In ascolto del Cantico di frate Sole (prima parte)
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- Maria Agnese Vecchi
- 9 anni fa
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1 Il pensiero della settimana, n. 214 In ascolto del Cantico di frate Sole (prima parte) Il primo settembre si celebra la terza giornata per la salvaguardia del creato indetta dalla CEI. Il tema di quest anno è «una nuova sobrietà per abitare la terra». Il messaggio che l accompagna è, come prevedibile, incentrato sui consumi e sull ombra che, implacabilmente, li accompagna: i rifiuti. Come ha argutamente scritto Maurizio Ferraris «come in un allegoria barocca, le montagne d immondizia guardano tutti gli altri miti di consumo con un sorriso egizio: ero quello che sei, sarai quello che sono» (Domenicale, Il sole-24 ore, 6 luglio 2008). La Conferenza Episcopale, nel suo linguaggio paludato ed esortativo, non può concedersi battute penetranti; è obbligata piuttosto alla citazione riverente. È quanto fa fin dalle prime righe del messaggio di presentazione della giornata, là dove afferma: «È un dovere richiamato con forza da Benedetto XVI nel Messaggio per la Giornata Mondiale per la Pace 2008: dobbiamo avere cura dell ambiente: esso è stato affidato all uomo perché lo custodisca e lo coltivi con libertà responsabile, avendo come criterio orientatore il bene di tutti (n. 7). È un impegno che ci rimanda a San Francesco d Assisi e alla lode da lui rivolta al Creatore per sora nostra madre terra, che tutti ci sostiene». Un destino fatale sembra obbligare a citare Francesco ogni volta che, in chiave spirituale, si parla di ecologia. Inutile dire che si tratta di un riferimento forzato, se non improprio. Il santo assillo del povero di Assisi è (come ricordato, peraltro, anche dal messaggio CEI) la lode del Creatore, non la salvaguardia del creato, problema, quest ultimo, che allora non si poneva affatto. Né conviene sostenere che l atteggiamento di lode possa essere proposto come risoluzione del problema ecologico. Ciò avviene per una ragione assai semplice: l ambiente è davvero casa comune. Consumi, rifiuti, sobrietà nei primi che si riflette nel contenimento dei secondi sono problemi di tutti, perciò vanno affrontati e ammesso che sia ancora possibile risolti in chiave laica. Per la gestione differenziata dei rifiuti (auspicata
2 anche dal messaggio della CEI) non è necessario, né opportuno fare appello ad alcuna sapienza biblica. L evocazione del Cantico di Francesco deve avvenire sempre e solo là dove è possibile richiamare la centralità della lode del Creatore. Ciò può aver luogo quando ci si confronta con la creazione e non già quando ci si misura con la natura o l ambiente. Il laico può in qualche modo comprendere quella lode, ma non è chiamato ad elevarla in proprio. Può capire il lodante, non amare il Lodato. O meglio, può sentire prossimo il lodatore se si tratta di una persona umana. Per quanto ci sia chi lo sostenga, è però difficile che in Francesco sia l uomo l unico soggetto che innalza la lode. Sulla scorta dei suoi più trasparenti sottotesti biblici (cfr. soprattutto Sal 148 e Dn 3,31-90), la peculiarità del Cantico di frate Sole sta nell invito rivolto alle creature di lodare il proprio Creatore. Tuttavia se la voce biblica usa un forte imperativo ( «Lodatelo sole e luna, / lodatelo, voi tutte, fulgide stelle» Sal 148,3), l umile Francesco non si ritiene in grado di dar ordini diretti. Egli opta perciò per una forma passiva: «Laudato sie, mi Signore, cum tucte le Tue creature». La scelta mette in evidenza il valore di mezzo assegnato al «cum» e al «per»: l invito è che il Signore sia lodato a opera delle sue creature. Solo alla fine apparirà un imperativo rivolto all uomo (o ancor più probabilmente ai frati), il quale, però, non può essere disgiunto dalla presenza di una nota umile: «Laudate e benedicete mi Signore et ringraziate / e serviteli cum grande humilitate». Il laico può ammirare la profondità e la bellezza del procedere; il credente, dal canto suo, è chiamato a cogliere la reale dipendenza e dignità di esseri che esistono, in ultima istanza, solo per volontà di Dio. Nulla di tutto ciò si dà in natura dove ogni essere è l esito momentaneo di una lunga (se non immensa) catena causale che lo precede. È appunto per questa lode universale che il Cantico può sussistere, intatto, al di là del mutamento radicale delle visioni cosmologiche: esso non dice nulla su come va il mondo (o come, eventualmente, se ne possa riaggiustare il corso), il suo scopo è unicamente lodare «Colui che disse e il mondo fu».
3 L esortazione volta a lodare il Signore, che Francesco non esita a qualificare con l aggettivo «mio», instaura un legame universale fra tutte le creature. La più palese innovazione del Cantico rispetto ai modelli biblici sta nel prospettare un nesso cosmico di fratellanza e sororità. Nella Scrittura è detta, in modo esplicito, la lode; tuttavia, rispetto al nostro rapporto con le creatura, non ricorre mai l immagine di fratelli e sorelle. Il dono primigenio concesso all essere umano di dar nome alle cose (Gen 2,19) si riflette nella sessualizzazione del linguaggio in virtù del quale anche il non animato diviene o maschile o femminile. Il radicamento primordiale del Cantico nell ambito della letteratura italiana trova riscontro anche in questo rifiuto del neutro. La dualitità senza eccezioni della nostra lingua consente di estendere alle creature inanimate i nomi volti a indicare la comunità di coloro, frati o suore (e non più monaci), che seguono la regola di vita di Francesco. Anche per questo il Cantico (composto, secondo la tradizione francescana, nel 1225) si presenta come un atto finale della vita del Santo di Assisi. In quelle parole non vi è solo Francesco, c è anche Chiara. L universo si presenta come un grande convento (da cum venire) maschile e femminile, non come un arroccato monastero. Il comune legame di fratellanza e sororità conosce due complicazioni. La prima riguarda «messor lo frate Sole». L astro è fratello, ma anche «mio signore» («messor»). La seconda concerne «sora nostra matre Terra», espressione in cui il legame parentale raggiunge la dimensione del paradosso. Le irregolarità lasciano trasparire che questi snodi rappresentano momenti interpretativi alti a cui occorre riservare cura e dedizione. Piero Stefani Una casa comune, una casa minacciata Anche quest anno la celebrazione della Giornata per la salvaguardia del creato intende essere un occasione per riflettere sulla vocazione della famiglia umana, in quella casa comune che è la Terra. Davvero il pianeta è la casa che ci è donata, perché la abitiamo responsabilmente, custodendone la vivibilità anche per le prossime generazioni.
4 Il pensiero della settimana, n. 215 In ascolto del Cantico di frate Sole (seconda parte) «Laudato sie, mi Signore, cum tucte le Tue creature, specialmente messor lo frate sole, lo qual è iorno, et illumini noi per lui. Et ellu è bellu e radiante cum grande splendore: de Te, Altissimo, porta significatione.» I modelli biblici del Cantico cominciano da un mondo sottratto ai nostri occhi. Il salmo 148 inizia attribuendo la lode agli angeli che stanno nel più alto dei cieli (cfr. Dn 3,58). Francesco, secondo la tradizione, dettò le sue grandi parole dopo una notte di tormenti, con gli occhi fasciati e cauterizzati. Eppure in lui la lode è legata tutta e solo al mondo visibile. Il creato è, prima di ogni altra dimensione, quanto cade sotto i nostri sguardi. Per la Genesi la creatura primigenia di Dio fu la luce (Gen 1,3); tuttavia i due grandi luminari vengono solo al quarto giorno (Gen 1,14). Per Francesco invece tutto inizia da una radiosa materialità. Per lodare Dio non c è bisogno di ascendere a cieli più alti di quelli illuminati dal sole di giorno e dalla luna di notte. Molti possono essere i riferimenti chiamati in causa per giustificare la scelta di rendere il sole simbolo di Dio. Tra essi il più pertinente è quello che meglio si collega al verso «complicato» nel quale si afferma che Dio ci illumina attraverso di esso («et illumini noi per lui»). Il sole è nostro fratello, ma è anche «messor» («mio signore»), vale a dire è immagine visibile di quel «mi Signore» oggetto della perenne lode delle creature. Il sole è signore nello stesso modo in cui lo è Dio, vale a dire lo è perché si pone al servizio di qualcun altro. La sua bellezza e il suo eccelso splendore servono a illuminare quanto è prodotto dalla madre terra. In questo passo si coglie l indelebile impronta lasciata nel cuore di Francesco dal Discorso della montagna: «siate figli del Padre vostro celeste, che fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni» (Mt
5 5,45). Matteo, per rafforzare il senso della premura divina riservata agli esseri umani, si è sentito obbligato a far ricorso all aggettivo possessivo. Quel «suo», riferito a Dio, rimanda a una paterna cura che fa splendere su tutti il sole. La fratellanza trova fondamento nella paternità divina e la lode (come la benedizione) esige di mettere tra parentesi ogni «causa seconda», ogni indagine naturale al fine di scorgere nella semplice radiante esistenza del sole il segno della quotidiana misericordia esercitata dal Padre nei confronti delle proprie creature viventi. Nel Cantico siamo agli antipodi del senso di insanabile frustrazione denunciato dal Qohelet: «Cosa resta all uomo di tutto il faticoso lavoro da lui svolto sotto il sole?» (Qo 1,3). Per Francesco essere illuminati da colui che è a un tempo «messor» e «frate» significa già di per sé essere posti sotto la raggiante protezione del Padre le cui tenerezze sono estese a tutte le sue creature (Sal 145,9). Una lettura devota del Qohelet afferma che è vanità tutto quanto giace sotto il sole, ma lo stesso non può dirsi per quanto sta al di sopra di esso: si pensa di nuovo ai cieli dei cieli; il Cantico però non ha bisogni di simili ascensioni. Al sole corrisponde, in basso, la terra. Se in cielo vi è un visibile «messor» riflesso del Padre invisibile, quaggiù vi è una madre: «Laudato si, mi Signore, per sora nostra matre Terra, la quale ne sustenta et governa, et produce diversi fructi con coloriti fiori et herba». Anche la terra è posta al servizio di qualcun altro. Essa non è il fondale fermo e incurante evocato dal Qohelet: «Una generazione va una generazione viene, ma la terra immota sta» (Qo 1,4). Per comprendere i versi francescani occorre andare ad altri passi biblici; esattamente all ordine pronunciato dalla parola originaria: «La terra produca germogli, erbe che producano seme e alberi da frutto, che facciano sulla terra frutto con il seme [ ] la terra produca essere viventi secondo al loro specie: bestiame, rettili e bestie selvatiche secondo la loro specie» (Gen 1,10.24). Quando Francesco evoca la maternità della terra, egli, lungi dall essere soggetto al retaggio di remote culture contadine, richiama la Bibbia. La presenza della lode ci indirizza
6 altrove, verso una genesiaca, obbediente fecondità. Contro ogni regola naturale, la nostra madre è anche nostra sorella, lo è perché pure la terra esegue quanto comandatole dal suo Signore. A essa e a noi è chiesta un uguale obbedienza. L azione provvidente della terra è di sostentare e governare i viventi. Nessuno tra coloro che abitano fuori dalla acque può continuare a sussistere senza attingere a quel grembo. Nella scelta di parlare di sostentamento e di governo si è scorta un allusione agli animali, presentissimi nella Genesi, nei biblici canti di lode e nella vita del poverello di Assisi, ma, inspiegabilmente, attestati in Frate sole solo nella forma indiretta e velata di dotte allusioni bibliche. Rispetto al testo della Genesi, Francesco sembra persino voler attenuare l accento posto sulla benefica azione della terra. Lo fa introducendo un richiamo a quanto nella Bibbia manca: la gratuita esistenza di coloriti fiori. Né va dimenticato che essi, con eloquente inversione, sono posti dopo i frutti («et produce diversi fructi con coloriti fiori») e quindi sottratti alla sfera della utilità. La volontà di nascondere gli animali in un riferimento allusivo e di escluderli da un esplicito coinvolgimento in una lode che vede come protagonisti sole, luna, stelle, fuoco e acqua cela un segreto. Non sarebbe difficile trovare conferma nella biografia del santo del fatto che questa presenza dissimulata ha a che fare con il problema della sofferenza degli animali. Dato citato anche da alcuni contemporanei di Francesco a prova del fatto che il creato racchiude in se stesso una cifra di atrocità incompatibile con la bontà divina. «Altissimu, onnipotente, bon Signore». Non sono stati solo i moderni a chiedersi come fosse possibile, in faccia a questo mondo, conciliare tra loro la bontà e l onnipotenza di Dio. Nell epoca di Francesco i Catari, proprio per questo motivo, attribuivano a un malvagio demiurgo la creazione del mondo materiale. Come osservato da molti, il Cantico è una consapevole risposta alla visione dualista a lui contemporanea: in esso, tutto il mondo materiale risplende e loda. Eppure le due qualifiche di «onnipotente» e «bon» sono tenute assieme solo in virtù di presentare Dio come «Altissimu», la qualifica più ripetuta in Frate Sole (quattro volte). Mentre nel Cantico Dio non è mai chiamato in modo esplicito Padre. Anche quando si parla
7 il linguaggio della lode resta mistero altissimo dichiarare come il Signore possa essere a un tempo onnipotente e buono. Infatti si può affermare che è tale solo quando Egli dà alle proprie creature la forza di mutare consapevolmente il negativo in altro; ma quest ultima sembra essere una possibilità concessa agli uomini e preclusa agli animali: Laudato si, mi Signore, per quelli ke perdonano per lo Tuo Amore Et sostengono infirmitate et tribulatione. Anche qui, forse al di là dell intenzione primaria del testo, si sarebbe tentati di interpretare quel «per» come un «per mezzo», come un «grazie a» e non già come un «a motivo di». La riconciliazione interumana diviene lode al buon Signore nel momento in cui il cuore di colui che perdona avverte in se stesso di essere, a propria volta, perdonato dall Altissimo; a propria volta nella tribolazione la lode è legata alla possibilità estrema di sentirsi, anche lì, amati da Dio. In questi versi del Cantico il lodante è senza dubbio Francesco. In quelle parole egli pone la sua vita, ormai prossima a chiudersi, all insegna della speranza di incontrare in modo definitivo il Signore, buono e onnipotente, capace di sottrarre il proprio fedele all ultimo annientamento: «Ludato si, mi Signore, per sora nostra Morte corporale [ ] beati quelli ke trovarà ne le Tue sanctissime voluntati, ka la morte secunda no l farrà male». Piero Stefani
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OMELIA : NOTTE DI NATALE
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