PERIODICO NAZIONALE DELL ISTITUTO DEL NASTRO AZZURRO FRA COMBATTENTI DECORATI AL VALORE MILITARE

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1 PERIODICO NAZIONALE DELL ISTITUTO DEL NASTRO AZZURRO FRA COMBATTENTI DECORATI AL VALORE MILITARE ANNO LXXIII - N. 2 - MAR./APR Bimestrale - Poste Ital. S.p.A. Sped. in abb. postale D.L. n. 353/2003 (Conv. in L. 27/2/2004 n. 46) Art. 1 comma 1 MP-AT/C-CENTRO/RM

2 PERIODICO NAZIONALE DELL ISTITUTO DEL NASTRO AZZURRO FRA COMBATTENTI DECORATI AL VALOR MILITARE In copertina Tanto è cambiato nell attegiamento di qualche Comandante dalla seconda guerra mondiale ai giorni nostri In questo numero: pag. 8: Ma quanto ci Costa? pag. 16: Israele e la primavera araba pag. 26: Lo sparviero del deserto COME COLLABORARE La collaborazione a Il Nastro Azzurro è aperta a tutti ed è a titolo gratuito. I testi possono pervenire per posta elettronica oppure possono essere inviati alla redazione su supporto informatico (CD-Rom o DVD). Le immagini in formato elettronico devono essere ad alta risoluzione. Testi e foto, anche se non pubblicati, NON si restituiscono. SOMMARIO Sommario Pag. 2 Editoriale: Le FFAA nella guerra di Liberazione 3 La Presidenza Nazionale comunica 4 Lettere a Il Nastro Azzurro 6 Ma quanto ci Costa? 8 Il giorno della Memoria 12 Il senso delle celebrazioni 12 Il giorno del Ricordo 13 Due incidenti stradali: sei morti 14 Il commento 15 Israele e la primavera araba 16 Quando i comandanti morivano in plancia 18 Diplomazia e Nastro Azzurro: orgoglio biellese 21 I Generali Cigliana 22 MOVM eccellenti: Luigi Giorgi 25 Lo Sparviero del deserto 26 La guerra di Liberazione 28 Giarabub: un epopea! 32 Un interessante esercitazione 33 Notizie in Azzurro 34 Azzurri che si fanno Onore 35 Parliamone ancora 36 Cronache delle Federazioni 38 Recensioni 46 Azzurri nell azzurro del cielo 47 Potenziamento giornale 47 Oggettistica del Nastro Azzurro 48 Il Nastro Azzurro ha iniziato le pubblicazioni a Roma il 26 marzo (La pubblicazione fu sospesa per le vicende connesse al secondo conflitto mondiale e riprese nel 1951) - Bimestrale - Anno LXXIII - n. 2 - Marzo-Aprile Poste Ital. S.p.A.: Sped. in abb. postale D.L. n. 353/2003 (Conv. in L. 27/2/2004 n. 46) Art. 1 comma 1 - MP-AT/C-CENTRO/RM - Direz. e Amm.: Roma p.zza Galeno, 1 - tel fax Sito internet: - E- mail: - Direttore Editoriale: Carlo Maria Magnani - Presidente Nazionale dell Istituto - Direttore Responsabile: Antonio Daniele - Comitato di Redazione: Carlo Maria Magnani, Antonio Daniele, Francesco Maria Atanasio, Graziano Maron, Giuseppe Picca, Antonio Valeri, Primo Verdirosi, Federico Vido, Giorgio Zanardi - Segretaria di Redazione: Barbara Coiante - Autorizzazione del Tribunale Civile e Penale di Roma con decreto n del Progetto Grafico e stampa: Arti Grafiche San Marcello s.r.l. - v.le Regina Margherita, Roma - Finito di stampare: Aprile C.F Il Nastro Azzurro viene inviato a tutti i soci dell Istituto del Nastro Azzurro fra Combattenti Decorati al Valor Militare, ma è anche possibile, per chi non è socio dell Istituto del Nastro Azzurro, riceverlo abbonandosi. Per abbonarsi i versamenti possono essere effettuati su C/C Postale n intestato a Istituto del Nastro Azzurro, oppure su C/C Bancario CA SSA DI RISPARMIO DI FERRARA - Filiale di Roma - P.zza Madonna Loreto, 24 - c/c n CIN IT A - ABI CAB IBAN: IT69A Abbonamenti: Ordinario: 20 Euro, Sostenitore: 25 Euro, Benemerito: 30 Euro e oltre. Associato alla Unione Stampa Periodica Italiana 2 IL NASTRO AZZURRO

3 Primavera I gruppi di combattimento dell Esercito raggiungono alcune delle principali città del nord Italia: il Cremona è a Mestre e a Venezia; il Friuli entra in Bologna; il Folgore dopo essere stato aviolanciato tra Poggio Rusco e Ferrara giunge in vista di Bologna; il Legnano occupa Bergamo e Brescia. È una sorta di riscatto dopo i tragici avvenimenti del settembre-ottobre 1943 che pesano ancora oggi come un macigno nella memoria collettiva di tutti gli italiani col suo codazzo di umiliazioni, di sciagure, di irreparabili danni materiali e morali. Lutti ed umiliazioni non furono risparmiati al nostro popolo né dal vecchio, infido alleato né dal miope e sprezzante vincitore e sotto quei colpi tremendi, inferti senza umanità e senza ragionevolezza, parve che l unità nazionale, faticosamente raggiunta appena ottanta anni prima, dovesse sfaldarsi. Ma non fu così. Il popolo italiano trovò nell immensità della catastrofe la forza di reagire e le Forze Armate furono ancora una volta alla testa della rinascita d Italia. La mancanza di ordini precisi e la confusa linea di dipendenza gerarchica ebbe riflessi drammatici sulle unità dislocate sul territorio nazionale e nei territori occupati. Malgrado questo gli episodi di resistenza armata furono numerosi. La Dalmazia, il Montenegro, la Slovenia, la Croazia e l Albania furono testimoni dello sbandamento iniziale e poi della reazione delle divisioni italiane alle truppe tedesche. La maggiore tragedia si verificò in Grecia e nelle Isole del Dodecanneso teatro del tragico destino della Divisione Acqui. L Esercito pagò un ingente tributo di sangue in quei due mesi: uomini caduti con le armi in pugno e trucidati dopo la resa, ai quali si devono aggiungere altri caduti nei lager nazisti, in quanto la Germania, non riconoscendo il governo del sud, non considerò prigionieri di guerra i militari catturati. La dichiarazione di guerra alla Germania del 13 ottobre 1943, che sancisce di fatto la posizione di co-belligerante dell Italia, determina una rifondazione delle nostre Forze Armate. Viene costituito il 1 Raggruppamento Motorizzato EDITORIALE: LE FORZE ARMATE NELLA GUERRA DI LIBERAZIONE Lutti ed umiliazioni non furono risparmiati al nostro popolo né dal vecchio, infido alleato né dal miope e sprezzante vincitore... L Esercito pagò un ingente tributo di sangue in quei due mesi: uomini caduti con le armi in pugno e trucidati dopo la resa, ai quali si devono aggiungere altri caduti nei lager nazisti, in quanto la Germania, non riconoscendo il governo del sud, non considerò prigionieri di guerra i militari catturati. dell Esercito, i velivoli dell Aeronautica riportano in volo la coccarda tricolore, la Marina Militare veniva posta sullo stesso piano di parità morale rispetto alle Marine Alleate. Scorrendo velocemente gli avvenimenti tragici di quel periodo, mi ha molto colpito il destino della corazzata Roma, la nave ammiraglia della Regia Marina che il 9 settembre 1943, durante il trasferimento della squadra navale da La Spezia a La Maddalena, senza alcuna copertura aerea, subisce all altezza dell isola Asinara l attacco di bombardieri tedeschi. La nave, colpita da due bombe radiocomandate, si spezza in due tronconi ed affonda portando con sè uomini, compreso l Ammiraglio Bergamini e il C.V. Del Cima, Comandanti rispettivamente delle forze navali da battaglia e della corazzata. Muoiono quasi tutti gli ufficiali imbarcati che si preoccupano di porre in salvo il maggior numero possibile di uomini dell equipaggio. Venendo all attualità, l avvenimento che ha certamente occupato le prime pagine dei giornali è stato l affondamento della Costa Concordia. Volevo evidenziare le differenze di comportamento tra il comandante (con la c minuscola) della nave e altri Comandanti della nostra Marina Militare che si erano volutamente inabissati con le loro navi. Scorrendo l elenco in ordine alfabetico dei Decorati mi sono dovuto fermare alla lettera c, avevo già riempito una pagina! D altra parte come diceva Don Abbondio al Cardinale Borromeo Il coraggio uno non se può lo dare!, ma il lauto stipendio si, aggiungo io. Infine dobbiamo registrare la morte di tre militari italiani in Afganisthan, vittime di un incidente mentre si stavano recando a portare aiuto ad altri commilitoni. All arrivo dei feretri a Roma non vi era alcuna autorità politica! I funerali di stato non sono stati celebrati in Santa Maria degli Angeli a Roma. Poveri ragazzi, eppure non erano in gita di piacere o non stavano andando in discoteca, erano in servizio. Anche loro hanno una mamma che piangerà sulla loro tomba! Sono veramente indignato e certo di interpretare i vostri sentimenti, porgo alle famiglie Currò, Messineo e Valente i sentimenti di vicinanza dell Istituto del Nastro Azzurro. Un abbraccio forte a tutti OCCORRE NUOVA OGGETTISTICA? Carlo Maria Magnani L oggettistica del Nastro Azzurro è sempre disponibile ed è costantemente incrementata da nuovi utili gadget. La lista degli oggetti disponibili è regolarmente pubblicata nella quarta di copertina di questo periodico. Qualora le Federazioni desiderassero ulteriori tipologie di gadget, ritenute necessarie per sostenere adeguatamente l attività d immagine dell Istituto in sede locale, possono farci proposte per inserire tali nuovi gadget nella lista. IL NASTRO AZZURRO 3

4 LA PRESIDENZA NAZIONALE COMUNICA Il Decreto interministeriale del 20 dicembre 2011, con cui si assegnano i contributi del Ministero della Difesa alle Associazioni Combattentistiche e d Arma per il 2012, ha stabilito che l Istituto del Nastro Azzurro fra Combattenti Decorati al Valor Militare riceverà, quale contributo dal Ministero della Difesa, Euro. Tenuto conto della progressiva e rapida riduzione di tale contributo negli ultimi anni (vds. tabella sottostante), considerando anche che l esiguità di tale cifra non risolve alcun problema, né può essere considerata un vero contributo, il Presidente Nazionale, gen. Carlo Maria Magnani, ha nominato una Commissione col compito di verificare la situazione e presentare proposte di azioni che egli si riserva di intraprendere a tutela dell immagine e della capacità operativa dell Istituto. Una prima analisi da parte della Commissione ha evidenziato in effetti l incapacità dell Istituto del Nastro Azzurro di far percepire se stesso come un associazione davvero ramificata ed estesa a tutto il territorio nazionale quale esso effettivamente è. A tal proposito, si richiama l attenzione di tutti i Presidenti di Federazione ad intensificare ogni possibile azione allo scopo di evidenziare la presenza e le attività dell Istituto nell azione di salvaguardia e diffusione dei Valori di Amor di Patria e di Onore e Valore Militare. Occorre altresì dare adeguata pubblicità alle certamente numerose iniziative attuate in campo sociale soprattutto a favore di persone meno abbienti, tra gli iscritti e non al nostro sodalizio. Purtroppo viviamo nella società dell immagine e, ci si è resi conto, oggi come non mai, di questa verità: l attività non adeguatamente pubblicizzata è come se non fosse mai avvenuta. ANNO CONTRIBUTO ORDINARIO DEL TESORO CONTRIBUTO STRAORDINARIO DIFESA EROGAZIONI LIBERALI A FAVORE DEL NASTRO AZZURRO Con il riconoscimento ufficiale dell interesse storico dell archivio della Presidenza Nazionale già dal 2011 è possibile effettuare erogazioni liberali finalizzate alla Conservazione, potenziamento e valorizzazione dell archivio Storico dell Istituto del Nastro Azzurro, per le quali è prevista la detrazione fiscale sulla dichiarazione dei redditi. (art. 15 comma 1 lettera h del D.P.R. 917/1986). Le erogazioni devono essere effettuate intestandole a Istituto del Nastro Azzurro - Presidenza Nazionale tramite banca, ufficio postale, assegni bancari o circolari versati sul C/C Postale n intestato a Istituto del Nastro Azzurro, oppure su C/C Bancario CA SSA DI RISPARMIO DI FERRARA - Filiale di Roma - P.zza Madonna di Loreto, 24 - c/c n CIN IT A - ABI CAB IBAN: IT69A , specificando la motivazione sottolineata sopra. 4 IL NASTRO AZZURRO

5 DONIAMO IL 5 PER MILLE AL NOSTRO ISTITUTO Come ormai di consueto, è consentito destinare il "5 per mille" dell'irpef a sostegno delle attività dell'istituto del Nastro Azzurro fra Combattenti Decorati al Valor Militare come Associazione riconosciuta che opera nei settori di cui all'art.10, comma 1, lettera a, del D.Lgs. n.460/97. Sia con il Mod. UNICO che con il 730 è possibile compiere tale scelta e pertanto vi invitiamo ad utilizzare questo strumento per sostenere gli impegni che il nostro Istituto si è assunto per diffondere, in particolare nelle giovani generazioni, il rispetto e l'amore per la Patria e la conoscenza dei doveri verso di Essa, assistere gli iscritti e salvaguardare gli interessi morali e materiali della categoria; mantenere vivi i contatti con le Forze Armate e con le Associazioni Combattentistiche e d'arma. Per chi lo ha già fatto negli anni passati, una bella soddisfazione: il 5 per mille del solo anno 2009 porterà all Istituto Euro. Si può esprimere la scelta apponendo, negli appositi spazi, la propria firma e il Codice Fiscale dell'istituto , e non comporta alcun onere a carico del contribuente. 24 MAGGIO: GIORNATA DEL DECORATO Il 24 maggio ricorrerà la "Giornata del Decorato". La Presidenza Nazionale sta consolidando gli accordi col "Gruppo delle Medaglie d'oro" e col Comando Militare di Roma Capitale per la consueta cerimonia da celebrarsi insieme all'altare della Patria. La cerimonia avrà luogo quindi giovedì 24 maggio con le modalità che verranno tempestivamente emanate tramite apposita circolare prossima ad essere inviata a tutte le Federazioni. Come ogni anno, si auspica una forte e numerosa partecipazione a testimonianza dei Valori che l'istituto sostiene in tutta Italia e che, nella ricorrenza della Giornata del Decorato, assumono il particolare significato di riferimento morale e sociale. IL NASTRO AZZURRO 5

6 LETTERE A IL NASTRO AZZURRO Risponde il generale Carlo Maria Magnani, Presidente Nazionale dell Istituto del Nastro Azzurro fra Combattenti Decorati al Valor Militare e Direttore Editoriale della rivista Il Nastro Azzurro. gent.mo Direttore, dalla morte del mio caro papà, avvenuta il 29 gennaio 2011, ricevo tutt'ora il periodico (Nastro Azzurro) che seguo con piacere. Vorrei spendere qualche parola su di lui: ENCOMIO SOLENNE MERITO DI GUERRA MINISTERO DIFESA MARINA al s.ten. Tinelli Angelo, nato a Gallipoli il 1 giugno 1926 per aver partecipato alla difesa di Lero quale componente del presidio che agli ordini del contrammiraglio Mascherpa, Medaglia d'oro al Valor Militare, resisteva per ben 52 giorni all'insistente, violento assedio aereo, cessando di combattere solo quando, all'estremo delle risorse in seguito all'avvenuto sbarco di forze nemiche, ne ebbe l'ordine dal generale britannico comandante delle operazioni combinate di difesa. Lero: 9 settembre - 16 novembre 1943 Ho scritto questo perché so quanto lui era legato al Nastro Azzurro, tutto quello che raccontava, memorie, personaggi, era un pezzo della nostra storia. Ma vorrei ricordarlo in particolare come uomo buono, altruista; ha lasciato in tutti noi, ma soprattutto a me come figlia l'eredità più ricca che aveva nel suo cuore. Grazie papà. Mi farebbe piacere ricordarlo in una pagina del nostro periodico. Ada Tinelli Fratello mare Ed ecco ce ne andiamo come siamo venuti arrivederci fratello mare mi porto un po' della tua ghiaia un po' del tuo sale azzurro un po' della tua infinità e un pochino della tua luce e della tua infelicità. Ci hai saputo dire molte cose sul tuo destino di mare eccoci con un po' di speranza eccoci con un po' di saggezza e ce ne andiamo come siamo venuti, arrivederci fratello mare. Dedicata al mio papà N. Hikmet È morto nella notte del 14 luglio 2011, nella sua casa sulle Torricelle, assistito dalla figlia Luisina e dal genero, generale Antonio Lasorte, il colonnello pilota Vittorio Organo, protagonista pluri Decorato della guerra aerea in Africa Settentrionale. Ufficiale di complemento, aveva comandato per due anni, operando dai campi avanzati della Marmarica e da altre basi libiche prossime al fronte egiziano, una squadriglia da bombardamento sui leggendari trimotori S.79, meritando ben tre Medaglie d'argento al Valor Militare ed una Promozione per Merito di Guerra. Sull'aeroporto di Gorizia, alla scuola di specializzazione, era stato subalterno di Amedeo di Savoia, Duca d'aosta. Nella vita civile era il titolare della farmacia di Poiano, la frazione nella quale si sono svolti i suoi funerali, ed era noto quale presidente del Nastro Azzurro, l'istituto nazionale dei Decorati al Valor Militare. In tale veste, nell'annuale cerimonia del Quattro Novembre, aveva sempre dato voce alla motivazione della Medaglia d'oro concessa al Milite Ignoto. Sua era stata l'iniziativa dell'apposizione della targa del Nastro Azzurro sulle mura viscontee di via Alpini. Ogni anno, il 2 marzo, promuoveva una messa di suffragio per il Duca d'aosta, nell'anniversario della morte in prigionia, e per tutti i Caduti italiani in terra d'africa, nella chiesa di San Zeno in Oratorio (San Zenetto). Era stato promotore di numerosi pellegrinaggi al mausoleo di El Alamein ed anche al sacrario del Duca d'aosta a Nyeri, in Kenia. Gianni Cantù Gent.ma Sig.ra Tinelli e gent.mo sig. Cantù Le Vostre sono testimonianze nei confronti di eroi della seconda guerra mondiale che sono andati avanti alcuni mesi fa. Mi ha particolarmente colpito lo struggente amor filiale dalla Signora Tinelli. La pubblicazione di queste testimonianze, lungi dall'apparire inutile rievocazione pubblica di figure private, permette di meglio rappresentare una caratteristica di quegli uomini che, pur consapevoli della superiorità dell'avversario, si spesero generosamente per la Patria. Forse i sentimenti alla base di tali comportamenti, se fossero più diffusi oggi, eviterebbero le inutili e costose contrapposizioni che spaccano l'italia e le impediscono di essere bella e forte come essa, in cuor nostro, appare. Grazie per averci inviato le lettere. 6 IL NASTRO AZZURRO

7 il Giornale di Vicenza 19 maggio 1995 Egregio Direttore de Il Nastro Azzurro Sono Mirella Coaccioli, moglie di Federico Coaccioli, reduce dalla steppa russa dopo 1800 km a piedi (e mi permetto di farle presente che ha meritato due Medaglie); in casa mia arriva Il Nastro Azzurro e l UNUCI che io leggo ambedue dalla prima all ultima pagina. Quindi non mi è sfuggita la lettera che il Sindaco del Comune di Valdastico (VI), Alberto Toldo, ha inviato alla redazione de Il Nastro Azzurro. Che peccato avere dei concittadini così ottusi che rifiutano di leggere e tolgono ai propri paesani la possibilità di seguire i fatti, avvenimenti, episodi storici, manifestazioni, cerimonie che si tengono in varie città italiane. Ho vissuto, per ragioni di lavoro di mio marito, con la mia famiglia, a Vicenza dal 1968 al 1973, ho insegnato in quella città e ne ho un buon ricordo: gente rispettosa, educata, creativa: gli scolari e poi gli studenti studiavano e basta! Con il tempo si sono guastati anche loro? Mi fa piacere Direttore, mandarle la copia di un fatto accaduto a Vicenza nel maggio 1995, per via di un monumento posto al centro della città che l Anonima Magnagati criticò e Le mando anche la mia risposta che Il Giornale di Vicenza pubblicò. Purtroppo le teste vuote come le zucche ci sono ancora. Ma come è stato eletto Sindaco del comune di Valdastico Alberto Toldo? Peccato per Valdastico, con il Sindaco così, che calpesta tutto il passato storico della sua terra. Mi creda Mirella Coaccioli la sig.ra Coaccioli risponde all Anonima Magnagati Gent.ma sig.ra Coaccioli Non torno sul comportamento del sindaco di Valdastico. Mi sono già espresso in merito e non voglio dare ulteriore evidenza al suo comportamento sicuramente censurabile. Voglio invece spendere qualche parola sulla polemica con l'"anonima Magnagati" (un complessino popolare dialettale vicentino, per chi non lo sapesse). L'Italia è uscita molto male dalla seconda guerra mondiale, e lei ha un tangibile esempio in famiglia con l'odissea vissuta da suo marito. Gli italiani, che tendono sempre ad autoassolversi e a cercare altrove la responsabilità dei problemi in cui si dibattono, hanno addossato completamente la responsabilità della guerra perduta a Mussolini il quale aveva posto in modo eccessivo l'accento sulle virtù guerriere del popolo italiano, esaltandone una militarità ben lungi dall'essere reale e sentita. La reazione post bellica a tutto ciò che anche lontanamente fosse ascrivibile al fascismo ed alla sua retorica, ancora oggi provoca danni gravi: gli stralci de "Il Giornale di Vicenza" qui accanto lo testimoniano. La mancanza di rispetto per chi ha combattuto e sofferto per la Patria arriva in questo caso ad investire il simbolo di uno dei corpi militari più gloriosi e soprattutto amati dal popolo italiano: i Bersaglieri. Non ho parole per stigmatizzare l'incredibile comportamento dell' Anonima Magnagati. Devo solo riscontrare l'ennesimo atteggiamento di sfida ai valori fondanti della nostra Patria da parte di esponenti dell'arte e dello spettacolo. Come se fosse un merito di tale settore sociale, negare i predetti valori. E poi ci si meraviglia che in Italia, teatro, cinema e spettacolo in genere siano in lenta inesorabile decadenza? Ci si meraviglia che i nostri giovani, ormai, apprezzino quasi esclusivamente gli artisti anglosassoni? Cordialmente IL NASTRO AZZURRO 7

8 MA QUANTO CI COSTA? La Costa Concordia dopo il naufragio La domanda che costituisce il titolo di questo pezzo utilizza l'assonanza tra la terza persona del presente indicativo del verbo "costare" e la società di navigazione "Costa Crociere" alla quale appartiene la bellissima nave recentemente naufragata sugli scogli dell'isola del Giglio, e intende porre l'interrogativo su quanto costa all'immagine dell'italia tale episodio. L'incidente, già grave e persino incredibile per le circostanze che sembrano emergere dalle prime testimonianze, ci da occasione per fare un po' di filosofia sulla società italiana, verificandone la profondità del baratro in cui essa è idealmente caduta e le probabili cause di tale sprofondamento. Infatti, proprio le circostanze che hanno portato all'incidente e tutto ciò che è accaduto subito dopo appaiono inconcepibili se non si accetta la realtà di una società profondamente malata, in cui il senso della responsabilità non esiste praticamente più. Il comandante della "Costa Concordia", Francesco Schettino, a mio parere interpreta molto bene ciò che oggi è diventato l'essere una persona alla quale si affidano compiti di grande responsabilità: tutto fumo e niente arrosto, come avrebbe detto a suo tempo Rousseau nel suo famoso racconto. Qui non si intende aprire un nuovo capitolo su ciò che ha fatto e ciò che avrebbe dovuto fare il comandante della sfortunata nave - una parola definitiva la attendiamo dalle numerose inchieste in atto sull'episodio - bensì si vuole, utilizzando l'episodio come cartina di tornasole, approfondire i risultati aberranti della trasformazione della società italiana negli ultimi decenni. Nelle pagine seguenti troverete un articolo dal titolo emblematico: "Quando i comandanti morivano in plancia". Penso che lo leggerete con interesse e vi troverete rappresentate delle figure di comandante molto romantiche (in senso positivo) e sempre di forte spessore e personalità; comandanti che giustamente possono far vibrare le corde più intime dell'animo, far provare una forte empatia, provocare la curiosità femminile verso una figura maschile virile oltre ogni prova, spingere l'animo maschile all'emulazione ed alla sfida. Tutti sentimenti nobili di un mondo che non ci appartiene più. Oggi, basta guardarsi intorno per averne contezza, domina la massificazione, il menefreghismo, l'assoluta mancanza di senso della responsabilità, l'arrivismo, la pugnalata alla schiena, la pervicace ricerca del bene proprio a scapito degli altri, la denuncia delle buone qualità (degli altri) come se fossero difetti. Potrei continuare... In una simile situazione, non ci si può meravigliare più di tanto se un uomo posto al comando di una nave, per ragioni ancora da approfondire da parte dell'inchiesta, ma sicuramente ascrivibili quanto meno a superficialità e scarsa attenzione per i possibili rischi, porta la nave stessa con oltre quattromila persone a bordo a fare naufragio sugli scogli. Non ci si può meravigliare più di tanto se lo stesso uomo cerca di minimizzare la situazione per oltre un'ora, chissà, forse sperando che nessuno, né a terra, né a bordo si accorgesse che la nave stava davvero affondando. Non ci si può meravigliare più di tanto se sempre il medesimo 8 IL NASTRO AZZURRO

9 uomo, una volta compreso che la nave era irrimediabilmente perduta, dato in maniera alquanto sommaria l'ordine di abbandono della nave, sia stato poi tra i primi ad eseguire tale ordine, infischiandosene dei suoi doveri di coordinamento e controllo di quella che tra le operazioni di emergenza è sicuramente la più importante, difficile e cruciale. Una probabile spiegazione di un comportamento che ha dell'incredibile, secondo me la troviamo, neppure tanto difficilmente, nella morte del senso della responsabilità. Una morte che è avvenuta non solo nell'animo del comandante Francesco Schettino, ma nella stragrande maggioranza degli italiani. Proviamo a cercare, in alcuni esempi di comportamento ormai generalizzato, i sintomi che mi confortano in questa affermazione: la scuola è considerata da anni un'istituzione malata, che non prepara più adeguatamente alla vita né all'inserimento dei giovani nel mondo del lavoro. Nessuno però mette in relazione la situazione della scuola con la semplice considerazione che da anni si fa di tutto, con circolari ministeriali, norme, regolamenti, riforme e chi più ne ha più ne metta, per eliminare l'unico modo per obbligare allo studio i frequentatori (chiamarli studenti non ha senso... non studiano): la selezione dei migliori in base al merito dimostrato; quando accade un grave fatto di cronaca nera, in cui una persona si lascia coinvolgere dall'aggressività e compie o provoca una strage, c'è sempre qualcuno pronto a trovare giustificazioni che ne potrebbero alleggerire la responsabilità. Ma la cosa grave è che non c'è nessuno che contesta a questo qualcuno l'assurdità delle sue giustificazioni; da tempo si assiste a periodici interventi di gruppi di facinorosi, più o meno colorati politicamente, che bloccano strade, stazioni ferroviarie, luoghi di lavoro, eccetera, per protestare contro questo o quello (esempio d'attualità, ciò che accade in val di Susa), infischiandosene del fatto che la loro azione impedisce ad una maggioranza silenziosa ed operosa, di svolgere ciò che essi ritengono ancora il loro dovere. Nessuno parla più da anni del disagio di questi ultimi, come se non esistessero; sono anni che chi conosce le regole, le applica e, se richiesto, le spiega, viene soprannominato "Pierino" e "pierinate" le sue azioni, sebbene tale personaggio, nelle barzellette di una volta, fosse proprio il contrario, cioè l'emblema dell'ignoranza fatta persona; è molto tempo che si è diffusa una specie di leggenda metropolitana che vede in chi viola le regole, se le mette sotto i piedi, le ignora volutamente e platealmente, una sorta di modello da imitare e da proporre come uomo vero, virile, capace, non soggetto. Chi dovesse tentare di far notare l'assurdità di una simile posizione, verrebbe deriso, sbeffeggiato, considerato una specie di timoroso servo di non si sa quale padrone; sono decenni che il mondo militare, notoriamente più attento di altri alle regole ed alla loro applicazione, viene considerato in maniera tout court negativa, senza alcuna possibilità di riscatto o di appello; recentemente si è giunti a considerare persino la nostra religione cristiana come un valore negativo poiché "contrapposta" a quella musulmana. Chi facesse notare che il cristianesimo è amore, indipendentemente dal comportamento altrui e che, se c'è una contrapposizione, essa va cercata proprio in certi atteggiamenti oltranzisti da parte di alcune frange musulmane, ver- La bella Costa Concordia IL NASTRO AZZURRO 9

10 Il comandante Francesco Schettino rebbe attaccato non da parte di esponenti di quest'ultima religione, ma da parte di insospettabili "buoni cristiani" (ricordate la faccenda del Crocefisso in classe?). L'elenco delle "devianze" della nostra società potrebbe occupare tutta la rivista, ma quanto detto finora è già più che sufficiente per tirare le somme. Una società che premia chi sbaglia e mortifica chi fa le cose nel modo corretto non era immaginabile, ora ce l'abbiamo sotto gli occhi: la società italiana. In tutto questo, appare davvero difficile riprendere una direzione corretta, poiché qualsiasi cosa si tenti di dire o di fare, ci si troverà a lottare contro chi, in una situazione come questa, trova comodo vivere. Si tratta proprio di quelli che tale situazione, a chiacchiere, vorrebbe aver eliminato: i prepotenti di ogni genere. Se facciamo un po' di storia recente, l'origine di questa situazione si colloca nella cosiddetta "rivoluzione del 1968" la quale avrebbe avuto il merito di mettere in discussione innanzitutto il principio di autorità, inteso come il principio in base al quale la società è divisa in chi decide e chi esegue. Pur comprendendo le ragioni umanitarie per cui tale principio è stato posto alla berlina, proprio io, ex ragazzo del sessantotto, contesto ora, come feci allora, quest'idea bislacca. Allora contestai per intima convinzione, ma con scarsi argomenti logici, il tentativo di distruggere chi incarnava l'autorità, oggi contesto tale distruzione con l'evidenza logica dei risultati. Prima di dire la mia, vorrei richiamare brevemente la "teoria dei gruppi" di Robert Freed Bales ( ), il sociologo statunitense che per primo fu in grado di spiegare il comportamento di un gruppo sociale riguardo alla leadership. In estrema sintesi, egli dimostrò che, in qualsiasi gruppo, viene automaticamente designato un leader mediante procedure di selezione sociale che ne determinano la preminenza sugli altri membri del gruppo, l'accettazione da parte degli altri della sua stessa preminenza e delle sue decisioni sul comportamento del gruppo, nonché della sua guida nell'attuazione delle decisioni. Bales si spinse oltre, affermando che la moderna società obbliga gruppi "formalizzati" ad avere come leader persone che i medesimi gruppi, se fossero stati "informali", cioè naturali, non è detto che avrebbero scelto come leader. Da qui la necessità di selezionare bene la classe dirigente, cercando con molto anticipo le capacità di leadership nei giovani. L'obiettivo è che i leader del futuro dovrebbero essere scelti solo tra quelli che, comunque, sarebbero stati leader anche in gruppi "informali". In tutto questo, il concetto di autorità era quasi religioso. Il capo, così selezionato, era meritevole della stessa stima e dello stesso rispetto del capo tribù primordiale scelto in modo "naturale" dai suoi gregari. Purtroppo il sistema non sempre produceva buoni leader, sicché, nel 1968 e anni successivi, invece di cercare di migliorarlo, lo si buttò via. Da allora, l'autorità costituita è in crisi, mentre hanno sempre maggior seguito i leader naturali. Ciò potrebbe anche essere considerato un positivo ritorno all'antico, una riscoperta dei valori veri posti alla base dell'autorità naturale, se non accadesse che il leader naturale, è in realtà, il prepotente di turno; e non c'è ormai modo per arginarlo, visto che, pur contestando il concetto stesso di autorità costituita, si è eliminata ogni regola... perché da tale autorità proveniente. In realtà, oggi il vero leader deve saper gestire situazioni complesse nelle quali il carisma naturale è solo una componente, neppure la più importante. Ciò che davvero conta, ed accresce anche il carisma stesso del leader, è la sua cultura professionale e la sua capacità di metterla a disposizione del gruppo che gestisce e coordina. Tutto questo non si inventa, né bastano le doti naturali. Ricordo bene, quando partecipai al concorso per entrare in Accademia Aeronautica, la complessità delle fasi concorsuali in cui team specializzati cercavano di capire la personalità di ciascuno di noi candidati al fine di rilevarne soprattutto le doti latenti di attitudine militare e attitudine al comando. Il generico concorso nella Pubblica Amministrazione prevede un esame scritto di lingua italiana ed un esame orale in una materia specifica relativa all'attività che poi si andrà a svolgere. Nel caso dell'accademia Aeronautica, che all'epoca impartiva studi universitari della facoltà di Ingegneria, l'esame orale era di Matematica. A tali prove "ufficiali", però il concorso abbinava la visita medica di idoneità psicofisica al pilotaggio, prevista anch'essa per legge per chiunque voglia svolgere tale professione anche nel mondo civile, e un periodo di "tirocinio" di circa dieci giorni durante il quale i candidati venivano sottoposti ad un'attenta osservazione comportamentale ed a una completa batteria di test psicoattitudinali mirati tutti alla ricerca di qualità eminentemente militari e della "capacità di comando". Si può obiettare che un ragazzo di diciannove anni potrebbe ancora non aver ben sviluppato qualità del genere, che però possiede in maniera latente. Bene, avendo fatto parte, una volta divenuto ufficiale in servizio attivo, della commissione di concorso di vari corsi dell'accademia Aeronautica, posso affermare che la tecnica utilizzata nel tirocinio permette di individuare tali qualità senza ombra di dubbio, anche se ancora latenti. Esiste qualcosa di simile nella fase di assunzione di un ufficiale da inserire nell'equipaggio di una nave mercantile? A me non risulta. Esiste qualcosa di simile nella fase di selezione dei futuri comandanti tra gli ufficiali in servizio negli equipaggi delle navi mercantili? Forse. Ma non mi risulta. In ogni caso, anche se esistesse, la vicenda della Costa Concordia dimostra che tale selezione non ha funzionato a dovere. Ora si obietterà che anche in Aeronautica Militare non sono mancati gli incidenti di volo, soprattutto quelli causati da comportamenti scorretti da parte del pilota. È vero, ma ciò da tempo appartiene alla storia. Infatti, la tecnica di selezione dei futuri piloti dell'aeronautica Militare e l'applicazione attenta e continua dei dettami della 10 IL NASTRO AZZURRO

11 Accademia Aeronautica: Giuramento del Corso Sicurezza del Volo hanno minimizzato gli incidenti di volo ascrivibili a "causa professionale" (volgarmente: errori di pilotaggio indotti da condotta scorretta e da infrazioni alle regole di sicurezza) a livelli irrilevanti da almeno quindici anni. Eppure gli ultimi sono i quindici anni in cui le ristrettezze di bilancio hanno anche imposto una drastica riduzione dell'attività di volo da destinare all'addestramento. E sappiamo che lo scarso addestramento è altrettanto pericoloso quanto la condotta poco attenta alle regole. Ma nelle Accademie Militari, non solo in quella dell'aeronautica, si forma anche il "carattere" dei futuri ufficiali destinati al comando di reparti ed enti delle Forze Armate. La formazione prevede vari stadi essenzialmente di carattere pratico, attività sportiva agonistica, marcia, simulazione di situazioni stressanti, spinta alla decisione in condizioni critiche, eccetera, ma prevede anche lo studio teorico di una serie di materie professionali tra le quali ricordo "Arte militare" e "Arte del Comando". Devo dire che la prima volta che vidi accostare la parola "arte" a tali materie mi venne da sorridere. L'arte è qualcosa che attiene alle emozioni, che è capace di interpretare in maniera fantasiosa e personale la realtà trasfigurandola in una produzione che colpisce i nostri profondi sentimenti. Cosa poteva entrarci con l'attività dei militari? Lo ho capito dopo, negli anni. Comandare è un'arte. La tecnica la si apprende, ma la capacità di trasfondere la tecnica in qualcosa che trasmette ai propri dipendenti la fiducia nel capo e nella correttezza delle sue decisioni è qualcosa che parte da una situazione già favorevole: la presenza di latenti doti di leadership nella persona destinata al comando. Le Forze Armate danno così tanta importanza a questo aspetto che continuano a sostenere i costi pesantissimi di proprie accademie militari i cui cadetti terminano gli studi conseguendo la laurea. I futuri ufficiali, che potrebbero essere direttamente arruolati tra i giovani laureati invece vengono formati nelle Accademie Militari, vere Università del Comando. Ciò non avviene solo per pochissimi ufficiali destinati a posizioni di "staff" nell'organizzazione dei corpi di supporto tecnico e logistico, ma per coloro che avranno le posizioni di comando la spesa delle Accademie Militari è un investimento produttivo: produce veri comandanti. La conclusione che possiamo trarne è che per ottenere buoni comandanti e buoni professionisti della condotta di mezzi complessi, occorre applicare con convinzione i suggerimenti di Bales: ricercare i potenziali leader naturali tra i candidati a posizioni di leadership "formale", in modo da far coincidere tale funzione nella società moderna con la medesima in quella primordiale che tutti noi ci portiamo ancora dentro, stampata nel nostro DNA. Torniamo ora alla tragedia della Costa Concordia. Un comandante che decide di passare vicino ad un'isola contornata di scogli senza preoccuparsi di finirci sopra, può essere considerato un comandante davvero professionale? Un comandante che, dopo un incidente, invece di dare ordini e disposizioni al suo equipaggio, trascorre decine di minuti al telefono con un pur bravissimo tecnico della compagnia, ma non presente a bordo e non responsabile del comando della nave, può essere definito un "Comandante"? Infine, un comandante che abbandona la sua nave ben prima che le operazioni di sgombero e salvataggio degli occupanti abbiano avuto termine, considera se stesso un comandante? Nei tre quesiti, come si può notare, non c'è la ricerca della condanna di Schettino, ma la ricerca di un riferimento tra il comportamento di quest'ultimo e quello che avrebbe dovuto tenere un leader formalizzato non solo nell incarico, ma persino nel nome dell attività a lui affidata: comandante. A questo punto la domanda successiva è: come è stato possibile affidare il comando di una nave ad un uomo così carente di leadership? Risposta: tutto è possibile, se il concetto di autorità, così intimamente connesso con quello di leadership, è stato messo in crisi e mai più ripreso da circa mezzo secolo. Allarghiamo ora il discorso e cerchiamo di capire anche un altro episodio. L'ufficiale di servizio alla sala operativa della capitaneria di porto di Livorno è stato descritto come un eroe per il solo fatto di aver richiamato con decisione e più volte il comandante Schettino ai suoi doveri. L'ufficiale stesso si è poi schermito affermando senza mezzi termini di non considerarsi affatto un eroe. Sono d'accordo con lui, ma la voglia di eroismo da parte della pubblica opinione, davanti all'incredibile situazione verificatasi, era così forte da cercarla anche in una semplice frase detta al telefono. Veniamo quindi alla missione che "Il Nastro Azzurro" ha in questa società ormai rovinata: riproporre l'ideale attraverso il quale si può tornare al vero eroismo, cioè l'ideale di una società sana, che accetta e fa propri i valori di fondo e non se ne vergogna, anzi li sostiene e li rappresenta come fari di orientamento per i giovani e come punti di riferimento nel comportamento giornaliero per chi giovane non è più. Una società sana, non solo accetta la preminenza del merito, ma l'insegue, la cerca, la vuole. Una società sana è pronta a premiare, ma è anche disponibile a punire. La punizione ha una funzione essenziale nell'educazione e nella formazione, ma è anche un deterrente a non sbagliare con facilità per chi ha già raggiunto la maturità. Qualche timido segnale che indica che la società italiana vorrebbe tornare ad essere competitiva, sana ed onesta, c'è. L'importante è non sottovalutare quei segnali soffocandoli col chiasso delle minoranze rumorose che, messe tutte insieme, costituiscono una maggioranza cialtrona e pericolosa come non mai. Cerchiamo quindi, nelle nostre comunità, nei paesi come nelle città, nei quartieri, nelle scuole, nelle associazioni, in tutte le manifestazioni della convivenza sociale, i sintomi del desiderio di onestà e correttezza, e aiutiamoli a crescere ed a diffondersi: questa è la missione dell'istituto del Nastro Azzurro fra Decorati al Valor Militare, cioè fra coloro che hanno messo a repentaglio la vita per compiere un gesto che andava oltre il proprio dovere di militare. Antonio Daniele IL NASTRO AZZURRO 11

12 IL GIORNO DELLA MEMORIA Il 27 gennaio 2012 si è celebrato per il dodicesimo anno il Giorno della Memoria", istituito con legge 20 luglio 2000, n. 211, per lo stesso giorno in cui, nel 1945, furono abbattuti i cancelli di Auschwitz. In occasione del Giorno della Memoria sono stati organizzati incontri, cerimonie e momenti comuni di rievocazione dei fatti e di riflessione (in modo particolare nelle scuole di ogni ordine e grado) su quanto accadde nei campi di sterminio nazisti, al fine di conservare viva la memoria di quel periodo della storia europea e del nostro Paese e perché sia scongiurato per sempre il ripetersi di simili tragedie. Le iniziative patrocinate dal Comitato di coordinamento per le celebrazioni in ricordo della Shoah della Presidenza del Consiglio dei Ministri sono state presentate a Palazzo Chigi, il 19 gennaio scorso, nel corso Auschwitz di una conferenza stampa presenziata dal Ministro per la cooperazione internazionale e l integrazione Andrea Riccardi, che ha ricordato l importanza di celebrare una Memoria solida, sentita e priva di retorica. Tra le iniziative patrocinate dal Comitato si segnalano: la Tavola rotonda La Shoah e l identità europea organizzata dal Comitato e dall Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, sulla nascita dell Europa unita dalle ceneri della seconda guerra mondiale guardando all Europa di oggi; il Convegno di studi in ricordo della Shoah organizzato dal Ministero dell interno, in collaborazione con la Comunità ebraica di Roma e con istituzioni universitarie italiane e straniere, presso la Scuola Superiore dell Amministrazione Civile dell Interno; la Mostra I ghetti nazisti, presso il Complesso del Vittoriano dal 27 gennaio al 4 marzo 2012, che ha ripercorso la storia dei ghetti nazisti in Polonia, dal 1939 al 1944; i Testimoni della Memoria La Nominazione, iniziativa organizzata dalla Consulta della Comunità Ebraica di Roma in collaborazione con il Centro di Cultura, l Ufficio Rabbinico e la Fondazione Museo della Shoah di Roma; il nuovo sito web della Fondazione CDEC: i nomi della Shoah italiana. Il progetto consiste nella messa on line, dopo un accurata ricerca, dell elenco degli oltre settemila cittadini ebrei vittime della Shoah in Italia durante la Repubblica Sociale Italiana e l occupazione tedesca, negli anni ; i risultati di Storia di Famiglie Campagna nazionale di raccolta materiale e documenti sulla Shoah: documenti rari e preziosi, dal punto di vista affettivo e storico, che molti privati cittadini, ebrei e non, hanno generosamente donato a testimonianza dell accaduto. Tra questi, una collezione di circa 170 opere di artisti che perirono nei lager o da sopravvissuti alla persecuzione, donata dal collezionista Roberto Malini alla Fondazione Museo della Shoah di Roma. IL SENSO DELLE CELEBRAZIONI Il giorno della memoria e il giorno del ricordo, recentemente istituiti con due diverse leggi, hanno senso non nell'obbligo di rispettare una legge, ma nella necessità di mantenere vivo il significato umanitario delle celebrazioni stesse. Si legge spesso sui libri di storia, soprattutto su quelli scolastici, che la seconda guerra mondiale è scoppiata essenzialmente come reazione ai trattati di pace siglati al termine della prima guerra mondiale, eccessivamente duri nei confronti delle nazioni perdenti e... dell'italia che, pur tra le potenze vincitrici, si è vista negare parte di quanto era stato concordato col patto di Londra del 1915, in caso di vittoria. In realtà, la seconda guerra mondiale è stata generata dallo scontro politico ideologico più importante mai realizzatosi nella storia dell'umanità: quello tra le idee di democrazia, di socialismo nazionalista e, in forma latente, di comunismo. Le tre ideologie erano applicate alle forme di stato dei paesi belligeranti ed hanno provocato la guerra più violenta e distruttiva della storia, culminata col primo ed ultimo impiego reale dell'arma nucleare sul Giappone. Solo lo scontro tra due ideologie contrapposte e nemiche alla radice, quella democratica e quella nazional socialista può spiegare l'infamia dei campi di sterminio nazisti. I trattati di pace della Conferenza di Parigi non possono aver portato a tanto. Ugualmente, solo con la contrapposizione tra la democrazia occidentale ed il comunismo sovietico, entrambi alleati nella guerra, ma antagonisti poi nella sua prosecuzione, la guerra fredda durata oltre quarant'anni, si può spiegare l'odio bestiale che portò alla tragedia delle foibe. In pratica, l'intero XX secolo è stato il redde rationem di ideologie nate dall'interpretazione pratica dell'illuminismo che si è manifestata nel XIX secolo in tre possibili soluzioni: la democrazia originata dalla Rivoluzione francese, il Comunismo generato dalle teorie pseudo economistiche di Karl Marx e il nazifascismo nato dall'applicazione della visione hegeliana di una società dominata da particolari personalità votate al supe- 12 IL NASTRO AZZURRO

13 IL GIORNO DEL RICORDO Il 10 febbraio si è celebrato il "Giorno del ricordo", Istituito con la legge n. 92 del 30 marzo 2004 al fine di "ricordare" ogni anno la tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell'esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del nostro confine orientale. La cerimonia di commemorazione si è svolta al Palazzo del Quirinale, alla presenza del Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. Presenti anche il Presidente della Camera dei Deputati, Gianfranco Fini, il Presidente della Corte Costituzionale, Alfonso Quaranta, il Vice Presidente del Senato della Repubblica, Vannino Chiti, il Ministro della Difesa, Giampaolo Di Paola, il Ministro per la Cooperazione Internazionale e l'integrazione, Andrea Riccardi, rappresentanti del Parlamento, autorità ed esponenti delle Associazioni degli esuli istriani, fiumani e dalmati. Nella ricorrenza, è stata favorita, da parte di istituzioni ed enti, la realizzazione di studi, convegni, incontri e dibattiti che hanno contribuito a conservare la memoria di quelle vicende, nonché a valorizzare il patrimonio culturale, storico, letterario e artistico degli italiani dell'istria, di Fiume e delle coste dalmate, in particolare ponendo in rilievo il loro contributo allo sviluppo sociale e culturale del territorio della costa nord-orientale adriatica, ed altresì a preservare le tradizioni delle comunità istrianodalmate residenti nel territorio nazionale e all'estero. Nelle scuole sono state organizzate, in occasione di questa giornata, iniziative volte a diffondere la conoscenza dei tragici eventi che costrinsero centinaia di migliaia di Italiani, abitanti dell'istria, di Fiume e della Dalmazia, a lasciare le loro case, spezzando secoli di storia italiana in quei territori. In occasione del Giorno del ricordo il Ministero dell'istruzione, dell'università e della Ricerca e le Associazioni degli Esuli hanno organizzato per il 22 e 23 febbraio 2012 a Trieste il 3 Seminario nazionale dal titolo "Le vicende del Confine orientale ed il mondo della scuola - Il contributo dei Giuliano-Dalmati alla storia e alla cultura nazionale". Il Ministro Andrea Riccardi, assistito da Alessandro Picchio, Presidente della Commissione incaricata dell'esame delle domande presentate in base alla legge n. 92 del 2004, ha consegnato il 9 febbraio scorso i diplomi e le medaglie commemorative del Giorno del Ricordo ai familiari delle vittime delle foibe, cioè di quelle persone che, dall'8 settembre 1943 fino all'anno 1950 compreso, in Istria, in Dalmazia o nelle province dell'attuale confine orientale, sono state "infoibate" o riconosciute come scomparse o soppresse. riore bene sociale, ma illuminate da doti solo da esse possedute. Una cosa è la speculazione filosofica, un'altra è la sua applicazione pratica e i risultati lo hanno dimostrato. Ma la particolarità della seconda guerra mondiale non è stata la vastità del conflitto, che ha effettivamente interessato l'intero pianeta, bensì la durezza dello scontro che animava gli stessi combattenti. Intendiamoci, non sono mancati, nel corso della guerra, episodi di vera umanità tra soldati di eserciti contrapposti, ma si sono anche verificati episodi di rara crudeltà, così generalizzati da porre a ragione la questione dello scontro ideologico in cui non solo il soldato avversario, ma anche il semplice generico essere umano appartenente alla nazione avversaria, se non addirittura all'etnia che si poneva in antitesi (il caso della persecuzione degli ebrei lo dimostra), diveniva il bersaglio dell'azione bellica di annientamento. La guerra è e sarà sempre un evento negativo, ma quanta distanza c'è tra quell'immane tragedia planetaria e le guerre attuali in cui le armi vengono utilizzate in maniera chirurgica al solo scopo di una vittoria unicamente politica, cercando di annullare (o almeno minimizzare il più possibile) i cosiddetti "danni collaterali". L imboccatura di una foiba IL NASTRO AZZURRO 13

14 DUE INCIDENTI STRADALI: SEI MORTI (i fatti) Il ten. Riccardo Bucci, il cap. magg. Massimo Di Legge e il cap. magg. Mario Frasca Tre militari italiani sono morti in un incidente stradale avvenuto il 23 settembre 2011 davanti alla base di Herat, in Afghanistan. I soldati erano a bordo di un blindato Lince. L'incidente è avvenuto durante uno spostamento. Un militare è morto sul colpo, altri due, rimasti gravemente feriti, sono deceduti poco dopo. Contusi altri due soldati. Sembra che il soldato sulla torretta del Lince abbia segnalato un ostacolo lungo la strada; l'autista avrebbe sterzato bruscamente e il blindato si è ribaltato. I soldati facevano parte di un Omlt (Operational mentoring and liaison team), nuclei che addestrano e seguono i soldati afgani in ogni loro attività, anche quelle più pericolose sul campo. I militari morti sono il tenente Riccardo Bucci, nato a Milano il 1 settembre del 1977, in servizio al Reggimento lagunari Serenissima di Venezia; il caporal maggiore scelto Mario Frasca, nato a Foggia il 22 gennaio 1979, in servizio al Quartier Generale del Comando delle Forze Operative Terrestri di Verona; il caporal maggiore Massimo Di Legge, nato ad Aprilia (LT) il 22 luglio 1983, in servizio al Raggruppamento Logistico Centrale di Roma. Il caporal maggiore scelto Mario Frasca, in servizio presso il Comando Comfoter di Verona dal 2005 ed in Afghanistan da alcuni mesi, viene descritto come un soldato motivato, ben addestrato ed entusiasta del suo lavoro. Dolore anche alla Caserma Matter di Mestre, sede del Reggimento Lagunari Serenissima a cui apparteneva il tenente Riccardo Bucci. La notizia della sua morte è giunta proprio mentre si svolgeva la cerimonia di cambio del comandante del Reggimento. Bucci, nei Lagunari dal 2007, lascia la moglie e una bimba di 13 mesi. ll Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, «appresa con profonda commozione la notizia del grave incidente stradale in cui hanno perso la vita tre militari italiani mentre assolvevano i propri compiti operativi nell'ambito della missione internazionale per la pace e la stabilità in Afghanistan», esprime, «rendendosi interprete del profondo cordoglio del Paese, i suoi sentimenti di solidale partecipazione al dolore dei famigliari dei militari caduti». «Prendo parte al dolore delle famiglie dei nostri tre ragazzi deceduti in un incidente in Afghanistan. A loro e a tutti i militari impegnati nelle operazioni di pace in quel Paese e in altre parti del mondo va la riconoscenza mia e di tutti gli italiani», afferma il premier Silvio Berlusconi in una nota. Le salme dei tre soldati italiani sono giunte il 25 settembre 2011 all'aeroporto di Pratica di Mare (Roma) su un C130 dell'aeronautica Militare. Ad accogliere le salme le più alte autorità militari, tra cui il Capo di Stato Maggiore della Difesa, generale Biagio Abrate ed il Capo di Stato Maggiore dell'esercito, generale Giuseppe Valotto. Presente anche l'ordinario Militare, monsignor Pelvi, che ha impartito la benedizione alle vittime. Nella stessa mattinata, le salme sono state sottoposte agli accertamenti autoptici presso l'istituto di Medicina Legale nell'ambito dell'inchiesta aperta dalla Procura di Roma, come sempre avviene in questi casi. Successivamente, i feretri hanno raggiunto i luoghi di residenza delle famiglie delle vittime, dove il 26 novembre si sono svolti i funerali in forma privata: a Sanbruson di Dolo (Venezia) per Bucci; ad Aprilia (Latina) per Di Legge; ad Ortanova (Foggia) per Frasca. Il 20 febbraio 2012, altri tre militari italiani sono morti in Afghanistan a causa di un incidente stradale. Erano a bordo di un Lince e facevano parte di una pattuglia che a bordo di alcuni veicoli si stava recando a compiere un attività operativa a circa 20 chilometri a sud-ovest di Shindand. Le vittime, in forza al 66 Reggimento Aeromobile Trieste di Forlì, sono il caporal maggiore capo Francesco Currò, nato il 27 febbraio 1979 a Messina, il primo caporal maggiore Francesco Paolo Messineo, nato il 23 maggio 1983 a Palermo, e il primo caporal maggiore Luca Valente, nato l 8 gennaio 1984 a Gagliano del Capo (Lecce). Un quarto soldato è rimasto ferito. Il mezzo, appartenente alla Task Force Center, era impegnato in un attività tesa a recuperare una unità bloccata dalle condizioni meteo particolarmente avverse, quando, nell attraversare un corso d acqua, si è ribaltato intrappolando, al suo interno, tre dei militari dell equipaggio che sono successivamente deceduti. Con la loro scomparsa salgono a 49 i militari italiani deceduti dall inizio della missione Isaf in Afghanistan, nel Di questi, la maggioranza è rimasta vittima di attentati e scontri a fuoco, altri invece sono morti in incidenti, alcuni per malore ed uno si è suicidato. Il Ministro della Difesa Giampaolo Di Paola ha espresso profondo cordoglio e, nel rivolgere sentimenti di grande vicinanza alle famiglie dei caduti, ha auspicato altresì pronta guarigione per l altro soldato rimasto ferito. Anche il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano ha espresso i suoi sentimenti di solidale partecipazione al dolore dei famigliari dei caduti, rendendosi interprete del profondo cordoglio del Paese. Dopo un lungo viaggio, il 22 febbraio 2012, le salme sono giunte in Italia. Era la prima mattinata quando il C-130 con a bordo i feretri è atterrato all aeroporto militare di Ciampino, dove ad attenderli c'erano, oltre alle autorità militari e religiose, i genitori, parenti ed amici. A loro è toccato il triste e doloroso compito del riconoscimento della salma, subito dopo una breve cerimonia religiosa. Niente funerali di Stato, dunque, al contrario di quanto ipotizzato inizialmente. I tre militari, infatti, non sono stati colpiti dal fuoco nemico, né sono caduti in un attentato, ma in un terribile 14 IL NASTRO AZZURRO

15 Il 1 cap. magg. Francesco Paolo Messineo, il 1 cap. magg. Luca Valente e il cap. magg. Francesco Currò e drammatico incidente stradale. Nel pomeriggio, il feretro di Luca Valente ha raggiunto, con un aereo messo a disposizione dall esercito, l aeroporto militare di Galatina, per essere poi scortato sino all abitazione dei genitori a Miggiano, dove è rimasto fino alle 8 del 23 febbraio. Il feretro del caporal maggiore quindi ha lasciato per l ultima volta la sua casa per essere trasferito nell aula consiliare del Comune della cittadina natia, dove è stata allestita la camera ardente. Da lì l ultimo viaggio verso la chiesa di San Vincenzo Levita e Martire, dove alle 15 sono stati celebrati i funerali solenni. Il lutto cittadino è stato proclamato dal sindaco di Miggiano. Il corpo del caporal maggiore capo Francesco Currò è giunto a casa, a Messina, il 22 pomeriggio. Al suo arrivo la salma ha ricevuto la benedizione del parroco di Cumia Superiore e del cappellano militare. Ad accoglierlo, oltre ai parenti, amici e conoscenti, anche tantissimi cittadini e numerose autorità cittadine e militari in un clima di commozione generale. Dalla mattina del 23 è stata aperta la camera ardente, allestita presso il Salone delle Bandiere di Palazzo Zanca, sede del Municipio, per consentire a tutti di porgere un ultimo saluto. Il rito funebre si è svolto alle 16 presso il Duomo di Messina. Il sindaco Giuseppe Buzzanca ha disposto il lutto cittadino. Il corpo del caporale Francesco Paolo Messineo è stato restituito alla famiglia nella tarda sera del 22. La camera ardente, allestita il 23 febbraio dalle 10 alle 14,30 nel Palazzo Municipale di Termini Imerese, ha preceduto la cerimonia funebre, officiata nel Duomo della città dall arcivescovo di Palermo, cardinale Paolo Romeo, alle 15 dello stesso giorno. IL COMMENTO D opo aver dedicato l'intera annata 2011 alle celebrazioni per il 150 anniversario dell'unità d'italia, riprendiamo ad occuparci di fatti ed avvenimenti d'attualità. La nostra rivista viene pubblicata a cadenza bimestrale e quindi non può certamente "essere sulla notizia", pertanto siamo in grado solo di portare avanti un ragionato commento di eventi ovviamente già noti ai nostri lettori, ma osservati da punti di vista che non sempre collimano con quelli dell'istituto del Nastro Azzurro, che fa del "Valore", in particolare del "Valor Militare", la sua ragion d'essere. I sei ragazzi morti in Afghanistan, sia nell'episodio del 23 settembre 2011, sia in quello del 20 febbraio ultimo scorso, non sono stati vittime di fuoco nemico, ma di incidenti stradali. I loro mezzi, gli ormai famosi "Lince", in entrambi i casi, si sono ribaltati causando la morte di tre occupanti e il ferimento di altri. Questi incidenti hanno fatto salire la conta delle vittime militari italiane dell'operazione ISAF non a 47, bensì a 50, perché si sono "improvvisamente" inserite altre tre "vittime": due morti per cause naturali (malattie letali contratte durante la loro permanenza in teatro) e uno che si è suicidato mentre era in missione proprio in Afghanistan. Ci sembra giusto che anche questi nostri ragazzi vengano comunque ricordati come militari morti nello svolgimento di una difficile missione militare dalla quale dipende la sicurezza del nostro Paese. Ciò che non ci è sembrato giusto è il non aver tributato loro il Funerale di Stato. Non perché così si sarebbero assimilate le vittime di incidenti stradali e malattie a quelle del fuoco nemico, ma perché, in assenza di un vero e proprio atto di eroismo, sancito da una ricompensa al Valor Militare, anche l'essere uccisi dal "nemico" (soprattutto quando in Patria si finge che esso non esista), non dovrebbe essere causa di Funerale di Stato. Per contro, se qualora il militare viene ucciso da un "avversario" in una maniera subdola e traditrice, che gli impedisce perfino il tempo e il modo di reagire in maniera eroica, si ritiene giusto comunque tributargli l'ultimo saluto nella forma di Funerale di Stato, si dovrebbe accettare che anche chi è vittima di incidenti e malattie fuori area, molto probabilmente, se non vi fosse stato inviato, non sarebbe morto. Quindi egli ha comunque perso la vita per la Patria sebbene sia deceduto in una maniera tale da essere ancora una volta impedito a dimostrare il proprio Valor Militare. Per questa ragione, il funerale di stato, che non è una Decorazione al Valor Militare, ma è il giusto tributo a chi ha perso la vita, non importa per quali cause di dettaglio ma nell'adempimento del proprio dovere, andrebbe comunque tributato a tutti i militari che non dovessero tornare vivi da una missione fuori area. Detto ciò, spendiamo due parole sul "Lince". I due incidenti, accaduti a pochi mesi, hanno rinfocolato la polemica sul mezzo blindato in uso nelle Forze Armate italiane. Si sostiene da più parti che esso non offra adeguata protezione agli occupanti in caso di attacco armato e anche in caso di semplice ribaltamento. Nella realtà, occorre sempre tener presente una cosa banale, ma che spiega tutto: il "Lince" è classificato come "Veicolo Tattico Leggero Multiruolo", cioè è la naturale evoluzione della cara, vecchia e famosa "Campagnola", ormai relegata nei musei. Eppure, il Lince offre una protezione corazzata agli occupanti: si tratta di pannelli in kevlar in grado di resistere ai colpi di calibro 7,62 mm. Certo non al tiro di artiglierie anticarro, ma a quello delle armi leggere in uso alla maggior parte dei cosiddetti "insurgets", si. Occorrerebbe tenere presente che qualsiasi mezzo utilizzato in area di combattimento può essere colpito da un'arma in grado di superarne le difese. Perfino se si volessero dotare i nostri militari esclusivamente di carri armati pesanti, in grado di sopportare attacchi con armi non specificatamente concepite contro di essi (ammesso che si riuscisse a superare anche le difficoltà politiche a farlo), comunque bisognerebbe tenere presente che tali armi esistono e sono utilizzabili. Rimane da sfatare il mito della cattiva riuscita del "Lince". Si tratta solo di un problema di presenza: il "Lince" è l'unico "Veicolo Tattico Leggero Multiruolo" utilizzato in Afghanistan dalle nostre Forze Armate, pertanto esso è l'unico a sopportare la prova del fuoco e a rischiare... incidenti stradali. Forse è triste, senz altro è banale, ma è tutto qui. IL NASTRO AZZURRO 15

16 ISRAELE E LA PRIMAVERA ARABA L articolo è stato scritto a fine ottobre 2011 e pertanto non riporta l evoluzione della situazione sino ad oggi. Ormai siamo in autunno inoltrato ed è già trascorso quasi un anno da quando i media dedicavano le prime pagine a quel ciclone politico-sociale definito Primavera Araba che tuttora vede protagoniste le popolazioni di qualche Paese del Nord Africa e del Medio Oriente. Esauriti assai in fretta gli scoop riguardanti la Tunisia e l Egitto perché, secondo gli ottimisti, la democrazia era già alle porte, l attenzione si è trasferita in toto alla Libia dove i rivoltosi, con l aiuto parziale della NATO, speravano di mandare in pensione il Rais in quattro e quattrotto. E anche se solo da poco, nella sua città di Sirte, il despota se ne è andato definitivamente a riposo con le armi in pugno, ancora non si sa bene dove andranno a parare coloro per i quali abbiamo fatto il tifo perché ritenuti i meno peggio. I ribelli! Personaggi, questi, che si è sempre fatto finta di non sapere chi li ha spinti e si insiste ancora nel voler credere che sono portatori di democrazia. Islamica! Proprio così perché se è certamente vero che internet, google, facebook, ecc., travalicando confini geografici e culturali, hanno fatto conoscere ed ambire altri modelli di vita alle giovani generazioni oppresse, è altrettanto vero e altamente probabile che a beneficiare di questa brezza di cambiamento saranno coloro che il modello occidentale l hanno da sempre osteggiato: gli integralisti islamici! Fondamentalisti amanti e cultori della Sharia, che non hanno perso la ghiotta occasione per tentare di trasferirne gli effetti della bufera laddove, contrariamente ai Paesi arabi, regna il progresso, il benessere, la vera democrazia e la pace sociale: in Israele, ovviamente! Ed a tal fine il 14 maggio scorso, in piena primavera Araba, gli arabi-palestinesi commemorano il 63 anniversario di fondazione dello Stato ebraico con un attentato terroristico che ha provocato una vittima e 40 feriti a Tel Aviv mentre centinaia di profughi scavalcano spontaneamente (dicono), e contemporaneamente, i confini con Israele a Gaza e nel Golan e nel frattempo in Cisgiordania tentano di travolgere i chek point dell Esercito ebraico. Risultato: 20 morti e decine di feriti fra i manifestanti. E se non fosse successo tutto ciò, di Israele ce ne saremmo ricordati? Solo qualche riga nella cronaca quando i coloni dell Alta Galilea sono vittime degli ormai quotidiani razzi lanciati dalla Striscia di Gaza o quando Bejamin Netanyahu, capo del Governo israeliano, dice no al Presidente degli USA Barack Hussein Obama che gli propone il ritorno ai confini del 1967 in cambio, dice l Obama, di pace e del sicuro riconoscimento dello Stato ebraico da parte dei palestinesi. Oppure si è dovuto attendere la liberazione del caporale Gilad Shalit, rapito nel giugno del 2006 ai confini con la Striscia di Gaza e rilasciato martedì 18 ottobre 2011, in cambio di 1027 palestinesi, molti dei quali terroristi responsabili di efferate stragi di inermi civili. Scambio con il quale Israele ancora una volta ha mantenuto fede all impegno d onore di riportare a casa, vivi o morti, i propri cittadini in mano nemica. Scambio, questo, che ha subito indotto gli ottimisti a considerarlo preludio di dialogo e di pace, dimenticando che in questi ultimi trent anni circa palestinesi sono stati liberati per riportare a casa 19 soldati e quattro salme, e verso la pace non s è fatto un solo passo avanti. Che non se ne sia parlato troppo di Israele mentre il vicinato è in fiamme, è anche comprensibile. Un po meno, invece, voler credere che qualsiasi democrazia islamica che si instauri nell area sia foriera di pace e attenui l odio che divide gli arabi dagli ebrei. Se Israele oggi ancora sopravvive come Stato e come popolo è per esclusivo merito suo, e non certo dei conclamati Stati amici. Visto, quindi, il silenzio che normalmente circonda Israele, parliamone un po noi, ricordando il suo passato, esaminando il presente ed azzardando qualche ipotesi per il suo avvenire. Nato il 14 Maggio1948 in virtù della Risoluzione n. 181, con la quale l ONU istituiva anche uno Stato arabo, Israele si trovò subito a fare i conti con la Lega Araba che rifiutò tale Risoluzione ed il giorno dopo scatenò la prima guerra arabo-israeliana: "Guerra di Indipendenza". Guerra vinta da Israele che, per sopravvivere, dovette vincere le altre tre successive (1956, 1967 e 1973). Conflitti le cui conseguenze, territori occupati e profughi, sono ancor oggi i maggiori ostacoli per una pace nella regione. Solo il Presidente egiziano Muhammad Anwar Saddat, dopo quella del 1973 (guerra dello Yom Kippur ) aveva riconosciuto ufficialmente e firmato il trattato di la pace con lo Stato ebraico: fatto che gli costò la vita ad opera dei Fratelli Musulmani. Per difendere il proprio popolo, Israele dovette sostenere altre quattro guerre, di cui: in Libano nel 1973 l Operazione Litani, per creare una fascia di sicurezza dal confine fino al fiume Litani; nel 1982 l operazione Pace in Galilea contro l OLP di Arafat (il più incredibile Premio Nobel per la Pace della storia) e nel 2006 contro gli Hezbollah; nella Striscia di Gaza (dicembre 2008/gennaio 2009) l operazione Piombo Fuso, per neutralizzare i lanci di razzi ad opera dei miliziani di Hamas. 16 IL NASTRO AZZURRO

17 La disponibilità più volte dimostrata da Israele per favorire la pace non ha dato risultati positivi. Anzi! L essersi ritirato nel 2000 dalla citata fascia di sicurezza del Libano meridionale e sgomberato nel 2005 le truppe e gli insediamenti ebraici dalla Striscia di Gaza non ha fatto altro che favorire i palestinesi che non persero l opportunità per colpire il territorio israeliano più in profondità. Ecco perché Israele oppone una ferma resistenza alle richieste di ritiro dai territori occupati. Non dimentica che, nella sua breve esistenza, rischiò più volte l estinzione, mentre il mondo stava a guardare. La situazione attuale non è certo delle migliori perché se consideriamo i suoi vicini di casa ci rendiamo conto che Israele non è altro che un caposaldo circondato da nemici che vogliono la sua estinzione. In particolare: a Nord il Libano, dove ormai comanda Hezbollah il cui obiettivo dichiarato è la distruzione di Israele; a Nord Est la Siria, principale via di rifornimenti di armi iraniane dirette ad Hezbollah; ad Est la Cisgiordania e la Giordania. La prima, sede dell Autorità Nazionale Palestinese (ANP) il cui Presidente Abu Mazen, successore di Yasser Arafat, ha riallacciato rapporti con il suo ex vice Ismail Haniyeh capo di Hamas, ala dura dell ANP che persegue la distruzione di Israele. La Giordania, uno dei pochi Paesi arabi moderati ad aver riconosciuto ufficialmente Israele, ha assaporato la brezza della già citata Primavera Araba ed è stata anch essa teatro di manifestazioni, sostenute dai soliti Fratelli Musulmani, per ottenere cambiamenti politici e sociali; ad Ovest, oltre alla perenne minaccia palestinese dalla Striscia di Gaza, Israele ora deve fare i conti con l Egitto, divenuto ostile da quando Mubarak è stato cacciato ed a comandare sono di fatto i già citati Fratelli Musulmani, nemici giurati dello Stato ebraico, originatori della quasi totalità dei gruppi terroristici islamici esistenti, Hamas incluso, e che ha avuto in Bin Laden il loro migliore e più illustre discepolo. E come se già non bastasse, a rendere ancora più fosco questo quadro ricordiamo le conclamate ambizioni nucleari dell iraniano Ahmadinejad che nega l Olocausto e vuole cancellare lo Stato ebraico anche dalla faccia della terra. Infine ad aggravare ulteriormente la descritta situazione c è la recente svolta della Turchia: sempre meno Occidentale da quando non c è più l Unione Sovietica a minacciarne i confini; non più Repubblica laica, come aveva voluto Mustafa Kamel Ataturk, ma sempre più confessionale da quando è al potere l attuale Presidente Recep Tayyip Erdogan. Forse sognando un secondo Impero Ottomano, corteggia i Paesi coinvolti nella Primavera Araba, allaccia stretti rapporti con i palestinesi di Gaza e volta definitivamente le spalle all ex alleato Stato ebraico. A questo punto fare delle previsioni sull avvenire di Israele non è confortante. Gli ebrei sono accerchiati da nemici che non hanno mai voluto dialogare con loro e ne hanno sempre approfittato quando gli è stata tesa la mano. È quindi illusorio credere che Israele abbandoni i territori conquistati durante le quattro guerre scatenate proprio dagli arabi; e ritorni ai confini ante guerra del 1967, cosa che comprometterebbero la sicurezza del Paese aggravandone la vulnerabilità. Cosi come è impensabile che un Paese con una popolazione di poco più di di abitanti permetta il rientro dei quasi di profughi palestinesi causati dalle guerre del 1948 e Il loro ritorno in Israele altererebbe irrimediabilmente l equilibrio demografico del Paese e molto probabilmente gli ebrei verrebbero assoggettati a una teocrazia arabo-islamica, preludio di una nuova diaspora. Ed impedire che ciò accada è uno dei punti fermi di Israele. Senza, poi, tenere conto che se l Iran si dotasse di un arsenale nucleare e ad Ahmadinejad non faranno cambiare le sue ambizioni, lo Stato ebraico rischierebbe di essere cancellato definitivamente. Ossia, per gli ebrei, un secondo Olocausto per mano di chi nega il primo. È pur vero che Israele, dopo USA e Giappone, è il Paese tecnologicamente più avanzato al mondo nell elettronica applicata agli armamenti. Capacità che gli ha consentito, nel settembre del 2007, di sorvolare il territorio turco e distruggere un sito nucleare in costruzione nel nord della Siria dopo aver accecato i sistemi di avvistamento russi di ultima generazione schierati a difesa del sito. E sembrerebbe che anche di recente Israele avrebbe provocato il blocco, seppur temporaneo, del programma nucleare iraniano mediante un virus elettronico scaricato da una pen-drive. È altrettanto vero, però, che gli israeliani sono sotto costante minaccia dei missili iraniani di lunga gittata, di quelli di Hamas sempre più numerosi e sofisticati da quando i Fratelli Musulmani li riforniscono attraverso la frontiera dell Egitto con la Striscia di Gaza a Raffah e dei circa razzi di vario tipo e gittata schierati da Hezbollah a ridosso della frontiera libanese. E tutto ciò non può che preludere ad una devastante guerra che Israele non sottovaluta, considera possibile e per la quale ha pianificato ogni provvedimento necessario per proteggere una popolazione di appena un milione e mezzo superiore a quella sterminata nei campi nazisti. Detto ciò, non sarebbe né morale né tanto meno responsabile lasciare Israele solo, come se il problema non riguardasse un po tutti, in particolare per quanto ci riguarda, i Paesi mediterranei. Sarebbe una tragedia dell umanità se Israele fosse spinto a gridare Muoia Sansone con tutti i Filistei. Bisognerebbe pertanto individuare chi potrebbe e dovrebbe schierarsi a favore di Israele creando, non solo a parole, una sicura e valida deterrenza nei confronti dei suoi conclamati nemici. Sull ONU è meglio non farci tanto conto. Ha già fatto tanto e farà ancora ma l esperienza ci insegna che quando interviene è quasi sempre troppo tardi. L ONU è un elefantiaca organizzazione sovranazionale dove è sufficiente il veto di uno solo dei cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza per vanificare gli sforzi e le decisioni adottate da ben 192 Delegazioni Nazionali. Nel caso considerato, salvare Israele, fa premio la tempestività di intervento, ovvero l intervento preventivo. Analogamente Israele non può fare affidamento sull Unione Europea finché i suoi 27 Paesi membri non si daranno una politica estera e di difesa comune. Meglio lasciar perdere l idea di inserire Israele nell UE, anche perché sarebbe impossibile inglobarvi un Paese non confinante. Non rimane che la NATO che, seppur dopo la caduta del Muro sia diventata interventista per spegnere fuori area i fuocherelli prima che le "fiamme raggiungano casa nostra, mantiene comunque inalterata e prioritaria la sua funzione originaria di impegno alla difesa collettiva (Art. 5 del Trattato di Washington) che sancisce l intervento automatico ed immediato di tutta l Alleanza a favore di qualsiasi Paese partner attaccato. Con ogni probabilità un eventuale ingresso di Israele nell Alleanza ne provocherebbe l abbandono della Turchia di Erdogan. Abbandono però compensato dalla maggior serenità e sicurezza che il popolo ebraico acquisirebbe per l accresciuta deterrenza contro le bellicosità dei suoi nemici. Senza poi considerare che, per l Occidente, Israele diverrebbe una sicura e valida sentinella avanzata in un mondo islamico per noi sempre meno affidabile e causa di crescenti preoccupazioni. Bersagliere Gen. D.( r. ) Bruno TOSETTI già Comandante della Missione Libano 1 IL NASTRO AZZURRO 17

18 QUANDO I COMANDANTI MORIVANO IN PLANCIA Storia della torpediniera «Uragano» e del suo comandante Luigi Zamboni Medaglia d'oro al Valor Militare alla memoria «Il più alto eroismo è combattere sino in fondo una battaglia che si sa fin dall'inizio perduta.» Dino Buzzati LA BATTAGLIA DEI CONVOGLI SULLA «ROTTA DELLA MORTE» Gli eventi bellici in Africa Settentrionale si svolsero nei primi due anni di guerra con alterne fortune, finché la battaglia di El Alamein (23 ottobre - 3 novembre 1942) segnò il rapido declino delle forze dell'asse in Africa Settentrionale, che sotto la pressione della vittoriosa avanzata della VIII armata britannica comandata dal generale Montgomery dovettero ritirarsi a partire dalla Cirenaica. Dopo l'invasione angloamericana del Nord Africa francese, iniziata l'8 novembre 1942 con gli sbarchi in Marocco e in Algeria (Operazione "Torch"), le superstiti truppe italo-tedesche, attaccate su due fronti, dovettero abbandonare anche la Tripolitania e ripiegare in Tunisia. La Regia Marina ebbe allora il compito di assicurare i rifornimenti a quell'ultima testa di ponte italo-tedesca in Nord Africa. Da metà novembre 1942 fino a metà maggio 1943, quando divenne impossibile proseguire la resistenza, il porto di Biserta fu il capolinea di quella che, per la sua pericolosità, venne chiamata la "Rotta della Morte" (cfr. "Le rotte della morte - n pag. 24 e segg.) dove gli aerosiluranti e le navi da battaglia inglesi, dotate di sofisticati sistemi radar, operavano anche di notte. Tra le insidie presenti lungo la "Rotta della Morte" vanno inoltre ricordati gli sbarramenti di mine, in gran parte posati dalla stessa Marina italiana tra la Tunisia e la Sicilia occidentale. I passaggi lasciati vennero successivamente ostruiti con mine deposte in gran numero dai posamine britannici. Nonostante le enormi difficoltà, il traffico con la Tunisia fu intenso. Nei sei mesi tra l'11 novembre 1942, giorno di partenza da Napoli del primo convoglio, e il 4 maggio 1943, quando giunse a Tunisi l'ultimo, la Marina organizzò 276 convogli, che subirono uno stillicidio di perdite quasi quotidiano, con un totale di 101 navi mercantili andate perdute in mare. In ogni viaggio ognuna di quelle navi aveva mediamente il 23% di probabilità di affondare. Secondo le statistiche, dei militari trasportati ne giunsero a destinazione , con perdite del 7%. Delle tonnellate complessive di carichi partiti ne arrivarono Andò perduto il 29% dei carburanti inviati, il 20% degli automezzi, il 32% del materiale d'artiglieria e delle munizioni, il 30% degli altri carichi. Nonostante la grande inferiorità di uomini, materiali e mezzi non potesse più lasciar dubbi sull'esito sfavorevole della guerra, la gente di mare italiana continuò a combattere con caparbia tenacia, sostenendo «l'urto delle forze nemiche con tanta indomabile fierezza». LA TORPEDINIERA "URAGANO" A partire dalla metà del 1942 cominciarono a entrare in servizio le navi avviso scorta della classe "Ciclone", poi riclassificate come torpediniere di scorta. Esse erano più agili dei cacciatorpediniere e munite di più moderne apparecchiature ed armi per la guerra ai sommergibili e la difesa antiaerea del traffico mercantile. Alla nuova classe "Ciclone" apparteneva anche la torpediniera "Uragano", protagonista di questa storia. Era lunga 87,75 metri e larga 9,90 ed aveva un'immersione media di 3,77 metri. Il suo dislocamento standard era di 925 tonnellate, quello con carico normale di tonnellate e quello a pieno carico di tonnellate. L'apparato di propulsione era costituito da 2 caldaie Yarrow con surriscaldatori di vapore che alimentavano 2 gruppi turboriduttori a vapore Tosi - Parsons con potenza complessiva di HP, azionanti 2 eliche. La velocità massima era di 25 nodi. Con 442 tonnellate di nafta l'autonomia era di miglia nautiche a 14 nodi, che si riducevano a miglia a 20 nodi e a miglia a 25 nodi. L'armamento dell'"uragano" era costituito da 4 tubi lanciasiluri da 450 mm in complessi binati, 4 lanciabombe di profondità antisommergibili, 2 cannoni da 100/47 singoli, 8 mitragliere da 20/70 binate e 2 singole. La nave era anche attrezzata per trasporto e posa di 20 mine. Le apparecchiature di ricerca e localizzazione per la guerra subacquea comprendevano lo scandaglio a frequenza acustica tipo "Safar". L'equipaggio era formato da 7 ufficiali e 170 tra sottufficiali e marinai comuni. Nato a Bologna il 14 luglio 1909, Luigi Zamboni era divenuto guardiamarina nel Nel 1934, dopo la promozione a tenente di vascello, imbarcò sull'incrociatore leggero "Muzio 18 IL NASTRO AZZURRO

19 Attendolo", dove divenne 1 direttore del tiro e vi rimase ininterrottamente in servizio fino all'estate del 1942, raggiungendo il grado di capitano di corvetta. Sull'"Attendolo" Luigi Zamboni meritò due Croci di Guerra al Valor Militare. Nel settembre 1942 assunse il comando della torpediniera "Uragano" che, dopo un addestramento accelerato di poco più di un mese, fu assegnata alla 2a Squadriglia Torpediniere di Scorta, con la quale svolse ben ventidue missioni di scorta convogli in acque greche, tra la Grecia e l'africa Settentrionale e infine tra i porti nazionali del Tirreno Meridionale e la Tunisia. L'"Uragano" sostenne numerosi combattimenti contro forze subacquee ed aeree nemiche ed abbattè un aeroplano. Nella notte tra il 22 e il 23 novembre 1942 nel Tirreno Meridionale tentò una manovra di speronamento di un sommergibile avversario che procedeva in emersione. A causa di un attacco aereo mentre era nel porto di Sebra subì numerose perdite fra l'equipaggio. L'ULTIMA MISSIONE DELL'"URAGANO" Il 3 febbraio 1943 la torpediniera "Uragano" salpò per la sua ventiduesima missione, l'ultima, per scortare lungo la rotta da Biserta a Napoli la motocisterna "Thorsheimer", nave norvegese di tonnellate requisita a Genova allo scoppio delle ostilità e di fondamentale importanza per i rifornimenti del fronte nord africano, al punto che le unità incaricate della sua scorta erano ben cinque: la torpediniera "Sirio", che guidava il convoglio, il cacciatorpediniere "Saetta" e le torpediniere "Uragano", "Monsone" e "Clio". Il convoglio salpò da Biserta alle 5.30 del 3 febbraio 1943, con mare molto agitato. Alle 8.17 "Monsone" e "Uragano" comunicarono che la ricerca ecogoniometrica era molto disturbata a causa del mare forza 4-5. Infatti lo scandaglio a frequenza acustica tipo Safar non riusciva a dare indicazioni quando la nave subiva rollio e presentava echi accessori che creavano confusione. Era quindi arduo in quelle condizioni poter individuare le mine nemiche che insidiavano quel tratto della rotta. Alle 9.38, sul punto a Latitudine 37 35' Nord e Longitudine 10 37' Est, dal convoglio notarono una enorme colonna d'acqua e di fumo innalzarsi a poppa dell'"uragano" che, privo di una parte della poppa, si fermò e non rispose più alle chiamate radio. L'ufficiale in seconda riunì a prua l'equipaggio e fece mettere a mare i mezzi di salvataggio. A causa delle onde le due imbarcazioni di cui era dotata la nave si rovesciarono subito. Sulle cinque zattere in dotazione, che restarono a galla, presero posto sottufficiali e comuni che si erano buttati in mare. Tutti gli ufficiali, tranne quello di rotta, rimasero a bordo con il Comandante, che fu visto sulla plancia sino a quando le zattere non si allontanarono dalla nave a causa dello scarroccio. Alle 9.40 il comandante del convoglio, aveva ordinato al "Saetta" e al "Clio" di prestare assistenza all'"uragano". Il comandante del "Saetta", l'espertissimo capitano di corvetta Enea Picchio, che dirigeva la manovra, rallentò a mezza forza e cominciò ad accostare con tutta la barra a sinistra, ma poté Il Comandante Luigi Zamboni giungere solo a circa duecento metri a poppa dell'"uragano", che nel frattempo con le macchine ferme e di traverso al mare aveva scarrocciato verso Sud Est, avvicinandosi ai campi minati italiani. Alle 9.48 una violentissima esplosione al centro dello scafo spezzò il "Saetta" in due tronconi provocando una gigantesca colonna d'acqua mista a nafta, vapore e fumo. I superstiti, sentita la poppa che si alzava e udito l'ordine del Comandante e del Direttore di Tiro di abbandonare la nave, si buttarono subito in mare e si aggrapparono alle zattere che già si trovavano in acqua, cercando di allontanarsi per non essere colpiti dalle sovrastrutture della plancia e dell'albero di prua che si stavano abbattendo in mare. La prora e la poppa si sollevarono e in circa 50 secondi si infilarono in acqua e si inabissarono. Tra i naufraghi del "Saetta" interrogati tre giorni dopo che erano stati portati in salvo a Biserta, nessuno seppe dare notizie del Comandante. Alcuni dei naufraghi dell'"uragano" riferirono invece di aver visto il comandante del "Saetta" «sulla plancia nel momento in cui affondava la nave, nell'atteggiamento del saluto romano.» Alle 9.50 il "Clio" comunicò che il "Saetta" aveva urtato MEDAGLIA D'ORO AL VALOR MILITARE ALLA MEMORIA DEL COMANDANTE LUIGI ZAMBONI Decreto Presidenziale datato 1 settembre 1949 «Valoroso comandante di torpediniera, già distintosi in precedenti azioni di guerra, eseguiva numerose scorte di convogli nazionali sulle ardue rotte del Canale di Sicilia aspramente contrastate dall avversario, dimostrando sereno coraggio ed elevate doti di comando. Avuto ordine di riportare in Patria a qualunque costo una grossa petroliera, malgrado le avverse condizioni di mare, attraversava arditamente quale unica via possibile zona minata dal nemico compresa fra imponenti sbarramenti di mine nazionali. Colpita e gravemente danneggiata la sua unità da improvvisa esplosione di arma subacquea, rimasto in balia delle onde e sospinto dal vento e dalla corrente sui vicini sbarramenti, si prodigava serenamente fino allo estremo limite delle umane possibilità per mantenere la calma e la fiducia nei suoi uomini e per fronteggiare la gravissima situazione. Quando, dopo lunghe ore di lotta, non era più possibile contenere le vie d acqua che minacciavano di sommergere l unità, disponeva l imbarco della gente sulle zattere di salvataggio mentre egli, unitamente ai suoi ufficiali che trascinati dal suo esempio non lo vollero abbandonare, rimaneva sulla sua nave per dividerne la sorte. Nell'improvviso precipitare degli eventi si inabissava con il suo Stato Maggiore in quelle acque che avevano conosciuto il suo cosciente ardimento, lasciando fulgido esempio di eroica abnegazione e sublime attaccamento al dovere ed alla nave posta al suo comando. Canale di Sicilia, 3 febbraio 1943.» IL NASTRO AZZURRO 19

20 La torpediniera Uragano contro una mina. Il Comandante del convoglio gli ordinò di fermarsi e recuperare i naufraghi col battello. Le altre unità continuarono la navigazione. Dieci minuti dopo il Comandante del convoglio, constatato che a causa del mare e del vento il "Clio" non poteva far nulla, gli ordinò di interrompere i soccorsi e di seguirlo nella scia. Alle 9.55 dal convoglio venne comunicato al Comando Superiore della Regia Marina ("Supermarina") che il "Saetta" era affondato e che, a causa del mare forza 5 e del vento, non era possibile dare alcuna assistenza ai naufraghi. Alle il convoglio assunse la formazione in linea di fila, per poi passare a quella per file parallele, con il "Monsone" davanti, il "Sirio" a sinistra e il "Clio" a dritta della petroliera. Alle il Comandante del convoglio informò Supermarina della criticissima situazione della torpediniera "Uragano" e chiese a Biserta di inviare mezzi di soccorso. Alle dal convoglio venne avvistata una formazione di 11 bombardieri e aerosiluranti nemici, scortati da 4 caccia, che cinque minuti dopo attaccarono. Intercettati dagli aeroplani tedeschi di scorta e bersagliati dal fuoco dei cannoni e dalle mitragliere delle navi, gli attaccanti perdettero un aereo, che cadde in mare. Il convoglio ricevette alle l'ultimo messaggio radio dell'"uragano", che comunicava la sua criticissima posizione. Spesso le navi che urtavano una mina o venivano colpite da un siluro si inabissavano repentinamente, talora in meno di un minuto, come accadde al "Saetta". Invece l'"uragano" si mantenne a galla per circa quattro ore, sia pur precariamente, mentre «dal posto di comando, serenamente, il Comandante impartiva tutte le necessarie disposizioni prima per tentare di salvare la nave e quando, dopo lunghe ore di lotta, non fu più possibile contenere le vie d'acqua, disponeva l'imbarco della gente sulle zattere di salvataggio mentre egli, unitamente agli ufficiali del suo Stato Maggiore che non lo vollero abbandonare, si inabissò con l'unità al suo comando» secondo le più alte tradizioni della Marina. Aveva 33 anni. Non sopravvisse alcuno dei marinai a bordo dell'"uragano" che potesse narrare gli ultimi istanti di vita del Comandante. La sorte aveva deciso che la morte non avrebbe colto Luigi Zamboni fulminea e ineluttabile per mezzo di un ben centrato colpo d'artiglieria durante il divampare di uno dei tanti violenti combattimenti in cui aveva diretto il tiro dei grandi cannoni di un incrociatore. La sorte, invece, prima che la torpediniera "Uragano" si inabissasse, gli concesse quattro ore di tempo per decidere se fosse giunto il giorno di rinunciare alla sua ancor giovane vita per mantenere la fedeltà alla nave fino all'estremo sacrificio di colare a picco con essa. Quali siano stati in quelle ore i suoi pensieri avrebbe potuto immaginarlo solo il giornalista e scrittore Dino Buzzati, per tre anni imbarcato sugli incrociatori come corrispondente di guerra del "Corriere della Sera", che nelle sue cronache di battaglia sul mare seppe «essere epico usando parole dimesse» e «illuminare di luce straordinaria un personaggio, si trattasse d'un Comandante o si trattasse del più umile marinaio». Per il suo spiccato senso di disciplina e del dovere, e più ancora per la «concezione aristocratica che egli aveva del coraggio, inteso come applicazione estrema e se del caso stoica del proprio dovere», egli avrebbe forse immaginato il comandante Zamboni mentre si aggirava per la nave «cercando se qualche ferito fosse rimasto ancora a bordo» e infine mentre faceva «in direzione dei naufraghi un cenno con la mano. Un cenno di saluto che insieme voleva significare: andassero pure, non si preoccupassero di lui, quello era il suo posto e non lo avrebbe per nessun prezzo lasciato». Ciò che restava del convoglio, alle del 4 febbraio 1943 entrò finalmente nel porto di Napoli. L'Ammiraglio Comandante la Marina Militare incaricò il capitano di fregata Luigi Ronca di svolgere l'inchiesta sull'affondamento dell'r. c. t. "Saetta" e della r. t. "Uragano". Le deposizioni dei superstiti della torpediniera "Uragano", che erano stati soccorsi il giorno dopo l'affondamento della loro nave e portati a Biserta, furono registrate nel verbale di interrogatorio. I naufraghi testimoniarono che il comandante Zamboni era rimasto sulla plancia insieme agli ufficiali, tra i quali l'ufficiale in seconda, gravemente ferito a una gamba dall'esplosione, e dichiararono di ritenere che essi fossero affondati con la nave, ad eccezione dell'ufficiale di rotta che era stato visto su uno zatterone di cui ignoravano la sorte. I naufraghi dichiararono di aver perduta di vista la loro nave verso mezzogiorno. Sino a quell'ora ne avevano visto l'albero apparire fra le onde mentre le tre zattere di salvataggio si allontanavano spinte del forte vento. Il Comandante della 1a Flottiglia Siluranti di Scorta, capitano di vascello Tagliamonte, a conclusione del Rapporto di navigazione (che tra gli allegati comprendeva i verbali delle comunicazioni scambiate con l'"uragano" e i verbali di interrogatorio dei naufraghi) dichiarò che dai segnali scambiati con l'"uragano" egli aveva «tratto la certezza, a conferma delle impressioni già riportate nei frequenti contatti avuti con il Comandante Zamboni, che egli, sino all'ultimo, ha mantenuto inalterata la calma e che le sue particolari doti di forza d'animo e di sereno spirito di sacrificio hanno rifulso nel sinistro della sua unità». Il comandante Tagliamonte terminava il rapporto chiedendo che gli fosse «concessa l'autorizzazione, ad inchiesta sull'affondamento terminata, di prenderne visione per poter proporre il Comandante Zamboni per una decorazione al valore». La proposta fu poi presentata e con Decreto Presidenziale datato 1 settembre 1949 venne conferita alla memoria del capitano di corvetta Luigi Zamboni la più alta Decorazione al Valor Militare. Adolfo Zamboni «Poi le acque tornarono buie e silenziose, mentre l'anima compiva il viaggio degli eroi.» Dino Buzzati 20 IL NASTRO AZZURRO

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