C è un bel viavai al numero. Un ponte tra Oriente e Occidente. C ollegi ecclesiastici di Roma

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1 C ollegi ecclesiastici di Roma Un ponte tra Oriente e Occidente Fondato nel 1584 da Gregorio XIII per favorire i rapporti tra la Santa Sede e la Chiesa maronita, oggi il Pontificio Collegio Maronita si propone come luogo di dialogo tra culture e religioni diverse di Pina Baglioni C è un bel viavai al numero 18 di via di Porta Pinciana, sede del Pontificio Collegio Maronita a Roma: pellegrini con tanto di bandiera provenienti dal Libano e dalle eparchie maronite del Medio Oriente. Ma provenienti anche dalla diaspora sparsa ai quattro angoli del mondo Stati Uniti e Canada in testa, In alto, l affresco nell atrio del Collegio Maronita raffigurante l Incoronazione della Madonna, ispirato alla raffigurazione del santuario di Qannoubine; qui sopra, l ingresso del Collegio in via di Porta Pinciana 56 30GIORNI N.4/5-2011

2 che rappresenta i due terzi dei tre milioni e mezzo degli eredi di san Marone. La domenica mattina, verso le 10 e 30, è facile incontrare i maroniti residenti nella Città eterna che si incamminano, con grappoli di bambini al seguito, verso la chiesa di San Marone annessa al Collegio, in via Aurora strada che corre sul lato est dell edificio, dove si celebra la messa in rito siroantiocheno, frequentata anche da molte famiglie musulmane. Poi, dopo la messa, ci si mette a chiacchierare attorno all unica panchina fuori della chiesa, o nel giardino interno, mentre altri preferiscono frequentare i corsi di lingua araba organizzati per i bimbi nati in Italia. Tutto questo accade attorno al signorile edificio del Rione Ludovisi, incuneato tra albergoni extralusso, banche e negozi per turisti ricchi. Il Collegio Maronita da cui i sacerdoti studenti lì residenti, ogni mattina, sciamano verso le Pontificie Università, rappresenta l anello di congiunzione tra la Santa Sede e la Chiesa maronita, antichissima Chiesa sui iuris di rito siro-antiocheno, l unica tra tutte le Chiese cristiane del Medio Oriente a vantare da sempre piena comunione col successore di Pietro. Le sue origini sono stabilite dalla tradizione storica tra il IV e il V secolo, quando, alla morte dell anacoreta siriano Marone, i suoi seguaci cominciarono a edificare monasteri accanto alla sua tomba, ad Apamea, in Siria, sulle sponde del fiume Oronte. A via di Porta Pinciana peraltro non c è solo il Pontificio Collegio Storia del Pontificio Collegio Maronita La messa domenicale in rito siro-antiocheno nella chiesa di San Marone annessa al Collegio Maronita per sacerdoti studenti ma anche la Missione con cura d anime presso l annessa chiesa di San Marone e la Procura del Patriarcato di Antiochia dei Maroniti presso la Santa Sede. Istituzioni che, negli ultimi mesi, si sono trovate al centro di un vortice di avvenimenti: Fucina di patriarchi, di orientalisti e di futuri santi Nella sala dʼingresso della Curia generalizia dei Gesuiti, a Roma, è possibile ammirare una mappa antica dove compaiono i primi cinque Collegi nazionali, edificati, nel corso del XVI secolo, tutti nelle vicinanze del Collegio Romano (lʼuniversità Gregoriana di allora). In modo tale che i seminaristi potessero arrivare in fretta alle lezioni: erano lʼinglese, il Germanico-Ungarico, lʼarmeno, il Greco e, appunto, il Maronita. Che a differenza di tutti gli altri era il Collegio di una Chiesa sui iuris diffusa soprattutto in Libano e in Siria, con riti e liturgia derivanti dalla tradizione siro-antiochena. E che vantava piena comunione con Roma, nonostante lʼestrema difficoltà di comunicazione tra la Santa Sede e il Medio Oriente. Il contatto tra la Santa Sede e la Chiesa maronita era stato consolidato durante le Crociate, nel corso delle quali gli eserciti cristiani avevano ricevuto un grande aiuto dai maroniti. E una delle conseguenze del ritrovato rapporto era stato il viaggio a Roma del patriarca Geremia di Amshit per il Concilio Lateranense IV, nel Nei secoli successivi, i pontefici inviarono missionari e visitatori apostolici in Libano per verificare le eventuali problematicità dottrinali tra i fedeli di san Marone. La Chiesa maronita era allʼepoca una Chiesa di frontiera, chiusa tra le montagne del Libano e isolata non solo da Roma, ma anche dal resto del mondo per la necessità di proteggersi dalla pressione degli Ottomani. Uno dei risultati più brillanti delle legazioni pontificie in Libano tra il 1578 e il 1580, fu proprio la fondazione a Roma del Collegio Maronita, voluto nel 1584 da papa Gregorio XIII, che lo istituì con la bolla Humana sic ferunt. Lʼobiettivo era quello di formare a Roma aspiranti sacerdoti che, tornati nel loro Paese, avrebbero potuto 30GIORNI N.4/

3 C ollegi ecclesiastici di Roma le celebrazioni, nel 2010, per i milleseicento anni dalla morte di san Marone; l arrivo a Roma delle reliquie dei grandi santi maroniti del XIX secolo: san Charbel Makhlouf, santa Rafka Rayes e san Nimatullah Al-Hardini, la devozione ai quali si sta diffondendo a macchia d olio anche in Italia; la collocazione, il 23 febbraio scorso, della statua di san Marone in una nicchia esterna della Basilica di San Pietro, alla presenza di Benedetto XVI. Senza contare, tra il 28 febbraio e il 15 marzo, le dimissioni di sua beatitudine il cardinale Nasrallah Pierre Sfeir, dopo venticinque anni alla guida del Patriarcato, e l elezione del suo successore come settantasettesimo patriarca di Antiochia dei Sopra, Benedetto XVI con il presidente libanese Michel Suleiman e il cardinale Nasrallah Pierre Sfeir, in occasione dell inaugurazione della statua di san Marone posta in una nicchia esterna della Basilica di San Pietro, il 23 febbraio 2011; a destra, la statua di san Marone il giorno dell inaugurazione Maroniti Béchara Boutros Raï, vescovo di Jbeil, Byblos dei Maroniti. Che, subito dopo, è volato a Roma per due volte in pochi giorni: il 14 aprile, per l udienza privata con il Papa, e il 1 maggio, per la beatificazione di Giovanni Paolo II. Il Collegio Maronita: uno spicchio di cristianesimo mediorientale nella Città eterna «Abbiamo vissuto un periodo ricco di avvenimenti come non ricordavamo da tempo. Siamo tutti un po imprimere una svolta decisiva nellʼambito dei rapporti tra il papa e il patriarca di Antiochia dei Maroniti. Il quale, a sua volta, avrebbe dovuto favorire i rapporti con tutte le altre Chiese orientali. La prima sede romana, la cui direzione fu affidata ai Gesuiti, fu una casa nei pressi della chiesa di San Giovanni della Ficozza, a pochi metri dallʼattuale Università Gregoriana e da Fontana di Trevi. In una strada che, poi, avrebbe preso il nome di via dei Maroniti. Ai primissimi quattro studenti, già a Roma, si aggiunsero, il 31 gennaio del 1584, altri sei studenti provenienti da Aleppo, in Siria. A Roma cominciarono ad arrivare ragazzini di otto/nove anni per frequentare gli studi primari, poi i corsi di Filosofia e Teologia. Avendo già imparato in patria la grammatica delle lingue semitiche, questi ragazzi assimilarono con estrema facilità il latino, lʼitaliano, il francese e lo Il patriarca Stefano El Douaihy spagnolo. Tanto che si diffuse, presto, lʼadagio dotto come un maronita. Una volta conclusi gli studi, molti venivano chiamati nelle corti dei sovrani europei come traduttori e ambasciatori. Coloro che tornavano in Libano, invece, aprivano scuole in tutto il Paese. I maroniti che avevano studiato a Roma fecero conoscere dunque in tutta Europa le lingue, la storia, le istituzioni e le religioni del Medio Oriente. Sempre grazie a loro si stamparono i primi libri liturgici in siriaco. Il primo, a Roma, nel Nel 1662 il patriarca Youhanna Mahlouf chiese al Papa di allontanare i Gesuiti dalla direzione del Collegio Maronita a causa della cattiva gestione finanziaria e della dispersione delle vocazioni. Da quel momento in poi il Collegio avrà solo rettori maroniti. Tra i personaggi che hanno dato lustro al Pontificio Collegio Maronita di continua a pag GIORNI N.4/5-2011

4 frastornati, ma molto, molto contenti». Monsignor Antoine Gebran è da due anni procuratore del Patriarcato, da qualche mese rettore del Collegio e cappellano dei Migranti ascritti alla Chiesa siro-antiochena maronita residenti nella diocesi di Roma. Poco più che quarantenne, proviene, come la maggior parte dei sacerdoti libanesi, dalla valle di Qadisha, nel nord del Paese, detta anche Valle Santa per la miriade di monasteri incastonati sotto le cime dei monti. Lì, tra l VIII e il IX secolo, trovarono rifugio i seguaci di san Marone fuggiti dalla Siria per via delle continue persecuzioni da parte di bizantini, di monofisiti e di musulmani. Il giovane monsignore, prima di assumere il triplice incarico, è stato economo del Collegio e ha lavorato per sette anni presso il Pontificio Istituto per la Famiglia: «Qui da noi», spiega, «arrivano sacerdoti inviati dai vescovi di tutte le eparchie maronite. Ma anche quelli appartenenti a tutte le altre Chiese cristiane del Medio Oriente, sia in comunione che non in comunione con Roma. Come accade in Libano, d altra parte, dove i maroniti convivono da sempre con gli armeni apostolici e gli armeni cattolici, i greco-ortodossi e i melkiti, i siro-ortodossi e i siro-cattolici, gli assiri, i copti, i caldei, e i cattolici di rito latino. Oltre agli sciiti, i sunniti, i drusi, gli ebrei e i protestanti». I sacerdoti arrivano a Roma avendo già compiuto il primo ciclo di studi di Filosofia e Teologia negli oltre novanta seminari diocesani e interdiocesani disseminati in Libano. «Grazie a Dio abbiamo ancora molte vocazioni, anche adulte. Tanto che è stato necessario istituire in Libano case di formazione adatte alle vocazioni mature», aggiunge monsignor Gebran. «Qui nel Collegio ospitiamo sacerdoti tra i 26 e i 40 anni. I libanesi sono dodici, di cui dieci maroniti e due greco-cattolici. Gli altri ci sono stati segnalati dalla Congregazione per le Chiese orientali, che concede borse di studio per il loro sostentamento a Roma. Attualmente ospitiamo un ortodosso del Patriarcato di Gerusalemme, un assiro e tre siro-cattolici dall Iraq e quattro coreani di rito latino. Poi abbiamo due laici, un francese e un italiano. Negli anni passati venivano anche molti caldei. Diciamo che li consideriamo assenti giustificati». I momenti in comune sono la messa del martedì celebrata nella chiesa di San Marone officiata in lingua italiana ma secondo il rito del celebrante di turno e, quotidianamente, la colazione alle 7 e 30, il pranzo alle 13 e la cena alle 19. Mentre il gruppo dei maroniti gli altri giorni si riunisce per i vespri e la messa delle 18 e 45 in una cappella interna al secondo piano del Collegio, tutti gli altri si organizzano per proprio conto. «Poi, in realtà, alcuni vengono anche ad assistere alla nostra messa con la liturgia scritta in siriaco, variante dell aramaico, e pronunciata in arabo». Come molti loro colleghi degli altri Collegi di Roma, anche i sacerdoti del Maronita vengono interpellati dalle parrocchie per un aiuto nei fine settimana, a Natale e a Pasqua. «Abbiamo ormai dei rapporti stabili con al- San Marone nel mosaico della chiesa annessa al Collegio e a lui dedicata L antica mappa, conservata nell atrio della Curia generalizia dei Gesuiti, nella quale compaiono i primi cinque Collegi nazionali, tra cui il Maronita, edificati tutti nei pressi del Collegio Romano (l Università Gregoriana di allora) nel corso del XVI secolo 30GIORNI N.4/

5 Sopra, un altare della chiesa del Collegio con alcuni reliquiari; a sinistra, un dipinto raffigurante Charbel Makhlouf, Rafka Rayes e Nimatullah Al-Hardini, i tre grandi santi maroniti del XIX secolo, conservato nella chiesa del Collegio; a destra, uno scorcio della chiesa con un dipinto di santa Rafka Rayes cune parrocchie di Roma, di Milano, di Parma e di Como, dove i nostri sacerdoti vanno anche durante le vacanze estive», spiega don Joseph Sfeir, l economo del Collegio Maronita. Charbel Ghoussoub è sacerdote da nove anni e proviene dalla arcieparchia di Antélias, poco distante da Beirut. Sta per conseguire la licenza in Scienze della formazione presso l Università Salesiana. «Sto per tornare in Libano perché il mio vescovo mi ha richiamato in patria dove ho già fatto per cinque anni il parroco. Probabilmente sarò di nuovo a Roma per il dottorato», ci racconta. «A Roma si respira l aria dell universalità della Chiesa, tanti riti, tanta ricchezza. Solo qui si capisce quanto è grande la Chiesa. E questa consapevolezza ce la riportiamo in Libano, dove lo spazio, fisico e mentale, in cui ci si muove è spesso seminario e parrocchia, parrocchia e seminario, all interno di una problematicità tutta libane- segue da pag.58 Roma spicca il patriarca Stefano El Douaihy, oggi incamminato verso la beatificazione. Alla fine del XVII secolo redasse gli Annali, la prima storia della Chiesa maronita delle origini. Sostenne, inoltre, la rinascita dei grandi ordini religiosi maroniti, riconducendone le regole monastiche, appiattite sugli ordinamenti vigenti nel mondo latino, allʼinsegnamento di santʼantonio abate, il capostipite del monachesimo. Lʼazione di El Douaihy fu determinante anche per il riavvicinamento alla Santa Sede di comunità cristiane orientali ortodosse. Tra lʼaltro, il primo patriarca della Chiesa siro-cattolica, Ignazio Michele III Jarweh, fu alunno del Collegio Maronita. Un altro gigante del Collegio fu Giuseppe Simone Assemani, che, insieme con altri membri della sua famiglia, unʼintera dinastia di orientalisti, fece la fortuna della Biblioteca Apostolica Vaticana. Giuseppe Simone Assemani Giuseppe Simone vi entrò nel 1710 come scrittore. Inviato nel 1715 da Clemente XI in Oriente alla ricerca di manoscritti, viaggiò in Siria e in Egitto, dove riuscì ad acquistare quasi interamente la biblioteca del monastero copto di San Macario e parte di quella del monastero dei Siri nella Nitria; inoltre portò in Europa i primi frammenti copti del monastero Bianco. Nel 1717 tutti questi manoscritti conservati ora nella Biblioteca Vaticana furono da lui portati a Roma, dove si dedicò allo studio di quelli siriaci pubblicandone poi i risultati presso la Bibliotheca Orientalis Clementino-Vaticana. Primo custode della Vaticana nel 1739, dette inizio, in collaborazione col nipote Stefano Evodio Assemani, allʼallestimento di un catalogo generale dei manoscritti vaticani, di cui uscirono solamente i primi tre volumi dedicati ai codici ebraici e siriaci. Giuseppe Simone Assemani fu pro GIORNI N.4/5-2011

6 se. È importante studiare a Roma anche per far capire agli altri cos è la Chiesa maronita. Più di un collega, all Università, mi ha chiesto se i miei genitori fossero ancora musulmani e quando mi fossi convertito al cristianesimo». Poi c è Antoun Charbel, dottorando in Diritto canonico, già in possesso di una licenza in Teologia e di un esperienza missionaria in Nigeria, dove ha lavorato per anni in una parrocchia personale. A lui chiediamo se tra i sacerdoti maroniti più giovani ci sia la speranza che il Libano oltrepassi il sistema del comunitarismo religioso, da molti storici libanesi giudicato come il maggiore ostacolo al pieno sviluppo e alla piena democrazia del Paese dei Cedri. «Per ora è solo un ideale piuttosto lontano, complicato da raggiungere: questo nostro è ancora il tempo delle comunità religiose, perché, per ora, non abbiamo altro che tale sistema. Basti pensare che da noi non esiste una storia del Libano, ma tante storie quante sono le comunità religiose, cioè diciassette. Ma in questo momento siamo molto ottimisti per Benedetto XVI e il neopatriarca di Antiochia dei Maroniti, sua beatitudine Béchara Boutros Raï, con la delegazione di vescovi e fedeli che lo hanno accompagnato a Roma dopo la concessione della ecclesiastica communio (accordata il 24 marzo 2011), Sala Clementina del Palazzo Apostolico Vaticano, il 14 aprile 2011 la nomina del nuovo patriarca: lui sicuramente sarà in grado almeno di pacificare gli animi nel nostro Paese». «Sarebbe bello che il Collegio Maronita potesse, in maniera sempre più evidente, fare la sua parte in un momento tanto delicato per il Medio Oriente: recuperare, cioè, quel ruolo di scambio culturale, religioso e politico che ha avuto a partire dal XVI secolo», dice ancora il rettore, monsignor Gebran. «Quest anno festeggiamo anche gli undici anni dalla riapertura del Collegio, avvenuta nel 2001, dopo la lunga interruzione iniziata con la Seconda guerra mondiale. Nei lunghi, terribili anni della guerra civile in Libano, i nostri sacerdoti hanno continuato a venire a Roma, alloggiando qua Il procuratore monsignor Elias Boutros Hoyek, futuro patriarca di Antiochia dei Maroniti, al centro nella foto in prima fila, e il rettore del Collegio, padre Gabriel Moubarak, il terzo da destra in prima fila, con alcuni studenti del Collegio in una foto del 1893 tagonista, come legato pontificio, del Sinodo del Monte Libano del 1736, di cui assunse la presidenza. Fu ancora lui a redigere una Carta costituzionale della Chiesa maronita. Il documento, fortemente impregnato di norme latinizzanti e allʼinizio piuttosto contestato, perché giudicato dannoso per lʼantica disciplina antiochena, fu alla fine approvato: la Chiesa maronita avrebbe vissuto di questa legislazione fino alla promulgazione del Codice di Diritto canonico orientale del La vita del Collegio Maronita si interruppe il 1 marzo 1798, quando le truppe francesi che avevano occupato Roma requisirono lʼedificio, costringendo gli studenti a rifugiarsi presso la Congregazione di Propaganda Fide. Nel 1891, papa Leone XIII, con la bolla Olim sapienter decise di riaprire di nuovo il Collegio, donando ai maroniti metà della somma necessaria per lʼacquisto di uno stabile in via di Porta Pinciana. Qualche anno dopo, il 3 luglio 1895, fu acquistata unʼarea fabbricabile tra via di Porta Pinciana e via Aurora per costruirvi il definitivo Collegio e la chiesa di San Marone. Protagonista della ria- 30GIORNI N.4/

7 Tivoli, vicino a Roma, per le vacanze estive. Dopo aver sistemato la pratica romana, il vescovo maronita aprì un altro collegio a Parigi. Fu, tra lʼaltro, anche il fondatore della congregazione delle Suore della Sacra Famiglia, e riuscì anche a creare unʼeparchia in Egitto. Morì nel 1931 in odore di santità e attualmente è in corso la sua causa di beatificazione. Purtroppo, per mancanza di studenti, nel 1906 il Collegio richiuse le porte. Per riaprirle soltanto nel Tutto procedette tranquillamente fino al 1939, quando, per via dellʼimminente scoppio del secondo conflitto mondiale, si procedette allʼennesima chiusura. Nonostante i problemi del Collegio, la Procura del Patriarcato di Antiochia rimase attiva; il procuratore, infatti, continuò ad alloggiare nella prima casa acquistata in via di Porta Pinciana nel Dal 1939 al 1980 lo stabile fu affittato e fu adibito ad albergo. È tornato definitivamente in attività il 15 set- C ollegi ecclesiastici di Roma e là, soprattutto a Propaganda Fide e al Collegio Capranica. Grazie al lavoro intenso e intelligente del mio predecessore, monsignor Hanna Alwan, il Collegio, subito dopo il Giubileo del 2000, ha potuto finalmente riprendere il suo cammino». Fa capolino, nelle parole di monsignor Gebran, anche un po di rimpianto per i tanti tesori perduti nel corso degli anni: «Centinaia di volumi preziosissimi non sono più qui. Molti hanno preso la strada della biblioteca del Pontificio Istituto Orientale. Per me è stato un colpo al cuore, mentre studiavo per il dottorato in Scienze ecclesiastiche orientali presso quell Istituto, ritrovarmi tra le mani un volume con il timbro del Pontificio Collegio Maronita. Ma noi per molto tempo abbiamo avuto rettori gesuiti». Nell arcata d ingresso dell edificio, un affresco dai colori vivacissimi raffigura l Incoronazione della Madonna, ai cui piedi corre un iscrizione in siriaco inneggiante alla Vergine. «L Incoronazione non corrisponde alla nostra iconografia tradizionale», ci spiega don Joseph Sfeir. «Questa immagine si rifà a quella del santuario di Qannoubine, nella valle di Qadisha, sede dei patriarchi dal XV al XIX secolo, tra i più venerati del Libano e il più antico della Valle Santa». Proprio al di sotto dell affresco è stata posta, su una mensola, una piccola riproduzione della statua di san Marone collocata il 23 febbraio scorso in una nicchia esterna della Basilica di San Pietro. «Il giusto fiorirà, crescerà come il cedro del Libano», recita, in aramaico, il salmo inciso sulla stola del padre della Chiesa maronita. Avanzando, poi, verso un ampio salone, s intravvede, sullo sfondo, il trono del patriarca, dove evidentemente Sua Beatitudine siede in occasione delle sue visite nella Città eterna. Sulle pareti sfilano i ritratti dei patriarchi e dei personaggi più significativi della storia maronita, Papa Pio X con il patriarca Elias Boutros Hoyek, il quinto da sinistra, il 23 luglio 1905 pertura fu il vescovo Elias Boutros Hoyek, divenuto patriarca nel Per riattivare la casa di formazione sacerdotale di Roma egli chiese aiuto ai francesi, al sultano turco e allʼimperatore dʼaustria Franz Joseph. Questʼultimo gli negò somme di denaro, ma in cambio concesse ai seminaristi maroniti lʼospitalità a Villa dʼeste a 62 30GIORNI N.4/5-2011

8 Sopra, monsignor Antoine Gebran, attuale rettore del Collegio; a sinistra, il salone del Collegio con il trono del patriarca tutti ex alunni del Collegio Maronita: il servo di Dio sua beatitudine Stefano El Douaihy, padre della storiografia maronita e promotore e sostenitore dei grandi ordini religiosi, ormai incamminato sulla strada della beatificazione. Poi Giuseppe Simone Assemani, vissuto tra il XVII e il XVIII secolo, il più prestigioso rappresentante della dinastia di orientalisti Assemani che fecero le fortune della Biblioteca Apostolica Vaticana per le migliaia di volumi della patristica orientale portati a Roma. E ancora, i ritratti di Nasrallah Pierre Sfeir, per cinque lustri politicamente tra i più drammatici per il Paese dei Cedri alla guida della Chiesa maronita. E poi le foto recentissime di Béchara Boutros Raï. «Un grande pastore, il nostro nuovo patriarca, che ha già mostrato con atti concreti di voler pacificare gli animi nel Paese», dice il rettore. «Come, per esempio, l aver voluto riunire, appena eletto, tutti i rappresentanti delle forze politiche libanesi. Compreso Hezbollah, un partito composto da libanesi come noi. Che, certo, non sono venuti da fuori a occuparci, ma sono stati capaci di difendere il territorio nell ultima guerra con Israele nel 2006». E, a proposito del ruolo di collegamento tra Chiesa di Roma e Chiesa maronita, chiediamo se il Collegio abbia favorito, paradossalmente, la latinizzazione dell antico rito siro-antiocheno, considerando anche l invio, nei secoli XVII e XVIII, degli ordini religiosi occidentali per controllare la dottrina e la liturgia dei discepoli di san Marone. «È chiaro che, essendo l unica Chiesa del Medio Oriente da sempre in comunione con Roma, abbiamo subìto», spiega il rettore, «una certa assimilazione; avvenuta però più sul piano esteriore, come per esempio nei paramenti liturgici, che su quello della sostanza. Abbiamo adottato la casula e la pianeta. Ma la nostra liturgia siro-antiochena l abbiamo salvata». Di parere leggermente diverso è don Joseph Sfeir: «Non c è da gettare la croce su nessuno, per carità, ma le legazioni papali hanno massicciamente controllato, uno a uno, i nostri testi liturgici. E tutto quello che, a parer loro, non era abbastanza in linea con la liturgia latina, è stato bruciato, distrutto». Tornando all oggi, al rettore chiediamo, infine, un giudizio su una questione che molti maroniti giudicano il problema dei problemi: l emigrazione dei maroniti dal Libano per via dell instabilità politica e dell esplosione demografica dei musulmani: «Negare che questo stia avvenendo sarebbe da stolti», risponde. «C è anche da dire, però, che molti di noi stanno tornando. E che anche molti musulmani se ne vanno via. Ma il destino della Chiesa maronita è nelle mani di nostro Signore: ci ha conservati per milleseicento anni. Se ci vorrà ancora là, resteremo. Che devo dire: sia fatta la Sua volontà». q tembre del 2001, allʼindomani del Giubileo. A prendersi cura, stavolta, del ripristino del Collegio è stato monsignor Hanna Alwan, rettore per dieci anni. Alwan è giudice del Tribunale della Rota Romana, docente in utroque iure presso le Università Pontificie e responsabile per lʼeuropa della Congregazione dei Missionari Libanesi, un ordine di diritto patriarcale. Infine, è postulatore per la beatificazione del patriarca Elias Boutros Hoyek. Col sostegno della Congregazione per le Chiese orientali, monsignor Alwan ha fatto sì che al Collegio di via di Porta Pinciana tornassero tutti gli studenti maroniti sparsi in altre strutture ecclesiastiche, ospitando anche i sacerdoti appartenenti alle altre Chiese orientali. P. B. Papa Pio XI riceve in udienza il patriarca di Antiochia dei Siri Ignazio Gabriele I Tappouni, seduto alla destra del Pontefice, il 15 agosto GIORNI N.4/

9 C ollegi ecclesiastici di Roma L arcipelago maronita Panoramica sulle case religiose maronite a Roma. C è chi ospita seminaristi e chi sacerdoti studenti e anche chi ha trasformato il proprio convento in santuario dedicato ai grandi santi maroniti di Pina Baglioni O ltre al Collegio Pontificio, Roma ospita un arcipelago di procure e collegi sacerdotali degli ordini maroniti più significativi. L ordine Libanese Maronita se ne sta in un conventino poco distante dalla Piramide Cestia, accanto alla parrocchia dedicata a santa Marcella, una nobildonna romana che, per una curiosa analogia con i monaci maroniti, aveva seguito, nel IV secolo, la regola di sant Antonio abate insieme con i suoi amici. Sul Colle Oppio, di fronte alla Basilica di San Pietro in Vincoli a due passi dal Colosseo, ecco il convento di Sant Antonio abate, la sede dei Maroniti Mariamiti della Beata Maria Vergine. Sono lì dal 1753, dopo aver lasciato la casa e la chiesa dei Santi Marcellino e Pietro in via Labicana. E ancora, tra la via Portuense e il quartiere del Trullo, c è il Collegio sacerdotale dell ordine Antoniano Maronita di Sant Isaia. Infine, ospiti in vari istituti ecclesiastici, studiano e lavorano a Roma i padri dell ordine Mis GIORNI N.4/5-2011

10 Sopra, la cappella del convento di Sant Antonio abate, sede dell ordine Maronita Mariamita della Beta Maria Vergine; a sinistra, panoramica dei tetti e delle cupole di Roma dalla terrazza del convento di Sant Antonio abate, sul Colle Oppio; nel riquadro in basso, la facciata del convento in piazza San Pietro in Vincoli sionario Libanese Maronita. Che, essendo di diritto patriarcale e non pontificio come tutti gli altri, non ha una casa generalizia a Roma. Alla fine del XVII secolo l ordine Libanese Maronita e il Maronita della Beata Maria Vergine costituivano un unica realtà, l ordine Aleppino Libanese fondato il 10 novembre 1695 da tre giovani siriani di Aleppo, Gabriel Hawwa, Abdallah Qara li e Joseph El-Betn, che avevano stabilito la loro dimora nel monastero di Nostra Signora di Qannoubine, nella valle di Qadisha, nel nord del Libano. A Roma, l ordine Aleppino, già dal 1707, aveva ottenuto da Clemente XI la chiesa dei Santi Marcellino e Pietro sulla via Labicana, anche grazie al buon esito di una missione affidata dal Papa a Gabriel Hawwa. Quella, cioè, di ricondurre all obbedienza romana un vescovo copto. Intanto, in Libano, si era determinato un tale afflusso di giovani provenienti da Damasco, Gerusalemme, Sidone e da molte città dell Egitto, che si rese necessario il trasloco nel più grande monastero di Saint Elysées a Becharre e la fondazione di altri monasteri anche fuori del Paese dei Cedri. Alla redazione delle regole, che si rifacevano vagamente a quelle di sant Antonio abate ma erano troppo appiattite su quelle degli ordini latini, aveva posto mano, in modo decisivo, il patriarca Stefano El Douaihy, grande sostenitore dell ordine. Regole che saranno definitivamente approvate il 31 marzo del 1732 da Clemente XII. Profondamente legati alla vita contadina, questi monaci ne condividevano la durezza. Fuori dal Libano, è sempre a questi monaci che il patriarca affida la responsabilità della diaspora libanese in Egitto, in Europa e nel Nuovo Mondo. La Chiesa maronita, tutta concentrata tra le montagne del Libano, deve a loro l incrollabile attaccamento del popolo al cristianesimo, alla terra e al papato. E soprattutto l istruzione dei contadini e dei più poveri: le scuole dei villaggi sorgevano spesso all ombra dei conventi e delle chiese parrocchiali. Nel corso del tempo, all interno dell ordine erano però sorti seri contrasti che determinarono la nascita di due correnti: una sosteneva che la carica di padre generale dovesse durare a vita e che l ordine dovesse assumere carattere missionario. L altra, invece, sosteneva che la carica dovesse durare per un tempo limitato e che l ordine dovesse mantenere integralmente la vita contemplativa. Le divergenze non furono sanate. Tanto che, il 19 luglio 1770, si giunse alla nascita di due rami distinti: l ordine Antoniano Aleppino dei Maroniti, a carattere missionario, e l ordine Libanese Maronita, a vocazione contemplativa. Ognuno con i propri membri, i propri conventi e i propri possedimenti. Nel 1969, l Aleppino avrebbe poi preso il nome di ordine Maronita Mariamita della Beata Maria Vergine. La divisione dell ordine fece sì che, per quanto riguardava la situazione a Roma, gli aleppini restassero ai Santi Marcellino e Pietro per poi spostarsi nella sede di piazza San Pietro in Vincoli, e che l ordine Libanese Maronita si spostasse a Cipro, ad assistere spiritualmente i maroniti che vivevano nell isola. La presenza dei maroniti a Cipro risaliva all XI secolo, quando, dopo la fuga dalla Siria per via delle persecuzioni, una piccola parte dei maroniti si era rifugiata lì, mentre la gran parte dei fuggitivi trovò riparo sulle montagne del Libano. L ordine del Patriarca: i Maroniti della Beata Maria Vergine A due passi dal Colosseo, sta il convento di Sant Antonio abate, sede della Procura dell ordine Maronita Mariamita della Beata MariaVergine e del Collegio di formazione sacerdotale. Quando siamo andati a trovarli, abbiamo trovato i padri mariamiti in uno stato di grande euforia: sua beatitudine Béchara Boutros Raï, il patriarca neoeletto, appartiene infatti al loro ordine. «La scelta, secondo me, viene dallo Spirito Santo. È lui la persona giusta per ogni libanese, cristiano e non, e per la Chiesa maronita, grazie alla sua intelligenza, al suo carisma e alla capacità di dialogare con tutti» dice padre François Nasr, economo e postulatore dell Ordine. In questo periodo si sta occupando del processo 30GIORNI N.4/

11 C ollegi ecclesiastici di Roma A sinistra, il convento di Sant Antonio abate raffigurato nel salone del convento stesso; sotto, un ritratto di santa Teresina del Bambin Gesù all ingresso del convento del servo di Dio padre Antonios Tarabay. «Nella sua vita sacerdotale questo religioso si è occupato della direzione spirituale delle Suore di san Giovanni Battista in Libano. Devotissimo al Santissimo Sacramento praticò l ascesi e la contemplazione. Inviato, in seguito, nel monastero di Qannoubine nella Valle Santa, visse in perfetta e completa unione con Gesù Cristo. Colpito, in seguito, da una grave malattia durata ventisette anni sopportò in maniera eroica la sua condizione: egli incarna il carisma del nostro Ordine, vale a dire una sintesi perfetta tra vita missionaria calata nella realtà di ogni giorno e la vita mistica fatta di rinuncia, preghiera e contemplazione». Caso quasi più unico che raro, il Collegio ospita ancora seminaristi che arrivano a Roma dopo aver già frequentato il biennio di Filosofia in Libano. «Fino a qualche tempo fa, i nostri studenti potevano frequentare a Roma anche il biennio. Accogliamo, inoltre, vescovi e pellegrini da ogni parte del mondo». Al Collegio a Roma fanno il triennio di Teologia e poi gli studi specialistici come Teologia spirituale, Diritto canonico, Scienze umane. E Mariologia, «anche per la nostra denominazione, adottata nel corso del Concilio Vaticano II, grazie all insistenza di padre Genadios Mourani (un nostro confratello noto per la sua grande spiritualità morto in un agguato terroristico in Libano nel 1959), che desiderava più di ogni cosa mettere sotto la protezione della Madonna il nostro ordine». In Libano, questi studenti saranno rettori dei vari campus universitari dell ordine, che oggi contano seimila iscritti. O direttori delle scuole, frequentate da settemila studenti. O, ancora, rettori dei seminari, o parroci. «Da sempre, il nostro Collegio di Roma è stato luogo di accoglienza dei libanesi maroniti, di studenti di altre Chiese cristiane. Alla Gli antichi testi conservati nella ricca biblioteca del convento Una foto del servo di Dio padre Antonios Tarabay: è in corso la sua causa di beatificazione

12 L ingresso del convento dell ordine Libanese Maronita con la statua di san Charbel Makhlouf canonizzato nel 1977 da Paolo VI domenica mattina, in molti vengono ad assistere alla messa nella nostra cappella, attratti dall antica liturgia siro-antiochena». Il convento-collegio vanta una biblioteca ricca di testi sacri risalenti al XIII secolo. Tra i quali, molti volumi di letteratura araba. Nel salone d ingresso, padre François indica un ritratto di santa Teresina del Bambin Gesù. «In Libano, la devozione per lei è immensa: il primo monastero che le è stato dedicato, dopo la canonizzazione, è stato un monastero maschile mariamita, dal momento che il padre generale dell ordine che aveva assistito alla cerimonia in Vaticano era rimasto impressionato dalla sua vita esemplare. In questo momento le sue reliquie stanno visitando la Palestina. E santa Teresina, da quel che mi dicono, sta facendo grandi cose da quelle parti». L ordine Libanese Maronita, fucina di santi L ordine Libanese Maronita, pur dipendendo dalla Santa Sede, ha avuto molto tardi una Procura a Roma. «Il grande desiderio di venire a Roma l abbiamo sempre avuto. Ma si rimandava continuamente perché c era la convinzione che la presenza dei Mariamiti nella Città eterna fosse sufficiente», spiega padre Elias Al Jamhoury, postulatore delle cause dei santi dell ordine e procuratore generale a Roma. A portare a Roma questi monaci è stata la causa di beatificazione di san Charbel Makhlouf, canonizzato da Paolo VI il 9 ottobre Accadde sessant anni fa, quando si rese necessaria la presenza di un postulatore che potesse seguire la causa di Charbel, nato a Bkaakafra, nel nord del Libano, nel 1828 e morto nel A questo monaco, l intero Libano e i maroniti di tutto il mondo sono immensamente devoti grazie alla messe di miracoli concessi per sua intercessione. «San Charbel è come il cedro del Libano, ormai parte costitutiva del nostro Paese. Ogni maronita, per una cosa o per l altra, ha a che fare con lui. Anche se i suoi devoti ormai sono in tutto il mondo. È un po come il vostro Padre Pio», confermano due giovani monaci del convento. Si chiamano, guarda caso, entrambi Charbel. Uno è dottorando in Archeologia cristiana, l altro in Scienze bibliche. Abitano stabilmente nel Collegio dell Università Sant Anselmo insieme con gli altri quattro membri dell ordine presenti a Roma per gli studi specialistici. Quando lo studio lo consente, i due Charbel danno una mano a padre Elias. Anche perché in convento arrivano, da qualche tempo, telefonate, lettere e visite da tutta Italia per chiedere grazie a san Charbel e agli altri due santi dell ordine: santa Rafka Rayes, una monaca canonizzata nel 2001, e Nimatullah Al-Hardini, grande teologo, fatto santo nel A cui, presto, se ne potrebbe aggiungere un quarto: il frate Estephan Nehmé, beatificato il 27 giugno La cappellina adiacente al convento sito nei pressi della Piramide Cestia ospita le reliquie dei tre santi, ed è diventata la meta di un gran numero di persone di Roma e di fuori che vengono per visitare questo luogo e per chiedere grazie. «Una cosa impensabile! Nostra intenzione ovviamente se la Congregazione per le Chiese orientali lo consentirà è trasformare questo posto in un vero e proprio santuario dedicato a san Charbel: il flusso dei pellegrini non si ferma più», aggiunge 30GIORNI N.4/

13 C ollegi ecclesiastici di Roma A sinistra, l ingresso del convento dei padri dell ordine Libanese Maronita con una vetrina contenente alcuni reliquiari Sotto, la piccola cappella adiacente al convento nella quale si venerano le reliquie dei santi libanesi padre Elias. «San Charbel ha iniziato a fare miracoli all indomani della morte. Tanto che nel 1926 è iniziata la causa. Nell Anno Santo del 1950 i miracoli furono trentamila. In un tandem spirituale con i miracoli della Madonna di Lourdes. A quel punto, nel 1951, si decise che non era più il caso di attendere e siamo finalmente venuti a Roma». Gli Antoniani di Sant Isaia e l amicizia con il popolo druso L ordine Antoniano Maronita di Sant Isaia possiede, tra le sue antiche vocazioni, una che si sta rivelando attualissima, visti i tempi che stiamo vivendo: il dialogo e l accoglienza nei confronti delle altre fedi. «Tutto comincia con il vescovo Gebraël Blouzani, futuro patriarca della Chiesa maronita, che, nel 1673, decise di fondare il monastero di Nostra Signora a Tamiche, nel nord del Libano, rendendolo sede del suo vescovado», racconta padre Maged Maroun. «Dopo aver educato molti giovani alle regole della vita monastica orientale, li inviò a edificare il monastero di Sant Isaia a Broumana, in cima a una collina nota come Aramta. Dove, il giorno della festa dell Assunzione del 1700, fu celebrata la prima messa. La zona era abitata principalmente da drusi, un popolo fuggito dall Egitto e che seguiva una religione di derivazione musulmana, né sciita né sunnita. Si erano stabiliti sulle montagne libanesi nel 1300 circa cinquecento anni dopo i maroniti per sfuggire alle persecuzioni dei sunniti. L emiro Abdullah Abillamah, capo dei drusi della zona, aveva accolto talmente di buon grado l arrivo dei monaci da decidere, insieme con altri emiri della zona, di mandare i propri figli a studiare dai monaci antoniani. Molti di loro chiesero di essere battezzati. Anche a motivo di tutto ciò, papa Clemente XII approvò il nostro ordine con la bolla Misericordiarum Pater, il 17 gennaio 1740». Tornando all oggi, nel famoso monastero di Sant Isaia in Libano, considerato la casa madre dell ordine Antoniano Maronita, fanno il noviziato i giovani aspiranti al sacerdozio. L arrivo a Roma risale al 1906, con un primo seminario sul Gianicolo. Poi, nel 1958, sulla via Boccea. E, infine, dal 1998, in via Affogalasino, tra i quartieri Portuense e Trullo. «Oggi i sacerdoti che studiano a Roma sono sette e si stanno specializzando in Musica sacra e Diritto canonico», spiega padre Maged. «Ma soprattutto in Scienze ecclesiastiche orientali e Dialogo islamocristiano al Pontificio Istituto Orientale e al Pontificio Istituto di Studi arabi e d islamistica. Oltre allo studio, vanno a lavorare nelle parrocchie di zona, a visitare i malati. Durante la Pasqua, per esempio, sono andati a benedire le case degli abitanti del quartiere». Una volta tornati in Libano, il futuro li vedrà educatori presso le scuole e i tre campus universitari dell ordine. Oppure parroci in Libano e tra i maroniti della diaspora. «Fedeli alla vocazione delle origini dovranno essere sempre più un canale di comunicazione con tutti, cristiani e non. Come indicano anche i nostri nuovi statuti e la nostra storia», conclude il religioso. I Missionari del Patriarca Sparsi in vari istituti ecclesiastici di Roma, i sacerdoti della Congregazione dei Missionari Libanesi costituiscono un istituto religioso maschile di diritto patriarcale. Sono detti anche Kreimisti, perché la loro fondazione avvenne il 22 maggio 1884 presso il monastero di Kreim, a Ghosta, sul Monte Libano, ad opera di Youhanna Habib, un sacerdote dell eparchia di 68 30GIORNI N.4/5-2011

14 Monsignor Hanna Alwan, responsabile per l Europa della Congregazione dei Missionari Libanesi A sinistra, una messa nella cappella della comunità dell ordine Antoniano Maronita di Sant Isaia; sopra, la comunità con il patriarca Sfeir Baalbek, con lo scopo di educare la gioventù maronita e annunciare il Vangelo anche ai non credenti. Una delle caratteristiche dei suoi membri è quella di giurare di non ambire ai gradi ecclesiastici. Oltre che in Libano, i Missionari Libanesi sono attivi presso le comunità maronite di Brasile, Argentina, Sudafrica, Stati Uniti d America e Australia. «Noi mandiamo i nostri sacerdoti a studiare direttamente nelle terre di missione. Così, intanto, iniziano ad assistere i maroniti della diaspora. A Roma vengono soltanto coloro che devono specializzarsi in discipline che si studiano solo qui, come Teologia dogmatica, Diritto canonico e gli studi biblici». Monsignor Hanna Alwan, che abbiamo già incontrato nelle vesti di rettore emerito del Pontificio Collegio Maronita, è anche, tra le tante altre cose, il responsabile per l Europa della Congregazione dei Missionari Libanesi Maroniti. Anche lui viene dal nord del Libano, la culla della Chiesa di san Marone. Ed è entrato in Congregazione a 16 anni, insieme con il fratello gemello. «I maroniti si stabilirono al nord, dopo essere venuti via dalla Siria, per sfuggire ai bizantini prima e ai musulmani dopo. E la scelta fu quanto mai saggia: quando arrivarono in Libano, i Turchi si fermarono nelle coste e nelle città del sud perché temevano tremendamente le montagne. Quindi i maroniti furono al riparo». Il fondatore della Congregazione dei Missionari Libanesi Maroniti, Youhanna Habib, era stato, alla fine del XIX secolo, un giudice dell impero turco. I cui funzionari, quando si resero conto che far seguire le leggi islamiche ai maroniti era piuttosto difficile, disposero un tribunale per loro e un altro per i musulmani, in modo che le cause non andassero tutte a finire al tribunale di Istanbul. Habib fu scelto come giudice dei maroniti. Ma, caduto in disgrazia presso l emiro, lasciò il tribunale per farsi gesuita. Il patriarca non glielo permise. Lo ordinò sacerdote, gli affiancò alcuni sacerdoti e lo spedì in missione. Erano tempi d emigrazione, per i maroniti. Verso le Americhe. E il patriarca temeva fortemente che, una volta arrivati, perdessero la fede. Poi Youhanna Habib fu nominato vescovo. E, morto il patriarca, il Sinodo scelse lui come successore. Ma rifiutò e al suo posto, nel 1899, fu scelto, su sua proposta, un amico: Elias Boutros Hoyek, un vescovo che, nel 1890, era venuto a Roma ad acquistare il terreno per ricostruire il Pontificio Collegio Maronita. Non solo, ma Hoyek fondò anche la Congregazione della Sacra Famiglia, suore che hanno come missione principale la famiglia attraverso l educazione dei bambini e l assistenza ai parroci nella pastorale familiare. La Congregazione della Sacra Famiglia è affidata, per la direzione spirituale, alla Congregazione dei Missionari Libanesi Maroniti. «Una caratteristica dei Missionari Libanesi è la grande applicazione allo studio. Un po come i Gesuiti», aggiunge, con un certo orgoglio, monsignor Alwan. Alla fine, gli chiediamo se i suoi missionari avranno, in futuro, un lavoro sempre più gravoso considerando l emigrazione costante dei maroniti. E che cosa dovrebbe fare la Santa Sede: «L interesse di Roma si è rafforzato quando ci si è resi conto che l onda d urto dei musulmani stava diventando, in Libano come nelle altre Chiese del Medio Oriente, troppo forte. Insomma, quando hanno studiato i numeri, si sono resi conto. Il Sinodo delle Chiese orientali celebrato nello scorso ottobre è stato importante. Se non altro perché la stampa di tutto il mondo ha parlato dello stato delle cose. Siamo tutti in attesa dell esortazione di Benedetto XVI. Non è escluso che quanto stia capitando in Medio Oriente e in Nord Africa porti delle buone cose. Sono convinto che quei giovani che abbiamo visto nelle piazze vogliano libertà e lavoro. Giustamente. E che questo anelito alla democrazia possa favorire anche i cristiani». q 30GIORNI N.4/

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