LA DEPORTAZIONE POLITICA DALL ITALIA: MEMORIA, STORIA, RICERCA

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1 La deportazione tra memoria e storia: lo stato della ricerca Introduzione LA DEPORTAZIONE POLITICA DALL ITALIA: MEMORIA, STORIA, RICERCA di Rossella Ropa I trasferimenti coatti dall Italia occupata alla Germania presentano una serie di situazioni che, per le cause che le determinano e le modalità con le quali sono vissute, fanno sì che si possa parlare di vari tipi di esperienza: diversa è infatti la deportazione politica da quella cosiddetta razziale o dall internamento dei militari italiani. Esiste, pertanto, l esigenza di definire in modo più specifico momenti, concetti, luoghi che riguardano il fenomeno, tentando di precisare, almeno in linea generale, una tipologia della deportazione che appare assai articolata e differenziata. Circa italiane e italiani vennero deportati in territorio tedesco negli ultimi venti mesi della seconda guerra mondiale. Di questi, circa erano i cosiddetti internati militari italiani (Imi): ufficiali e soldati delle Forze armate italiane catturati dalla Wehrmacht nei giorni immediatamente successivi all 8 settembre 1943 e internati negli Oflager gli ufficiali e negli Stammlager i sottufficiali e i soldati, campi subordinati all autorità del Comando supremo delle Forze armate tedesche 1. Altri erano uomini e donne fermati durante i rastrellamenti effettuati dalle unità tedesche e dagli apparati armati di Salò nelle retrovie del fronte o nel corso di azioni antipartigiane, trasferiti in Germania per essere utilizzati nella produzione di guerra come lavoratori coatti. Giunti a destinazione, furono alloggiati negli Arbeiterlager, dipendenti di norma dalle imprese che li impiegavano oppure dagli Uffici del lavoro (Arbeitsämter) 2. Oltre a queste, circa persone vennero deportate, con motivazioni politiche e/o razziali, avendo come destinazione il sistema concentrazionario nazista vero e proprio, dipendente dalle SS. Di questi circa erano ebrei, i quali vennero inviati in maggior parte nel campo di sterminio (Vernichtungslager-VL) di Auschwitz 3. Gli altri vennero invece inviati in campi di concentramento (Konzentrationslager-KL): Dachau, Mauthausen, Buchenwald, Flossenbürg e Ravensbrück 4. Di questi ultimi si occupa il saggio. 100 Affrontare il tema della deportazione politica dall Italia è compito non facile da espletare vista la mancanza di un filone storiografico, di una tradizione di studi su tale avvenimento 5. Se si prende in considerazione, infatti, la produzione culturale sull argomento 6 un dato appare saliente: la maggior parte delle conoscenze sulla deportazione provengono dalla memorialistica più che da studi storici: principalmente agli scritti di memoria, infatti, è andato il compito, almeno fino agli anni Ottanta, di sottrarre alla cancellazione le esperienze vissute dagli italiani nei Lager 7. La deportazione, dunque, ha conosciuto una sorta di rimozione storiografica: il silenzio tenuto dagli studiosi su questo argomento, risiede anche nel fatto che essa non poteva essere assimilata alla lotta armata, categoria con la quale era indagata la Resistenza in quel periodo; ma «il considerare la deportazione un evento eccezionale o peggio un accidente della guerra, è stato un grave errore degli storici sia perché molti antifascisti e partigiani combattenti, proprio in quanto tali vennero inviati in Lager, sia perché la deportazione fu un momento importante di resistenza, vissuta certo in modo diverso e lontano dall Italia» 8. Quello che può essere considerato il primo testo di ricostruzione storiografica compare soltanto negli anni Sessanta: I deportati italiani nei campi di sterminio ( ) di Valeria Morelli 9 ; in esso l autrice conduce una prima indagine sui principali campi di concentramento: Dachau, Buchenwald, Flossenbürg, Ravensbrück, Bergen Belsen, Auschwitz e Mauthausen riportando documenti di fonte tedesca e compilando una serie di elenchi di caduti per i vari Lager esaminati; inoltre, fornisce una stima sul numero dei deportati italiani morti - circa stima che appare oltremodo cauta 10. Alla fine degli anni Settanta vengono pubblicati, invece, i primi volumi che raccolgono la storia dei più importanti campi di concentramento in Italia, Borgo San Dalmazzo, Bolzano e la Risiera di San Sabba: Il Lager di Bolzano di Luciano Happacher 11, La Risiera di San Sabba di Ferruccio Folkel 12, Nella notte straniera di Alberto Cavaglion 13. Per avere una ricostruzione della storia del campo di Fossoli si dovrà aspettare il puntuale saggio di Luciano Casali, La deportazione dall Italia: Fossoli di Carpi 14. Queste ricerche forniscono un quadro, il più esaustivo possibile, delle strutture organizzative dei campi e della vita che vi si conduceva; fondamentali soprattutto per cominciare ad 101

2 analizzare le responsabilità del governo fascista della Rsi nella attuazione della pratica dell internamento che sfocerà poi nelle deportazioni successive. Lo studio dei campi italiani diviene essenziale, inoltre, per stabilire il numero di persone che vi transitarono, i motivi che portarono all arresto, le località da cui provenivano, ecc. Negli anni Ottanta - periodo positivo, fertile di testi non solo autobiografici 15 - cominciano a comparire numerosi studi sulla esperienza concentrazionaria. Innanzitutto è d obbligo ricordare la prima ricerca sistematica sull argomento avviata tramite la raccolta delle storie di vita degli ex deportati residenti in Piemonte, promossa dall Associazione nazionale ex Deportati (Aned) con il patrocinio della Regione, e che l università di Torino ha condotto in collaborazione con gli Istituti storici della Resistenza piemontesi 16. Iniziata nell autunno del 1981, la ricerca si protrae per oltre tre anni, sfociando poi nella pubblicazione del volume La vita offesa. Storia e memoria dei Lager nazisti nei racconti di 200 sopravvissuti, curato da Anna Bravo e Daniele Jalla 17. Vale la pena ricordare che nasce in questo modo l incontro tra storia orale e deportazione. Ed è ancora una volta per trasmettere il proprio messaggio alle nuove generazioni, che gli ex deportati non si ritraggono da questa iniziativa, con una motivazione ulteriore: contrastare la tendenza revisionista. Probabilmente è proprio questo obiettivo che rende possibile l incontro tra Aned, accademia e istituzioni, in un fronte di impegno assolutamente necessario per combattere i tentativi di stravolgimento della storia attuati dai revisionisti al fine di occultare o minimizzare i crimini nazisti. Questa feconda collaborazione darà poi luogo a numerosi convegni ed iniziative di studio i cui atti verranno puntualmente pubblicati: Il dovere di testimoniare 18, incontro tenutosi a Torino il ottobre 1983 nel cinquantesimo anniversario dell istituzione dei primi campi di concentramento nazisti e a quarant anni dalle prime deportazioni dall Italia; la tavola rotonda dal tema La conferenza di Wannsee 19, organizzata sempre dall Aned in collaborazione con la Comunità ebraica di Torino, con il patrocinio del Consiglio regionale del Piemonte, tenutasi a Torino il 20 gennaio 1987, nella quale viene analizzato il senso politico della pianificazione nazista per la soluzione del problema ebraico ; oltre a ciò, l incontro offre la possibilità di puntualizzare e screditare i tentativi di revisionismo. Il crescente impegno in ambito storiografico permette la pubblicazione, inoltre, di alcuni testi: I Lager nazisti. Per distruggere l uomo nell uomo 20, un felice tentativo di coniugare conoscenza storica e memoria autobiografica, in quanto in questo volume si ritrovano testimonianze di superstiti ma anche schede informative sui principali Lager; La deportazione nei campi di sterminio nazisti. Studi e testimonianze 21, curato da Federico Cereja e Brunello Mantelli, in cui vengono presi in esame i nodi storiografici fondanti per una ricerca sulla deportazione, con i quali gli studiosi dovranno fare i conti; Storia vissuta. Dal dovere di testimoniare alle testimonianze orali nell insegnamento della storia della seconda guerra mondiale 22, volume in cui sono raccolti gli atti del convegno internazionale svoltosi a Torino il 21 e 22 novembre 1986: una sorta di bilancio delle attività condotte nelle istituzioni scolastiche, da cui si rileva il modo in cui le testimonianze dei sopravvissuti sono rese e soprattutto recepite, la loro funzione formativa, i rapporti che si instaurano tra superstiti, insegnanti e alunni; Una storia di tutti. Prigionieri, internati, deportati italiani nella seconda guerra mondiale 23, atti del convegno tenuto a Torino il 2-4 novembre 1987 promosso dall Istituto storico della Resistenza in Piemonte, con la collaborazione dell Aned, dell Associazione Nazionale Ex Internati (Anei), dell Archivio Centrale dello Stato, con il patrocinio del Consiglio regionale del Piemonte. In questo caso la ricerca si allarga e vengono prese in considerazione diverse categorie di deportati, comincia ad essere analizzata anche la vicenda degli internati militari, coloro che furono deportati nei Lager dopo l 8 settembre 1943 perché non aderirono alla Rsi. Gli anni Novanta si aprono all insegna di un rinnovato interesse degli studiosi per l argomento: sempre più, accanto alla memorialistica, compaiono riflessioni, tentativi di confronto e analisi critiche. I motivi sono diversi, accanto a quelli segnalati in precedenza, assumono importanza anche fattori nuovi: una rilettura della Resistenza dove l interpretazione di essa come guerra di liberazione nazionale contro i nazisti occupanti viene posta in secondo piano 24, impostazione che si rivelava la meno adatta a far luce sulle responsabilità italiane nella deportazione e nello sterminio degli ebrei; una rilettura che attribuisce valore, inoltre, alle forme di opposizione civile, non armata, contro il nazismo e il fascismo: in questo senso, allora anche lo studio della deportazione trova spazio e acquista una sua valenza e legittimità. E ancora: la recrudescenza di atti di antisemitismo e di razzismo che sollecitano una nuova presa di coscienza sul ruolo avuto dall ideologia antisemita nella visione del mondo nazista e i risultati pratici - lo sterminio - che ne sono stati il prodotto. Da ultimo le celebrazioni per il cinquantesimo anniversario della Resistenza e della Liberazione che danno luogo a una ri

3 proposizione della vicenda della deportazione, non più affidata solo alla memorialistica. Fondamentale anche il ruolo svolto dall Aned che si è fatta promotrice di numerose iniziative in campo editoriale, l esempio più visibilmente incisivo è costituito dalla collana della casa editrice Angeli - che ha come simbolo che la contraddistingue il triangolo rosso, marchio nazista della deportazione politica - curata dall associazione e promossa dal Consiglio regionale del Piemonte; ben sei volumi hanno visto la luce nel corso di pochi anni: La circolare Pohl 25, atti della tavola rotonda tenuta il 21 febbraio 1989 a Torino, in cui sono stati discussi temi riguardanti l annientamento dei deportati politici attraverso il lavoro. Questo volume costituisce la continuazione di una serie di incontri che hanno avuto lo scopo di esaminare momenti e documenti tra i più significativi, nei quali le gerarchie naziste hanno messo allo scoperto, senza possibilità di equivoci, i loro propositi di annientare i loro avversari. Il proposito è mirabile poiché si cerca di mettere a disposizione sia materiale documentario - in questo caso il testo della circolare - sia fonti testimoniali di coloro che hanno vissuto in prima persona quello che veniva deciso nei documenti; il volume è poi arricchito da analisi storiografiche sul documento: un intreccio felice tra storia e memoria. Gli ultimi giorni dei Lager, volume che raccoglie gli atti del convegno internazionale tenuto il 6 febbraio 1990 a Torino; in esso, sulla base di nuove documentazioni proposte da insigni studiosi e con l ausilio di testimonianze, viene ricostruito il momento conclusivo dei Lager, quando sotto la spinta degli eserciti alleati i nazisti disposero le marce di evacuazione per impedire che i prigionieri venissero liberati e potessero testimoniare sugli atti abominevoli perpetrati nei campi: Il ritorno dai Lager 26, puntuale pubblicazione degli atti del convegno internazionale svoltosi a Torino il 23 novembre 1991, nella quale vengono prese in esame le vicende connesse al rientro in Italia dei superstiti, il reinserimento nel mondo dei vivi: lo stato di salute e le cure mediche, l accoglienza loro riservata, la ricerca di affetti stabili, la partecipazione politica, l inserimento nel mondo del lavoro; tali vicende sono oggetto di testimonianze individuali e di analisi da parte di studiosi, come consuetudine ormai consolidata. Escono poi, sempre nella stessa collana, Antifascisti, partigiani, ebrei a cura di Cesare Manganelli e Brunello Mantelli 27, Compagni di viaggio di Italo Tibaldi 28 e La deportazione femminile nei Lager nazisti, a cura di Lucio Monaco 29. Il primo è uno studio sui deportati dalla provincia di Alessandria, prima ricerca analitica in ambito provinciale, derivata dall inchiesta sulla deportazione politica in Piemonte. Il pregio principale dello studio consiste nella ricostruzione del contesto complessivo dal quale ha origine il fenomeno della deportazione nella provincia di Alessandria, prestando particolare attenzione alle categorie che vengono interessate dall evento: 267 tra politici, ebrei - 101, complessivamente più di un terzo di tutti i deportati - e militari italiani fatti prigionieri dopo l 8 settembre 1943, al centro dell indagine viene posto il grande rastrellamento della formazione partigiana Benedicta, evento che viene indagato in tutti i suoi aspetti. L impostazione data alla ricerca è tale da essere considerata esemplare per chi si dedica allo studio della deportazione italiana. Il secondo volume ricordato è opera di uno storico-testimone Italo Tibaldi, il quale, appena sedicenne, venne deportato a Mauthausen e in seguito ha sempre svolto ricerche sul fenomeno concentrazionario; in questo caso l indagine si incentra sui convogli dei deportati trasporti per ferrovia - che tra il settembre 1943 e il marzo 1945 partirono dall Italia diretti ai campi di concentramento; date, luoghi di partenza e di arrivo, composizione e dimensione dei convogli sono indicazioni, per la prima volta, raccolte in modo da fornire un tassello dei tempi, luoghi e modi della deportazione italiana; base documentaria preziosa per orientare la ricerca e stimolare nuove indagini. L ultimo testo citato raccoglie gli atti del convegno internazionale tenutosi a Torino il ottobre 1994, che intendono esplorare gli aspetti specifici della deportazione femminile per dare conto di un esperienza che, proprio per la sua diversità, si rivela risolutiva nell ampliare la conoscenza dell universo concentrazionario. Nonostante in questi ultimi anni siano comparsi lavori importanti di documentazione, confronto e sintesi sulla questione 30, manca ancora una storia della deportazione italiana capace di ricostruirne la vicenda nel senso più complessivo possibile. A tutt oggi infatti molte domande restano senza risposta: innanzitutto quelle che possono sembrare elementari: quante italiane e italiani sono stati deportati, per quali motivi, da dove sono partiti, quali campi hanno conosciuto, quanti i morti, quanti i sopravvissuti. Poi le tante che nascono da ciascuna delle precedenti: i percorsi individuali e collettivi di cui il Lager è punto di arrivo, ma anche punto di partenza, i rapporti fra gruppi e individui, i cambiamenti che segnano gli uni e gli altri. E ancora: la ricostruzione puntuale della storia dei campi di internamento in Italia, il rapporto fra istituzioni tedesche e

4 italiane e il ruolo svolto dalla Rsi. Infine le domande globali sulle caratteristiche della vicenda italiana nel quadro europeo e sul suo posto nella storia del nostro paese tra guerra e Resistenza. Non si tratta, dunque, di fornire solo dati quantitativi ma di comprendere meccanismi più complessi: come era organizzata la deportazione, a quali esigenze rispondeva. La storia della deportazione 31 Organizzazione delle strutture repressive e motivazioni dei trasferimenti coatti Fin dall indomani dell 8 settembre 1943 la minaccia di essere arrestati e deportati nel Reich fu presente in tutta l Italia occupata e diventò immediata e concreta per chiunque si trovò ad incrociare l apparato militare e repressivo nazista, apparato che si strutturò e cominciò a funzionare nell estate-autunno Con la caduta di Mussolini, infatti, prospettandosi ormai una imminente defezione dell Italia dall alleanza con la Germania, i vertici tedeschi presero una serie di iniziative che preludevano all occupazione: venne stabilito di istituire un ufficio avanzato delle SS e della polizia in Italia e, nell agosto 1943, fu sollevato dall incarico l ambasciatore tedesco a Roma, Georg von Mackesen, e come nuovo rappresentante politico fu designato Rudolf Rahn, più tardi Plenipotenziario del Reich. A partire dal 7 settembre 1943, si svolsero in rapida successione: il disarmo dell esercito italiano da parte tedesca, l annuncio dell armistizio italiano con gli angloamericani, l assunzione da parte dei tedeschi del ruolo di occupante, la liberazione di Mussolini e la fuga della famiglia reale verso Bari già in mano alleata. L Italia centro-settentrionale veniva nel frattempo occupata e divisa in due zone: una di operazioni, l altra occupata. Erano zone di operazioni il territorio dell Appennino, le coste italiane e i territori delle Alpi; il restante territorio, retto dal governo nazionale fascista (la cosiddetta Repubblica Sociale Italiana) 32, era considerato occupato 33. Due delle zone di operazione create dai tedeschi furono in pratica avulse dal resto dell Italia, con un amministrazione civile concentrata nelle mani di Alti Commissari (Gauleiter) che rispondevano direttamente a Hitler: erano la Zona di Operazione Litorale Adriatico (Operationszone Adriatisches Küstenland) comprendente le province di Udine, Gorizia, Trieste, Pola, Fiume e Lubiana; e la cosiddetta Zona delle Prealpi (Alpenvorland) comprendente le province di Bolzano, Trento e Belluno. Sul territorio occupato, invece, furono insediati tre principali ordini di autorità: 1. militare, nella persona del generale plenipotenziario Rudolf Toussant; 2. politica, nella persona dell ambasciatore Rudolf Rahn, plenipotenziario del Reich presso la Rsi; 3. poliziesca, nella persona della SS-Obergruppenführer e generale della polizia Karl Wolff, a cui fu conferito il titolo speciale di Comandante supremo delle SS e della Polizia (Höchster SS und Polizei-Führer) 34. Egli venne incaricato di istituire in Italia la principale organizzazione poliziesca dello stato tedesco: l Ufficio Centrale per la Sicurezza del Reich (Reichssicherheitshauptamt RSHA), da cui dipendeva la Polizia di sicurezza (Sicherheitspolizei -Sipo) e il Servizio di sicurezza (Sicherheitsdienst -SD), comandati, in Italia, dal generale SS Wilhelm Harster, nominato Capo della Polizia di sicurezza (Befehlshaber der Sipo-Sd, Bds) 35. Fin dal settembre, Harster predispose, per il controllo poliziesco del territorio, una rete di Comandi regionali (Kommandeure Sipo-Sd, Kds), una sorta di commissariati denominati Comandi Avanzati (Aussenkommandos - AK) e piccoli comandi periferici, i cosiddetti Posti avanzati (Aussenposten - AP), a loro volta dipendenti dagli AK. All interno della Sipo agivano vari uffici: l Ufficio IV, detto anche Polizia segreta di stato (Geheime Staatpolizei - Gestapo), era incaricato di combattere i nemici del Reich e guidato dal maggiore delle SS Franz Kranebitter, il quale divenne il responsabile dei trasferimenti coatti degli oppositori politici in Kl. L Ufficio IV aveva poi propri rappresentanti nelle sedi distaccate del Bds, gli AK, situati a Torino, Genova, Milano, Venezia, Bologna, Firenze, Perugia e a Roma. Così strutturato l ufficio funzionò come cervello operativo della deportazione dall Italia e, fra l autunno 1943 e la primavera del 1945, la Polizia di sicurezza tedesca - con il preciso obiettivo di stroncare, annientandolo, qualsiasi moto di ribellione o di protesta - deportò tutti quegli italiani considerati nemici del Reich, vale a dire colpevoli, nell ottica nazista, di disobbedienza, opposizione e dissenso. Nell insieme, come ho detto, si trattò di una massa di circa deportati, indicati generalmente come politici, definizione non esattissima perché sembra alludere a persone altamente ideologizzate, mentre toccò anche a uomini, donne e giovani impegnati in una resistenza civile 36, spesso priva di puntuali connotazioni politiche: oltre agli antifascisti più noti, ai capi e ai mi

5 litanti dei partiti clandestini, ai partigiani e ai loro fiancheggiatori, ai sindacalisti e agli operai in sciopero, le SS deportarono infatti civili, che vennero considerati politici, appartenenti a varie categorie: renitenti alla leva, sacerdoti, chiunque fosse sospettato di aiutare ebrei e perseguitati, ostaggi prelevati al posto di familiari che si era dati alla macchia, borsaneristi, fuggiaschi presi ai posti di blocco, ecc. La deportazione politica rappresentò, in sostanza, un rischio diffuso, un rischio che, soprattutto, poteva portare alla morte, tanto che i politici superstiti dei campi di concentramento furono soltanto il 10% dei deportati. La logica nazista applicava le misure di deportazione a qualsiasi categoria di cittadini, ma, in ultima analisi, «vi era sempre un elemento comune: il deportato era una persona non in regola con le direttive emanate dai tedeschi, era un trasgressore a quello che veniva imposto e, in questo senso, coloro che venivano inviati nei campi non erano allineati con gli occupanti e con la Rsi» 37. Oltre a ciò, bisogna tenere presente che nella maggior parte dei trasferimenti coatti in Germania è possibile ritrovare un groviglio di motivazioni complesse, sia di tipo politico-poliziesco sia economico: schiacciare o reprimere i meccanismi di protesta e di opposizione (arresto e internamento di avversari politici: operai, scioperanti, antifascisti, partigiani, ecc.) e procurarsi braccia per il lavoro in Germania (rastrellamenti sistematici di civili per il reclutamento forzato di manodopera) 38 ; meccanismi politici ed economici di prelievo di esseri umani spesso sovrapposti o intrecciati: come, ad esempio, nel caso delle retate di civili nelle zone di montagna, nelle quali il movimento partigiano era attivo, e che in questo caso apparivano a priori sospetti di favoreggiamento verso le bande ; oppure nel caso delle evacuazioni forzate delle popolazioni che abitavano in zone previste come linee di difesa 39 ; in questi casi la deportazione, che spesso colpì migliaia di persone 40, costituì un azione volta ad ottenere lavoratori, ma anche a sottrarre le loro basi ai partigiani. La deportazione degli oppositori politici in Kl acquistò una rilevanza crescente con il passare dei mesi, in stretta connessione con lo sviluppo dell attività partigiana e delle reti di resistenza, nonché con le difficoltà di controllare il territorio che gli occupanti nazisti e le autorità fasciste repubblicane andavano incontrando tanto che, il 15 giugno 1944, nell ambito della riorganizzazione della lotta antipartigiana, i massimi responsabili delle SS e della polizia tedesca in Italia fissarono una procedura in base alla quale coloro che fossero stati rastrellati durante un azione di controguerriglia dovevano essere divisi in tre categorie: partigiani veri e propri, sospetti fiancheggiatori, renitenti alla leva. Questi ultimi andavano spediti in Germania per essere impiegati come lavoratori coatti; i primi - qualora non fossero stati passati immediatamente per le armi - andavano deportati in Kl; i membri della seconda categoria, infine, potevano essere inseriti nel primo o nel secondo gruppo a discrezione dei funzionari della Sipo-Sd 41. Queste disposizioni, che sistematizzavano una prassi praticata dai nazisti fin dall inizio del 1944, valevano non solo per i territori dove erano insediate formazioni ribelli ma anche per le aree urbane in cui si fossero manifestate forme rilevanti di resistenza civile : tale fu il caso, ad esempio, delle aree industriali investite dagli scioperi del marzo 1944 e da quelli successivi. Non è facile definire il ruolo della Rsi nelle vicende della deportazione politica, per la mancanza di produzione storiografica sull argomento 42. Con una certa sicurezza, però, si può affermare che fu almeno di complicità attiva (se non di iniziativa autonoma): la partecipazione alle grandi azioni di rastrellamento della Guardia nazionale repubblicana e delle Brigate nere 43, l organizzazione dei campi di internamento e della rete dei trasporti destinata a trasferire in massa i deportati nel Reich lo stanno a dimostrare. Di certo, poi, la Rsi ricorse in modo massiccio, specie nel triangolo industriale, alle aperte minacce di deportare operai, impiegati, tecnici che non si fossero adeguati agli ordini di Salò: durante gli scioperi del febbraio-marzo 1944 il prefetto di Genova, Basile, dichiarò pubblicamente che sarebbero stati sorteggiati «un certo numero» di operai fra quanti si astenevano dal lavoro e «deportati nei campi di concentramento tedeschi a meditare sul danno arrecato alla causa della vittoria» 44 ; contemporaneamente da Milano gli fece eco il prefetto Parini proclamando che «tutti gli operai, tecnici e impiegati che non si presenteranno regolarmente al lavoro perderanno ogni diritto e saranno inviati al lavoro obbligatorio in Italia e altrove»

6 La macchina della deportazione Le persone prelevate, nei modi e per i motivi che ho ricordato, erano tenuti agli «arresti per misure di sicurezza» nelle carceri italiane fino a tre settimane. In questo periodo venivano compiute indagini al termine delle quali poteva essere decretato l internamento in «campi di smistamento di pertinenza della polizia», che ebbero sede a Fossoli di Carpi, in provincia di Modena e, successivamente, a Bolzano. Qui i prigionieri potevano essere trattenuti per periodi più o meno lunghi e poi deportati in KL 46. Fossoli venne scelto dalle autorità italiane di Salò in quanto struttura già collaudata per la raccolta di prigionieri - aveva, infatti, ospitato militari inglesi e neozelandesi (con la denominazione di «campo per prigionieri di guerra n. 73») - e per la collocazione geografica che poteva facilitare la partenza dei convogli, essendo la stazione di Carpi lungo la linea ferroviaria per il Brennero. Il campo, esteso per oltre un chilometro quadrato e con una capienza massima di prigionieri, era circondato da un duplice sbarramento di reticolati inframmezzati da fili dell alta tensione. Lungo il suo perimetro sorgevano, a cento metri una dall altra, le torrette delle sentinelle e di notte i riflettori illuminavano il campo. Ai civili era proibito avvicinarsi. Diviso in due settori, chiamati campo nuovo e campo vecchio, Fossoli era formato da una ottantina di baracche in legno e muratura - otto destinate agli ebrei; le altre ai politici e agli ostaggi - che potevano ospitare dalle 200 alle 250 persone ciascuna. Il campo venne gestito in piena autonomia dalla Prefettura di Modena dal dicembre 1943 al marzo 1944; infatti, solo il 15 marzo 44 i tedeschi ne assunsero il diretto controllo 47. Il cosiddetto campo vecchio, però, continuò ad essere amministrato direttamente dalla Rsi e posto sotto il comando del commissario D Acquanno. Il campo venne poi indicato nei documenti della Gestapo come «Polizei und Durchgangslager (Dulag) 152», vale a dire «centro di raccolta e di smistamento» dei catturati o rastrellati in Italia. La documentazione insufficiente non permette di determinare esattamente il numero dei deportati transitati per Fossoli: si calcola, però che dal 1 gennaio al 15 agosto 1944 vi furono internati prigionieri dei quali erano antifascisti, o individui definiti genericamente sospetti, secondi i criteri della Sipo: ufficiali dell ex regio esercito, ostaggi, delinquenti comuni, renitenti al servizio militare e a quello del lavoro, partigiani catturati in rastrellamento e la cui pena di morte era stata commutata dai tribunali militari nazisti in deportazione, ecc. Nell estate del dopo l evacuazione e lo smantellamento di Fossoli causati dai continui bombardamenti e dall avanzata alleata verso l Appennino emiliano - la funzione di «Polizei und Durchgangslager» venne assegnata a un campo di concentramento posto più a nord, quello di Gries, alla periferia di Bolzano, dove vennero convogliati i politici rinchiusi nelle carceri dell Italia settentrionale: da Milano, ogni due mesi, vi furono avviati i detenuti di San Vittore e, nella seconda metà dell agosto 1944, arrivarono a Gries trasporti di politici da Genova e da Verona. Il campo di Gries originariamente era stata una caserma per automezzi militari, costituito da quattro grandi capannoni recintati da un muro; in seguito, venne costruito un basso edificio in cemento con due file di celle. Il personale di sorveglianza era il medesimo di Fossoli e gli stessi erano i comandanti, il tenente Karl Thito e il sergente maggiore Hans Haage, con l aggiunta di reparti sudtirolesi e di ucraini. Il campo in media poteva accogliere prigionieri, ma negli ultimi tempi di funzionamento, arrivò a contenerne oltre 4.000, con tutte le conseguenze determinate dal sovraffollamento, dalla mancanza di igiene e dalla scarsa alimentazione. Nell ambito dello sfruttamento economico che caratterizzò ovunque e in modo sempre più sistematico l ultima fase del conflitto, anche molti degli internati di Gries furono obbligati a lavorare e a dare il massimo di produttività per le necessità di guerra. Gli uomini furono adibiti al trasporto di munizioni e di materiale edilizio, allo sgombero delle macerie nelle città colpite dai bombardamenti o alla riattivazione della linea ferroviaria del Brennero. Le donne lavoravano prevalentemente in una fabbrica che produceva cuscinetti a sfera per l industria bellica, in parte erano adibite ai servizi di cucina e di pulizia del campo oppure svolgevano attività domestiche presso le case ove erano alloggiati gli uomini delle SS. Da Bolzano partirono, tra l ottobre 1944 e il febbraio 1945, almeno sei convogli di politici diretti ai campi di Dachau, Mauthausen, Flossenbürg e Ravensbrück. Negli ultimi mesi di guerra molti dei trasporti progettati furono annullati a causa dei continui bombardamenti sulla linea del Brennero. Nei giorni 29 e 30 aprile 1945 le autorità tedesche decisero di chiudere il campo e, dopo trattative con la Croce Rossa Internazionale, liberare gli internati rimasti

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