Uguaglianza di genere e sistemi pensionistici: aspetti critici e prospettive per l Italia*

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1 Studi e Note di Economia, Anno XIV, n , pagg GruppoMontepaschi Uguaglianza di genere e sistemi pensionistici: aspetti critici e prospettive per l Italia* ALESSANDRA CASARICO**, PAOLA PROFETA*** This work deals with the analysis and evaluation of the presence of gender disparities in European pension systems, with a special focus on Italy. We document the existence of gender gaps in the pension systems and we discuss their causes. We focus first on how the pension system design may indirectly generate differences in the amount of pensions. We then look at some specific characteristics of the pension systems which are directly tied to gender. We thus turn to the labour market and describe the gender disparities arising there which are then perpetuated by the pension system. The role of women in providing care is also crucial in determining the observed outcomes during retirement. We finally look at population ageing and its effects on gender inequalities in the pension system and we conclude with some policy suggestions. Keywords: sistemi pensionistici; discriminazioni di genere; mercato del lavoro femminile; invecchiamento della popolazione (pension systems; gender discrimination; female labour market; population ageing) (J.E.L.: H55, J13, J16) 1. Introduzione Pensioni e riforma del sistema pensionistico sono argomenti centrali del dibattito pubblico e di politica economica in tutte le economie sviluppate, e anche in quelle in via di sviluppo. È tra le priorità di tutti i Paesi assicurare la sostenibilità finanziaria dei sistemi pensionistici, senza tuttavia sacrificare la garanzia di prestazioni adeguate a rispondere alle esigenze degli anziani attuali e dei pensionati futuri. * Articolo approvato nel mese di agosto Ringraziamo Sergio Cesaratto per le indicazioni bibliografiche e per le preziose osservazioni e un anonimo referee per gli utili commenti su una precedente versione. Siamo grate a Antonietta Mundo dell INPS per averci fornito i dati sulla distribuzione delle anzianità contributive presentati nel paragrafo 3.1 e a Luca Salvadori per la collaborazione nella raccolta delle informazioni. ** Alessandra Casarico, Dipartimento di Analisi Istituzionale, Econpubblica e Dondena Research Center, Università Bocconi, Milano. *** Paola Profeta, Dipartimento di Analisi Istituzionale, Econpubblica e Dondena Research Center, Università Bocconi, Milano.

2 492 Studi e Note di Economia, Anno XIV, n La caduta nei tassi di fecondità e la maggiore longevità hanno aumentato i tassi di dipendenza e motivato la ricerca e l implementazione di progetti di riforma: maggiori contributi, pensioni meno generose, legame attuariale tra contributi versati e benefici maturati, allungamento della vita lavorativa sono le direzioni più seguite dai Paesi europei. Tutti questi cambiamenti incidono sui rapporti tra generazioni. La fattibilità delle riforme risiede quindi in ultima istanza nella capacità del processo politico di riconciliare i conflitti tra generazioni. Su questi temi l attenzione di studiosi, politici e cittadini è massima 1. Oltre alla dimensione generazionale, i sistemi pensionistici possono influire su un altra differenziazione individuale, molto meno studiata e meno dibattuta: la dimensione di genere. I sistemi pensionistici determinano risultati differenziati tra uomini e donne, derivanti o da caratteristiche generali del loro design (grado di redistribuzione, requisiti anagrafici o contributivi richiesti, sviluppo delle componenti private), o da caratteristiche specifiche pensate ad hoc per differenziare secondo il genere (requisiti anagrafici o contributivi differenziati per genere, coefficienti di trasformazione del montante contributivo basati su speranze di vita differenziate per genere). Le riforme dei sistemi pensionistici che incidono su questi parametri hanno tipicamente un impatto differenziato su uomini e donne. Come avremo modo di argomentare, intensificare il legame tra contributi versati e prestazioni ricevute, come accade con l adozione del metodo contributivo, riduce il grado di redistribuzione del sistema pensionistico, accentuandone la finalità assicurativa, con evidenti svantaggi sui soggetti, come le donne, più deboli dal punto di vista reddituale o più a rischio di povertà in età anziana. Un simile risultato può essere ottenuto anche all interno degli schemi di tipo retributivo, qualora si considerino i redditi dell intero periodo lavorativo ai fini del calcolo della retribuzione pensionabile: le donne possono essere svantaggiate a causa dei periodi di inattività, tipici delle loro carriere lavorative, che contribuiscono a ridurre la media sulla quale si calcola la pensione. Se anche si considerano solo i redditi dell ultimo periodo lavorativo, poiché tipicamente le donne sperimentano profili retributivi per età più bassi e carriere mediamente meno dinamiche degli uomini, i rendimenti impliciti sui contributi versati e quindi i redditi pensionistici delle donne risultano inferiori. L attenzione sulla redistribuzione di genere dei sistemi pensionistici è stata finora marginale nel dibattito di politica economica e secondaria negli interessi degli economisti rispetto a quella intergenerazionale. Le riforme pensionistiche succedutesi in quasi tutti i Paesi industrializzati negli ultimi anni sono state principalmente guidate dall obiettivo della sostenibilità finanziaria, politica e al più dalla salvaguardia di principi di solidarietà sociale. Le riforme realizzate in Italia negli ultimi decenni hanno sostanzialmente modificato i principi ispiratori e la struttura del nostro sistema previdenziale. Pur 1 Si veda Galasso e Profeta (2004, 2007).

3 A. Casarico, P. Profeta - Uguaglianza di genere e sistemi pensionistici: aspetti critici nate sotto la spinta dei cambiamenti demografici, le riforme non hanno solamente rappresentato una risposta ai cambiamenti in atto, ma anche la testimonianza del diffondersi di nuovi valori nella costruzione di un sistema pensionistico. La neutralità nei confronti delle principali decisioni degli agenti economici, l individualità e responsabilità di scelta nei confronti delle risorse da destinare alla previdenza sono diventati obiettivi da perseguire nella definizione dei cardini di un sistema pensionistico. Questo ampio cambiamento di prospettiva non ha tuttavia rappresentato l occasione per una riflessione che includesse anche la dimensione di genere. Recentemente una sentenza della Corte di Giustizia europea ha imposto all Italia di uniformare l età legale di pensionamento prevista per uomini e donne nel pubblico impiego, eliminando per le donne la possibilità di andare in pensione 5 anni prima degli uomini. Il Governo si sta muovendo nella direzione di uniformare gradualmente l età di pensionamento di uomini e donne a 65 anni. Potremmo cogliere questa sentenza come un occasione per riflettere e portare il tema delle differenze di genere nei sistemi pensionistici al centro dell attenzione, ma soprattutto per ampliare la prospettiva in cui il dibattito colloca la disparità di trattamento tra uomini e donne. Questa riflessione non può infatti prescindere da quella, più ampia, sulle differenze di genere nel mercato del lavoro, che purtroppo vedono l Italia tra i Paesi europei con i più tristi primati, in primis quello del più basso tasso di occupazione femminile in Europa (seguito solo da Malta). Questo lavoro si propone di analizzare la presenza di disparità di genere nei sistemi pensionistici, con particolare riferimento al caso italiano, ma con una costante attenzione al resto d Europa. Nella sezione successiva forniremo evidenza della presenza di differenze di genere nei sistemi pensionistici, mostrando dati recenti sui principali indicatori che possono essere adottati per misurare queste differenze. Nella terza sezione indagheremo le cause di queste differenze. Queste sono riconducibili a caratteristiche generali del sistema pensionistico che, pur non avendo una dimensione esplicita di genere, possono produrre differenze tra le pensioni degli uomini e quelle delle donne; a caratteristiche specifiche del sistema pensionistico esplicitamente collegate al genere; a differenze di genere presenti sul mercato del lavoro e al carico di lavoro di cura svolto dalle donne, che amplifica le differenze generate sul mercato del lavoro. Nella quarta sezione analizzeremo se e come il processo di invecchiamento in atto influenzi i canali che generano disuguaglianza all interno del sistema pensionistico tra uomini e donne. Infine approfondiremo la discussione e trarremo alcune conclusioni dal nostro studio. 2. Evidenza sui differenziali di genere nel sistema pensionistico La presenza di disparità di genere nel sistema pensionistico può essere indagata e valutata con riferimento a più aspetti. Un primo riguarda l am-

4 494 Studi e Note di Economia, Anno XIV, n Fig. 1 - Distribuzione percentuale dei pensionati (IVS) per classe d importo mensile e genere. Anno Fonte: nostra elaborazione su dati Casellario centrale dei pensionati, INPS. montare medio dei redditi pensionistici percepiti da uomini e donne. Un secondo aspetto, strettamente legato al primo, riguarda l anzianità contributiva di uomini e donne e l età effettiva di ritiro dal mercato del lavoro, al di là di quanto previsto dal punto di vista legislativo. Da ultimo, è rilevante osservare quali siano le tipologie di pensioni percepite da uomini e donne. Nel 2006, l importo medio lordo annuale dei redditi pensionistici per un uomo era pari a rispetto a percepiti in media dalle donne 2. Le diversità negli importi medi derivano dalla forte concentrazione delle donne nelle classi di importo pensionistico basso, come mostra chiaramente la fig 1. Nel 2006 il 24,1% delle donne pensionate riceveva una pensione tra i 250 e i 500 euro mensili contro una percentuale maschile poco al di sotto dell 8%. La percentuale di donne che riceve pensioni per un importo tra i 500 e i 750 euro è il 25,9% mentre per gli uomini non raggiunge il 15%. Al , circa l 83% delle pensioni di anzianità più generose rispetto a quelle di vecchiaia era percepito da uomini. Il diverso accesso a questa tipologia di prestazione pensionistica deriva chiaramente dalle diverse storie contributive di uomini e donne, come argomenteremo in seguito. Le difformità nelle anzianità contributive di uomini e donne si riflettono poi sull età di uscita dal mercato del lavoro: nonostante la prescrizione esplicita del nostro sistema pensionistico, superata dalla Riforma Dini ma reintrodotta dalla Riforma Maroni, di età legali di pensionamento differenziate per genere 3, la differenza nell età 2 I riferimenti per i dati riportati in questo paragrafo sono: INPS-ISTAT (2007) e INPS-ISTAT (2008). 3 Su questo punto ritorniamo nel paragrafo 5.

5 A. Casarico, P. Profeta - Uguaglianza di genere e sistemi pensionistici: aspetti critici Tab. 1 - Età media effettiva di uscita dal mercato del lavoro (2007) ed età di pensionamento legale (2009). Paese Totale Uomini Donne Età legale Danimarca Germania Spagna Francia Italia Uomini: 65 Donne: 60 Paesi Bassi Austria Uomini: 65 Donne: 60 Finlandia Svezia (possibilità di posticipo fino a 67) Regno Unito Uomini: 65 Donne: 60 (65 dal 2020) Fonti: Labour Force Survey 2008, Eurostat. Legal retirement age: Standard Pension 2009, MISSOC. media effettiva di uscita dal mercato del lavoro per uomo-donna al momento non è di 5 anni come suggerisce l età legale. Come chiarisce la tab. 1, che riporta per alcuni Paesi dell Unione Europea l età effettiva di pensionamento e l età legale prevista, non vi sono differenze sostanziali nell età media effettiva di uscita dal mercato del lavoro 4 per uomini e donne in Italia, nonostante il nostro sia l unico tra i Paesi considerati a prevedere tuttora una più bassa età di pensionamento per le donne. La mancanza di differenze di genere in Italia sul momento di ritiro è confermata anche dai dati sull età media a cui si cominciano a percepire redditi pensionistici (si veda la fig. 2). Se le donne sono sottorappresentate tra i beneficiari delle pensioni di anzianità, sono invece tra le principali beneficiarie delle pensioni ai superstiti: in Italia, nel 2006, l 87,7% dei beneficiari di questo trasferimento era donna. Prima di chiedersi cosa generi le differenze testimoniate dai dati presentati per l Italia, vale la pena di domandarsi se quanto osservato all interno del sistema pensionistico italiano sia peculiare del nostro Paese o sia invece un fenomeno che accomuna diversi Paesi europei. Una misura sintetica per confrontare il trattamento riservato dai sistemi pensionistici a uomini e donne è 4 L indicatore età media effettiva di uscita dal mercato del lavoro indica l età media di ritiro dal mercato del lavoro. La sua costruzione si basa su un modello probabilistico che considera i cambiamenti relativi nei tassi di attività da un anno all altro per una specifica età (si prendono in esame le persone tra i 50 e i 70 anni).

6 496 Studi e Note di Economia, Anno XIV, n Belgio Danimarca Germania Irlanda Grecia Spagna Francia Italia Paesi Bassi Austria Portogallo Finlandia Svezia Regno Unito Fig. 2 - Età media di pensionamento per genere. Anno Fonte: nostra elaborazione su dati Labour Force Survey , Eurostat. Tab. 2 - Differenze di genere nel tasso di sostituzione aggregato (%). Paese Totale Uomini Donne Belgio Danimarca Germania Spagna Francia Italia Paesi Bassi Austria Portogallo 0.59p 0.59p 0.63p Finlandia Svezia Regno Unito Fonte: Labour Force Survey 2007, Eurostat. Norvegia Totale Uomini Donne rappresentata dal tasso di sostituzione 5. Come è chiaro dalla tab. 2, l Italia è senz altro il Paese per cui le differenze nei tassi di sostituzione sono più ampie e a sfavore delle donne. Differenze sono evidenti anche in Paesi come la Francia e la Svezia. Sono invece più contenute, se non di segno opposto, in Paesi come Regno Unito e Danimarca, dove, come avremo modo di spiegare nel prossimo paragrafo, la 5 Il tasso di sostituzione aggregato è definito come il rapporto tra il reddito pensionistico mediano dei pensionati (65-74 anni) e il reddito mediano percepito dai lavoratori (50-59 anni).

7 A. Casarico, P. Profeta - Uguaglianza di genere e sistemi pensionistici: aspetti critici Tab. 3 - Differenze di genere nel rischio di povertà per gli ultrasessantacinquenni (%). Paese Totale Uomini Donne Differenza assoluta tra uomini e donne Belgio Danimarca Germania Irlanda Grecia Spagna Francia Italia Paesi Bassi Austria Portogallo 40p 37p 41p -3.0 Finlandia Svezia Regno Unito Fonte: Employment, Social affairs and Equal Opportunities DG (2008). (p = provvisori) redistribuzione operata dai sistemi pensionistici pubblici favorisce (o non penalizza) le donne, dati i salari mediamente più bassi e le carriere meno continuative che caratterizzano la loro partecipazione al mercato del lavoro. Un ultimo aspetto che può essere considerato per cogliere se e come il sistema pensionistico tratti diversamente uomini e donne riguarda il rischio di povertà per gli ultrasessantacinquenni. Come mostra la tab. 3, la probabilità di avere redditi non adeguati nella vecchiaia è in media più alta per le donne rispetto agli uomini: per alcuni Paesi questa differenza è contenuta, per altri, tra cui l Italia, la differenza è molto più consistente. Come si spiegano i dati fin qui illustrati? Quali le cause a cui ricollegare la presenza di differenziali di genere nel sistema pensionistico? 3. Le cause dei differenziali di genere nelle pensioni Le differenze di genere osservate nei sistemi pensionistici possono essere attribuite a diverse cause. Possiamo classificarle come segue: 1. caratteristiche generali del sistema pensionistico che, pur non avendo una dimensione esplicita di genere, possono produrre differenze tra le pensioni degli uomini e quelle delle donne; 2. caratteristiche specifiche del sistema pensionistico esplicitamente collegate al genere; 3. differenze di genere presenti sul mercato del lavoro; 4. il carico di lavoro di cura svolto dalle donne, che amplifica le differenze

8 498 Studi e Note di Economia, Anno XIV, n emerse nel mercato del lavoro. In questo paragrafo ci soffermiamo su ognuna di queste cause, con una particolare attenzione al caso italiano. È chiaro che il raggruppamento che proponiamo non elimina i legami, che cercheremo di far emergere, tra gli elementi che abbiamo classificato distintamente. 3.1 Caratteristiche generali del sistema pensionistico Quando parliamo di caratteristiche del sistema pensionistico pubblico che non sono esplicitamente pensate per creare differenze di genere, ma che possono produrle, ci riferiamo in particolare al design delle prestazioni e al livello di redistribuzione da esse attuato. Se il sistema pensionistico prevede il pagamento di contributi proporzionali al reddito e prestazioni non legate al reddito individuale passato (ossia un sistema pensionistico di tipo flat-rate), l obiettivo redistributivo è prevalente; se al contrario il sistema prevede prestazioni strettamente legate ai contributi individuali versati (earnings-related, sia di tipo retributivo che contributivo), la redistribuzione è minima e l obiettivo dominante è assicurativo-previdenziale. Il primo dei due schemi tende a favorire le donne, che tipicamente percepiscono redditi di lavoro inferiori e quindi beneficiano dell elemento redistributivo. Questo schema è anche più efficace nel contrastare la povertà femminile in età anziana: le donne anziane sono tra le categorie a maggiore rischio di povertà (Ginn 2004b) a causa di livelli inadeguati di pensione, che a loro volta sono il risultato o di un sistema pensionistico nel suo design poco attento alle disuguaglianze reddituali, o di un basso livello occupazionale femminile. Il legame stretto tra contributi versati e benefici ricevuti rafforza la funzione assicurativa del sistema pensionistico a scapito di quella redistributiva e aumenta le differenze tra uomini e donne pensionati. Questo legame è massimo negli schemi di tipo contributivo, come quello previsto in Italia dopo la riforma Dini 6 (1995), nel quale non c è spazio per redistribuzione intragenerazionale e la finalità principale è l equità attuariale. Se le donne sono il segmento debole del mercato del lavoro, il sistema contributivo non può che penalizzarle, a meno che non venga integrato da elementi di solidarietà, quali, ad esempio, contributi figurativi accreditati ai fini pensionistici a favore del lavoratore costretto a interrompere l attività lavorativa, in particolare per periodi dedicati alla cura. Ma anche negli schemi di tipo retributivo si possono generare differenziali pensionistici a sfavore delle donne (Leitner 2001), sia nel caso in cui la retribuzione pensionabile, sulla base della quale si determina la pensione, sia calcolata considerando un periodo retributivo esteso, sia nel caso in cui si valuti un periodo più limitato. Infatti, se si considerano i redditi dell intero periodo lavorativo (come ad esempio in Italia dopo la riforma 6 Per una descrizione delle riforme pensionistiche italiane dagli anni novanta, si veda Brugiavini e Galasso (2004). L impatto delle riforme in una prospettiva di genere sarà approfondito nel paragrafo 4.

9 A. Casarico, P. Profeta - Uguaglianza di genere e sistemi pensionistici: aspetti critici Amato del 1992) i periodi di inattività, che caratterizzano più le carriere lavorative femminili di quelle maschili, contribuiscono a ridurre la media sulla quale si calcola la pensione, a meno che questi periodi non siano completamente coperti dai contributi previdenziali figurativi. Se si considerano solo i redditi dell ultimo periodo lavorativo (come in Italia prima della riforma Amato) le pensioni delle donne sono ancora più svantaggiate, perché tipicamente le donne sperimentano profili retributivi per età più bassi e carriere più piatte o meno dinamiche degli uomini 7. Queste tipologie retributive sono generalmente penalizzate da sistemi retributivi che premino gli ultimi anni della carriera: questi sistemi pensionistici, infatti, attribuiscono rendimenti impliciti molto sostenuti a carriere con tassi di crescita salariale elevati. Una possibile correzione potrebbe derivare dal calcolo della retribuzione pensionabile su una media degli anni migliori (Ginn 2004b), che non necessariamente per le donne coincidono con gli ultimi anni lavorativi. Ulteriori elementi nel design del sistema pensionistico possono generare differenziali di genere, pur non avendo questo esplicito obiettivo: un esempio è rappresentato dalla presenza di requisiti anagrafici o contributivi uniformi per uomini e donne. Poiché le donne sperimentano tipicamente maggiori periodi di inattività e più interruzioni lavorative rispetto agli uomini, queste discontinuità rendono per le donne molto più difficile che per gli uomini raggiungere i requisiti di anzianità necessari. Guardando all Italia, mentre il 53,2% degli uomini ha anzianità contributive tra i 35 e 40 anni e il 10,8% oltre i 40 anni, solo il 13,5% delle donne raggiunge tra i 35 e i 40 anni di contribuzione e il 3,5% supera i 40 anni. La distribuzione dell anzianità contributiva degli uomini mostra un picco in corrispondenza dei anni che, all interno del sistema retributivo che tuttora coinvolge la totalità dei pensionati, rappresentano non solo i requisiti minimi di accesso alla pensione di anzianità ma anche gli anni di lavoro che consentono di massimizzare il tasso di sostituzione della prestazione pensionistica rispetto alla retribuzione pensionabile. Questo può essere interpretato come un segnale non solo della partecipazione continuativa al mercato del lavoro degli uomini, ma anche della flessibilità che hanno nel progettare il momento di ritiro dal mercato del lavoro in modo da sfruttare efficacemente gli incentivi impliciti nella formula di determinazione dei benefici pensionistici. Lo stesso non può essere affermato per le donne. Un discorso più dettagliato merita il sistema pensionistico privato, che, secondo Ginn (2004a), opera una vera e propria redistribuzione al contrario, e cioè dalle donne agli uomini: le donne hanno meno possibilità di acquistare una pensione privata rispetto agli uomini e, nel caso in cui la acquistino, 7 Come sottolineato da Cesaratto (2005), le riforme Amato e Dini hanno infatti garantito una maggiore tutela nei confronti dei lavoratori con carriere piatte.

10 500 Studi e Note di Economia, Anno XIV, n ricevono generalmente ammontari minori. Poiché tutti gli schemi pensionistici privati sono basati sul legame tra contributi versati e pensioni ricevute e sono attuarialmente equi e poiché le donne hanno una longevità attesa superiore agli uomini, è inevitabile che questi schemi siano a priori svantaggiosi per le donne 8. Questo svantaggio può essere interpretato come forma di discriminazione se, sempre seguendo Ginn (2004a), teniamo presente che non tutte le donne vivono più a lungo degli uomini, che una vita più lunga non significa necessariamente un privilegio, e che molte donne vedove hanno dedicato molti anni alla cura del partner, pur sapendo che non riceveranno la stessa assistenza, quando a loro volta saranno nelle condizioni di averne bisogno. 3.2 Caratteristiche del sistema pensionistico legate alla dimensione di genere Un secondo elemento che contribuisce a creare differenze di genere tra i pensionati deriva dall esplicito design del sistema pensionistico, che può prevedere età di pensionamento diverse tra uomini e donne o requisiti di accesso diversi per genere: ne sono un esempio il diverso periodo contributivo necessario per le pensioni di anzianità o formule attuariali basate sulla diversa speranza di vita tra uomini e donne. Nei sistemi pensionistici questi elementi sono stati tipicamente utilizzati a favore delle donne: nei Paesi in cui si prevede un età pensionabile diversa per genere, quella prevista per le donne è più bassa, nonostante la speranza di vita femminile sia più elevata (si veda la tab. 1). Anche il requisito contributivo può agevolare le donne, richiedendo un numero di anni di contribuzione inferiori rispetto a quelli previsti per gli uomini. Negli schemi contributivi infine, non si osservano casi in cui la maggiore speranza di vita della donna sia penalizzante nel calcolare la rendita pensionistica. In Italia per esempio, il metodo contributivo introdotto dalla riforma Dini prevede coefficienti di trasformazione uniformi per genere per la conversione del montante contributivo in rendita pensionistica. Quali sono le giustificazioni di queste regole esplicitamente a vantaggio delle donne? In primo luogo queste regole nascono come tentativo di compensare gli svantaggi femminili, dovuti a carriere tipicamente più discontinue e associate a maggiori periodi di inattività non coperti da contributi previdenziali e quindi penalizzanti per il raggiungimento dei requisiti di pensionamento. Queste considerazioni sono amplificate dall evidenza che sulle donne ricade la maggior parte del lavoro di cura rivolto sia ai bambini sia agli anziani. La necessità che siano le donne a svolgere questi compiti è maggiore nei Paesi in cui l intervento pubblico nelle aree di assistenza all infanzia e agli anziani 8 Ritorneremo su questo punto nel paragrafo 3.4.

11 A. Casarico, P. Profeta - Uguaglianza di genere e sistemi pensionistici: aspetti critici è molto limitato (per esempio in Italia). Dove le donne devono dedicarsi di più al lavoro di cura si generano periodi più prolungati di inattività e maggiori discontinuità che penalizzano le pensioni. Si tratta di un circolo vizioso: spezzarlo richiede un ripensamento del sistema di welfare dei Paesi in cui il lavoro di cura è prerogativa delle donne, non tanto per scelta quanto per mancanza di un attore pubblico e per mancanza di condivisione dei ruoli all interno della famiglia 9. Questa strada è molto più difficile da percorrere piuttosto che prevedere una compensazione ex-post in termini pensionistici alle donne per gli svantaggi accumulati nelle fasi della vita lavorativa. Un altra giustificazione risiede nel tentativo di recuperare parte delle finalità redistributive del sistema pensionistico, che si perdono in uno schema in cui la pensione dipende strettamente dai redditi. Poiché le donne, come abbiamo argomentato al paragrafo 3.1, sono danneggiate da questi schemi, regole specifiche e favorevoli per le pensioni femminili possono compensare parte degli svantaggi, pur restando l impostazione di un sistema pensionistico basato sulla funzione assicurativa rispetto a quella assistenziale-redistributiva. Infine, esistono giustificazioni più specifiche. Per esempio, come motivare l adozione in Italia nel nuovo sistema contributivo di coefficienti di trasformazione omogenei per uomini e donne? Data la diversa longevità attesa per uomini e donne all età di pensionamento sarebbe stato più coerente con l impianto complessivo del metodo contributivo, che mira alla realizzazione dell equità attuariale, adottare le tavole di mortalità differenziate per genere per il calcolo dei coefficienti di trasformazione. Poiché le donne hanno un aspettativa di vita superiore agli uomini, l uniformità dei coefficienti rappresenta un vantaggio per le pensioni delle donne. La scelta di coefficienti uniformi è da alcuni interpretata come un premio assicurativo che il sistema pensionistico carica sugli uomini al fine di finanziare la pensione di reversibilità che questi ultimi solitamente comprano per le loro mogli (nell evenienza che diventino vedove). In pratica, è come se ci fosse un riferimento alla previdenza di coppia anziché a quella individuale (Borrella e Fornero 2002). Queste considerazioni ci introducono ad un ulteriore elemento di compensazione delle differenze pensionistiche di genere, e cioè l esistenza di pensioni ai superstiti (Luckaus 1997). Sebbene le pensioni ai superstiti siano indifferentemente previste per uomini e donne, i differenziali di aspettativa di vita a favore delle donne e la loro minor partecipazione al mercato del lavoro fanno sì che, di fatto, siano principalmente queste ultime a ricevere il trasferimento derivante dalla partecipazione al mercato del lavoro del coniuge. L accesso a questa prestazione consente un integrazione dei redditi pensioni- 9 Su questi punti ritorniamo nei paragrafi 3.4 e 5.

12 502 Studi e Note di Economia, Anno XIV, n stici femminili, che risulterebbero altrimenti inferiori. Tradizionalmente fondate sulla nozione di dipendenza e pensate come strumento per fornire supporto alle donne anziane vedove, questi istituti sono sottoposti a continuo ripensamento a seguito dei cambiamenti radicali delle società attuali, per esempio l aumento delle convivenze rispetto ai matrimoni e l indebolimento del legame tra maternità e matrimonio. Infatti, poiché non è prevista pensione per le donne che hanno allevato figli al di fuori del matrimonio, si genera una redistribuzione a favore di chi ha contratto matrimonio, indipendentemente dai carichi di cura. Alla luce dei cambiamenti nella struttura delle famiglie sarebbe auspicabile un ripensamento delle pensioni ai superstiti. Il superamento completo di questo istituto non può tuttavia prescindere dalla garanzia di una protezione pensionistica delle componenti più deboli sulle quali ricade il lavoro di cura. 3.3 Il mercato del lavoro La parità nel trattamento pensionistico è strettamente legata alla parità sul mercato del lavoro. È nel momento dell occupazione che si creano le differenze di genere che si perpetuano nei trattamenti pensionistici (si veda il paragrafo 3.1) e che il sistema legislativo prova a compensare (si veda il paragrafo 3.2), non sempre con successo. È dal mercato del lavoro quindi che occorre iniziare se l obiettivo è la parità di genere anche in sede pensionistica. Abbiamo già ricordato come le differenze di genere presenti sul mercato del lavoro abbiano un ruolo importante nel determinare i differenziali pensionistici 10. In particolare abbiamo evidenziato il ruolo delle interruzioni di carriera, più frequenti per le donne e non sempre coperte dai contributi previdenziali, e dei profili retributivi femminili, tipicamente più bassi e meno dinamici di quelli maschili. Altri aspetti possono essere rilevanti, per esempio la maggior presenza delle donne negli impieghi part-time, nei lavori occasionali e atipici, che molte volte non danno adeguata copertura previdenziale, e nel sommerso. Ma da dove hanno origine queste differenze e come si possono superare? Nel tentativo di dare una risposta e di documentare l esistenza di differenze di genere nel mercato del lavoro, concentriamo la nostra attenzione sul caso italiano. Alcuni dati d insieme sono importanti. In Italia 11 nel 2007 il tasso di occupazione femminile tra i 15 e i 64 anni è stato pari al 46,6% (l obiettivo fissato dal Consiglio Europeo di Lisbona è pari al 60%) contro il 70,7% per gli uomini. A parte la Grecia e la Spagna, tutti gli altri Paesi EU- 15 hanno un tasso di occupazione femminile oltre il 55%, che supera il 65% nei Paesi del Nord Europa. Il dato medio italiano sul tasso di occupazione 10 Borrella e Fornero (2002) supportano con un analisi su dati Inps questa evidenza per il caso delle pensionate italiane. 11 Dove non diversamente specificato, i dati di questa sezione provengono da ISTAT (2007a).

13 A. Casarico, P. Profeta - Uguaglianza di genere e sistemi pensionistici: aspetti critici femminile nella classe di età cela ampie differenze territoriali e generazionali: nel Nord è circa il 58%, mentre nel Mezzogiorno è fermo al 31%. Nelle coorti più giovani, il tasso di occupazione femminile è più elevato ed è pari al 58,8% (per il gruppo anni), suggerendo una prospettiva più ottimistica sulla partecipazione delle donne. Tuttavia il divario con gli uomini, il cui tasso di occupazione nello stesso gruppo di età è superiore all 80%, resta significativo e raggiunge il livello massimo nel gruppo di età Il tasso di occupazione delle madri il cui figlio più piccolo ha un età compresa tra i 3 e i 5 anni è in Italia il 53%, contro l 81% della Svezia, il 65% della Francia e il 60% del Regno Unito 12. In tutti i Paesi europei il tasso di occupazione femminile delle donne con figli è inferiore a quello delle donne senza figli, ma è una caratteristica italiana la mancanza di riallineamento del tasso di occupazione delle madri a quello della loro intera coorte all aumentare dell età del bambino. Al Sud più che al Nord è forte l associazione tra presenza di figli e assenza dal mercato del lavoro: il tasso di occupazione delle donne tra 35 e 44 anni coniugate/conviventi con figli è al Nord del 25% inferiore a quello di una single (68,2% contro 91% rispettivamente), mentre arriva al 50% al Sud (70,5% contro 36,5%). L ISTAT 13 rileva anche che nel 2005, il 18,4% delle madri occupate all inizio della gravidanza ha lasciato il lavoro dopo il parto: in particolare, il 5,6% è stata licenziata o ha perso il lavoro in seguito alla cessazione dell attività lavorativa che svolgeva e il 12,8% si è licenziata per via degli orari inconciliabili con i nuovi impegni familiari o per potersi dedicare completamente alla famiglia. Il 67% delle donne che hanno smesso di lavorare durante la gravidanza desidera tornare a lavorare in futuro. Se ci soffermiamo sulle tipologie di impiego delle donne, negli ultimi anni c è stata una notevole crescita del lavoro flessibile o precario (part-time e lavoro a tempo determinato). Sul totale delle donne occupate, il 26% ha un contratto part-time, mentre per gli uomini questa percentuale è pari al 5% 14. Anche l occupazione a tempo determinato è più alta per le donne: 14,7% contro 10,5% degli uomini. Il part-time è più diffuso nel Centro-Nord, mentre il lavoro a tempo determinato domina al Sud. Infine, il tasso di irregolarità delle unità di lavoro era pari nel 2003 al 22,8% al Sud, contro una media nazionale del 13,4%. Non esistono stime ufficiali dell economia sommersa distinte per genere. L Isfol in una sua pubblicazione del 2007 (Dimensione di genere e lavoro sommerso) ha elaborato delle stime a partire dai dati di contabilità nazionale. Il tasso di irregolarità è per le donne più alto di 3-4 punti percentuali rispetto a quello degli uomini. Il 53% è irregolare per necessità, il 24% è in situazione transitoria, il 12% per motivi di conciliazione. 12 OECD Family database. 13 ISTAT (2007b) 14 Questa caratteristica è comune anche agli altri Paesi europei: fatta eccezione per la Finlandia, la Francia e la Svezia, negli altri Paesi europei più dell 80% dei lavori a tempo parziale sono svolti da donne.

14 504 Studi e Note di Economia, Anno XIV, n Se guardiamo oltre il semplice accesso al mondo del lavoro, il divario con gli uomini è ancora più ampio. Le donne sono svantaggiate nelle progressioni di carriera: solo il 3,6% delle donne laureate appartiene alla categoria di legislatore, dirigente, imprenditore contro l 11,7% degli uomini (è il noto soffitto di cristallo). L assenza di donne ai vertici non può essere spiegata, come in passato, con il minor livello di istruzione delle donne. L istruzione femminile è infatti fortemente migliorata negli ultimi decenni e i dati più recenti dicono che nel nostro Paese il 12,7% delle donne italiane tra 25 e 64 anni è laureata contro l 11% degli uomini (OECD, 2008). I differenziali di partecipazione e carriera si accompagnano anche ad ampi differenziali salariali: secondo un indagine Isfol (Centra e Venuleo, 2007) il differenziale salariale di genere è del 23% nel totale della popolazione lavorativa, del 26% tra i laureati e del 35% tra chi ha titoli post-laurea 15. Questo breve excursus sul lavoro femminile in Italia suggerisce che le differenze tra uomini e donne sul mercato del lavoro possono essere molto ampie, in termini sia di partecipazione, sia di tipologia di occupazione, sia di carriera e di salari. Queste differenze si riflettono in trattamenti pensionistici differenziati, mediamente penalizzanti per le donne e spesso non adeguati. In generale possiamo affermare che il problema delle differenze di genere legate alle pensioni è la conseguenza ex-post di un problema ben più radicale che caratterizza il mercato del lavoro. Solo agendo dapprima sul mercato del lavoro potremo superare le differenze nei trattamenti pensionistici senza la necessità di interventi compensativi ad hoc (paragrafo 3.2). In particolare questo vale in Paesi come l Italia: all ampio divario di genere sul mercato del lavoro il nostro Paese ha risposto con interventi compensativi ex post nei trattamenti pensionistici. Le nostre considerazioni suggeriscono un ribaltamento della prospettiva finora adottata: dare priorità all eliminazione dei divari di genere sul mercato del lavoro per poter superare il ricorso a meccanismi compensativi ex post in fase pensionistica. Rimane il delicato problema dei tempi e delle modalità specifiche con cui realizzare questo cambiamento Il lavoro di cura Come abbiamo già sottolineato, l attività di cura di bambini e anziani, svolta prevalentemente dalle donne, è uno dei principali responsabili delle diverse performances occupazionali di uomini e donne, che a loro volta si riflettono in differenti ammontari di pensioni. Dedicarsi alla cura dei nipoti o dei genitori anziani può inoltre rappresentare di per sé una motivazione che induce le donne vicine alla pensione a smettere di lavorare. In Italia questo fenomeno è particolarmente forte, come evidenziato da Moscarola (2007) nel confronto con i Paesi Bassi. 15 Recenti analisi economiche si sono concentrate sulla spiegazione delle origini dei differenziali salariali. Tra queste, si vedano Albanesi e Olivetti (2006), Olivetti e Petrongolo (2008).

15 A. Casarico, P. Profeta - Uguaglianza di genere e sistemi pensionistici: aspetti critici I sistemi pensionistici dei Paesi europei prevedono forme di compensazione per gli anni dedicati alla cura dei bambini, per esempio riducendo il numero di anni necessari per il raggiungimento della pensione, almeno nel caso delle pensioni minime 16. Negli schemi non redistributivi i periodi di credito pensionistico per l attività di cura sono un meccanismo comune, il cui valore dipende dall aliquota contributiva figurativa applicata al periodo coperto, che può essere calcolata sulla base del reddito individuale o di quello medio nazionale. Sottolineiamo tuttavia che c è un ampia differenziazione tra i Paesi europei e che la tendenza comune sembra essere verso una riduzione di questi periodi di credito pensionistico, soprattutto nei Paesi con sistemi pensionistici redistributivi (Regno Unito, per esempio; si veda Leitner 2001). Queste forme di compensazione non sono sufficienti per garantire che l attività di cura non generi disparità nel trattamento pensionistico di uomini e donne. Soprattutto nei sistemi non redistributivi, le donne si trovano di fronte al trade-off se dedicarsi ai figli, almeno per un certo periodo, o garantirsi un adeguata pensione. Una scelta che difficilmente tocca gli uomini. La scelta delle madri di dedicarsi ai figli, per quanto tempo dedicarvisi, così come la stessa scelta di fecondità dovrebbero in realtà prescindere da considerazioni di carattere pensionistico. Allo stesso tempo il sistema pensionistico nel suo aggregato non può che beneficiare dei contributi pagati dalle mamme lavoratrici, soprattutto se full time 17, e di un elevato tasso di fecondità, che contribuisce a garantirne la sostenibilità 18. Questo induce a pensare che il superamento del trade-off non sia solo una questione di giustizia sociale nei confronti delle donne, ma sia anche una necessità e un opportunità economica. Se le donne lavorano e hanno figli potranno beneficiare individualmente di una pensione più adeguata ma anche l intero sistema pensionistico ne sarà avvantaggiato, con conseguenze positive sull equilibrio macroeconomico. Il superamento del trade-off passa ancora una volta (si veda il punto 3.3) attraverso la diffusione delle cosiddette politiche di conciliazione: servizi all infanzia e agli anziani (asili nido, strutture per anziani ecc.); condizioni di lavoro favorevoli alle mamme lavoratrici e in generale alle donne (per esempio, l adozione da parte delle imprese di codici di comportamento che rego- 16 Una prescrizione di questo tipo è stata in vigore nel Regno Unito fino al Più generoso ancora il sistema olandese che prevede la stessa pensione di base per chi ha svolto attività di cura per alcuni anni e chi è rimasto occupato con continuità. 17 È noto che un elevato tasso di inattività, come quello che caratterizza in Italia soprattutto le donne, è uno dei fattori che possono minare la sostenibilità del sistema pensionistico pubblico a ripartizione. 18 Su questo punto è opportuno richiamare la posizione di Sinn (2000), secondo cui nei programmi di riforma dei sistemi pensionistici sarebbe opportuno considerare la possibilità di introdurre riduzioni di contribuzioni al sistema pensionistico che tengano conto del numero di figli: in un sistema a ripartizione la decisione di fertilità e l investimento nei propri figli comportano infatti una esternalità positiva, poiché i vantaggi di tali decisioni ricadono sulla totalità della popolazione.

16 506 Studi e Note di Economia, Anno XIV, n lino le assunzioni in modo che non ci siano discriminazioni di genere e riconoscimenti alle imprese che adottano best practices manageriali, che prevedano nei processi di selezione per le posizioni di vertice la presenza di almeno un candidato donna); superamento della divisione dei ruoli tra uomini e donne nella famiglia e condivisione del lavoro domestico e del lavoro sul mercato. Quando il lavoro di cura non graverà più interamente sulle donne penalizzandole ai fini pensionistici non sarà più necessario ricorrere a elementi che favoriscano le pensioni femminili rispetto a quelle maschili (paragrafo 3.2) e/o utilizzare il sistema pensionistico per esplicite finalità redistributive. 4. L impatto dell invecchiamento e le riforme pensionistiche Una volta individuati i principali canali tramite cui si creano disuguaglianze all interno del sistema pensionistico tra uomini e donne, in questo paragrafo ci chiediamo se e come il processo di invecchiamento in atto influenzi tali canali, aggravando o indebolendo i meccanismi di differenziazione di genere all interno del sistema pensionistico. L invecchiamento della popolazione italiana è stato, negli ultimi decenni, particolarmente intenso e rapido, secondo solo a quanto osservato e previsto per il Giappone. All inizio degli anni ottanta, la popolazione ultra-sessantenne era pari al 17,2% della popolazione totale. All inizio del 2006 tale percentuale era salita al 25,2%. La percentuale di ultrasessantenni nel 2050 nella previsione 2005 dell ISTAT, nello scenario centrale, è di poco inferiore al 40%. A questi andamenti demografici contribuiscono sia l aumento nell aspettativa di vita, sia il prolungato ridottissimo numero di nascite che non alimenta sufficientemente il flusso di entrata nella popolazione. I cambiamenti demografici hanno sicuramente rappresentato una delle motivazioni alla base delle recenti e numerose riforme che hanno investito il sistema pensionistico italiano. Le questioni della sostenibilità finanziaria e macroeconomica della spesa pensionistica in un quadro di aumento nella speranza di vita della popolazione hanno guidato le trasformazioni del nostro sistema pensionistico pubblico che, a regime, sarà pienamente contributivo. Data la diversa posizione di uomini e donne sul mercato del lavoro, abbiamo già avuto modo di sottolineare come questa tipologia di sistemi pensionistici facilmente crei disparità di trattamento tra generi. Se, in media, le donne hanno salari inferiori a quelli maschili ma anche crescite salariali più contenute, saranno meno penalizzate in termini di tassi di sostituzione dal passaggio da sistema retributivo (in particolare un sistema retributivo che premi gli ultimi anni della carriera) a sistema contributivo; ma il problema dell adeguatezza della prestazione pensionistica come calcolata a regime sulla base delle proiezioni disponibili, riguarderà non meno le donne degli uomini. Due sono le principali strategie identificate dal legislatore e nel dibattito

17 A. Casarico, P. Profeta - Uguaglianza di genere e sistemi pensionistici: aspetti critici di politica economica per contrastare la riduzione dei tassi di sostituzione del sistema pubblico e continuare a garantire prestazioni pensionistiche adeguate nel futuro. La prima prevede l attivazione della previdenza complementare. La seconda consiste nel prolungare il periodo lavorativo e posticipare l età di pensionamento. Sul primo punto è opportuno osservare che le condizioni a cui la previdenza integrativa può garantire un recupero dei tassi di sostituzione sono stringenti: in particolare, l adesione alla previdenza integrativa deve essere piena e continuativa, tralasciando in questa sede considerazioni sui rendimenti e i rischi associati agli investimenti 19. Le carriere lavorative femminili e i salari ad esse associati rendono meno probabile che l adesione sia piena e continuativa rispetto a quanto non accada per gli uomini. In un ottica complessiva, il tasso di adesione alla previdenza integrativa e come questo sia distribuito è un elemento importante per valutare la capacità del sistema di garantire tassi di sostituzione adeguati a tutti e non solo a coloro che hanno redditi elevati o ai lavoratori maschi, come sembra invece accadere nei Paesi in cui la previdenza complementare è a uno stadio di sviluppo molto più avanzato di quanto non accada in Italia. I dati della Covip (2007) relativi all Italia testimoniano che tra i nuovi aderenti prevalgono gli iscritti di sesso maschile, che costituiscono circa il 63% del totale. Un ulteriore elemento di differenziazione tra uomini e donne con riferimento alla previdenza complementare deriva dal fatto che solo le tradizionali pensioni pubbliche sono quasi perfettamente protette dall inflazione, al contrario di quelle a capitalizzazione individuale. Se si tiene conto della più elevata speranza di vita femminile, gli effetti negativi che l inflazione può avere sulla capacità di una prestazione pensionistica di mantenere un tenore di vita adeguato saranno molto più accentuati per le donne rispetto agli uomini. Il posticipo dell età pensionistica è una seconda strada per innalzare i tassi di sostituzione e rafforzare l adeguatezza della prestazione pensionistica: il meccanismo che produce questo innalzamento dei tassi di sostituzione fa riferimento sia alla maggiore contribuzione, sia al fatto che per il metodo di calcolo contributivo i coefficienti di trasformazione sono crescenti all aumentare dell età di pensionamento. Questa è spesso considerata una strada tramite cui le donne possono giungere a trattamenti pensionistici più soddisfacenti. L utilizzo di coefficienti uniformi anche in presenza di speranze di vita differenziate dovrebbe ulteriormente rafforzare questo canale. Il successo di questa strategia dipende chiaramente dalla funzionalità del mercato del lavoro e dalla sua capacità di assorbire lavoratori anziani. Non è, infatti, solo una questione di offerta di lavoro. La domanda di lavoratori formulata dalle imprese è cruciale nel determinare il tasso di partecipazione alla 19 Su questo argomento si veda Artoni e Casarico (2008).

18 508 Studi e Note di Economia, Anno XIV, n forza lavoro della popolazione anziana. I lavoratori possono trovare nella scarsa domanda delle imprese un vincolo alle loro scelte di prolungamento dell attività lavorativa. Questo problema, per le considerazioni avanzate nel paragrafo 3.3, può essere più serio per le donne rispetto agli uomini. In generale, l aumento dell età di pensionamento non può prescindere dalla predisposizione di opportune politiche volte a favorire l assorbimento di individui in età più avanzata da parte del mercato 20. In un quadro di invecchiamento della popolazione c è un ulteriore canale che può rendere ancora più precaria la posizione femminile, nel mercato del lavoro e nel sistema pensionistico: in assenza di istituzioni che si occupino di cura, l aumento nella speranza di vita, per quanto più che benvenuto, si accompagnerà a maggiori pressioni su famiglia, o meglio sulla donna all interno della famiglia, o su reti informali che porranno nuovamente al centro la donna come fornitore di cura primario, anche se indiretto. In generale le nostre considerazioni ci portano a ritenere che la dimensione di genere possa giocare un ruolo importante nella valutazione dell efficacia di questi diversi interventi di riforma nel sistema pensionistico. Boeri e Brugiavini (2008) trovano ad esempio effetti differenziati per genere delle riforme pensionistiche italiane degli anni Novanta: le donne rispondono meno degli uomini alle modifiche nelle regole pensionistiche. Questo risultato si spiega se pensiamo che le scelte delle donne in materia pensionistica sono molto più vincolate di quelle degli uomini, come abbiamo argomentato, in particolare perché le loro maggiori interruzioni di carriera si associano a minori anni di contribuzione e rendono di fatto impossibili alcune scelte di pensionamento che per gli uomini sono opzioni aperte. In questo contesto, quali possono essere le risposte di intervento pubblico più appropriate? 5. Discussione e Conclusioni La presenza di disparità di genere nel sistema pensionistico è una questione aperta per molti Paesi europei. Le riforme introdotte nel nostro sistema pensionistico negli ultimi decenni non hanno certamente avuto tra le loro finalità primarie (e neppure secondarie) la riduzione delle differenze di genere. In Italia, gli svantaggi per le donne nel mondo del lavoro sono più ampi che altrove e le recenti riforme del sistema pensionistico, che prevedono un rafforzamento del legame tra contributi versati e benefici previdenziali ricevuti, lasciano ben poco spazio ad elementi redistributivi. Il tema dell adeguatezza della prestazione pensionistica, in particolare delle donne, si pone con forza. Le pensioni ricevute dalle donne italiane hanno importi media- 20 Sulle problematiche concernenti il rapporto tra sistemi pensionistici e domanda di lavoro rinviamo a Fenge e Pestieau (2005), cap. 8.

19 A. Casarico, P. Profeta - Uguaglianza di genere e sistemi pensionistici: aspetti critici mente più bassi rispetto a quelle ricevute dagli uomini. Come abbiamo argomentato, l invecchiamento della popolazione e le risposte di policy finora adottate non potranno che aggravare questi elementi di disparità. La flessibilità nell età di uscita dal mercato del lavoro per uomini e per donne è una possibile soluzione per superare le differenze di genere nel sistema pensionistico. Se associata ad uno schema incentivante al prolungamento dell età lavorativa, questa misura potrebbe anche rappresentare un efficace risposta alla sfida dell invecchiamento, a condizione che non solo i lavoratori, ma anche le imprese rispondano a questo incentivo. La flessibilità nell età di pensionamento potrebbe essere anche una soluzione per superare il problema dei diversi requisiti di accesso alla pensione di vecchiaia, inferiori per le donne rispetto agli uomini (si veda la tab. 1). Va comunque sottolineato che l età effettiva di pensionamento di uomini e donne è già pressoché uguale. Il dibattito più recente si è soffermato sul tema dei diversi requisiti anagrafici per uomini e donne, dividendo studiosi e politici tra favorevoli e contrari: da un lato coloro che sottolineano la necessità di compensare ex post, con il requisito pensionistico favorevole, le donne per l attività che svolgono nella cura di bambini e anziani e per le penalizzazioni che ancora subiscono nel mondo del lavoro. Dall altro coloro che ritengono che regole apparentemente favorevoli del sistema pensionistico non siano lo strumento appropriato per realizzare una correzione delle disparità osservate nel sistema e auspicano l innalzamento dell età pensionabile in tutti i settori, prevedendo che i risparmi ottenuti siano però utilizzati per aumentare i servizi di cura. Questa posizione riporta al centro dell attenzione il mercato del lavoro e la condivisione delle responsabilità nella famiglia e sul mercato tra uomini e donne. Numerosi studi hanno cercato di spiegare l origine del divario di genere sul mercato del lavoro, e quindi di suggerire proposte per superarlo (si vedano Del Boca e Locatelli, 2006 per una rassegna della letteratura e Ferrera, 2008). In questa sede ci limitiamo a ricordare che gli elementi istituzionali e quelli culturali giocano un ruolo importante. La scarsità di servizi all infanzia è fortemente associata al limitato accesso delle donne al mercato del lavoro: mentre in Danimarca la spesa in servizi all infanzia è pari al 2,7% del PIL, in Italia la spesa complessiva per le famiglie non arriva all 1% del PIL 21 e l offerta dei servizi soddisfa solo una minima parte della domanda (solo il 13,5% dei bambini di 1 e 2 anni è accudito nei nidi pubblici e al Sud la carenza è maggiore) 22. La risposta italiana al superamento delle disparità di genere, nell occupazione così come nelle pensioni, anche in vista del processo di invecchiamento che aumenterà la neces- 21 OECD Family database. 22 ISTAT (2007b). Sul ruolo delle istituzioni si veda Del Boca, Pasqua e Pronzato (2007).

20 510 Studi e Note di Economia, Anno XIV, n sità di cura nei confronti del crescente numero di anziani, non potrà prescindere da un ripensamento del nostro sistema di welfare, tuttora fondato su famiglie monoreddito con protezione sul capofamiglia e scarso intervento sulla cura di bambini e anziani, demandata in via principale alle donne. Non solo la spesa per la famiglia è inferiore in Italia rispetto alla media degli altri Paesi europei, ma è la spesa sociale nel suo complesso ad essere più contenuta. È importante recuperare e sottolineare il ruolo della spesa sociale come strumento assicurativo e di promozione dell assunzione dei rischi degli individui e non come veicolo di redistribuzione che premia le componenti meno produttive e promuove comportamenti scarsamente imprenditoriali. Nei Paesi dove la spesa sociale è più elevata, un adeguata offerta di servizi ha creato le condizioni per lo sviluppo di un ambiente dove la donna o la famiglia si sentono più protette, nel senso di maggiormente assicurate. Questo si è associato ad una risposta positiva in termini di occupazione e anche di natalità. Perché la spesa sociale possa svolgere in modo adeguato questo ruolo assicurativo, è necessario che risponda ai cambiamenti dell ambiente sociale ed economico circostante. A questo scopo, una netta revisione in Italia dell entità e della distribuzione delle risorse dello Stato sociale tra diverse funzioni, con un maggior rilievo dato a componenti finora marginali individui nella famiglia e lavoro può essere necessaria per riqualificare il nostro Stato sociale e per renderlo più attento alle necessità di uomini e donne. Uno Stato sociale può infatti definirsi tale se, quale parte del più ampio sistema di finanza pubblica, induce comportamenti ed esiti demografici che promuovono lo sviluppo nel lungo periodo. Come sottolineato recentemente da Barr e Diamond (2008), affrontare il tema del genere nel design dei sistemi pensionistici richiede di riconoscere l influenza che sui redditi pensionistici esercitano altre politiche, come la tassazione dei redditi (su base individuale o familiare), la presenza di sussidi per la cura ai figli, gli orari scolastici o la flessibilità sugli orari di lavoro per i genitori in presenza di figli piccoli. Un ambiente istituzionale favorevole è anche essenziale per sostenere i cambiamenti culturali necessari per eliminare le disparità negli esiti economici. Sul fronte della domanda di lavoro, se le imprese attribuiscono a tutte le donne (diversamente dagli uomini) un costo associato alla fertilità (effettiva o potenziale), assumere una donna invece che un uomo è per un impresa più costoso. Questo induce le imprese a preferire un uomo a una donna oppure ad assumere quest ultima con stipendi lordi inferiori (si veda Bjerk e Han, 2007). Occorre quindi scardinare la percezione delle imprese che il costo della fertilità sia esclusivamente femminile e indurle a rispettare i tempi di conciliazione della vita familiare e professionale. Agire concretamente nella prima direzione richiede per esempio l introduzione, anche nei Paesi in cui non esistono ancora, come l Italia, di congedi di paternità, sull esempio dei Paesi Scandinavi, intesi come un periodo riservato al padre, pienamente retri-

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