LO SPORT PER TUTTI COME POSSIBILE STRATEGIA DI INCLUSIONE SOCIALE

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1 LO SPORT PER TUTTI COME POSSIBILE STRATEGIA DI INCLUSIONE SOCIALE Indagine condotta sulla Provincia di Torino Novembre 2003 A cura del Prof. Nicola Porro

2 Presentazione E' con riconoscenza e con soddisfazione che, in qualità di direttore del progetto di ricerca, presento questo rapporto conclusivo. Si tratta di un lavoro collettivo, dedicato a un analisi non convenzionale del sistema sportivo territoriale come possibile protagonista di politiche di inclusione. L'indagine, commissionata dalla Provincia di Torino, è stata realizzata da un gruppo di ricerca afferente all'università di Cassino. La nostra riconoscenza va quindi all'amministrazione provinciale, e in particolare agli assessori competenti, dott.ssa Silvana Accossato e dott.ssa Maria Pia Brunato, che hanno voluto raccogliere l'idea di una rilevazione empirica sul fenomeno, la prima del genere prodotta nel nostro Paese, e permetterne la realizzazione attraverso un'indagine condotta sul campo, in stretto contatto con dirigenti, esperti e operatori del settore. La gratitudine del gruppo di lavoro si estende perciò, e non si tratta di un riconoscimento protocollare, ai diversi protagonisti dello sport sociale torinese che hanno messo il loro tempo, la loro pazienza e la loro sensibilità culturale a disposizione dei nostri ricercatori. Se questo lavoro si dimostrerà capace, come speriamo, di produrre esiti scientifici e magari di ispirare qualche possibile traduzione operativa, lo si dovrà principalmente alla loro collaborazione. Mentre solo nostra sarà, come è giusto, la responsabilità di un'inadeguata o imprecisa recezione degli input che hanno inteso trasmetterci. La soddisfazione che voglio esprimere riguarda invece l'approccio metodologico che con questa ricerca abbiamo cercato di inaugurare. Certo non spetta a noi giudicare la qualità del prodotto finale, ma mi sia consentito evidenziare il tratto innovativo del lavoro condotto. Esso è consistito principalmente nel tentativo di integrare e far interagire due diverse tradizioni di analisi. Da un lato, si è fatto ricorso agli strumenti della classica sociologia qualitativa - interviste focalizzate, focus group di valutazione, analisi della cosiddetta letteratura grigia -, cercando di sottrarre la rilevazione al puro assemblaggio dei pur necessari dati statistico-descrittivi. L'idea guida è quella, su cui si è fondata l'emancipazione della sociologia del Novecento dalle discipline strumentali come la statistica e la demografia, che "i dati non parlano da sé". I fatti emergenti dall'analisi descrittiva dei fenomeni, al contrario, vanno sistematicamente interrogati, attingendo a quella fonte primaria che è rappresentata dagli osservatori privilegiati. Dall'altro, si è provato ad applicare al fenomeno sportivo diffuso i metodi propri di quel filone di studi - ispirato alla scienza politica - che va sotto il nome di policy analyis. Con l'obiettivo di individuare, al crocevia fra spontanea espansione della cultura della pratica e dinamiche di riforma della Pubblica Amministrazione, un concreto punto di riferimento per possibili politiche di settore. Sforzandoci di tenere insieme l'interpretazione dei processi e la ricostruzione delle logiche di governo amministrativo - in una stagione di radicali trasformazioni del sistema gestionale pubblico - abbiamo così voluto sperimentare una metodologia assolutamente inedita in Italia. 2

3 Il tentativo, niente affatto accessorio, di sollecitare una riflessione sul tema del governo della complessità e dei suoi strumenti operativi, va del resto molto al di là della specifica tematica sportiva. Ai ricercatori non compete interferire nelle opzioni dei decisori pubblici, del resto sempre più condizionate da costrittivi vincoli di bilancio. Stimolare una riflessione prospettica, segnalare esperienze e possibili percorsi per l'innovazione - consapevoli di non poter fornire altro che ipotesi di lavoro da sottoporre alle impietose verifiche delle compatibilità amministrative - è la sola ambizione della nostra indagine. Rinnovando a nome dell'intero staff di ricerca il ringraziamento e l'apprezzamento per il contributo di tutti gli osservatori privilegiati che abbiamo avuto il piacere di avvicinare, mi sia permesso conclusivamente ringraziare quanti hanno concorso, ciascuno per la propria parte, a realizzare il progetto. Le colleghe professoresse Gabriella Arena e Silvana Casmirri hanno concretamete sostenuto, per conto del mio Dipartimento universitario, il progetto loro sottoposto e le sue traduzioni operative, mettendo a disposizione il prezioso supporto amministrativo della responsabile del settore, dott.ssa Filomena Valente, nonché una indispensabile integrazione finanziaria al nostro budget. La professoressa Giovanna Gianturco, dell'università di Roma La Sapienza, ha curato la strumentazione metodologica dell'indagine qualitativa e la realizzazione di non poche interviste focalizzate. A lei si deve anche la nota metodologica che presentiamo a corredo del lavoro. Le dottoresse Rosanna d'iorio, Paola Pappalardo e Dascia Sagoni, con i dottori Eros Cosentino e Luigi Pietroluongo e con il supporto tecnico-scientifico del Cirsel (Centro Internazionale per le Ricerche sullo Sport E il Loisir), hanno concretamente realizzato buona parte del lavoro di raccolta dei materiali empirici e di elaborazione delle informazioni, nonché la presentazione grafica dei testi. Un sincero ringraziamento, infine, al personale della Provincia di Torino che ha fattivamente facilitato il nostro lavoro e accompagnato con simpatia e disponibilità il nostro tentativo di "immersione" nel contesto locale. Cassino novembre 2003 Nicola Porro 3

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5 Premessa Pensare o ripensare le strategie d intervento dei poteri locali in materia di inclusione sociale appare concettualmente difficile senza preventivamente affrontare la necessità di una ridefinizione del contesto di riferimento. In altre parole: possiamo ancora fare riferimento a nozioni come quelle di città metropolitana, di ente intermedio, di ambito subregionale e tutte le altre che hanno di volta in volta aggiornato il lessico amministrativo della politica? E possiamo ancora sforzarci di analizzare il rapporto fra istituzioni e cittadinanza al di fuori delle trasformazioni intervenute sul terreno della legislazione territoriale? Trasformazioni, va ricordato, che hanno interessato la stessa legge fondamentale dello Stato, con la modifica del titolo V della Carta costituzionale. L attenzione allo sport come nuovo, potenziale diritto di cittadinanza va d altronde intesa come una concreta e innovativa strategia dell inclusione. La quale si rivolge, appunto, a nuovi cittadini della pratica fisico-motoria, cioè a soggetti individuali e collettivi (anziani, immigrati, disabili, giovani a rischio e tutte quelle aree di popolazione esposte al pericolo della marginalità) non appartenenti al classico sistema della prestazione agonistica. Lo sport, cioè, può diventare, come spiega Silvana Accossato, assessore al turismo e allo sport della Provincia di Torino: elemento di socialità e aggregazione delle diverse fasce di età e anche dei territori; delle comunità, dei quartieri, attorno a polisportive, piuttosto che all aperto. Possono nascere aggregazione sociale, interessi condivisi, volontà di partecipazione dei cittadini alla gestione che ovviamente, sono l elemento di miglioramento. I due aspetti della questione - la ridefinizione del contesto e delle strategie di azione dei poteri locali, da un lato, e la sperimentazione dello sport come strategia di inclusione sociale, dall altro - appaiono necessariamente connessi e meritevoli di una preliminare riflessione. Si tratta, insomma, di inserire a pieno titolo lo sport nella cornice delle politiche sociali e di definire più precisamente quale tipo di politiche sociali, orientate all inclusione, possano rientrare nelle competenze e nel raggio d azione dei poteri amministrativi locali. Tenendo d occhio quella complessa dinamica sociologica che interessa non solo la dimensione burocratico e funzionale del problema, ma anche il silenzioso ridisegno dei suoi confini culturali e sociali. Le conclusioni della ricerca che qui proponiamo non hanno, come è ovvio, la pretesa di fornire risposte esaustive e perentorie a questioni tanto delicate e persino controverse, sia sotto il profilo della teoria sociale sia dall angolo visuale della politica istituzionale. L ambizione è piuttosto quella di individuare, circoscrivere ed esplicitare, sulla base delle informazioni e delle testimonianze raccolte con complementari metodi di indagine sociologica, le domande che i poteri locali, nella loro autonoma responsabilità, potrebbero trovarsi di fronte in un breve volgere di tempo. Domande che richiedono strategie di risposta, flessibilità di analisi e costante attenzione ai mutamenti. È questo il possibile contributo che è lecito attendersi dal 5

6 lavoro di ricercatori che non hanno, e non possono avere, la pretesa di sostituire le loro indicazioni alle legittime e sovrane ragioni delle responsabilità politiche. Lo scopo dell indagine è piuttosto quello di fornire stimoli e strumenti scientificamente adeguati all autonoma elaborazione delle strategie politiche degli attori istituzionali. Si tratta ora, perciò, di elencare le questioni cruciali sulle quali soffermeremo la nostra attenzione. 1. Entro quale contesto territoriale di riferimento una strategia pubblica di inclusione attraverso lo sport può trovare senso e prospettiva? Le tradizionali unità amministrative (circoscrizioni, comuni, province, regioni ecc.) coincidono con gli spazi sociali entro i quali possono dispiegarsi efficaci esperienze di attività? 2. A quale configurazione socio-politica è possibile e utile assegnare la pratica sportiva non identificata nella tradizionale attività agonistica di tipo federale (discipline di prestazione assoluta, orientate al primato del risultato tecnico e a un target di potenziali atleti ), o comunque non riducibile ad essa? 3. Quale rete di attori organizzativi istituzioni, sistema dell associazionismo, circuiti informali di varia natura, media sono coinvolti in una politica di settore che aspiri a farsi sistema? Possiamo parlarne come di un terreno privilegiato di sperimentazione del Welfare Mix? 4. In una logica di regolazione a rete, quali dinamiche di governo partecipato (Governance) potrebbero e/o dovrebbero sostituire le tradizionali strategie di pura erogazione di benefici finanziari e strumentali (concessione di impianti, contributi ecc.), che rientrano nella categoria di Government? E quali competenze, risorse e poteri d intervento sono oggi a disposizione degli amministratori chiamati a cimentarsi con la sfida del federalismo? Possiamo descrivere l azione amministrativa rivolta allo sport come espressione di un nuovo approccio, orientato al risultato più che alle procedure, cioè come una delle possibili politiche di seconda generazione? 1. La dimensione sociale dei sistemi urbani e lo sport. Alcuni fra i più acuti analisti dei fenomeni urbani hanno da tempo richiamato l attenzione sulla rottura di quella che Magnier e Russo (2002) chiamano la filiera delle istituzioni di governo territoriali. Nella logica della politica e dell amministrazione europee di matrice ottocentesca, sopravvissuta pur fra molti e non irrilevanti assestamenti sino all ultimo ventennio del XX secolo, le istituzioni sovranazionali, lo Stato Nazione, le regioni (o le entità subnazionali loro corrispondenti), le province (o le entità subregionali loro corrispondenti) e le città si collocavano lungo una sequenza strutturale, che configurava di fatto una gerarchia politico-funzionale. Gerarchia non rigorosamente modellata sullo schema della piramide. Il vero vertice politico era infatti rappresentato dallo Stato Nazione, monopolista nella sfera legislativa e detentore non solo dei poteri materiali (la moneta, il fisco, la forza militare), ma anche delle risorse simboliche capaci di legittimare l azione dei governi locali. Allo stesso tempo, però, sistema di relazioni 6

7 strutturate e interdipendenti, capace di plasmare la stessa percezione dell autorità da parte dei cittadini. Con il tempo, e con un accelerazione crescente a partire dagli anni Ottanta del secolo scorso, quel paradigma si è incrinato sin quasi a spezzarsi. Importanti, al di là degli slogan, sono stati gli effetti del processo di globalizzazione, a cominciare dalla rivoluzione che ha investito il rapporto spazio-tempo con lo sviluppo e la diffusione di massa delle tecnologie della comunicazione. Conseguenze altrettanto rilevanti ha avuto lo stress organizzativo che ha colpito tutti i sistemi a elevata (e crescente) complessità in rapporto al diversificarsi e moltiplicarsi delle domande sociali. Il combinato disposto di simili dinamiche ha rapidamente destabilizzato quel profilo di ruoli, gerarchie e responsabilità che aveva seguito e caratterizzato, in Europa occidentale, l avvento e il consolidamento dello Stato Nazione. Sopravvivendo vittoriosamente a due guerre mondiali, a impetuosi processi di democratizzazione, a trasformazioni significative dei valori e degli stili di vita a livello di massa. A quelle che, con altre parole, sono state definite le diverse e successive ondate della modernizzazione novecentesca. Scrivevano in proposito Ceri e Rossi (1987) alla fine degli anni Ottanta: le industrie e le attività produttive non hanno più bisogno di concentrarsi in determinati luoghi: hanno soltanto bisogno di essere collegate, ma a ciò provvedono le vie di comunicazione e, in misura crescente, le reti informatiche. Anche il potere politico, pur rimanendo localizzato in istituzioni che hanno sede nelle capitali e nelle altre città, pur traendo da questa localizzazione parte del suo residuo significato simbolico, non riveste più un carattere specificamente urbano. I mezzi di comunicazione di massa hanno sostituito il rapporto diretto tra la classe politica e il resto della popolazione, l intervista televisiva ha preso il posto del comizio o dell adunata; mentre l informatica provvede alla raccolta e alla trasmissione dei dati necessari al funzionamento dell apparato amministrativo. La città sta così cessando di essere il luogo del potere non già perché si sia trasferito altrove, ma perché il potere non richiede più un centro fisico in cui insediarsi e da cui espandersi (pp ). A questa rappresentazione del declino della funzione delle città quella che Leonardo Benevolo ha descritto, da urbanista, come entropia della metropoli (la città che non serve più a economizzare tempo concentrando entro uno spazio topograficamente delimitato i gangli delle attività economiche e del potere politico o spirituale, come la chiesa, il municipio e il mercato, bensì a disperderlo, causa la congestione e il collasso indotti dal traffico e dalla pressione antropica) si accompagna la tendenza al traboccamento demografico. Nascono costellazioni urbane e semiurbane nell hinterland, si smarrisce la distinzione città-campagna, le aree rurali non urbanizzate sono fagocitate dall espansione di strutture metropolitane che, a loro volta, riproducono la campagna in forme artificiali. Trasformazioni che interessano da vicino, le une come le altre, le opportunità di pratica sportiva e fisicomotoria. Così come interessano la qualità della vita in senso lato, originando domande inedite di mobilità alternativa (le piste ciclabili), di pratica salutistica (i percorsi vita) o di animazione sociale (le domeniche ecologiche in tutte le loro possibili varianti con il loro contorno di eventi sportivi e parasportivi in ambiente urbano). 7

8 Al gruppo di ricerca che ha condotto questa indagine pare più corretto ed euristicamente convincente assumere, in luogo di definizioni più tradizionali ma meno dotate di potenziale descrittivo (come città o provincia metropolitana), la nozione di sistema urbano in quanto contesto di riferimento analitico. Ciò soprattutto in rapporto a quella dimensione culturale e sociale, evidenziata dalla ricerca, che riguarda lo sport come espressione insieme di antichi bisogni di identità ed espressività (compreso il municipalismo delle tifoserie dei giochi di squadra più popolari) e di nuove esigenze, connesse alla diffusione massiccia della pratica e alle domande di senso individuali e collettive che ad essa si indirizza. Parlare di sistemi urbani, a diversi livelli di interconnessione funzionale con la filiera istituzionale dei poteri (la regione, la provincia, il comune, le circoscrizioni) e a differenti livelli di complessità, consente di meglio cogliere e rappresentare i mutamenti intervenuti in quelle aree del più ampio sistema sociale che la sociologia classica, edificata sul modello ordinatore dello Stato Nazione, impietosamente e sbrigativamente liquidava come Periferia. Al punto che proprio sull opposizione Centro-Periferia la Scienza politica degli anni Settanta aveva costruito una delle principali chiavi interpretative della nazionalizzazione (Rokkan, 1970). Oggi è esattamente il nuovo protagonismo di variegati attori sociali urbani a rendere non più fungibile quel modello. La Periferia si è fatta Centro, rivendicando e spesso ottenendo poteri un tempo monopolizzati dallo Stato Nazione. Nello stesso tempo, però, lo Stato si è fatto Periferia nel contesto di più strutturate e inedite autorità sovranazionali. Se il governo della moneta e il controllo del fisco e della leva militare identificavano simbolicamente i poteri del vecchio Stato Nazione, l Europa della moneta unica, dei vincoli di Maastricht e degli eserciti professionali, cioè un continente in via di integrazione, può davvero definirsi - secondo la felice formula coniata da Jürgen Habermas (1998) - una costellazione postnazionale. Ma nelle trasformazioni che sono intervenute nella sfera politica e istituzionale hanno giocato un ruolo decisivo i mutamenti del costume e della cultura. Nessuna Governance è in grado di sostituirsi efficacemente alle vecchie strutture di Government se la sua concreta strutturazione formale e operativa non intercetta bisogni diffusi e domande di rappresentanza. Se non si misura con il nuovo protagonismo di attori collettivi, i quali non sono necessariamente modellati sui classici paradigmi dell azione istituzionale urbana. I cittadini che fanno sport e che, con diverse motivazioni, attitudini e disponibilità, danno vita a esperienze non solo di pratica, ma di aggregazione sociale (formale o informale), appartengono a questa tipologia di attori. Si devono a loro la proliferazione delle società, la consistente espansione e con essa la prevedibile istituzionalizzazione dell offerta veicolata dalle reti associative, l indubbia rilevanza che lo sport ha acquistato nell agenda politica dei poteri locali, in Italia come in altri Paesi. In un contesto caratterizzato dal declino del ruolo ordinativo del sistema federale di prestazione, dal tracollo finanziario dei concorsi pronostici alla crisi di rappresentatività del Coni. Quelle che si sono modificate, in sostanza, sono le tradizionali modalità di offerta della pratica sportiva italiana. Le turbolenze che hanno interessato le serie maggiori del calcio professionistico alla vigilia dei 8

9 campionati 2002/03 e 2003/04, al di là delle specifiche (e in sé poco edificanti) vicende che hanno evidenziato, costituiscono anche la dimostrazione del collasso di un ormai anacronistico sistema di organizzazione e gestione del grande sport. I cui effetti critici si riverberano sul sistema sportivo tout court, compreso appunto l ambito della pratica amatoriale e dilettantistica. Analizzare il caso torinese alla luce del sistema sportivo urbano significa perciò impegnarsi a far interagire attori e processi, così come ci sono consegnati (1) dalle testimonianze degli opinion leader locali, (2) dall autoriflessione degli attori coinvolti, stimolata attraverso il ricorso ai focus group e (3) dall esame della storia politico-amministrativa, la cosiddetta letteratura grigia che dovrebbe fare da sfondo a ogni indagine di questo genere. Per certi aspetti, ricostruire la storia e le pratiche dello sport locale in un contesto urbano così ricco di cronache e di memorie e insieme così esposto a dinamiche di trasformazioni, significa anche individuare un potenziale punto di osservazione per indagare le più complessive dinamiche socioculturali. Il caso di Torino, ad esempio, è stato a lungo indagato dalle scienze sociali e dagli studi demografici come un caso di declino urbano, così come le ricerche degli anni Settanta e, più tardi, l importante riflessione di Cheshire e Hay (1989) ce lo hanno descritto. Secondo questo approccio, esiste in Europa occidentale una fascia di città di più antica industrializzazione che da Torino e Genova, procedendo verso nord, comprende la Francia nord-orientale, le regioni tedesche della Saar e della Ruhr e l Inghilterra settentrionale, per spingersi sino a Glascow e Belfast. È quella che viene chiamata la striscia del malessere demografico, per quel crescente declino della natalità che, da circa trent anni a questa parte, si accompagna alla contrazione del settore manifatturiero, non compensata dallo sviluppo del settore terziario. Torino e la sua provincia rappresentano però anche un caso che non è del tutto assimilabile a quello della maggior parte dei sistemi urbani sopra elencati. Perché a Torino è attiva, malgrado il declino demografico e il crescente ridimensionamento del settore manifatturiero, una dinamica che andrebbe più propriamente definita di conurbazione. Un sistema, cioè, in cui l agglomerazione urbana possiede leggibili gerarchie interne, come dimostra il fatto che il centro capoluogo conservi un forte potere direzionale anche nella sofferta transizione a un economia di servizi. La città di Torino, in tal senso, assolve virtualmente un ruolo strategico di collegamento e di collaborazione nell ambito della filiera istituzionale dei poteri territoriali. Un importante banco di prova è rappresentato, in tal senso, proprio dalla preparazione di un evento sportivo di prima grandezza e che interessa l ambito provinciale: le Olimpiadi invernali del Afferma Patrizia Alfano, presidente provinciale UISP Torino: Torino, come dire, ha questa caratteristica di città di riferimento di tutta la regione non solo della provincia, è come una regione che ha un unica grande città e tanti paesi. Torino però è anche un grande punto di riferimento sia dal punto di vista lavorativo sia delle università; [ ] ogni 9

10 mattina arrivano migliaia e migliaia di pendolari che la sera se ne ritornano. Le attività produttive sono concentrate prevalentemente nella città, quindi tutto quello che noi riusciamo a produrre a Torino a livello di progetti di visibilità d immagine ha una ricaduta sulla provincia. Lo dimostra il fatto che in provincia ci siano dei comitati che lavorano capillarmente sul territorio. Se Torino non è più (se mai lo è stata) riducibile al puro paradigma della one company town, l area provinciale si configura come un unità spaziale urbana gerarchizzata, ma anche potenzialmente aperta alla sperimentazione di un sistema reticolare. Ciò smentendo, almeno in parte, la tipologia dei sistemi urbani che - sulla base di un modello matematico elaborato nel 1991 dal Governo olandese (Ministero dell Ambiente) collocava Torino nella terza fascia delle metropoli europee. Quella denominata delle eurocittà, il cui ruolo sulla scena internazionale sarebbe limitato ad alcune peculiari funzioni. (1) La diffusione sociale dello sport negli ultimi venti-trent anni e i mutamenti culturali che l hanno caratterizzata rispetto al vecchio paradigma, centrato sul primato dell agonismo tradizionale, concorrono a disegnare il profilo di una relazione sociologicamente significativa fra metropoli e hinterland. Una relazione che presenta, però, caratteri problematici ancora in parte da approfondire. L analisi delle politiche locali è uno strumento prezioso per ricostruire le dinamiche di mutamento che sono intervenute nel tempo in questo peculiare rapporto fra centro metropolitano e contesto urbanizzato a perimetro provinciale. Le politiche locali - non necessariamente e non esclusivamente quelle a sostegno della pratica sportiva - disegnano infatti il profilo e le gerarchie dell attenzione che le istituzioni amministrative hanno, o non hanno, conferito al fenomeno nell arco temporale che va, grosso modo, dalla metà degli anni Settanta a oggi. I soggetti organizzati che hanno cercato di interpretare e sviluppare strategie più o meno orientate alle nuove culture dello sport e della corporeità - dal circuito profit all associazionismo di sport per tutti, sino alle strutture tradizionali afferenti alle istituzioni militari, religiose, aziendali o universitarie costituiscono attori niente affatto secondari delle trasformazioni sociali proprie dei nuovi sistemi urbani. È un aspetto che viene ormai sottolineato non solo dagli studiosi del fenomeno sportivo, ma dagli stessi ricercatori interessati ad aggiornare le categorie di analisi e le tipologie descrittive dei sistemi territoriali. Sotto il profilo politologico, si tratta di un interazione fra mutamento socioculturale, politiche istituzionali e azione di soggetti specializzati che rinvia alla categoria di Welfare Mix. Cioè a quel fenomeno di progressiva strutturazione a rete di un sistema di relazioni politiche, sociali e istituzionali sempre più complesso, in cui le politiche pubbliche sviluppate a raggio locale divengono il prodotto a responsabilità e gestione condivisa di attori diversi. Riservando ai poteri amministrativi la funzione nevralgica, ordinamentale e di indirizzo, delle politiche, ma declinandola sempre più come il prodotto di una costante e flessibile azione di mediazione culturale. 10

11 2. Le nuove tipologie della pratica. Lo sport è una politica di seconda generazione? Prima di rapportarci alle indicazioni che emergono dagli allegati di ricerca, occorre forse richiamare qualche dato complessivo sulla pratica sportiva e l attività fisicomotoria in Italia. A evitare una lunga e complicata dissertazione sui controversi criteri e le metodologie di rilevazione della pratica sportiva diffusa, faremo riferimento soltanto ai dati più recenti e alla sola fonte ufficiale giudicata in qualche modo supra partes. Sono i dati ricavabili dall indagine I cittadini e il tempo libero, realizzata dall Istat nel dicembre 2000 (report on line, febbraio 2003) intervistando un campione rappresentativo di famiglie italiane, pari alla ragguardevole cifra di ventimila unità. L interesse di tale indagine ai nostri fini consiste nel fatto che l Istat ha deliberatamente escluso tutti i soggetti in qualche modo professionali - non solo gli atleti dello sport spettacolo, ma anche docenti e allenatori, tecnici e manager -, per concentrarsi esclusivamente sulla popolazione di età superiore ai tre anni e sulle eventuali modalità di esercizio-fruizione dell attività sportiva e fisico-motoria. In senso generale, possiamo perciò considerare lo spaccato che l Istat ci consegna come un primo, importante tentativo, di disegnare il perimetro sociale dello sport per tutti italiano. Gli intervistati che dichiaravano di praticare qualche attività erano invitati ad autocollocarsi entro una delle due tipologie di pratica proposte: quella dei praticanti con continuità e quella dei praticanti saltuari. È interessante sottolineare le implicazioni del metodo della autoclassificazione. Infatti, non fornendo alcun riferimento descrittivo ai concetti di continuità e saltuarietà, si è prodotta una radiografia implicita del significato che ciascun intervistato attribuisce alla propria idea di sport. Significato sociologico e psicologico che non necessariamente coincide con una definizione procedurale e formale, la quale è invece essenziale per una rappresentazione statistico-descrittiva. Oppure, viceversa, per monitorare le esigenze dello sport di prestazione ad alto contenuto tecnico in una prospettiva puramente empirico-strumentale. Solo successivamente si chiedeva, infatti, quanti allenamenti a settimana venissero sostenuti, se l intervistato prendesse abitualmente parte a competizioni di varia natura, se fosse affiliato a qualche società e altre informazioni utili come indicatori di partecipazione strutturata. L ipotesi di lavoro che qui si vorrebbe avanzare è che, in qualche modo, i dati percettivi - o meglio: autopercettivi - posseggano anche in questo caso una forte valenza ottativa. Registrino, cioè, non solo le soggettive rappresentazioni degli intervistati, ma anche l aspirazione dei cittadini non atleti ad attribuire senso e valore all impiego del tempo libero. E, con esso, al rapporto con il corpo, alla prassi della prevenzione sanitaria, alla ricerca del benessere e del relax, alla sperimentazione di forme originali di socialità. A tutto quello, insomma, che compone l universo variegato delle domande collettive e delle aspettative individuali che allo sport per tutti si rivolgono nelle cosiddette società affluenti. 11

12 Ciò pone sicuramente ai poteri locali, soggetto-oggetto delle strategie di conversione del Welfare, una sollecitazione a pensare le politiche per lo sport come vere e proprie politiche di seconda generazione. Formula di derivazione politologica con cui si indicano strategie orientate al risultato e frutto di una sistematica concertazione fra soggetti differenziati, come appunto nella filosofia del Welfare Mix cui sopra si è fatto cenno. Per questo ci pare importante il taglio conferito dall Istat alla sua rilevazione. Indirettamente, essa ci disegna il panorama - insieme reale e virtuale - dello sport dell inclusione (lo sport dei cittadini), differenziandolo concettualmente dallo sport della selezione. Quello, cioè, che si fonda sulla valorizzazione del talento naturale, sull ottimizzazione ai fini del risultato delle risorse piscofisiche dell atleta, sul primato delle esperienze di rendimento tecnicamente verificabile. Strategie connesse all agonismo di livello, che non solo esprime e intercetta i bisogni individuali degli atleti, e con essi formidabili ed estese passioni popolari, ma che contiene una rispettabile valenza pedagogica. Esperienza, però, che non sembra più possedere alcuna significativa connessione con l esperienza dello sport di prestazione relativa, che abbiamo convenzionalmente identificato come sport dell inclusione. Ai ricercatori dell Istat l universo sociale del Paese appare grosso modo diviso in tre aree di dimensioni comparabili. Il 30,1% della popolazione italiana censita ai fini della ricerca ( cittadini) si considera praticante, in forma continuativa o saltuaria. I continuativi da soli rappresentano il 20,3% dell intero universo e i saltuari il 9,8%. Poco meno di un terzo del totale - per la precisione il 31,3%, pari a quasi italiani -, pur non considerandosi praticanti sportivi in senso proprio, dichiarano di partecipare di una qualche forma di cultura del movimento. È il popolo di chi, quando può, preferisce una sana camminata all uso dell automobile. Il popolo dei ciclisti domenicali, degli appassionati delle settimane bianche o delle escursioni velistiche. Il popolo delle famiglie che praticano equitazione di campagna, dei subacquei o dei meno ambiziosi cercatori di funghi. I sedentari irriducibili, vale a dire quanti per scelta o per necessità (età avanzata, forme di invalidità o altro) dichiarano di non praticare alcuna modalità di sport e alcuna forma di attività fisica, sono il 38.6% della popolazione. Corrispondente a cittadini. Una cifra elevata, anzi fra le più elevate in Europa occidentale, ma pur sempre una minoranza rispetto all universo degli attivi, che si avvicina ormai a rappresentare i due terzi della popolazione italiana. Va anche considerato che i picchi più alti di inattività si registrano, come prevedibile, fra i bambini di età compresa fra i tre e i cinque anni e fra gli ultrasessantacinquenni. Dato, quest ultimo, che possiede un incidenza significativa in presenza del continuo aumento dell età media. Interessante è la scomposizione dei dati per genere. I maschi continuano a prevalere fra gli sportivi in senso stretto. Circa il 37.8% della popolazione maschile complessiva dichiara di praticare continuativamente o saltuariamente uno o più sport. 12

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