ALEXANDRE DUMAS DANTE ALIGHIERI

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2 ALEXANDRE DUMAS DANTE ALIGHIERI

3 Copyright Angelo Gemmi

4 Alexandre Dumas DANTE ALIGHIERI GUELFI E GHIBELLINI DANTE ALIGHIERI - LA DIVINA COMMEDIA nella traduzione italiana di Angelo Gemmi

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6 F GUELFI E GHIBELLINI u nel 1076, verso la stess'epoca in cui il Cid, quest'eroe delle Spagne, sottometteva ad Alfonso VI Toledo e tutta la Castiglia Nuova, che scoppiarono i dissensi tra l'imperatore Enrico IV e il sovrano pontificio Gregorio VII: ecco in quale occasione. Lo spirito di libertà aveva soffiato sull'italia; i marinai avventurosi che costeggiano le rive ne avevano respirato le prime brezze; Venezia, Genova, Pisa, Gaeta, Napoli Amalfi, s'erano costituite in repubbliche, mentre l'interno delle terre continuava ad obbedire ad Enrico IV di Germania. Il retaggio di San Pietro stesso, senza essere direttamente sottomesso all'impero, riconosceva ancora il suo assoggettamento, permettendo che la nomina dei Papi fosse confermata dagli imperatori; ma già il milanese Alessandro II aveva rifiutato di deporre la sua tiara per ricevere il battesimo della feudalità quando il monaco Ildebrando fu chiamato nel 1073 al pontificato sotto il nome di Gregorio VII. Non solo il nuovo Papa, in cui doveva personificarsi la democrazia del medioevo, seguì l'esempio di Alessandro, ma trascorsi che erano appena tre anni dalla sua elezione, gettando lo sguardo sull'europa e vedendo il popolo insorgere dappertutto come il grano in aprile, aveva compreso che spettava a lui, successore di San Pietro, raccogliere questi germi di libertà che aveva seminato la parola di Cristo. Dal 1076, pubblicò un decretale che diffidava i suoi successori dal sottomettere la loro nomina al potere temporale; da allora il soglio pontificio si trovò posto sullo stesso piano del trono dell'imperatore ed il popolo ebbe il suo Cesare. Ciò nonostante, Enrico IV non era più disposto a rinunciare ai suoi diritti che Gregorio VII in spirito di sottomettervisi. Rispose al decretale con un rescritto; il suo ambasciatore venne a suo nome a Roma per ordinare al sovrano pontificio di deporre la tiara ed ai cardinali di recarsi alla sua corte, al fine di designare un altro Papa; la lancia aveva colpito lo scudo, il ferro aveva respinto il ferro. Gregorio VII rispose scomunicando l'imperatore. Alla notizia di questa misura, i

7 principi tedeschi si radunarono a Treviri, e siccome l'imperatore, trascinato dalla collera, aveva oltrepassato i suoi diritti, che si estendevano all'investitura e non alla nomina, lo minacciarono di deporlo, in virtù dello stesso potere che l'aveva eletto, se, nel giro di un anno, non si fosse riconciliato con il santo soglio. Enrico fu costretto a cedere, apparve supplicando alla sommità di quelle Alpi ch'egli aveva minacciato di valicare da vincitore e, nel bel mezzo d'un inverno rigido, attraversò l'italia per andare a genuflettersi e a piedi nudi domandare al Papa l'assoluzione dal suo peccato. Asti, Milano, Pavia, Cremona e Lodi lo videro così passare e forti della sua debolezza, colsero il pretesto della sua scomunica per sciogliersi dal loro giuramento. Dal canto suo, Enrico IV, temendo d'irritare il Papa, non tentò minimamente di farli tornare sotto la sua obbedienza e ratificò la loro libertà; ratifica di cui esse, a rigor di termini, avrebbero potuto fare a meno, come il Papa dell'investitura; fu da questa divisione tra il santo soglio e l'imperatore, tra il popolo e la feudalità, che si formarono le fazioni guelfe e ghibelline. Durante questo tempo, e come per preparare la libertà di Firenze, Goffredo di Lorena, marchese di Toscana, e Beatrice sua sposa, morirono, uno nel 1070 e l'altra nel 1076, lasciando la contessa Matilde erede e sovrana del più grande feudo che sia mai esistito in Italia; sposata due volte, la prima con Goffredo il Giovane, la seconda con Guelfo di Baviera, ella si separò in seguito dai due suoi sposi e morì destinando le sue sostanze al soglio di San Pietro. Questa morte lasciò Firenze libera d'imitare a un di presso le altre città d'italia; si costituì dunque in repubblica; dando a sua volta l'esempio che aveva ricevuto a Siena, Pistoia e Arezzo che si affrettarono a seguirla. Ciò nonostante, la nobiltà fiorentina, senza restare indifferente alla grande questione che divideva l'italia, non vi era entrata con lo stesso ardore; si era divisa, è vero, ma in due fazioni e non campi: ciascuna di queste parti si osservava con 6

8 più sfiducia che odio e se non era più la pace, perlomeno non era ancor la guerra. Tra le famiglie guelfe, una delle più nobili, potenti e ricche, era quella dei Buondelmonti; il primogenito di questa aveva scelto per sposa una ragazza della famiglia degli Amadei, la cui casa era alleata con gli Uberti e conosciuta per le sue opinioni ghibelline. Buondelmonte de' Buondelmonti era signore di Montebuono nella val d'arno superiore ed abitava in un superbo palazzo posto in piazza della Trinità. Un giorno, come sua abitudine, attraversava a cavallo, e magnificamente vestito, le strade di Firenze, una finestra si aprì al suo passaggio e si sentì chiamar per nome. Buondelmonte si voltò, ma, vedendo che colei che lo chiamava aveva il velo, proseguì per la sua strada. La dama lo chiamò una seconda volta e scostò il velo. Allora Buondelmonte la riconobbe per una del casato dei Donati ed arrestando il suo cavallo, le domandò con cortesia cos'avesse da dirgli: «Io non posso che felicitarmi per il tuo prossimo matrimonio Buondelmonte, rispose la dama con una punta d'ironia, non voglio che ammirare la tua devozione che ti fa alleare ad una famiglia così al di sotto della tua. Certamente un avo degli Amadei avrà reso qualche gran servigio ad uno dei tuoi e tu saldi oggi un debito di famiglia». «Voi v'ingannate, nobile dama, replicò Buondelmonte. Se qualche disparità esiste tra i nostri due casati, non è la riconoscenza che lo cancella, ma bensì l'amore. Io amo Lucrezia Amadei, mia promessa sposa, e la sposo perché l'amo». «Perdonate, signor conte, continuò la Gualdrada, ma mi pare che il più nobile debba sposare la più ricca, la più ricca e nobile, ed il più bello la più bella». «Ma fino ad oggi, continuò ancora Buondelmonte, non c'è che lo specchio ch'io le ho portato da Venezia, 7

9 che m'abbia mostrato una figura comparabile a quella di Lucrezia» «Voi avete cercato male, mio signore,oppure vi siete stancato troppo presto. Firenze perderebbe alla svelta il suo nome di città dei fiori, se essa non contasse nel suo giardino più bella rosa di quella che adesso andate a cogliere». «Firenze ha pochi giardini ch'io non abbia visitato, pochi fiori di cui non abbia ammirato il colore o respirato il profumo e non vi rimangono che le margherite e le violette che abbiano potuto sfuggire ai miei occhi, nascondendosi tra l'erba». «C'è ancora il giglio che cresce ai bordi delle fontane e prospera sotto i salici, che bagna i suoi piedi nel ruscello per conservare la sua freschezza e che nasconde la sua testa nell'ombra per mantenere il suo caratter puro». «la signora Gualdrada avrebbe forse nel giardino di questo palazzo qualcosa di simile da farmi vedere?». «forse, se il signor Buondelmonte si degnasse di farmi l'onore di visitarlo». Buondelmonte lasciò le briglie nelle mani del suo paggio ed entrò nel palazzo dei Donati. La Gualdrada l'attendeva in cima alla scala; lo guidò attraverso corridoi oscuri fino ad una camera isolata; aprì la porta, sollevò le tende e Buondelmonte vide una giovane dama addormentata. Buondelmonte indugiò a lungo, rapito dall'ammirazione, niente di così bello, così fresco e puro, si era ancora offerto alla sua vista. Era una di quelle teste bionde così rare in Italia, che Raffaello ha preso a modello delle sue vergini; era un incarnato così bianco che si sarebbe detto esposto al pallido sole del nord, era una forma così leggera che Buondelmonte aveva paura di respirare, nel timore che quest'angelo si svegliasse e risalisse in cielo. La Gualdrada lasciò ricadere la tenda, Buondelmonte fece un movimento per trattenerla, ma ella gli arrestò la mano. 8

10 «Ecco la promessa sposa che io ti avevo serbato solitaria e pura, gli disse, Buondelmonte; tu hai offerto la tua mano ad un'altra. Sta bene; va' e sii felice». Buondelmonte, interdetto, rimase in silenzio. «Allora! Continuò la Gualdrada, dimentichi che la tua bella Lucrezia ti attende?». «Ascolta. Disse Buondelmonte prendendole la mano, se io rinunciassi a questa alleanza, se rompessi la promessa fatta, se mi offrissi di sposar tua figlia, me la daresti tu?». «E quale madre sarebbe così pazza o insensata da rifiutare l'alleanza del signore di Montebuono?». Allora Buondelmonte sollevò la cortina, s'inginocchiò presso il letto della bella giovine di cui prese la mano e come la dormiente dischiudeva gli occhi: risvegliatevi, mia bella amata, le disse, e voi, madre mia, mandare a cercare un prete, mentre io porrò in fronte a vostra figlia la corona d'arancio. Il giorno stesso, Buondelmonte sposò Luisa Gualdrada, della casa dei Donati. L'indomani, la notizia di questo matrimonio si diffuse. Gli Amadei dubitarono per qualche tempo dell'oltraggio che era stato loro fatto; ma venne un momento in cui essi non poterono più aver dubbi. Allora convocarono i loro parenti, gli Uberti, i Fifanti, i Lamberti e i Guadalandi e gli esposero il motivo di questa riunione. Mosca 1, al racconto dell'insulto fatto a tutti, gridò con l'energia e la concisione della vendetta cosa fatta capo ha 2. Tutti quelli ch'erano presenti ripeterono questo grido e la morte di Buondelmonte fu unanimemente decisa. La mattina di Pasqua, Buondelmonte aveva appena attraversato il ponte vecchio e discendeva lungo l'arno; più uomini a cavallo come lui sbucarono dalla strada della trinità e gli marciarono contro. Arrivati ad una certa distanza, si separa- 1 Mosca Lamberti 2 Ogni cosa che inizi ha il suo epilogo 9

11 rono in due gruppi, al fine di attaccarlo da entrambi i lati. Buondelmonte li riconobbe ma, o confidando nella loro lealtà o nel suo coraggio, continuò per la sua strada senza dare alcun segno d'inquietudine. Da lontano, arrivando presso di loro, li salutò con cortesia. Allora Schiatta degli Uberti trasse da sotto il suo mantello il suo braccio armato e con un sol colpo disarcionò Buondelmonte da cavallo; nello stesso istante, Addo 3 Arrighi, mettendo il piede a terra, gli tagliò le vene col suo coltello. Buondelmonte si trascinò fino ai piedi della statua di Marte, protettore pagano di Firenze, la cui effigie si ergeva ancora e spirò. Il clamore di questa morte non tardò molto a diffondersi nella città. Tutti i parenti di Buondelmonte si radunarono nella camera ardente, fecero predisporre un carro e vi posero, in una bara scoperta, il corpo della vittima. La sua giovane sposa si sedette sul bordo del feretro, appoggiò la testa fracassata del suo sposo sul suo petto, i parenti più prossimi la circondarono ed il corteo si mise in marcia, preceduto dal vecchio padre di Buondelmonte, che di tempo in tempo gridava, con voce rauca: Vendetta! Vendetta! Vendetta! Alla vista del cadavere insanguinato, di questa bella vedova in lacrime e dei capelli sciolti, alle grida di questo padre che precedeva la cassa del figlio che avrebbe dovuto seguire la sua, gli spiriti si infiammarono ed ogni casato nobile prese partito a seconda della propria opinione. Quarantadue famiglie di primo piano si fecero guelfe e si unirono alla fazione dei Buondelmonti; ventiquattro si dichiararono ghibelline e riconobbero gli Uberti per loro capi. Ciascuna radunò servitori, fortificò i suoi palazzi, innalzò torri e per trentatré anni la guerra civile, rimanendo dentro le mura di Firenze, corse a briglia sciolta per le sue strade e pubbliche piazze. Ciò nonostante i Ghibellini, disperando di vincere se si fossero affidati alle sole proprie forze, si rivolsero all'imperatore, che gli inviò seicento cavalieri tedeschi. Queste truppe 3 Altri Oddo 10

12 s'introdussero furtivamente in città da una delle porte controllate dai Ghibellini e la notte di Candelora del 1248, il partito guelfo, vinto, fu obbligato ad abbandonar Firenze. Allora i vincitori, padroni della città, si abbandonarono agli eccessi che caratterizzano le guerre civili. Trentasei palazzi furono demoliti e le loro torri abbattute, quella dei Toringhi che dominava la piazza del mercato vecchio, e si elevava tutta coperta di marmi all'altezza di centoventi braccia, minata alla base, crollò come un gigante fulminato. Il partito dell'imperatore trionfò quindi in Toscana ed i Guelfi restarono esiliati fino al 1251, epoca della morte di Federico II. Questa produsse una reazione. I Guelfi furono richiamati e il popolo riprese una parte dell'influenza che aveva perduto, una delle sue prime azioni, fu l'ordine di distruggere le fortezze dietro le quali i gentiluomini violavano le leggi. Un rescritto ingiunse ai nobili di abbassare tutti i loro palazzi all'altezza di cinquanta braccia ed i materiali risultanti da questa demolizione servirono ad elevare dei bastioni per la città che non era per nulla fortificata dalla parte dell'arno. Infine, nel 1252, il popolo, per festeggiare il ritorno della libertà a Firenze, coniò, con oro puro, questa moneta che si chiama fiorino, dal nome della città e che da settecento anni è rimasto con la stessa immagine, lo stesso peso e l'identico valore, senza che alcuna delle rivoluzioni che seguirono quella alla quale doveva la sua origine, abbia osato mutare la sua impronta popolare o alterare il suo oro repubblicano. Ciò nonostante i Guelfi, più generosi o pieni di fiducia dei loro nemici, avevano permesso ai Ghibellini di restare in città. Questi ultimi approfittarono di questa libertà per ordire una congiura che fu scoperta. I magistrati gli fecero recapitare l'ordine di venire a render conto della loro condotta; ma respinsero gli arcieri del podestà a colpi di pietre e frecce. Tutto il popolo si sollevò allora. Si andò ad attaccare i nemici nelle loro case, si pose l'assedio a palazzi e fortezze; in due giorni fu tutto finito. Schiatta degli Uberti morì con le armi in 11

13 mano. Un altro Uberti e un Infangati ebbero la testa troncata di netto sulla piazza del mercato vecchio; e quelli che scamparono al massacro o alla giustizia, guidati da Farinata degli Uberti, uscirono dalla città e andarono a domandare a Siena un asilo ch'essa gli accordò. Farinata degli Uberti era uno di quegli uomini del genere del barone des Adrets, del connestabile di Bourbon e dei Lesdiguières, che nascono con un braccio di ferro e un cuore di bronzo, i cui occhi si aprono su una città assediata e si chiudono su di un campo di battaglia; piante arrossate dal sangue e che portano fiori e frutti insanguinati. La morte dell'imperatore gli toglieva la risorsa ordinaria dei Ghibellini, che era quella di rivolgersi a quest'ultimo. Inviò allora dei messaggeri presso Manfredi, re di Sicilia. Questi ambasciatori domandavano un'armata. Manfredi offrì cento uomini. I legati erano sul punto di rifiutare questa offerta ch'essi consideravano come irrisoria; ma Farinata scrisse loro: Accettate comunque; l'importante è avere il drappo di Manfredi tra i nostri e quando l'avremo, io andrò a piantarlo in un luogo tale che bisognerà bene ch'egli invii rinforzi per andare a riprenderselo. L'armata guelfa, però, inseguiva i Ghibellini e venne ad accamparsi avanti alle porte di Camoglia, la cui polvere era così dolce all'alfieri 4. Dopo alcune scaramucce senza conseguenze, Farinata ordinò una sortita, fece distribuire ai soldati tedeschi che gli aveva inviato Manfredi 5 i migliori vini di Toscana e quando vide ingaggiato il combattimento tra i Guelfi e i Ghibellini, sotto il pretesto di nascondere una parte dei suoi, si mise alla testa di questi ausiliari e fece fare loro una carica così irruenta, che lui e i suoi cento uomini si trovarono circondati dall'armata nemica. I tedeschi si batterono alla disperata, ma la partita era troppo ineguale perché il coraggio potesse avervi qualche parte. Tutti caddero; Farinata solo e per miracolo, si aprì un corridoio e riguadagnò i suoi, coper- 4 A Camoglia mi godo il polverone, sonetto CXII 5 Manfredi era della casa di Svevia 12

14 to dal sangue dei nemici, stanco di uccidere, ma senza ferite. Il suo fine era raggiunto, i cadaveri dei soldati di Manfredi gridavano vendetta da tutte le loro ferite; lo stendardo reale inviato a Firenze era stato trascinato nel fango e ridotto a brandelli dalla plebaglia. Era un affronto alla casa di Svevia e una macchia allo stemma imperiale. Una vittoria soltanto poteva vendicare l'uno e cancellare l'altra. Farinata degli Uberti, scrisse al re di Sicilia il racconto della battaglia, Manfredi gli rispose inviandogli duemila uomini. Allora il leone si fece volpe. Per attirare i fiorentini in una cattiva posizione, Farinata finse di aver qualcosa da recriminare al riguardo dei Ghibellini. Scrisse agli Anziani per indicar loro un luogo d'incontro a un quarto di lega dalla città. Dodici uomini lo attendevano, lui vi si recò da solo. Si offrì loro, se avessero voluto far marciare una potente armata contro Siena, di consegnar la porta di San Vito, di cui aveva la custodia. I capi guelfi non potevano decidere nulla senza il parere del popolo. Ritornarono da questi e riunirono il consiglio. Farinata rientrò nella città. L'assemblea fu tumultuosa, la massa era del parere di accettare, ma alcuni, più lungimiranti, temevano un tradimento. Gli Anziani, che avevano aperto i negoziati, e che dovevano attribuirsene l'onore, li appoggiavano con tutto il loro potere e il popolo appoggiava gli Anziani. Il conte Guido Guerra e Tegghiaio Aldobrandini, tentarono invano di opporsi alla maggioranza; il popolo non volle ascoltarli. Allora Cece dei Guerardini, conosciuto per la sua saggezza e devozione alla patria, si levò tentando di farsi sentire; ma gli Anziani gli ordinarono di tacere. Egli continuò nondimeno il suo discorso ed i magistrati lo condannarono a cento fiorini d'ammenda. Acconsentì a pagare se a questo prezzo avesse ottenuto la parola. L'ammenda fu raddoppiata. Guerardini accettò questa nuova punizione dicendo che non si poteva pagare mai troppo cara la fortuna di dare un buon consiglio alla repubblica. Si portò, infine, la sanzione fino alla somma di quattrocento 13

15 fiorini, senza che gli si potesse imporre il silenzio. Questo attaccamento, che si scambiò per ostinazione, accese gli animi. La pena di morte fu proposta ed adottata contro chi osava opporsi così alla volontà del popolo. La sentenza fu notificata a Guerardini. L'ascoltò con serenità; poi, levandosi un'ultima volta: fate innalzare il catafalco, diss'egli, e lasciatemi parlare mentre lo si monterà. Ma i fiorentini erano decisi a non ascoltare nulla. Invece di cadere ai piedi di quest'uomo, lo arrestarono e siccome era il solo oppositore, una volta fuori dall'assemblea, la proposta passò. Firenze mandò a chiedere soccorsi ai suoi alleati. Lucca, Bologna, Pistoia, Prato, San Miniato e Volterra risposero al suo appello. In capo a due mesi, i Guelfi avevano radunato tremila cavalieri e trentamila fanti. Lunedì 3 settembre 1260, questa armata uscì di notte dalle mura di Firenze e si mise in marcia verso Siena. In mezzo ad una guardia scelta tra i più coraggiosi, rullava pesantemente il carroccio: era un carro dorato, aggiogato ad otto buoi coperti di gualdrappe rosse e in mezzo al quale si innalzava un'asta sormontata da un globo dorato; al di sotto di questo e tra due veli bianchi, sventolava lo stendardo di Firenze che, al momento della battaglia, era affidata alle mani di colui che si stimava più coraggioso. Più in basso ancora, un Cristo in croce sembrava benedire l'armata dalle sue braccia distese. Una campana, sospesa presso di esso, richiamava verso un centro comune tutti coloro che la mischia disperdeva ed il pesante bardamento, che impediva al carroccio ogni via di fuga, costringeva l'armata o ad abbandonarlo con onta, o a difenderlo con accanimento. Era un'invenzione di Eriberto, arcivescovo di Milano che volendo rilevare l'importanza della fanteria dei comuni, al fine di opporla alla fanteria dei gentiluomini, ne aveva fatto uso per la prima volta nella guerra contro Corrado il Salico, così, era in mezzo alla fanteria, il cui passo si regolava su quello dei buoi che avanzava questa pesante macchina. Chi la 14

16 conduceva, stavolta, era un vecchio di settant'anni chiamato Giovanni Tornaquinci; e sulla piattaforma del carroccio, riservata ai più valorosi, c'erano i suoi sette figli, ai quali aveva fatto giurare di morire tutti, prima che un sol nemico toccasse quest'arca d'onore medievale. Quanto alla campana, essa era stata benedetta, si dice, dal Papa Martino e si chiamava Martinella. Il 4 settembre, allo spuntar del giorno, l'armata si ritrovò sul Monte Aperto, piccolo rilievo situato a cinque miglia da Siena, verso la parte orientale della città; scoprì allora in tutta la sua estensione la città che sperava di sorprendere. Quindi un vescovo quasi cieco salì sulla piattaforma del carroccio e disse messa, che tutta l'armata ascoltò solennemente in ginocchio e col capo scoperto, poi, compiuto il santo sacrificio, staccò lo stendardo di Firenze, lo mise nelle mani di Jacopo del Vacca, della famiglia dei Pazzi e, vestendosi egli stesso di un'armatura, andò a porsi tra le fila dei cavalieri. Vi si era appena sistemato che la porta di San Vito si aprì, secondo la promessa fatta. La cavalleria tedesca ne uscì per prima, dietro di questa veniva quella dei transfughi fiorentini, comandati da Farinata; apparvero in seguito i cittadini di Siena con i loro vassalli che formavano la fanteria, in tutto uomini. I fiorentini videro d'essere stati traditi ma allo stesso tempo comparavano la loro armata a quella che andava dispiegandosi sotto i loro occhi e lanciarono delle alte grida di provocazione e d'insulto, pensando ch'erano in ragione di tre contro uno e si disposero di fronte al nemico. In quel momento, il vescovo che aveva detto messa e che, come tutti gli uomini privi di senno, aveva addestrato gli altri a perderlo, udì un rumore intorno a lui, si girò ed i suoi occhi, per quanto indeboliti fossero, credettero di vedere tra lui e l'orizzonte una linea che un istante prima non esisteva. Batté sulla spalla del suo vicino e gli domandò se vedesse una muraglia o una nebbia. Né l'una, né l'altra, rispose il soldato, sono gli scudi dei nemici. Infatti un corpo di cavalleria tede- 15

17 sca aveva girato intorno a Monte Aperto, passato l'arbia a guado, e attaccava le retrovie dell'armata fiorentina, mentre il resto dei senesi gli presentava il combattimento di fronte. Allora Jacopo del Vacca, pensando che fosse venuta l'ora d'ingaggiare la battaglia, sollevò al di sopra di tutte le teste lo stendardo di Firenze che rappresentava un leone e gridò: avanti! Ma nello stesso istante, Bocca degli Abbati, che era Ghibellino nell'animo, trasse la sua spada dal fodero e tranciò con un sol colpo la mano e lo stendardo. Poi gridando: a me, Ghibellini!, si separò con trecento nobili dello stesso partito, dall'armata guelfa, per andare a raggiungere la cavalleria tedesca. La confusione era grande tra i fiorentini: Jacopo del Vacca levò il suo moncherino mutilato e sanguinante gridando: tradimento! Nessuno pensava a raccogliere lo stendardo caduto rotolato ai piedi dei cavalli ed ognuno, vedendosi caricato da quello che un istante prima credeva suo fratello, invece di contare sul suo vicino, si allontanava da lui, temendo più la spada che lo doveva difendere che quella che doveva attaccarlo. Allora il grido di tradimento, profferito da Jacopo del Vacca, passò di bocca in bocca e ciascun cavaliere, dimenticando la salvezza della patria per non pensare che alla sua, si allontanò dal lato che gli sembrava meno pericoloso, affidando la vita alla velocità della sua cavalcatura e lasciando spirare il proprio onore al posto suo sul campo di battaglia; così di questi tremila uomini ch'erano tutti della nobiltà, trentacinque valenti soltanto rimasero che non vollero fuggire e che morirono. La fanteria ch'era formata dal popolo di Firenze e da gente venuta dalle città alleate, oppose una miglior resistenza e si serrò attorno al carroccio. Fu quindi su questo punto che si concentrò...lo strazio e il grande scempio che fece l'arbia colorata in rosso 6 ma, privati della loro cavalleria, i Guelfi non potevano resistere, poiché tutti quelli ch'erano rimasti sul campo di 6 Inferno, X 16

18 battaglia erano, come abbiamo detto, persone del popolo che, armati a caso di forconi ed alabarde, non potevano opporre alle lunghe lance ed alle spade a due mani dei cavalieri, che scudi di legno, corazze di corno di bufalo o giustacuori foderati. Gli uomini ed i cavalli bardati di ferro facevan quindi facilmente breccia in queste masse e vi scavavano dei corridoi profondi e, ciò nonostante, animati dal suono di Martinella che non cessava di far sentire la sua voce, tre volte queste masse si richiusero, respingendo dal loro seno la cavalleria tedesca che ne uscì tre volte sanguinante e intaccata, come una spada da una ferita. Infine, con l'aiuto del diversivo di Farinata alla testa dei transfughi fiorentini e del popolo di Siena, i cavalieri arrivarono fino al carroccio. Allora alla vista delle armi accade un fatto incredibile: fu quello di questo vegliardo a cui abbiamo detto essere stata affidata la protezione del carroccio e che aveva fatto giurare ai suoi sette figli di morire ai posti che avevano occupato. Per tutto il combattimento i sette giovani erano rimasti sulla piattaforma del carroccio, da cui dominavano l'armata; tre volte avevano visto il nemico vicino ad arrivare fino a loro e tre volte avevano girato gli occhi con impazienza sul loro padre. Ma con un cenno, il vecchio li aveva trattenuti; l'ora infine era arrivata in cui bisognava morire: il vecchio gridò ai suoi figli: andiamo! I giovani saltarono giù dal carroccio, ad eccezione di uno solo che suo padre trattenne per il braccio: era il più giovane, e per conseguenza il più amato; aveva diciassette anni appena e si chiamava Arnolfo. I sei fratelli erano armati al pari dei cavalieri e sostennero vigorosamente l'urto dei Ghibellini durante questo tempo. Il padre, dalla mano con cui non tratteneva suo figlio, suonava la campana per l'adunata; i Guelfi ripresero coraggio ed i cavalieri tedeschi furono una quarta volta respinti. Il vecchio vide tornare a sé quattro dei sei suoi figli; due si erano già addormentati per non svegliarsi più. 17

19 Nello stesso istante, dal lato opposto, si udì un gran grido e si vide la folla aprirsi. Era Farinata degli Uberti alla testa dei transfughi fiorentini. Aveva inseguito la cavalleria guelfa finché non si fu assicurato ch'essa non sarebbe più tornata all'attacco, come un lupo che scarta i cani prima di gettarsi sui montoni. Il vecchio, che dominava la mischia, lo riconobbe dal suo pennacchio, dalle armi e, ancor prima, dai suoi colpi: l'uomo e il cavallo sembravan essere un tutt'uno e apparivano come un mostro coperto dalle stesse scaglie. Chi cadeva sotto i fendenti dell'uno, era travolto all'istante dai piedi dell'altro; ogni cosa si apriva avanti ad essi. Il vecchio fece un segno ai suoi quattro figli e farinata venne a scontrarsi contro una muraglia di ferro. Così, le masse si serrarono attorno ad essi ed il combattimento riprese. Farinata era da solo tra quest'uomini appiedati ch'egli dominava dall'alto del suo cavallo, poiché aveva lasciato gli altri cavalieri ghibellini ben dietro di lui. Il vecchio poteva seguire la sua spada fiammeggiante che si levava ed abbassava con la regolarità del martello d'un fabbro; poteva seguire il grido di morte che seguiva ciascun colpo portato a segno; due volte credette di riconoscere la voce dei suoi figli, nonostante tutto questo, non cessò di suonare la campana, soltanto, con l'altra mano, serrava con più forza il braccio di Arnolfo. Farinata indietreggiò infine, ma come si ritira un leone, graffiando e ruggendo, diresse la sua ritirata verso i cavalieri fiorentini che caricavano per soccorrerlo, nell'attimo che trascorse prima che li raggiungesse, il vecchio vide tornare due dei suoi figli; non una lacrima usciva dai suoi occhi, non un lamento sfuggì dal suo cuore, tutto ciò che fece, fu stringersi Arnolfo al petto. Ma Farinata, i transfughi fiorentini ed i cavalieri tedeschi si erano riuniti e mentre tutte le truppe senesi caricavano dal loro lato, fanteria contro fanteria, essi si prepararono a caricare dalla loro. L'ultimo attacco fu tremendo; tremila uomini a cavallo e coperti d'acciaio s'incunearono in mezzo a 18

20 dieci o dodicimila fantaccini che restavano ancora vicino al carroccio. Entrarono in questa massa perforandola come un immenso serpente di cui la spada di farinata era il morso. Il vecchio vide il mostro avanzare ruotando i suoi anelli giganteschi; fece segno ai suoi due figli, essi si slanciarono davanti al nemico con tutte le retrovie: Arnolfo piangeva per la vergogna di non seguire i suoi fratelli. Il vecchio li vide cadere uno dopo l'altro; allora affidò la corda della campana nelle mani di Arnolfo e saltò giù dalla piattaforma; il povero padre non aveva avuto il coraggio di veder morire il suo settimo figlio. Farinata passò sul corpo del padre com'era passato su quello dei suoi figli, il carroccio fu preso e siccome Arnolfo continuava a suonare la campana malgrado le ingiunzioni contrarie che riceveva, Della Presa salì sulla piattaforma e gli tagliò la testa con un colpo di spada. Dal momento in cui i fiorentini non udirono più la voce di Martinella, non tentarono nemmeno più di ricompattarsi. Ciascuno fuggì dalla sua parte, alcuni si rifugiarono nel castello di Monte Aperto, dove furono catturati l'indomani, gli altri morirono, diecimila uomini, si dice, rimasero sul terreno. La sconfitta della battaglia di Monte Aperto è rimasta per Firenze uno di quei grandi disastri il cui ricordo si perpetua attraverso le età. Dopo cinque secoli e mezzo, il fiorentino mostra ancora agli stranieri il luogo del combattimento con tristezza e cerca nelle acque dell'arbia questa tinta rossastra che gli ha dato, si dice, il sangue dei suoi avi; dal canto loro, i senesi s'inorgogliscono ancora della vittoria, le aste del carroccio che vide tanti uomini cadere attorno a lui in questa fatale giornata, sono gelosamente conservate nella basilica, come Genova conserva, alla porta della darsena, le catene del porto di Pisa, come Perugia alla finestra del palazzo del comune il leone di Firenze, povere città a cui non rimane della propria antica libertà che i trofei ch'esse si sono trafugate a vicenda, povere schiave a cui i loro padroni hanno, per deri- 19

21 sione, certamente, inchiodata in fronte la loro corona di regina. Il 27 settembre l'armata ghibellina si presentò dinanzi a Firenze, tutte le cui donne trovò in pena, poiché, come dice Villani, non ce n'era una sola che non avesse perduto un figlio, un fratello o un marito. Le porte erano aperte e nessuna opposizione vi fu. Il giorno dopo tutte le leggi guelfe furono abolite ed il popolo, cessando di avere voce in capitolo nei consigli, ricadde sotto la dominazione della nobiltà. Allora una dieta 7 di città ghibelline della Toscana fu indetta ad Empoli; gli ambasciatori di Pisa e Siena dichiararono che non vedevano altro mezzo di soffocare la guerra civile che distruggendo del tutto Firenze, autentica capitale di Guelfi che non avrebbe cessato di favorire questo partito; i conti Guidi e Alberti, i Santafiore e gli Ubaldini appoggiarono questa proposta, o per ambizione o per odio. La mozione stava per passare quando Farinata si levò. Fu un discorso sublime quello che pronunciò questo fiorentino per Firenze, questo figlio che patrocinava in favore della madre, questo vincitore che domandava grazia per i vinti, offrendosi di morire perché la patria vivesse, cominciando come Coriolano e finendo come Camillo 8. Le parole di Farinata conquistarono il consiglio, come la sua spada in battaglia. Firenze fu salva e i Ghibellini vi stabilirono la sede del loro governo che durò sei anni. Fu il quinto anno di questa reazione imperiale che nacque a Firenze un bambino che ricevette dai suoi genitori il nome di Alighieri e dal cielo quello di Dante. 7 Qui nel senso di assemblea (n.d.t.) 8 Ma fu' io solo, là dove sofferto fu per ciascun di tòrre via Fiorenza, colui che la difesi a viso aperto». Inf. X 20

22 E DANTE ALIGHIERI ra il rampollo di una nobile famiglia della quale egli stesso avrà cura di tracciarci la genealogia 9. La radice di quest'albero, di cui fu il ramo d'oro, era Cacciaguida Elisei che, avendo preso per moglie una giovane di Ferrara della famiglia degli Alighieri, aggiunse al suo nome e alle sue armi il nome e l'armi della sua sposa e morì in terrasanta, cavaliere nella milizia dell'imperatore Corrado. Giovane ancora, perse suo padre. Allevato da sua madre, che si chiamava Bella, la sua educazione fu quella d'un cristiano e gentiluomo. Brunetto Latini gli insegnò le lettere latine e greche 10, quanto al nome del suo maestro di cavalleria, si è perduto, sebbene alla battaglia di Campaldino avesse dato prova d'aver ricevuto degne lezioni. Adolescente, studiò la filosofia a Firenze, Bologna e Padova, fatto uomo, venne a Parigi 11 e vi apprese la teologia, poi tornò nella sua bella Firenze e la trovò in preda alle guerre civili. La sua alleanza con una donna della famiglia dei Donati 12 lo gettò nel partito guelfo. Dante era uno di quegl'uomini che si danno anima e corpo quando s'impegnano in qualcosa. Così lo vediamo alla battaglia di Campaldino caricare a cavallo i Ghibellini d'arezzo e nella guerra contro i pisani gettarsi per primo all'assalto del castello di Caprona. Dopo questa vittoria, ottenne le prime cariche della repubblica. Nominato quattordici volte ambasciatore, quattordici volte condusse in porto la missione che gli era stata affidata. Fu al momento di partire per una di queste ambascerie 13 che, considerando gli avvenimenti e gli uomini e trovando gli 9 Paradiso, canto XV 10 Altri dubita che Dante avesse imparato il greco, se non poche parole di esso, insieme con le arabe ed ebraiche (n.d.t.) 11 Il viaggio è dubbio (n.d.t) 12 Gemma Donati, ch'era stata fattagli sposare nel tentativo di fargli dimenticar la morte di Beatrice 13 Presso il Papa Bonifazio VIII 21

23 uni giganteschi e gli altri minuscoli, lasciò uscire queste parole sdegnose: s'io vo chi rimane? E s'io rimango chi va? Una terra tormentata dalle discordie civili è pronta a far germogliare una simile semenza; la sua pianta è l'invidia e il suo frutto l'esilio. Accusato di concussione, Dante fu condannato, il 27 gennaio 1302, con una sentenza del conte Gabriele Gubbio, podestà di Firenze, ad ottomila fiorini d'ammenda e due anni di proscrizione e in caso di mancato pagamento, alla confisca e alla devastazione dei suoi beni, nonché ad un perpetuo esilio. Dante non volle riconoscere il crimine riconoscendo l'ordine di arresto. Abbandonò i suoi impieghi, le sue terre, le sue case ed uscì da Firenze, portando con sé per tutta ricchezza, la spada con cui aveva combattuto a Campaldino e la penna che aveva già scritto i primi sette canti dell'inferno. Allora tutti i suoi beni furono confiscati e venduti a beneficio dello stato, si passò l'aratro nel posto in cui era stata la sua casa e vi si sparse del sale. Infine, condannato a morte in contumacia, fu bruciato in effigie sulla stessa piazza in cui, due secoli più tardi, Savonarola doveva esserlo in carne ed ossa. L'amore per la patria, il coraggio in battaglia, l'ardore della gloria, avevano fatto di Dante un bravo guerriero; l'abilità negli intrighi, la perseveranza nella politica, la giustezza nella verità, un gran politico, le sventure, lo sdegno e la vendetta, un sublime poeta. Privo di questa attività pratica, di cui aveva bisogno, il suo animo si gettò a capofitto nella contemplazione delle cose divine e mentre il suo corpo rimaneva incatenato sulla terra, l'anima visitava il triplice regno dei morti e popolava l'inferno dei suoi odi, il Paradiso dei suoi amori. La Divina Commedia è l'opera della vendetta; Dante fa la punta alla sua penna con la spada. Il primo asilo che s'offrì al fuggitivo, fu il castello del signore della Scala e dai primi canti dell'inferno 14, il poeta si 14 Questi non ciberà terra né peltro, ma sapïenza, amore e virtute, e sua nazion sarà tra feltro e feltro. 22

24 premura di pagare il debito di riconoscenza ch'esprimerà ancora nel XVII canto del Paradiso Lo primo tuo refugio, il primo ostello sarà la cortesia del gran Lombardo che 'n su la scala porta il santo uccello; Si trovò alla corte di questo Augusto del medioevo, popolata da proscritti. Uno di essi, Sagacius Mucius Gazata, storico di Reggio, ci ha lasciato dei dettagli preziosi sul modo in cui il signore della Scala esercitava la sua regale ospitalità verso quelli che venivano a chiedere un riparo al suo castello feudale: Avevano differenti appartamenti a seconda delle loro diverse condizioni, ed a ciascuno il magnifico signore aveva dato valletti ed una tavola splendida. Le diverse camere venivano indicate da segni e simboli diversi. La vittoria per i guerrieri, la speranza per i proscritti,le muse per i poeti, Mercurio per i pittori, il paradiso per gli uomini di chiesa e durante i pasti, musici, buffoni e suonatori di bicchieri percorrevano questi appartamenti. Le sale erano affrescate da Giotto ed i soggetti che aveva trattato erano in rapporto alle vicissitudini della fortuna umana. Di quando in quando, il castellano chiamava alla sua tavola personale alcuni dei propri ospiti, soprattutto Guido di Castello di Reggio, che per via della sua franchezza, veniva chiamato il semplice lombardo e Dante Alighieri, uomo allora assai illustre e ch'egli venerava per il suo genio. Ma, per onorato che fosse, il proscritto non poteva piegare il suo orgoglio a questa vita e pianti profondi uscivano a più riprese dal suo petto, talvolta è Farinata che con la sua voce altera gli dice nell'inferno: Ma non cinquanta volte fia raccesa la faccia della donna che qui regge, che tu saprai quanto quell'arte pesa 15. Talaltra è il suo avo Cacciaguida che, compatendo le pene a venire del suo discendente, esclama: 15 Canto IX Qual si partío Ippolito d'atene 23

25 per la spietata e perfida noverca, tal di Fiorenza partir ti convene. Questo si vuole e questo già si cerca, e tosto verrà fatto a chi ciò pensa là dove Cristo tutto dí si merca. La colpa seguirà la parte offensa in grido, come suol; ma la vendetta fia testimonio al ver che la dispensa. Tu lascerai ogni cosa diletta piú caramente; e questo è quello strale che l'arco dello essilio pria saetta. Tu proverai sí come sa di sale lo pane altrui, e come è duro calle lo scendere e 'l salir per l'altrui scale. E quel che piú ti graverà le spalle, sarà la compagnia malvagia e scempia con la qual tu cadrai in questa valle 16 ; questi versi, lo si vede, sono scritti con le lacrime degli occhi e il sangue del cuore. Ciò nonostante, per quanti amari dolori soffrisse, il poeta rifiutò di rientrare nella sua patria, poiché non vi faceva rientro attraverso un onorato cammino. Nel 1315 una legge richiamò i proscritti a condizione che pagassero una certa ammenda. Dante, i cui beni erano stati venduti e la casa demolita, non poté mettere insieme la somma necessaria. Gli venne allora offerta l'esenzione da questo tributo ma a condizione che si costituisse prigioniero e che andasse a ricevere il suo perdono alla porta della cattedrale, a piedi nudi, vestito dell'abito dei penitenti e con le reni cinte da una corda. Questa proposta gli fu portata da un religioso suo amico. Ecco la replica di Dante: «dalla vostra lettera, che io ho ricevuto con i sentimenti di rispetto e affetto che vi son dovuti, ho compreso, con riconoscenza, quanto valore attribuiate al mio ritorno nella mia patria. La vostra buona azione mi lega tanto più strettamente, che è raro, agli esiliati trovare degli amici. Ora io riprenderò il contenuto della vostra lettera; e se la mia risposta non è quella che aspetterebbe forse la pusillanimità di alcuni uomini, io la rimetto 16 Paradiso, canto XVII 24

26 affettuosamente all'esame della vostra prudenza, prima della decisione finale. Dopo che mi è stato annunciato, nella vostra lettera, in quelle di mio nipote e di diversi altri amici, che è stato pubblicato un editto sugli esiliati, stando ai cui termini, se io voglio pagare una certa somma di denaro e sottomettermi all'ontuosa formalità dell'oblazione, potrò essere assolto e tornare a Firenze. Ci sono, in questa proposta, due cose ridicole e mal consigliate; io dico mal consigliate per quelli che si sono così espressi, poiché la vostra lettera, scritta con più discrezione e di saggezza, non contiene nulla di simile. Ecco dunque il glorioso mezzo offerto a Dante Alighieri di rientrare nella sua patria dopo quindici anni d'assenza! È questo che ha meritato la mia innocenza manifesta per tutti? È questo tutto ciò che si deve alle mie lunghe fatiche, a tante veglie consacrate al lavoro e allo studio? Lungi da me, lungi da un servitore della filosofia, questa bassezza di cuore, tutta carnale che mi farebbe venire, così come un Ciolo e alcuni altri infami, fare tutto legato l'oblazione della mia persona. Lungi da un uomo che predica la giustizia, una tale debolezza, che avendo subito l'ingiustizia, dia soldi a coloro che l'hanno compiuta, come a dei benefattori! Non è per un tale cammino, o padre mio! Che si rientra nella propria patria. Si voi, od ogni altro, conoscete una via mediante la quale Dante non debba lasciare nulla del suo onore e del suo nome, eccomi pronto ad accorrere a grandi passi, ma, se per rientrare a Firenze, non c'è altra strada che quella che volete offrirmi, io non rientrerò a Firenze 17...». Dante, proscritto dai Guelfi, si era fatto Ghibellino e divenne tanto ardente nella sua nuova ideologia, quanto era stato fedele nell'antica; certamente, credeva che l'unità imperiale fosse il solo mezzo di grandezza per l'italia e ciò nonostante Pisa aveva abbattuto il suo camposanto, il suo duomo e la sua torre pendente. Arnolfo di Lapo aveva gettato sulla grande 17 Questa lettera, conservata nella biblioteca di Firenze, non è di man di Dante. Dante, come Molière, non ha lasciato alcun manoscritto autografo 25

27 piazza di Firenze le fondamenta di Santa Maria del Fiore; Siena aveva innalzato la sua cattedrale dal campanile rosso e nero e vi aveva racchiuso come un gioiello nel suo scrigno la sedia scolpita da Nicola Pisano. Forse anche il carattere avventuroso dei cavalieri e dei signori tedeschi gli sembrava più poetico dell'abilità mercantizia della nobiltà genovese o veneziana e la fine dell'imperatore Alberto gli piaceva più della morte di Bonifazio VIII 18. Disgustato dalla vita che conduceva presso Cangrande della Scala, dove l'amicizia del padrone non lo proteggeva sempre dall'insolenza dei suoi cortigiani e dalle facezie del suo buffone di corte, il poeta riprese la sua vita errabonda. Aveva terminato il suo poema dell'inferno a Verona; scrisse il Purgatorio a Gargagnano e terminò la sua opera al castello di Tolmino, in Friuli, con il Paradiso. Da lì venne a Padova dove trascorse qualche tempo presso Giotto, suo amico al quale, per riconoscenza, donò la corona di Cimabue. Infine, andò a Ravenna, è in questa città che pubblicò il suo poema per intero. Duemila copie ne furono fatte a mano e inviate in tutta Italia; ciascuno levò i suoi occhi strabiliati verso questo nuovo astro che si era appena acceso in cielo. Si dubitò che un uomo ancor vivente avesse potuto scrivere tali cose e più di una volta successe., quando Dante passeggiava lentamente e con passo severo nelle strade di Verona, con la sua lunga veste rossa e la sua corona di alloro sulla testa, che una madre santamente spaventata lo additasse a suo figlio dicendo: vedi tu quest'uomo? È disceso all'inferno. Dante morì a Ravenna il 14 settembre 1321, all'età di 56 anni. Guido da Polenta, che gli aveva offerto asilo, lo fece sep- 18 L'imperatore Alberto fu ucciso a Koenigfelden da suo nipote Giovanni di Svevia, nel momento in cui marciava contro gli svizzeri. Bonifazio VIII, furioso d'essere stato oltraggiato dal Colonna, fu preso da una febbre nervosa e si ruppe la testa contro il muro della sua camera, dopo essersi mangiato una mano. Il popolo gli indirizzò questo epitaffio: QUI GIACE COLUI CHE SALÌ AL PONTIFICATO COME UNA VOLPE, VI REGNÒ COME UN LEONE E MORÌ COME UN CANE 26

28 pellire nella chiesa dei frati minori in pompa magna e in abito da poeta. Le sue ossa vi restarono fino al 1481, epoca in cui Bernardo Bembo, podestà di Ravenna per la repubblica di Venezia, gli fece innalzare un mausoleo seguendo i disegni di Pietro Lombardo. Sulla volta della cupola vi sono quattro medaglioni rappresentanti Virgilio, sua guida, Brunetto Latini, suo maestro, Cangrande suo protettore e Guido Cavalcanti suo amico. Firenze, ingiusta con il vivo, fu pietosa verso il morto e tentò di riavere i resti di colui il quale aveva proscritto. Dal 1396 gli decretò un monumento pubblico, nel 1429 rinnovò le sue richieste presso i magistrati di Ravenna, infine, nel 1519, indirizzò una supplica a Leone X e tra le firme si legge questa postilla: io, Michelangelo, scultore, supplico vostra santità per la stessa causa, offrendomi di far dono al divin poeta di una sepoltura conveniente e in un luogo onorevole di questa città. Leone X rifiutò. Sarebbe stata, ciò nonostante, una grande e bella cosa la tomba di Dante di Michelangelo. Dante era di media statura e ben proporzionato; aveva il viso allungato, gli occhi grandi e penetranti, il naso aquilino, le mascelle grosse, il labbro inferiore sporgente e più grande dell'altro, la pelle bruna e la barba e i capelli crespi. Camminava ordinariamente con passo grave e calmo, vestito d'abiti semplici, parlando di rado e attendendo quasi sempre che lo si interrogasse per rispondere; allora la sua risposta era giusta e concisa, poiché si prendeva il tempo di soppesarla con la sua saggezza. Senza avere un'elocuzione facile, diveniva eloquente nelle grandi circostanze. Via via che invecchiava, si rallegrava di essere solitario e distaccato dal mondo; l'abitudine alla contemplazione gli fece assumere un contegno austero, sebbene fosse sempre uomo d'impulso e di eccellente cuore. Ne diede prova quando, per salvare un bambino ch'era caduto in uno di quei piccoli pozzetti in cui s'immergevano i neonati, spaccò il battistero di San Giovanni, poco curandosi che lo si accusasse di empietà: 27

29 Non mi parean men ampi né maggiori che que' che son nel mio bel San Giovanni, fatti per luogo di battezzatori; l'un delli quali, ancor non è molt'anni, rupp'io per un che dentro v'annegava 19 Dante aveva avuto, all'età di nove anni, uno di quei giovani amori che spandono il loro fascino su tutta la vita. Beatrice di Folco Portinari in cui, ogni volta che la rivedeva, trovava una bellezza nuova 20, passò davanti questo fanciullo dal cuore di poeta che la immortalò quando divenne uomo. All'età di 26 anni, questo angelo prestato alla terra, andò in cielo a riprendersi le sue ali e la sua aureola e Dante la ritrovò alle porte del paradiso dove non poteva accompagnarlo Virgilio. 19 Inferno, canto XIX 20 Io non la vidi tante volte ancora che non trovassi in lei bellezza nova 28

30 S LA DIVINA COMMEDIA e si vuol gettare un colpo d'occhio sull'europa del XIII secolo, e vedere da cento anni quali avvenimenti vi avevano luogo, si sarà certi che tocca a quest'epoca in cui la feudalità, preparata da una genesi di otto secoli, comincia la laboriosa infanzia della civiltà. Il mondo pagano e imperiale di augusto era crollato con Carlo Magno in occidente e Alessio l'angelo in Oriente: il mondo cristiano e feudale di Ugo Capeto gli era subentrato. Il medioevo religioso e politico, personificato già in Gregorio VII e Luigi IX, non attendeva più per completarsi, che il suo rappresentante letterario. Vi sono dei momenti in cui idee vaghe, cercando un corpo in cui farsi uomo, aleggiano al di sopra delle società come una nebbia al di sopra del terreno, finché il vento la spinge sugli specchi d'acqua o sulle pianure, non è che un vapore informe, senza consistenza e colore, ma quando incontra un grande monte, si abbarbica alla sua cima, il vapore diviene nube, la nube tempesta e mentre il fronte della montagna cinge la sua aureola di luce, l'acqua che filtra misteriosamente si ammassa nelle sue cavità profonde ed esce ai suoi piedi, fonte di qualche fiume immenso che attraversa, allargandosi costantemente, a terra o la società e che si chiama Nilo o Iliade, Po o Divina Commedia. Dante, come Omero, ebbe la fortuna di nascere in una di quest'epoche in cui una società vergine cerca un genio che formuli i suoi primi pensieri: apparve alle soglie del mondo nel momento in cui San Luigi irrompeva alle porte del cielo. Dietro di lui tutto era rovine, davanti tutto avvenire, ma il presente altro non aveva ancora che speranze. L'Inghilterra, da due secoli invasa dai normanni, operava la sua trasformazione politica. Da molto tempo non c'erano più veri scontri tra i vincitori e i vinti; ma c'era sempre lotta silenziosa tra gli interessi del popolo conquistato e quelli del popolo conquistatore. In questo periodo di due secoli, sebbe- 29

31 ne l'inghilterra avesse avuto grandi uomini, era nata con una spada in mano e se qualche vecchio bardo portava ancora una cetra appesa alle sue spalle, non era se non al riparo dei castelli sassoni, in un linguaggio sconosciuto ai vincitori e quasi dimenticato dai vinti che osava celebrare gli atti di generosità del buon re Alfredo 21 o le gesta di Aroldo, figlio di Sigurd. Il fatto è che, dalle relazioni forzate tra gli indigeni e gli stranieri, cominciava a nascere una lingua nuova che non era né il normanno né il sassone ma un misto informe e bastardo di tutti e due che centottant'anni più tardi soltanto, Tommaso Moro, Steel e Spenser dovevano regolarizzare per Shakespeare. La Spagna, figlia della fenicia, sorella di Cartagine schiava di Roma, conquistata dai goti, consegnata agli Arabi dal conte Giuliano, annessa al trono di damasco da Tarik, poi separata dal califfato d'oriente da Abdalrahaman, della tribù degli Ommiadi, la Spagna, maomettana dal distretto di Gibilterra ai Pirenei, aveva ereditato dalla civiltà portata da Costantino da Roma a Bisanzio. Il faro spento da un lato si era riacceso dall'altro e mentre il Colosseo e il Partenone crollavano dalla riva sinistra del Mediterraneo, si vedeva levarsi, sulla riva destra, Cordova aveva le sue mille moschee, i suoi novecento bagni pubblici, le sue duemila case e il suo palazzo di Zehra, i cui muri e le scale, incrostati d'acciaio e d'oro, erano sostenuti da mille colonne dei più bei marmi di Grecia, Africa e Italia. Ciò nonostante, mentre tanto sangue straniero e infedele si iniettava nelle sue vene, la Spagna non aveva cessato di sentir battere nelle Asturie il suo cuore nazionale e cristiano. Pelagio, che inizialmente non ebbe per impero che una montagna, per palazzo una caverna e per scettro la sua spada, aveva gettato, nel mezzo del califfato di Abdalrahaman, le fondamenta del regno di Carlo V. la lotta cominciata nel 717 si era protratta per cinquecento anni e quando all'inizio del 21 King Alfred (n.d.t.) 30

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