L Abrogazione del Tariffario Forense profili operativi

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1 L Abrogazione del Tariffario Forense profili operativi Il c.d. Decreto Cresci Italia (D.L. 1/2012), versione consolidata, dedica l art. 9 alle professioni regolamentate, disponendo al comma I che sono abrogate le tariffe delle professioni regolamentate nel sistema ordinistico. Tale disposizione va letta in combinato disposto con il comma V, dello stesso articolo, che, con eguale perentorietà dispone che sono abrogate le disposizioni vigenti che, per la determinazione del compenso del professionista, rinviano alle tariffe di cui al comma 1. Il legislatore ha, così facendo, voluto scardinare il precedente regime di quantificazione degli emolumenti degli Avvocati, incentrato sul c.d. Tariffario Forense. Del resto, già il c.d. Decreto Bersani (D.L. 223/2006), art. 2 comma I, lett. a), introducendo la derogabilità delle tariffe minime ed abrogando il divieto di patto di quota lite, aveva superato il rigidismo del previgente sistema tariffario, che limitava la negoziabilità degli emolumenti forensi al di sotto dei minimi tariffari. Il legislatore del 2006, aveva trasformato un sistema basato su quelli che il diritto comunitario definisce prezzi fissi, ad uno basato su prezzi raccomandati, con l eccezione del c.d. limite massimo dei diritti ed onorari che restava inderogabile per le parti. D altro canto, anche se fortemente ampliata la libertà negoziale delle parti, non era stato abrogato il Tariffario Forense, che oltre ad essere applicato in assenza di accordo fra avvocato ed assistito sull ammontare del compenso dell attività professionale, rimaneva, soprattutto, come ineliminabile parametro di riferimento per l intera categoria forense. Il c.d. Decreto Cresci Italia è andata oltre abrogando integralmente il Tariffario forense ed introducendo un regime che differenzia i rapporti interni, cioè fra professionista e cliente, da quelli esterni, fra parte e controparte

2 Il c.d. rapporto interno è il profilo patrimoniale del mandato professionale che si instaura fra l avvocato ed il proprio assistito relativo ai criteri di quantificazione dell emolumento professionale. Norma cardine, al riguardo, è il comma IV dell art. 9 del c.d. Cresci Italia, secondo cui il compenso per le prestazioni professionali è pattuito, nelle forme previste dall'ordinamento, al momento del conferimento dell'incarico professionale. Il professionista deve rendere noto al cliente il grado di complessità dell'incarico, fornendo tutte le informazioni utili circa gli oneri ipotizzabili dal momento del conferimento fino alla conclusione dell'incarico e deve altresì indicare i dati della polizza assicurativa per i danni provocati nell'esercizio dell'attività professionale. In ogni caso la misura del compenso è previamente resa nota al cliente con un preventivo di massima, deve essere adeguata all'importanza dell'opera e va pattuita indicando per le singole prestazioni tutte le voci di costo, comprensive di spese, oneri e contributi. La ratio della norma, in ossequio all art. 41 Cost., comma I, che sancisce che l'iniziativa economica privata è libera, è di favorire la libera negoziazione fra cliente e professionista dell emolumento spettante a quest ultimo per l attività svolta attraverso l abrogazione del tariffario forense e l instaurazione di un obbligo de facto di pattuizione degli aspetti patrimoniali del mandato, all atto di conferimento dello stesso. L abrogazione del tariffario sembrerebbe estendersi solo ai mandati conferiti successivamente all entrata in vigore del Decreto Legge, in caso contrario avremmo l assurdo che il cliente ed il professionista si troverebbero nella necessità di negoziare il compenso relativo ad attività già espletate ed in relazione alle quali, al momento del conferimento dell incarico, avevano fatto affidamento sulla vigenza del Tariffario Forense. Il patto sul compenso, qualora validamente formato, non dovrebbe essere oggetto di sindacato di merito da parte del giudice, il quale non può certo sostituire il proprio apprezzamento personale al consenso validamente formato dalle parti, ciò sia in quanto non esistono più tariffe in grado di indirizzare le valutazioni del giudice, sia in quanto la - 2 -

3 valorizzazione della libertà di iniziativa economica non ammette più gli antichi rigidismi tariffari. Inoltre si badi che il patto di quantificazione dell emolumento, a norma dell art. 2233, comma III, C.C. deve essere redatto inderogabilmente in forma scritta, pena la nullità dello stesso. Ci si può chiedere cosa succeda se il patto scritto sul compenso si sostanzi in una mera formula di stile che rinvii ai criteri contenuti nell abrogato Tariffario Forense. In tal caso, la perentorietà del comma I art. 9 del Decreto Cresci Italia sembrerebbe far propendere per la nullità integrale del patto. Risultato non diverso, si desume ottenersi in caso di semplice riproduzione, nel patto sul compenso, delle medesime tabelle del tariffario forense, in quanto chiara elusione della ratio della norma legislativa. Le parti, al contrario, potranno, liberamente, fare riferimento e rinviare ai Decreti Ministeriali previsti al comma II dell art. 9, una volta che questi saranno emanati. Problema più spinoso è quello di come quantificare l emolumento spettante al professionista nel caso di nullità del patto che stabilisce il compenso o addirittura di sua assenza. In tal caso, a norma dell art. 36 Cost., sicuramente al professionista spetta un corrispettivo proporzionale alla quantità e qualità del suo lavoro e sufficiente ad assicurare a se ed alla sua famiglia una esistenza libera e dignitosa. Per la quantificazione dello stesso, si potrebbe ipotizzare di utilizzare i parametri che saranno previsti dal Decreto Ministeriale ex art. 9 comma II D.L. 1/2012. Questi potrebbero essere facilmente applicati nel caso di specie sia in quanto sufficientemente specifici sia in quanto equi. Al contrario, però, non vi è nessuna norma di legge che autorizzi tale uso ed inoltre si avrebbe il risultato di passare da un sistema incentrato sul tariffario professionale ad uno incentrato sui Decreti Ministeriali

4 Diversamente si potrebbe ipotizzare una valorizzazione dell ultimo periodo, del comma I dell art. 2233, e quindi una determinazione del compenso ad opera del giudice dietro parere del Consiglio dell Ordine degli Avvocati. Da ultimo si ricorda che la legge di conversione del Decreto Legge non considera più la trasgressione del comma IV dell art. 9 come integrante un illecito disciplinare. Un tema diverso è quello dei rapporti fra parte e controparte, il c.d. rapporto esterno, cioè il rimborso delle spese giudiziali che la parte soccombente è condannata a sostenere in favore di quella vittoriosa. Principio costituzionale centrale, in questo caso, è il diritto di azione in giudizio ex art. 24 Cost., invero la condanna della parte soccombente a sostenere le spese giudiziali della parte vittoriosa altro non è che un istituto risarcitorio del danno subito dalla parte per essere stata costretta ad adire l autorità giudiziaria per vedersi riconosciuto un proprio diritto ovvero per essersi dovuta difendere in giudizio avverso una domanda infondata. In quest ottica, l istituto della condanna alle spese riveste un ruolo servente dell art. 24 Cost, utile a permettere che la tutela giudiziaria non sia limitata, esclusivamente, a quei diritti il cui valore sia sufficientemente elevato da giustificare l azione in giudizio. All emanazione del D.L. 1/2012 si è posto il problema dell assenza di una norma transitoria che indicasse i parametri a cui le Autorità giudiziarie si dovessero attenere nella liquidazione delle spese di giudizio, in attesa dell emanazione dei Decreti Ministeriali previsti dall art. 9 comma II. Basti pensare che il Giudice di Pace di Lecce, con pronuncia n. 596/2012 ha disposto la compensazione delle spese nonostante l esclusiva soccombenza di una parte e ciò in attesa di indicazione da parte del legislatore circa i criteri di liquidazione delle spese processuali, a seguito dell abolizione delle tariffe professionali ovvero che il Tribunale di Cosenza, con Ord. 8501/2012, ha sollevato questione di legittimità costituzionale, della norma che ha abrogato il tariffario forense, per manifesta irragionevolezza, per non permettere al giudice di liquidare le spese

5 Non sono mancate pronunce più ragionevoli, come quella del Tribunale di Catanzaro, che con Ordinanza del , precedente alla legge di conversione, ha considerato, in via discrezionale, applicabili le abrogate tariffe professionali come mero parametro di riferimento, in attesa dell emanazione dei Decreti Ministeriali; ovvero quella del Tribunale di Varese che con Decreto Ingiuntivo n. 140 del 3 febbraio 2012 ha ritenuto che il Giudice nel liquidare le spese giudiziali, ai sensi dell art C.C., possa fare riferimento ai c.d. standards liquidativi precedentemente applicati, alla nota spese giudiziale predisposta dallo stesso difensore ed alle tabelle orientative adottate, in modo condiviso, da Ufficio Giudiziario e Consiglio dell Ordine. Sull argomento sono intervenuti diversi Presidenti di Tribunale e di Corte d Appello, compresi quelli di Napoli, che hanno dettato diversi criteri guida aventi valore orientativo sia per i giudici che per gli avvocati. Fortunatamente, quello che appariva come il più incombente problema posto in essere dal Decreto Legge 1/2012 è stato risolto dal legislatore nella Legge di Conversione, che ha previsto che le tariffe forensi continuino ad applicarsi, limitatamente alla liquidazione delle spese giudiziali, fino alla data di entrata in vigore dei decreti ministeriali e, comunque, non oltre il centoventesimo giorno dalla data di entrata in vigore della legge di conversione. L art. 9, come novellato, ha risolto qualsivoglia problema in tutte le ipotesi in cui le spese di giudizio vengono liquidate da un Autorità Giudiziaria, compreso, quindi, i procedimenti di ingiunzione di pagamento. Si evidenzia, inoltre, il diverso problema affrontato dal Tribunale di Catanzaro con Sentenza del , secondo il quale l abrogazione delle tariffe forensi costituisce un vero e proprio jus superveniens che estende i propri effetti, nei giudizi in essere, anche alle attività professionali espletate prima dell entrata in vigore del Decreto Legge, con la conseguenza che anche per quelle il Giudice dovrà liquidare le spese giudiziali secondo i parametri degli emanandi Decreti Ministeriali In sostanza si è ritenuto non applicabile il principio tempus regit actum alla liquidazione delle spese di lite

6 PRECETTO Diverso è il discorso relativo alle spese accessorie, cioè ai diritti e gli onorari successivi al titolo esecutivo, che normalmente vengono richiesti nell atto di precetto. Invero, la Giurisprudenza dominante ha da tempo riconosciuto la c.d. facoltà di autoliquidazione, secondo cui il creditore istante può intimare, nell atto di precetto, oltre che il debito principale anche le c.d. spese accessorie, cioè spese vive, diritti e onorari ad esso inerenti, salvo il diritto del debitore di proporre opposizione qualora le stesse siano quantificate in maniera non congrua. Del resto, non si può tacere che il citato orientamento non è mai stato accolto in maniera unanime dalla Giurisprudenza, non essendo mancate negli anni pronunce che negassero qualsivoglia facoltà autoliquidativa da parte dell Avvocato ovvero che limitassero la stessa alle voci contenute nella parte II della Tabella B, cioè ai soli diritti dell Avvocato nel processo di esecuzione. La formula del comma III dell art. 9 del Decreto Cresci Italia, che limita l applicazione delle tariffe vigenti alle spese giudiziali, sembrerebbe escludere proprio la c.d. autoliquidazione, sia perché il precetto è un atto stragiudiziale, sia perché la liquidazione delle spese non viene effettuata da alcuna autorità giudiziaria, ma dallo stesso Avvocato. In quest ottica, l Ufficio Studi del Consiglio Nazionale Forense in alcune Osservazioni del consiglia al creditore di evitare l autoliquidazione e richiedere la liquidazione delle spese accessorie direttamente al Giudice dell Esecuzione. Questa soluzione, se da una parte pone al riparo dal rischio di pericolose opposizioni, dall altro espone il creditore al diverso pericolo che il debitore, ricevuta la notifica dell atto di precetto, paghi consensualmente, con la conseguenza che le spese accessorie potrebbero essere recuperate solo in un autonomo giudizio di cognizione. Il Presidente del Tribunale di Verona e di quello di Venezia, nei rispettivi criteri guida, propongono la diversa soluzione di applicare il tariffario forense aggiungendo nell atto di - 6 -

7 precetto la seguente formula: con espressa riserva di adeguare i compensi sopra indicati ai parametri che verranno stabiliti dal DM di cui all art. 9 secondo comma del D.L. 1/2012 ed obbligo di restituzione dei compensi eccedenti in ipotesi percepiti. Mentre nell ipotesi in cui si opti di non quantificare le spese accessorie secondo le tariffe abrogate, allora si dovrebbero inserire nel precetto soltanto l importo capitale, gli interessi, le spese liquidate nel titolo e aggiungere la seguente formula: oltre ai compensi successivi da determinare in base all emanando DM di cui all art. 9 secondo comma del D.L. 1/2012 da liquidarsi dal Giudice dell Esecuzione o, in difetto, da azionare con separato atto di precetto. Tutto ciò sempre nella speranza che il Decreto Ministeriale ex comma II art. 9 D.L. 1/2012 risolva il problema prevedendo esplicitamente un criterio, anche forfettario, di autoliquidazione delle spese accessorie dell atto di precetto. Ipotesi di cui si può fortemente dubitare, atteso che il comma II dell art. 9 del D.L. citato, restringe l applicazione dei parametri del Decreto Ministeriale da emanarsi, ai casi di liquidazione da parte di un organo giurisdizionale, escludendo quindi la c.d. autoliquidazione. Al fine di giungere ad un soluzione dell annoso problema, può essere utile analizzare distintamente le 3 diverse ipotesi interpretative: - Il creditore rinuncia definitivamente di chiedere al debitore le c.d. spese accessorie; - Il creditore rinuncia temporaneamente, nell atto di precetto, di chiedere le c.d. spese accessorie, riservandosi di agire in separata sede per il recupero delle stesse; - Il creditore chiede nell atto di precetto, oltre alle somme liquidate dall autorità giudiziaria, anche le c.d. spese accessorie. Nel primo caso, il creditore redigerà un atto di precetto che porta unicamente le voci liquidate dall autorità giudiziaria nel titolo esecutivo e le spese vive liquidate dal cancelliere e dall ufficiale giudiziario, mentre rinuncia definitivamente a richiedere ogni ulteriore somma corrispettiva delle attività compiute successivamente all emissione del titolo

8 Questa ipotesi che potremmo considerare ultragarantista, in quanto pone il creditore a riparo da qualsivoglia opposizione al precetto avente ad oggetto sia le singole voci, sia lo stesso diritto del creditore di liquidarsi autonomamente le spese sostenute, è sicuramente quella maggiormente conforme all impianto del codice di procedura civile che riconosce il potere di liquidare le spese giudiziali esclusivamente al giudice, al cancelliere ed all ufficiale giudiziario. In tal modo, però, il creditore finisce per addossarsi i costi derivanti dal mancato adempimento spontaneo del debitore e ciò non solo in antitesi a qualsivoglia principio di giustizia sostanziale, ma soprattutto in violazione del principio costituzionale del diritto di azione ex art. 24 Cost. Inoltre, una tale interpretazione normativa avrebbe il sicuro effetto di favorire comportamenti dilatori del debitore che sarebbe portato a non pagare ed ad attendere la notifica dell atto di precetto, con un ingente aggravio del carico di lavoro degli ufficiali giudiziari e ciò in violazione dei principi del buon andamento dei pubblici uffici. L indicata ipotesi interpretativa, quindi, se da un lato risulta conforme al codice di procedura civile, dall altro è in stridente contrasto con una lettura costituzionalmente orientata dello stesso codice. La seconda ipotesi interpretativa prevede che il creditore rediga un atto di precetto che porta unicamente le voci liquidate dall autorità giudiziaria nel titolo esecutivo e le spese vive liquidate dal cancelliere e dall ufficiale giudiziario e successivamente agisca, con un autonomo giudizio, al recupero delle c.d. spese accessorie. Così facendo, si configurerebbe un meccanismo complesso in due tempi, secondo il quale il creditore intimerebbe immediatamente, con l atto di precetto, il pagamento delle spese giudiziali liquidate dal giudice ed, in un secondo momento, agirebbe con un ordinaria azione di risarcimento del danno ex art c.c. per vedersi riconosciuti i costi successivi e dipendenti dall emissione del titolo esecutivo

9 Tale ipotesi interpretativa, è da scartare fermamente in quanto andrebbe a configurare un ipotesi di frazionamento del credito a danno del debitore. Invero la Cassazione, Sezioni Unite, con pronuncia n /2007, relativa a 4 giudizi di opposizione riuniti aventi ad oggetto 4 distinti decreti ingiuntivi emessi dal Giudice di Pace di Giulianova a favore del medesimo creditore avverso il medesimo debitore per dei crediti fatturati in maniera distinta ha affermato il seguente principio di diritto è contraria alla regola generale di correttezza e buona fede, in relazione al dovere inderogabile di solidarietà di cui all'art. 2 Cost., e si risolve in abuso del processo (ostativo all'esame della domanda), il frazionamento giudiziale (contestuale o sequenziale) di un credito unitario, ciò in quanto il canone generale di buona fede oggettiva e correttezza, in ragione del suo porsi in sinergia con il dovere inderogabile di solidarietà di cui all'art. 2 Cost., è divenuto principio generale, costituzionalmente orientato del nostro ordinamento, inglobante anche obblighi di protezione della persona e delle cose della controparte. Invero, se il criterio della buona fede costituisce strumento, per il giudice, atto a controllare, anche in senso modificativo o integrativo, lo statuto negoziale, in funzione di garanzia del giusto equilibrio degli opposti interessi, a maggior ragione deve riconoscersi che un siffatto originario equilibrio del rapporto obbligatorio, debba essere mantenuto fermo in ogni successiva fase, anche giudiziale, dello stesso e non possa quindi essere alterato, ad iniziativa del creditore, in danno del debitore. Nulla rileva che il frazionamento del credito possa rispondere ad un interesse non necessariamente emulativo del creditore (come quello appunto di adire un giudice inferiore, più celere nella soluzione delle controversie, confidando nell'adempimento spontaneo da parte del debitore del residuo debito), poiché è decisivo il rilievo che resterebbe comunque lesiva del principio di buona fede, la scissione del contenuto della obbligazione operata dal creditore, per esclusiva propria utilità con unilaterale modificazione aggravativa della posizione del suo debitore. La Suprema Corte, con la successiva pronuncia n /09, è andata oltre riconoscendo la possibilità, per il debitore ingiunto, di far valere con un unica azione l improponibilità - 9 -

10 delle domande giudiziali aventi ad oggetto una frazione di un unico credito, ponendo in luce come dal principio di economia processuale consegua l ammissibilità di un unico atto di opposizione avverso più ingiunzioni emesse su ricorso del medesimo creditore nei confronti dello stesso debitore. Quindi, se è vietato al creditore frazionare un unico credito in molteplici azioni giudiziarie, anche non contestuali, ed anche se la disarticolazione giudiziale corrisponde ad un effettivo interesse del creditore, ugualmente è da credere che il creditore non possa agire, con un autonomo giudizio, per richiedere il pagamento delle spese sostenute in esecuzione di un titolo esecutivo ed a questo strettamente dipendenti. Se la correttezza e la buona fede è elevata a principio generale del nostro ordinamento anche in ambito giudiziale, ciò sarà tanto più vero in relazione a quegli oneri strettamente connessi all esecuzione del titolo esecutivo. Si aggiunga che, nel caso di specie, si potrebbe configurare l assurdo di un infinita serie di giudizi che si originano l uno dall altro, tutti a spese del debitore. Infatti, qualora ammettessimo la possibilità per il creditore di agire con un separato giudizio per richiedere il pagamento delle c.d. spese accessorie, dovremmo ammettere anche la possibilità di agire, successivamente, con un ulteriore autonomo giudizio per richiedere il pagamento delle c.d. spese accessorie del titolo esecutivo che porta le spese accessorie dell originario titolo esecutivo. In parole più semplici, ogni titolo esecutivo comporta degli oneri di messa in esecuzione e quindi giustificherebbe un autonoma azione per ottenere un ulteriore titolo esecutivo, che a sua volta comporterebbe ulteriori oneri di messa in esecuzione. la terza ipotesi interpretativa prevede che il creditore richieda al debitore, nell atto di precetto, il pagamento, oltre delle somma liquidate dal giudice, anche di tutte le spese accessorie strettamente inerenti dal titolo esecutivo

11 Ciò garantisce una molteplicità di vantaggi: il creditore viene soddisfatto immediatamente delle spese sostenute in esecuzione del precetto, il debitore non è gravato da molteplici giudizi e si riduce al minimo l attività degli ufficiali giudiziari e del giudice. Queste considerazioni fanno propendere, decisamente, per la citata scelta interpretativa e per il relativo potere del procuratore del creditore di autoliquidarsi le spese accessorie. Il problema, chiaramente, è quello di individuare con quali criteri procedere all autoliquidazione delle spese accessorie, atteso che come detto l art. 9 del D.L. 1/2012, se interpretato letteralmente, esclude l applicazione sia dei Decreti Ministeriali previsti dal comma II, sia delle tariffe professionali in via transitoria. L unica soluzione sembra quella di procedere ad un interpretazione in via analogica che valorizzi un principio di equità fra le attività professionali liquidate da un organo giudiziario e quelle autoliquidate dallo stesso procuratore. In ragione di quanto sopra, i criteri previsti dai Decreti Ministeriali previsti dall art. 9 del D.L. 1/2012 dovrebbero applicarsi in via analogica a tutte le ipotesi di autoliquidazione, al di là dei casi di liquidazione da parte di un organo giurisdizionale. A ben vedere il legislatore ha intitolato il Decreto Legge in questione Disposizioni urgenti per la concorrenza, lo sviluppo delle infrastrutture e la competitività e con lo stesso ha voluto valorizzare la libertà di iniziativa economica e non certamente favorire comportamenti dilatori da parte del debitore. Infatti, l abrogazione delle tariffe forensi è stata attuata nell idea di favorire la libera negoziabilità fra le parti del compenso spettate al professionista, mentre non si riscontra alcun indice che faccia presumere la volontà di modificare gli istituti disciplinanti i c.d. rapporti esterni. Le medesime considerazioni sono enunciabili, anche, a sostegno dell utilizzo dell abrogato tariffario forense, in via transitoria, per la redazione dei precetti. Lucio Militerni Ersilio Luca Capone

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