Il Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl Italiani

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1 Milano, Il Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl Italiani Giulia Cancellara 1) Opere di riferimento: - GIACOMO LEOPARDI, Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl italiani, introduzione di Salvatore Veca, a cura di Maurizio Moncagatta, Feltrinelli, Milano, 1991 (usata come riferimento per il numero di pagina delle citazioni dal Discorso di Leopardi) - AUGUSTO PLACANICA, Leopardi, o della modernità, in Dei costumi degl italiani, Marsilio, Venezia, 1989, pp FRANCO MUSARRA, Meccanismi satirici e ironici nel «Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl italiani», compreso nell antologia del Laboratorio di filosofia morale, curato da Amedeo Vigorelli, Milano, a.a GIACOMO LEOPARDI, Operette morali, Garzanti, Milano, GIACOMO LEOPARDI, Zibaldone di pensieri, a cura di Fabiana Cacciapuoti, prefazione di Antonio Prete, Donzelli, Roma, ) Edizioni del testo: Il Discorso è rimasto inedito fino al 1906, conservato negli archivi della Biblioteca Nazionale di Napoli. Comparve, a cura di Giovanni Mestica, tra gli Scritti vari inediti dalle Carte Napoletane, nel complesso delle Opere complete in 18 volumi edite tra il 1899 e il 1925 dall editore Le Monnier. Da allora il Discorso è stato ripreso nelle principali edizioni del corpus leopardiano: «quasi sempre prive di adeguate note di commento esplicative e talora anche di confacenti presentazioni» (1989, p. 14) - Opere, a cura di R. Bacchelli e G. Scarpa, Officina Tipografica Gregoriana, Milano, Opere, a cura di F. Flora, coll. I classici italiani, Mondadori, Milano, Opere, a cura di G. De Robertis, coll. I classici italiani, Rizzoli, Milano, Lingua, letteratura e società in Italia, a cura di V. Brancati, Bompiani, Milano, Opere, a cura di Sergio e Raffaella Solmi, coll. La letteratura italiana. Storia e testi, Ricciardi, Milano-Napoli, Tutte le opere, a cura di W. Binni, coll. Le voci del mondo, Sansoni, Firenze, Poesie e Prose, a cura di R. Damiani e M.A. Rigoni, coll. I Meridiani, Mondadori, Milano, Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl italiani, a cura di N. Bellucci, Roma, Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl italiani, a cura di Augusto Placanica, Marsilio, Venezia, (lunga introduzione, ottime note esplicative e di approfondimento) - Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl italiani, introduzione di Salvatore Veca, a cura di Maurizio Moncagatta, Feltrinelli, Milano, Nell edizione da lui curata, Scarpa colloca la data di composizione del Discorso tra il 6 marzo e il 10 aprile Il saggio avrebbe dovuto essere pubblicato sull Antologia di Firenze, il cui fondatore, Viesseux, aveva spedito in omaggio a Leopardi l ultimo numero dell annata 1823, con un invito alla collaborazione (1989, p. 14). Leopardi era rimasto entusiasta della rivista, come si evince da una lettera del 5 gennaio: 1

2 Io so bene che l Italia ha grandissime necessità d esser sovvenuta e beneficata, com Ella ha impreso a fare: non so già dire se ne sia degna: ma, posto ancora che niuna virtù presente lo meritasse, potrebbe pur meritarlo la memoria delle sue virtù antiche: e oggi la sua indegnità, la quale è senza sua colpa, dee muovere gli animi buoni a compatirla e a soccorrerla per pietà, se non per merito. e da un altra del 2 febbraio: un Giornale deve promuovere principalmente il progresso e la propagazione delle scienze morali. Ora queste scienze e tutte quelle che oggi si comprendono sotto il nome di filosofia, parte principale del sapere in tutto il resto d Europa, e particolarmente propria del nostro secolo, sono appunto lo studio meno coltivato in Italia, anzi vi sarebbero affatto ignote, se non fosse per mezzo de libri stranieri e delle traduzioni. Se un invio ci fu, è molto probabile che l articolo consistette nel Discorso - e questo andrebbe a favore della congettura di Scarpa anche se poi è certo che non fu mai pubblicato. Però nello Zibaldone a p. 2618, il 30 agosto 1822, c è il riferimento «vedi l abbozzo del mio discorso sopra i costumi degl italiani». Placanica suggerisce di non far risalire la stesura del Discorso a quell anno, ma che la riflessione sia rimasta in forma di abbozzo 1 fino al 1824 (1989, pp.16-17). 3) Il Leopardi politico prima del Discorso: Nel 1824 l Europa è da qualche anno entrata nell atmosfera della restaurazione, che mirava ad estirpare il travolgente fiume di idee e di passioni della rivoluzione. L aria che si respira è quella di una diffusa tranquillità ed è proprio a questa che aspira il giovane Leopardi (diciassettenne) nell Orazione del 1815, che si risolve in un esaltazione dello statu quo: l Italia, divisa in piccoli regni, dovrebbe rinunciare alle manie di grandezza, se vuole essere felice. Se la vera felicità dei popoli è riposta nella pace necessaria alle arti utili, alle lettere, alle scienze, nella prosperità del commercio e dell agricoltura, fonti della ricchezza delle nazioni, nell amministrazione paterna di Sovrani amati e legittimi, possiam dirlo con verità, non v ha popolo più felice dell italiano. (...) Italiani! Rinunziamo al brillante ed appigliamoci al solido. Poi la figura di Giordani, esponente di spicco della cultura centro-settentrionale, apporta un segno indelebile nell evoluzione di Leopardi: riscalda la fantasia del giovane, che, assetato di gloria, aspira ad alte imprese e sente sempre più stretta la gabbia del proprio ambiente provinciale e bigotto (1989, pp ). Placanica individua cinque canzoni di spiccato intento civile e politico scritte da Leopardi tra il 1818 e il 1821, in cui si delinea la sua critica non tanto del presente italiano, quanto degli italiani del tempo presente, in opposizione all esaltazione della gloria degli antichi. 1) All Italia (1818): Come cadesti o quando/da tanta altezza in così basso loco?/ Nessun pugna per te? Non ti difende / Nessun de tuoi? L armi, qua l armi: io solo / Combatterò. 2) Sopra il monumento di Dante: O Italia, a cor ti sia /far ai passati onor; che d altrettali / Oggi vedove son le tue contrade, / Nè v è chi d onorar ti si convegna. 1 A proposito di questo abbozzo, mi sembra opportuno presentare alcuni punti dell indice del cosiddetto Argomento di un libro politico, rimasto allo stato di mero elenco, che Placanica cita a p. 65. L abbozzo è del 1820, quindi due anni prima del riferimento dello Zibaldone: necessità di rendere la virtù cosa amabile non per ragione ma per passione. - Dello scopo degli antichi (il bello e non l utile nè il vero). - Dell amore della virtù presso gli antichi. - Di quella famosa esclamazione di Bruto vicino alla morte. - Oggetto e conclusione di questo libro. Nostro ritorno alle illusioni. E pur la politica resta sempre nello stesso grado di calcolo meccanico. Applicazione della cognizione dell uomo e della natura in grande alla politica, ancora da farsi.- Necessità di ravvivare lo spirito nazionale se i principi vogliono aggrandire i loro stati. -Necessità di rendere individuale l interesse per lo stato, il quale è stato cagione della grandezza degli antichi popoli. È possibile, dunque, che l idea di un libro politico risalisse già agli anni venti, che poi assumesse la forma di abbozzo e il nome attuale nel 22 e infine la sua forma definitiva nel 24. 2

3 3) Ad Angelo Mai (1820): in cui definisce il suo un «secol morto, al quale incombe/tanta nebbia di tedio». Anime prodi, / Ai tetti vostri inonorata, immonda / Plebe successe. 4) Nelle nozze della sorella Paolina 5) A un vincitore nel pallone A p. 28 Placanica sottolinea come queste cinque canzoni abbiano fissato per sempre l immagine del grande insofferente Leopardi, poeta commiseratore e spregiatore dell Italia del suo tempo, evidenziando nelle ultime due canzoni una dilatazione dell orizzonte d interesse, che comincia a coincidere con l umanità tout court. Un altra importante tappa nell evoluzione di Leopardi è il 1822, quando approda a Roma: la società romana - e il ceto intellettuale in particolare, tutto dedito all archeologia senza sapere neanche il greco e il latino, caratterizzato da infingardaggine, malizia e cinismo - lo delude grandemente. Così scrive nella prefazione alle dieci canzoni stampate a Bologna nel 1824: Con queste Canzoni l autore s adopera dal canto suo di ravvivare negl Italiani quel tale amore verso la patria dal quale hanno principio, non la disubbidienza, ma la probità e la nobiltà così de pensieri come delle opere. 4) Lo stile del discorso: Musarra interpreta il Discorso alla luce della compresenza in esso dei meccanismi testuali propri della satira e dell ironia: SATIRA Genere particolare: denuncia generale dei vizi del proprio ambiente con lo scopo di migliorarli. Il satirico è diverso dalla satira. Lineare (da a) Comunicazionalità diretta: affermazione. Intento moralistico-patriottistico. Dinamicità attiva: spinta costruttiva. IRONIA Modalità discorsiva infinita, applicabile a tutti i generi letterari: violenza d urto contro certi costumi con implicito ma secondario intento pedagogico. Procedimento a spirale, a vortice. Comunicazionalità indiretta: negazione. Disinganno, coscienza della vanità dell essere. Dinamicità passiva: spinta distruttiva. Egli sottolinea come l ironia non sia solo una figura retorica presente a livello micro-testuale con una funzione negativa, ma una modalità che agisca anche a livello macro-strutturale, attraverso un procedimento dicotomico, con una forza generativa che opera un capovolgimento finale rispetto agli iniziali intenti satirici 2. Nel testo è presente una stratificazione verticale costituita da una relazione semantica triangolare, al cui vertice sta il significante, espresso dall autore, e alla cui base stanno i due significati, uno opposto all altro: quello superficiale e falso colto dal fruitore vittima dell ironia, e quello vero in profondità colto dal lettore complice. Sulla base di questa interpretazione, Musarra critica la posizione di Placanica, che presenta un Leopardi «menestrello della civiltà borghese» (p. 276). A mio parere, entrambi peccano di estremismo: se da una parte l esaltazione di una borghesia capitalistica europea tollerante e meritocratica di Placanica è eccessiva, dall altra - se pur sia innegabile la presenzia di un ironia sottesa al Discorso, frutto del disinganno e della titanica consapevolezza dell arido vero delle cose - parimenti innegabile il forte sentimento di speranza che muove Leopardi nella prospettiva di uno sguardo al futuro. 2 Applicando questo processo di negazione alla conclusione del Discorso, Musarra arriva a sostenere che sarebbero gli italiani, in virtù del loro calore naturale, ad avere la capacità di dar vita ad una nuova forma di grandezza antica, guidati dal vate Leopardi che, a capo della società stretta d Italia, promuoverebbe il disinganno. Esattamente il contrario di quello che c è scritto nel testo. Secondo Musarra, questa ironia generatrice è evidente soprattutto nelle note, scritte, in base all ipotesi di Gennaro Savarese, in un secondo momento (dal 24 al 27). Questo cambiamento di prospettiva giustificherebbe la mancata pubblicazione del testo. 3

4 5) Introduzione al Discorso: Schiacciato dalla stessa grandezza della sua dimensione poetica, Leopardi stenta ancora oggi a vedere affermata non solo la sua importanza di moralista ma anche di critico della società moderna, e di quella italiana in modo particolare (1989, p. 9). Una diffusa conoscenza del Leopardi pensatore appare manchevole: così come il Leopardi della nozione comune resta parziale e mutilo, così mutila e parziale rimane una cultura che di lui non possegga l ampio spettro della riflessione morale (1989, p. 11) 3. E così introduce Salvatore Veca a p. V dell introduzione dell edizione del 1991: Il Discorso è forse uno dei più alti, ardui e lucidi esempi della capacità di penetrazione dello sguardo dell etnologo e del filosofo morale e politico Giacomo Leopardi. (...) Sviluppa in modo serrato e nervoso, con un ritmo dettato dalla passione e sorvegliato dalla ragione, una sorta di analisi comparata delle difficili vie alla modernizzazione di alcune grandi società europee, all indomani della Rivoluzione politica per eccellenza, i fatti di Francia, e sullo sfondo della Rivoluzione politica per eccellenza, la rande trasformazione del capitalismo e del nascente mercato internazionale. Le vie alla modernizzazione sono difficili e, al tempo stesso, inevitabili. Placanica a p. 12 sottolinea la «trasparente attualità e quasi novità di Leopardi», che ha attuato una analisi lucida e critica della società moderna. Critica nel senso etimologico del termine: la sua riflessione non si esaurisce in una denuncia della «soddisfatta o inebetita mediocrità del popolo italiano», ma culmina nell auspicio di un ampliamento della civiltà illuminata, non solo causa, quindi, ma anche rimedio dello stato presente dei costumi. 6) Un confronto tra l Italia e le nazioni europee: All inizio del suo Discorso Leopardi nota come tra le «nazioni civili d Europa» - Germania, Inghilterra e Francia - si sia diffusa «una specie d uguaglianza di riputazione sì letteraria e civile», deposti gran parte degli antichi pregiudizi nazionali sfavorevoli agli stranieri (p. 39): l odio e il disprezzo verso le altre nazioni sono «cose fuori di moda» (nota 3, p. 40). Le cause superficiali sono: 1- «l incremento dello scambievole commercio e dell uso de viaggi» (p. 39), 2- la mania per l enciclopedico : «il ricorrere a tutti i generi e parti del sapere umano» con «esattezza, estensione e minutezza» (nota 2, p. 40), 3- la comune e tragica esperienza della guerra napoleonica che ha attraversato tutta l Europa, 4- l abbassamento del prestigio della Francia e il progressivo innalzamento delle altre nazioni hanno portato a un livellamento generale. Ma la causa remota è da ricercarsi nell avanzamento della ragione dei lumi che calma le passioni, tra cui l amore nazionale, e introduce un «abito di moderazione» (p. 39). In ogni nazione si sono moltiplicati i volumi che informano delle altre, ma soprattutto «sopra le cose dell Italia» (p. 40), fatta oggetto di curiosità universale. Ma non è certo la curiosità che spinge Leopardi a scrivere questo discorso. Il problema è che nei loro libri gli scrittori stranieri incorrono in due inconvenienti (p. 41): 1- essendo stranieri, spesso sbagliano non avendo una conoscenza esaustiva dell Italia. 2- si procurano l odio degli italiani, che sono «delicatissimi sopra tutti sul conto loro», cosa piuttosto strana perchè: 2a: l amore nazionale è ancora più esiguo che negli altri paesi. 2b: gli stranieri spesso compiono dei veri e propri elogi dell Italia, dicendo molto meglio di quanto gli italiani stessi non facciano e ben oltre il loro merito, affermando cose contrarie alla verità. 3 A proposito di Leopardi come filosofo morale, vd. il Parallelo della civiltà degli antichi e di quella dei moderni del 1829: «Risulterebbe da questo parallelo che a noi resta ancora molto a ricuperare della civiltà degli antichi. - Della natura degli uomini e delle cose. Conterrebbe la mia metafisica, o filosofia trascendente, ma intelligibile a tutti. Dovrebbe essere l opera della mia vita». Placanica a p. 69 sottolinea l intenzione di Leopardi di comporre una vera e propria metafisica dei costumi. 4

5 Per questo Leopardi lamenta la mancanza di scritti degli italiani sui loro costumi, eccetto Baretti, che ha detto cose false e, in nota, cita anche i comici Gozzi, Parini e Goldoni, che però hanno composto opere «non filosofiche nè ragionate» (p. 42). Così Leopardi propone se stesso: Se io dirò alcune cose circa questi presenti costumi (tenendomi al generale) colla sincerità e libertà con cui ne potrebbe scrivere uno straniero, non dovrò esserne ripreso dagli italiani perchè non lo potranno imputare a odio o emulazione nazionale, e forse si stimerà che le cose nostre sieno più note a un italiano che non sono e non sarebbero a uno straniero, e finalmente se questi non dee risparmiare il nostro amor proprio con danno della verità, perchè dovrò io parlare in cerimonia alla mia propria nazione, cioè quasi alla mia famiglia e a miei fratelli? (p. 43) 7) La società stretta: Cominciando la sua analisi «delle opinioni e dello stato presente dei popoli» (p. 43), Leopardi sottolinea la quasi universale estinzione delle credenze su cui si possono fondare i criteri morali. Essendosi scoperta anche la virtù come una illusione, il suo esercizio viene meno, lasciando spazio al dilagare del vizio. In questa situazione, la conservazione della società genera meraviglia, dal momento che le leggi e la forza pubblica gli unici vincoli che ormai rimangono alla società risultano insufficienti a tal scopo. In questa «universale dissoluzione dei principi sociali», le nazioni civili hanno un principio conservatore della morale e quindi della società, che, benchè paia minimo e quasi vile rispetto ai grandi principi morali e d illusione che si sono perduti, pure è d un grandissimo effetto. Questo principio è la società stessa. (p. 44) Leopardi distingue due tipi di società: A- la società generalmente presa: il convitto degli uomini per provvedere scambievolmente ai propri bisogni e difendersi da comuni danni e pericoli. B- un genere particolare di società, la società stretta: un commercio più intimo degl individui fra loro, e massime di quelli, che, dispensati dalla loro condizione dal provvedere coll opera meccanica delle proprie mani alla loro e all altrui sussistenza e forniti del necessario alla vita col mezzo delle fatiche altrui, mancando de bisogni primi, vengono naturalmente nel secondo bisogno, cioè di trovare qualche altra occupazione che riempia la loro vita, e alleggerisca il peso dell esistenza, sempre grave e intollerabile quando è disoccupata. Questa società stretta è costituita da un elitè di intellettuali borghesi e nobili che Leopardi contrappone alla più ampia classe dei contadini e degli artigiani che devono lavorare per vivere. 4 I 4 A p. 72, Placanica sottolinea come questa classe agiata sia una cultura consapevole, quindi cosciente di sè e dell egemonia che è chiamata a dispiegare in una società che essa ispira e controlla. La primizia economica si evolve in primizia culturale. E a p. 75 : alla borghesia intellettuale dei tempi moderni va il merito di avere voluto questa società nuova e di predisporne la fruibilità per tutti, in un futuro che si spera prossimo nell ambito di una sempre più diffusa meritocrazia sociale. Riguardo alla distinzione in classi della società, vd. Detti memorabili di Filippo Ottonieri, pp : Leopardi distingue nelle moderne nazioni civili tre generi di persone: 1. Le persone di mondo, la cui natura è stata mutata dall arte e cioè capaci di modellare la propria indole alle regole di convivenza. È evidente che si tratta della società stretta:«a questo solo genere, parlando universalmente, diceva toccare e appartenere nelle dette nazioni la stima degli uomini» (p. 201). 2. La plebe o il volgo, il genere più numeroso dei tre e più disprezzato: le persone che sono rimaste allo stato bestiale. 3. Persone in cui la natura per «sovrabbondanza di forza» (terminologia di assonanza nietzschana) hanno resistito ai condizionamenti dell arte e vivono isolate e solitarie. È il genere più ristretto e, non risultando dilettevole, disprezzato quasi quanto il secondo. Questo genere si divide a sua volta in due sottospecie: 3a. i misantropi volontari 3b. gli ingegni maggiori dell età moderna, che non si isolano dagli altri per volontà, anzi desidererebbero far parte della società stretta, ma congiunta e commista alla loro forza è una sorta di debolezza e di timidità che li porta alla disistima di se stessi. 5

6 valori e i comportamenti della società stretta influiscono sull organizzazione dei valori e dei comportamenti della società complessiva. Il mezzo di questa generazione di valori e trasmissione di costumi è individuato da Leopardi nel meccanismo dell imitazione 5. Ma la società stretta non è solo responsabile della generazione di una identità collettiva e di un vincolo sociale all interno delle singole realtà nazionali, bensì, nel complesso degli aumentati scambi nel panorama europeo, assume una prospettiva internazionale: Per mezzo di quella società più stretta, le città e le nazioni intiere, e in questi ultimi tempi massimamente, l aggregato eziando di più nazioni civili, divengono quasi una famiglia, riunita insieme per trovare nelle relazioni più strette e più frequenti che nascono da tale quasi domestica unione, una occupazione, un pascolo, un trattenimento alla vita di quelli che, senza ciò, menerebbero il tempo affatto vuoto. 6 (p. 45) 8) L onore e l opinione pubblica: La molla che genera e sostiene l attività della società stretta è l amor proprio. Ma l amore di sè è comune a tutti gli uomini. Quello che caratterizza la società stretta e che non ha luogo fuori di essa, è che in essa l amor proprio viene indirizzato non verso l interno, diventando egoismo 7, ma verso l esterno, diventando ambizione. L ambizione può avere varie forme e vari fini. Nella bella età È evidente che Leopardi si collochi in quest ultimo gruppo: non essendo in grado di operare concretamente all interno della società attuale, con realismo ne affida la guida alla classe produttrice e destinataria della stima delle nazioni e quindi responsabile della morale collettiva (1989, p. 167). 5 Vd. p. 52: «l uomo è un animale imitativo ed esempio». E tale è sempre, anche se emancipato, anche se filosofo, anche se duro e inflessibile (vd. nota 8, p. 53). Gran parte del suo carattere, dei suoi comportamenti e del suo stesso intelletto è influenzata dall esempio delle persone che gli stanno vicino o dai libri che legge (anche se degni di poca stima: vd. nota 9, p. 54). P. 53: dal meccanismo dell imitazione deriva la «dissimulazione della vanità» che tutti fanno, nelle parole e nei fatti, in una società stretta: in essa, anche l uomo più intimamente persuaso della vanità di se stesso e della frivolezza altrui, dell inutilità della vita e delle fatiche, della mancanza di importanza della società stessa, anche il più perfetto filosofo, non può mai fare a meno non solo di dare a intendere agli altri che il mondo valga qualcosa, ma, addirittura all interno di sè, una parte del suo intelletto combatte con l altra, affermando che le cose umane meritano pur qualche cura e in questo combattimento vince il tempo e poi ne persuade gli altri a dispetto della sua stessa persuasione. Quindi nella società stretta l immaginazione trova un pascolo e la possibilità di influenzare gli uomini (p. 54). 6 Ritroviamo in queste parole il tema della noia relazionato al vuoto del tempo, tedio della vita che colpisce le classi più abbienti che non devono riempire il tempo con il lavoro. Compagna della noia è la a solitudine: la solitudine, contro quello che si è sempre detto e creduto, nuoce alla morale dell individuo e massimamente se filosofo, perchè egli diventa più riflessivo che mai e vede la frivolezza e la vanità dei comportamenti degli altri uomini. Quindi nella solitudine 1- Le illusioni sociali cessano 2- Sparisce l onore e il dovere non gli sottentra 3- Mancano nella solitudine gli stimoli della passione Di conseguenza, nella solitudine i principi e i fondamenti stabili della morale non solo non risorgono ma, all opposto, ne vengono scacciati (nota 7, p. 48). Peggiore della solitudine è la «dissipazione giornaliera senza società» (p. 54). La solitudine porta l uomo, anche il più disingannato, a immaginarsi le cose che gli sono lontane e a ingrandirle, così il suo animo torna a creare e a formarsi il mondo a suo modo (vd. Heiddegger). Si dà così attenzione ai piccoli oggetti della vita quotidiana che riempiono tutto il tempo e sono quasi d avanzo (p. 55). Ma questa dissipazione è priva dei soccorsi esterni dell immaginazione: come trovare le illusioni fuori della società? (p. 56). Nella nota 10 della stesa pagina Leopardi afferma che la solitudine rinfresca le forze dell anima, ravviva l immaginazione interna e, una volta che ci si è assuefatti a lei, affeziona alla vita e accresce la stima verso gli uomini, il contrario di quanto dice nella nota 7. È evidente che in questo caso si stia riferendo a se stesso (vd. sopra la nota 4). Comunque si tratta di una contraddizione apparente, perchè Leopardi distingue chiaramente tra una immaginazione interna ed una esterna, che si potrebbe definire quasi intersoggettiva, tipica della società stretta. La spiegazione viene dalla nota successiva: la dissipazione annoia più di ogni altra cosa, più della solitudine disoccupata, perchè priva della vita interna. La soluzione è all esterno: la società stretta permette di occupare totalmente il tempo, mentre la vita degli intellettuali italiani che, come si vedrà, non ne partecipano - non è altro che «pura, infinita, profondissima e pesantissima noia, sbadiglio e letargo». 7 Zib., 17 febbraio 1821: «l egoismo è inseparabile dall uomo, cioè l amor proprio. Ma per egoismo si intende più propriamente un amor proprio mal diretto, rivolto ai propri vantaggi reali e non a quelli che derivano dall eroismo, dai sacrifizi, dalla virtù, dall onore, dall amicizia. (...) Ogni così detta società dominata dall egoismo individuale è barbara e barbara della maggior barbarie». È significativo che proprio l egoismo sarà posto da Leopardi come uno degli elementi caratterizzanti i costumi degli italiani. Alla luce di queste considerazioni, si comprende l influenza positiva che la società ha sulle nazioni civili, ben dirigendo e ben impiegando gli impulsi dell amor proprio. 6

7 antica, essa assumeva la forma di desiderio di gloria 8. Ma questa passione è «un illusione troppo splendida e un nome troppo alto perchè possa durare dopo la strage delle illusioni» compiuta dalla ragione disvelatrice, che ha reso manifesto l arido vero della realtà (p. 45). Nel tempo presente, l ambizione produce «un altro sentimento tutto moderno»: l onore (p. 46). Esso spinge gli uomini a ricercare la stima degli altri per essere stimati a loro volta. Ma è a sua volta un illusione, anche se non più grande come la gloria: è un suo surrogato, un sostituto, la sua natura è fredda e rimessa. Risulta però potentissima unita all azione dell opinione pubblica. L opinione pubblica è di niun conto per se stessa e perchè poco o nulla influisce sulla persona, sulla fortuna e sui beni e sui mali, sulla felicità o infelicità dell individuo, ed è cosa di niuna sostanza, e sta più nell immaginazione che nel fatto. (nota 6, p. 46) In più, essa è incerta e senza regola, incostante, varia e mutabile anche nello stesso individuo, però bisogna farne conto, perchè influisce veramente sulla vita dell individuo: ella ha tanta realtà e peso quanto peso gli uomini le danno. Questa stima dell opinione pubblica, così piccola cosa come ella è, basta nelle nazioni civili a rimpiazzare i principi morali perduti presso di loro e soprattutto nelle classi non laboriose ed è sufficiente a servire da legame alla società 9 (p. 47). Così in queste nazioni la società stessa è causa immediata della conservazione di sè medesima (p. 48). 9) Assenza di (buoni) costumi italiani: Per l uso e il dominio degli stranieri, l Italia è, quanto alle opinioni, a livello con gli altri popoli. Queste opinioni, però, operano sullo stato e sulla vita degli italiani in maniera diversa che presso gli altri, per cui essa è, di costumi, notabilmente diversa dagli altri popoli civili (p. 43). Infatti gli italiani dal tempo della rivoluzione in poi, sono, quanto alla morale, così filosofi, cioè ragionevoli e geometri quanto alla cognizione del nudo vero e all abbandono delle credenze antiche almeno quanto le altre nazioni (p. 48). Per questo l Italia è priva come le altre nazioni di ogni fondamento della morale e di ogni vero vincolo e principio conservatore della società (p. 49). Ma, per un complesso di cause - il bel clima, la vivacità degli ingegni, l amore per i divertimenti, ma, soprattutto, la mancanza di un centro della nazione e la conseguente assenza di un pubblico italiano per la letteratura e il teatro - risulta priva non solo di buoni costumi, ma di costumi propriamente tali. Infatti: 1- L Italia è priva della società stretta, cosicchè «il passeggio, gli spettacoli e le Chiese (cerimonie religiose)» costituiscono le uniche occasioni di vita sociale degli italiani, che non amano nè la vita domestica nè la conversazione (privata) (p. 49). Ora, mancando una società che valga a fissare regole di comportamento, non solo non ci sono buone maniere, ma non ci sono nemmeno maniere che possano dirsi italiane, nel senso che ogni italiano fa regola, maniera a sè 10 (p. 50). 2. Per questo gli italiani, soprattutto quelli di mondo, non curano e anzi affettano di disprezzare l opinione pubblica, cioè la stima degli altri: la buna fama giova a poco e la cattiva 8 Sulla nozione di gloria, vd. Zib., 565: le alte civiltà del passato facevano sì che non «mancasse al merito ed alle grandi azioni il premio della gloria, quel fantasma immenso, quella molla onnipotente della società». Invece «la gloria d oggidì è posta negli esercizi che nuocciono alla salute, in luogo che una volta era posta nei contrarii. E così per conseguenza si infiacchiscono sempre di più le generazioni degli uomini». (Zib., ) 9 Essa viene definita una piccolissima e freddissima cosa, come l onore era stato definito una illusione fredda e rimessa, perchè «gli uomini politi di quelle nazioni si vergognano di fare il male come di comparire in una conversazione con una macchia sul vestito»: il lusso e la virtù o la giustizia hanno tra loro lo stesso principio (p. 47). Ma bisogna pur confessare che effettivamente lo stato delle opinioni e delle nazioni quanto alla morale è ridotto in questa precisa maniera che il buon tuono è, non solo il più forte, ma l unico fondamento che resti ai buoni costumi (p. 48). Così commenta Placanica a p.169: «dunque, benchè il sentimento dell onore sia, alla fin fine, un illusione come tante, e la pubblica opinione un semplice spauracchio, spesso mutevole e ingiusto, non è men vero che in mancanza di altri principi generali di valutazione, l opinione pubblica è origine di stima nelle società in cui ad essa si dà stima». 10 Le medesime considerazioni vengono esposte in Zib., : «il tuono sociale di questa nazione (l Italia) non esiste: ciascuno ha il suoi. Infatti non v è tuono di società che possa dirsi italiano». 7

8 fama non toglie nulla (p. 51). Quindi se dappertutto la vita non ha, di per sè, un senso e un valore sostanziali, in Italia, poi non ne ha nemmeno in apparenza. 3. In qs nazione - in cui c è grande penuria d industria e di ogni sorta di attività per cui l uomo miri ad uno scopo - lo sguardo della società è ristretto al presente e non si protende verso il futuro: senza aspettativa e senza speranze, l esistenza si rivela una cosa vilissima (p. 52). A p. 48 Leopardi espone un paradosso : se le nazioni civili sono più filosofe nel senso che in loro la scienza filosofica è più sviluppata degli italiani nell intelletto, gli italiani nella pratica sono mille volte più filosofi del maggior filosofo di queste nazioni. Infatti, gli italiani sentono più degli stranieri la vanità delle cose umane e della vita e ne sono più efficacemente e praticamente persuasi (tema del sentire la verità e della persuasione) benchè per ragione la conoscano in generale molto meno (p. 57) Da qs disillusione, applicata al campo della morale, deriva un grave danno ai costumi: la disperazione, il disprezzo e «l intimo sentimento della vanità della vita» sono i maggiori nemici del ben operare, perchè da essi nasce l indifferenza profonda verso se stessi e verso gli altri, il freddo cinismo, il ridere (come derisione) di sè e degli altri. In questo campo gli italiani hanno un ben triste primato: il loro reciproco rapporto si riduce a «continua guerra senza tregua» - tutti sono armati e combattono contro ciascuno, non fisicamente come nello stato di natura di Hobbes ma con le armi delle parole - condotta attraverso il motteggio e la denigrazione (p. 60). Inesorabilmente, da una parte ognuno perde la stima degli altri e soprattutto di se stesso, cioè perde quello di cui non c è bisogno - e un uomo senz amor proprio, al contrario di quel che volgarmente si dice, è impossibile che sia giusto, onesto e virtuoso di carattere (p. 60). Dall altra parte da questa inimicizia verso gli altri scaturisce la perversità dei costumi fino ad arrivare a concentrare ogni affetto e inclinazione verso se stessi, il che si chiama appunto egoismo (vd. nota 7) e ad alienarle dagli altri fino a rivolgerle contro di loro, il che si chiama misantropia. 11 Per cui quel poco di società che sussiste in Italia non solo non risulta una buona società, ma è, in definitiva, nemica prima della società: è un mezzo di odio e di disunione e sarebbe meglio che non ci fosse affatto (p. 61). Sarebbe ingenuo credere che nelle altre nazioni la società non abbia di volta per volta i suoi difetti - che poi sono i difetti comuni a tutte le società umane - ma in Italia questi difetti sono più efficaci, più gravi, più estesi, più frequenti, più diffusi, più funesti, e persino più caratteristici (pp. 62-3). Poichè l Italia non possiede i nuovi fondamenti morali conquistati dalla civiltà moderna, e tuttavia ha ormai perduto i fondamenti antichi distrutti dalla stessa civiltà, essa risulta inferiore alle nazioni più incolte di lei - ma che dalla primitività ritraggono una garanzia per la vita morale condotta secondo gli antichi principi - e risulta inferiore alle più colte di lei, perchè in queste la civiltà moderna si è perfezionata con l abbandono della barbarie e delle superstizioni medievali Gli italiani non hanno solidi e coerenti costumi, ma soltanto usanze e abitudini, passivo frutto di assuefazione ai comportamenti altrui, del tutto particolari e indifferenti all opinione pubblica (p. 67). Ne consegue che il livello morale è più basso là dove è più limitata la circolazione della civiltà moderna e della sua cultura. Perciò, contro quel che comunemente si crede, oggi - dopo il trionfo della ragione sulle passioni - la morale è più alta nelle città e nei ceti più elevati, mentre si riscontrano più comportamenti incivili nei paesi di provincia e nei ceti più bassi. La generale mancanza di buoni costumi, anzi la mancanza di costumi propriamente italiani, è causa di cattivi costumi. (p. 68). 10) Accenno di filosofia della storia All interno del Discorso, nelle pp , Leopardi, partendo dal caso particolare della Spagna, opera una digressione come la definisce a p. 67, di filosofia della storia. Si parte, come sempre, dalla dicotomia antichità modernità che si traduce in quella di natura ragione. 11 Sula misantropia vd. Zib., 4428: la mia filosofia non solo non è conducente alla misantropia, come può parere a chi la guarda superficialmente, e come molti l accusano, ma di sua natura esclude la misantropia. 8

9 la ragione in pressoch infinite cose è nemica formale della natura; la ragione è nemica nelle cose umane di quasi ogni grandezza; spessissimo dove la natura è grande la ragione è piccola; (...) quanto crescerà l imperio della ragione, tanto, snervate e diradate le illusioni, mancherà la grandezza degli uomini e dei pensieri e dei fatti. (Discorso di un italiano intorno alla poesia romantica, 1818, non pubblicato) 1) ETA SELVAGGIA Fino a quando l uomo - assai vicino allo stato di natura e cioè fino al tramonto dell età classica - non fu in grado di scorgere, con il lume della ragione, la sua pochezza, limitatezza, precarietà, era felice. (1989, p. 39). La natura instillava nell uomo soltanto cose grandi: sentimenti, passioni, grande capacità immaginativa e quindi illusioni (l immaginazione è la facoltà produttrice delle illusioni). 2) ETA ANTICA Se la preistoria era una età felice ma bestiale e selvaggia, la civiltà mezzana della Grecia e di Roma - in cui si instaura un equilibrio tra ragione e natura - rappresenta non solo il sorgere ma l ideale di civiltà per Leopardi, in quanto non afflitta più dall eccesso di puro egoismo tipico dell uomo non ancora uscito dall infantile ferinità, ma ancora non corrotta dagli eccessi di ragione distruttrice delle illusioni. L amor proprio del singolo elemento ineliminabile nella natura umana poteva riversarsi, per effetto delle illusioni create dall immaginazione, su un oggetto d amore più ampio: la realtà collettiva della patria, mentre l odio veniva incanalato verso il nemico (1989, pp. 47-8). La virtù, sotto forma di eroismo, consisteva nel sacrificarsi per la patria ed era il fine e non uno strumento della vita umana. Ma, con il prevalere della ragione sulla natura, sparì anche la virtù che opera sempre in nome di principi meramente ideali (p. 41): essendo una illusione fra tante, risulta inevitabile che non la si pratichi. Bruto Minore è il primo moderno eroe-vittima della ragione disvelatrice: «O virtù miserabile, eri una parola nuda, e io ti seguiva come tu fossi una cosa: ma tu sottostavi alla fortuna» (Comparazione delle sentenze di Bruto minore e di Teofrasto vicini a morte). Di fronte all incedere sempre più opprimente della ragione, ormai la vanità del mondo è pienamente disvelata e la strage delle illusioni è compiuta. Con il tramonto dell età antica, già il cristianesimo venne a immettere nella coscienza umana la svalutazione e anzi la colpevolizzazione del corpo, del terreno, del naturale. Ma, come si evince da Zib , questa nuova religione era anch essa una illusione con l apparenza di verità, essendo una religione rivelata e quindi ragionevole (1989, p. 43). 3) ETA MEDIEVALE: Con il medioevo inizia il secolo della barbarie, della superstizione, del pregiudizio, della violenza, del dispotismo nemico della virtù. Il rinascimento cercò di ritornare all età antica ma questo era ed è impossibile. Poi «quel tempo che corse da quest epoca sino alla rivoluzione, fu veramente il tempo più barbaro dell Europa civile, dalla restaurazione della civiltà in poi» (Zib., 1101). 4) ETA MODERNA: Leopardi simpatizza per la rivoluzione francese che, «mettendo sul campo ogni sorta di passioni, e ravvivando ogni sorta d illusioni, ravvicinò la Francia alla natura, spinse indietro l incivilimento» (Zib., 2334). La lacuna grave della rivoluzione fu il tentativo di rendere ragionevole e filosofo il popolo, non avendo veduto «che ragione e vita sono due cose incompatibili» (Zib., 358). Questa tremenda contraddizione ha portato al fallimento della rivoluzione. Il secolo presente si presenta come «il secolo della morte» (v. Dialogo della moda e della morte, p. 39, e la sopra citata Canzone ad Angelo Mai), perchè la civiltà moderna e la filosofia «non molto dopo sollevati dalla barbarie, ci hanno precipitati in un altra, non minore della prima; quantunque nata dalla ragione e dal sapere e non dall ignoranza» (Dialogo di Timandro e di Eleandro). Alla domanda di Eleandro «quali altri mezzi o nuovi, o maggiori che non ebbero gli antenati, abbiamo noi di approssimarci alla perfezione?», Timandro risponde:«molti, e di grande utilità; ma l esporgli vorrebbe un ragionamento infinito» (p. 269). Se un ragionamento infinito è impossibile, c è un discorso, per lo meno più lungo, di Leopardi su questo argomento, quello di cui stiamo trattando: quella cosa che è utile per approssimarci alla perfezione è la civiltà moderna: 9

10 il grandissimo e incontrastabile beneficio della rinata civiltà e del risorgimento d lumi si è di averci liberato da quello stato egualmente lontano dalla coltura e dalla natura proprio de tempi bassi, cioè di tempi corrottissimi; da quello stato che non era nè civile nè naturale cioè propriamente e semplicemente barbaro, da quella ignoranza molto peggiore e più dannosa di quella de fanciulli e degli uomini primitivi 12 (p. 65). In generale egli è certo che dopo la distruzione o indebolimento de principi morali fondati sulla persuasione, distruzione causata dal progresso e diffusione dei lumi, si verifica una cosa che, spesso affermata, è stata forse falsa in ogni altro tempo; cioè che nel mondo civile le nazioni, le province città, le classi, gl individui più colti, più politi, sociali, esperimentati nel mondo, istruiti e insomma più civili, sono eziando i meno scostumati e immorali nella condotta, e in parte ancora ne principi, cioè in quei principi di morale che si fondano sopra discorsi e ragioni a tutto umane (p. 69). 11) Sguardo al futuro: Se una società migliore si trova dove c è più cultura e più civiltà, bisogna che la civiltà moderna venga promossa e diffusa con ogni possibile impegno: Del resto la civiltà ripara oggi quanto ai costumi in qualche modo i suoi propri danni, quando ella sia in un certo grado: e però non può farsi cosa più utile ai costumi ormai che il promuoverla e diffonderla più che si possa, come rimedio di sè medesima da una parte e dall altra di ciò che avanza della corruzione estrema e barbarie de bassi tempi. (p. 70) Quale sarà la nazione che dovrà guidare la rinascita europea e promuovere la diffusione della civiltà moderna? La Germania e i paesi settentrionali in generale. Nell antichità il primato spettava agli italiani, che sono più caldi e passionali di natura, ma anche più sensibili e quindi hanno patito di più il disinganno operato dai progressi della ragione: sono raggelati e intorpiditi nell animo. Al contrario i popoli settentrionali, meno inclini al calore e all entusiasmo, hanno meglio resistito alla caduta dell antica tensione ideale (70-71). Da ciò consegue che l Italia - pur essendo gli italiani più filosofi degli altri nella pratica come abbiamo visto - è oggi del tutto priva di una filosofia e di una letteratura proprie, benchè un tempo sia stata all avanguardia proprio in virtù della sua immaginazione. E da ciò nasce anche l indiscussa supremazia del popoli settentrionali che sono divenuti «più caldi di spirito, più immaginosi in fatto, i più mobilie governabili dalle illusioni, i più sentimentali e di carattere e di spirito e di costumi, i più poeti nelle azioni e nella vita, e negli scritti e nelle letterature» (p. 72). In essi si sono innestate le passioni dell età antica e soprattutto l immaginazione, alla quale si deve la loro superiorità nella politica, nella letteratura e nella morale (p. 74) 13 : Sembra che il tempo del settentrione sia venuto. (...) E come la detta natura e disposizione de tempi moderni non è accidentale, nè sembra poter essere passeggera, così la superiorità del settentrione non è da stimarsi accidentale nè da aspettarsi che passi, almeno in uno spazio di tempo prevedibile. (p. 74) 12 Cfr. con il Parallelo della civiltà degli antichi e di quella dei moderni (frammento del 1829): «considerata l origine e la natura sua, la civiltà moderna è un risorgimento: e gran parte di quello che in questo genere noi chiamiamo acquistare, non è che un ricuperare. La civiltà nostra ha le sue radici nell antica e da questa può tuttavia prendere accrescimento, come può una lingua figlia dalla lingua madre, come la lingua italiana dalla latina». Perchè non vedere questa crescita come un superamento? Perchè i nuovi principi morali moderni frutto della ragione debbono essere inferiori a quelli antichi propri della natura? Età antica ed età moderna sono due epoche diverse e vanno valutate con criteri diversi, aspirare a un ritorno dell antichità potrebbe non solo essere inutile ma addirittura rappresentare un dannoso regresso. 13 Se nello Zibaldone si trova una accusa generalizzata alla filosofia tedesca, nelle pagine finali del discorso si ha quasi una celebrazione di quelle sette e scuole metafisiche, perchè «i tedeschi (...) sono in letteratura e in filosofia e in scienze quel che erano gli antichi appunto, sistematici, romanzieri, settari, immaginatori, visionari» (nota 17, p. 73). La civiltà moderna si presenta come una nuova civiltà mezzana, unendo i progressi compiuti dalla ragione ai benefici dell immaginazione: «la civiltà delle nazioni consiste in un temperamento della natura con la ragione, dove quella, cioè la natura, abbia la maggior parte (...) E un popolo di filosofi sarebbe il più piccolo e codardo del mondo. Perciò la nostra rigenerazione dipende da una, per così dire, ultrafilosofia, che, conoscendo l intiero e l intimo delle cose, ci ravvicini alla natura. E questo dovrebb essere il frutto dei lumi straordinari di questo secolo (Zib., ). 10

11 In questa tensione, in questo verso sguardo indefettibilmente rivolto verso il futuro, in questa accettazione della modernità con la lucidissima consapevolezza dei suoi limiti e dei suoi pericoli, ma nella prospettiva di una più alta e più vera felicità del genere umano da costruire proprio grazie agli strumenti e alle conquiste della modernità attuale, cioè attraverso un uso più implacabile della ragione disvelatrice, sta la grandezza di Leopardi sullo sfondo del pensiero morale e politico del primo ottocento (1989, p. 45). La modernità non viene rifiutata non solo nel senso che è un dato ineluttabile, ma perchè Leopardi si riserva di prospettare gli elementi positivi della modernizzazione - soprattutto il benessere, la cultura e la tolleranza, divenuti patrimonio meglio posseduto e più omogeneamente diffuso - dopo averne ampiamente dimostrato le componenti negative come la strage delle illusioni. E questa nuova civiltà non è chimerica ma è già iniziata al tempo di Leopardi (p. 111). E si può dire che la sua speranza 14 oggi si sia realizzata. Possiamo concludere con le parole di Placanica a p. 108 che si ricollegano alla introduzione: per Leopardi l etica è l unica vera risposta alla nullità dell essere, un essere che agli occhi della conoscenza appare assolutamente dispiegato e conosciuto. È così che il discorso viene a costituire il saldo manifesto della metafisica dei costumi immaginata da leopardi come fondamento sostanziale del suo sistema esso, più che ogni altra idea o scrittura, stabilisce la validità di un Leopardi filosofo. 14 Sulla speranza vd. Dialogo di Timandro e di Eleandro, p. 268: «questa speranza è di non piccolo giovamento a cagione delle imprese e operazioni utili che ella promuove o partorisce». 11

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