Confindustria Vicenza Assemblea generale, lunedì 20 aprile 2009 Parte pubblica. Intervento del presidente Roberto Zuccato

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1 Confindustria Vicenza Assemblea generale, lunedì 20 aprile 2009 Parte pubblica Intervento del presidente Roberto Zuccato Signor Ministro, Autorità, Presidente Marcegaglia, Presidente Tomat, care colleghe, colleghi, amiche, amici, a tutti voi il mio più caloroso benvenuto. Un affettuoso benvenuto anche ai colleghi presidenti delle territoriali che mi onorano oggi con la loro presenza compatta, a dimostrazione di quanto le associazioni del nostro territorio siano in questo momento unite e vicine. «E' dalla crisi che nasce l'inventiva, le scoperte e le grandi strategie. Chi la supera, supera se stesso senza essere superato. Senza crisi non ci sono sfide, e senza sfida la vita è una routine, una lenta agonia. Senza crisi non ci sono meriti. E' dalla crisi che affiora il meglio di ciascuno, poiché senza crisi ogni vento è una carezza». Sono parole di Albert Einstein, scritte nel 1955 e trovo che siano le parole più adatte a spiegare il titolo della nostra assemblea: Prepariamoci al meglio. E passato un anno da quando ho assunto la presidenza ed è cambiato il mondo. Non per merito mio. E neppure per mia colpa. Non avrei mai pensato - e non sono certo l'unico - che in pochi mesi il mondo sarebbe cambiato così profondamente. Avvenimenti di portata globale hanno coinvolto e in molti casi sconvolto l economia, la finanza e la politica, modificando i comportamenti delle imprese, dei consumatori, ma anche i modi di vita delle persone. Ci troviamo in mezzo alla crisi più difficile del dopoguerra. Difficile perché ha minato le basi del sistema economico e finanziario, ma anche la fiducia delle persone. Difficile perché noi stessi siamo diversi dai tempi della ricostruzione, dagli anni Settanta, dai primi 1

2 anni Novanta, dalle altre crisi che abbiamo attraversato nel dopoguerra. Allora, soprattutto fino agli anni Settanta, venivamo da condizioni difficili. Eravamo abituati alla parsimonia, alla fatica. Ma dopo aver conosciuto il benessere e lo sviluppo, le crisi fanno più paura e, soprattutto, si è meno abituati ad affrontarle, per ragioni pratiche, perché abbiamo cambiato modi di vita, ma anche di pensare. Perché abbiamo cambiato mentalità. A differenza del passato, da qualche tempo, non riusciamo più a immaginare un futuro. Per la prima volta, nel dopoguerra, la maggior parte di noi pensa che i propri figli, nel corso della loro vita, non riusciranno a migliorare e neppure a eguagliare la condizione di vita e la posizione sociale degli adulti. È come se l ascensore sociale si fosse bloccato. Dobbiamo però reagire! Dobbiamo tornare a dirci con chiarezza che le nostre difficoltà presenti non sono la fine della storia e neppure dello sviluppo. Anzi, proprio in una situazione difficile come questa, noi, imprenditori vicentini, abbiamo maggiori possibilità e capacità degli altri per reagire. Per riprenderci. Perché non abbiamo dimenticato le nostre radici, perché siamo imprenditori e siamo vicentini. Perché siamo quelli che partendo da un laboratorio artigianale e una vecchia macchina da cucire hanno costruito un marchio del made in Italy. Siamo quelli che, ricchi solo di queste idee, hanno lasciato il posto fisso e investito i soldi della liquidazione per mettersi in proprio. In fondo, altre volte prima di oggi si è detto che eravamo destinati a restare indietro oppure a retrocedere. Per le nostre stesse caratteristiche e specificità. Perché siamo imprenditori vicentini. Perché siamo legati alla comunità locale, alla famiglia, alle tradizioni; perché siamo troppo manifatturieri; un economia legata al fare, poco proiettati verso la finanza. Come vedete, la storia non solo non finisce, ma al contrario si ripete. E le nostre debolezze, come in passato, potrebbero tornarci utili. Elementi di forza, che ci rendono in grado di adattarci meglio alle difficoltà, di reagire ai cambiamenti. 2

3 Timidi segnali di ottimismo ci giungono proprio in questi giorni dall opinion panel della Fondazione Nordest, piuttosto che dalla Banca d Italia o dall Ocse. Dal mercato immobiliare degli Stati Uniti giungono i primi segnali di stabilizzazione. In Cina le componenti di produzione e ordinativi sono in decisa espansione. Sono timidi ma incoraggianti segnali soprattutto per noi che più di ogni altro sistema economico locale in Italia siamo proiettati nel mondo. Con le nostre imprese, i nostri prodotti, le nostre idee. E come in passato abbiamo dato prova, tante volte, di saper reagire, così, ne sono certo, avverrà anche questa volta. Proprio per le nostre caratteristiche. Per i nostri vizi che, una volta di più, si possono rivelare virtù. 1. Anzitutto perché siamo un sistema di imprese medie, ma soprattutto piccole e piccolissime. Ma non per questo prive di innovazione, come dimostrano molte ricerche ultima quella di Demos per Confindustria, presentata a Palermo il mese scorso. Siamo capaci di innovare, di adeguarci alle trasformazioni. Più di altri: capaci di fare sacrifici, come i nostri lavoratori, insieme ai nostri lavoratori. 2. Poi perché siamo un sistema produttivo manifatturiero, dove il terziario è cresciuto al servizio della produzione. Ci accusavano di non sfruttare appieno la finanza, di fidarci più dei prodotti visibili che di quelli invisibili. Oggi molti la pensano diversamente. La nostra debolezza per i prodotti manifatturieri si è rivelata una forza. Così come la nostra diversificazione di settore e sui mercati. Siamo piccoli e grandi al tempo stesso. 3. In terzo luogo perché siamo proiettati nel mondo, siamo globalizzati. E non abbiamo un solo sbocco. I nostri mercati sono diversi. Siamo aperti al mondo ma, al tempo stesso, abbiamo i piedi ben piantati per terra. Nella nostra terra, nella nostra comunità. E per questo riusciamo a muoverci nel mondo meglio di altri che non hanno radici. Noi sappiamo affrontare le crisi perché siamo circondati da una società imprenditoriale. 4. Perché siamo un sistema di imprese fatte di persone, da persone. Ci hanno spesso criticato e noi stessi l abbiamo fatto 3

4 per questa eccessiva personalizzazione. Peggio: per la caratteristica familiare di tante nostre aziende. Oggi si rivela una risorsa, perché gli imprenditori sanno affrontare meglio il rischio di impresa, quando l impresa è loro, della loro famiglia, quando ci mettono i soldi, la faccia. La loro stessa vita. 5. Perché siamo vicentini, siamo veneti. Anche quelli che vengono da altrove lo diventano. Diventano come noi molto in fretta. Anche i lavoratori immigrati. Imparano il dialetto, mentre i nostri figli lo ignorano. Per cui riusciamo ad integrare gli stranieri meglio di altre aree, anche se non ce ne accorgiamo o non lo vogliamo ammettere. Ma gli stranieri da noi lavorano nelle nostre imprese. E da noi chi lavora e chi fatica è uno di noi. 6. Perché noi vicentini sappiamo lavorare, faticare, in modo flessibile e inflessibile. Anni fa Giorgio Lago prese spunto da un articolo di Ilvo Diamanti che denunciava come ormai anche i veneti fossero stanchi. Logorati da tanto lavoro, ma anche dall insoddisfazione per l ambiente e i modi di vita. Lago gli replicò: «Se i veneti sono stanchi allora si riposino. E poi riprendano a lavorare». Perché siamo destinati, anzi, condannati alla fatica. Il nostro successo dipende tutto da lì. Dal lavoro duro, concreto. Dalla fatica. 7. Perché noi abbiamo fatto le nostre mille e mille imprese per necessità. Ci siamo messi in proprio perché l impiego pubblico ha un posto limitato da noi, perché il passaggio da lavoro dipendente a indipendente è sempre stato il principale canale di mobilità e di promozione sociale. Noi imprenditori vicentini, abbiamo innovato per necessità. Per reggere la competizione sui mercati internazionali, per non venire respinti. La crisi, tanto dura, così ampia, ci preoccupa e ci deve preoccupare. Ma per i motivi che ho detto non ci può spaventare. Noi più di altri abbiamo risorse che derivano dalla nostra società, dalla nostra tradizione, dalla nostra storia, dalla nostra specifica struttura produttiva. Tuttavia, i nostri vizi e le nostre virtù non ci immunizzano. Perché le cause e le fonti della crisi sono tante e sono lontane. In molti casi sfuggono al nostro controllo. Nel nuovo contesto internazionale 4

5 dobbiamo cambiare anche noi. La crisi, proprio per questo, è un opportunità da non perdere. Pochi giorni fa un autorevole osservatore delle economie occidentali, Richard Florida, ha detto al Festival delle Città Impresa: «La crisi attuale non è una nuova depressione. Il mondo si è fermato. Ha capito che non può continuare a correre verso prodotti e città che sprecano risorse. La globalizzazione si ferma da sola a 147 dollari al barile! Reset. Cambiamo direzione per poter crescere ancora». Siamo un sistema manifatturiero forte, ma nella green economy, che è senza dubbio la nuova fase dello sviluppo mondiale, dobbiamo ristrutturarci verso attività che sappiano incorporare efficienza energetica e ambientale. Perché c è una domanda crescente di questa conoscenza, nella manifattura, nei servizi e nel settore delle costruzioni. Vicenza è, e continuerà ad essere, una capitale mondiale del manifatturiero e della piccola impresa. Ma deve oggi passare a modelli avanzati di organizzazione industriale. Lo ripeto spesso, perché ne sono fermamente convinto: abbiamo bisogno di unire le forze. E in questo le aggregazioni possono essere lo strumento più efficace per affrontare le nuove dinamiche della globalizzazione, in maniera strutturata, sia dal punto di vista finanziario che da quello delle risorse umane. In questo senso le merchant banks ci possono davvero essere di grande aiuto. Verso quali mercati e quali territori conviene puntare l attenzione? L Europa e gli Stati Uniti sono un partner essenziale per noi. Se vogliamo pensare città sostenibili, se vogliamo sviluppare la meccanica intelligente, cioè la meccatronica, se vogliamo innovare nelle tecnologie della comunicazione e creare il mercato delle tecnologie green, allora dobbiamo dialogare con questi territori. L Occidente non è solo un mercato rilevante, è il territorio nel quale sperimentiamo le innovazioni più avanzate. Non dobbiamo limitarci ad essere fornitori di prodotti e componenti, ma progettisti di soluzioni innovative. Se siamo autorevoli sul mercato europeo possiamo e dobbiamo diventare un ponte verso i paesi emergenti, aree che secondo il 5

6 Fondo Monetario Internazionale possiedono un elevato potenziale di sviluppo. In primo luogo verso quei territori ricchi di materie prime e con risorse finanziare in eccesso rispetto agli impieghi interni: mi riferisco al BRICX (Brasile, Russia, India, Cina, Messico), ovviamente ai paesi del Medio Oriente e in secondo luogo ai paesi dell Est Europa e del Nord Africa. La nostra università e il CUOA devono diventare un sistema formativo integrato e aperto a studenti e imprenditori di tutte le nazioni. Già oggi il CUOA, l unica vera business school del Nordest, è un polo di eccellenza nazionale e internazionale sul tema della Lean Production. E l università, oltre ai corsi esistenti, già molto ben tarati sulle esigenze del nostro territorio, ha attivato quest anno un nuovo corso di ingegneria, dedicato all innovazione del prodotto, e si appresta a partire con un nuovo corso di economia specializzato sulla direzione d impresa. Proprio per questo Vicenza deve puntare a diventare una sorta di Harvard della piccola impresa a cui possano rivolgersi imprese e istituzioni interessate al nostro modello di organizzazione dell industria e della società. E non è un caso se uno dei primi impegni del mio mandato è stato proprio quello di valorizzare e rilanciare il patrimonio della formazione tecnica e scientifica, vera linfa vitale dell industria vicentina. Gli istituti tecnici, di cui è ricca la nostra provincia, già oggi, grazie alla collaborazione tra mondo della scuola e imprenditori, hanno visto aumentare in maniera consistente gli iscritti, con punte del 46% all Istituto Tecnico Alessandro Rossi di Vicenza, istituto da cui sono usciti nomi illustri, uno su tutti quello di Federico Faggin, padre del microprocessore. Abbiamo visto quanto l apertura del Passante di Mestre abbia contribuito alla definizione di un orizzonte metropolitano nel Veneto. Dobbiamo proseguire su questa strada con il completamento della Valdastico a Sud, che è già in corso, ma soprattutto con il prolungamento a Nord. Farla diventare una vera e propria 6

7 infrastruttura dell economia sostenibile e attorno ad essa riorganizzare gli insediamenti industriali. Oltre a questo servono alternative al traffico su gomma, come l alta velocità e la metropolitana di superficie. Infrastrutture in grado di migliorare l accessibilità e le condizioni insediative del nostro territorio. Sul tema Alta Velocità, lasciatemelo dire, si è perso fin troppo tempo, e soprattutto trovo insufficienti le risorse che sono state finora dedicate ad un opera essenziale per un territorio che tanto ha dato e continua a dare allo sviluppo del Paese. Forse che collegare Sicilia e Calabria è più importante che collegare il Nordest alle reti dello sviluppo europeo? Insomma, se è dal nostro sistema produttivo che può venire un contributo determinante per uscire dalla crisi, è altrettanto vero che tutto questo sarà più difficile e faticoso se la politica non sarà in grado di fare la sua parte. Qualcosa è stato fatto sul fronte del credito alle Pmi. Penso al potenziamento del fondo di garanzia ottenuto grazie all infaticabile opera di pressing della nostra Presidente Emma Marcegaglia. Penso all introduzione dei Tremonti Bond e agli altri interventi previsti nel decreto legge per gli incentivi alle aziende. Ma molto resta ancora da fare: va risolto l annoso problema dei ritardi nei pagamenti della Pubblica Amministrazione. Va ripristinata in toto la deducibilità degli interessi passivi. Deve essere introdotta la detassazione degli utili reinvestiti e dei capitali portati in azienda. In apertura ho citato alcune frasi di Einstein: «E dalla crisi che nasce l'inventiva, le scoperte e le grandi strategie». Nell agenda del nostro Paese ci sono cose da fare, senza perdere tempo e senza indugi: Primo: una seria e profonda riforma del mercato del lavoro che semplifichi l accesso e migliori i sistemi di protezione sociale. 7

8 La settimana scorsa è stata firmata un intesa sulla riforma dei contratti di lavoro, che aggiorna accordi vecchi di 15 anni. Con le nuove norme si favorisce la contrattazione di secondo livello e il legame tra salario e produttività. E un passo avanti. E proprio per questo spiace che una parte importante del sindacato italiano non abbia voluto condividerlo. Si esce dalla burrasca tutti insieme, lavoratori e imprenditori. Secondo: riformare lo Stato. Il federalismo fiscale va bene, ma non è sufficiente decentrare responsabilità decisionali in periferia, se poi i nostri sindaci non hanno risorse per asfaltare le strade perché strangolati da un patto di stabilità che, e non capisco per quale motivo, vale solo per i comuni virtuosi del nostro territorio. Dobbiamo premiare l efficienza e l imprenditorialità nella Pubblica Amministrazione, semplificare, snellire, incentivare lo sviluppo competitivo delle utilities. In una parola dobbiamo avvicinare la politica alle esigenze delle imprese e dello sviluppo. Perché è evidente che la pressione fiscale è a livelli insopportabili tanto da deprimere la competitività delle nostre imprese. E per ridurla bisogna innanzitutto eliminare gli sprechi e avviare le riforme del sistema pensionistico e della sanità. La riforma del sistema dell istruzione e della ricerca. Sull analisi dei ritardi italiani, non manca mai un capitolo sulla necessità di migliorare il sistema educativo e in particolare l istruzione universitaria. La crisi, e il taglio dei finanziamenti, obbligano i nostri atenei a fare uno sforzo di fantasia e innovazione. Anche questa è un occasione imperdibile per provare a immaginare un rapporto diverso tra mondo dell Università e imprese. Proviamo allora a pensare a come finanziare l università attraverso risorse aggiuntive (sia pubbliche che private), ma soprattutto cerchiamo strade nuove per orientare i progetti di ricerca e la didattica avanzata come avviene, ad esempio, nella Silicon Valley. La crisi, insisto, è un occasione per rimettersi in gioco. Ciò che non dobbiamo fare è lasciarci intimidire. Dobbiamo sfuggire alla tentazione di fare da soli. Ci sono dei modi di dire che in alcuni momenti suonano come slogan, efficaci, utili a tirare su il morale, a galvanizzare. In altri 8

9 diventano invece dei programmi. Penso alla fortunata formula di Montezemolo: Fare squadra. Sicuramente giusta ieri. Ma oggi ancora di più perché diventa progettuale. Perché noi imprenditori vicentini, laboriosi, innovativi, creativi, disposti al sacrificio, attaccati alla tradizione e proiettati nel mondo, dalla crisi, da questa crisi, possiamo uscire migliori solo facendo squadra. Per la stessa ragione, penso che oggi assuma un significato maggiore anche la chiave di lettura che ho usato un anno fa: l apertura. Penso cioè che oggi più che mai sia pericolosa per noi la tentazione di chiuderci. Nella nostra azienda, nel nostro piccolo mondo locale, nella nostra associazione. In famiglia. Noi, l economia locale più globalizzata d Europa, dobbiamo aprirci: ai mercati e alle altre economie; alla società. Non siamo i paroni. Siamo vicentini tra i vicentini, lavoratori fra i lavoratori. Il nostro lavoro favorisce tutta la società. E le nostre difficoltà si rovesciano sulla vita di tutta la società. Perché noi ne siamo parte, una parte importante. Per questo dobbiamo aprirci. Abbiamo già fatto molto, ma non basta. Dobbiamo continuare su questa strada consapevoli che i risultati fin qui ottenuti non possono essere considerati che un punto di partenza. E pur tuttavia mi fa molto piacere evidenziare che, tra le categorie economiche della provincia, è iniziata una nuova stagione di condivisione e di collaborazione e che oggi, più che mai, la Camera di Commercio, grazie al suo Presidente Mincato, è un punto di riferimento per tutte le rappresentanze del mondo del lavoro vicentino. E sui temi che riguardano la difesa dell occupazione, le relazioni industriali e sindacali, tra le parti sociali esiste un forte patto di collaborazione e condivisione degli obiettivi. Ne è un esempio la proposta, lanciata assieme alla Cisl, e condivisa dalle altre sigle sindacali, di utilizzare le ore di cassa integrazione per fare formazione all interno delle imprese, eventualmente 9

10 utilizzando come docenti i manager stessi dell azienda e come risorse finanziarie quelle del Fondimpresa. Siamo convinti che le nostre imprese siano ideali centri di eccellenza per la formazione. In chiusura, lasciatemi aprire una parentesi per ricordare e mandare un affettuoso abbraccio ai nostri colleghi imprenditori e soprattutto alla popolazione abruzzese, così duramente colpita dal terremoto. A loro dico: vi siamo vicini e statene certi non ci dimenticheremo di voi. Come i nostri volontari sono con voi adesso così ci saremo anche dopo nella fase della ricostruzione. Si è detto che noi italiani sappiamo dare il meglio nelle situazioni più drammatiche. E sicuramente vero. La reazione che ha saputo offrire il Paese di fronte all emergenza, ha fatto emergere oltre al dolore e alla paura anche la forza, l orgoglio e lo spirito di partecipazione degli italiani. Dobbiamo imparare da queste virtù per comprendere come affrontare e superare la crisi economica che stiamo attraversando. L apertura, la parola d ordine che ho usato l anno scorso, oggi mi sembra ancora valida. Una via efficace per sfruttare la crisi e preparare un futuro migliore. Un anno dopo, cari colleghi, anch io mi sento cambiato. Non so se migliore. Sicuramente più responsabile. Grazie a questa esperienza, grazie a voi. E di certo non mi rassegnerò alla rassegnazione perché oggi, di fronte alle sfide che ci attendono, io, voi, noi tutti dobbiamo prepararci al meglio. Grazie. 10

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