Pasquale Cacchio. Castelluccese. Grammatica, rimario, vocabolario e toponomastica della lingua di Castelluccio Valmaggiore (FG)

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5 Pasquale Cacchio Castelluccese Grammatica, rimario, vocabolario e toponomastica della lingua di Castelluccio Valmaggiore (FG) 5

6 Pasquale Cacchio 2013 via Porta del Pozzo Castelluccio Valmaggiore (FG) tel cell a mio padre

7 Sommario Introduzione in difesa del dialetto 9 Presentazione 13 Abbreviazioni 15 Legenda 16 Trascrizione 17 Grammatica Fonologia Morfologia Sintassi della proposizione Sintassi del periodo Diacronia e sincronia Etimologie notevoli Versificazione 67 Rimario 71 rime in -a 73 rime in -e 80 rime in -i 85 rime in -o 88 rime in -u 93 Vocabolario castelluccese - italiano 95 Vocabolario italiano - castelluccese 336 Appendice 336 Toponomastica 339 Testo del "Figliul prodigo" 341 Carta dei dialetti altomeridionali 345 Bibliografia 347 7

8 Ringrazio le signore Giovanna Pettella, Pina Letizia Cacchio, Giovanna Pompa, Carmela Giannetta, Giovanna D Angelico, Marinella Caporaso, Lella Nazzaro, Carmela Panella, Maria Pia Ziccardi, Maria Vetere Incoronata Caporaso, Carmela Caruso, Adele Coppolella, Marta Perrini, Maria D Angelico, Lorella Leone, Lina Mucciacito, Maria Pina Sereno, Leonarda Pompa, Donata Caporaso, Rocchina Donatelli, Antonietta Ricci, Maria Sereno, Chiara Basso, Giulia Guerrini, Giovanna Giovanniello, Maria Carmela Caruso, Rocchina Checchia, Dina Pompa, Pettella Giuseppina Consiglia, Titina Campanaro, Claudia Campanaro, Maria Petruzzelli, Maria Coppolella, Maria Grazia Serena, i signori Giovanni Sereno, Ernesto Giannetta, Renzo Pompa, Gaetano Mari, Donato Pompa, Giovanni Panella, Michele Panella, Nicola Panella, Angelo Pompa, Giovanni Manna, Rocco Campanaro, Gennaro Serena, Giovanni Marchese, Livio Coppolella, Antonio Coppolella di Bruno, Giacomo Coppolella, Mariano Ziccardi, Marco Lepore, Antonio D Angelico, Antonio Manna, Carlo Riccio, Antonio Caporaso, Antonio Petitti, Carmelo Giannetta, Giovanni Panella, Danilo Salvatore, Leonardo D Angelico, Tony Campanaro, Antonio Caruso, Giacomo Campanaro, Antonio Stellabotte, Rocco Caporaso, Oreste Magno, Antonio Ziccardi, Donato Petruzzelli, Rocco Petruzzelli, Donato Errico, Michele Manetti, Fernando Loiacono, Franco Stango, Carmelo Guerrini, Raffaele Riccio, Franco Sereno, Giuseppe Antonio D'Apollo, Donato D Apollo, Maurizio Donato, Donato Marchese di Giuseppe, Donato Marchese di Antonio, Giuseppe Petitti, Giulio De Santis, Donato Squeo, Delfino Caruso, Antonio De Santis, Michele D Agnello, Rocco Della Santa, Roberto Campanaro, Giovanni Checchia, Antonio Squeo, Donato Squeo, Rocco Caporaso di Vito, Michele D'Angelico, Erloni Antonio, Gennaro Caporaso, Gino Cantatore, Rocco Pompa, Donato Campanaro (D'Apollo), Rocco Ziccardi e quanti rispondono pazientemente ai miei interrogativi, il geom. Rocco Pompa per la raccolta dei toponimi, Giovanni Sereno per la traduzione della parabola del figliuol prodigo, Gino Cantatore per la traduzione di alcuni termini anatomici, il Prof. Giovanni Agresti dell'università di Teramo, che mi ha chiarito alcuni dubbi sui fenomeni consonantici, e, su alcune etimologie oscure, il poeta dialettologo Francesco Granatiero,, Anna Rita Caporaso, Mariafranca Ziccardi, Angelo Pompa, Serafina Manna, Maria Grazia De Santis, Maria Pina Sereno, Luciano Pannese, Marta Perrini, Giovanna Campanaro, Beatrice De Santis, Flavia Padalino, Claudio Di Paolo, Annalisa Pannese e soprattutto Rocchina L Erario per la stampa e la rilegatura dell'edizione 2007, e in modo particolare Anna Rita Caporaso per l'aiuto nell'inserimento di proverbi e nella revisione del vocabolario italiano - castelluccese. 8

9 Introduzione in difesa del dialetto quella grazia che non si può trarre se non da un dialetto popolare Giacomo Leopardi Zibaldone 43 Si può considerare prossima la fine dei dialetti. [...] Meglio registrarli nel migliore dei modi finché possibile. C. Segre, Enciclopedia Europea, Milano 1978, vol VI, p Scompaiono parole e cose, scompaiono aneddoti, detti e proverbi e con essi i frammenti della sapienza del mondo. In nome di un unico modo di chiamare e di dar senso alle cose, univoco, chiaro, efficiente. Così si pensa. In pochi decenni sono state spazzate via lingue e dialetti in ogni parte del mondo. Non hanno avuto la sorte, come il greco e il latino, l ebraico e il fenicio, il celtico e l etrusco, di trasformarsi, ramificarsi o decomporsi in altre lingue durante l incontro e lo scontro di culture nel corso dei secoli e dei millenni. No, adesso la loro scomparsa è talmente veloce che gli studiosi non hanno il tempo di raccoglierne le ultime testimonianze, rischiando così di non avere che scarni campioni su cui esercitare le indagini linguistiche. In Italia i dialetti sopravvivono ancora, ma sembra che il loro destino sia segnato. Eppure i dialetti, meglio delle lingue nazionali, conservano storie di parole e cose, sono testimoni di antichissimi scambi culturali, sono, più delle fonti storiche scritte, dei formidabili documenti di parentele culturali tra popoli apparentemente distanti tra loro, come traci e celti, micenei ed etruschi, egizi e greci; raccolgono il patrimonio della memoria orale, senza la quale scompare ogni forma di cultura, essendo la tradizione scritta, datata pochi millenni, più debole nel trasmettere contenuti perenni come quelli della mitologia, della religione e della fiaba. Proviamo a cercare motivi. Gli italiani avevano raggiunto l unità, ma non, come inglesi e francesi, quella linguistica. Senza sapere quale dovesse essere l italiano unitario, il nuovo stato si pose l obiettivo di eliminare la straordinaria varietà dei dialetti, bandendoli dagli uffici, dai mercati, dalle caserme e, soprattutto, dalle scuole, e continuò a italianizzare, talvolta in maniera grottesca, nomi e toponimi (qui ci hanno tradotto vucchele buca, con buccolo). Annichilito e umiliato (Pasolini), il dialetto non era considerato una lingua, checché ne dicessero i linguisti, ma un espressione grossolana, povera e imperfetta del linguaggio umano: rappresentava la tradizione di fronte al progresso, l ignoranza di fronte alla scienza, la manualità di fronte alla tecnologia, la barbarie, insomma, di fronte alla civiltà. L emigrante si vergognò della propria lingua e la nascose tra le pareti domestiche. Anche la letteratura, benché si imponessero a livello nazionale grandi poeti dialettali (guardati con benevola sufficienza dalla critica, più che con ammirazione), sopravvalutò, a danno del dialetto, le possibilità espressive della lingua letteraria. All azione del giovane stato unitario si è aggiunta quella ben più violenta da parte dei media, che hanno raggiunto quegli strati sociali appena sfiorati precedentemente dalla stampa, dal cinema e dalla radio. Genocidio culturale lo chiama Pasolini, un genocidio che, se non viene subito giustificato con mille ragioni, viene ancor più prontamente rimosso dalla memoria collettiva. 9

10 introduzione in difesa del dialetto Pasquale Cacchio parlavano la mia stessa lingua, ma non capivo nulla di quanto dicevano Michail Bulgakov Le persone hanno tra loro relazioni così bassamente interessate da non aver bisogno di corde delicate per esprimerle; impossibile definire questi scambi come lingua italiana. Guido Ceronetti Un viaggio in Italia, Torino 1983, p. 216 [...] bisogna prima avvezzare la gente a non vivere se stessa, la propria terra, memoria, civiltà; a non parlare il proprio linguaggio; anzi: a fare a meno del proprio linguaggio. Anna Maria Ortese Corpo celeste, Milano 1997, p. 21, 24 e 173. Quali parole uniscono gli italiani? Non certo le parole dei nostri artisti e poeti, dei nostri santi e pensatori, non parole comuni alle diverse espressioni regionali, ma quelle di giornali e televisione, di etichette e cartelloni pubblicitari, non nomi millenari di piante e animali, di stagioni e cicli celesti, ma termini scientifici il cui legame con gli esseri designati è quasi sempre arbitrario. E quali espressioni li uniscono? Luoghi comuni al posto di proverbi, tautologie al posto di ragionamenti, slogan al posto di riflessioni, trovate e barzellette al posto di aneddoti e racconti. Tutto nell arco di poche generazioni. Sempre con un tono di voce né alto né basso, né troppo lento né troppo veloce, sempre con lo stesso tono per parlare di un cataclisma quanto dell ultima marca di saponette. Un italiano al passo coi tempi, che, pronto ad accogliere neologismi e anglicismi, si aggiorna sui nomi degli ultimi ritrovati della tecnologia, sulle ultime novità dell industria culturale, un italiano che non accetta modelli linguistici dai dialetti, peggio se meridionali, a meno che non vengano filtrati dai centri della comunicazione di massa: nessuno di noi ha il potere di esprimersi lontano dalle formule fissate dai media, a parte quando conversiamo con gli amici meno saccenti o quando possiamo usare il dialetto almeno in famiglia. Ed è veramente una lingua viva? Che ci faccia sentire padroni delle espressioni e delle parole che usiamo? Che permetta di esprimerci senza il timore di lasciarci sfuggire un a me mi o un ma però, a dispetto del loro uso testimoniato dai classici? Che dire poi della cosiddetta proprietà di linguaggio, del terrore di ripetere uno stesso termine nello stesso periodo e della mania di sinonimi e contrari? Il dialetto non aveva paura di sbagliare, non costruiva mentalmente una frase prima di pronunziarla, istintivamente i pensieri prendevano forma, era una lingua appresa col latte materno. L italiano è invece nato da una lingua scritta, con regole codificate da letterati per lo più intolleranti di regionalismi e di accezioni non testimoniate dagli scrittori presi come modelli. Si può apprenderlo solo dopo un lungo addestramento. Sicuramente non è il risultato di una parlata secolare comune a tutti gli italiani, né di una trasformazione dei dialetti in una lingua unitaria: è il prodotto di un acculturazione. Ed è una lingua viva quella che non ha nomi per l ignoto? Che, anzi, lo deride? Che banalizza la parola sacra o misteriosa e la emargina nel ghetto delle mode esoteriche? Non esclama, non s interroga, non si meraviglia, non si entusiasma; insomma, essendo limitata allo scambio di informazioni, notizie e avvenimenti, non permette una concreta e profonda comunicazione tra gli uomini. Non possiamo parlare a nome nostro, senza il sospetto, cioè, di ripetere opinioni già trite o di portare acqua alla circolazione di qualche moda o di qualche ideologia. Già tramite una stessa parola gli uomini intendono cose diversissime (Leopardi, Zib. 1707), a maggior ragione tramite l enorme quantità di parole sfornate quotidianamente dagli specialisti della comunicazione di massa; così ognuno si chiude nella cerchia ristretta degli interlocutori che usano lo stesso linguaggio, fuori del quale resta come spaesato. 10

11 Castelluccese Introduzione in difesa del dialetto non c è posto alla voce che veramente può interessare Danilo Dolci S adagiano in parole che fingano la comunicazione. [...] Gli uomini si suoneranno vicendevolmente come tastiera. C. Michelstädter Nella lingua si rispecchia la reazione. E la lingua delle loro parole è la lingua dei padroni e delle loro folle di servi. P.P. Pasolini La religione dle mio tempo, I, Mondadori, Milano 2003, p Non tutti ne siamo padroni allo stesso modo. Nuove forme di analfabetismo, ben peggiori del non saper leggere e scrivere, minacciano le capacità espressive non solo delle masse ma anche delle persone istruite. Non ci riferiamo a chi non usa correttamente le regole della cosiddetta dizione o a chi inciampa in qualche errore grammaticale, non intendiamo qui, per padronanza, l uso canonico della lingua italiana, che anzi è criticabile per l estremo purismo delle sue regole; ci riferiamo invece ai linguaggi speciali e settoriali, che con il moltiplicarsi delle scienze e delle specializzazioni rischiano di creare una nuova babele di lingue. Fino al 700 chiunque avesse un minimo di istruzione poteva comprendere qualsiasi espressione dello scibile umano. Nell 800 si è sviluppato un linguaggio comprensibile solo agli specialisti delle diverse scienze, a loro volta ramificate nel 900 in una miriade di altre scienze, tutte a corteggiare il metodo delle scienze sperimentali anche nell invenzione di nuovi termini, ognuna con concetti e classi di concetti particolari, esibendo la simbologia matematica anche là dove non era necessaria. Così capita che un fisico non capisca nulla di quanto scriva un antropologo e un matematico nulla di un pediatra. Nei settori, poi, della politica, dell economia, dell arte e del tempo libero si è sviluppato un linguaggio con forme espressive su cui aggiornarsi, con un vocabolario che invecchia non tanto perché non registra i nuovi termini, quanto perché conserva quelli vecchi, dopo una vita di neanche un decennio. E spesso le parole nuove non indicano che cose vecchie, creando così l illusione che il mondo si evolva cambiandone il nome. Su un altro versante, quello dei mezzi di comunicazione di massa, c è il rischio di nuove forme di ignoranza sui meccanismi che li governano, a cominciare dalle tecnologie con cui vengono prodotti e distribuiti. Siamo inondati da notizie e informazioni lontane dalla nostra esperienza diretta, non abbiamo testimoni dei fatti che succedono lontano da noi. Non solo mezzi di comunicazione. Sono anche mezzi di istruzione sulla scienza, sulla storia, sull arte, sull ambiente, con un linguaggio apparentemente obbiettivo e, il più delle volte, talmente grossolano da ricavarne una conoscenza di facciata. E sono soprattutto mezzi d informazione sui nuovi prodotti della tecnologia: possiamo possederli, ma, ignorandone la composizione, i processi di produzione, i costi in energie umane e terrestri, la pericolosità e la deperibilità, non ne possiamo parlare. Infine i valori, con parole sconosciute ai dialetti, libertà, diritti, progresso, pace, solidarietà, patria, sviluppo. Possono designare tutto e il contrario di tutto. Qualsiasi ragionamento su di esse sembra che valga quanto l opposto. Non evocando in concreto nulla di ciò che ci circonda, compromettono il nostro rapporto col mondo. Che non sia un rapporto di false relazioni? 11

12 introduzione in difesa del dialetto Pasquale Cacchio venite qui tutti quanti, aculeati e muniti di elitre, prendete le mie difese e testimoniate in mio favore J.H.Fabre Ricordi di un entomologo, Einaudi, Torino. Quando l uomo ulula o grida o minaccia lo intendono molto bene gli altri animali. Miguel De Unamuno, Nebbia, De Agostini, Novara 1982, p. 157 la nostra parola non ha più potere di scambio Eugenio Barba gli uomini parleranno, ma senza dir nulla C. Michelstädter La persuasione e la retorica, Milano 1982, p. 99, 135, Che conta la sorte dei dialetti in una megasocietà che aspira a una lingua universale per una comprensione monolitica del mondo? Certo, i dialetti sopravvivono ancora. Ma se osserviamo le lingue che ne sono prive, possiamo immaginare come sarebbe la nostra senza la varietà dei dialetti. Il dialetto era testimone di un diverso rapporto dell uomo col mondo, non basato soltanto sull utile: era in simpatia coi ritmi del cosmo, era fatto di pause e silenzi (produce invece panico la sola pausa di silenzio tra due o più interlocutori), era in armonia coi movimenti del corpo, che risuonava del suono delle parole, intonava diversi timbri di voce, giocava con sillabe e vocali, quasi a riecheggiare voci e suoni della natura (adesso la natura è stata messa a tacere). Nominava fate e streghe, fati e destini personali (ha ora qualcuno un destino personale?), draghi, mostri e abitanti degli abissi. Erano superstizioni, erano credenze e fantasie, di cui ci siamo liberati, ma con ben più orrendi ordigni fra le mani, contro i quali non possiamo combattere da soli, come il cavaliere con il drago. Li nominiamo senza un cenno di paura, senza protestare neanche mentalmente, anzi li diamo, giocattoli, ai ragazzi per farli divertire (o per addestrarli?). Nella parola dialettale c era una moltitudine di relazioni con la cosa denotata, la parola era la cosa stessa, non era un vocabolo, non un termine, non un simbolo col quale fissare relazioni quantitative. Ogni parola faceva parte di un microcosmo di umili conoscenze, ma nostre, esclusivamente nostre, apprese con tutti e cinque i sensi, non era ipocrita, non aveva peli sulla lingua, spesso giocosa, era talvolta immorale, ribelle, dissacratoria, rassegnata al potere ma non umiliata. Poteva ancora avvicinarci alla lingua che nell Eden Adamo parlava con gli animali. In una comunità dialettale tutti i membri erano padroni della lingua, tutte le espressioni comprensibili a tutti, senza umilianti differenze tra le abilità espressive di uno scrittore e quelle di un garzone; tutti potevano trasmettere ai figli il proprio linguaggio, i propri modi di dire, senza concorrenti esterni; ognuno, col rischio di non essere compreso (ed era questo un metro per accettare o meno una nuova espressione) aveva il potere, non esclusivo dei media, di arricchire la lingua con nuove espressioni e con nuovi modi di dire. Le parole non erano mai distanti dall universo esperibile, si avvicinavano alle cose, non le nominavano soltanto; l acqua non era l H2O, ma, forse, quella di Talete, fonte di tutte le cose; la lucciola non era il suo apparato di organi sezionati dall entomologia, ma un essere vivente da attirare con una filastrocca; il cielo stellato non era il luogo del big bang, come siamo spavaldamente certi, ma uno spettacolo che ci sorprendeva attoniti a meditare. Certo, non potremo più riprenderci le parole e le cose perdute, siamo su una strada senza ritorno. Non ci voltiamo indietro a guardare, tanto il nostro sguardo è rivolto al futuro. Ci voltiamo solo per denigrare il passato. Continuiamo ad andare verso il senza nome, appagati da parole sempre più nuove, rassicuranti e promettenti. 12

13 Presentazione Per quanto sia parlato da una comunità di qualche migliaio di abitanti e da pochi altri emigrati sparsi nel mondo, il castelluccese è una lingua che ha una storia più o meno lunga quanto quella dell'italiano, ben lontana dall essere una sua versione marginale, come comunemente si crede. Nel lessico troviamo termini osci (pescone macigno), arabi (sérchje ar serqia, srq ragade), longobardi (pacche long *pak metà parte), spagnoli (abbasce in basso), francesi (accevì fr achever terminare), francoprovenzali (panguaje oltre naturalmente a quelli latini (craje cras domani, taure taurus toro) e greci (rachene tela, racche arakne ragnatela, cata kata presso, care! chaire salve!); nella morfologia le uscite verbali in -ase ed -ése del passato remoto potrebbero derivare dall aoristo greco; nella sintassi l imperativo negativo si forma col gerundio invece che con l infinito (nne jènne *non andando - non andare); troviamo forme fraseologiche sconosciute all'italiano (assa dice e chióve [as:a ditse v:ena *lascia dire e piove - guai se piove -, chi m'ha cecate a lu di'! [ki ma lu di] *chi mi ha cecato a lo dire! - non l'avessi mai detto!), diverso ordine delle parole nella frase (mò da nanze [mo da *ora da innanzi - d ora in poi -) e diverse costruzioni di frasi, come nelle concessive (haje vògghje a llukkà vo :a l:u"k:a] benché urli, andó vaja vaje [an"do vaja ovunque tu vada), nelle condizionali (pigghje e vène a chiòve [pi :E *prendi e viene a piovere - se all'improvviso piove), nelle interrogative (che ne vutte? [ke *lat opto *che ne scegli? - che intendi dire? -), ecc. Non solo scambi culturali antichi. Recente è l uso di termini inglesi importati dai nostri emigranti: busenisse ingl buseness commercio, smucchià [smu"k:ja] ingl smoke fumare, ciuche ingl chewing gum gomma da masticare, stinge ingl stingy avaro. Moltissimi i neologismi e gli italianismi introdotti negli ultimi decenni, per lo più tecnologici (televisione radje radio o indotti dai media (traffeche puliteche ben vengano ad arricchire più che a dimenticare la nostra lingua. Il castelluccese fa parte dei dialetti altomeridionali distribuiti lungo la fascia dei Monti Dauni nell'area a sud della linea Cassino-Gargano e, a sud-est, della linea Eboli-Lucera, entro le isoglosse evidenziate da Avolio (v Loporcaro p. 143): quanto alla prima linea, diciamo case caseum cacio, ragge rabiam rabbia, sta [sta] sta, non [Sta], e, quanto alla seconda, abbiamo -gghje [ ] al posto di -glie [L] (agghje [a aglio, pagghje [pa paglia) e -dd [ :] al posto di -ll [l:] (jadde [ja gallo, pèdde [pe pelle). Condivide con i dialetti dell area centromeridonale l assimilazione (quanne quando, chiumme piombo, Sarròcche San Rocco, mmetà invitare), l anaptissi (èreve erba, suleche solco), la metatesi (crape capra), la metafonia (sia in sillaba aperta che chiusa: rusce - rosce rosso -a, pujene 13

14 presentazione Pasquale Cacchio - pojene pugno -i, dènte - diénte dente -i, sorge - surge topo -i, sènte - siénte io sento - tu senti), la desonorizzazione (nite nido, murtatèlle mortadella, pantaseme fantasma, riéchene origano, zucchere zucchero, fafe fava), il mantenimento di -i- [j] (juoche gioco, jazze lat jaceo giaciglio, jettà lat iactare gettare), ecc.; quanto alla morfologia, l uso sistematico del dimostrativo codesto (quisse quésse codesto -a, ssu cane [s:u codesto cane, ss'àrule codesti alberi, ddò [ :O] costì), il plurale da neutri latini in -ora (case > casere casa -e, mamme > mammere mamma -e, denucchje > denocchjere ginocchio -i), l'uso del complemento oggetto indiretto (tremiénte a Marije a *guarda a Maria, a chi chiame? [a k:i *a chi chiami?), ecc. Con i dialetti dell area altomeridionale condivide la onnipresente e indistinta (sempre atona in castelluccese, mai cioè in posizione tonica: celèbbre cervello, acene acino, museche musica), il sistema vocalico con sette fonemi tonici, l'esito di pl in c [c] (chiazze piazza, chiante pianta), l'apocope dell'infinito (amà [a"ma] amare, i' [i] lat ire andare, vedé vedere), la proclisi (n'lu pòzze fa' [Nlu fa] *non lo posso fare, nen me lu venènne a di' *non me lo venire a dire), la concordanza di diversi participi con l'oggetto (ha cuote nu funge [a nu ha raccolto un fungo, ha còte na méle [a na ha raccolto una mela) e la posposizione dell'aggettivo (na strada lònghe [na strada una lunga strada) e in particolare del possessivo (la tèrra mije [la ter:a la mia terra), anche in posizione enclitica (frateme mio fratello, neputete tuo nipote), ecc. ecc. Il presente lavoro, tutt altro che completo ed esauriente ma utile, spero, ai linguisti, vuole essere un contributo alla conservazione del castelluccese. Un punto di partenza, non di arrivo, un tentativo, non un risultato. 14

15 Abbreviazioni a anche agg aggettivo alt alterato ant antico ar arabo art articolo att attivo aus ausiliare avv avverbio Bert Bertoni, cfr. bibliografia c complemento cal calabrese camp campano celt celtico cimr cimrico comp comparativo cond condizionale cong congiunzione o congiuntivo corr correlativo Cort-Marc Cortelazzo-Marcato, cfr. bibl. Cort-Zolli Cortelazzo-Zolli, cfr. bibl. der derivato Dev Devoto, vedi bibliografia ebr ebraico escl esclamazione f femminile fig espressione figurata fr francese fras fraseologico frprv francoprovenzale fut futuro gall gallico ger gerundio germ germanico gr greco imperat imperativo imperf imperfetto Imp Stefano L. Imperio, cfr. bibl. ind indicativo inf infinito ingl inglese intr intransitivo it italiano, italianismo lat latino long longobardo m maschile mod verbo modale n nome nap napoletano neg negazione ogg compl. oggetto o subord. oggettiva onom onomatopea. p pagina parl parlato part partitivo partic participio pass passato rem passato remoto pers personale, persona verbale Pian Pianigiani, cfr. bibl. poss possessivo pl plurale pleon pleonastico pr sostantivo proprio pred predicato prel prelatino prep preposizione pron pronome prop proposizione prov proverbio provz provenzale prtc participio pugl pugliese rel pronome relativo rifl riflessivo, forma riflessiva s singolare sf singolare femminile sm singolare maschile sic siciliano sin sinonimo sogg soggetto sost sostantivo sp spagnolo sub subordinata sup superlativo Tagl Tagliavini, cfr. bibl. ted tedesco top toponimo tosc toscano tr transitivo v vedi va vedi anche 15

16 Legenda [ ] trascrizione in alfabeto fonetico internazionale (IPA) * etimologia o sostrato ipotetico: butte *lat fluctus, flòppe *ingl floppy * termine non attestato: fraule lat *fragola, feccà lat *figicare * forma agrammaticale: da mazze *dare mazza (percuotere), chè chiù? *che più? > da... a... \ termine contrario In corsivo la traduzione in italiano e, nel rimario, le forme verbali. Nel vocabolario castelluccese-italiano si dà in parentesi il paradigma di ogni verbo: la prima persona dell indicativo presente, spesso uguale alla seconda e alla terza, la terza del passato remoto e il participio passato, es.: amà [a"ma] amare (ame amo ami ama amase amò amate amato); nelle forme irregolari anche la seconda o la terza persona, es.: tené tenere (tènghe tengo tiéne tieni tène tiene tenése tenne tenute tenuto); corre correre (corre corro corre curre corri currése corse curze f corze corso). Il vocabolario italiano-castelluccese è privo di definizioni grammaticali e di fraseologia, si danno invece sinonimi, contrari, derivati e qualche nomenclatura. Accanto alle uscite delle parole in -adde [a -èdde [E -idde [i ecc. si danno quelle recenti in -alle -èlle -ille ecc. 16

17 Trascrizione fonetica In parentesi quadre i simboli dell alfabeto fonetico internazionale (IPA): ["] sillaba successiva tonica (non presente nei monosillabi e nei bisillabi piani) [:] raddoppiamento della consonante o della vocale precedente [E] è aperta di èco [e] é chiusa di élmo sempre atona, indistinta o schwa, come nel napoletano cerase [O] ò aperta di bòtte (percosse) [o] ó chiusa di bótte (recipiente) [j] i di ieri [w] u di uomo [c] c [c] occlusiva palatale sorda (allofono chiaro) [ts] c di cera [k] c di casa [g] g di gara [ ] g occlusiva palatale sonora (allofono ghianda) [dz] g di gelo [ ] d occlusiva retroflessa sonora, sic bèddu [L] gl di coniglio [J] gn di ragno [F] m di campo [N] n di banco [S] sc di scena [s] s di sera [z] s di rosa [ds] z di zero [ts] z di azione Le rimanenti vocali ([a], [i], [u]) e consonanti ([b], [d], [f], [l], [m], [n], [p], [r], [t] e [v]) come in italiano. Indicheremo i suoni doppi ([bb], [tsts], ecc.) con i due punti [:] dopo la consonante ([b:], [ts:] ecc.), non [bb], [t:s], [tts] ecc.], come pure si usa; analogamente per le sillabe toniche ["b:], ["ts:] ecc, non [b"b], [t"ts] ecc. Trascrizione letteraria Vocali a, i, u come in italiano è aperta [E]: mèle miele. é chiusa [e]: méle mela. e atona (o schwa) come nel nap cerase ciliegia. ò aperta [O]: còse cosa. o chiusa [o], cose cucire. j semivocale [j]: janche bianco, crejuole stringa. La e atona è necessaria per contare il numero di sillabe nei versi e per la trascrizione di sillabe altrimenti illeggibili: trignele (trignl? trign l?) prugnolo, reterà (rtrà? r t rà?) ritirare); se scrivessimo macn o mac n, avremmo una sola sillaba invece di tre (ma-ce-ne), e, infine, si tratta di machene macchina) o di macene macina)? 17

18 trascrizione letteraria Pasquale Cacchio Useremo la semivocale j [j]: a inizio parola: jatte [jatt ] gatto, jése andò, juoche gioco; se preceduta o seguita da e atona: nejà negare, pjetà pietà, guaio; per trascrivere le occlusive palatali chj [c] e ghj [ ]: chjine pieno, chjirchje cerchio, pagghje [pa paglia; negli altri casi la sostituiremo con i, come in italiano: aiauzà [ajau"tsa] sollevare, chiérchjere cerchi, lampià [laf"pja] lampeggiare. Analogamente per i dittonghi ia [ja], iè [je], ié [je], iò [jo], iu [ju], ma con qualche ambiguità (come del resto in italiano tra lasciate [la"s:ate] e sciate [S:i"atE]): così scriveremo allo stesso modo ziane zio e anziane anziano. Quanto alla semivocale w, useremo sempre u come in italiano: fuoche fuoco, magghjuocchele [ma" palla. Consonanti b [b], d [d], f [f], l [l], m [m], n [n], p [p], r [r], t [t], v [v] come in italiano; c [ts], [k], g [dz], [g] come in italiano: cane cane, gèle gelo, ciaule taccola, allucche urlo; I suoni italiani [kja], [kje] [gja], ecc. vengono quasi sempre pronunziati [ca], [ce] [ a] ecc.: chiése chiesa [kjeza], uocchje occhio [Ok:jo], scégghje [S:e scegliere, peperoncino, ghiaure [ afa, mègghje [me meglio, ecc. (ma: teddechià solleticare, fuchià [fu"kja] ardere); dd [ :] è retroflesso come nel siciliano quiddu [kwi :u] quello: [ja gallo, [pe pelle; il suo uso, sempre più raro, sta per essere soppiantato da ll [l:] (jalle gallo, pelle); si conserva solo nei dimostrativi ddu [ :u] quel, dda [ :a] quella, ddi [ :i] quelli, ecc., e comunque non più retroflesso tra le nuove generazioni: [d:u], [d:a], [d:i], ecc. (va ); gl [L] come in italiano: maglie maglia. gn [J]come in italiano: pigne pino, cumpagne [kuf"paj:e] compagno. s [s] sempre sorda; è sonora [z] solo davanti a b, d, g, m e n: sbatte sbattere, smòve smuovere; sc [S], [sk], [Sk]: casce [kas:e] cassa, scigne scimmia, scédde [S:e ala, scalefà scaldare, scattà [ska"t:a] scattare, scattà [Ska"t:a] scoppiare, scume schiuma. z [ts] quasi sempre sorda: zappe zappa, rézze pleura, penziére pensiero; la sonora [dz] solo in poche parole, per lo più importate: zère zero, zajene zaino. Apostrofo L apostrofo sarà usato come segno d elisione (l arule l albero), di apocope (mo [mo] adesso, i andare, fa fare, di dire), di sincope (n lu [Nlu] non lo, p la [pla] per la, ch li [kli] con gli) e di aferesi, quest ultima con i dimostrativi ( ssu [s:u] codesto, sta [sta] questa, dda [d:a] quella) e con alcune forme verbali ( ite avete, éve aveva, ecc. v ). 18

19 Grammatica 19

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21 1. Fonologia 1.1. Alfabeto Per trascrivere le parole castelluccesi usiamo l alfabeto italiano e, in parentesi quadre, l alfabeto fonetico internazionale IPA Vocali a [a] è [E] é [e] e i [i] ò [O] ó [o] u [u] C è una vocale in più dell italiano, la e atona o schwa : bececlètte bicicletta, mènele mandorla La e è atona: in tutte le sillabe finali di parole non tronche (mane mano, cammese càmice); in tutte le sillabe atone (facele facile, decése disse, meracule miracolo), meserecòrdje misericordia; in diversi monosillabi (me mi, pe per, fe effe); possibile la successione di due e atone di seguito: aèree aereo, reesciute riuscito. possibile a inizio parola su sillaba atona: elemèntare elefante ma: èleche elica, Èlse è [E], é [e], ò [O], ó [o] In generale la è [E] è aperta nei suffissi -ènne èndo di tutti i gerundi (jènne andando, mangènne mangiando) ed è chiusa [e] nei suffissi -écchje, -éce, -égghje, -égne, -églie, -émme, -ése, -ésse, ecc. (v rimario). La ò [O] è aperta in diversi suffissi, come -òrje, -òtte ecc. ed è, al contrario dell italiano, chiusa nel dittongo uo (buone buòno, cuotte cotto); inoltre in suffissi come -one, -sione, -ssione -zione, ecc. (v rimario) a, i e u come in italiano Semivocali je i lungo we doppia vu w può seguire j come in italiano aiuola: mariuole ladro, vetreiuole vetriolo Consonanti b be bi c ce che chje [c:] ci d de [ di f fe effe g ge ghe ghje [ :] gi h acche acca l le glie elle m me emme n ne enne p pe pi q qu [k:u] qu r re erre s se sce esse t te ti v ve vi z ze zeta 1.2. Fenomeni vocalici Caduta Sincope crone corona, suocre lat socer suocero, dritte diritto, sorge lat soricem topo, criuse lat curiosus, nasche lat nasica fiuto, verdà verità, frustiére provnz forestier forestiero, frèsteche lat foresta selvatico, vetrenarje veterinario, curle gr kórulos drupa, prenòspere peronospera, prèule lat pergola, lurde lat luridus, Utrine Volturino, Tresine Teresina, fèurle lat ferula ferula, ecc. Anche di un intera sillaba: mantesine lat mantu ante sinum grembiule. Frequente nella terza pers. plurale del passato remoto: venérene > venérne vennero, mangiarene > mangiarne mangiarono, ecc. Diverse forme sincopate presenta la negazione nen non: con imperativi negativi (ndecènne non dire, nne jènne non andare, v ), con pronomi (nce [NtSe] non ci, nte non ti, nve v ) e con molti verbi (nfa niénte non fa nulla, ncapisce non capisce, nzapé [Ntsa"pe] non sapere, ecc Elisione Come in italiano, si può avere con tutte le parti del discorso; con articoli: l uorte (lu uorte) l orto, n uove (nu uove) un uovo; con sostantivi: vit'allègre (vita allègre) vita allegra, paés'ucine (paése ucine) paese vicino; con pronomi: s ère (se ère) si era, m ère (me ère) mi ero, m hanne (me hanne) mi hanno; con preposizioni: d acque (de acque) d acqua, nnanz a (nnanze a) davanti a, addrèt a (addrète a), dietro di, fin a (fine a) fino a; con verbi: im a fa ( ime a fa ), *abbiamo a fare (dobbiamo fare), iv a i ( ive a i ) *avevi ad andare (dovevi andare); con avverbi: ògg è fèste (ogge è fèste) oggi è festa; craj agghj a i [kraja :a"i] (craje agghje a i ); con aggettivi: bell òme (bèllu ome) bell uomo; con congiunzioni: quann è craje (quanne è craje) *quando è domani (domani), ecc. 21

22 1. fonologia Aferesi Caduta di vocale o di sillaba iniziale: di a-: scédde lat axilla ala, nnemale animale, Gnése Agnese, niélle anello, rate aratro, réne arena, ecc. di e-: gnòstre lat encaustum inchiostro, guale uguale, lèttreche elettricità, lemòsene elemosina, redetà eredità, saurite esaurito, calipse eucalipto, ecc. di i-: mute imbuto, gnotte ingoiare, gnurià [Ju"rja] lat iniuria rimproverare, mballà imballare, mpastà impastare, mbrugghià [Fbru" :a] imbrogliare, mmetà invitare, mmentà inventare, taliane italiano, Gnazje Ignazio, ecc. di o-: llòrge orologio, riéchene origano, spedale ospedale, ecc. di u-: mbréje ombra, mbrèlle ombrello, meddicule ombelico, sarare usuraio, ecc. del prefisso re- ri-: rengrazià > ngrazià ringraziare, rempruurà > mpruurà rimproverare, rentrunà > ntrunà tuonare, renfurzà > nfurzà rinforzare. del prefisso a-: abbalì > balì sfiancarsi, abbruzzése > bruzzése abruzzese, accanì > ccanì accanirsi, acchiarì > cchiarì [c:a"ri] chiarire, alluggià > lluggià alloggiare, addulecì > ddulecì addolcire, assapurà > ssapurà assaporare, assiste > ssiste assistere, ascì > scì, ecc. in alcune forme dell ausiliare avé avere: avime > ime abbiamo, avite > ite avete, avéve > éve avevo, avémme > émme avevamo, ecc. v Metafonia Si verifica sia in sillaba aperta che chiusa è [E] > i [i] 1a e 3a > 2a persona dell indicativo presente ère ero, era > ire eri Pasquale Cacchio è [E] > ié [je] singolare > plurale mugghière [mu" moglie > mugghiére [mu" secchiètte secchio > secchiétte dènte dente > diénte denti, fèste > fiéste, prèute prete > priéute vérme verme > viérme, strèpete strepito > striépete sprècchje specchio > spriécchje sèrpe serpe > siérpe, dèbbete debito > diébbete, lèbbre lepre > liébbre, nèje neo > niéje, ecc.; con diversi sostantivi e aggettivi in -ènte > pl -iénte strumènte strumènto > strumiénte, studènte > studiénte, lamènte > lamiénte, ecc., v rimario. 1a e 3a > 2a persona dell indicativo presente (tentà tentare) tènte io tento, egli tenta > tiénte tu tenti, (jettà gettare) jètte > jétte, (jermetà fare mannelli) jèrmete > (sgajeddà :a] malmenare) sgajèdde [zga"je > sgajédde [zga"je (va vocab paradigmi di accuiatà, tremènte, luà, spènne, pèrde, spezzà, tremà, sèrve, vèste, mète, tené, sènte, penzà, ecc.) é [e] > i [i] singolare > plurale mése mese > mise mesi, maéstre > maistre vrécce pietra > vricce, murrécene muro a secco > murricene, cécere cece > cicere, paése paese > paisere, rémmece coppo > rimmece, ecc.; gli aggettivi in -ése > pl -ise bruzzése abbruzzese > bruzzise, nglese inglese > nglise, francése > francise, ecc. (v rimario). 1a e 3a > 2a persona dell indicativo presente (métte mettere) métte io metto, egli mette > mitte tu metti, (pescà pescare) pésche > pische, (scemà diminure) scéme > scime, (semmenà seminare) sémmene > simmene, (sengà segnare), sénghe > singhe, (secà segare) séche > siche, (ténge tingere) ténge > tinge, (reulà regolare) réule > rìule (strénge stringere) strénge > stringe, (vedé vedere) véde > vide, (véve bere) véve> vive, (scénne scendere) scénne > scinne (va vocab paradigmi di svezzà, vénce, vénne, menà, accapezzà, addefreddà, ecc.); molti verbi in -ià [ja]: (scencelià sparpagliare) scenceléje > scencelije, (spassià passeggiare) spasséje > spassije (v rimario e paradigmi di sciarrià, frucià, manià, zurlià, ecc.) 1a e 3a > 2a persona dell indicativo imperfetto dei verbi in -ēre, -ĕre e -ire: (vulé volere) vuléve > vulive, (avé avere) avéve > avive, (i andare ) jève > ive, (tené tenere) tenéve > tenive, (métte mettere) mettéve > mettive, (vedé vedere) vedéve > vedive, (dòrme dormire) durméve > durmive, (fa fare) facéve > facive, (lègge leggere) leggéve > leggive, ecc. 1a e 3a > 2a persona del congiuntivo imperfetto dei verbi in -ēre, -ĕre e -ire: (èsse essere) fusésse io fossi, egli fosse > fusisse tu fossi, (vulé volere) vulésse > vulisse, (avé avere) avésse > avisse, (i andare ) jèsse > jisse (tené tenere) tenésse > tenisse, (da dare) désse > disse, (fa fare) facésse > facisse, (métte mettere) mettésse > mettisse, (ténge tingere) tengésse > tengisse, ecc. ecc e > je singolare > plurale stanze stanza > stanzje sentènze sentenza > sentènzje 1a e 3a > 2a persona dell indicativo presente mbruscine strapazzo, strapazza > mbruscinje strapazzi i [i] > é [e] singolare > plurale titte tetto > téttere, dite dito > détere lat *digitora, nite nido > nétere, trappite frantoio > trappétere, traìne carro > traénere, pitete peto > pétete, ecc. maschile > femminile paricchje parecchio > parécchje, pire pero > pére pera, mile melo > méle mela, vidue vedovo > védue, ninne bambino > 22

23 Castelluccese nénne, muscille gattino > muscélle, fricule briciola > frécule, sicche secco > sécche, sedeticce appassito > sedetécce, sibbete insipido > sébbete, fridde freddo > frédde, frische fresco > frésche, chjine pieno > chiéne nìure nero > néure, stritte stretto > strétte, vippete bevuto > véppete, stirpe infertile > stérpe, ecc.; gli aggettivi in -ise (f -ése): tise rigido > tése, appise appeso > appése, spise staccato > spése, stise steso > stése, ecc.; gli aggettivi in -igne > f -égne digne degno > dégne, lammecchigne viscido > lammecchégne, maligne > malégne, ecc.; alcune terminazioni in -icchje > f -écchje curnicchje cornicino > curnécchje, maistricchje maestrino > maistrécchje, ecc. (v rimario); con dimostrativi e indefiniti: quiste questo > quéste, quidde quello > quédde, quisse codesto > quésse, paricchje parecchio > parécchje, ecc ié [je] > è [E] maschile > femminile zetiélle zitello > zetèlle zitella, apiérte > apèrte, viécchje vecchio > vècchje, sniélle snello > snèlle, tiénere tenero > tènere, Veciénze Vincenzo > Vecènze, supiérchje soverchio > supèrchje, liénte sottile > lènte, liéste lesto > lèste, cuteliénte malfermo > cutelènte, liégge leggero > lègge, miéze mezzo > mèze, ceniéte morbido > cenète, tiérze terzo > tèrze, apiérte aperto > apèrte, piérze perso > pèrze, cuciénte cocente > cucènte, ecc.; parole in -iére > f -ère: canteniére oste > cantenère, filabbustiére filibustiere > filabbustère, matenére mattiniero > matenère, ecc. (v rimario); in -iérte > f -èrte ciérte certo > cèrte, apiérte aperto > apèrte, ecc. (v rimario); in -iédde [je > f -èdde [E ciucciariédde [tsuts:a"rje asinello > cucciarèdde, teniédde tinello > tenèdde, ecc. (v rime in -edde ed -elle); con qualche possessivo: miéje miei > mèje mie ò [O] > u [u] singolare > plurale ròve rovo > ruve ó [o] > u [u] singolare > plurale nepote nipote > nepute, poce pulce > puce, pedocchje pidocchio > peducchje, sorge topo > surge, croce croce > cruce, spose sposo > spuse, sorte sorto > surte, ecc.; le parole in -one > pl -une: uaglione ragazzo > uagliune, pescone macigno > pescune, matone mattone > matune, ecc. (v rimario); diverse parole in -ore > pl -ure: chelore colore > chelure, delore dolore > delure, ecc. (v rimario) 1a e 3a > 2a persona dell indicativo presente (cuntà contare) conte > cunte, (rusecà rodere) roseche > ruseche, (scurcià [skur"ts:a] sbucciare) 1. Fonologia scòrce > scurce (va nfunnà, affunnà, canosce, responne, muzzecà, spusà, putà, muntà, sorge, scuncià, sciuppà, cose, scucchià, scurtecà, sfunnà, suttecà, spulepà, spunzà, corre, turnà, vodde, ponge, culà, surchià, vonce, votte, zeffunnà, zumpà, ecc.) ó [o] > uo [wo] singolare > plurale gerasole > gerasuole ò [O] > uo [wo] singolare > plurale mòneche monaco > muonece òbbleghe obbligo > uobbleghe, cecchetònne pupazzo > cecchetuonne, sprepòsete > sprepuosete, ecc. 1a e 3a > 2a persona dell indicativo presente (còce cuocere) còce > cuoce, (truà trovare) tròve > truove, (spugghià spogliare) spògghje [spo > spuogghje, (reutà rivoltare) reòte > reuote (scucchjelà sgusciare) scòcchjele > scuocchjele, (scuffulà crollare) scòffele > scuoffele, (ncullà incollare) ncòlle > ncuolle, (mòve muovere) mòve > muove, (pruà [pru"a] provare) pròve > pruove, ecc. (va pusà, scuppà, scustà, accummegghià, scuzzà, spruà, truà, strafucà, truttà, sfurzà, sfussà, sulà, scuzzà, sunà, tuccà, tuzzà, tuzzelà, trubbecà, vulà, vutà, purtà, mòve, dòrme, chiòve, vummecà, scarafucchià, cutelà, scurdà, stòrce, stuià, ecc.) u [u] > ò [O] singolare > plurale tuje tuo, tua > tòje tue, suje suo, sua > sòje sue, cugghje [ku testicolo > cògghje, luffele lombo > lòffele. maschile > femminile struppje storpio > stròppje u [u] > ó [o] maschile > femminile duje due > doje, rutte rotto > rotte, fute lat fultus folto > fote, pertuse foro > pertose asola, surde sordo > sorde, vunte unto > vonte, mupe muto > mope, rusce rosso > rosce, lurde lurido > lorde, curte corto > corte, sule solo > sole, tunne tondo > tonne, zuzze sozzo > zozze, ummede umido > ommede, ecc.; gli aggettivi in -use > f -ose: maffiuse mafioso > maffiose, chiarfuse moccioso > chiarfose, carastuse esoso > carastose, ecc. (v rimario); alcuni participi: (corre correre) curze > corze, (ponge pungere) punte > ponte, (mponne bagnare) mpusse > mposse, ecc. singolare > plurale ulme olmo > olmere, musche muscolo > mosche, pujene pugno > pojene, tummele tomolo > tommele, uppele tappo > oppele, puzze pozzo > pozzere, chetugnele cotogno > chetognele, caraugnele foruncolo > caraognele, vucchele buco > vocchele, muzzeche morso > mozzeche, suleche solco > soleche, denucchje ginocchio > denocchjere, frutte frutto > frottere, nuzzele nòcciolo > nozzele, ecc. 23

24 1. fonologia uo [wo] > ò [O] maschile > femminile suocre suocero > sòcre, ruospe bambino > ròspe, muostre mostro > mòstre, bezzuoche bigotto > bezzòche, puorche maiale > pòrche, mamuocce pupazzo > mamòcce, scagnuozze scagnozzo > scagnòzze, sguobbe gobbo > sgòbbe, tuoje tuoi > tòje tue, suoje suoi > sòje sue, nuostre nostro > nòstre nostra, vuostre vostro > vòstre vostra, buone buono > bòne, cuotte cotto > còtte, nuove nuovo > nòve, ruosse grande > ròsse, luonghe lungo > lònghe, tuoste duro > tòste, cuote raccolto > còte, vantaiuotte vanitoso > vantaiòtte, zuoppe zoppo > zòppe, muorte morto > mòrte, sciuote sciolto > sciòte, speluorce > spelòrce., ecc. singolare > plurale uove uovo > òve, cuorne corno > còrne, scarciuoffele carciofo > scarciòffele, stuozze tozzo > stòzzere, uosse osso > òssere, ecc Dittongazione a [a] > ai [ai], aje àine (ajene lat agnus agnello, fustaine (fustajene lat fustaneum fustagno. a [a] > ja [ja]: japule gr apolós tenero, jarde lat ardere ardere, aiauzà [ajau"tsa] lat *altiare alzare, iaure lat aura afa, jalà lat halare sbadigliare. è [E] > ie [je]: liétte letto, ciéle lat coelum cielo, tiémpe tempo, viénte vento, piézze pezzo, canciédde [kan"tsje cancello, argiénte, argento. è [E] > uo [wo]: fasuole gr phaselos fagiolo. i [i] > ai [ai]: ainice lat cinisia cenere, giaiante lat gigas gigante. i [i] > ju [ju]: jute lat itum andato, ò [O] > uo [wo]: cuorje lat corium cuoio, cuorne lat cornu corno, ruospe rospo, uogghje [wo olio, uocchje lat oculus occhio, cuolle collo, cuorpe corpo, juoche lat iocus gioco, juorne lat jornum giorno, uorje lat hordeum orzo, truone tuono, puorte porto, puorche porco, suocre suocero, suonne lat somnus sonno, tuosseche tossico, ecc. oe [E] > òje eròje eroe Anaptissi maleve malva, vareve barba, èreve erba, sòreve sorbo, spulepà spolpare, poleve lat pulvis polvere, talepenare talpa, caraugnele lat carbunculus foruncolo, pantàseme fantasma, clacchese claxon, tacchese taxi, naffete nafta, caulaffiore cavolfiore, ballecone balcone, addulecì lat dulcis addolcire, suleche lat sulcus solco, sarecà sarchiare, calippese eucalipto, pulepe polpo, spulepà spolpare, addelucì lat dulcis addolcire, malevase lat malifatius malvagio, malevacije malvasia, sebbuleche Pasquale Cacchio sepolcro, trecicule triciclo, rachene gr arakne tela, accalecà calcare, calecagne calcagno, spulecià spulciare, saramiénte lat sarmentum sarmento, saràche lat sargus sàrago, ecc Fenomeni consonantici Caduta di b: duè lat debere dovere, urrajene lat borrago borragine, tàule lat tabula tavola, janche bianco, saùche sambuco, mute lat imbutus, rite frncprov e nap brite vetro, diàule lat diabolus, taùte ar tabùt bara, àrule lat arbor albero, manuèlle lat *manubella manovella, guèrne lat gubernum governo, stiaucche lat bucca tovagliolo, trude lat torbidus torbido, cuà lat cubare covare, nule lat nebula nuvola, ecc.; di bl iniziale: janche germ blank bianco, jéte lat blitum bietola, jastumà lat blastemare ; di c [k]: laje lat lacus lago, fatije fatica, putéje gr apotheke bottega, ratizze lat craticola, ainice, janice lat cinisia cenere, paià lat pacare pagare, janciédde [jan"tsje cancello, jastijà lat castigare, jatte ar qitta gatta, jonte lat iunctus aggiunta, mezzone mozzicone, ecc. di cl [kl]: juse lat clausus stalla; di d: jetale ditale, rénene lat hirundo rondine, ranene lat grando -inis grandine, unece undici, quinece quindici, curréje corredo, sèchenaènze ingl second hands di seconda mano, mènele lat amygdalus mandorlo, sineche sindaco, juorne lat diurnum giorno, uorje lat hordeum orzo, scanagghià scandagliare; di fl: jumare lat flumen fiume, jate lat flatus fiato; di g ([g] e [dz]) iniziale: rane lat granum, ranate sp granado melograno, ranene lat grando -inis grandine, ramégne gramigna, alantòme galantuomo, razje grazia, jénere genero, jenèstre lat genesta ginestra, jadde gallo, jaddine gallina, rille grillo, ruosse grosso, jelate lat gelare gelato, uozze gozzo, jacce lat glacies ghiaccio, jalètte gr galactos recipiente per il latte, rancasce grancassa, jangive lat gingiva gengiva, abbe fr ant gab gabbo, aletre prelat *galatro avena selvatica, radiate gradinata, ecc. di g [g] e [dz] intervocalica: ije lat ego io, fraule lat fragula, prèule lat pergola, téule tegola, réule lat regula, draje drago, sdréje strega, dite lat digitus, fatije lat *fatiga, giaiante [dza"jante] lat gigas -antis, Aùste Agosto, nià negare, chiaje piaga, raù ragù, fòje foga, fuje lat fugere fuggire, frije lat frigere, feure figura, spaje spago, Faìte lat fagetum Faeto, maése maggése, lià lat ligare legare, pròje lat porrigere porgere, sciaurate sciagurato, fulinje lat fuligo -inis fuliggine, raù fr ragout ragù, neozje negozio, rallerià rallegrarsi, briante brigante, sbrià 24

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