Alimentare l impresa globale. Identità e posizionamento dell Industria Alimentare italiana nel mondo

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1 VII FORUM GIOVANI IMPRENDITORI FEDERALIMENTARE Alimentare l impresa globale. Identità e posizionamento dell Industria Alimentare italiana nel mondo Savelletri di Fasano settembre 2010 Signore e Signori, Autorità presenti, Amici e colleghi imprenditori, è sempre con piacere che partecipo al tradizionale Forum di settembre dei Giovani Imprenditori di Federalimentare che anche quest anno, con l attenta e appassionata regia di Annalisa Sassi, riunisce relatori prestigiosi e promette interessanti contributi e confronti su un tema, quello dell identità dell industria alimentare nel mercato globale, che riveste un ruolo di grande rilevanza per la vita e lo sviluppo delle nostre imprese. E sono fiero di rappresentare qui, davanti ad una platea così prestigiosa, tutta l industria alimentare, che ormai saldamente rappresenta il secondo comparto produttivo della nostra industria manifatturiera. Un industria che ha ormai raggiunto i 120 miliardi di fatturato annuo e che dà lavoro a oltre persone, anche qui al Sud dove il lavoro è spesso anche emergenza sociale imprese che ogni giorno portano sulle tavole dei cittadini italiani e di tutto il mondo, prodotti ineguagliabili per gusto, qualità e sicurezza. Un industria che anche in questi anni non facili per chi fa impresa, ha dimostrato, ancora una volta, grande vitalità e capacità imprenditoriale. Sappiamo bene come la grave e duratura congiuntura economica internazionale, insieme all aumento delle materie prime e dei costi

2 intermedi e alla tendenziale stagnazione della domanda interna, stanno mettendo a dura prova la tenacia e la caparbietà dei nostri imprenditori. Eppure davanti alle difficoltà gli imprenditori alimentari italiani si sono rimboccati le maniche e sono stati in grado, facendo affidamento esclusivamente sulle proprie forze, di affrontare e vincere sfide che hanno invece messo in ginocchio tanti altri settori dell economia nazionale. I dati economici di settore del 2009 e dei primi mesi di quest anno lo dimostrano con chiarezza, evidenziando ancora una volta le doti anticicliche del settore. Dopo aver chiuso il 2009 con un calo di produzione del -1,5% rispetto all anno precedente, a fronte del -17,5% del totale industria, il 2010 sta mostrando recuperi importanti. Nel primo semestre di quest anno la produzione dell industria alimentare italiana è salita del +2,6% su dati grezzi e del +2,1% a parità di giornate lavorative, registrando una importante inversione di tendenza rispetto all anno precedente. Nel 2009 infatti, la produzione era diminuita dell 1,5%, a fronte del -17,5% fatto segnare dal totale industria. Un trend questo che lascia ben sperare per il prosieguo dell anno, e che dovrebbe portare ad un recupero largo, anche se probabilmente non ancora completo, dei cali di produzione maturati nell ultimo biennio. Risultati ancora più incoraggianti vengono dalle dinamiche del nostro export. E tutti voi sapete bene come proprio dalla capacità di esportare e di confrontarsi con il mercato globale, dipendono il successo e forse la stessa sopravvivenza del Made in Italy alimentare, che resta il portabandiera dell intera produzione industriale nazionale nel mondo. Nel primo semestre 2010 le esportazioni alimentari hanno segnato un incremento del +10% circa rispetto allo stesso periodo 2009 (dopo il - 4,9% registrato a consuntivo 2009).

3 I dati in nostro possesso dimostrano che tutti i principali mercati stanno evidenziando evoluzioni positive e recuperando quasi integralmente, se non addirittura superando, i cali registrati nel Insomma, in modo a volte discontinuo ma decisamente promettente, l export alimentare 2010 mostra di aver ritrovato un buon passo espansivo. D altra parte, nonostante questi successi, il nostro comparto sconta in termini di internazionalizzazione alcuni limiti di fondo su cui è sempre più urgente intervenire. Il primo limite è nella diversificazione degli sbocchi commerciali, che è ancora carente, e che invece risulta un fattore essenziale per assicurare crescita e stabilità nel lungo periodo. I primi quattro sbocchi delle nostre imprese sui mercati internazionali (Germania, Francia, Usa e Regno Unito) continuano a coprire più della metà (50,6%) dell export complessivo. La Germania da sola assorbe ben il 18% delle nostre esportazioni. E il 67% del nostro export alimentare è diretto sul mercato domestico della Comunità. Una concentrazione che si deve in parte anche alla grande frammentazione del settore e ad un fenomeno ben noto: le piccole raggiungono con maggiore fatica i mercati lontani. Qualche segnale incoraggiante c è: l export alimentare in Cina potrebbe arrivare a fine 2010 in prossimità dei 200 milioni di euro, con un incremento attorno al +70% sul La quota in assoluto rimane ancora molto bassa rispetto alle potenzialità del mercato cinese, tuttavia comincia a mostrare una discreta accelerazione e ad essere in prospettiva meno simbolica degli anni precedenti. Nessuna novità, invece, sul fronte di un altro paese di enormi potenzialità, l India, che registra ancora quote stabilmente irrisorie, a seguito degli ostacoli daziari ed extra daziari presenti su quel mercato.

4 Ma va ricordato che le migliori prospettive di ampliamento degli sbocchi non riguardano i mercati maturi, ma proprio le platee di consumo dei cosiddetti nuovi ricchi che si stanno profilando nei Paesi emergenti. Sono loro i destinatari dei prodotti appartenenti al cosiddetto affordable luxury, il lusso accessibile, nel quale si inserisce gran parte della produzione alimentare italiana. L ampliamento di tale platea, di qui al 2015, è stato calcolato in circa 123 milioni di consumatori. E di essa almeno tre quarti appartiene proprio ai Paesi emergenti. Si stima che le importazioni alimentari complessive dei Paesi emergenti dovrebbero passare, in cinque anni, dai 16 miliardi attuali a 21 miliardi, con un incremento di 5 miliardi. Se in questo segmento l Italia dovesse mantenere la percentuale attuale del 6,7% vorrebbe dire che la domanda addizionale di prodotti alimentari italiani potrebbe raggiungere appena i 300 milioni di euro. Decisamente troppo poco per chi rappresenta il top in fatto di sicurezza e qualità alimentare! Corriamo dunque il rischio che le opportunità offerte dai nuovi mercati vengano sfruttate in modo insufficiente e discontinuo, secondo le fasce dimensionali delle aziende, ampliando in tal modo ulteriormente il gap a svantaggio delle PMI. Già oggi l Italia è in ritardo rispetto alla concorrenza sul fronte dei mercati emergenti. Un secondo fattore che rischia di agire da ostacolo allo sviluppo dell internazionalizzazione della nostra industria è quello dimensionale. I dati calcolati da Mediobanca su un vasto campione di imprese alimentari medio - grandi mostrano che, per esse, il fatturato 2009 all export è diminuito solo del 0,3%, rispetto al 4,9% della media di settore. Significa che, in un anno difficile, i problemi di competitività, con le conseguenti riduzione dell export in chiave quantitativa e di prezzo, hanno inciso specificamente sulla fascia delle piccole aziende alimentari.

5 Da questo dato risultano chiari due fattori degni di rilievo: da un lato la scelta, da parte di molte aziende alimentari medio - grandi, di puntare il più possibile sull estero, a costo di perdere qualche posizione su un mercato interno sempre meno remunerativo. Dall altro, appare evidente come la crisi dei consumi, la pressione della GDO ed il minore utilizzo delle opportunità offerte dai mercati esteri abbiano posto le piccole aziende in un circuito utili-investimenti più difficile e penalizzato rispetto alla fascia delle imprese di dimensioni più grandi. Va inoltre sottolineato che alcuni mercati esteri offrono il vantaggio di pressioni di prezzo inferiori. Di questa opportunità tuttavia non riescono a giovarsi tutte le fasce dimensionali del settore. Le strategie delle piccole rischiano di irrigidirsi troppo sul pricing (meno margini, più volumi) per tenere il mercato, con rischi di ricadute negative, sul passo lungo, per il loro stesso target di riconoscimento, ovvero per la difesa ai massimi livelli del patrimonio qualitativo del food and drink del Paese. E mi preme ricordare che in Italia ad annoverare meno di 10 addetti siano circa il 90% delle aziende del settore. Ma come sanno bene molti di voi qui presenti oggi, mi piace guardare al futuro con fiducia. Sono convinto che disponiamo delle energie, della capacità e della determinazione necessarie ad aggredire tutti i mercati, anche quelli più ostici. Ma è urgente creare le condizioni di scenario che permettano alle nostre imprese di competere al meglio sul piano internazionale. Per superare la criticità delle piccole dimensioni servono innanzitutto maggiori investimenti.

6 Investimenti in chiave promozionale soprattutto, ma anche in ricerca e innovazione, sia di processo che di prodotto. Si tratta di sostegni essenziali soprattutto per le PMI, spesso costrette a puntare soprattutto sui prodotti di tradizione, senza disporre di puntelli sufficienti per uscire dalle nicchie. Per le nostre PMI, ma non solo, mantiene grande valenza uno strumento classico come quello fieristico. Cibus è leader in Italia, è fra le prime fiere d Europa, ed è molto apprezzata dalle aziende del settore come strumento di contatto con gli operatori stranieri. Allo stesso tempo, e questa è una battaglia che mai mi stancherò di combattere, è indispensabile, con l aiuto delle Istituzioni italiane ed internazionali, trovare strumenti di contenimento del fenomeno della contraffazione che, tra veri e propri falsi, scusate il gioco di parole, ed il cosidetto Italian Sounding, si avvicina ad un fatturato di quasi 60 miliardi di euro l anno in tutto il mondo. Basta fare due conti per realizzare che la riduzione anche solo di un 10% di tale fenomeno rappresenterebbe un incremento di circa un terzo dell intero ammontare dell export della nostra industria alimentare. E evidente che il volano conoscitivo e promozionale costituito dal turismo di cui gode il nostro Paese ed in particolar modo una terra meravigliosa come la Puglia che ci ospita quest oggi non basta. Prima di concludere, colgo l opportunità di avere oggi come interlocutori illustri rappresentati del mondo istituzionale per ribadire che la rigidità della finanza pubblica italiana, conseguente ai suoi problemi annosi di deficit e di debito, pone l industria alimentare di fronte alla crisi nella condizione di ostaggio della altrui ripresa, lasciandola sprovvista di risorse adeguate per adottare interventi di rilancio in chiave di deficit spending, come, senza andar lontano, si è potuta permettere di fare la Francia.

7 In conclusione, la ricchezza di offerta del food and drink italiano e la sua immagine nel mondo rimangono un giacimento in gran parte non sfruttato. La massa critica di troppe aziende, sommata al difficile e a volte spietato contesto in cui operano, impone sia di articolare ulteriormente le loro strategie di mercato, sia di attivare al meglio gli strumenti di sostegno istituzionale, come Simest, Sace, Ice, Camere di Commercio etc etc.. Se è vero che grazie all export il settore sta uscendo con rinnovata forza dalla crisi attuale, vuol dire che, malgrado i problemi segnalati, la sua competitività tiene ancora sui mercati, in un circuito virtuoso immagine - qualità - prezzo che mette a segno successi importanti come, tanto per citare il primo che mi viene in mente, quello raggiunto di recente dai prodotti caseari italiani su un mercato elitario, esigente e di grandi tradizioni come quello francese. Gli spazi di mercato non ci attendono: se non saremo noi a riempirli verranno conquistati da altri. E trovarsi a inseguire risulta sempre una strategia perdente. Ma sono certo che abbiamo tutti i numeri per reggere con successo anche in futuro il confronto con i competitors di sempre e con i nuovi Paesi che si stanno affacciando sui mercati internazionali. La mia è una convinzione fondata su due certezze: l entusiasmo, la passione e il coraggio dei nostri imprenditori, e il grande valore del nostro patrimonio enogastronomico. E su questo, lasciatemelo dire, non siamo secondi a nessuno.

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