Cassazione: commette illecito disciplinare l'avvocato che chiede un onorario spropositato

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1 Cassazione: commette illecito disciplinare l'avvocato che chiede un onorario spropositato Corte di Cassazione civile a sezioni unite, sentenza n del 25 Novembre La proporzione e la ragionevolezza nella pattuizione del compenso professionale, sono "l'essenza comportamentale richiesta all'avvocato, indipendentemente dalle modalità di determinazione del corrispettivo a lui spettante". E' quanto afferma la Corte di Cassazione chiarendo che deve considerarsi legittima la sanzione disciplinare della sospensione dall attività professionale - sanzione convertita poi in sede d appello, innanzi al Consiglio nazionale forense, nella censura - all avvocato che fa siglare un accordo al cliente, con il quale quest ultimo si impegna a versare al legale un onorario pari al 30% dell importo totale del risarcimento al termine della controversia. Nella fattispecie esaminata dai giudici di Piazza Cavour un avvocato aveva deciso di assistere un extracomunitario nullatenente rimasto invalido al 95% a seguito di incidente stradale, e aveva stipulato con lui un patto espressamente denominato "patto di quota lite". Ribadito anche nel codice deontologico attualmente vigente, il divieto di patto di quota lite esisteva già all epoca in cui si sono verificati i fatti. La Cassazione osserva però che, se da una parte, tra legale e cliente, è ammessa la stipula di contratto avente ad oggetto "una parte o una quota della res litigiosa" (ossia un compenso basato su una percentuale sul valore dell'affare), dall altra è fatto assoluto divieto all avvocato di richiedere una quota del tutto aleatoria, la quale dipende appunto, sia nell an che nel quantum, dall esito favorevole della lite. La componente del rischio è dunque indispensabile al fine della distinzione tra i due istituti. Nel caso di specie, rileva la Corte, l'alea non sussiste, essendo pacifico il risultato della controversia (finalizzata al risarcimento del danno subito dal cliente, investito a seguito di sinistro stradale) ed essendo dubbio solo il quantum. Altro criterio guida, però, utilizzato dal giudice per valutare la sussistenza o meno di patto di quota lite, è quello della proporzionalità tra il valore della controversia e la quota pattuita a favore dell avvocato; requisito questo che invece difetta totalmente, essendo la quota del 30% totalmente sproporzionata rispetto all effettivo impegno prestato dal legale (essendo, appunto, la risoluzione della controversia pressochè pacifica, dunque di non elevata difficoltà di trattazione). Dopo aver brevemente ripercorso l evoluzione storica dell istituto del divieto di patto di quota lite e interpretato la ratio ad esso sottesa ( la possibilità di pattuire tariffe speculative si accompagna quindi

2 all introduzione di particolari cautele sul piano deontologico, tese a prevenire il rischio di abusi commessi a danno del cliente e a precludere la conclusione di accordi iniqui ) la Cassazione esclude che in tale pattuizione siano stati rispettati i canoni della correttezza e della ragionevolezza, non tanto nell accordo in sè quanto nello stabilire la percentuale dovuta dal cliente all avvocato. Senza contare che lo stesso sarebbe venuto meno al proprio dovere di lealtà e correttezza nei confronti del cliente, essendo egli straniero, con scarsa conoscenza della lingua italiana e quasi totalmente invalido. Tutto ciò è stato correttamente espresso nella motivazione del CNF; con la conseguenza che ogni ulteriore richiesta di sindacato, da parte dell avvocato ricorrente, si tradurrebbe in un indebito riesame nel merito, sottratto al sindacato di legittimità della Cassazione. (26/11/ Avv. Licia Albertazzi) Cassazione: no alla pubblicazione di dati sensibili sulle riviste anche se questi sono già noti ed "evidenti". Corte di Cassazione civile, sezione terza, sentenza n del 25 Novembre Nel caso esaminato dalla Corte i genitori di una minore disabile ricorrono avverso il responsabile di una rivista periodica la quale, in violazione delle disposizioni di cui al d. lgs. 196/2003 (c.d. Codice privacy) hanno pubblicato dati sensibili inerenti la minore stessa in particolare, la notizia di adozione di delibera comunale di assistenza alla minore e a seguito della pubblicazione si era verificata una continua e insistente curiosità delle persone. Contestavano dunque i ricorrenti l'illecito trattamento giornalistico dei dati personali. Si difendeva la testata eccependo che la pubblicazione si riferiva a dati già resi noti da un organo di informazione facente parte dell'amministrazione comunale; atto che, per legge, sarebbe già stato affisso all'albo pretorio. Nella fattispecie inoltre la condizione della minore risultava percepibile icto oculi. Sia in primo che in secondo grado di giudizio gli interessati ottenevano l'accoglimento della propria domanda di risarcimento danni; il giornale proponeva dunque ricorso in Cassazione lamentando violazione di legge. Secondo la Suprema Corte al caso di specie non sarebbe applicabile la disposizione, contenuta nel codice privacy, inerente la possibilità di pubblicare notizie già rese note direttamente dall'interessato,

3 anche attraverso un suo comportamento in pubblico; in particolare, l'handicap della ragazza, secondo la ricorrente, sarebbe stato evidente. Il principio enunciato dalla Corte è tuttavia il seguente: la percepibilità icto oculi, da parte di terzi, della condizione di handicap di una persona non può, infatti, considerarsi circostanza o fatto reso noto direttamente dall'interessato o attraverso un comportamento di questi in pubblico e, conseguentemente, non è applicabile in siffatta ipotesi la richiamata norma. E ciò vale a maggior ragione nel caso in esame, in cui risulta violata la riservatezza di una minore della quale sono stati divulgati gli elementi di identificazione e i dati sensibili attinenti alla sua salute, senza che essi, così come pubblicati e in particolare con l'indicazione del nome e del cognome della minore fossero peraltro di interesse pubblico ed essenziali all'informazione. Il giudice del merito ha infatti operato correttamente il bilanciamento tra i due interessi coinvolti interesse alla tutela della privacy della minore e interesse pubblico alla divulgazione della notizia facendo ragionevolmente prevalere il primo. Il ricorso è rigettato. (28/11/ Avv. Licia Albertazzi) Cassazione: non si può ricusare un giudice che ha preso altre decisioni sfavorevoli al ricorrente Corte di Cassazione civile, sezione sesta, ordinanza n del 24 Novembre L'ordinanza in oggetto, considerata dalla sezione filtro della Cassazione inammissibile, ha per oggetto la richiesta di ricusazione, ex artt. 51 e seguenti codice di procedura civile, nei confronti sia del giudice relatore che dell'intero collegio decidente. Il richiedente aveva evidenziato che l'organo designato avrebbe assunto in passato altre decisioni sfavorevoli alla parte ricorrente. La critica mossa dal ricorrente, strettamente ancorata alla presunta ingiustizia subita, non è sufficiente ad integrare i presupposti di legge per richiedere una legittima ricusazione; si rischierebbe in tal modo di trascinare in giudizio ogni giudice che dia torto a una delle parti, il che poi è l'esito normale di ogni controversia civile e amministrativa. Lo strumento della ricusazione ha una sua ratio specifica e non può essere utilizzato per scegliere un collegio o un giudicante maggiormente gradito alla parte.

4 Il mero "decidere male", così come prospettato dalla parte ricusante, non può integrare il requisito della grave inimicizia del giudice verso la parte, poiché quest'ultima si configura solo ove trovi fondamento in rapporti estranei al processo e non può, in linea di principio, consistere in comportamenti processuali del giudice, ritenuti anormali dalla parte. Gli elementi fondanti la ricusazione devono essere estranei al processo ed essere oggettivamente parziali, tanto da poter successivamente influire sull'esito del processo; non è possibile che la decisione stessa del giudice, adottata in maniera svantaggiosa per una delle parti, costituisca essa stessa motivo di ricusazione. I fatti e le circostanze rilevanti possono essere, ad esempio, ragioni di rancore, di avversione, tuttavia concreti e precisi, estranei alla realtà processuale, autonomi rispetto a questa. Non certo, come nel caso di specie, la pronuncia di precedenti sfavorevoli. (26/11/ Avv. Licia Albertazzi) Cassazione: il minore non è stato sentito? La sentenza di riconoscimento è da rifare Il minorenne ha diritto ad essere ascoltato nell'ambito di un possedimento che autorizza un genitore al riconoscimento. È quanto ricorda la Corte di Cassazione con la sentenza n del che richiama il contenuto del terzo comma dell'articolo 315 bis del codice civile in base al quale "Il figlio minore che abbia compiuto gli anni dodici, e anche di eta' inferiore ove capace di discernimento, ha diritto di essere ascoltato in tutte le questioni e le procedure che lo riguardano". Questo principio è stato ribadito anche con il decreto 154/13, ed ha trovato diverse esplicazioni ed articolazioni in procedure riguardanti i minori. In buona sostanza, se una sentenza ha autorizzato il riconoscimento del minore ma non è stata disposta la sua audizione richiesta in entrambi i gradi di merito, il procedimento è da rifare. La Cassazione, nella parte motiva della sentenza qui sotto allegata, ricorda anche un precedente a Sezioni Unite in cui aveva affermato il valore fondamentale del principio dell'ascolto del minore, sancito nella Convenzione di New York del 1989 sui diritti del fanciullo e riferito ad "ogni procedura giudiziaria o amministrativa". La Cassazione in una precedente pronuncia aveva anche affermato che l'ascolto del minore infrasedicenne, nella previsione di cui all'articolo 250 del codice civile va considerata "la prima fonte del convincimento del giudice" e di conseguenza va disposta d'ufficio. Laddove il giudice ritenga di escludere l'ascolto perché in contrasto con gli interessi del minore stesso, è tenuto a fornirne adeguata giustificazione.

5 Naturalmente il giudice nelle sue valutazioni deve tenere conto dell'interesse del minore che può anche non coincidere con le opinioni che lo stesso ha espresso durante la sua audizione, ma in tal caso il suo onere di motivazione è direttamente proporzionale al grado di discernimento attribuito al minore. (25/11/ N.R.) Comodato d'uso: Cassazione, il proprietario può risolvere il contratto se la destinazione del bene è dubbia. La ex nuora deve lasciare la casa Corte di Cassazione civile, sezione sesta, sentenza n del 21 Novembre E' legittima la richiesta di risoluzione, avanzata dalla proprietaria, di un comodato d'uso inerente un immobile, se la destinazione dello stesso non è chiara. La ratio del contratto di comodato, spiega la Corte, è quello di fornire gratuitamente in uso una cosa; per tale motivo, in caso di dubbio circa la destinazione dello stesso, va adottata la soluzione più favorevole alla cessazione del vincolo, considerato anche il sospetto ed il disfavore con cui l'ordinamento considera i trasferimenti gratuiti di beni e di diritti sui beni. La destinazione d'uso non può essere presunta ma va provata in concreto; se non risulta palese dall'accordo intercorso tra le parti, allora va favorita la richiesta di risoluzione. Nel caso di specie la Cassazione ha accolto il ricorso proposto dalla proprietaria di un immobile, che aveva chiesto la risoluzione del comodato d'uso stipulato a favore del figlio, poiché, divenuta anziana e rimasta vedova, avrebbe avuto necessità di rientrare in possesso della casa familiare. Il figlio però nel frattempo aveva contratto matrimonio per poi successivamente separarsi con conseguente provvedimento di assegnazione della casa familiare, oggetto di comodato, alla moglie e al figlio minorenne. Nel corso del giudizio il resistente affermava che la casa sarebbe stata concessa in comodato con destinazione d'uso familiare, e che per tale motivo il comodato non poteva essere soggetto a scioglimento prima della cessazione dell'uso. A tale affermazione, tuttavia, secondo la Suprema corte non sarebbero seguite idonee produzioni probatorie in ordine appunto alla volontà di subordinare la stipula del comodato a tale finalità; circostanza che non sarebbe stata adeguatamente tenuta in considerazione dal giudice del merito. Inoltre, il figlio avrebbe dovuto prevedere che prima o poi tale situazione si sarebbe palesata; imprevedibile può essere infatti l'insorgere di uno stato patologico o la vedovanza stessa, non certo tuttavia l'avanzare dell'età della madre. Il ricorso è accolto e la sentenza cassata con rinvio.

6 N.B.: Va ricordato che l'art del codice civile, relativo alla restituzione del bene concesso in comodato dispone che "Il comodatario è obbligato a restituire la cosa alla scadenza del termine convenuto o, in mancanza di termine, quando se ne è servito in conformità del contratto. Se però, durante il termine convenuto o prima che il comodatario abbia cessato di servirsi della cosa, sopravviene un urgente e impreveduto bisogno al comodante, questi può esigerne la restituzione immediata. (25/11/ Avv. Licia Albertazzi) Cassazione: il buon rapporto tra coniugi separati non è indice di riconciliazione Con l'ordinanza numero del 21 novembre 2014, la VI sezione civile della Corte di Cassazione si è espressa sulle condizioni che devono sussistere affinché si possa configurare la c.d. riconciliazione fra i coniugi dopo la separazione. Come è noto, infatti, la riconciliazione ha l'effetto di far cessare la separazione legale. Nel caso di specie uno dei coniugi contestava l'effettività della separazione che, nonostante l'omologa del giudice di primo grado, non era mai intervenuta realmente. Secondo una consolidata giurisprudenza alla quale aderisce anche il giudice di ultima istanza, la riconciliazione coniugale non può consistere nel mero ripristino della situazione quo ante, bensì si sostanzia nella ricostituzione del consorzio familiare attraverso la ricomposizione della comunione coniugale di vita, vale a dire la ripresa di relazioni reciproche, oggettivamente rilevanti, tali da comportare il superamento di quelle condizioni che avevano reso intollerabile la prosecuzione della convivenza e che si concretizzino in un comportamento non equivoco incompatibile con lo stato di separazione. Anche il giudice di secondo grado nel respingere l'appello aveva posto alla base della sua decisione tali principi. Per ciò che concerne il rigetto della richiesta di ammissione della prova per testi, la corte territoriale ha ritenuto la prova irrilevante in quanto diretta ad attestare circostanze che potrebbero essere interpretate oggettivamente solo come la manifestazione della conservazione di un buon rapporto fra i coniugi dopo la separazione ma non anche come un insieme di comportamenti univoci e incompatibili con la volontà di proseguire la separazione. Alla luce di questi principi, la Corte rigetta il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese del giudizio. (26/11/ G.C.)

7 Furto: la scuola è da considerarsi la privata dimora degli studenti. Lo dice la Cassazione Ai fini dell integrazione del reato di furto in abitazione di cui all art. 624-bis c.p., anche l istituto scolastico può considerarsi privata dimora, quale luogo in cui le persone si trattengono, seppur in modo transitorio, per compiere atti della loro vita privata. Così ha deciso la quinta sezione penale della Corte di Cassazione, con sentenza n depositata il 24 novembre scorso, confermando la condanna di un soggetto per il delitto di furto in istituto scolastico. Condividendo la statuizione della Corte d Appello e considerando infondate le doglianze dell imputato circa l integrazione della fattispecie di cui all art. 624-bis c.p., la S.C. ha colto l occasione per ribadire l interpretazione affermata ormai dal costante orientamento della giurisprudenza (cfr. ex multis, Cass. n /2007; n /2011), secondo il quale, sono da considerarsi luoghi destinati, in tutto o in parte, a privata dimora, quelli nei quali le persone si trattengano per compiere, anche in modo transitorio e contingente, atti della loro vita privata. Un interpretazione, ha sottolineato la Cassazione, in linea anche con quanto voluto dal legislatore, il quale, con l introduzione dell art. 624-bis c.p., ha inteso ampliare la portata dell originaria previsione del furto in abitazione di cui all art. 625, n. 1, c.p., ricomprendendovi anche i luoghi ove si compiono attività lavorative, gli studi professionali, le farmacie, le sagrestie, gli esercizi commerciali e i bar (cfr. Cass. n /2010, n /2009; 20022/2008). Su quest assunto, pertanto, ha stabilito la Corte, rigettando il ricorso, anche l istituto scolastico, pur essendo senza dubbio edificio destinato ad attività di pubblico interesse, quale l istruzione degli allievi, rientra tra i luoghi di privata dimora, giacché è del pari indubitabile che all interno dello stesso si rinvengano siti o locali nei quali i soggetti frequentanti la scuola si trattengano, in modo transitorio o cogente, per lo svolgimento di atti della loro vita privata (spogliatoi, cortili e sale di ricreazione). (29/11/ Marina Crisafi) Tribunale di Milano. Autistico per colpa del vaccino: Ministero della Salute condannato a versare vitalizio a bambino di 9 anni. È il primo caso del genere in Italia mentre negli Stati Uniti, sentenze simili non sono una novità : il Ministero della Salute obbligato all'indennizzo dei danni in favore di un bambino divenuto autistico "per colpa" del vaccino esavalente Infanrix Hexa Sk (immunizzante nei confronti di: difterite, tetano,

8 poliomelite, epatite b, haemophilus b e pertosse) prodotto dalla GlaxoSmithKline. Il Tribunale del Lavoro di Milano non ha dubbi: "è acclarata la sussistenza del nesso causale tra tale vaccinazione e la malattia", come recita il dispositivo della sentenza emessa il 23 settembre scorso! In effetti, già nel 2012, era stato tracciato dal Tribunale di Rimini un legame tra vaccinazione (in quel caso, la "trivalente", efficace contro: rosolia, morbillo e parotite) e disturbi dello spettro autistico, ma poi la sentenza era stata appellata dal Ministero della Salute che aveva infine ottenuto ragione. Allora, le motivazioni della sentenza di primo grado richiamavano i risultati di uno studio pubblicato sulla rivista scientifica The Lancet, che legava l'autismo al vaccino contro il morbillo; ma lo stesso studio veniva in seguito "sconfessato" dalla rivista, che lo giudicava "inattendibile", negando così valore anche alle risultanze processuali che ad esso si rifacevano. In questo caso, invece, iniziato con il ricorso presentato nel 2011 dai genitori di un bimbo cui era stata iniettata la vaccinazione nel 2006, il Ministero non ha fatto ricorso rendendo dunque definitiva la decisione di primo grado. Ecco perché diciamo che è una sentenza destinata a fare storia. (28/11/ S.D.)

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