Moneta di carta e banche di emissione

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1 Moneta di carta e banche di emissione di Sergio Cardarelli 88 Album della Banca Nazionale Segretario generale e capi divisione (Roma, Archivio storico Banca d Italia). Oggi paghiamo la maggior parte dei nostri acquisti quotidiani con speciali pezzi di carta (le banconote), posti in circolazione da uno speciale tipo di banche (le banche di emissione, o banche centrali). Come sono nate e come si sono affermate nell Italia dell Ottocento le banconote e le banche di emissione? E soprattutto: quali sono i nessi con le vicende dell unificazione nazionale? Dopo i lunghi secoli di depressione economica seguiti alla caduta dell Impero Romano, il primo embrione di attività bancaria cominciò a sorgere in Occidente dopo l anno Mille, per effetto della ripresa dell attività economica e del commercio tra le varie regioni d Europa. La prima figura che comparve fu quella dei campsores o cambiavalute, che svolgevano le due funzioni fondamentali richieste dagli operatori economici del tempo: il cambio delle monete e il trasferimento dei fondi da un luogo all altro nel modo meno rischioso possibile. La necessità del cambio nasceva dalla nuova situazione monetaria che si era andata affermando in Europa. Per secoli erano circolati solo denari d argento che, col tempo, avevano perso valore e si erano deteriorati. Le nuove esigenze dell economia portarono prima a coniare monete d argento più pesanti (i cosiddetti grossi) e poi, dopo la metà del Duecento, a riprendere la coniazione delle monete d oro (il genovino, il fiorino e il ducato, che furono le monete forti dell epoca). Presero dunque a circolare contemporaneamente piccoli e grossi denari d argento e monete d oro e la loro parità con la lira (con la quale continuavano ad essere espressi i prezzi secondo la formula: 1 lira = 20 soldi = 240 denari) variava frequentemente. Di qui il rilievo assunto dall attività di cambio. Ma l importanza dei cambiavalute non si limitava ad agevolare il sistema dei pagamenti: essa si estendeva anche al finanziamento del commercio internazionale attraverso lo strumento della lettera di cambio, in sostanza una cambiale tratta, che consentiva di effettuare pagamenti a distanza senza rischiose movimentazioni di moneta metallica. La lettera di cambio fu la maggiore innovazione finanziaria del tempo; essa ha attraversato i secoli ed è tuttora uno strumento importante dell attività economica. Col tempo i cambiavalute furono affiancati da una nuova figura, quella dei mercanti-banchieri, che diede vita alle grandi compagnie bancarie medievali dedite al finanziamento del commercio internazionale (sempre attraverso lo strumento della lettera di cambio) e ai grandi prestiti. Le più famose compagnie furono quelle dei fiorentini Bardi e Peruzzi, e più tardi quella dei Medici. L Italia (e soprattutto la Toscana) era allora il centro finanziario dell Europa. Firenze cominciò a perdere il primato attorno al a favore di Genova, che dominò incontrastata la finanza europea fino ai primi decenni del Seicento, quando venne soppiantata da Amsterdam. Anche Venezia, prima di Genova, aveva avuto un ruolo di rilievo. Non vanno poi certo dimenticati i Fugger di Augusta, che operarono nel XVI secolo. È importante sottolineare che la funzione principale svolta dai cambiavalute e dalle compagnie bancarie era agevolare il trasferimento di fondi da un soggetto all altro, minimizzando i rischi dell operazione. Essi svolgevano una funzione essenziale per il funzionamento delle economie del tempo, ma non emettevano moneta. Le lettere di cambio erano titoli di credito, non moneta aggiuntiva e sostituivano nella circolazione la moneta metallica. 83

2 Moneta di carta e banche di emissione 84 A partire dalla seconda metà del Quattrocento e soprattutto nel Cinquecento le compagnie bancarie private furono soppiantate da un nuovo tipo di istituzione, il banco pubblico di deposito, che nacque su iniziativa diretta delle autorità soprattutto allo scopo di soddisfare le esigenze delle pubbliche finanze, sempre più rilevanti per le forti spese belliche. I banchi pubblici (fra quelli sorti in Italia vanno ricordati il Banco di San Giorgio a Genova, il Banco di Sant Ambrogio a Milano, il Banco di Santo Spirito a Roma, il Monte dei Paschi a Siena e i vari monti napoletani che dettero poi vita al Banco di Napoli) svolgevano però anche importanti funzioni bancarie. In un epoca di grande disordine monetario originato dalla continua diminuzione del titolo e del peso delle monete ad opera dei sovrani e dalla variazione del rapporto tra oro e argento a seguito dei massicci afflussi, soprattutto di quest ultimo metallo, dall America il ruolo dei banchi divenne essenziale: alle monete che circolavano, il cui valore era di difficile accertamento da parte degli operatori, i banchi pubblici sostituivano la cosiddetta moneta di banco, spesso una mera moneta di conto utilizzata per registrare i depositi dei clienti. La banca appurava il quantitativo effettivo di metallo presente nelle monete versate, lo rapportava al contenuto teorico di metallo assegnato alla moneta di banco ed effettuava la registrazione in tale moneta. Il valore della moneta di banco era rappresentato da un diritto di convertibilità in monete aventi un determinato peso. Tale valore era certificato dalla banca, ente di diritto pubblico che godeva di una larga fiducia. A fronte dei depositi ricevuti, i banchi rilasciavano delle ricevute cartacee, le fedi di deposito o di credito, che potevano girare ed erano generalmente accettate da tutti. I banchi pubblici svolgevano quindi una funzione essenziale per facilitare i pagamenti e agevolare per questa via il commercio, ma neanche loro emettevano vera moneta aggiuntiva. Le fedi di deposito, infatti, erano uno strumento fondamentale per l ordinato svolgimento del sistema dei pagamenti, ma si limitavano, di norma, a sostituire nella circolazione quella metallica depositata dai clienti. Verso la fine del Seicento le esigenze monetarie dell economia, anche a seguito dello sviluppo economico innescato dalla Rivoluzione industriale, crebbero notevolmente, e non fu più possibile soddisfarle col solo stock metallico, che ormai aumentava molto lentamente per l inaridirsi del flusso di metalli preziosi proveniente dall America. Erano maturi i tempi per un ulteriore innovazione finanziaria, il biglietto di banca, che fece fare al sistema finanziario un vero salto di qualità. Questo mezzo di pagamento era emesso da un nuovo istituto, la banca di circolazione, poi denominata di emissione. Oltre a operare sul mercato come le altre banche, questa aveva il privilegio di emettere biglietti, una passività che poteva essere creata non solo a fronte dei depositi ricevuti ma anche dei prestiti concessi. Non è questa la sede per una disamina puntuale delle complesse vicende della nascita e della diffusione universale della moneta cartacea che oggi conosciamo; qui interessa invece mettere in evidenza gli aspetti teorici realmente innovativi del nuovo strumento. Anzitutto va sottolineato che, essendo a taglio fisso e al portatore, il biglietto di banca era uno strumento molto più comodo della lettera di cambio o della fede di credito e non c era bisogno di apporre girate quando veniva ceduto in pagamento. In secondo luogo, e qui sta la vera innovazione, Ritratto di Francesco Datini, Palazzo del Comune, Prato (The Bridgeman Art Library). Francesco di Marco Datini (Prato, ) è stato un mercante-banchiere italiano che si arricchì commerciando lana verso Roma e Avignone. La sua compagnia bancaria divenne una delle più importanti del Trecento.

3 Moneta di carta e banche di emissione Scuola italiana, Ritratto di Giovanni di Bicci de Medici, Collezione privata (The Bridgeman Art Library). Giovanni di Bicci de Medici (Firenze, ) fondò nel 1397 il Banco de Medici, che nel corso del XV secolo divenne una delle più rilevanti banche d Europa. 91 In alto: lettera di cambio scritta a Firenze il 4 agosto 1385 e inviata da Rinieri Filippo e Luca di Piero ad Altoviti Bindo di messer Arnaldo ad Avignone, Prato, Archivio di Stato, Datini. Carteggio ricevuto dal fondaco di Avignone, , n / (su concessione del Ministero per i Beni e le Attività Culturali. Aut. n. 10/2011 Archivio di Stato di Prato). 92 In basso: lettera di cambio scritta ad Ancona il 2 marzo 1818 per 4000 lire di Milano (Roma, Banca d Italia, Servizio Segretariato). la banca di emissione metteva in circolazione un quantitativo di biglietti molto maggiore della riserva metallica presente nelle proprie casse, fidando nel fatto che, in tempi normali, solo una piccola frazione delle banconote era presentata giornalmente agli sportelli per essere cambiata in moneta metallica, mentre la maggior parte dei biglietti restava in circolazione. Il biglietto di banca non era quindi un sostituto della moneta metallica, ma vera moneta aggiuntiva, e la banca che lo emetteva non si limitava a rendere più efficiente la moneta metallica in circolazione, come era stato generalmente per i banchi pubblici di deposito, ma creava essa stessa moneta. Ovviamente la chiave di volta del sistema, in un regime di moneta fiduciaria, stava nella capacità della banca emittente di assicurare in ogni momento la convertibilità dei biglietti in moneta metallica. Col tempo il biglietto di banca ha perso le caratteristiche di moneta fiduciaria: attualmente esso è una moneta puramente convenzionale, il cui valore è totalmente svincolato dalla presenza di metalli preziosi a coper- 85

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5 Moneta di carta e banche di emissione Fede di credito del Banco delle Due Sicilie, emessa a Napoli il 16 febbraio 1816 (Roma, Museo della Moneta, Banca d Italia). 94 Prima pagina del Regolamento interno della Banca di Genova, 1845 (Roma, Archivio storico Banca d Italia). tura, ed è garantito solo dal fatto di essere riconosciuto come moneta a corso legale in un determinato Stato. La prima banca di emissione fu la Banca di Stoccolma, istituita nel 1668, seguita poi dalla Banca d Inghilterra, fondata nel 1694 nel paese che, nei due secoli seguenti, sarebbe diventato la guida dell economia mondiale. In Italia occorrerà attendere ancora un secolo e mezzo per vedere sorgere la prima banca di circolazione autorizzata a emettere biglietti: fu la Banca di Genova, istituita nel 1844 nel Regno di Sardegna, che cinque anni dopo, nel 1849, si fuse per iniziativa di Cavour con la Banca di Torino, appena fondata, dando vita alla Banca Nazionale. Alla vigilia dell Unità, nella penisola esistevano numerose banche di emissione che generalmente operavano in regime di monopolio all interno dei vari stati: la Banca Nazionale nel Regno di Sardegna; la Banca Parmense nel Ducato di Parma; lo Stabilimento Mercantile di Venezia in Veneto; la Banca delle Quattro Legazioni nei territori pontifici dell Emilia Romagna; la Banca Nazionale Toscana e la Banca Toscana di Credito (autorizzata ma non ancora operante) nel Granducato di Toscana; la Banca dello Stato Pontificio (poi ribattezzata Banca Romana dal 1870) nel territorio laziale; il Banco di Napoli e il Banco di Sicilia nel Regno delle Due Sicilie. È da notare che la forma giuridica dei due banchi meridionali era diversa da quella delle altre banche: essi erano infatti enti morali e non società per azioni, emettevano fedi di credito all ordine e non ancora veri e propri biglietti e, diversamente dalle altre, non erano banche di nuova costituzione ma le eredi dirette dei banchi pubblici rinascimentali. I biglietti che allora circolavano erano di taglio elevato, non servivano dunque per le transazioni quotidiane, e rappresentavano una quota minima dei mezzi di pagamento (meno del 9 per cento, che arrivava al 22 per cento tenendo conto delle fedi di credito dei due banchi meridionali). Dopo l Unità, nonostante una chiara preferenza del governo per l opzione monopolista testimoniata da alcuni progetti di fusione tra le banche di emissione per azioni, che si esaurirono senza successo nel primo quinquennio non si arrivò ad accentrare l emissione dei biglietti in un unico istituto. Prevalse soprattutto l esigenza di evitare contrasti con i gruppi politici meridionali e toscani, tendenzialmente favorevoli alla sopravvivenza delle banche locali. Si affermò quindi, di fatto, un sistema di emissione pluralistico, basato sui maggiori istituti di emissione già esistenti, che era anche quello preferito dalla maggioranza del Parlamento. Accanto alla Banca Nazionale (dal 1866 denominata nel Regno d Italia ) restarono in piedi le due banche toscane e i due banchi meridionali. Ad esse si aggiunse, dopo il 1870, anche la Banca Romana. Il governo aveva comunque bisogno di un grande e solido istituto su cui contare per le sue esigenze finanziarie, che fosse anche in grado di contribuire all unificazione del mercato nazionale. Alla Banca Nazionale fu quindi consentito nel 1861, prima della proclamazione del Regno d Italia, di incorporare le banche di emissione più piccole (la Banca Parmense e la Banca delle Quattro Legazioni) e soprattutto ne fu agevolata l espansione territoriale, che assunse nel primo decennio del Regno un ritmo vertiginoso (le sue dipendenze passarono da 8 nel 1860 a 29 nel 1862, a 45 nel 1865 e a 67 nel 1870). Alla fine di quel periodo, la Banca Nazionale nel Regno era l unico istituto presente su tutto il territorio nazionale; i suoi biglietti circolavano in tutto il paese, mentre la 87

6 Moneta di carta e banche di emissione 88 diffusione di quelli delle altre banche era circoscritta ad ambiti locali. L opportunità per il governo di poter contare su una grande banca di emissione nazionale fu evidente nel 1866, in occasione della Terza guerra d indipendenza. Per far fronte alle spese belliche il governo negoziò un rilevante prestito con la Banca Nazionale, che in cambio ottenne per i suoi biglietti il privilegio del corso forzoso (tutti erano obbligati ad accettarli in pagamento, senza che essa fosse tenuta a convertirli in moneta metallica), mentre i biglietti delle altre banche restavano a corso fiduciario. La circostanza ebbe naturalmente l effetto di favorire ulteriormente la Banca Nazionale nel Regno, che incorporò anche lo Stabilimento Mercantile di Venezia dopo la fine del conflitto e l annessione del Veneto. Per effetto di tutte queste circostanze la Banca Nazionale nel Regno assunse una posizione assolutamente dominante nei confronti degli altri istituti di emissione arrivando a detenere, riguardo alla circolazione dei biglietti, i tre quarti della quota di mercato. È interessante notare che anche in occasione della Prima e Seconda guerra d indipendenza, nel 1848 e nel 1859, la Banca Nazionale aveva concesso un prestito al governo piemontese, sempre ottenendo in cambio il privilegio del corso forzoso per i propri biglietti. Ma in quelle due occasioni dopo pochi mesi si era ritornati al normale regime fiduciario, mentre il corso forzoso introdotto nel 1866 si protrasse per ben 17 anni. Il regime del corso forzoso accordato ai biglietti della Banca Nazionale ebbe anche l effetto di produrre modificazioni sostanziali e durature nel sistema dei pagamenti. Le monete metalliche, che avevano un valore intrinseco, furono in gran parte tesaurizzate e sparirono ben presto dalla circolazione, sostituite dai biglietti di piccolo taglio emessi in tutta fretta dalle banche di emissione ma anche da parte di altri soggetti non autorizzati come banche ordinarie, camere di commercio, società operaie e semplici negozianti. Fu il primo, fondamentale passo per la definitiva affermazione della moneta cartacea, in luogo di quella metallica, per le necessità della vita quotidiana della popolazione. Alla fine del 1874 la quota dei biglietti era arrivata quasi al 60 per cento del totale dei mezzi di pagamento. Nello stesso anno fu varata la prima legge organica dello Stato italiano in materia di emissione dei biglietti, che confermò la facoltà di emissione per le sei banche esistenti, dettando regole precise per l ammontare della circolazione. La legge aveva l obiettivo di porre fine al disordine monetario che aveva caratterizzato il periodo successivo all introduzione del corso forzoso, la cui manifestazione più evidente, come si è accennato, era stata l emissione abusiva di biglietti. La legge mirava anche a parificare la situazione delle banche di emissione, ponendo fine al privilegio di cui aveva sino allora goduto la Banca Nazionale: l emissione delle banconote a corso forzoso venne infatti affidata a un organo di nuova istituzione, il Consorzio fra gli istituti di emissione, a cui partecipavano tutte e sei le banche. Nel 1881 il governo ritenne che fossero maturi i tempi per tornare alla convertibilità e aderire al gold standard. Fu sottoscritto un prestito in oro, garantito da un pool di banche; le operazioni di conversione dei bi Fede di credito a taglio fisso (2 lire) del Banco di Sicilia, emessa il 10 ottobre 1866 (Roma, Archivio storico Banca d Italia). 96 Benvenuto di Giovanni, Le finanze del Comune in tempo di pace e in tempo di guerra, Tavoletta di biccherna. Siena, Archivio di Stato (The Bridgeman Art Library).

7 Moneta di carta e banche di emissione Banconota da 1000 lire della Banca Toscana di Credito per le industrie e il commercio d Italia, emessa il 2 gennaio 1864 (Roma, Museo della Moneta, Banca d Italia). 98 Palazzo Koch, sede centrale della Banca d Italia a Roma. Scalone d onore, 1950 circa (Roma, Archivio storico Banca d Italia). glietti iniziarono due anni dopo, nel 1883, per dar modo alle banche che avevano assunto il prestito di reperire sui mercati esteri la valuta metallica necessaria. L operazione ebbe all inizio un grande successo: i biglietti erano addirittura preferiti alle monete. La massiccia iniezione di liquidità, in gran parte proveniente dall estero, diede così avvio a una rapida e incontrollata espansione del credito, soprattutto verso il settore edilizio e le speculazioni fondiarie. Poche furono però le imprese industriali create grazie alla favorevole congiuntura. Fu un periodo di vera e propria euforia innescata dalla possibilità di rapidi e facili guadagni, che ebbe però una durata molto limitata. Già a partire dal 1887 iniziarono infatti le difficoltà sul mercato fondiario; i crediti esteri furono richiamati e il paese entrò in una crisi gravissima, che ebbe il suo culmine nel biennio Fu un vero e proprio terremoto, che sconvolse l assetto degli istituti di emissione e dell intero sistema bancario italiano. La convertibilità dei biglietti fu di fatto sospesa. Fallirono le due maggiori banche ordinarie e una miriade di istituti minori. Successivamente sorsero le grandi banche miste (Banca Commerciale, Credito Italiano e Banco di Roma), che accompagnarono lo sviluppo economico italiano nei decenni successivi. Per quanto riguarda l emissione si dovette constatare il fallimento definitivo del sistema pluralistico quale si era andato configurando nel trentennio postunitario: ad alimentare la crisi aveva contribuito in modo rilevante sia l intensificata concorrenza tra le banche di emissione sia l incapacità governativa di dettare regole chiare in materia di entità della circolazione e di rapporti tra le banche stesse. Il governo ne dovette prendere atto e nel 1893 ridisegnò il sistema dell emissione: la Banca Romana fu messa in liquidazione e le tre società per azioni (Banca Nazionale nel Regno, Banca Nazionale Toscana e Banca Toscana di Credito) si fusero per dare vita alla Banca d Italia, che rimase comunque una società per azioni di diritto privato. I due banchi meridionali sopravvissero come banche di emissione fino al 1926, ma in una posizione subordinata alla Banca d Italia, obbligati com erano ad applicare un tasso di sconto identico a quello dell istituto dominante. La Banca d Italia nacque tuttavia gravata da vincoli pesanti. Larga parte del suo attivo era costituita da partite immobiliari di difficile realizzo, effetto della politica di salvataggio delle banche maggiormente coinvolte nella crisi del mercato delle abitazioni. Una parte degli utili inoltre doveva essere destinata alla copertura delle perdite derivanti dalla liquidazione della Banca Romana, compito che era stato assunto dalla stessa Banca d Italia. La situazione migliorò solo nel primo decennio del Novecento, quando la ripresa economica consentì di completare la dismissione delle partite immobilizzate. La Banca d Italia rimase l unico istituto di emissione operante nel paese dal 1926 al 1 gennaio Da allora essa emette banconote in euro, in base ai principi e alle regole fissati nell Eurosistema, al pari delle altre banche centrali nazionali dei paesi che hanno adottato la moneta unica. 89

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9 fabbricare monete e banconote di Massimo Omiccioli 99 Incisione di Dante Paolocci che riproduce in una composizione a piena pagina una serie di fotografie scattate dallo stesso Paolocci alla zecca di Roma, in L Illustrazione Italiana, 1893 (Roma, Biblioteca Paolo Baffi, Banca d Italia). L unificazione monetaria non fu solo questione di leggi da adottare e abitudini da cambiare. Affinché la vecchia moneta scomparisse, bisognava prima di tutto produrre quella nuova. Nonostante le antiche e gloriose tradizioni delle sue zecche, per la coniazione delle nuove monete il nostro paese dovette ricorrere al contributo di imprese private straniere. Lo stesso accadrà per le banconote. L Italia doveva recuperare un forte ritardo industriale: se gli stranieri visitavano il bel paese per l arte e le antichità, gli italiani giravano l Europa per apprendere nuove tecnologie. A iniziare dall Inghilterra, la Rivoluzione industriale inserendo grandi masse di popolazione in un economia di mercato aveva accresciuto il bisogno di moneta, soprattutto di piccolo taglio, che fosse facile da riconoscere e difficile da falsificare. Anche da questa esigenza nacque lo stimolo a uniformare la circolazione monetaria che caratterizzò i paesi avanzati nell Ottocento. La necessità di contrastare la falsificazione, in particolare, si acuiva quando la moneta abbandonava l aggancio con il valore dei metalli preziosi. I nuovi metodi di produzione introdotti dalla Rivoluzione industriale aiutarono a risolvere le nuove esigenze monetarie che essa aveva contribuito a creare, comprese quelle nel campo della lotta alla contraffazione. Sostituirono così anche le durissime punizioni non solo il carcere, ma anche la deportazione e la pena di morte che gli stati avevano spesso utilizzato a questo fine. Alla vigilia dell Unità otto zecche erano attive nei diversi stati italiani: a Torino e Genova, a Milano e Venezia, a Roma e Bologna, a Firenze, a Napoli. Seguendo le vicende politiche degli anni successivi, mentre le zecche di Venezia e di Roma entrarono a far parte dell amministrazione nazionale, rispettivamente, nel 1866 e nel 1870, le altre vi confluirono fra il 1859 e il Nel periodo transitorio l azione dei governi provvisori locali nel campo della coniazione fu limitata e di carattere prevalentemente simbolico. Ebbe però rilievo per la moneta spicciola: le zecche di Milano e Napoli coniarono monete di bronzo per 28 milioni di lire, prevalentemente in pezzi da 5 centesimi. A Milano, per far fronte all emergenza monetaria, fu chiamata a operare la ditta Ralph Heaton & Sons di Birmingham, che vi s installò con propri tecnici, guidati da George Heaton, e propri macchinari, acquistati ad Amsterdam e Parigi, che furono poi venduti allo Stato italiano al termine dei contratti. Nel la società inglese coniò a Milano monete di bronzo per un valore di 16 milioni di lire. In segno di soddisfazione per i servizi resi, Ralph Heaton III ricevette nel 1865 il titolo di cavaliere dell Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro. Dopo l Unità furono mantenute in vita solo le tre zecche principali e più attrezzate: Milano, Napoli e Torino. Dopo che un precedente provvedimento aveva affidato a ditte francesi l appalto della monetazione a Napoli e Milano, alla fine del 1861 la gestione di tutte le zecche fu affidata alla Banca Nazionale, che iniziò a esercitarla da settembre del 1862 sino al Nel 1870 la monetazione fu concentrata presso lo stabilimento tecnicamente più avanzato, la zecca di Milano, alla quale si aggiunse poco dopo quella di Roma, che venne tuttavia amministrata direttamente dallo Stato. Nel 1892 la zecca di Milano, sostanzialmente inattiva già dal 1875, fu ufficialmente soppressa e la fabbricazione di monete fu accentrata a Roma. Con il trasferimento della capitale, l opificio della vecchia zecca pontificia, collocata nei pressi dei giardini vaticani, era divenuta la sede della zecca del regno. Agli inizi 91

10 fabbricare monete e banconote del Novecento si lavorò alla costruzione del nuovo stabilimento nel quartiere Esquilino, nei pressi del Ministero del Tesoro e vicino alla ferrovia, che fu inaugurato nel Immagini della vecchia zecca di Roma ce le ha lasciate un testimone privilegiato della Roma umbertina: Dante Paolocci, pittore, illustratore e fotografo, che fu inviato speciale da Roma de L Illustrazione Italiana. Sulla rivista dei fratelli Treves, Paolocci pubblicò nel 1893 una serie di disegni che illustravano le varie fasi della produzione delle monete. Nove anni dopo, su una nuova rivista degli stessi editori milanesi, Il Secolo XX, furono invece le sue fotografie a raccontare le stesse fasi delle lavorazioni nella zecca romana. In quelle foto e in quei disegni vediamo come lavorava una zecca tardo-ottocentesca, dalla fusione dei metalli alla laminazione, dal taglio dei dischi di metallo (tondelli) alla coniazione, sino alla selezione e contazione finale delle monete. Se a quelle illustrazioni avviciniamo l incisione di una zecca medievale, possiamo riconoscere facilmente le stesse fasi produttive e misurare per ciascuna di esse i cambiamenti tecnologici intervenuti nell arco di quattro o cinque secoli. Nel Medioevo la laminazione avveniva martellando un sottile pezzo di metallo sino a ottenere lo spessore desiderato; con grandi forbici si ritagliavano i tondelli secondo il peso, la dimensione e la forma appropriati. Seguiva poi la fase della coniazione, con la quale le immagini prescelte per contrassegnare la moneta realizzate in negativo su speciali punzoni metallici, detti appunto conii erano trasferite sui dischetti di metallo. Come nell antichità, la tecnica era quella della coniazione manuale a martello: i tondelli erano posti fra due conii e col- 100 Leonhard Beck, Come il giovane Re Bianco divenne esperto nell arte della monetazione. Incisione da Der Weisskunig, (Staatsgalerie Stuttgart, Leihgabe der Freunde der Staatsgalerie. Foto: Staatsgalerie Stuttgart). L incisione illustra tutte le fasi di lavorazione di una zecca medievale: la fusione del metallo, la laminazione, il taglio dei dischetti di metallo, la coniazione a martello Sala di coniazione. Fotografia di Dante Paolocci in Matteo Pierotti, Nel regno dell oro, dell argento e del nikel. La Zecca di Roma, in Il Secolo XX, 1902 (Roma, Biblioteca Paolo Baffi, Banca d Italia).

11 fabbricare monete e banconote Macchina per la coniazione dell argento. Fotografia di Dante Paolocci in Matteo Pierotti, Nel regno dell oro, dell argento e del nikel. La Zecca di Roma, in Il Secolo XX, 1902 (Roma, Biblioteca Paolo Baffi, Banca d Italia). pendo con un martello il conio superiore si imprimeva l immagine richiesta su entrambi i lati. Era un processo lento e faticoso, che produceva spesso monete eterogenee nella forma, con immagini scarsamente nitide e non sempre centrate. Anche se le prime innovazioni nelle tecniche di coniazione, sviluppate nel campo della fabbricazione delle medaglie, ebbero luogo proprio in Italia, i cambiamenti più significativi furono realizzati intorno al 1550 fra il sud della Germania e la Svizzera, da dove si diffusero poi in tutta Europa. Furono due i metodi sviluppati per la coniazione meccanica delle monete: il primo si avvaleva di due cilindri, sui quali erano incisi i conii, che laminavano e coniavano allo stesso tempo; l altro utilizzava invece un torchio a bilanciere, o pressa a vite. In questo caso il meccanismo si basava su una grande vite verticale, che ruotava per effetto delle due sfere di piombo poste alle estremità dei bracci del bilanciere, acquistando energia che si scaricava sul dischetto metallico collocato fra i due conii. Fu quest ultimo metodo infine a prevalere. Dovette però trascorrere più di un secolo perché la coniatura meccanica, che garantiva una migliore qualità delle monete, fosse introdotta nelle maggiori zecche europee. Mentre il torchio per la coniazione era azionato dagli uomini, altre macchine, mosse dalla forza dei cavalli o dell acqua, erano utilizzate per la laminazione. Fu l inglese Matthew Boulton, socio di James Watt, ad applicare per la prima volta, nel 1786, la forza del vapore al processo di coniazione. Due anni dopo fondò la zecca di Soho, nei pressi di Birmingham, che divenne la maggiore impresa privata in questo campo. Proprio all asta nella quale erano stati venduti gli impianti della Soho Mint fondata da Boulton, la Ralph Heaton & Sons aveva acquistato, nel 1850, le sue prime presse per la coniazione. La macchina di Boulton e Watt permetteva di produrre abbondante moneta metallica di piccolo taglio, difficilmente falsificabile. I motori a vapore, tuttavia, non si adattavano facilmente ai meccanismi del vecchio torchio a bilanciere. Nel 1817 il tedesco Dietrich Uhlhorn inventò una pressa a leva più adatta allo scopo. La sua macchina poteva coniare monete al minuto, secondo la dimensione delle monete. Dal 1840 Uhlhorn costruì presse per le zecche in molte città europee, da Stoccolma a Napoli. Il metodo fu perfezionato da Pierre-Antoine Thonnelier in Francia nel 1834: la sua pressa entrò in uso a Filadelfia nel 1836, a Parigi nel 1845; nella seconda parte del XIX secolo, quando ormai si era diffusa in tutta Europa, poteva coniare fra le 60 e le 120 monete al minuto. Queste erano le tecniche di coniazione utilizzate al momento dell Unità e nei decenni successivi, che troviamo descritte nelle foto e nei disegni della zecca di Roma realizzate da Dante Paolocci. Al centro della sala di coniazione, tuttavia, vediamo ancora una pressa a bilanciere settecentesca, risalente agli anni del pontificato di Clemente XII ( ), che veniva ancora utilizzata per la coniazione di medaglie. Se il primo grande sforzo produttivo dell Italia unita in campo monetario si concentrò negli anni immediatamente a ridosso della Seconda guerra d indipendenza, quando venne introdotta la lira, il secondo momento di difficoltà produttiva si collocò in concomitanza con la Terza guerra d indipendenza, nel L adozione del corso forzoso comportò diffusi fenomeni di tesaurizzazione e di esportazione delle monete metalliche. Negli 93

12 fabbricare monete e banconote 103 Pressa meccanica a platina Phoenix (Roma, Archivio storico Banca d Italia). Acquistata dalla Banca d Italia nel 1897 dalla ditta J.G. Schelter & Giesecke di Lipsia. Con la nascita della Banca d Italia (1893) si iniziò a progettare una nuova officina per la produzione dei biglietti, fornita di nuovi macchinari e in grado di gestire l intero ciclo della produzione della banconota. 104 Banconota da 10 yen, Diritto e rovescio. ( Currency Museum, IMES, Bank of Japan). Per sostenere lo sviluppo industriale, il Giappone aveva adottato il modello americano di sistema bancario del National Banking Act (1864), con banche in grado sia di emettere banconote sia di raccogliere depositi. Tutti i biglietti emessi dalle 153 banche nazionali erano uguali per forma e disegno, escluso il nome della banca. Stampati negli Stati Uniti, somigliavano fortemente ai greenbacks. 105 Banconota da 10 lire della Banca Nazionale nel Regno stampata dall American Bank Note Company di New York (Roma, Museo della Moneta, Banca d Italia) Banconota da 10 lire della Banca Nazionale nel Regno con l avvertenza delle sanzioni in cui incorrono i falsari (Roma, Museo della Moneta, Banca d Italia).

13 fabbricare monete e banconote scambi quotidiani le monete metalliche furono rapidamente sostituite dalle banconote: se al momento dell Unità costituivano meno del 10 per cento della circolazione complessiva, alla fine del 1866 ne rappresentavano già oltre il 40 per cento. Ma ciò non avvenne senza crisi e problemi. Zecche estere vennero nuovamente in soccorso del governo italiano. Fra il 1866 e il 1868, la Ralph Heaton & Sons coniò presso la propria fabbrica di Birmingham circa 90 milioni di pezzi da 10 centesimi: questa volta, in riconoscenza dei servigi prestati, fu George Heaton a ricevere la nomina a cavaliere dell Ordine della Corona d Italia. Altri quantitativi di monete furono coniati dalle zecche di Parigi, Strasburgo e Bruxelles. L adozione del corso forzoso, d altra parte, aveva colto la Banca Nazionale impreparata. Le sue scorte di biglietti erano scarse, poiché sembrava ormai imminente la fusione (che invece non si realizzò) con le banche di emissione toscane, che avrebbe comportato il rinnovo dei biglietti. Era inoltre completamente sprovvista di banconote di piccolo taglio, poiché per statuto non poteva emettere biglietti di importo inferiore a 20 lire. Per tamponare la crisi, il governo fu costretto a mettere in circolazione 30 milioni di marche da bollo a corso obbligatorio, prodotte dall Officina Carte Valori Governativa di Torino e immediatamente contraffatte dai falsari. Non potendo sopperire alle richieste di nuovi biglietti con i propri mezzi, la Banca Nazionale provò a far stampare dall Officina governativa anche un nuovo biglietto da 10 lire. L estrema semplicità della sua realizzazione per la quale furono utilizzate la carta filigranata dei francobolli e l immagine del re impressa sulle marche da bollo da una lira determinò anche in questo caso una diffusa falsificazione: a settembre del 1870 più di 6,5 milioni di esemplari erano già stati ritirati e dati alle fiamme. La Banca Nazionale si rivolse allora all American Bank Note Company di New York, sorta nel 1858 dalla fusione delle nove maggiori imprese americane del settore e all avanguardia nella tecnologia della stampa dei biglietti. Quando nel 1862 il Tesoro degli Stati Uniti aveva iniziato a stampare direttamente i biglietti che emetteva (chiamati comunemente greenbacks, perché avevano il retro stampato in verde), le imprese private americane avevano iniziato a cercare nuovi mercati all estero. L American Bank Note Company produsse 2 milioni di banconote da 2 lire e da 10 lire: anche se riportavano l immagine di Cavour, questi biglietti avevano però l inconfondibile design delle banconote americane. Altri biglietti furono stampati presso lo stabilimento De La Rue di Londra e dalle officine Dondorf & Naumann a Francoforte. La realizzazione di proprie officine, all interno delle quali l intero ciclo di produzione della banconota fosse sotto controllo, era l aspirazione di tutte le banche di emissione. Così avveniva, ad esempio, in Inghilterra, Francia, Belgio e Austria, alle cui officine facevano spesso riferimento banche di emissione europee più piccole. Altre si rivolgevano alle stamperie private più famose, come la Giesecke & Devrient di Lipsia oppure la Bradbury Wilkinson & Co. di Londra, alla quale si appoggiavano anche le banche di emissione italiane, eccezion fatta per la Banca Nazionale. L esigenza di dotarsi di una propria officina era stata avvertita dalla Banca Nazionale sin dai primi momenti successivi all unificazione italiana, ma ormai non era più rinviabile. Sino allora, poiché intratteneva tra- 95

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15 fabbricare monete e banconote 107 Campione di tinta di sicurezza. Prova realizzata per i biglietti consorziali (Roma, Archivio storico Banca d Italia). Circolanti a corso forzoso, i biglietti consorziali furono emessi per conto dello Stato, dal 1874 sino al 1881, dai sei istituti di emissione italiani, riuniti in consorzio in base alle disposizioni della legge bancaria del Specimen di banconota prodotta dalla ditta Bradbury Wilkinson & Co. di Londra, 1898 (Roma, Archivio storico Banca d Italia). dizionalmente rapporti privilegiati con la Banque de France, la Banca Nazionale aveva prodotto i propri biglietti avvalendosi di tecnologie, ditte e maestranze francesi. La ditta Saunier di Parigi era il punto di riferimento principale per tutte le operazioni riguardanti il disegno e la stampa dei biglietti. Solo la fase terminale della stampa avveniva presso la sede di Genova, dove i torchi erano gestiti da personale addestrato dai francesi. La carta era fornita dalle Papeteries du Marais et de Sainte-Marie, che rimasero i fornitori privilegiati della Banca Nazionale sino alla nascita della Banca d Italia nel 1893, quando il governo decise che dovesse avvalersi esclusivamente di carta prodotta in Italia. Molti dei nomi di ditte che abbiamo incontrato li ritroviamo nella relazione che Marco Minghetti, futuro ministro e presidente del Consiglio, aveva redatto nel 1855, al termine di un lungo viaggio in Europa compiuto per conto della Banca delle Quattro Legazioni per studiare la produzione della cartamoneta, le tecnologie impiegate per l incisione delle matrici, i metodi per contrastare la contraffazione delle banconote, i costi di produzione. Visitò banche, stamperie e opifici in molti paesi europei (Francia, Inghilterra, Belgio, Regno di Sardegna, Scozia, Irlanda), raccogliendo informazioni e notizie di prima mano. Letterato, economista, ma anche studioso di scienze, Minghetti non era certo sprovveduto per comprendere la diversità fra i procedimenti che gli venivano proposti, ma le innovazioni in campo tecnologico richiedono tempo per affermarsi. Forse per questo non si avvide della novità costituita dal cliché per la stampa dei biglietti inventato dall americano Jacob Perkins, che nel 1819 si era trasferito a Londra per offrire la sua invenzione alla Bank of England (la quale, d altra parte, l aveva rifiutata). Scrisse Minghetti nel suo rapporto: «Rispetto alle vignette gli artisti sono molti, e pretendono di avere ottenuto gran precisione. Tra gli altri la casa Perkins Bacon 97

16 fabbricare monete e banconote & L. De Nicolas in Londra (69 Fleet Street) assume di offrire tali garanzie contro la falsificazione che nessun altra casa in nessun altro luogo può dare: ma io non so bene quali siano queste garanzie». Il metodo tradizionale per stampare le banconote era molto semplice e si basava su un cliché di rame, su cui era impresso il disegno secondo l antica tecnica dell incisione della vignetta, e su una pressa rotante. Il cliché, che trasmetteva il disegno sulla carta, dopo la stampa di un certo quantitativo di banconote doveva essere rifatto. Le riproduzioni erano spesso diverse dagli originali e anche le banconote prodotte avevano caratteristiche differenti: una manna per i contraffattori! Jacob Perkins sviluppò una qualità di acciaio dolce, più facile da incidere, che poteva essere temperato dopo l incisione. Fu un innovazione fondamentale, perché le matrici in acciaio duravano molto più a lungo di quelle in rame e l incisione delle matrici era la parte più difficile e costosa della produzione delle banconote. Attraverso una macchina apposita, inoltre, lo stampo originale poteva essere utilizzato per produrre innumerevoli lastre da stampa identiche all originale. Le matrici in acciaio, infine, consentivano l incisione meccanica di intricati disegni geometrici, impossibili da riprodurre. Torniamo però alla Banca Nazionale, alle prese con la necessità di produrre banconote affidabili dopo il corso forzoso. Poiché l American Bank Note Company non intendeva esportare i processi di creazione dei cliché in acciaio fuori delle proprie officine, la Banca si rivolse agli stabilimenti di B. Dondorf e F. List a Francoforte, noti anch essi per i loro sistemi avanzati. Fu così che alla fine del 1867 fu stipulata la convenzione con la quale la Banca Nazionale nel Regno d Italia, «al fine di contrapporre alla contraffazione le più grandi difficoltà che l arte e la scienza suggeriscono», accettò i progetti definitivi per i nuovi biglietti realizzati da Dondorf & List, i quali s impegnarono ad addestrare personale italiano, con il cui concorso «fondare ed avviare un nuovo stabilimento tipografico e calcografico a Firenze, specializzato specificatamente per questo». Nel febbraio del 1868 un gruppo di incisori e tecnici italiani prese la via di Francoforte: fra loro vi era Album della Banca Nazionale Impiegati in missione a Francoforte (Roma, Archivio storico Banca d Italia). 110 Banconota dell imperatrice Jingu, 1883 ( Currency Museum, IMES, Bank of Japan). Primo esempio di banconota giapponese con ritratto. Questo biglietto disegnato da Edoardo Chiossone ed emesso per fermare la contraffazione di quelli prodotti in Germania è anche l unico caso di ritratto femminile nella storia della carta moneta nipponica. La raffigurazione, con tratti occidentali, è di fantasia, poiché l imperatrice Jingu era un personaggio leggendario di cui non esistevano immagini Franz Seraph von Lenbach, Ritratto di Marco Minghetti, 1886 (Collezione Banca d Italia).

17 fabbricare monete e banconote 112 Opuscolo pubblicitario della ditta J.G. Schelter & Giesecke di Lipsia. Copertina. (Roma, Archivio storico Banca d Italia). 112 Edoardo Chiossone, un artista e incisore nato ad Arenzano, nei pressi di Genova, che aveva curato il reclutamento delle maestranze. Dopo otto mesi, terminato il periodo formativo, il gruppo tornò in patria per applicare i metodi appresi in Germania all officina in allestimento a Firenze. Chiossone chiese invece di poter rimanere a Francoforte per condurre a termine i lavori per i nuovi biglietti della Banca Nazionale. L impianto delle nuove officine, a Firenze, procedette però a rilento, e Chiossone sospettò che vi contribuisse il desiderio della ditta tedesca di continuare a tener legato a sé il cliente italiano. In contrasto con il progetto iniziale, inoltre, la calcografia veniva sacrificata rispetto alla stampa tipografica (quest ultima usa matrici in rilievo, mentre la prima matrici in cavo). Il metodo tipografico produceva una maggiore povertà delle immagini e affidava principalmente all uso della filigrana il presidio contro i rischi di contraffazione. Chiossone rimase deluso da questi sviluppi, essendosi già schierato, in una lettera del 1867 alla Banca Nazionale, a favore della superiorità della calcografia: «È da essa che si possono ottenere lavori più completi, sia per disegno, sia per condotta meccanica, finezza e varietà di toni». Furono diversi, probabilmente, i fattori che influirono sulla lentezza del progresso italiano nel campo della stampa delle banconote: fra essi, certamente, la molteplicità degli istituti di emissione, che impediva le necessarie economie di scala, un problema che la nascita del Consorzio fra gli istituti di emissione, imposto dalla legge bancaria del 1874, non risolse. Il trasferimento della capitale, inoltre, comportò per la Banca Nazionale anche lo spostamento dell officina per la stampa dei biglietti. Se a questo scopo, già nel novembre del 1870, era stato affittato il pianterreno di Palazzo Ruspoli in via del Corso, è solo nella seconda metà del 1873 che inizia il trasporto dei macchinari da Firenze a Roma; altri traslochi seguiranno negli anni successivi. In questo contesto il rinnovo dei biglietti del avviene ancora con il ricorso a imprese estere. Solo a partire dal 1878 possiamo essere certi di un autonomia, almeno parziale, nella produzione di banconote, ma da una memoria interna della fine del 1885 si evince come i grandi progetti iniziali si fossero ridimensionati. È solo con la nascita della Banca d Italia che si riprende l antico progetto e l opera di modernizzazione degli impianti. Edoardo Chiossone, nel frattempo, anche dopo la rottura dei suoi rapporti con la Banca Nazionale, aveva continuato a lavorare per la ditta di Francoforte, fino agli inizi del 1874, quando si era spostato a Londra, dove entrò in contatto con esponenti del governo giapponese in missione in Europa per studiare i metodi di fabbricazione delle banconote. Anche il nuovo governo Meiji, infatti, stava cercando di uniformare il sistema monetario del paese e aveva attraversato traversie simili a quelle italiane. Chiossone, d altra parte, già a Francoforte aveva lavorato per le prime banconote giapponesi stampate in Germania secondo tecniche occidentali. Fu invitato a trasferirsi in Giappone, dove giunse nel 1875, per lavorare al poligrafico del Ministero delle Finanze. Si dedicò all impianto di una moderna officina per la fabbricazione delle carte valori e addestrò il personale nelle diverse fasi della loro produzione, divenendo anche il ritrattista ufficiale della corte imperiale e acquistandosi la riconoscenza del governo giapponese, che gli tributò benemerenze e onori che aveva sperato di ottenere in Italia. 99

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19 Moneta e politica nel Risorgimento di Luca Einaudi 113 La storia di un franco, in La Rana, 3 maggio 1867 (Collezione privata Luca Einaudi). La lira (franco) ridotta a pochi centesimi (5 centesimi fanno un soldo) da tasse e deprezzamento della cartamoneta dovuta al corso forzoso. Le emissioni monetarie sono sempre state un veicolo privilegiato per trasmettere messaggi politici e affermare la legittimità delle autorità emittenti, soprattutto se appena giunte al potere. Il periodo risorgimentale conferma tale regola e anzi la enfatizza, nei riflessi monetari dei cambiamenti politici radicali che vanno dalla Rivoluzione francese fino al consolidamento dell Italia unita. Per quasi un secolo si alternano frequentemente monarchie di diritto divino, repubbliche aristocratiche, governi provvisori repubblicani o monarchico-costituzionali, con orientamenti federalisti o unitari, fino alla vittoria finale della monarchia unitaria e costituzionale di Vittorio Emanuele II, re eletto grazie ai plebisciti di adesione all Italia unita. Con il Regno di Sardegna come intermediario, la lira italiana introdotta da Napoleone I diventa la moneta del movimento nazionale italiano, che finisce con l imporsi grazie all aiuto determinante di Napoleone III durante la Seconda guerra d indipendenza nel In questo contesto l evoluzione dei sistemi monetari italiani tra il 1796 e il 1894 riflette anche processi internazionali che si sviluppano in parallelo e determinano il destino dell Italia. L unificazione monetaria nazionale (con la legge del 1862) e quella europea (tramite la creazione dell Unione Monetaria Latina nel 1865) accompagnano l introduzione del sistema metrico e della decimalizzazione, creati durante la Rivoluzione francese. Il declino progressivo dell argento come mezzo monetario a favore dell oro è un processo mondiale a partire dal 1850, come pure l ascesa della cartamoneta e delle banche che la emettono. Alla fine del Settecento ancora dodici stati italiani battono moneta, alcuni dei quali in maniera intermittente e quasi solo simbolica (come Massa, Modena o Lucca). Sebbene in molti di questi stati esista la lira come unità di conto, essa ha valore diverso nelle varie località, talvolta anche in differenti aree dello stesso Stato (come a Cagliari e Torino). La vecchia lira piemontese vale 1,18 lire italiane, la lira sarda 1,97, la lira milanese 0,77, quella di Genova 0,825 e così via. Inoltre, al di là delle unità contabili, la difficoltà sta nell uso di diverse monete e unità di misura. I vari sistemi monetari conoscono infinite suddivisioni interne con rapporti complessi. A Roma, ad esempio, la doppia d oro vale 3 scudi d argento, 10 testoni, 30 paoli o giulii, 40 carlini, o 300 baiocchi in rame. I principali pezzi in argento sono le piastre napoletane, i francesconi toscani, i ducatoni o i talleri veneziani e gli scudi romani, piemontesi, milanesi e genovesi, che valgono vari giorni di stipendio. Le monete di rame, maggiormente utilizzate nella vita quotidiana insieme ai pezzi d argento più piccoli, si dividono tra soldi, denari, baiocchi, quattrini o tornesi, a seconda delle località. Se poi si considera che la lunghezza dei tessuti si misura in bracci e palmi a Roma, in piedi e once a Torino, in canne a Napoli, si comprende quanto servissero manuali di centinaia di pagine per portare a termine transazioni transfrontaliere di complessità media. Nel 1796 il passaggio delle Alpi da parte dell armata d Italia di Bonaparte avvia un terremoto monetario che si conclude con la piena unificazione monetaria e dei sistemi di misura dopo l ingresso di Roma nel Regno d Italia nel Le vittorie francesi tra il 1796 e il 1806 rovesciano progressivamente tutti i governi dell Italia continentale, lasciando solo la Sicilia in mano ai Borbone e la Sardegna ai Savoia. In una prima fase nascono le cosiddette repubbliche sorelle (tra cui la Cisalpina, la Romana e la Partenopea), che mantengono i vecchi spezzettati 101

20 Moneta e politica nel Risorgimento sistemi monetari locali, ma introducono i simboli repubblicani, dando un significato rinnovato a immagini preesistenti. Le nuove monete presentano figure allegoriche neoclassiche che calpestano gioghi e corone, berretti frigi simbolo di libertà, fasci repubblicani, livelle per rappresentare l eguaglianza, e cornucopie che promettono futura abbondanza e felicità. Fanno riferimento all immaginario della Roma antica ma anche all ineludibile alleanza con la Francia repubblicana. Spese militari e indennità pagate alla Francia drenano le risorse in oro e argento degli stati italiani; queste vengono sostituite con cartamoneta (biglietti di credito, cedole e assegnati) e con monete a basso tenore di argento e di rame, causando anche l apertura di piccole zecche nell Italia centrale per far fronte alla scarsità di spiccioli. In una seconda fase, avviata dopo la vittoria contro gli austriaci nella battaglia di Marengo nel 1800, Napoleone, diventato padrone assoluto del potere sia a Parigi che a Milano, attua deliberatamente una strategia 114 Cedolini giornalieri del corso dei cambi in varie città italiane e tavola di raffronto tra la moneta francese e parmense (Collezione privata Luca Einaudi). 115 Vignetta raffigurante un cambiavalute, riprodotta sul frontespizio del Manuale de conti fatti delle monete ammesse nella tariffa del Regno, Verona, presso Luigi Mainardi, 1810 (Roma, Biblioteca Paolo Baffi, Banca d Italia).

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