CINGHIALE ED AREE PROTETTE IN ITALIA - IL CASO DEL PARCO NAZIONALE DEI MONTI SIBILLINI

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1 UNIVERSITA DEGLI STUDI DI CAMERINO FACOLTA DI MEDICINA VETERINARIA Corso di Laurea in Scienze e Tecnologie delle Produzioni Animali Dipartimento di Scienze Veterinarie TESI DI LAUREA IN AGR/19 ZOOTECNIA SPECIALE CINGHIALE ED AREE PROTETTE IN ITALIA - IL CASO DEL PARCO NAZIONALE DEI MONTI SIBILLINI Tesi sperimentale

2 Laureando: Relatore: Livio Artale Dott. Alfredo Virgili ANNO ACCADEMICO 2002/2003

3 Discussione. Il presente lavoro ha lo scopo di analizzare la criticità di una specie, Sus Scrofa, ovvero il cinghiale, esaminando l esperienza di gestione del Parco Nazionale dei Monti Sibillini, in relazione a quanto suggerito dalle Linee guida per la gestione del cinghiale (Sus scrofa) nelle aree protette, redatte dall INFS(Istituto Nazionale per la Fauna Selvatica) nel A causa dello sviluppo del cinghiale registrato nell ultimo ventennio, per consistenza numerica e per diffusione, in molte aree collinari e montane italiane, sono nate numerose problematiche di carattere naturalistico, sociale ed economico. Quanto detto si riscontra maggiormente nelle aree protette, ed in particolare in quelle caratterizzate da una forte presenza antropica legata ad un altrettanto intensa realtà agricola. In questi ambiti inoltre, l interdizione alla caccia prevista dalla Legge 394/91, amplifica il problema diffuso dei danni alle colture da parte dell ungulato, assumendo connotati particolarmente forti se vi associamo il dissenso dei cacciatori e le strumentalizzazioni politiche che alimentano il senso di disagio dei residenti. Questo studio prende spunto dall esperienza di gestione del cinghiale nel Parco Nazionale dei Monti Sibillini poiché in questa area protetta possono rilevarsi tutti gli elementi, già citati, che portano il problema alla massima criticità. Non a caso il Parco Nazionale dei Monti Sibillini è stato tra i primi ad avviare un esperienza significativa di gestione supportata dall Università di Perugia sin dal 1993, che ha elaborato in proposito il Piano quinquennale di gestione per il controllo e monitoraggio dell ungulato sul suo territorio. E importante ricordare che sin

4 dall inizio del piano si è cercato di coinvolgere quelle categorie sociali che da sempre sono state in contrasto con le aree protette: cacciatori e agricoltori. Altro elemento importante, per questo Parco, è il progetto Agricoltura sostenibile che sta lavorando anche per la creazione di un ipotesi di filiera per la valorizzazione commerciale della carne di cinghiale proveniente dal prelievo selettivo. Per il rilievo dell esperienza del Parco dei Monti Sibillini si è rivelata fondamentale la collaborazione dell Ente, del gruppo di gestione scientifico dell Università e del Coordinamento Territoriale Ambientale del Corpo Forestale dello Stato, grazie ai quali, non solo sono stati ottenuti tutti i documenti necessari alla redazione della presente tesi, ma è anche stato possibile vivere alcune fasi dell esperienza di contenimento, attraverso la partecipazione attiva alle operazioni di trappolamento, di abbattimento selettivo, di controllo, di monitoraggio dei capi abbattuti, di analisi dei dati ottenuti. Per rilevare quanto fosse sentito il problema cinghiale nelle aree protette e quali misure di contenimento siano state adottate, abbiamo somministrato un questionario, da noi elaborato, a tutti i 20 parchi nazionali. Si è rilevata una generalizzata disponibilità a parlare dell argomento, tranne per i 4 parchi che non hanno risposto. Abbiamo avuto la conferma che il problema dei danni all agricoltura esiste soprattutto in quelle aree a maggior valenza agricola. Abbiamo inoltre appurato che in pochi parchi vi è la presenza di personale specializzato per la gestione della fauna selvatica e la realizzazione di studi in proposito.

5 Per quanto riguarda la gestione del suide è stata avviata, come prevedibile, maggiormente in quelle aree dove sussiste un intensa realtà agricola. Invece solo i parchi dell Arcipelago de La Maddalena e del Gran Sasso e Monti della Laga hanno previsto un destino diverso dal consumo diretto per le carni provenienti dal prelievo; il primo le ha donate in beneficenza, il secondo ha sviluppato una filiera produttiva con conseguente commercializzazione. Nonostante i vari parchi non abbiano seguito strategie di gestione univoche, dal confronto delle diverse sperimentazioni si evid4enziani i tre principi delle già indicate linee guida: 1) il problema deve essere affrontato con un approccio di tipo multidisciplinare, prendendo in considerazione tutte le componenti che interagiscono in un sistema complesso di rapporti ecologici, sociali ed economici; 2) il problema cinghiale non si risolve, almeno non su scala limitata e con iniziative sporadiche, ma seppure si controlla, si gestisce per far si che si mantenga a livelli accettabili; d altro canto non bisogna ignorare alcune implicazioni positive sugli equilibri ecologici legati alla presenza del suide; 3) non esiste un sistema di contenimento in grado di raggiungere obiettivi soddisfacenti; al contrario questi potranno essere raggiunti grazie all adozione contemporanea e all interazione di diverse tecniche.

6 Inoltre siamo venuti a conoscenza di un singolare parallelismo esistente tra Parco Nazionale dei Monti Sibillini ed il Parco Nazionale del Gran Sasso e dei Monti della Laga. Nel primo si è scelto di procedere prioritariamente con il prelievo prevalentemente mediante abbattimento selettivo, quindi con lo smaltimento delle carni per autoconsumo o cessione diretta. Nel secondo è stata intrapresa la strada del prelievo per cattura, quindi commercializzazione delle carni ottenute. Oggi lo scambio di queste esperienze, peraltro tra territori limitrofi e per molti aspetti simili sotto l aspetto ambientale, permetterà sicuramente di procedere speditamente per la differenziazione in entrambi i territori delle azioni sia di prelievo che di smaltimento. Infine, la riduzione delle disponibilità economiche degli enti parco da utilizzare per le campagne di contenimento dei danni e per gli indennizzi, impongono la necessità di sperimentare nuove forme di valorizzazione commerciale delle carni ottenute dal prelievo del cinghiale sul territorio. Oggi, tuttavia, nuovi orizzonti sono stati aperti per le carni provenienti da abbattimento selettivo dal D.P.R. 607/96, il quale regolamenta le procedure per la lavorazione e commercializzazione delle carni provenienti da selvaggina cacciata. Non si esclude, per il Parco Nazionale dei Monti Sibillini, l opportunità di condurre un esperienza iniziale su scala ridotta, se non altro per evitare, almeno in questa prima fase, possibili ostacoli derivanti da normative regionali e competenze istituzionali diverse, attenendosi ai seguenti punti: - collaborazione con ASL competenti sul territorio; - creazione di centri di raccolta autorizzati;

7 - organizzazione di un servizio di trasporto refrigerato per le carcasse; - creazione di centri di lavorazione autorizzati; - creazione di rapporti per la trasformazione, commercializzazione e il consumo dei prodotti ottenuti. Un esperienza che potrebbe tradursi in modello riproducibile in altre aree rurali, protette e non, dove potrebbe rivelarsi potenzialmente possibile lo sviluppo di un mercato di nicchia in grado di sfruttare risorse fino ad ora sottovalutate o affatto considerate. Il fine dovrebbe comunque essere quello di lavorare, secondo lo spirito della 394/91 che individua nei parchi dei possibili laboratori di sviluppo sostenibile, per rispondere ad un interrogativo che negli ultimi tempi sta diventando ricorrente: potrà mai il cinghiale trasformarsi da problema a risorsa per i territori collinari e montani italiani?

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