Relazione di Livio Karrer, Università di Padova

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1 1 Relazione di Livio Karrer, Università di Padova Studiare i riti funebri Funerali comunisti: le esequie di Palmiro Togliatti ed Enrico Berlinguer a confronto. Come si studia un funerale? Qual è oggi l utilità di un analisi dei rituali funebri nelle società contemporanee? E quale il significato di un rituale di passaggio che nel corso dei secoli ha mutato più volte le proprie forme e i contenuti? E ancora, che rapporto intercorre tra un defunto e quanti gli sopravvivono? Quale memoria, quale eredità lasciano i morti alla loro scomparsa? Attorno a queste domande si muove lo storico che studia i riti funebri. I temi che affronta riguardano la morte, il lutto, la memoria, le mentalità collettive e la cultura di un gruppo o di una comunità; i suoi strumenti di lavoro sono le fonti d archivio, la stampa, la narrativa, le memorie personali, le immagini e le parole dei protagonisti o degli osservatori del rito. Per studiare i funerali sono necessarie pratiche metodologiche multidisciplinari. La morte e il rapporto dell uomo di fronte al morire sono temi che avevano, del resto, attirato l occhio dei primi etnologi nell osservazione delle società primitive. Gli studi che l antropologia moderna ha prodotto sul tema sono, dunque, indispensabili per gli storici contemporanei, così come sono imprescindibili le analisi dei sociologici su rituali e pratiche di socializzazione della postmodernità. Ricerche che offrono, inoltre, ben più di semplici suggestioni interpretative ma più spesso efficaci strumenti di analisi per entrare all interno di una pratica celebrativa e di una narrazione che sono, a tutti gli effetti, una produzione culturale di uomini e donne animati da peculiari idee ed emozioni. Il funerale, insomma, non è un fatto che possa essere analizzato in sé, come un evento slegato dal contesto che lo produce. Operazione preliminare è, quindi, la ricostruzione dell universo culturale che determina le forme e il discorso pubblico del rito: la struttura che lo contiene, per usare un termine caro alla sociologia. In quest ottica, la mia ricerca vuole essere un contributo allo studio delle culture politiche dell Italia repubblicana. Attraverso il prisma del rito funebre cercherò di ricostruire identità, linguaggi, rappresentazioni e memoria dei principali partiti che hanno dominato la sfera pubblica nazionale del nostro lungo dopoguerra. Indagherò il rapporto tra la struttura e l evento come evolve e se può accadere che l evento modifichi i contenuti della struttura, analizzerò le forme di organizzazione messe in opera dai partiti, i discorsi commemorativi pronunciati dagli officianti al rito e racconterò i comportamenti e le voci di chi a quei momenti prese parte. Sono convinto che il rito funebre sia un campo d indagini e un punto di vista privilegiato per lo studio della cultura di un paese, di un partito o di un gruppo sociale, perché studiare una morte è un modo per raccontare una vita. Come, infatti, già un ventennio fa Adriano Prosperi aveva inteso in un celebre numero

2 2 monografico di «Quaderni Storici» quando scriveva intorno ai «vivi e i morti» 1, dove il problema storiografico era individuato nello scambio, nella relazione materiale e immateriale tra chi muore e chi sopravvive, più che nello studio dei sentimenti sulla morte. Manca, tuttavia, a oggi in Italia una trattazione specifica del rituale funebre nella sua evoluzione formale e nei significati culturali che ha nel tempo assunto per le società contemporanea. È, del resto, una carenza che lamentavano anche recentemente storici medievisti e modernisti in un importante convegno organizzato dal centro studi di «San Miniato» sulla morte e i riti funebri nel Basso Medioevo. Aprendo i lavori Gian Maria Varanini ricordava, a ragione, come, per paradosso, si conoscesse meglio e più in dettaglio il rito funebre in Indonesia, grazie ai classici dell antropologia moderna, che non quelli diffusi in occidente 2. Maria Antonietta Visceglia, invece, poneva da un lato l accento sulla pratica interdisciplinare che gli studi sulla morte avevano favorito, dall altro invece metteva in guardia sulle difficoltà nel trattare il tema, perché, citando Alberto Tenenti, «in esso si sono ripercosse inquietudini esistenziali e riversati turbamenti anche profondi sul senso da dare alla propria civiltà» 3. Pochi momenti, a ben vedere, si stratificano tanto in profondità nella memoria comune, quanto grandi eventi di piazza, cerimonie pubbliche o proprio le commemorazioni per la morte di personaggi illustri dello spettacolo o di importanti protagonisti della politica: penso qui, a titolo di esempio, alla morte di John Fitzgerald Kennedy nel 1963, o, più recentemente, alla morte di Giovanni Paolo II (2005). «Dove ti trovavi quando è morto JFK?» è una domanda che ha assunto valore periodizzante nella memoria di molti uomini e donne che hanno vissuto quelle esperienze. Analogamente in Italia nel 1984 la morte del segretario comunista Enrico Berlinguer ha rappresentato uno spartiacque temporale nel vissuto di più di una generazione d italiani, non certo solo comunisti, e offerto a chi ne osserva oggi le forme, la spia di come si cristallizzi la memoria di un paese. I funerali, in definitiva, sono tra i rituali pubblici che rimangono più vivi nei ricordi individuali 4. 1 A. Prosperi (a cura di), I vivi e i morti, «Quaderni Storici», XVII (1982), G. M. Varanini, Parole introduttive, pp. VII-X, in (a cura di) Id., F. Silvestrini, A. Zangarini, La morte e i suoi riti in Italia tra Medioevo e prima età Moderna, Firenze University Press, Firenze M. A. Visceglia, Conclusioni, in Ivi., pp ; la citazione di Tenenti è tratta dalla Postfazione a Il senso della morte e l amore della vita nel Rinascimento, Einaudi, Torino 1989 (1957), pp Una ragione va individuata nel sentimento di «nostalgia», così come lo ha inteso Svetlana Boyle in alcuni lavori di mirabile prospettiva. Nostalgia interpretata non solo come mancanza per un luogo (la patria di origine) ma per un tempo diverso (l infanzia, l adolescenza): «In a broader sense, nostalgia is a rebellion against the modern idea of time, the time of history and progress. The nostalgic desire to obliterate history and turn it into private or collective mythology, to revisit time like space, refusing to surrender to the irreversibility of time that plagues the human condition». La nostalgia e il ricordo del passato sono intimamente legati alle ragioni del presente e all immagine del futuro. A differenza della melanconia, ci suggerisce la Boyle, la nostalgia concerne i gruppi più che gli individui e presenta un ottica sia retrospettiva che prospettica: guarda al passato come al futuro. Per questo è in particolari momenti storici (vissuti collettivamente o solo individualmente) che la nostalgia emerge più chiaramente, quali rivoluzioni o trapassi di regime (una pista rivelatasi assai ricca di spunti è a tutt oggi lo studio dell universo sociale post sovietico). In quest ottica non appare, quindi, irragionevole ma piuttosto una stimolante chiave interpretativa, inserire il momento finale di una vita (propria o altra, di un gruppo o di una importante individualità) come catalizzatore di pensieri ed emozioni nostalgici per tentare di capire le ragioni della forze icastica di un funerale nella memoria collettiva. Per tutto questo si veda in dettaglio l Introduction a S. Boyle, The future of nostalgia, Basic Book, New York 2001, pp XII-XIX.

3 3 Nell Italia repubblicana i funerali comunisti di Palmiro Togliatti (1964) ed Enrico Berlinguer (1984) al pari dei funerali di Stato, in absentia corporis, di Aldo Moro nella Basilica di San Giovanni in Laterano (1978) sono stati sono tra i più noti e popolari momenti della storia della Repubblica. Si potrebbe dire che i funerali politici, per parafrasare Mario Isnenghi, portano in scena l «autoritratto collettivo» di un mondo sociale, culturale e politico 5. Nelle commemorazioni pubbliche, infatti, la memoria e l identità collettiva sono produzioni culturali soggettive (di un gruppo che le porta in scena e le celebra, ovviamente) e, dunque, soggette a trasformazioni continue e a cambiamenti di senso, ma non per questo meno rilevanti, anzi, sottolineerei proprio per questo, fenomeno storico da studiare e raccontare dettagliatamente, al fine di rendere più chiaro come muta l interrelazione tra identità e memoria collettiva nelle diverse fasi storiche 6. Le cerimonie funebri allestite dai dirigenti del Pci in occasione della morte dei due storici segretari, Togliatti e Berlinguer, sono senza dubbio due esperienze rituali di massa con pochi precedenti nel panorama repubblicano italiano. Due manifestazioni identitarie messe in scena da un partito che ha saputo costruire, più efficacemente e coerentemente di altri, un sistema simbolico-rituale per accompagnare iscritti e militanti dall ingresso nell organizzazione fino all uscita, che avveniva generalmente con il funerale o con l espulsione 7. Un sistema di segni e pratiche per di più inscritto all interno di un ricchissimo e, a tratti, mitologico universo simbolico internazionale. Entrambi i momenti, sia quello d ingresso sia quello d uscita, hanno rivestito nel recente passato un altissimo valore istitutivo all interno del comunismo italiano. Recentemente Alessandro Casellato ha rilevato, sulla scia di alcune acute osservazioni di Franco Fortini, come la cultura comunista abbia da sempre rivestito la morte di grandi investimenti simbolici. Secondo Casellato siamo di fronte a «un fenomeno di lungo periodo dalle ceneri di Gramsci ai funerali di Berlinguer, potremmo sintetizzare straordinariamente poco studiato, che non solo attraversa e connota tutta la storia del Pci, ma è anche ampiamente riscontrabile nell esperienza del comunismo internazionale. In ultima istanza, esso si colloca in un contesto ancora più ampio: l aura religiosa di cui la politica si è rivestita nei due secoli che hanno seguito la Rivoluzione francese» 8. Più in concreto, va qui premesso che è proprio grazie alla gestione delle pratiche funerarie, all assunzione di un orizzonte mitologico sulla vita e la morte, tale da assurgere a vera e propria escatologia di un futuro radioso (laicamente inteso come un altrove per i nuovi credenti), che le religioni politiche tra Otto e Novecento hanno potuto contendere il predominio del sacro alla religione tradizionale. Il funerale comunista, dunque, vive di un eredità simbolica di lungo periodo, aggiornata e risignificata nel corso del tempo; un eredità in cui confluiscono aspetti laici e forme religiose allo stesso 5 M. Isnenghi, L Italia in piazza. I luoghi della vita pubblica dal 1848 ai giorni nostri, Il Mulino, Bologna 2004, p Su questo tema la bibliografia è ricchissima: cito solo John R. Gillis, Commemorations. The politics of National identity, Princeton University Press, Princeton 1994; e Maurizio Ridolfi, di cui si veda almeno Feste nazionali, Il Mulino, Bologna Gli studi sulla pedagogia politica comunista sono negli ultimi anni diventati frequenti, tra questi il più approfondito e sistematico resta quello di Franco Andreucci, Falce e martello. Identità e linguaggi dei comunisti italiani fra stalinismo e guerra fredda, Bononia University Press, Bologna 2005, pp A. Casellato, Riti di opposizione, riti di istituzione. Funerali comunisti nell Italia degli anni cinquanta, «Studi Tanatologici», II, 5, Mondadori 2006, p. 202.

4 4 tempo e che delega alla messa in scena e all esibizione della folla la sua immagine primaria di forza e identità. Parte integrante del funerale sono il corteo, che diventa un luogo d acculturazione politica attraverso l esposizione d immagini e di simboli identitari, e l elogio funebre, vero e proprio laboratorio per narrare l esemplarità di una vita e formulare la promessa dell imitazione dell esempio dello scomparso. I riferimenti culturali e i modelli di funerale politico, che la tradizione comunista italiana reinterpreta sono essenzialmente due: il rito funebre laico, repubblicano e socialista, affermatosi in Europa nel corso dell Ottocento e il rito bolscevico sviluppato dal comunismo sovietico a partire dagli anni Venti del XX secolo. Nessun partito dell Italia repubblicana ha saputo celebrare meglio del Pci la propria identità e coltivato più sistematicamente un patriottismo di corpo che tenesse costantemente vivo l orgoglio della militanza e della missione per cui si credeva. In questa dimensione religiosa della politica centrale è stata la politica della festa : il Pci ha, infatti, costantemente investito su una politicizzazione diffusa del proprio elettorato allo scopo di portare frequentemente in scena la visione del proprio modello sociale ideale. La rappresentazione che si dava non era solo lontanamente immaginabile ma destinata ad avverarsi. Una rappresentazione, per di più, che offriva ai militanti la misura concreta della capacità del partito di modificare tempo e spazio secondo le proprie volontà. Attraverso un costante lavoro sulla costruzione della propria immagine e una ritualizzazione intensa della comunità, il Pci nel corso di un quarantennio di storia ha diffuso tra i propri fedeli una teologia della storia un ponte ideale, si potrebbe dire in cui il passato (la storia, il bagaglio di esperienze di un partito), il presente (vissuto tra miraggi e attese) e il futuro (il radioso avvenire della società socialista realizzata) erano continuamente sovrapposti 9. In questa prospettiva la celebrazione dei morti ha assunto nella socializzazione politica comunista un peso via via crescente, fino a diventare, a mio parere, un peso sia politico sia culturale difficile da superare, quasi impossibile da storicizzare 10. Nel confronto che qui si tenta, tra il funerale di Palmiro Togliatti e quello di Berlinguer di un ventennio successivo, si vuole misurare il cambiamento non solo di un rito ma piuttosto di una cultura politica, quella comunista appunto, analizzata nell evoluzione dei suoi miti, delle simbologie, dei linguaggi e dei comportamenti di dirigenti e militanti. Il punto di osservazione del rito funebre appare privilegiato perché vive di una temporalità per sua natura ad quem: obbliga chi si confronta con il racconto di un uomo, della sua vita, a scandagliarne il passato, a giudicarlo per cosa ha dato e soprattutto per cosa lascia alle nuove generazioni. La grande forza del partito comunista è stata, almeno fino alla morte di Berlinguer, di inscrivere tutte le morti dei propri militanti all interno di quella narrazione comune; una storia destinata ad inverarsi nel futuro ma costantemente caratterizzata da un senso di continuità ideale e materiale di tempo e spazio. La 9 Su questa manipolazione di tempo e spazio si vedano le osservazioni di Gian Piero Piretto, filologo della letteratura russa e storico della cultura sovietica, sulla «grande illusione staliniana», in Il radioso avvenire. Mitologie culturali sovietiche, Einaudi, Torino 2001, pp A questo proposito, Marco Messeri ha ricostruito con precisione le difficoltà e le ritrosie della stampa comunista nel confrontarsi criticamente con Togliatti in occasione dei decennali della morte, evidenziando altresì le notevoli divergenze nei commenti sull uomo apparsi sulla stampa nazionale: cfr. M. Messeri, Decenni paralleli. De Gasperi e Togliatti nella stampa italiana, in «Ventunesimo secolo», IV, 7, 2005, pp

5 5 costruzione di un epica militante di partito ha per anni rappresentato una ricchissima miniera di risorse, in cui tutti i comunisti si sono addentrati per commemorare la morte di un uomo e «celebrare il partito che gli sopravviveva» 11. Nelle commemorazioni si riscriveva la storia del partito, si aggiornava il cammino alle nuove esigenze del presente, secondo la massima togliattiana del «veniamo da lontano e andiamo lontano». Il grandioso funerale di Berlinguer porta in scena la memoria di un comunismo riconsacrato dall opera di un uomo che è orgogliosamente rimasto fedele agli ideali della giovinezza, come il segretario sardo, timidamente, amava raccontare di sé. Ma nella celebrazione si sente, invece, forte l assenza del futuro: il Pci degli anni Ottanta sembra aver perso quella forza propulsiva che ne aveva fatto una presenza importante della società italiana; sembrerebbe, in ultima analisi, scontare in parallelo la stessa crisi dell «idea comunista», di cui ha mirabilmente scritto François Furet 12. Nel giugno del 1984 il gruppo dirigente mette in scena un rito che appartiene quasi integralmente alla storia del comunismo mondiale: gli aggiornamenti rispetto al modello del funerale di Togliatti non mostrano una visione prospettica del cammino da fare o l affermazione orgogliosa dell idea di continuità, così nemmeno le parole di chi parlò a San Giovanni, né le emozioni e i sentimenti di chi a quell evento prese parte 13. Quello che si rileva più chiaramente è una cultura politica sicuramente cambiata nel profondo ma che sembrerebbe scontare il «peso della storia» 14, per citare il titolo di un libro recente sull identità comunista tra anni Settanta e Novanta. In questo quadro storiografico il mio contributo s inserisce offrendo un caso concreto di etnografia politica comparata, direi sulle continuità e le differenze registrate a distanza di vent anni all interno dei due funerali. Grazie a questa prospettiva si coglie con precisione la rigidità di un modello organizzativo che, pensato dalla dirigenza comunista per celebrare Togliatti, viene poi riproposto in modo pressoché identico per Berlinguer. Tra i documenti d archivio ho rinvenuto lo schema delle precedenze dei lunghi cortei che accompagnano i feretri dei due segretari tra la sede del partito e piazza San Giovanni, luogo denso di memorie per il movimento operaio. Se con minor stupore registriamo che uguale è il percorso scelto sono le vie tradizionali delle manifestazioni politiche del Pci, con maggior interesse vanno evidenziate le limitate modificazioni nell ordine gerarchico di sfilata. Allo stesso modo i criteri per la scelta degli oratori per commemorare Togliatti prima e Berlinguer poi non differiscono di molto. Evidentemente nel 1984 alcuni elementi di dettaglio nell allestimento del funerale sono modificati, come la sostituzione dell oratore sovietico con un rappresentante del Parlamento europeo innovazione, però, registrata per la prima volta nella commemorazione dell Amendola eurodeputato ma l impianto di base resta lo stesso dei grandi funerali di partito messi in scena per Palmiro Togliatti. 11 A. Casellato, Riti di opposizione, riti di istituzione, cit., p F. Furet, Il passato di un illusione. L idea comunista nel XX secolo, Mondadori, Milano Necessaria appare l esigenza di una storia orale dei funerali di entrambi i segretari. Sondare la memoria individuale di chi partecipò al rito permetterebbe di misurare più accuratamente il vissuto dei militanti comunisti e le emozioni e i pensieri che segnarono le due giornate romane. Le prime considerazioni che ho tratto sono dovute a non sistematiche conversazioni con alcuni dei protagonisti: in questi ultimi il senso soggettivo della fine di un epoca, successivo in termini cronologici, va valutato attentamente come acceleratore della memoria individuale. 14 A. Possieri, Il peso della storia. Memoria, identità, rimozione dal Pci al Pds ( ), Il Mulino, Bologna 2007.

6 6 La lettura delle discussioni avvenute nella Direzione del Pci mostra con chiarezza un altro aspetto centrale della questione: la familiarità con questo modello di rito funebre. La velocità con cui viene organizzato il funerale di Berlinguer dimostra bene la confidenza non solo dei dirigenti ma di tutto l apparato del partito con questo genere di liturgia e di situazioni. La ciclicità di eventi commemorativi o festivi nella comunità e la canonizzazione del modello funebre avevano evidentemente contribuito a favorire l interiorizzazione anche nei quadri di mentalità, attitudini e forme cerimoniali. La grande mobilitazione dell apparato locale della federazione romana, in particolare, è una manifestazione di efficienza e allo stesso tempo di schizofrenia da parte di un partito che non rinuncia a riproporre un rito identitario collaudato ma anche seriamente compromesso con l eredità del passato staliniano. A dispetto delle caute aperture prodottesi negli anni precedenti. I funerali allestiti nei primi anni Ottanta per la morte di Amendola, Longo e Terracini avevano, infatti, offerto la possibilità di aggiornare quel modello, favorendo di conseguenza una nuova pedagogia politica più aperta al rinnovamento identitario. La rinuncia al corteo sul modello dell accompagnamento religioso che si era avuta in quelle occasioni, in questo senso, appare come una decisa laicizzazione del modello, a favore di una commemorazione in piazza attraverso delle orazioni pubbliche: forma quest ultima più vicina alla tradizione dei funerali repubblicani e socialisti. Come detto, invece, i dirigenti scelgono di riproporre la versione più tradizionale di questo modello, dove l unica vera differenza è data dal tempo di esposizione della salma del segretario defunto nella camera ardente. Tre giorni per Togliatti, due per Berlinguer. Il fantasma della tradizione aleggia comunque nella discussione della Direzione nel In modo emblematico il problema viene sollevato da Ugo Pecchioli in merito alla consueta scelta degli oratori: «c è un problema delicato per i discorsi. Si potrebbe sfuggire alla tradizione e far parlare un giovane (Fumagalli [segretario della FGCI]) e il più anziano (Pajetta). Ciò per evitare la tradizione. Si pensa anche alla compagna Jotti» 15. Pecchioli, insomma, lascia intendere di essere orientato verso un rito con minor crisma d ufficialità e con meno oratori e, in definitiva, più breve. Nessuno, però, degli altri membri si dimostra favorevole ad accogliere le aperture e subito si apre il dibattito sui candidati più idonei alla commemorazione pubblica. La discussione dimostra, ancora una volta, la consuetudine con una prassi liturgica tutt altro che morta e la ritrosia ad avventurarsi su sentieri poco battuti. Va detto, infatti, che era stata la volontà esplicita di Amendola e di Terracini ad aver imposto una soluzione diversa per quei funerali, non esclusa la rinuncia alla tumulazione accanto a Togliatti al cimitero del Verano, e non una convinta scelta del Pci. In occasione della morte di Longo, nell ottobre del 1980 forse perché a distanza di pochi giorni, va ricordato, dalla marcia dei quarantamila a Torino il partito rinunciava a mobilitare i propri militanti secondo i canoni consueti; rispettando la volontà di Longo, inoltre, anche il segretario partigiano non venne seppellito a 15 Archivio del partito comunista (Apc), 1984, Mf 0561, 8407, pp

7 7 Roma 16. Perché per Berlinguer non si sfruttarono questi strappi e innovazioni per reinventare la tradizione e si preferì una celebrazione modulata sugli stessi protocolli del funerale togliattiano? La domanda non è superflua, anzi chiarisce quale possa essere il contributo dello studio dei riti funebri nella ricostruzione dell evoluzioni della cultura politica comunista. Attraverso questo via si possono soprattutto individuare «quelle alternative possibili», di cui parlava Franco Andreucci qualche anno fa, per non «correre il rischio di una comprensione puramente giustificatoria» 17. Altro aspetto rilevante nell analisi comparata dei due funerali è il confronto sui linguaggi commemorativi degli anni Sessanta e Ottanta. A San Giovanni si concludono i due lunghi pellegrinaggi del popolo comunista e dove si tengono i discorsi commemorativi: la piazza diventa il luogo di un evento cultuale intenso, dove i credenti (i militanti) celebrano la propria fede. Nella piazza, consacrata dalla presenza viva dei militanti, la società comunista stringe un patto simbolico per la continuazione della battaglia portata avanti dallo scomparso 18. Se, però, la consacrazione del patto appare ben riuscita nel caso di Togliatti, non così avviene per l eredità di Berlinguer. La morte del Migliore viene inscritta in un percorso certo di vittoria della causa socialista. Nel nome di Togliatti, infatti, affermerà Longo, in quello di Gramsci e di tutti i martiri del partito caduti per la libertà e la causa del socialismo, continuerà l azione del partito. La retorica dei martiri del socialismo, in questo caso sarà tra i temi più ricorrenti degli interventi commemorativi. Nel 1984 Pajetta parlerà, invece, di un eredità di Berlinguer sui cui riflettere. Di quest ultimo si esaltano le capacità morali e le qualità di lavoratore instancabile, nonché l aver saputo portare a maturazione la linea tracciata da Togliatti e Longo ma non di meno si percepisce l assenza di una chiara prospettiva politico-strategica, di quel futuro radioso, lievito che aveva nutrito la palingenesi comunista. La grande tensione etica e civile che ha animato Berlinguer è motivo d orgoglio e una «speranza per tutti», ma non sembrerebbe un lascito da riaffermare nelle forme tradizionali degli elogi funebri comunisti. A dimostrazione del diverso clima, ecco in parallelo le conclusioni di Longo e Pajetta: L impegno di dedicare tutte le nostre forze, tutta la nostra passione, tutta la nostra intelligenza alla grande causa socialista, a cui Egli [Togliatti] dedicò tutta la vita, di non essere indegni del Suo insegnamento e del Suo esempio [ ] noi avanzeremo nel nome di Gramsci e Tuo, nel nome di migliaia di combattenti e di eroi caduti per l Italia, per la democrazia, per la pace, per il bene dell umanità, per la grande causa del socialismo e del comunismo! In mancanza dei verbali della Direzione di quel tornante, non conservati nell archivio del Pci, non si può sapere se vi fosse comunque stata una discussione in merito, né quali siano state nella loro interezza le volontà lasciate da Longo per il suo funerale. 17 F. Andreucci, Falce e martello, cit., p Ivi, p. 263; ma si vedano, inoltre, le considerazioni di Dino Mengozzi sul socialismo di fine Ottocento e sull immortalità laica garantita dal patto stretto tra militanti e dirigenti sulla tomba del defunto, in La morte e l immortale, Lacaita, Manduria 2000, pp «l Unità», 26/08/64, p. 10.

8 8 Oggi siamo tornati qui con Berlinguer, che ci ha consegnato, anche col suo lavoro appassionato degli ultimi giorni, l eredità di un impegno, sul cui significato umano e politico dobbiamo riflettere. Non solo per piangere: se asciughiamo una lacrima è per veder chiaro, guardare lontano al di là della vicenda di un giorno 20. Sia pure da una lettura frammentata dei registri narrativi appare evidente che l elemento di maggiore diversità sia rappresentato dal linguaggio. Sul piano dei linguaggi si misura più nettamente il cambiamento nella cultura di un partito: nella tradizione comunista il linguaggio identitario evolve più velocemente di quel culto delle gerarchie che attirava i livori come dirigente escluso del Secchia rivoluzionario cresciuto alla scuola di Mosca 21. Se una rigida etichetta è presente sia nel 64 come nell 84, testimoniata dalla grammatica delle posizioni del corteo e dagli oratori scelti per il comizio scelti con «il bilancino» del peso politico e un forte centralismo nella regia, non si può dire lo stesso per la narrazione che sulla morte dei due segretari il Pci adotta. La grande novità è nel modo in cui si racconta di Berlinguer uomo privato prima che politico. È un evoluzione in linea da un lato con il naturale ricambio generazionale dei dirigenti e dei giornalisti che la determinano, ma dall altro appare come il frutto di una precisa scelta editoriale che coinvolge tutti i responsabili della comunicazione dei primi anni Ottanta. Emanuele Macaluso, in primis, come direttore dell «Unità», che sceglie di celebrare semplicemente «Enrico» 22. Scorrendo i tanti commenti e ricordi sulla morte dei due uomini che in questa sede non mi è possibile riproporre in dettaglio emerge chiaramente la profonda diversità nella rappresentazione che si vuole dare dei segretari. Sulle pagine del giornale di partito, attraverso la dicotomia pubblico-privato, si offre ai militanti comunisti la misura del cambiamento che il Pci ha compiuto in vent anni di storia, incontrando e interpretando i movimenti sociali, le tendenze culturali in atto nel paese: tanto «ufficiale» e terzinternazionalista il partito di Togliatti tanto più di famiglia e italiano quello di Berlinguer. Più rivoluzionario e confessionale il primo, più popolare e laico il secondo 23. In conclusione si può aggiungere che il confronto ravvicinato tra i due riti funebri, così come tra le rappresentazioni culturali che li animano, offre una chiave di analisi assai utile per misurare le evoluzioni dei 20 «l Unità», 14/06/84, p Sono ben note le considerazioni di Secchia sui funerali di Togliatti, e sui comportamenti dei dirigenti del Pci più consoni a quelli di una «confraternita di gesuiti», cfr Pietro Secchia, Diari. Quaderno n. 7. La morte di Togliatti, in Annali della Fondazione Giangiacomo Feltrinelli 1978, Archivio Pietro Secchia , XIX, Feltrinelli, Milano 1979, p Un attenta analisi letteraria meriterebbe, da solo, il già citato numero monografico dell «Unità», dedicato a Berlinguer e pubblicato per il primo anniversario dalla morte; ancor più utile è il confronto in parallelo delle differenze e delle evoluzioni registrate nel modo in cui sono state raccontate le note biografiche dei due segretari nei volumi commemorativi dell «Unità», cfr. per Togliatti: F. Prattico e O. Cecchi, Palmiro Togliatti. Cinquant anni nella storia dell Italia e del mondo, «l Unità», Roma 1965 e per Berlinguer: Enrico Berlinguer, «l Unità», Roma A questo proposito sono interessanti le memorie di Luciano Barca sul funerale di Berlinguer. Il dirigente annotava in data 11 giugno (dunque stranamente in anticipo rispetto alle esequie): «mi colpisce, via via che il corteo avanza attraverso immense ali di folla, la differenza tra questi funerali e quelli di Togliatti. Anche allora convennero a Roma centinaia di migliaia di persone e anche allora non furono solo i comunisti che vennero a salutarlo. Eppure furono fondamentalmente funerali di partito. Ora invece il partito quasi scompare nella folla, fatta soprattutto di giovani, di centinaia di migliaia di giovani, che lo applaude e lo chiama per l ultima volta», in L. Barca, Cronache dall interno del Pci, cit., p. 949.

9 9 modelli di politicizzazione di massa nell Italia repubblicana. Partendo dall idea che non sia scontato che la morte di Berlinguer si dovesse celebrare secondo un modello rituale canonizzato più di vent anni prima, si può tentare di dar forma all orizzonte culturale in cui agivano i dirigenti e i quadri di partito nel 1984 e dei numerosi automatismi che vi presiedevano. È del resto un riflesso di quell orizzonte incerto tra socialdemocrazia e «terza via», di cui Silvio Pons ha tratteggiato i confini nazionali e internazionali 24. Nulla impediva, infatti, che lo schema del funerale si aprisse alle novità, coerentemente con gli sviluppi politici di un partito che si era aperto sempre più alla società civile e stava vivendo un processo di progressiva laicizzazione dei tradizionali rapporti tra militanti e organizzazione. Non può essere sufficiente, per spiegare la scarsa attenzione alla riforma del modello, sostenere la funzione catartica del rito funebre, rito di passaggio in questo senso, dove la forza mediatrice e rassicurante dell azione collettiva è data dalla continuità della tradizione stessa. Come hanno osservato molti antropologi è il rituale stesso, infatti, a ricomporre la «crisi della presenza» (De Martino), la perdita di equilibrio sociale, di cui parlavano esplicitamente anche alcuni dirigenti comunisti 25, attraverso una rigenerazione e una reintegrazione di tutti i partecipanti nella comunità di appartenenza. Un evoluzione del rito funebre comunista nei primi anni Ottanta ad opera di singole personalità si era, tuttavia, avuta. Evoluzione, è vero, mai codificata, che offriva però, a mio avviso, la possibilità di attuare un aggiornamento, giustificabile alla luce dei precedenti funerali di Amendola e Longo. Al contrario, la riproposizione di uno schema uguale nelle sue forme a quello proposto vent anni prima almeno nelle intenzioni programmatiche testimonia la difficoltà del gruppo dirigente ad affrontare la nuova sfida della storia, libero da quel peso della tradizione evocato in precedenza. La parabola involutiva del comunismo mondiale, con tutta la sua ideologia, i suoi miti, i suoi simboli e i suoi riti, oggetto di discussione nelle riunioni di Direzione, si arresta, insomma, di fronte alla morte. L accezione tutta politica (ostentazione di forza e affermazione di presenza nella società) che del rito funebre hanno ereditato i dirigenti comunisti dalle pratiche sovietiche, li rinchiude in una visione del funerale che non consente se non un trasferimento simbolico di autorità e legittimazione (sacralità) dalla vecchia alla nuova leadership. Un trasferimento che appare segnato da molte incognite alla metà degli anni Ottanta e di cui, soprattutto, sono gli stessi dirigenti a non immaginarne un esito positivo. A ben vedere, infatti, il vero risultato che il Pci ottiene grazie alla grandiosa messa in scena del funerale di Berlinguer è di aver riconfermato l «identità» e l «integrità sociale» della propria comunità. Di aver saputo sfruttare al meglio, in altre parole, la funzione di «specchio» che il rito di passaggio assolve: siamo, cioè, di fronte ad un azione riflessiva di un gruppo che osserva se stesso per definirsi. Nell immagine viva di un funerale italiano di un funerale come patrimonio nazionale il Pci celebra il dirigente più amato della propria storia, offrendo la misura del radicamento sociale e della diffusa legittimazione popolare che può vantare. In tutto questo, però, viene a mancare la prospettiva certa del radioso avvenire. La morte di Berlinguer può, quindi, essere letta 24 Silvio Pons, Berlinguer e la fine del comunismo, Einaudi, Torino 2006, pp I più espliciti sono Achille Occhetto e Alfredo Reichlin ma tutti i dirigenti sono consapevoli del ruolo sociale svolto da Berlinguer come punto di riferimento per il paese, in Apc, 1984, Mf 0561, 8407, pp

10 10 come una tappa all interno del lungo processo di esaurimento propulsivo dell idea comunista, almeno così come lo delineava François Furet a proposito della stagione brezneviana, a partire dalla fine degli anni Sessanta, quando «inizia[va] allora in Occidente il funerale dell idea comunista, che durerà trent anni. Sarà seguito da un immensa folla in lacrime. Al corteo parteciperanno persino le giovani generazioni, cercando qui e là di farlo apparire come una rinascita 26». 26 F. Furet, Il passato di un illusione, cit., p. 542.

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