RASSEGNA STAMPA venerdì 27 giugno 2014

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1 RASSEGNA STAMPA venerdì 27 giugno 2014 ESTERI INTERNI LEGALITA DEMOCRATICA RAZZISMO E IMMIGRAZIONE SOCIETA BENI COMUNI/AMBIENTE INFORMAZIONE CULTURA E SCUOLA INTERESSE ASSOCIAZIONE ECONOMIA E LAVORO CORRIERE DELLA SERA LA REPUBBLICA LA STAMPA IL SOLE 24 ORE IL MESSAGGERO IL MANIFESTO L UNITÀ AVVENIRE IL FATTO REDATTORE SOCIALE PANORAMA L ESPRESSO VITA LEFT IL SALVAGENTE INTERNAZIONALE

2 L ARCI SUI MEDIA Da Repubblica.it del 26/06/14 Tortura, la si pratica in metà dei paesi del mondo, in Italia l'ha subita un rifugiato su tre Lo sottolinea il Cir, Consiglio italiano per i rifugiati, che ha organizzato un convegno in occasione della Giornata internazionale a sostegno delle vittime di tortura, cui hanno partecipato il presidente del Cir, Roberto Zaccaria, Romano Prodi e il presidente della Società italiana per l'organizzazione internazionale (Sioi), Franco Frattini di EMANUELA STELLA ROMA - A 30 anni dalla ratifica della convenzione Onu contro la tortura, sono ancora 141 i paesi dove questa pratica abietta viene perpetrata; e un rifugiato su tre, fra quelli che arrivano in Italia, ha subìto esperienze di tortura e violenza estrema. Lo sottolinea il Cir, Consiglio italiano per i rifugiati, che in occasione della Giornata internazionale a sostegno delle vittime di tortura, il 26 giugno, ha organizzato un convegno - cui ha preso parte tra gli altri Romano Prodi (che ha appena concluso una esperienza di inviato speciale Onu nel Sahel) - e uno spettacolo teatrale, "Mare Monstrum", interpretato da rifugiati sopravvissuti a tortura, che hanno partecipato ai laboratori di riabilitazione psico-sociale del Cir. In 18 anni di attività, il Cir ha sostenuto oltre rifugiati con progetti di accoglienza e cura dedicati alle vittime di tortura. Attualmente il progetto ha in carico richiedenti asilo e rifugiati. Il contributo di Romano Prodi. "Distinguere un profugo da un migrante economico diventa sempre più difficile, nella misura in cui in molte città e villaggi africani per la gente si presenta solo l'alternativa tra morire di fame o migrare" ha detto l'ex presidente del Consiglio, Romano Prodi. Intervenendo al Convegno del Cir Prodi ha descritto una situazione allarmante in cui, specie dopo il conflitto in Libia del 2011, in parte della zona del Sahel si è creata un'economia criminale senza più alcun confine. Nel suo intervento e rispondendo alle domande del moderatore, Giorgio Balzoni, si è detto preoccupato davanti ad uno scenario che potrebbe portare interi Stati governati dal terrorismo internazionale. Il messaggio del ministro Mogherini. Durante l'incontro, il ministro degli Esteri, Federica Mogherini, impossibilitata a partecipare per impegni istituzionali, nel suo messaggio per il CIR ha dichiarato che il governo sostiene l'obiettivo di introdurre nel codice penale il reato di tortura, ricordando che già il 5 marzo scorso il Senato ha approvato il rispettivo disegno di legge, adesso in esame alla Camera. Nella sua lettera ha scritto: "L'appello che ora tutti noi rivolgiamo al Parlamento è di fare presto e bene, e giungere quanto prima all'approvazione definitiva del testo". L'identità del torturato. La tortura non è purtroppo confinata a situazioni limite di guerra o dittatura: il fenomeno è molto più diffuso e colpisce persone che appartengono a determinati gruppi etnici, politici, religiosi, o a minoranze. E mentre i torturatori hanno l'obiettivo immediato di spezzare la volontà di una persona, di metterla a tacere, di punirla e di umiliarla, gli effetti della tortura sono molto più durevoli delle ferite fisiche che essa produce: i sopravvissuti si portano dentro le conseguenze di una violenza feroce che non osano confessare, e che è molto difficile elaborare e superare fino in fondo. 2

3 Nessun paese è immune. "E comunque non ci sono paesi che possano dirsi immuni dal rischio di tortura - si legge nel volume del Cir Oltre i confini. Tre anni "Together with VI.TO., che dà conto del progetto Accoglienza e cura vittime di tortura svolto in partenariato con Ciad e Camerun, i due paesi africani che ospitano il maggior numero di rifugiati interni. Gli Stati Uniti, a lungo campioni dei diritti umani, dall'inizio della guerra al terrorismo nel 2001 hanno sistematicamente praticato la 'extraordinary rendition'"; e l'italia, pur avendo ratificato la Convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura del 1984, non ha ancora introdotto nel proprio codice penale il reato di tortura, come previsto dalla convenzione stessa. Il ministro degli esteri Federica Mogherini, in un messaggio al convegno, ha assicurato che il governo sostiene l'introduzione del reato di tortura, e si augura che quanto prima la Camera possa dare il via libera. Il "trauma sequenziale". Deserto affettivo, eclissi di identità, incertezza totale sul futuro, una condizione psicosociale rischiosissima caratterizzano i sopravvissuti alla tortura, che fuggono dal loro paese e cercano rifugio in Europa, dove raramente trovano accoglienza adeguata, e comunque subiscono ulteriori traumi che perpetuano la violenza subita. Un "trauma sequenziale", ha detto al convegno del Cir il dottor Massimo Germani, che con le vittime di tortura ha lavorato per anni, altrettanto significativo e devastante del trauma originario. Situazioni estreme che riguardano il 30% dei rifugiati che arrivano in Italia, e che il nostro Paese ha difficoltà ad affrontare adeguatamente: Franco Frattini, presidente della Società italiana per l'organizzazione internazionale (Sioi), ha ammonito a proposito di afflusso di migranti (già oltre 50mila dall'inizio dell'anno) che "non possiamo pensare che al di là del Brennero ci siano persone che voltano la faccia, o che considerano questo un problema solo italiano". Ma la tortura non è ancora un reato. Anche Amnesty International Italia, Antigone e Cittadinanzattiva si mobilitano per chiedere l'introduzione del reato di tortura in Italia, con un appello nel quale si ricorda che "a 13 anni dai terribili fatti del G8 di Genova del 2001, molti responsabili di gravi violazioni dei diritti umani sono sfuggiti alla giustizia e l'italia non ha strumenti idonei per prevenire e punire efficacemente simili violazioni. L'Italia deve avere norme efficaci che soddisfino gli standard internazionali per prevenire e punire la tortura". L'assenza di un reato specifico di tortura ha fatto sì che eventi qualificabili come tortura siano stati finora sanzionati in modo lieve o siano finiti in prescrizione, osserva Amnesty: "Il testo introduce il reato specifico di tortura e non richiama il requisito della necessaria reiterazione di atti di violenza o minaccia perché si parli di tortura, qualificando il reato come comune, dunque imputabile a qualunque cittadino, pur prevedendo l'aggravante se commesso da pubblico ufficiale. Inoltre, non persegue le condotte omissive e manca dell'iniziale previsione di un fondo nazionale per le vittime della tortura". Arci: "L'urgenza di una norma". "Il reato di tortura nel nostro paese è una questione di scelta culturale fondamentale, e l'introduzione nel nostro ordinamento è una urgenza che un paese che si definisce democratico non può più rinviare", afferma Francesca Chiavacci, presidente nazionale Arci. "Avevamo salutato con soddisfazione l'approvazione del ddl al Senato nel marzo scorso, pur esprimendo le nostre critiche per la mancata previsione della fattispecie di reato proprio. Ci auguriamo che il testo arrivi al più presto senza indugi alla Camera. Crediamo che a chiederlo siano la civiltà giuridica, le esigenze processuali, le numerose famiglie che in questi anni hanno visto figli e parenti perdere la vita nel corso di operazioni di polizia: Cucchi, Uva, Aldrovandi, Ferrulli, e da ultimo Magherini. Senza dimenticare quanto i fatti e le violenze dei giorni di Genova 2001 siano ancora una ferita aperta per la nostra democrazia e per le vittime di quelle violenze". 3

4 ESTERI Del 27/06/2014, pag. 3 Ue, il Patto della discordia Vertice europeo. Braccio di ferro sul mandato da dare alla Commissione. Renzi chiede una lettura più flessibile dei trattati: ok a Juncker «solo se c è un documento chiaro su dove vuole andare l Europa» Anna Maria Merlo Un incontro a Ypres, memento mori per l Europa, cittadina del Belgio dove vennero utilizzati i gas e morirono 5mila persone in pochi minuti, per ricordare che cent anni fa, a luglio, iniziava la prima guerra mondiale e che l Europa ancora oggi può morire, per i nazionalismi in crescita ma anche, nell analisi del fronte socialdemocratico, per l austerità che soffoca l economia. Alla cena ieri sera, il piatto forte del menu è stata la scelta da parte del Consiglio del lussemburghese Jean-Claude Juncker come presidente della prossima Commissione Ue. A Ypres erano stati i britannici in prima linea per opporsi ai tedeschi. Ieri, solo Angela Merkel ha cercato di evitare l isolamento in cui si è chiuso David Cameron, assieme al suo solo alleato, l ungherese Viktor Orban, nell opposizione al federalista Juncker. Il lussemburghese ha molti difetti, era già presente ai negoziati per l unione monetaria nei primi anni 90, è stato ministro e premier di un paradiso fiscale, ma la sua nomina è difesa oggi in nome del principio di democrazia: era il candidato della destra Ppe, che ha vinto (di poco) le europee. Cameron ha cercato di ricattare i partner, affermando che un federalista a Bruxelles avrebbe favorito il rifiuto dell appartenenza della Gran Bretagna alla Ue nel referendum che ha promesso di indire nel 2017 (sempre che conservi il potere). Merkel non rifiuta un eventuale voto al Consiglio su Juncker (dove non esiste possibilità di veto), come voleva Cameron, perché pensa di utilizzare l asse con i conservatori britannici per cedere il meno possibile all offensiva socialdemocratica e alla nuova intesa italo-francese. Più importante del nome del successo di Barroso, i capi di stato e di governo hanno cominciato a discutere del mandato da dare alla Commissione, cioè dei contenuti della sua politica. E qui il braccio di ferro è impegnativo. Prima del vertice, alla riunione del Pse, Renzi ha ancora condizionato il voto positivo dell Italia a Juncker a «un documento chiaro su dove vuole andare l Europa». I nomi verranno dopo: le altre importanti cariche (presidente del Consiglio e dell europarlamento, Alto rappresentante della politica estera) saranno decise entro metà luglio. Oggi a Bruxelles, dove si spostano i capi di stato e di governo, la battaglia è sui contenuti. Merkel ha voluto chiudere la bocca agli assalitori: «Nessuno ha chiesto un cambiamento delle regole sui deficit e nessuno lo chiederà» ha affermato. Nella bozza di conclusioni non c è riferimento all esclusione di categorie di spesa dal calcolo del deficit, come vorrebbe l Italia, per tener conto dei costi delle riforme richieste da Bruxelles per rientrare nei parametri di Maastricht. Ma ci può essere un allungamento dei tempi, con una lettura meno rigida dei trattati, che impongono la stabilità ma parlano anche di crescita, come sostengono anche i socialdemocratici tedeschi. Se crescita e occupazione saranno messe in testa alle conclusioni sarà possibile leggere un cambiamento nelle politiche europee. L asse italo-francese è un po a geometria variabile. Renzi cerca una vittoria sulle parole, come primo passo. Hollande resta impantanato nella prudenza della diplomazia tradizionale. Ma la Francia propone qualche passo concreto: a cominciare da un programma di investimenti europei, che in 5 anni potrebbe arrivare a 1200 miliardi, per infrastrutture, 4

5 ricerca, energia, formazione. Anche il risparmio delle famiglie dovrebbe essere sollecitato. Il programma per l occupazione giovanile dovrebbe passare dai 6 miliardi attuali a 20. Hollande è con le spalle al muro, la disoccupazione è aumentata in Francia dello 0,7% a maggio, i disoccupati sono 3,4 milioni. In discussione oggi c è anche l immigrazione. Ieri, c è stato un vertice dei ministri degli interni. Nessuna novità: l Europa vuole maggiori controlli per limitare i clandestini. La Francia propone l istituzione di un corpo di gendarmi delle frontiere. Ma Renzi difficilmente otterrà di più per il Mediterraneo, al di là delle promesse di rafforzamento di Frontex. Sul tavolo c è la riforma del diritto d asilo, ma l Italia viene sospettata dai partner del nord di concedere visti con troppa facilità. Del 27/06/2014, pag. 4 Il premier britannico rischia di uscire pesantemente ridimensionato dal negoziato sulla presidenza della Commissione I vincitori sono invece la Cancelliera tedesca Merkel, Matteo Renzi e il leader del Parlamento europeo Schulz Ue, la sconfitta più grande di Cameron ANDREA BONANNI YPRES Il presidente del Consiglio europeo Herman Van Rompuy ha un senso molto andreottiano dell ironia. Ma non c era malizia quando ha scelto Ypres, un luogo entrato nella mitologia delle glorie militari britanniche, per ospitare il vertice che registra la più bruciante sconfitta di Londra in quarant anni di battaglie europee. E forse segna l inizio del processo di fuoriuscita del Regno Unito dall Ue. Il lungo e inutile massacro di Ypres durante la Prima Guerra Mondiale non ebbe nè vincitori né vinti. La battaglia delle nomine che vi si è svolta ieri tra i capi di governo europei, e che si concluderà oggi a Bruxelles, delimita invece con grande evidenza chi ha vinto e chi ha perso. Sul fronte dei vincitori ci sono Angela Merkel, Matteo Renzi e il Parlamento europeo. Su quello degli sconfitti troneggia il premier inglese David Cameron. La Merkel conferma il proprio ruolo di asse portante dell Europa. Nella battaglia delle nomine era partita male, costretta a rinunciare al potere assoluto dei capi di governo per condividere la scelta del presidente della Commissione con i partiti politici e il Parlamento europeo. Ha esitato a lungo prima di accettare la designazione di un candidato del Ppe, che è stato l ultimo tra le forze politiche a indicare il proprio campione. Ma alla fine ha scelto Jean-Claude Juncker. E dopo le elezioni lo ha difeso contro attacchi di ogni genere fino a riuscire ad imporlo nonostante il veto britannico, la freddezza dei socialisti e le perplessità di molti governi. Ma la Cancelliera non si è fermata qua. E stata lei a sbloccare la trattativa tra Ppe e Pse, accettando l elezione di Martin Schulz a presidente del Parlamento europeo in cambio dell appoggio degli eurodeputati socialisti a Juncker. E riuscita a confermare il commissario tedesco Oettinger sulla poltrona cruciale dell Energia, che nel prossimo quinquennio sarà forse il portafoglio più strategico dell intera Commissione. Inoltre si presenta oggi come il vero «king maker» per le altre cariche di vertice della Ue: quella di presidente del Consiglio europeo e quella di Alto rappresentante per la politica estera dell Unione. Poltrone che vedono tra i possibili candidati due italiani: Enrico Letta e Federica Mogherini. Anche Matteo Renzi era arrivato alla battaglia delle nomine in una posizione difficile. L Italia resta un sorvegliato speciale in Europa per i suoi conti pubblici e per un debito totalmente fuori dai parametri del Patto di stabilità. I continui avvicendamenti alla guida del governo non avevano contribuito ad aumentare la nostra 5

6 credibilità in vista del semestre di presidenza italiana che si apre a luglio. Ma il trionfo alle elezioni europee ha cambiato le carte in tavola, dando al premier italiano una legittimazione politica che non ha eguali in tutta l Unione. Inoltre Renzi si è mosso con abilità spostando il dibattito dai nomi dei candidati al programma della prossima Commissione e guadagnando una apertura di credito, almeno teorica, per una politica di bilancio più flessibile. Nel lungo mese di negoziati dopo le elezioni, il leader italiano è riuscito di fatto a soppiantare il presidente francese Hollande, bastonato dal voto, come punto di riferimento per il fronte dei socialisti europei. Con simili risultati, potrebbe già considerarsi soddisfatto. Se poi portasse a casa una delle due poltrone di vertice ancora da assegnare potrebbe vantare anche un nuovo primato affiancando un secondo italiano a Mario Draghi tra i quattro o cinque massimi dirigenti dell Ue. Ma il vero vincitore della battaglia delle nomine è senza dubbio il Parlamento europeo. Grazie al paziente lavoro del suo presidente Martin Schulz, l assemblea di Strasburgo oggi di fatto è l arbitro delle sorti della Commissione e ha sottratto ai capi di governo il potere di nomina del presidente dell esecutivo comunitario. Era, questo, un vecchio sogno democratico dei padri fondatori dell Europa, in particolare di Jacques Delors, che pareva irrealizzabile. David Cameron esce dalla battaglia di Ypres come il grande sconfitto. Se nella notte non si troverà un accordo per evitare lo scontro in extremis, oggi si voterà per designare Juncker alla testa della Commissione e Cameron sarà messo in minoranza. La sua minaccia di portare Londra fuori dall Europa non ha funzionato. Dopo aver condizionato (in peggio) con i suoi veti la nomina di almeno due presidenti della Commissione e del presidente del Consiglio europeo, la Gran Bretagna perde il potere di ricatto sull Ue che ha esercitato per quarant anni frenando il processo di integrazione. Di fronte alla sconfitta, Cameron non si tira indietro e alza i toni dello scontro. Lo fa per motivi di politica interna, pressato com è dagli indipendentisti dell Ukip che lo hanno sonoramente battuto alle elezioni. Ma una condizione di guerra dichiarata tra la Gran Bretagna e l Unione europea potrebbe alla fine fare il gioco dei rivali del premier conservatore, accelerando davvero il processo di uscita del Regno Unito dall Ue. E questo trasformerebbe la sconfitta di Cameron in una catastrofe di proporzioni storiche. del 27/06/14, pag. 3 Battaglia sulle nomine Cameron va allo scontro Il summit a Ypres per la commemorazione della I Guerra mondiale, Londra contesta anche la cerimonia: «Propaganda europeista» Merkel pronta al voto, ma su altre poltrone probabile rinvio Alle tante battaglie combattute a Ypres nella prima e nella seconda guerra mondiale ieri i leader europei hanno aggiunto quella che è già stata ribattezzata la battaglia su Juncker, il futuro presidente della Commissione europea osteggiato dalla Gran Bretagna. «Abbiamo le nostre differenze, ma lottiamo attorno a un tavolo, non su un campo di battaglia», ha riassunto la giornata il presidente della Commissione uscente José Manuel Barroso. Cento anni dopo l inizio della Prima Guerra Mondiale i capi di Stato e di Governo dei 28 Stati membri della Ue hanno scelto di tenere nella simbolica cittadina fiamminga la prima giornata del vertice, che si concluderà oggi a Bruxelles. In gioco, oltre alla nomina dell ex premier lussemburghese a capo dell'esecutivo comunitario, c è anche l approvazione del 6

7 documento programmatico della nuova Commissione. Fino all'ultimo le diplomazie hanno combattuto per limare il testo parola per parola, soprattutto nella parte fondamentale in cui la Ue accetta l idea di utilizzare le regole sulla disciplina fiscale con maggiore flessibilità. L ultima bozza prima della cena dei leader è stata ritoccata dai sostenitori del rigore per trasformare la frase in cui si raccomandava «il pieno utilizzo degli strumenti di flessibilità» del Patto di Stabilità, in un più moderato «buon uso». Una modifica che non è piaciuta a Matteo Renzi che, all uscita del prevertice dei leader socialisti e democratici, ha ricordato che il via libera a Juncker sarà dato solo se ci sarà «un documento che indica chiaramente in che direzione vuole andare l Europa». Tutti gli ammonimenti tattici che precedono ogni summit Ue questa volta sono stati interrotti dalla cerimonia di commemorazione. I leader hanno inaugurato insieme la «panchina della pace» e si sono recati insieme alla Porta di Menin, dove sono scritti i nomi dei caduti britannici e del commonwealth della Grande Guerra. Allineati sotto il grande arco i capi di Stato e di Governo hanno ascoltato insieme i trombettieri intonare le note solenni del «Last Post», il saluto ai caduti. «Questa non è una commemorazione per la fine della guerra, di una battaglia o di una vittoria», ha detto il presidente uscente del Consiglio Ue, Herman Van Rompuy, ma si tratta «di come potrebbe iniziare» un conflitto. Anche se la Grande Guerra è finita nel 1918, ha aggiunto, «la follia collettiva del 1914 non fu dissipata veramente che nel 45, o meglio nell 89». Nel corso della cerimonia la Cancelliera tedesca Angela Merkel, in un sobrio vestito scuro, è stata sempre vicino al premier David Cameron, quasi a voler segnalare la sua buona volontà nel non isolare la Gran Bretagna. Ma quanto alla richiesta della diplomazia inglese di non legare le commemorazioni ad alcuna «propaganda europeista» non c è stato niente da fare. È stata la stessa Merkel a dire che la cerimonia «ci mostra che viviamo in tempi buoni grazie all esistenza dell Unione europea e al fatto che abbiamo imparato la lezione della storia». La Cancelliera si appresta a celebrare la sua ennesima vittoria diplomatica in Europa e ieri si è concessa anche una passerella quando all arrivo ha stravolto il protocollo: ha lasciato Van Rompuy ad attenderla in piedi davanti al museo fiammingo ed è andata a stringere le mani della folla tra gli applausi. Cameron invece non è sembrato affatto commosso dalla lezione della storia. Fino a ieri mattina ha continuato a ripetere che si batterà contro la nomina del federalista Jean-Claude Juncker «fino alla fine». Dalla sua parte però è restato solo il controverso leader ungherese Victor Orban. Anche il presidente francese Francois Hollande ha detto che se Cameron vuole un voto su Juncker «allora si faccia una votazione. Per l Europa è arrivato il momento di dire cosa vogliamo in termini di persone e di politiche». La tempistica messa a punto nel vertice dei conservatori prevede che da questo summit esca solo la nomina di Juncker a presidente della Commissione, nonostante le richieste dell Italia di definire anche le altre cariche importanti. Poi ci saranno due settimane di tempo per cercare di rimarginare la ferita dell isolamento britannico e i leader si vedranno in una nuovo summit il 17 e 18 luglio, dopo il voto del 16 luglio del Parlamento europeo per la ratifica di Juncker.A quel punto, avendo anche approvato il documento programmatico della nuova Commissione, ci si concentrerà sulla nomina delle altre cariche ai vertici comunitari. In quella fase però sarà più difficile per l Italia ottenere la poltrona di Alto Rappresentate per la politica estera della Ue, reclamata per il ministro Federica Mogherini. Dopo il via libera a Juncker e qualche frase sulla flessibilità nelle regole di bilancio, l Italia non ha altre contropartite da dare e Merkel vuole completare il suo capolavoro offrendo la possibilità di una ritirata strategica a Cameron. «Penso - ha detto ieri la cancelliera - che possiamo trovare dei buoni compromessi con la Gran Bretagna». 7

8 Del 27/06/2014, pag. 14 L unico valico di passaggio, in mezzo al deserto, è controllato dai jihadisti Ci fermano e ci minacciano, non possiamo fare nulla. La gente è terrorizzata Alla frontiera con i camionisti che sfidano i ribelli iracheni Vogliono prendersi la Giordania FABIO SCUTO DAL NOSTRO INVIATO KARAMEH (FRONTIERA GIORDANIA-IRAQ) LA LINGUA nera dell asfalto si perde fino a diventare un puntino seguendo le linee delle dune. Alle spalle 350 chilometri di deserto giordano per raggiungere Amman, davanti 500 chilometri di deserto iracheno per arrivare a Bagdad. L unico valico di passaggio fra Giordania e Iraq in questo mare di sabbia è adesso dal lato iracheno nelle mani delle milizie tribali, dopo che domenica in una furiosa battaglia con i guerriglieri dell Isis l Esercito islamico dell Iraq e del Levante i soldati di Bagdad si sono ritirati. Non solo dalla frontiera, ma dall intera provincia di Anbar, lasciando campo aperto all Isis e alle milizie tribali sciite come raccontano i pochi camionisti in arrivo dall Highway n.1. «C è una rivoluzione in corso dall altra parte», dice Ibrahim Hassan, camionista siriano mentre scende dal bestione sul piazzale dal lato giordano del confine. «Vengo da Ral acronimo lì si è sparato di brutto. Le Bandiere Nere dell Isis? No, non le ho viste, ma da Ramadi a qui non ho visto un solo soldato iracheno, eppure sono centinaia di chilometri». Hassan Abbas, autista iracheno, descrive la situazione nel suo Paese come una «rivolta contro le ingiustizie degli sciiti e il governo del loro premier Al Maliki». «Si è vero ci sono combattenti che controllano il posto di frontiera iracheno, ma non sono miliziani del Daesh», spiega Hassan, usando arabo dell Isis. Ma non tutti sono così tranquillizzanti. Jamal Saket, un altro camionista iracheno che ha guidato da Bagdad fino a qui racconta delle invece di essere stato «fermato più volte lungo la strada da uomini armati e mascherati che hanno messo checkpoint lungo la strada». «Mi hanno chiesto i documenti, cosa trasportavo e chi era il destinatario del carico. Chi erano? Ero in una situazione in cui le domande le potevano fare solo loro», racconta sempre Saket, «sì le voci corrono in Iraq sui massacri dell Isis, in certe zone la gente è in fuga per il terrore, più dai villaggi che non nelle città». La sconfitta dell Esercito iracheno e l arrivo dell Isis nella provincia irachena di Anbar, che condivide con la Giordania 180 chilometri di una frontiera che è una linea tracciata nella sabbia giusto cent anni fa, ha fatto subito sentire Amman più vulnerabile. Perché il regno hashemita, è un santuario chiave dove jihadisti e salafiti hanno messo radici. Dall inizio della guerra civile in Siria poi, i jihadisti dell Isis e di Jabhat al Nusra si sono spostati di frequente lungo il confine Giordania-Siria. L esercito giordano ha cercato di reprimere questo traffico transfrontaliero ma finora non ha portato a un solo arresto. La situazione sembra calma, ma anche il Brigadier Generale Saber Mahayarah che comanda la Border Guard non si fida. «Abbiamo dislocato molti rinforzi lungo la frontiera per impedire pericolose infiltrazioni fin da domenica scorsa». «Questa frontiera è un elemento chiave della sicurezza nazionale giordana», dice il generale Mahayarah nel suo ufficio nel Quartier Generale di Zarqa. Ma è innegabile che è difficile da controllare. C è solo la Highway n.10 che attraversa questo deserto aperto, ma le dune attorno namadi, 8

9 scondono decine di piste che battevano i carovanieri nel secolo scorso e che oggi si fanno con la jeep. I tank spuntano dalla sabbia, i posti di controllo sono stati raddoppiati, il confine è stato disseminato di sensori. Ma certamente è in cielo che c è molto più traffico: satelliti, aerei spia, droni. Gli Alleati americani stanno mettendo in campo tutto il loro sostegno militare e sono pronti ad elevarlo. Il timore del contagio jihadista allarma la corte di re Abdallah di Giordania e la parola d ordine è: calma. Il regno hashemita è diventato un banco di prova fondamentale di Stati Uniti e Arabia saudita per il sostegno ai ribelli siriani, ma anche la retrovia di Washington per l Iraq e che adesso però è quasi prima linea. Da mesi sono presenti in Giordania mille uomini delle Forze speciali Usa pronti per l impiego, la Cia ha in corso in una base nel sud un programma di addestramento di uomini del Free Syrian Army che vale da solo 287 milioni di dollari. Americani, inglesi, francesi, sauditi, arabi del Golfo, riempiono gli alberghi di Amman, ma anche russi, cechi, ceceni, pachistani. Sono consulenti, contractors, ong, charities, merchant banker, umanitari, esperti di diritto, traders, rappresentanti di multinazionali legate alla Difesa. Amman in questi giorni è certamente la città al mondo con il più alto numero di spie per chilometro quadrato. Il fronte interno giordano non è meno pericoloso. «Quasi un milione di siriani sono in Giordania, come non pensare che ci siano state delle infiltrazioni jihadiste o che si siano riattivate cellule dormienti? E poi come ci dobbiamo spiegare il fatto che ci sono jihadisti giordani che combattono in Siria e in Iraq», dice Oraib Rantawi, direttore dell Istituto Al Quds per gli Studi Politici. Già la scorsa settimana dopo la caduta di Falluja nelle mani dell Isis in Iraq, a Maan città del sud della Giordania tradizionale centro islamista e anti-monarchico qualche centinaio di estremisti è sceso per strada inneggiando alle vittorie e sventolando le bandiere nere dell Isil. Non è un bel segnale per l ultimo vero alleato arabo dell Occidente. Del 27/06/2014, pag. 7 Le mani di Damasco e Teheran sull Iraq Iraq. La Casa Bianca preoccupata per l intervento militare di Siria e Iran. Maliki balla da solo e si prepara al primo incontro del nuovo parlamento Rasha ha 28 anni, un bambino di tre anni tra le braccia e un altro in arrivo. Mercoledì ha camminato con il marito per chilometri verso il primo checkpoint utile per il Kurdistan. Il suo villaggio, Hamdaniya, ultimo target dei miliziani islamisti, è oggi una comunità fantasma: migliaia i civili in fuga verso Irbil, terrorizzati dalle conseguenze dell occupazione del gruppo estremista sunnita. Rasha spera di trovare un luogo dove rifugiarsi, altrimenti, sospira,«dormiremo in strada». Nelle stesse ore, quello che resta dell esercito governativo a cui si sono uniti nelle ultime due settimane due milioni di volontari sciiti combatteva a Balad, a nord della capitale. Scarsa la presenza di truppe regolari nelle regioni settentrionali, quasi del tutto occupate dai jihadisti e in parte controllate dai peshmerga curdi. Irbil sta ottenendo consistenti vittorie nella strada per l indipendenza, andando a prendersi le posizioni abbandonate dall esercito iracheno. Proseguono intanto gli scontri intorno alla raffineria di Baiji, parzialmente in mano all Isil, che ieri ha occupato altri pozzi di petrolio vicino Baghdad, a Mansouriyat al-jabal. Battaglia in corso tra esercito e miliziani anche all università di Tikrit, mentre bombe governative piovevano sul complesso presidenziale della città natale di Saddam Hussein, il cui fantasma aleggia sull attuale crisi irachena. L autoritarismo del rais, che seppe tenere insieme etnie e sette religiose, è oggi motivo di rimpianto per molti in Iraq. Come funghi riappaiono le milizie baathiste, oggi al fianco dell Isil per riprendersi il paese. Un alleanza vitale: i generali dell ex regime conoscono a 9

10 menadito il territorio e godono di un organizzazione militare di livello. La presa di Mosul, si dice, sarebbe stata possibile grazie al fondamentale intervento baathista, che scombina le carte del gioco delle alleanze regionali. Se, infatti, a destabilizzare l amministrazione Washington non fosse bastata l occupazione di un terzo del paese, invaso dalle truppe Usa e poi abbandonato non a godersi la democrazia, ma in preda a catastrofici settarismi interni, oggi ci si mette anche Damasco. Il regime di Assad, la cui caduta è da almeno tre anni l obiettivo della Casa Bianca, ha optato per un intervento nel vicino Iraq nello stile di quello perpetrato in casa: bombardamenti dell aviazione contro le postazioni jihadiste. Uno sconfinamento che il premier iracheno Maliki ha salutato con entusiasmo, al contrario dell alleato (quasi ex) statunitense. Tre giorni fa aerei militari siriani hanno preso di mira la provincia sunnita di Anbar. Colpita la città di Al Qaim, al confine tra Iraq e Siria e caduta nelle mani dell Isil che ha potuto così proseguire indisturbato il traffico di armi e miliziani da una parte all altra della frontiera. Domenica jeep Usa in dotazione all esercito iracheno correvano per le strade della provincia di Aleppo. Ieri il governo di Baghdad ha confermato i bombardamenti, provocando la reazione del segretario di Stato Usa. Kerry, che a inizio settimana ha fatto visita a Maliki per convincerlo a cedere alla creazione di un governo di unità nazionale, se ne è ripartito a mani vuote, imbarazzato dal no del premier che ha nella pratica smentito la notizia di un nuovo esecutivo di larghe intese che lo stesso Kerry aveva dato per certo. «Abbiamo reso chiaro a tutti nella regione che non abbiamo bisogno di interventi che possano esacerbare le divisioni ha detto Kerry da Bruxelles È importante che niente infiammi i settarismi». Un discorso chiaramente rivolto a Damasco e Teheran, già attivi: la Siria vuole impedire una crescita sproporzionata dei gruppi di opposizione al regime e l Iran (che starebbe inviando armi automatiche e missili, oltre a droni di ricognizione) intende usare Baghdad come piede di porco per ribaltare definitivamente gli equilibri mediorientali, oggi favorevoli alle petromonarchie sunnite del Golfo. Seppure gli interessi di Washington siano inaspettatamente gli stessi dei due nemici, Obama non può permettersi di lasciare spazio di manovra a Teheran né rafforzare indirettamente il regime di Damasco senza gestirne modalità e conseguenze. In casa Maliki balla da solo e, dopo aver rifiutato i caldi inviti della Casa Bianca a farsi da parte, ha detto ieri di volersi attenere alle tempistiche previste dalla legge: martedì il parlamento eletto a fine marzo si riunirà per nominare il presidente a cui spetterà il compito di indicare il capo del governo. Maliki tenta di destabilizzare il frammentato fronte delle opposizioni per garantirsi la maggioranza: da una parte, accusa le fazioni sunnite di aver complottato con l Isil per riconquistare Baghdad; dall altra usa la chiamata alle armi del leader religioso sciita Al-Sistani per convincere i partiti sciiti ad aderire al suo governo. In un simile contesto, l Arabia saudita finanziatore dei gruppi radicali sunniti in Siria e Iraq non resta a guardare: il re Abdallah al-saud, che oggi incontrerà Kerry, ha fatto sapere di voler prendere tutte le misure necessarie alla salvaguardia degli interessi nazionali. Ovvero, delle reti di potere occulte diramate in tutto il Medio Oriente. del 27/06/14, pag. 15 Libia: il martirio di Salwa, l avvocata delle donne di Lorenzo Cremonesi Cosa poteva fare Salwa contro i suoi assassini? Cosa poteva fare una donna di 47 anni, forte solo delle sue idee, delle sue convinzioni, del suo coraggio morale, contro quattro o 10

11 cinque giovani uomini armati di coltelli e pistole, ciechi di fanatismo religioso, decisi ad ucciderla? Dall ospedale di Bengasi i bollettini medici parlano di un aggressione brutale, senza scampo. Sembra sia stata accoltellata più volte. Ma la ferita letale è stata un proiettile alla testa. Alla camera operatoria è giunta in coma, per spirare subito dopo. Pare che una guardia del corpo sia stata ferita. Invece non si sa nulla del marito, Essam Ghariam: rapito, fuggito o nascosto? A casa non c è. Così è morta mercoledì pomeriggio 25 giugno Salwa Bugaighis, solo poche ore dopo aver votato sorridente per il rinnovo del parlamento. E con lei è morta un poco di più anche la speranza di una rivoluzione democratica frutto della «primavera araba», si è ulteriormente afflosciato l ottimismo di una Libia libera finalmente dai fantasmi del dopo Gheddafi ed emancipata dalla minaccia qaedista. La morte di Salwa è in realtà l ennesimo grido di dolore che arriva dalla parte migliore, più aperta del mondo arabo. Una richiesta di aiuto e allo stesso tempo un urlo di disperazione. «Guardavamo a voi occidentali. Speravamo di poter diventare come voi. Avere il vostro benessere, i vostri media, la vostra democrazia, la vostra libertà di viaggiare, pensare e vivere. Ma ci stanno uccidendo. Lentamente stiamo morendo»: questo gridano le avanguardie di intellettuali, professionisti, studenti che solo tre anni fa erano pronti a morire in piazza pur di rovesciare le dittature. E Salwa, l avvocatessa Bugaighis, era una di loro, a pieno titolo. La sua figura troneggia nelle memorie delle giornate concitate della sommossa contro Gheddafi a Bengasi nel febbraio-marzo Lei con la sorella Iman, docente universitaria appena poco più anziana, sono figlie d arte. Il padre era stato cacciato in esilio tre decadi fa per la sua critica alla dittatura. Soprattutto Salwa fu parte trainante di quel piccolo gruppo di avvocati e intellettuali legati alla facoltà di legge nella capitale della Cirenaica che nei primi mesi cercò di organizzare e guidare la rivoluzione. «Magari moriremo. E allora? La storia non morirà. E la storia sta con noi. Noi siamo nel giusto», diceva lei convintissima. C era sempre, a ogni riunione, alle manifestazioni, alle commissioni, a cercare di dare risposte per noi giornalisti stranieri. Bella, alta, il vestito e i capelli sempre curati, il sorriso determinato. Insisteva nel dire che le donne non avevano alcun obbligo di mettere il velo, neppure di fronte al montare dei bigotti islamici. Venne subito eletta nel Consiglio Nazionale Transitorio. E lei si impegnò immediatamente nel garantire i diritti delle donne, dei più deboli. Meno di tre mesi dopo la sua elezione nel primo parlamento si dimise sostenendo che le donne dovevano avere più voce. Già sentiva che specie dalla Cirenaica gli islamici radicali stavano diventando una minaccia. Ultimamente ne parlava di continuo nel suo nuovo ruolo di vice-presidente del Comitato per il Dialogo Nazionale. Ma era diventata anche più fatalista, consapevole dei pericoli, eppure sprezzante. «Non hai paura di tornare a Bengasi per le elezioni?», le abbiamo chiesto incontrandola due settimane fa nella hall dell hotel Al Waddan a Tripoli. «Non posso tirarmi indietro. Bengasi è la nostra trincea. Devo esserci». Ora non parlerà più. La sua scomparsa ricorda il senso di disarmante impotenza di cui scrisse pagine memorabili Stefan Zweig, prima di morire suicida nel 1942 di fronte al deserto del nazismo. Salwa: ovvero la forza del coraggio civile, dell intelligenza critica, tanto preziosa, eppure tanto vulnerabile di fronte alla brutalità dell intolleranza. Del 27/06/2014, pag. 7 Abu Mazen sulla graticola 11

12 Territori Occupati. La vicenda dei tre ragazzi ebrei scomparsi, quasi certamente rapiti, in Cisgiordania si sta trasformando una disfatta per il presidente dell Anp Abu Mazen, costretto a ribadire la collaborazione di sicurezza con Israele tra lo sdegno dei palestinesi che fanno i conti con il pugno di ferro delle forze di occupazione Come e quando si concluderà la vicenda dei tre giovani israeliani scomparsi il 12 giugno in Cisgiordania nessuno lo sa. Le uniche certezze al momento sono la punizione collettiva che sta subendo larga parte della popolazione palestinese nelle ultime ore è spirato un giovane di 24 anni, Mustafa Aslan, ferito dai soldati israeliani a Qalandiya ed è morta una anziana di 78 anni, Fatima Rushdi, colpita da infarto durante un raid dei militari nel suo campo profughi, Arroub e il crollo d immagine dell Autorità nazionale palestinese e del suo presidente Abu Mazen. Perchè se è vero che le operazioni militari israeliane hanno anche lo scopo di colpire il movimento islamico Hamas (accusato da Israele del rapimento dei tre ragazzi), è ormai chiaro che da questa storia Abu Mazen esce con le ossa rotte, preso a pugni da israeliani e palestinesi. Le sue dichiarazioni a favore della cooperazione di sicurezza con l intelligence israeliana, hanno riscosso l approvazione delle capitali occidentali ma non hanno smussato l aggressività dei dirigenti israeliani. Non solo, hanno provocato forte sdegno tra i palestinesi che da due settimane fanno i conti con i raid dei soldati in città, villaggi e campi profughi e sono costretti ad aggiornare l elenco di morti e feriti. «Abu Mazen è un mega terrorista», ha proclamato ieri Naftali Bennett, ministro e leader del partito ultranazionalista israeliano Casa ebraica. Motivo? Il governo dell Anp garantisce sussidi ai prigionieri politici e alle loro famiglie. Non sono più leggeri i commenti che, per motivi totalmente diversi, fanno tanti palestinesi. Tra questi non pochi portano i segni delle manganellate che la polizia agli ordini di Abu Mazen ha inferto a chi è sceso in strada per protestare contro le operazioni militari israeliane. Appena tre settimane fa il presidente palestinese godeva di una popolarità mai registrata in questi ultimi anni. La sua decisione di andare alla riconciliazione con Hamas e la determinazione con la quale ha formato un governo di unità nazionale con il movimento islamico, avevano fatto salire le sue quotazioni tra i palestinesi. Interessanti sono stati poi i successi diplomatici ha conseguito in questi ultimi tempi, dal riconoscimento statunitense ed europeo dell esecutivo Fatah-Hamas fino alla preghiera per la pace con il presidente uscente israeliano, Shimon Peres, tenuta a inizio giugno in Vaticano. Uno status inedito che impensieriva non poco il premier israeliano Netanyahu costretto ad affrontare il periodo diplomaticamente più difficile del suo mandato, specie nei rapporti con gli alleati americani. Dal 12 giugno è cambiato tutto. Dopo la scomparsa dei tre giovani ebrei, Abu Mazen, sotto la pressione delle accuse israeliane, si è precipitato tranquillizzare i suoi sponsor occidentali lasciando però senza parole una larga porzione di palestinesi. La sua credibilità è crollata. Sui social l uomo della riconciliazione è diventato un collaboratore e un traditore. Un cartoon che gira in rete lo mostra con l uniforme dell esercito israeliano. «E molto probabile che questa reazione popolare (contro Abu Mazen) continui ancora a lungo. E in tutta sincerità non escludo che Netanyahu abbia messo in azione il suo esercito allo scopo di delegittimare l Anp e il suo presidente», spiega Samir Awad, docente di scienze politiche all Università di Birzeit, in Cisgiordania. Per il suo collega Naji Sharab, dell università Al-Azhar di Gaza, «Si tratta di una operazione (israeliana) con due obiettivi: smantellare completamente l infrastruttura di Hamas e mandare un messaggio forte all Autorità palestinese, ossia che il suo ruolo è rivolto alla sicurezza di Israele e non quello di esercitare una sovranità». Se sarà confermato il coinvolgimento del movimento islamico nel sequestro dei tre israeliani, per Abu Mazen il quadro si complicherà ulteriormente: sarà costretto, dalle pressioni israeliane e occidentali, a rigettare l accordo di riconciliazione con Hamas perdendo la faccia davanti agli occhi della sua gente senza per que- 12

13 sto riottenere il pieno appoggio dei suoi sponsor internazionali. Ci guadagnerebbero solo gli islamisti e il premier israeliano Netanyahu. Del 27/06/2014, pag R2/DIARIO Sarajevo, i ragazzi che scatenarono la Grande Guerra ROBERTO SAVIANO FU IL pretesto, la miccia che incendiò la secca prateria europea. L'inizio simbolico, la scusa: non c'è libro di scuola che non ricordi così l'attentato a Sarajevo del Quel giorno è diventato l'archetipo dei pretesti. A considerarlo così, un pretesto, ci si dimentica di come andarono le cose. Pochi ricordano il nome dell'uomo che sparò, né come andò quell'attentato perpetrato tra errori ridicoli, scene persino comiche e coincidenze inaspettate. L'attentato fu opera di un ragazzino di vent'anni, fanatico, pieno di letture e di sogni nazionalisti. Dai suoi due spari, come conseguenza, discesero trenta milioni di morti macellati nel più grande conflitto armato cui il mondo avesse mai assistito. E tutto nacque in serate passate in stanza tra amici, in pomeriggi pigri con mani dietro la nuca e occhi a fissare il soffitto, senza nemmeno i soldi per il tabacco e il vino. La storia è raccontata in Una mattina a Sarajevo di David James Smith, appena pubblicato dalla LEG, piccola, coraggiosa casa editrice goriziana. Smith racconta che negli anni precedenti all attentato nacque un organizzazione politico-rivoluzionaria denominata Mlada Bosna (Giovane Bosnia), che aveva come obiettivo la liberazione dall Impero austro-ungarico. Uno dei suoi membri, il carpentiere musulmano Mehmed Mehmedbasic, aveva progettato di uccidere il generale Oskar Potiorek, governatore di Bosnia ed Erzegovina, ma quando fu annunciata l imminente visita a Sarajevo dell erede al trono d Austria, il suo compagno Danilo Ilic lo convinse a cambiare bersaglio: Francesco Ferdinando sarebbe stato una vittima di maggior valore. Per raggiungere un obiettivo così alto però bisognava trovare armi e uomini. Ilic reclutò allora il suo compagno quasi ventenne di stanza, Gavrilo Gavro Princip, che a sua volta chiamò Nedeljko (Nedjo) Cabrinovic, operaio anarchico 19enne, e un altro amico di letture, Trifko Grabez, studente diciottenne con il sogno ossessivo di vivere in una nazione slava a cui avrebbe immolato il suo sangue. Il legame tra loro? I libri che si scambiavano, l odio per l aquila asburgica, la voglia di vedere stato slavo indipendente e un generica inquietudine al pantano politico sociale che vedevano. Le bombe e le pistole vennero fornite da varie società segrete che, come la Mlada Bosna, covavano odio nei confronti degli Asburgo ma non avevano alcun progetto vero di riforma sociale né di insurrezione: volevano sostituire gli uomini voluti dagli Asburgo ai vertici delle istituzioni con i loro. Seppero quindi sfruttare la vampata di rabbia e temerarietà di questi studentelli e operai. Il 28 maggio, Gavro, Nedjo e Trifko partirono da Belgrado con le loro armi per Sarajevo, dove, dopo un viaggio difficile e rischioso, trovarono ad aspettarli altri compagni che nel frattempo si erano uniti al gruppo complottista: Vaso e Cvjetko, studenti rispettivamente di diciassette e sedici anni. Il 27 giugno, fu Danilo a dare disposizioni: consegnò una bomba e una pistola ciascuno a Vaso e Cvjetko e, basandosi sull itinerario previsto per la sfilata imperiale, assegnò a entrambi una postazione sul lungofiume. Verso sera incontrò Mehmedbasic al caffè Mostar: diede anche a lui una bomba e le istruzioni necessarie. Quella stessa sera Gavrilo era a una festa di studenti ma non si divertì, raccontarono i testimoni, assorto nei suoi pensieri. Non 13

14 dava confidenza a nessuno, si isolava. La mattina del 28 giugno Nedjo, Trifko e Gavrilo si incontrarono con Danilo alla pasticceria Vlajnic, all angolo del lungofiume Appel, come da programma. Qui i ragazzi ricevettero il cianuro: dal principio, infatti, era stato chiaro che, attentato riuscito o meno, il suicidio sarebbe stato l ultimo gesto dei congiurati, in modo da proteggere tutti i complici e le organizzazioni coinvolte. Nedjo, con la sua bomba in tasca, fece un gesto tenero, a dimostrazione di come fossero tutti dei ragazzini, andò in uno studio fotografico e si assicurò che gli scatti realizzati fossero poi spediti alla nonna, alla sorella e agli amici di Belgrado, Zagabria e Trieste. Si diresse subito dopo verso la postazione assegnatagli, tra la sponda austroungherese del fiume e il ponte, in un punto dove sperava di poter uccidere l arciduca senza ferire nessuno tra la folla. Alle circa il corteo di automobili imperiale passò davanti a Mehmedbasic ma questi, bloccato dal panico, nemmeno provò a fare qualcosa. A quel punto fu Nedjo a lanciare una bomba, che però mancò la vettura dell arciduca ferendo gli occupanti di quella successiva. Subito dopo aver lanciato, Nedjo ingoiò il cianuro e si gettò nel fiume, ma il veleno si era deteriorato e gli avrebbe causato in seguito solo qualche scarica di diarrea, ed essendo in quel punto l acqua del fiume bassissima, si bagnò solo fino al ginocchio, sopravvisse comicamente a entrambi i tentativi di suicidio e fu arrestato. Incredibilmente la cerimonia non fu annullata, le misure di sicurezza dell epoca erano l esatto contrario di quelle di oggi. Dopo la bomba, l arciduca mantenne i suoi impegni, l auto degli eredi al trono proseguì quindi verso il Municipio per un incontro con il sindaco di Sarajevo. L unica precauzione che la polizia asburgica e la scorta dell arciduca presero fu di deviare il percorso del corteo. E fu proprio questa decisione ad essere fatale. Gavrilo, dopo aver inizialmente pensato che Nedjo avesse avuto successo, comprese invece che l arciduca era ancora vivo e si portò nei pressi del Ponte Latino, dove stava per passare la vettura imperiale. Qui avvenne però qualcosa di imprevisto: il generale Potiorek capì che il corteo stava erroneamente percorrendo l itinerario originario e quindi fermò l auto e chiese all autista di manovrare per continuare attraverso il lungofiume. Per compiere questa manovra, la vettura si fermò proprio davanti a Gavrilo che incredulo di avere dinanzi a sé gli eredi Asburgo estrasse subito la Browning di fabbricazione belga che aveva in tasca e sparò due colpì: il primo su Francesco Ferdinando, centrato alla spina dorsale; il secondo (destinato a Potiorek, secondo quanto disse poi Gavrilo al processo) sull arciduchessa Sofia. Subito dopo aver sparato ingurgitò il cianuro, ma anche la sua dose era deteriorata. Così cercò di spararsi con la pistola, ma fu bloccato dai presenti, che lo tennero fermo a calci e pugni fino all arrivo della polizia. L assassinio, tutt altro che inevitabile, era riuscito: alle le campane di tutte le confessioni religiose di Sarajevo suonavano all unisono annunciando la morte di Francesco Ferdinando e di Sofia, eredi al trono austro- ungarico. L Austria presenterà un mese esatto dopo l attentato dichiarazione di guerra alla Serbia. Al termine del processo, Gavrilo non chiese perdono, ma concluse il suo intervento con queste parole: «Noi amavamo il nostro popolo». Gli fu risparmiata la pena capitale per via della giovane età, così come prevedeva la legge. Venne condannato a vent anni di lavori forzati, con la pena suppletiva di un giorno di isolamento in una cella buia ogni 28 giugno e un giorno di digiuno al mese. Fu rinchiuso nel carcere ceco di Terezín, dove visse in condizioni pessime fino alla sua morte, sopraggiunta per tubercolosi ossea il 28 aprile Pochi mesi dopo la sua morte si concluse anche il grande conflitto mondiale scatenato dal suo gesto, che aveva messo in ginocchio e ridisegnato l Europa. Gavrilo Princip fu considerato un eroe da alcuni, un fanatico sbandato da altri, un ingenuo perché aveva ucciso proprio Francesco Ferdinando che, a differenza di suo zio Francesco Giuseppe, aveva in programma di concedere maggiore autonomia alla Serbia e ai popoli slavi in genere. 14

15 È strano coprire che tutto nacque dall inadeguatezza di ragazzi poco più che adolescenti, che amavano la lettura e sognavano una società più giusta. Dopo quell attentato molti giovani si arruolarono per andare a combattere in trincea, a cercare la fine gloriosa, in nome delle rispettive patrie. In realtà trovarono solo orrore, pidocchi, fango e crudeltà. Nessuna redenzione dal male, nessuna vita vera. Princip non generò nessun mondo migliore. Del 27/06/2014, pag MESSAGGIO TROVATO DA UNA GIOVANE A BELFAST Nei jeans un Sos dalla Cina Ci trattano come schiavi ENRICO FRANCESCHINI UNO schiavo o una schiava cinese ha infilato il suo messaggio nella tasca di un pantalone. Alla fine il messaggio è giunto a destinazione, dopo un viaggio intorno al mondo. Karen Wisinska di Belfast, in Irlanda del Nord, lo ha trovato nei jeans acquistati tre anni fa e mai indossati. Era un cartoncino in caratteri cinesi ma in cima c era scritto, in alfabeto latino, SOS. Il biglietto trovato nei jeans prodotti in Cina e acquistati a Belfast. Affidano le richieste di soccorso a una bottiglia. Uno schiavo o una schiava cinese ha infilato il suo messaggio nella tasca di un pantalone. Le probabilità che arrivasse in mano a qualcuno erano più o meno le stesse di quelle di un uomo abbandonato su un isola in mezzo all oceano. Eppure alla fine il messaggio è giunto a destinazione, dopo un viaggio intorno al mondo conclusosi nell armadio di una casa vicino a Belfast, in Irlanda del Nord. Karen Wisinska aveva acquistato un paio di calzoni sportivi stile cargo da Primark, una catena di grandi magazzini a basso prezzo, nel capoluogo dell Ulster tre anni fa, ma non li aveva mai indossati perché la chiusura lampo era difettosa. La settimana scorsa, preparando la valigia per una vacanza, li ha tirati fuori dal guardaroba e ha notato che una tasca era rigonfia, come se ci fosse dentro qualcosa. Ha slacciato un bottone, ci ha messo la mano dentro e ha estratto un biglietto accuratamente ripiegato. Era un cartoncino scritto in caratteri cinesi, per cui non poteva comprenderne il significato, ma in cima c erano, in alfabeto latino, tre parole che chiunque conosce, in tutte le lingue: «SOS», seguita da un punto esclamativo. Il segnale internazionale di richiesta di aiuto. Non ancora completamente convinta, ha fotografato il biglietto, lo ha messo sulla propria pagina di Facebook e chiesto agli amici se qualcuno era in grado di decifrarlo. Quando ha ricevuto una prima bozza di traduzione è rimasta scioccata: «Era stato scritto da qualcuno che evidentemente lavorava in condizioni di schiavitù in una prigione cinese». A quel punto si è rivolta ad Amnesty International e la sua impressione è stata confermata: il messaggio sembra provenire dal Gulag di Pechino, dove apparentemente i detenuti sono costretti a lavorare in condizioni disumane per produrre articoli da vendere poi alle grandi aziende occidentali. Il prigioniero o la prigioniera cinese avrebbe confezionato personalmente i pantaloni per la Primark, rischiando la vita per nasconderci dentro il suo Sos. «Siamo detenuti nella prigione Xiangnan di Hubei, in Cina», afferma il biglietto. «Da molto tempo lavoriamo in carcere per produrre abbigliamento per l esportazione. Ci fanno fare turni di 15 ore al giorno. Quello che ci danno da mangiare è perfino peggio di quello che si darebbe a un cane o a un maiale. Siamo tenuti ai lavori forzati come animali, usati come buoi o cavalli. Chiediamo alla comunità internazionale di condannare la Cina per questo trattamento disumano». Commenta Patrick Corrigan, direttore di Amnesty in 15

16 Irlanda del Nord: «È una storia orribile. Naturalmente sarà molto difficile appurare se è genuina, ma abbiamo il timore che sia solo la punta di un iceberg». La Primark ha aperto immediatamente un inchiesta. «Tre quarti dei pantaloni di quel tipo sono stati acquistati da noi all inizio del 2009», dice un portavoce dei grandi magazzini alla Bbc. «Troviamo un po strano che il biglietto sia venuto alla luce solo ora, quando i pantaloni sono stati comprati nel Contatteremo la cliente per farci dare l indumento e per proseguire le indagini. Dal 2009 ad oggi la Primark ha condotto nove ispezioni dei nostri fornitori per verificare il rispetto degli standard etici in Cina e altrove, e nessun caso di lavori forzati, lavori in prigione o altre violazioni è mai stato riscontrato». Si tratta tuttavia della stessa azienda coinvolta, insieme ad altre marche d abbigliamento occidentali, nel crollo di uno stabilimento in Bangladesh in cui morirono più di 1100 persone: criticata per non avere denunciato le insufficienti condizioni di sicurezza dello stabile, la Primark ha finora pagato 12 milioni di dollari (8 milioni di euro) di indennizzo ai familiari delle vittime e sostiene di avere moltiplicato le ispezioni dei suoi fornitori. Non è la prima volta che un capo d abbigliamento della Primark viene ritrovato un biglietto con richieste di soccorso da parte di presunti schiavi dell industria del fashion in Cina o in altri paesi in via di sviluppo. Il boom del settore tessile nel Terzo Mondo è uno dei motori della globalizzazione e sta portando milioni di famiglie fuori dalla povertà. Ma l altra faccia della crescita è lo sfruttamento. E talvolta per denunciarlo non c è altro mezzo che un messaggio in una tasca di pantaloni. 16

17 INTERNI Del 27/06/2014, pag. 6 Rivolta in Forza Italia in 37 per il Senato elettivo Nel Pd 19 dissidenti Oltre la metà del gruppo contrario alla riforma Renzi Presto l assemblea con Berlusconi. Allarme preferenze GIOVANNA CASADIO CARMELO LOPAPA L ESATTO contrario di quanto prevede il pacchetto Renzi, pur blindato da Verdini e Romani. Alla base c è il panico da rielezione di molti parlamentari. Ma ha funzionato da miccia l incontro in streaming del premier coi Cinque stelle e quell apertura alle preferenze nella legge elettorale che a parecchi forzisti proprio non va giù: «Se passano, facciamo saltare tutto» è la minaccia che nel centrodestra sta prendendo corpo. Al Senato ma anche alla Camera, dove il capogruppo berlusconiano Brunetta chiama in gran segreto i colleghi nemici del patto delle riforme e con loro invoca e ottiene una riunione plenaria per la prossima settimana, alla presenza dell ex Cavaliere. All assemblea del gruppo a Palazzo Madama invece ieri mattina Berlusconi non si è presentato. Verdini e Romani lo avevano raggiunto a Grazioli con Giovanni Toti e Maria Rosaria Rossi prima di chiamare a rapporto i senatori, rassicurandolo sulla tenuta. E invece salta tutto. Verdini e Romani puntano a chiudere in poche battute la riunione: «Dunque, la riforma va approvata così com è, al più con qualche modifica, ma il patto deve reggere su tutto, altrimenti rischiamo di veder saltare anche l Italicum», mette in guardia coi consueti metodi spicci il senatore toscano, gran tessitore dell intesa. Toti e la Rossi nemmeno parlano. Ma a quel punto si scatenano i senatori. Parte Augusto Minzolini, e a seguire Razzi, Caliendo, Zuffada e altri ancora. Tutti a favore del Senato elettivo e dunque intenzionati (con una quarantina di emendamenti) a stravolgere il testo del governo. L ex direttore del Tg1 è il più agguerrito, primo firmatario delle proposte di modifica. «Io non voto questa riforma. Non cadiamo nel tranello di Renzi alza i toni Lui minaccia il voto ma non può fare nulla, non andrebbe mai alle elezioni col Consultellum. I senatori devono essere eletti dal popolo». Dopo, è un coro. Altri come Cinzia Bonfrisco stanno per intervenire per rincarare. Al punto che Verdini e Romani sono costretti a sospendere i lavori e rinviare tutto a martedì prossimo. A Silvio Berlusconi toccherà presentarsi di persona per far rientrare i ribelli, se ne avrà ancora il potere e la forza. È un leader dimezzato, fiaccato e in attesa di una nuova pesante sentenza. Già, proprio la sentenza Ruby in appello, che segue la condanna in primo grado a sette anni per prostituzione minorile. A partire dal 18 luglio è atteso il pronunciamento del secondo grado di giudizio. Ed è qui che l ennesima vicenda giudiziaria di Berlusconi si intreccia con l agenda delle riforme. Il Pd punta ad accelerare e non poco. Da lunedì iniziano le votazioni in commissione sul testo Boschi. Il capogruppo Zanda e i dem vorrebbero chiudere nel giro di una settimana per approdare in aula il prima possibile per strappare il primo ok alla riforma proprio entro la data fatidica del 18. «Fino a quel giorno, il capo forzista manterrà i toni bassi, dopo, tutto potrebbe succedere» è il tam tam nel Pd. Sul Senato elettivo del resto cresce la fronda anche tra i democratici. Ieri scadeva il termine per presentare i sub-emendamenti e 19 senatori pd, guidati da Chiti, Casson, Tocci hanno firmato proposte in favore dell elezione diretta e del mantenimento a certe condizioni dell immunità. Con loro, anche il popolare Mario Mauro, i sette di Sel capeggiati 17

18 da Loredana De Petris e i 14 fuoriusciti dal M5s. L ex ministro Mauro parla di «deriva autoritaria» nella strategia delle riforme. Come se non bastasse, è stato depositato un emendamento pd con una cinquantina di firme per ridurre il numero dei deputati. Fibrillazioni che tuttavia al Nazareno vengono minimizzate. Che il premier sia intenzionato ad andare dritto per la sua strada lo si capisce dalla sortita del vicesegretario dem Lorenzo Guerini: «Il percorso procederà secondo la direzione e i tempi previsti». Convinti che anche le mine interne a Forza Italia saranno disinnescate da qui a qualche giorno. In ogni caso, un conto sarà la partita con numeri più risicati anche se ormai blindati dal Pd che si giocherà da lunedì in commissione Affari costituzionali, altra cosa in aula. Se pure il Carroccio e il M5s dovessero schierarsi con il partito del Senato elettivo, l asticella si fermerebbe più o meno intorno ai 134 senatori. Mentre la maggioranza pro-riforme è compresa in una forbice variabile tra i 163 e i 186. Il premier resta convinto di poter andare anche oltre. Non si raggiungeranno comunque i due terzi necessari per evitare il referendum confermativo, ma questo ormai Renzi lo ha messo nel conto. Del 27/06/2014, pag. 31 IL PARTITO DEL LEADER NADIA URBINATI I CITTADINI italiani si fidano di Renzi non dei partiti e, presumibilmente, neppure del suo partito. Quello che Diamanti chiama il Partito di Renzi non è, infatti, la stessa cosa del Partito democratico. Certamente non è politico nel modo in cui questo lo è. Il partito politico, anzi i partiti politici, non sono in declino da oggi, ma oggi il loro declino è ancora più abnorme proprio perché avviene insieme al successo di un partito del segretario. Il paradosso è che pare difficile capire come Renzi possa ridare onore ai partiti (al Pd, in questo caso) anche perché egli ha costruito il suo successo di audience proprio grazie a una martellante retorica contro i partiti, non escluso il suo. Certamente contro le dirigenze logore e attempate. La rottamazione è stata sia un apertura (ai giovani) che una chiusura (non solo alle vecchie generazioni ma anche) a un modo di essere del partito. Il Partito di Renzi è un partito nonpartito, nato come partito anti-partito. Merita ricordare che l attuale segretario del Pd ha conquistato l opinione e il governo del paese prima ancora di conquistare una maggioranza elettorale (o di essere eletto): un incoronazione ecumenica che è avvenuta fuori del partito a tutti gli effetti e fuori delle istituzioni. Nei media e sotto i gazebo. Ecco perché ha un senso chiamare questo fenomeno plebiscitarismo dell audience. Come si può ricostruire il partito partendo da qui? Per tentare di rispondere a questa domanda occorre cercare prima di tutto di capire da che cosa è caratterizzato il Partito di Renzi, ovvero che cosa faccia sì che i cittadini si fidino di esso molto più di quanto non si fidino del Partito democratico. Certo, le continue notizie sulla corruzione sono un fattore potente di sfiducia nella politica ufficiale, anche se non coinvolgono solo le vecchie dirigenze nazionali dei partiti ma anche imprenditori e poteri locali: cioè proprio quella parte d Italia che sembrava meno esposta alla tentazione del malaffare perché lontana da Roma. E invece vediamo che i poteri radicati sul territorio sono forse ancora più esposti alla corruttela. Ma questa denuncia morale dei partiti tradizionali, locali e nazionali, non basta a spiegare la grande popolarità del Partito di Renzi. C è dell altro. Per esempio, c è il fatto che il Partito di Renzi ha fatto saltare la struttura della catena di comando propria del partito politico. I partiti (e questo lo si vede soprattutto nel caso del Pd, proprio perché in origine non personalistico) erano strutture collettive, aristocrazie (o oligarchie, se si vuol essere severi) che hanno fatto e condiviso scelte e che ora danno 18

19 l impressione al comune cittadino di impedire che emergano responsabilità individuali. Quando emergono, perché la magistratura indica potenziali responsabili di illeciti, è comunque troppo tardi. Al contrario del partito strutturato per collettivo, il Partito di Renzi è identificato con il suo leader e mostra al mondo la dimensione personale. Ciò sembra convincere i cittadini che in questo caso, se non altro, vi è un responsabile individuale, visibile e senza coperture dietro dirigenze collettive. E del resto Renzi stesso ha reso assai popolare questa visione personale di responsabilità dichiarando spesso di metterci la faccia. Ci metto la faccia : questo un collettivo non può dirlo, sia esso una segreteria o un comitato centrale o un assemblea nazionale. Solo il singolo può metterci la faccia, enunciare la sua responsabilità senza rete. È evidente che nelle azioni politiche la responsabilità non è mai un fatto semplice da imputare perché tante e complesse sono le condizioni che portano a una decisione, non ultima una larga discussione dentro e fuori del partito, condivisioni di idee e visioni che corresponsabilizzano molti o diversi. Il segretario del partito politico è in questo caso rappresentativo di un progetto, di una narrazione che unisce molti (e idealmente dovrebbe convincere tanti), non però un artefice dell identità del partito in solitaria responsabilità. Ma anni di corruzione e malaffare ci hanno consegnato un altra immagine della responsabilità: quella giudiziaria che è comunque del singolo, di colui che risponde direttamente alla legge. Ecco dunque la tensione tra due dominii di responsabilità: quello politico, mai solitario e mai semplice; quello giudiziario, sempre del singolo. Nel secondo caso metterci la faccia ha più senso che nel primo caso. Si può dire quindi che il Partito di Renzi ha preso corpo a partire da una mentalità della responsabilità che è di tipo legale piuttosto che di tipo politico e che ha fatto breccia nell opinione proprio per il troppo abuso della legge che ha segnato questi anni lunghi e infiniti di politica irresponsabile. È qui, in questa torsione personale (individuale) della responsabilità, in questa espansione della dimensione giuridica (e giudiziaria) che va cercata l attrazione popolare del leader plebiscitario nell Italia democratica post-partitica. Un attrazione che si manifesta sia nel paese che nel Parlamento (dove il Partito di Renzi, non il Pd, fa da calamita che attrae consensi sbaragliando le opposizioni). Il Partito del leader è figlio di un epoca che ha incenerito la responsabilità politica, la quale in una democrazia è collettiva e complessa, raramente di un leader solo al comando. È figlio di una politica le cui storture hanno portato i responsabili nelle aule di tribunale, un luogo dove ciascuno è costretto a metterci la faccia. Il problema è che questa non è la responsabilità sulla quale il partito politico può rinascere come progetto, compagine collettiva unita da una visione di paese e non solo dal magnetismo del cavallo vincente. Del 27/06/2014, pag. 4 La riforma che non piace alle toghe Giustizia. Responsabilità civile, intercettazioni, elezioni del Csm: il provvedimento lunedì in Cdm. Velocizzazione dei processi penali e civili per smaltire i 9 milioni di procedimenti pendenti, ma anche maggiore controllo sul lavoro dei magistrati, cominciando con nuovi criteri di elezione dei membri togati del Csm per limitare il peso delle correnti, qualche paletto in più alla trascrizione delle intercettazioni per limitare la diffusione mediatica selvaggia, ma anche una limatura alla responsabilità civile diretta delle toghe introdotta con l emendamento della Lega alla legge Ue. 19

20 Non solo: arriva la stretta sul reato di associazione mafiosa, sul falso in bilancio e sull autoriciclaggio, l allungamento dei tempi di prescrizione che si dovrebbero fermare dopo il primo grado di giudizio e nuove regole per la confisca dei beni delle mafie. Il pacchetto di riforme che il Guardasigilli Andrea Orlando ha messo a punto per il Consiglio dei ministri di lunedì prossimo, stando alle prime notizie trapelate, ha l aria di una revisione strutturale di tutto il sistema giudiziario, come aveva chiesto il Consiglio d Europa dopo la condanna per le carceri sovraffollate. Una parte (la riforma dei codici di procedura penale e civile e l inasprimento delle sanzioni per i reati di mafia, di corruzione e finanziari) saranno probabilmente varati subito con un decreto legge o un ddl, mentre per tutto il resto al momento il governo si limiterà a proporre delle «linee guida» da discutere successivamente con i soggetti interessati, sulla scia della riforma della pubblica amministrazione della ministra Marianna Madia. Ma, sebbene il confronto del Guardasigilli con le associazioni e i sindacati di categoria delle soggettività interessate alla riforma continui anche in questi giorni a ritmo serrato ieri il ministro ha convocato l Anm e per oggi l Unione nazionale Giudici di pace, insieme alle altre organizzazioni dei giudici di pace e delle toghe onorarie dal mondo della giustizia si levano già alcune voci di protesta. Prima tra tutte, quella dei magistrati togati del Csm che temono un colpo di mano del governo a pochi giorni dalle elezioni del nuovo Consiglio, previste per il 6 e 7 luglio, visto il meccanismo del voto disgiunto che Orlando vorrebbe introdurre per disgregare le correnti (mentre gli 8 membri laici del Csm saranno eletti il prossimo 3 luglio dal Parlamento in seduta comune). Il nervosismo cresce però soprattutto attorno al tema della responsabilità civile diretta dei magistrati. L Anm si è detta «preoccupata» per le possibili misure. Il governo starebbe pensando a come intervenire per correggere l emendamento Pini al disegno di legge comunitaria 2011 passato alla Camera l 11 giugno scorso, mantenendo però la possibilità di opporre ricorso contro la magistratura. Nel Csm, per esempio, potrebbe nascere una sezione disciplinare separata per giudicare, in primo grado, l operato delle toghe. E una Corte per il secondo grado di giudizio composta anche da magistrati contabili e amministrativi. L associazione sindacale dei magistrati ha anche espresso al Guardasigilli preoccupazione per il nuovo sistema disciplinare e per le limitazioni alla trascrizione delle intercettazioni che, secondo le linee guida governative, dovrebbero essere solo riassunte, in modo da evitare la divulgazione dei testi. «Vogliamo capire bene prima di esprimerci è stato il commento della presidente della Commissione parlamentare antimafia, Rosy Bindi Per ora siamo solo agli annunci che però danno delle indicazioni, alcune più rassicuranti altre meno. Rassicuranti sono la norma sulla reintroduzione del falso in bilancio, l aumento dei tempi di prescrizione del reato di corruzione, alcune norme che riguardano in particolare la normativa antimafia, l aumento delle pene. Per quanto ci riguarda tutta la magistratura ci ha sempre detto che le intercettazioni sono uno strumento indispensabile e fondamentale». E infatti, secondo Matteo Orfini intervistato ieri dall Huffington post, «non ci sarà alcuna limitazione alle intercettazioni». Questo nodo si affronterà però dopo l estate. La priorità di Orlando ora è smaltire i 5 milioni di procedimenti civili pendenti e abbreviare i tempi lunghissimi delle cause che costano all Italia l 1% del Pil. Per questo il provvedimento che andrà lunedì in Cdm punta a trasferire in sede arbitrale una parte dei processi istituendo camere ad hoc presso i Consigli degli ordini degli avvocati. E a favorire il ricorso alla via stragiudiziale attivando procedure di negoziazione assistita da un avvocato, come nel sistema francese. 20

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