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1 Un individuo alquanto singolare fa ritorno dopo diversi anni nella sua città natale e ne riscopre a poco a poco la magia. A seguito di un incontro inaspettato capirà che ormai è giunto per lui il momento di scegliere se continuare a vivere una vita avventurosa e spericolata o, al contrario, rimanere là dove il cuore ha già cominciato a mettere le proprie radici. * Ero appena sbarcato a Genova, e già mi ero perso. Credete sia facile per un forestiero orientarsi? Io sono uno spirito libero, non ho una sede fissa: ho girato decine e decine di paesi diversi in questi anni, senza mai fermarmi. Eppure ogni volta mi ritrovo qui, nella città dove sono nato e di cui, tuttavia, so davvero poco: e mi perdo. Forse è per questo che cerco sempre di farvi ritorno e di soggiornarvi il più a lungo possibile, per sentirla un po' più mia... Ma devo stare attento: devo muovermi nel buio, invisibile e leggero come una piuma, proprio come quella sera. Il viaggio non era stato poi così male. Le sale macchine delle navi cisterna sono sempre abbastanza grandi per trovarvi un giaciglio sicuro e passare inosservati e, tralasciando il fracasso continuo e il tanfo insopportabile di nafta, lo definirei un alloggio più che onorevole per uno nella mia condizione. Avrei preferito una sistemazione ai piani alti con vista mare, ma era già tutto esaurito. Come stavo dicendo, ero sceso della nave cercando di passare inosservato e correndo il più velocemente possibile in direzione dell'imboccatura di Vico Valoria. Quella era infatti la mia destinazione, ma fui costretto a vagare per ore prima di raggiungerla. Non ne fui però dispiaciuto: tutt'altro! Unica anima viva a quell'ora della notte, ne approfittai per studiar meglio la zona e per orientarmi in quei caruggi millenari, dove ogni pietra e ogni saracinesca abbassata nasconde una storia ed il silenzio non riesce mai a regnar da padrone, che sia per la sirena di una nave o per un gridolino sommesso dietro l'angolo. <<Isach, vegni chi : da questa parte!>>. Riconobbi subito quella voce: finalmente qualcuno era venuto a cercarmi! <<Scusami, zio, temo di aver girato mezzo centro storico prima di trovare le via giusta>>. <<Eh, figgieu, volete tutti andare all'estero e poi non trovate nemmeno più la strada di casa: anému va, ke n aspétan>>. Ero praticamente arrivato: ancora due svolte a sinistra e avrei potuto fare tutto da solo, ma ero davvero contento che ci fosse qualcuno con me. Ci arrampicammo su un tubo si scolo fino al terzo piano, poi proseguimmo per un pezzo di cornicione fino al tetto della casa vicina: da quanto tempo non vedevo un tetto di ardesia! C'erano tutti: zia Ida, Elsa, Maddy e la piccola Sophie che ormai era diventata grandicella. Dopo varie 1

2 musate e strette di coda, potei finalmente godere di un pasto sostanzioso dopo giorni di stenti. <<Qui sotto la rumenta non manca mai, è una fortuna che non abbiano spostato i cassonetti>> <<Già, peccato che sia sempre io a dover andare a fare la spesa>> ribatté infastidita Elsa. <<Quante storie! Piuttosto, che ne diresti di portare tuo cugino a fare un giro per la città domani? Sono sicura che si è già dimenticato di tutti i bei posti che ci sono>>. <<Oh, zia, come potrei dimenticarli? Non avrò un gran senso dell'orientamento, ma non posso rimuovere ciò che ho impresso nel cuore! Piuttosto, non vorrei che fosse un problema per Elsa: in tal caso potremmo rimandare a un'altra volta>>. <<Assolutamente no: anche nel caso avesse avuto qualche impegno, non sarà certo un problema per lei rinviarlo. Non è forse così, figietta?>>. <<Certamente, mamma...>> e se ne andò senza degnarci di uno sguardo, zampettando irriverente in cima al tetto. <<Fa sempre così, non farci caso>> mi sussurrò Sophie all'orecchio, e andò via anche lei. Dopo aver parlato a lungo ed esserci raccontati gli avvenimenti degli ultimi tempi, ci ritirammo tutti in un anfratto coperto da un tegola dissestata. Il sole stava per sorgere: era tempo per noi di andare a dormire. <<Allora, possiamo andare?>> Nemmeno mi accorsi della sua voce: qualsiasi topo avesse trovato per primo la strada per arrivare fin lassù, avrebbe sicuramente meritato di essere citato in quelle canzoni che si imparano fin da cuccioli e che vengono tramandate di generazione in generazione. Ci trovavamo esattamente sulla cima del campanile della chiesa di San Lorenzo e davanti a noi si estendeva un mare diverso da quello che gli umani sono soliti vedere: una distesa interminabile di tetti e comignoli a cui nessuno fa mai caso, nascosti durante il giorno e invisibili la notte. Ma è proprio col buio che quel mare prende vita, quando la sua superficie viene increspata dal via vai continuo dei topi pendolari e dei cuccioli esuberanti. <<Be', mi hai sentito?>> E come avrei fatto a non sentirla, dato che mi aveva squittito proprio nell'orecchio? <<Facciamo così, Elsa: va pure con i tuoi amici. Tranquilla, non dirò niente a tua madre. Ci vediamo a casa, intesi? E mi raccomando, sta' attenta>>. Preferivo trascorrere l intera nottata da solo piuttosto che stare ancora a sentirla sbuffare. Mi drizzai sulle zampe per controllare in che direzione andasse. Sapeva la storia dell'edificio su cui si era arrampicata due minuti prima? Conosceva davvero la sua città? Cara cuginetta in piena crisi adolescenziale, lo sai che i lavori per la costruzione di questa cattedrale, nonché Duomo della tua città, ebbero inizio oltre nove secoli fa e terminarono verso la fine del XIV secolo? Lo puoi constatare dalla commistione di stili che vanno dal romanico al gotico, per fortuna 2

3 ancora molto ben conservati nonostante il bombardamento del '41. Ne hai mai sentito parlare? Pensa quale disastro avrebbe potuto fare quella bomba se fosse esplosa! Non avresti potuto...ma cosa sto dicendo: perché mai dovrebbe interessarle? Non è nella natura di un topo perdere tempo a discutere di arte e cultura. Forse a Firenze potrei trovare qualcuno come me, o a Roma, ma non certo qui a Genova. Eppure sarebbe una città in grado di offrire davvero molto se solo fosse valorizzata un po' di più. Ah, se solo fossi un uomo! Intraprenderei la carriera politica anche solo per dare una lezione a quelli come mia cugina. Ministro dell'istruzione, sì, o anche solo Assessore alla Cultura: bisogna partire dalla scuola per riformare una società. Laboratorio pomeridiano sul dialetto territoriale in tutte le scuole primarie facoltativo, ovviamente: non si comincia mai seguendo una linea troppo drastica più storia dell'arte e musica. Che si imparino a memoria più filastrocche, e... E ora da che parte vado? Mi ero infilato nello stesso tombino che avevo imboccato poco prima con Elsa, ma non riuscivo assolutamente a ricordare da dove fossimo passati. Optiamo per la strada della virtù pensai, e voltai a destra. Inizialmente non notai nulla di particolare: piccole colonie qua e là, consueto odorino delizioso, zampe imbrattate di fanghiglia...nulla di strano. Fu l'istinto a guidarmi, ancora oggi non saprei spiegarmelo in altro modo. Anziché proseguire per la galleria principale, mi introdussi in uno stretto e buio cunicolo che aveva attirato la mia attenzione. Lo spazio era appena sufficiente per un esemplare adulto e sbattevo continuamente la coda sulle pareti. Sempre più stretto, sempre più buio. Ebbi paura, presto fui terrorizzato, ma non potevo tornare indietro: ero bloccato. Mi mancava l'aria, sentivo il sangue pompare violentemente nelle orecchie. Fui tentato di gridare, ma non ne ebbi la forza. Finalmente raggiunsi il fondo e mi trovai in un ampio vano circolare, sul quale si affacciavano altre quattro aperture del tutto identiche a quella che si trovava alle mie spalle. Lontano, da qualche parte, una goccia cadeva a intervalli regolari sul pavimento bagnato e il suo eco giungeva fino a me. Era quello l'unico rumore: persino il mio cuore aveva smesso di battere per qualche istante, e io non osavo respirare. Tutto a un tratto udii un rumore, ma era impossibile capire da dove venisse: poteva essere il cunicolo a destra o quello a sinistra, o addirittura quello da cui ero appena uscito. Qualcosa, comunque, si era mosso, ne ero certo. Feci per tornare indietro e subito due occhi iniettati di sangue mi si pararono davanti, cerchi di fuoco nell'oscurità. Squittii di terrore e provai a scappare, ma inciampai nella coda e caddi a terra sulla schiena: ero in trappola. <<Ti prego, non farmi del male, qualunque cosa tu sia!>> L'essere si arrestò, stette immobile per qualche istante. Poi riprese a muoversi girandomi intorno. <<Più passa il tempo e più mi convinco che voi topi di città siate geneticamente predisposti alla stupidità>> affermò disgustata la creatura, e si arrestò nuovamente. <<Vattene, non c'è nulla da vedere qui>>. 3

4 Ma come prima il mio animo era stato invaso dalla paura, così in quel momento non riuscii a contenere la curiosità appena nata. <<Avvicinati, ti prego>> chiesi, riflettendo troppo tardi sul fatto che si sarebbe potuta rivelare una sgradevole imprudenza. Un ringhio sommesso fu la prima risposta. <<Per favore>> Fu allora che lo vidi. Un topo pelle e ossa, dal pelo chiarissimo, il muso deformato e devastato su tutto il lato sinistro. Mi guardava torvo, gonfio di disprezzo. <<Vattene ora che hai visto, tornatene da dove sei venuto. Fa' come hanno fatto tutti gli altri: fuggi e torna a vivere nel tuo mondo, disgraziato!>>. <<Allora è vero...>> dissi meravigliato <<E' vero che qualcuno in città ha visto dei topi bianchi aggirarsi per le fogne! Ma dimmi: come siete giunti qui?>> Non ricevetti una risposta immediata: furono gli occhi a parlare per primi. Fissi su di me, non perdevano un solo mio cenno o movimento. Mi studiavano, cercavano di capire. <<Tu non scappi...>> <<Io non ho paura di te>> <<Tu non scappi perché non sai...>> <<Cosa non so?>> <<Quello che ci hanno fatto: quello che ci ha ridotti così!>> gridò, e alla perplessità seguì il dolore. Non potevo andarmene, non ora che avevo visto in faccia quel topo. Ormai il suo volto era impresso indelebilmente nella mia mente. Volevo saperne di più, volevo aiutarlo. <<Non ci posso credere...>> <<Già, Non ci posso credere : è quello che dicono tutti. Non è possibile, Sei impazzito, Forse è uno spettro... Per questo mi sono ritirato qui, lontano da tutto e da tutti. Ero stufo di non essere creduto. Vivere nel dolore è un'esperienza di per sé atroce, ma essere ignorati è ancora peggio. Eppure è tutto vero. Come ti ho appena detto, non ho altri ricordi prima di quella gabbia. Ero con mia moglie e i miei tre topolini: non ci avevano diviso, forse per darci qualche speranza di poter affrontare quella strana avventura tutti insieme e di poter far presto ritorno a casa. Ogni giorno ci tiravano fuori di peso immobilizzandoci; poi spingevano una strano tubicino metallico sotto il pelo, penetrando in profondità nella carne. Che strazio sentire i miei piccoli strillare dal dolore! Alla fine facevamo sempre ritorno al nostro freddo e spoglio alloggio, con l'unica consolazione di essere ancora tutti insieme. Un giorno, però, mi ritrovai solo nel mio giaciglio. Nessuno aveva ancora riportato indietro la mia famiglia e certo non potevo, non volevo nemmeno pensare che avrei anche potuto non rivederli più. I giorni passavano e ormai ero l'unico ad uscire ed entrare in quella maledettissima gabbia. Non ricordo esattamente cosa sia successo in seguito. Ricordo solo di essere caduto a terra e di essermi nascosto in un 4

5 angolo al buio, sotto uno strano mobile. Attesi la notte: quando tutte le luci si spensero, mi arrampicai rapido fino a un canale per l'aria che tante volte avevo pensato di imboccare. Era l'unica via di scampo possibile e sperai che mia moglie e i piccoli fossero fuggiti proprio di lì senza aver avuto il tempo di avvertirmi. Non so quanto tempo sia passato da allora, ma non li ho più rivisti. E ora guarda come sono ridotto. Vedi tutte queste cicatrici? Pensa, sono stato il più fortunato di tutti: ad altri gli umani mozzarono persino le dita delle zampe! Tu dici che qualcuno ha visto aggirarsi per le fogne dei topi bianchi: ebbene, uno solo è l'esemplare di cui parlano, ed è seduto proprio di fronte a te, invisibile ai loro occhi e muto alle loro orecchie...>>. La sua voce era rotta dal pianto: ripensava ai bei tempi felici e viveva così il più grande dolore. <<Amico mio, la tua storia mi ha fatto venire in mente un'altra vicenda del tutto simile a questa. Prima di raccontartela, però, vorrei che tu venissi con me in superficie. Non guardarmi così, so quel che dico: il posto in cui voglio portarti non dista molto da qui. Abbi fede e seguimi>>. Era ormai giorno inoltrato e la città rumoreggiava frenetica sopra di noi. Sbucammo fuori in pieno Vico Serra e rischiammo più volte di essere visti: anzi, non escludo che l'urlo di quella donna fosse proprio rivolto a noi due. Cornicione dopo cornicione, tetto dopo tetto, giungemmo finalmente di fronte ad un palazzo imponente, molto più bello e decorato degli altri. <<Che razza di posto è questo?>> mi chiese il mio compagno. <<Avremo modo di parlarne più tardi: ora sali sul davanzale di quella finestra e ascolta>>. Era in corso una conferenza a Palazzo Ducale per la ricorrenza della sessantatreesima Giornata della Memoria. Pochi topi ne erano al corrente ma, come ho già detto, io sono un topo diverso da tutti gli altri. Era mia intenzione rendere partecipe il mio nuovo amico di quello che era successo, condividere con lui il ricordo di un evento che aveva spesso tormentato le mie notti. <<Com'è possibile? Gli animali sono fatti per cacciare o essere cacciati, sottomettere o essere sottomessi, ma mai avrei pensato che ciò potesse accadere all'interno della propria specie!>>. <<Infatti solitamente non avviene>> dissi <<E' per questo che continuano a parlarne: affinché tutti sappiano e non si commettano più gli stesi errori. Ecco perché ti ho portato qui: non nasconderti più nell'ombra di un mondo cieco, esci alla luce! La tua storia merita di essere raccontata, tutti devono sapere quello che è accaduto. Poco importa quanti ti derideranno: vale la pena di tentare ugualmente, cominciando proprio da qui>>. I giorni passavano e ormai non avevo più bisogno dell'aiuto di Elsa per orientarmi. Finalmente eravamo riusciti a trasferirci Sottoripa come avevamo sempre desiderato. Altro che cassonetti! Quel profumino delizioso proveniente alle piccole rosticcerie lì nei paraggi attirerebbe persino la più selvaggia delle pantegane e basta percorrere un centinaio di metri sotto la strada per arrivare in tutta 5

6 comodità e sicurezza al mare. Un giorno incontrai il buon topo bianco. Mi raccontò che, come aveva previsto, quasi nessuno sembrava disposto a credere alla sua storia ma che tuttavia era intenzionato a proseguire la sua opera. <<Parlami un po' di questa zona, Isach: è così diversa da quella in cui risiedo io!>> << Qui siamo proprio di fronte al Porto Antico, amico mio: quando Genova era una grande Repubblica Marinara, le sue navi attraccavano in questo golfo e i marinai, stanchi per il lungo viaggio, trovavano ospitalità nelle tante taverne nascoste fra le crêuze. Non era un luogo molto sicuro per la gente comune, specialmente la notte, quando uomini e donne di malaffare uscivano allo scoperto proprio come noi topi. E' un destino comune a tutte le antiche città portuali, come Barcellona, per esempio. Non sai dove sia? E' molto distante da qui, eppure si affaccia su questo stesso Mar Mediterraneo: ci sono stato più volte e trovo che sia molto simile a Genova. Sono certo che piacerebbe anche a te. Com'è fatta una nave? Devo proprio spiegarti tutto! No, non guardare a sinistra: quello è il Bigo e da lì gli umani possono contemplare la città dall'alto, proprio come facciamo noi quando ci arrampichiamo sui tetti. Guarda a destra, piuttosto; là in lontananza puoi vedere quelle immense case galleggianti di metallo con tanto di finestre e camini: quelle sono le navi moderne. Un tempo invece, all'epoca di cui ti stavo parlando prima, dovevano essere più o meno come questa di legno davanti a noi. Immagina, amico mio, di essere nella stiva di una galea come quella disponendo di tutto il cibo che desideri e di salpare alla volta di un continente sconosciuto. Così fece Cristoforo Colombo nel 1492 quando partì per le Indie, non sapendo a quale grande sorpresa sarebbe andato incontro, ed era genovese, per quanto possano dire gli spagnoli, genovese e... <<Tu sei nato per viaggiare, Isach>> mi interruppe il mio compare <<Girare il mondo per apprendere tutto ciò che è nei limiti delle possibilità di un topo, se non di più. Perché non partiamo insieme? Ormai tutti qui conoscono la mia storia: potrei girare di città in città con te e renderla nota anche all'estero, dove forse esistono davvero topi disposti a credermi. Cosa ne pensi?>>. Sospirai a lungo, incerto su cosa dire: quel topo confidava così profondamente in me...come avrei potuto deluderlo? Il tempo stringeva: dovevo prendere una decisione. <<Hai ragione, in questi anni la mia sete di conoscenza non ha fatto che aumentare. Più città incontravo sul mio cammino e più ne avrei voluto visitare; ogni topo era davanti ai miei occhi come un antico codice manoscritto da analizzare ed interpretare per risalire alla sua storia e, così, a quella della sua colonia e del quartiere in cui risiedeva; tutto ciò che mi si presentava era come contornato da uno strano alone di magia. Prima di addormentarmi, però, pensavo sempre a quel tetto su cui avevo giocato da cucciolo. A volte mi pareva di sentire la signora del quarto piano ciatelare con la vicina e il profumo di stoccafisso con patate e olive quanto mi piace! Ho ben presente l'adrenalina della partenza, le aspettative per un nuovo viaggio che dovrà per forza essere 6

7 più bello ed elettrizzante del precedente. Quante avventure, quante topoline nuove da corteggiare fino all'alba e anche più! Potremmo star via giorni, mesi, anni: chi lo sa con quale nave faremmo ritorno. Ma... se ghe penso allôa mi veddo o mâ, veddo i mæ monti e a ciassa da Nûnsiâ: riveddo o Righi e me s'astrenze o chêu, veddo a lanterna, a cava, lazû o mêu...>> E' difficile trovare un topo stonato quanto me, ma in quel momento cominciai a cantare così, naturalmente, senza nemmeno rendermene conto: fissavo la lanterna in lontananza, seguivo il percorso che il suo faro disegnava in quel cielo scuro, senza stelle. <<Benché mi sia sfuggito il senso di molte parole, penso di aver inteso quale sia la tua risposta. Non preoccuparti per me: il dolore mi ha reso più forte. Riguardati, Isach, e goditi appieno la tua bella città>> Detto così, scivolò giù per il canale di scolo, ringraziandomi ancora una volta per averlo strappato alle tenebre e all'umidità del sottosuolo. Decisi di aspettare l'alba sul tetto, ripromettendomi di ricercare il mio amico per dargli qualche indicazione utile per il viaggio. Non aveva importanza dove mi sarei addormentato: finalmente ero a casa, ovunque andassi....e sensa tante cose o l'è partio e a Zena o g'ha formòu torna o seu nio. 7

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