Il sistema delle acque in Bologna nel Rinascimento

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1 Il sistema delle acque in Bologna nel Rinascimento RICHARD J. TUTTLE Gli storici dell architettura e dell urbanistica del Rinascimento hanno mostrato scarso interesse per l approvvigionamento idrico. La cosa è sorprendente, dato il rilievo che occupa nelle prime fonti trattatistiche. Vitruvio considerava l idraulica una parte integrante dell architettura e dedicò ad essa uno dei suoi dieci libri (Libro VIII). Lo stesso vale per Leon Battista Alberti, il cui De re aedificatoria si conclude con un libro quasi completamente dedicato all acqua la sua importanza critica per il genere umano e per la città; come captarla, condurla, conservarla e distribuirla; e come valutarne la qualità. Altri scrittori del Quattrocento in particolare Filarete, Taccola, Francesco di Giorgio, e naturalmente Leonardo trattano estesamente della teoria e della pratica dell approvvigionamento idrico. Nel XVI secolo la teoria architettonica abbandonò l idraulica applicata spostando la sua attenzione sui problemi relativi al disegno monumentale e allo stile all antica. Autori come Sebastiano Serlio, Pietro Cataneo, Vignola e Palladio ebbero poco da dire sull approvvigionamento idrico, anche se alcuni di essi furono attivi in questo campo. Giorgio Vasari, nelle sue Vite, loda i risultati delle opere d ingegneria quando appropriate, ma non lascia che l acqua penetri nella parte della sua prefazione tecnica dedicata all architettura. Non vi si trovano riferimenti di pozzi o cisterne, condutture o canali artificiali, dighe o mulini. Separato a forza dal discorso architettonico, verso il 1600 questo campo cominciò a ricostituirsi come disciplina autonoma. Un nuovo e variato corpus letterario fu prodotto da inventori-architetti-ingegneri come Agostino Ramelli, Giambattista Aleotti e Vittorio Zonca. Il destino dell idraulica è paragonabile a quello delle fortificazioni, che nello stesso periodo emersero come un campo disciplinare autonomo dotato di una propria letteratura. Infine, entrambe le aree disciplinari vennero a far parte delle scuole di ingegneria civile: così l effettiva separazione dell arte architettonica e dell ingegneria idraulica divenne permanente. Oggi la storia dell approvvigionamento idrico è studiata solitamente dagli storici sociali e dell economia, come pure da quelli della scienza e della tecnologia.

2 In questa conferenza intendo riconsiderare l approvvigionamento idrico come un soggetto vitale per lo studio dell ambiente costruito. Ho scelto di occuparmi di Bologna perché è una grande città dotata di un ampia varietà di sistemi idraulici che consentono immediati e fruttuosi paralleli con quelli di altre città dell Italia padana da Milano a Treviso e da Piacenza a Ravenna. Inoltre, Bologna vanta una documentazione archivistica e studi di eccezionale ricchezza e qualità. Per molti decenni gli storici locali e l ufficio centro storico del Comune hanno ripercorso la storia e la scomparsa del patrimonio idraulico della città, specialmente del Naviglio. Gli storici dell Università, da parte loro, hanno pubblicato opere fondamentali sulle acque nella Bologna medievale e del XVIII secolo, per lo più da un punto di vista economico. Cercherò qui di tracciarne un profilo da una prospettiva rinascimentale. Quel che mi interessa sono le connessioni tra le infrastrutture idrauliche e la forma urbana. *** Bologna non è una città di fiume. Ma, poiché occupa un declivio ai piedi degli Appennini, disponeva di tre corsi d acqua che le autorità comunali sfruttarono gradualmente e con successo. Il primo fu l Aposa (o Avesa), un torrente che nasce da una piccola valle proprio sopra la città. Nel 1070 l Aposa fu obbligato a scorrere in un condotto in mattoni che divideva in due la città da sud a nord. Il secondo corso d acqua era il Savena (o Sapina), ubicato ad est. Nel 1176 parte di esso fu deviato in un canale a San Ruffillo. Dopo un corso di circa quattro chilometri il Savena passava per Porta Castiglione e procedeva ad approvvigionare d acqua la parte orientale di Bologna. La terza fonte era il fiume Reno, un affluente del Po, ubicato ad ovest. Nel 1183 una massiccia chiusa o diga fu costruita a Casalecchio per incanalare la sua acqua in un canale a cielo aperto che si estendeva per circa cinque chilometri verso la città. Dentro Bologna il canale di Reno portava l acqua e la forza idrica nel quadrante nord-ovest della città. Tutte e tre le fonti idriche con i loro canali derivati e a volte convergenti, le loro funzioni pubbliche e private, le norme di protezione e di regolamento, furono ereditate dalla Bologna della prima età moderna. Sia il regime signorile dei Bentivoglio nel XV secolo, che il governo papale nel XVI, intesero preservare e sviluppare il sistema idrico per una vasta gamma di utili funzioni urbane. Per esempio, una difesa efficace richiedeva un affidabile approvvigionamento idrico. Le acque dell Aposa e del Savena furono usate per riempire il fossato che circondava la città. I

3 fossati d acqua costituivano una componente essenziale della difesa militare, del generale sistema di sicurezza interna e persino dell identità cittadina. Contribuivano all autorappresentazione del comune sicuro, protetto ed autonomo. Con pochissime eccezioni, le piante rinascimentali e le vedute delle città italiane settentrionali mostrano orgogliosamente i fossati colmi d acqua, anche quando essi, in realtà, erano in secca. Nel primo XVI secolo, quando l architetto papale Antonio da Sangallo il Giovane passò in rassegna le difese di Bologna, preparò una sezione trasversale del fossato lungo nove chilometri che circondava la città. Il suo disegno riporta le misure delle differenze di quota del fossato che correva nella parte settentrionale, porta dopo porta, intorno alla città. Il salto totale superava i dieci metri e la pendenza graduale e quasi ininterrotta di Bologna dipendeva principalmente, come ancor oggi, dal suo assetto naturale. Qualcosa si può vedere nel grande dipinto murale eseguito per papa Gregorio XIII nella cosiddetta Sala Bologna dei palazzi Vaticani (1575). L Aposa contribuiva alla difesa ma, come virtualmente tutti i corsi d acqua, era multifunzionale. Scendendo verso la città, l Aposa riforniva d acqua il complesso monastico di San Domenico e proseguiva rendendo possibile la pulizia del macello e del mercato della carne presso le due torri. Una delle principali funzioni dell Aposa sembra sia stata quella igienica. L Avesa torrente, che al tempo delle pioggi scende da i monti vicini con tanta furia, che passando a dirittura per mezzo la città, per certi aqcquedotti, & chiaviche sotterranee, & discorrenti per la pioggia, porta via, & netta tutte le immondezze, che si trovano in esse scriveva lo storico cinquecentesco Pompeo Vizani. Le fogne, attraverso la pavimentazione, costituivano parte essenziale del disegno urbano. Gli statuti medievali stabilivano la necessità di pavimentare strade e piazze con lastre di pietra. Era adottata anche la pavimentazione in mattoni. Ciò implicava la volontà di coprire le fogne a cielo aperto. Nel tardo Quattrocento Gaspare Nadi, muratore e diarista, ricordava un enorme progetto di strade e fogne, fornendo l ubicazione di un totale di venti distinte chiaviche sotterranee, alcune di considerevole lunghezza. Molti dei condotti sfociavano nell Aposa, altri no, ma tutti facevano parte di un progetto di pavimentazione che interessava l intera città. Come il cronista Cherubino Ghirardacci descriveva il progetto quattrocentesco, «INSERIRE ORIGINALE DI GHIRARDACCI». Questo progetto di opere pubbliche merita

4 ulteriori approfondimenti, ma probabilmente non fu l unico. Mentre la città si faceva più grande ed abitata (negli anni 90 del XV secolo la popolazione si aggirava intorno alle unità e nel 1587 raggiunse le ), sempre maggiori richieste venivano poste alle infrastrutture urbane, in specie al sistema fognario e a quello sanitario. In questo settore si perseguivano allo stesso tempo scopi igienici ed estetici. *** Anche la seconda fonte idrica di Bologna, il Savena, contribuiva al sistema fognario. Il Savena, un tempo entro le mura, si biforcava in due branche principali: una che scendeva lungo Strada Castiglione fino ad unirsi all Aposa appena sopra i macelli; l altra che si volgeva ad est tracciando un ampio arco che intersecava le grandi strade uscenti a raggiera dalla Piazza di Porta Ravegnana. Poiché il Savena era una fonte relativamente pura e affidabile, veniva specialmente apprezzato e sfruttato per uso domestico. I resoconti cinquecenteschi sottolineano le sue funzioni igieniche. Vizani afferma che le acque del Savena portavano «grandissimo beneficio ancora in quasi tutte le case de particolari, per le quali scorrendo con diversi diverticoli, dà commodità di lavare i panni, & le masseritie, & di nettar le case da tutte le immondezze». Avrebbe anche potuto far notare che il Savena contribuiva alla coltivazione dei giardini dei palazzi privati, come pure all irrigazione di vasti lotti di terra coltivabile appena dentro le mura. Infatti le due branche principali del Savena riifornivano d acqua beni immobili residenziali di prima qualità. Una pianta che mostra l ubicazione dei palazzi patrizi rivela che molte delle principali famiglie bolognesi predilegevano proprio quest area cittadina. La domus magna dei Bentivoglio sorgeva su Strada San Donato (ora via Zamboni) precisamente dove essa incontrava il canale di Savena. Sulla stessa strada si trovavano le case dei bentivoleschi (Malvezzi, Magnani, Paleotti, Poggi). Altre nobili residenze sorgevano sulla strade San Vitale (Fantuzzi, Orsi), Maggiore (Sampieri, Ghislieri, Isolani, Bolognetti) e Santo Stefano (Bolognini, Bianchini). Il grandioso Palazzo Pepoli (insieme ai palazzi dei Guastavillani, Cospi, Volta) aveva un accesso diretto al canale che scendeva lungo Strada Castiglione. Mentre ulteriore ricerche si rendono necessarie per chiarire alcuni dettagli storici, sembra chiaro che il Savena abbia giocato un ruolo decisivo nel promuovere l edificazione dei palazzi nella parte orientale della città. Allo stesso tempo, in accordo con il suo ruolo

5 multifunzionale, il Savena permetteva anche applicazioni industriali. La composizione chimica naturale dava alle sue acque una particolare capacità nella tintura della seta e dei tessuti di lana, specialmente di colore scarlatto. Anche la fabbricazione della carta, un altra industria che fa un uso intensivo dell acqua, fiorì lungo le rive del Savena, con gran vantaggio del governo, dell università e dell editoria. La principale fonte idrica industriale di Bologna, comunque, era costituita dal canale di Reno. Esso era sfruttato con profitto persino prima che raggiungesse la città. Come scriveva lo storico Fra Leandro Alberti, il canale di Reno scoperto, realizzato di pietra e mattoni, era abbastanza largo da permettere condurre «dagli alti monti grandi travi di Abete, & altre legna, si per edificare come per fare dogli & vasselli da vino». Entrando in città attraverso un portale a forma di grata noto come «la Grada», il Reno si precipitava verso est fino a quando era tagliato in due alla cosiddetta «Sega dell acqua». Un canale, il Cavadizzo, si dirigeva immediatamente a nord verso le mura cittadine. L altro continuava ad est fino a che, nei pressi dell Aposa, anch esso si volgeva a nord, diventando il Canale delle Moline. Ideato e costruito da un consorzio di mugnai dell XI secolo, il canale di Reno fu presto acquistato dal Comune e rimase di proprietà pubblica fino al XVIII secolo. Il Canale delle Moline si sviluppava in una serie di cascate segnate da coppie di mulini su entrambi i lati, come può vedersi nelle mappe e vedute più antiche. Oggi i mulini per il grano sono scomparsi, ma lo stesso canale di Reno scorre ancora attraverso Bologna ed è visibile in alcuni punti. Un blocco di case a schiera per gli operai del mulino e le loro famiglie, costruito nel 1515, sorge ancora nella vicina Via Capo di Lucca. Il canale di Reno azionava un notevole numero di industrie meccaniche. Lungo il canale Leandro Alberti notò «sono stromenti da secare legni, da tritare e polverezzare le spetie, con la Galla, da fabricare armi, con vasi di ramo, d agguzzare ferramenti, e darli splendore, da fare la carta, follare panni, filare la seta». Nessuna industria era più importante della seta. Quando l imperatore Federico III venne a Bologna nel 1452, fu portato a vedere i «INSERIRE CITAZIONE ORIGINALE DI GHIRARDACCI» (Ghirardacci). Come spinte per capillarità entro piccoli canali sotterranei che penetravano nelle cantine delle case, le acque del canale azionavano le macchine per filare e tessere. La tecnologia impiegata era così importante per l economia di Bologna che essa fu dichiarata un segreto di stato e nel

6 1538 due uomini furono condannati a morte in contumacia per aver esportato a Trento la tecnologia dei mulini. La segretezza imposta con la forza spiega la scarsità di fonti scritte e di testimonianze figurative sulla prima industria tessile di lusso bolognese. In ogni caso, verso il 1550 un pellegrino veneziano vide alcuni edifici dotati di condotti sotterranei nei quali erano realizzati tutti i processi di lavorazione della seta in uno istesso tempo & in uno medesimo edificio (cosa molto notabile) operare si veggono (Bartolomeo Fontana). Lo storico dell economia Carlo Poni ha caratterizzato il sistema manifatturiero bolognese come una «rivoluzione proto-industriale» varata nel XVI secolo. Grazie alle macchine a motrice idrica la città poté diversificare la sua capacità produttiva. Bologna non fu più solo un mercato ed una città universitaria, ma qualcosa di simile ad una capitale industriale. Come il Savena incoraggiò la costruzione di palazzi nel XIV e XV secolo, analogo fu il ruolo del Reno per la manifattura locale nel XVI. Già nel 1481 Benedetto Morandi, un umanista della corte bentivolesca, poteva vantare che «INSERIRE CITAZIONE ORIGINALE MORANDI». *** Tuttavia Morandi non si riferiva semplicemente al corridoio industriale che costeggiava il canale di Reno. Pensava sicuramente anche alla sua spettacolare conclusione, il Naviglio (o canale Navile), la via d acqua navigabile di Bologna. Il sito cittadino in leggero declivio costringeva tutti i corsi d acqua a correre verso l angolo nord-occidentale. Fuori delle mura essi confluivano infine in un letto comune, che scorreva dritto verso nord attraverso l aperta campagna. Già nel XII secolo il comune ebbe successo nel trasformare questa via d acqua in un canale navigabile che univa la città a Ferrara, al Po e all Adriatico. Il Naviglio facilitava il commercio di beni agricoli e manifatturieri, permettendo il trasporto di materiali edilizi pesanti (come il marmo) e fungendo da sistema di transito pubblico. Fino al XV secolo il Naviglio terminava in un porto ubicato a Corticella, un paese a circa tre miglia fuori dalle mura cittadine. Lì un improvviso innalzamento di quota impediva al traffico navale di raggiungere Bologna. Giovanni Bentivoglio commissionò con successo la prima prosecuzione del canale direttamente in città. Nel 1491 si fece prestare da Ludovico Sforza un architetto di nome Pietro da Brambilla. Brambilla utilizzò la tecnologia più

7 aggiornata, progettando una serie di saracinesche navali, prolungando con successo il canale fin dentro la città. L inaugurazione del nuovo canale ebbe luogo il 10 gennaio Il successo fu di breve durata, comunque, ed un decennio dopo il sistema non funzionava più ed il porto fu arretrato a Corticella. Una soluzione definitiva giunse solo nei tardi anni 40 del XVI secolo, quando papa Paolo III Farnese autorizzò una completa ristrutturazione sotto il controllo dell architetto Jacopo Vignola. Per correggere gli errori di Brambilla, Vignola ritornò evidentemente ai modelli milanesi paragonabili a quelli che si trovano negli schizzi di Leonardo da Vinci e costruì tre nuove saracinesche navali (con bacini ovali, rettangolari ed ottagonali), comprese le chiuse e i ponti secondari. Progettò anche un nuovo porto urbano dentro la città, vicino a Porta Lame, che rimase in funzione fino alla fine del XIX secolo. In questo modo Bologna divenne parte di una vasta rete di canali navigabili che mettevano in comunicazione numerose città entro la Val Padana. In Lombardia c erano Milano, Monza, Pavia, Lodi, Crema, Cremona e Mantova. Canali navigabili univano Venezia, Treviso e Verona nel Veneto. In Emilia, Piacenza, Parma, Reggio, Modena e Ferrara svilupparono tutte vie d acqua artificiali; e così fecero pure Imola, Faenza, Forlì e Ravenna in Romagna. I canali erano d importanza critica per gli affari commerciali della vasta campagna e svolgevano un importante ruolo nell irrigazione e nella bonifica fondiaria. La lunga storia dei canali italiani navigabili è inseparabile da quella dello sviluppo regionale. Questo aspetto è reso evidente da un poco noto ma spettacolare progetto, rimasto irrealizzato, concepito da papa Giulio II della Rovere. Giulio detestava la potestà di Alfonso d Este di esigere pesanti dazi alle chiatte bolognesi che attraversavano il territorio ferrarese dirigendosi verso il Po. Propose perciò di abbandonare il vecchio Naviglio e progettarne uno nuovo verso est, che avrebbe traversato la Romagna per incontrare il mare a Marina di Ravenna. Unendo due capitali di provincia e molte cittadine dello Stato della Chiesa, un canale di questo tipo lasciava sperare una generale prosperità dei commerci, ma i suoi effetti benefici a lungo termine sarebbero dipesi dalla bonifica fondiaria. Questo poiché il canale giuliano si sarebbe approvvigionato delle acque provenienti dai numerosi corsi appenninici, i quali continuavano ad alimentare le pestilenziali paludi lungo la costa adriatica. Sebbene mai eseguito, lo schema di Giulio II continuò ad essere discusso in sede di pianificazione territoriale fino all arrivo di Napoleone.

8 *** E cosa può dirsi ci si dovrebbe chiedere dell acqua potabile? E vero che alcuni autori del Rinascimento parlano di utilizzare l acqua dei canali per bere e cucinare [come anche per lavare gli abiti], ma per ragioni igieniche e pratiche questa non può essere stata la fonte principale. Bologna, come molte altre città italiane della prima modernità, ricavava l acqua potabile dai pozzi. Severe leggi medievali stabilivano che la manutenzione dei pozzi nelle strade e piazze pubbliche fosse di competenza degli utenti che abitavano nei loro pressi. Nel XIV e XVI secolo i pozzi privati erano certo abbondanti non solo entro i numerosi monasteri e palazzi nobiliari, ma anche nelle case minori con cortili. Nel 1602 si poteva dire che ha Bologna tanti pozzi di acqua perfettissima altri, quai dieci, & guai docici braccia, fatti à mano, & murati, che in ogni, quantunque piccola casa se ne trova qual uno. (Vizani). I pozzi sono ora tra gli elementi meno visibili del sistema idrico storico. Un tempo presenti ovunque, nella Bologna del XIX secolo furono denunciati come un pericolo per la salute pubblica. Ciò fece seguito ad un esplosione di colera nel 1865 e di febbre tifoide nel Queste epidemie affrettarono la creazione di un moderno sistema idrico pressurizzato per tutta la città, rendendo infine i pozzi improvvisamente obsoleti. Una volta smantellati, essi furono riempiti di pietrisco e consegnati all oblio. L abbondanza d acqua emerge così come una realtà della vita urbana della Bologna rinascimentale. E l abbondanza è un tema che informa anche la celebrata fontana pubblica in Piazza Maggiore, la cui divinità titolare, Nettuno, avrebbe finito per simbolizzare la città. Disegnata dall architetto siciliano Tomaso Laureti e decorata dallo scultore fiammingofiorentino Giambologna, la Fontana del Nettuno fu commissionata nel 1563 dal vescovo Pier Donato Cesi, il governatore papale, in nome del legato Carlo Borromeo e di papa Pio IV. Cesi scelse Nettuno, dio di tutte le acque, come metafora della protezione e beneficenza papale, stabilendo anche che la fontana dovesse essere circondata da una cancellata in ferro per difenderne il valore in quanto elemento di decoro urbano. Dopo essere fuoriuscita, l acqua scorreva sottoterra fino ad una cisterna posta nel giardino estivo del legato nel palazzo apostolico. Da lì, infine, era spinta alle bocchette della larga fontana pubblica murata, la cosiddetta Fontana Vecchia, ubicata in un affollata zona di mercato, dove viaggiatori ed animali domestici erano invitati a dissetarsi. Come per i canali, l acquedotto implicava un rigido sistema di precedenze in fatto di accesso e di uso.

9 L attuale Fontana del Nettuno è la seconda, o forse terza, fontana che sorse in Piazza Maggiore. Negli anni 70 del XV secolo una modesta fontana fu eretta in quel sito per essere subito demolita nel Di un altro progetto di fontana risalente agli anni 20 del XVI secolo, l unica traccia superstite è la sorgente collinare di Remonda, appena sotto il monastero benedettino di San Michele in Bosco. Un rilievo del XVIII secolo ci fornisce una dettagliata incisione della pianta e della sezione dell impianto idrico rinascimentale. La fonte Remonda comprende numerose lunghe gallerie che captano le vene acquifere, conducendo l acqua in una serie di serbatoi di decantazione, prima di rilasciarla in una conduttura di terracotta sigillata. Il disegno è elegante, funzionale e vitruviano. La sua facciata dorica molto rimaneggiata è stata attribuita a Baldassarre Peruzzi senese, erede della cultura tecnologica di Taccola e di Francesco di Giorgio che nel 1523, quando fu costruita, lavorava per la città e per San Michele in Bosco. La Fontana del Nettuno era alimentata dalla fonte Remonda, come pure da una seconda sorgente ubicata poco lontano in località detta Castellano. Disegnata da Laureti, prendeva a modello la fonte più antica, ma era di maggiori dimensioni. Sfruttava anche le rovine dell acquedotto sotterraneo che un tempo serviva la Bononia romana. Laureti descrive l intero sistema fonti, conduttura, mostra dell acqua - in un voluminoso manuale sulle fontane rimasto inedito. Commentando che tra tutte le parti dell Architettura, quella dell acque è la più dificile, Laureti cerca di istruire i fontanieri presenti e futuri su come pulire, riparare e mantenere il sistema. Si interessa particolarmente alla robustezza dell acquedotto. Scendendo lungo la collina per quasi due chilometri, l acqua del condotto acquistava una notevole pressione pressione che era d importanza critica per la riuscita artistica dell opera, ma pericolosa per le fragili sezioni dei tubi realizzate in terracotta. E, infatti, i documenti mostrano che la Fontana del Nettuno era soggetta a guasti frequenti. La grande figura bronzea di Nettuno del Giambologna, sovrano protettore di un vasto (se pur in gran parte invisibile) impero acquatico, presentava numerosi problemi. Durante un viaggio nel nord Italia nell estate del 1878, lo storico Jakob Burckhardt fece una visita a Bologna dove trovò la fontana completamente a secco. In una lettera ad un amico, descriveva l immagine in questo modo: «Il povero Nettuno del Giambologna è senz acqua; nonostante tutto il loro spingere e spremere le Sirene non riescono a far uscire neppure una goccia dalle

10 loro secche mammelle. Presso il recinto scorre una fontanella intorno alla quale si affolla avidamente la gente assetata. E certo una disgrazia che una città pedemontana come Bologna non abbia acqua corrente». Burckhardt punta il dito sul ruolo politico e sociale della fontana pubblica. Una fontana senz acqua non solo viene meno alle sue funzioni pratiche e simboliche, ma è indice manifesto di incuria da parte di chi governa e di cattiva amministrazione. E, in questo caso, costituisce pure un offesa all arte. La «disgrazia» deve imputarsi agli ufficiali cittadini. Tuttavia l osservazione di Burckhardt sull assenza di acqua corrente a Bologna va ristretta alla sola fontana. Come abbiamo visto, i grandi canali della Bologna della prima età moderna erano una cosa completamente differente. Le acque dell Aposa, del Savena e del Reno, aggressivamente estratte dai piedi delle colline, furono mantenute in continua funzione produttiva per più di sette secoli. Inoltre, i tre floridi canali ebbero un enorme successo nell ottemperare a molteplici funzioni urbane. A mo di conclusione, permettetemi di ricordarle brevemente: la difesa, l igiene cittadina (e quella domestica); l industria manifatturiera e pesante; il trasporto; l irrigazione; e l alimentazione. Ogni sistema contribuiva in modo significativo alla salute e al successo economico della città e ciascuno condizionava l evoluzione e l aspetto dell ambiente urbano. Oggi la Fontana del Nettuno è stata brillantemente restaurata e funziona ottimamente. Con ciò adempie al suo ruolo di elargire bellezza e benessere. Resta un capolavoro dell arte del tardo Rinascimento, ma saremmo poco accorti se la considerassimo la principale rappresentante ancor meno l unico esemplare del sistema idrico della Bologna della prima età moderna. GRAZIE!

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