l assoluta convinzione che la pratica del premio scintillante non sia mai caduta in disuso, nonostante la campagna moralizzatrice di Barack Obama e i disastri combinati dai guru delle alchimie contabili e finanziare. In attesa che se ne occupi il G20 di Pittsburgh a fine mese, sempre l Institute for policy studies ricorda che nelle 10 principali istituzioni beneficiate dagli aiuti statali i manager continuano a incassare compensi a sei zeri a fronte dei 160mila licenziamenti effettuati. Con guadagni 85 volte superiori a quelli di chi dovrebbe vigilarne il comportamento, tipo i funzionari della Sec (l omologa della Consob) o della Fdic, l agenzia di controllo sul credito. In questa storia, più che il lieto fine, non può mancare la beffa finale. Ricordate i 100 flop manager milionari? Bene, grazie alla ripresa dei titoli bancari incamerati sotto forma di stock option, la loro ricchezza è cresciuta di 90 milioni di dollari. Quando si dice cadere in piedi...

12 Inflazione alle porte occhio all efficienza Persi appresso a gonne, gonnelloni e calzoni, in molti si sono distratti dai dati dell economia, da ultimo quello relativo all inflazione. Eppure sarà su questo terreno che si misurerà la tenuta dei governi europei. Saranno i problemi reali, non gli sbertucciamenti, a misurare l esistenza o meno, nei governi e nelle opposizioni, di una politica che possa, dignitosamente, definirsi tale. Per fronteggiare la crisi sono stati pompati molti soldi pubblici. Noi italiani lo abbiamo fatto meno di altri, perché già spompati dal debito pubblico, che, almeno in questo caso, ci ha preservato da errori. Quando la ripresa si farà vedere, quei sostegni alla domanda, produrranno inflazione. Non è necessariamente un male. Fin qui il reddito medio è aumentato e, in qualche caso, come in quello dei dipendenti pubblici, ben più dell inflazione. A questo s aggiunga il contenuto o negativo andamento dei prezzi. Il potere d acquisto reale, insomma, è cresciuto. L inflazione cancellerà questi vantaggi e peserà sulle famiglie. Al tempo stesso, però, sarà un sollievo per chi è indebitato, a cominciare dallo Stato: si tratta di maneggiarla con cura. Quel che allarma, però, è l inflazione senza ripresa. L Europa è ancora in uno stadio deflativo, mentre da noi l inflazione cresce, sebbene di poco. Si attribuisce la responsabilità al petrolio, ma la tesi è bislacca, visto che lo comprano tutti. Semmai è dei carburanti, che in Italia commercializziamo in modo inefficiente, quindi più costoso, e con meno concorrenza. È questo il problema: quando l Europa cresceva, noi crescevamo meno, quando è caduta, noi siamo caduti di più, quando s intravede la ripresa i nostri prezzi salgono per primi, anche se non salgono i consumi. Sono tutti sintomi di un mercato che funziona male. Sono problemi non mondiali, ma nostri. Il governo ha scelto d intervenire sugli ammortizzatori sociali e star fermo sul resto, secondo la teoria che in un momento di crisi non si devono introdurre nuove incertezze. C è del vero, ma c è anche un abbaglio, perché se non ci liberiamo dai nostri mali, dalle arretratezze strutturali, prenderemo meno il vento della ripresa. La crisi era l occasione, che la politica aveva, per parlare del nuovo e promettere un Italia migliore, chiamando a raccolta anche gli esclusi. Ma è proprio la politica, nell intero emiciclo, a mostrarsene incapace. Va di moda sparare sugli economisti ma alcuni avevano previsto la crisi di Giuseppe Pennisi 2 Settembre 2009 Il più praticato gioco di società di questi ultimi mesi è il tiro al bersaglio nei confronti degli economisti. Dalla Regina del Regno Unito al Ministro italiano dell Economia e delle Finanze, passando per giornalisti improvvisatisi in saggisti e per l onnipresente Ing. Jacques Attali (il quale ha ovviamente dedicato al tema un instant book di grande successo Oltralpe e non solo), tutti accusano coloro che professano la triste scienza di non avere previsto la crisi e le dimensioni che avrebbe avuto e di non essere in grado di indicare una terapia per uscirne. Cerchiamo di fare il punto sine ira ni studio. In primo luogo, non è vero che tutta la disciplina economica è stata cieca nei confronti dell avvicinarsi della tempesta. Numerosi economisti, anche italiani, hanno avvertito che, sin dal crollo delle Borse dell autunno 1987, era iniziato un periodo convulso che sarebbe durato a

13 lungo e che avrebbe lasciato molti morti e feriti sul terreno se non si fossero prese le misure macroeconomiche e, soprattutto, micro-economiche del caso. Lo hanno ripetuto dopo la crisi asiatica del ed i sussulti in Russia ed in America Latina negli anni immediatamente successivi. Martin Wolf che oltre ad essere un ottimo economista (addestrato alla Banca Mondiale) è penna di grido del Financial Times (di cui dirige i commenti economici), in un libro di non moto tempo ha proprio individuato nella crisi asiatica e nei suoi postumi una delle determinanti di quanto è in corso dall estate 2007 a livello mondiale. Non sono stati ascoltati perché in Europa si era alle prese con il faticoso cammino verso l Euro, in America con una crescita che sembrava inarrestabile ed in Asia con aumenti dei redditi e dei consumi inauditi. Tutti temi più importanti, o quanto meno, più immediato. Se tutto andava per il meglio, poi, perché stare a sentire le Cassandre e le cornacchie? Meglio, molto meglio il suono delle sirene. Infatti, gli economisti che piacciono sono quelli armati di ricettare perché l universo mondo diventi sempre più ricco e sempre più giusto. In secondo luogo, la disciplina economica non è una scienza esatta ma fa parte delle scienze sociali. Sino ad alcuni decenni fa in Italia non veniva insegnata nelle scuole superiori di commercio ma nelle facoltà di giurisprudenza e scienza politiche. Il suo compito principale è quello di esaminare i fenomeni con la cassetta degli attrezzi della professione. Non certo quello di trasformare ricercatori e docenti in veggenti in grado di fare previsioni a medio e lungo termine. Un piccolo ramo della disciplina utilizza la cassetta degli attrezzi per fare stime per lo più mancro-economiche, di solito a due anni e avvertendone i limiti e le probabilità di realizzazione (come ben sa chi ogni settimana legge le tabelle nelle ultime due pagine di The Economist). Un altro ramo conduce micro-simulazioni che non hanno, però, l obiettivo di prevedere ma quello di indicare reazioni e contro-reazioni di soggetti economici (individui, famiglie, imprese, pubblica amministrazione) rispetto a incentivi o disincentivi connessi a fenomeni economico. Sono, si tenga presente, sottodiscipline importanti ma minoritarie. Ad esempio, gli economisti hanno serie difficoltà a costruire scenari e a giustapporli; chi lo fa e le citazioni possono essere molteplici ricorre alla strumentazione di altre discipline - da quelle connesse alla strategia militari ed aziendali a quelle cugini dello spionaggio e del contro-spionggio. In tutte le discipline, quindi anche tra gli economisti, ci sono economaniaci. Da decenni la londinese LSE viene chiamata, scherzando, London School of Ecomaniacs. Ci sono coloro che credono nella (falsa) esattezza delle stime econometriche (forniscono al più ordini di grandezza). Dimenticano l umiltà di una professione recente e mutuataria di tante altre discipline (dalle scienze umane e sociali alla matematica). Costoro non hanno colpa della crisi. Ma si meritano tutti i rimbrotti dovuti agli arroganti.

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