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Transcript:

LA DIVINA COMMEDIA Introduzione Dante iniziò la composizione della Divina Commedia durante l esilio, probabilmente intorno al 1307. La cronologia dell opera è incerta Il titolo originale è Commedia in quanto l aggettivo Divina fu dato successivamente dal Boccaccio (metà del 14 sec). La Divina Commedia è un poema didattico allegorico Poema è una composizione letteraria in versi e di ampia estensione, spesso suddivisa in più parti. Didattico perché Dante si prefigge di trasmettere un insegnamento di natura morale e religiosa. Allegoria: Procedimento retorico, particolarmente usato nel Medioevo, con il quale i concetti vengono rappresentati in figure concrete di persone, animali o cose dotati di significato autonomo. LA STRUTTURA La Commedia è divisa in tre cantiche (Inferno, Purgatorio, Paradiso) INFERNO I CANTICA 33 CANTI+1 PURGATORIO II CANTICA 33 CANTI 100 CANTI PARADISO IIICANTICA 33CANTI Ogni canto è composto da versi endecasillabi (versi formati da 11 sillabe) raggruppati in terzine (strofa formata da tre versi), a rima concatenata (ABA,BCB, CDC). (VALORE SIMBOLICO DEL NUMERO 3: TRINITA ) IL VIAGGIO ALLEGORICO La Commedia è il racconto di un viaggio che ha sia un significato letterale che allegorico. Il significato letterale è quello di un viaggio che fa Dante nella notte dell 8 aprile del 1300 (settimana Santa, anno in cui il Papa Bonifacio 8 indisse il primo giubileo della Chiesa cristiana) quando, dopo essersi smarrito in una selva dove incontra belve feroci, viene soccorso dall anima di Virgilio, poeta latino, che lo condurrà attraverso i tre Regni dell oltretomba. Come Dante stesso chiarisce, questo viaggio ha il compito di illustrare al lettore la condizione delle anime post mortem. Il viaggio ha però anche un significato allegorico, ovvero quello di un percorso morale e religioso che ogni uomo può e deve compiere in questa vita per ottenere la salvezza eterna.

Il viaggio ha quindi un alto significato: quello salvifico. STRUTTURA DELL OLTRETOMBA DANTESCA Dante nell assegnazione delle pene utilizza la legge del contrappasso La legge del contrappasso (dal latino contra e patior, "soffrire il contrario") è un principio che regola la pena che colpisce i rei mediante il contrario della loro colpa o per analogia ad essa.

INFERNO: CANTO PRIMO Testo Nel mezzo del cammin di nostra vita mi ritrovai per una selva oscura, ché la diritta via era smarrita. 3 Ahi quanto a dir qual era è cosa dura esta selva selvaggia e aspra e forte che nel pensier rinova la paura! 6 Tant è amara che poco è più morte; ma per trattar del ben ch i vi trovai, dirò de l altre cose ch i v ho scorte. 9 Io non so ben ridir com i v intrai, tant era pien di sonno a quel punto che la verace via abbandonai. 12 Ma poi ch i fui al piè d un colle giunto, là dove terminava quella valle che m avea di paura il cor compunto, 15 guardai in alto e vidi le sue spalle vestite già de raggi del pianeta che mena dritto altrui per ogne calle. 18 Allor fu la paura un poco queta, che nel lago del cor m era durata la notte ch i passai con tanta pieta. 21 E come quei che con lena affannata, uscito fuor del pelago a la riva, si volge a l acqua perigliosa e guata, 24 così l animo mio ch ancor fuggiva, si volse a retro a rimirar lo passo che non lasciò già mai persona viva. 27 Poi ch èi posato un poco il corpo lasso, ripresi via per la piaggia diserta, sì che l piè fermo era sempre l più basso. 30 Ed ecco, quasi al cominciar de l erta, una lonza leggiera e presta molto, che di pel macolato era coverta; 33 Parafrasi A metà del percorso della vita umana (all'età di 35 anni), mi ritrovai per una oscura foresta, poiché avevo smarrito la giusta strada. Ahimè, è difficile descrivere com'era quella foresta, selvaggia, inestricabile e tremenda, tale che al solo pensiero fa tornare la paura. È così spaventosa che la morte lo è poco di più: ma per descrivere il bene che vi trovai dentro, dirò quali altre cose ho visto in essa. Non sono in grado di spiegare come vi sia entrato, tanto ero pieno di sonno nel momento in cui lasciai la giusta strada. Ma dopo che fui arrivato ai piedi di un colle, là dove finiva quella valle che mi aveva rattristato il cuore di paura, alzai lo sguardo e vidi la sua vetta già illuminata dai raggi del sole, che conduce ogni uomo sulla giusta strada. Allora si placò un poco la paura che avevo avuto nel profondo del cuore, quella notte che trascorsi con tanta angoscia. E come il naufrago che col respiro affannoso, gettato dal mare sulla riva, si volta e guarda alle acque pericolose da cui è scampato, così il mio animo, che ancora era in fuga, si voltò indietro ad osservare il passaggio che non lasciò mai passar vivo nessun uomo. Dopo che ebbi riposato un poco il corpo stanco, ripresi a camminare lungo il pendio deserto del colle, in modo tale che il piede più saldo era sempre quello più basso.

e non mi si partia dinanzi al volto, anzi mpediva tanto il mio cammino, ch i fui per ritornar più volte vòlto. 36 Temp era dal principio del mattino, e l sol montava n sù con quelle stelle ch eran con lui quando l amor divino 39 mosse di prima quelle cose belle; sì ch a bene sperar m era cagione di quella fiera a la gaetta pelle 42 l ora del tempo e la dolce stagione; ma non sì che paura non mi desse la vista che m apparve d un leone. 45 Ed ecco che apparve, quasi all'inizio della salita, una lonza snella e molto agile, ricoperta di pelo maculato; e non si allontava di fronte a me, anzi, impediva a tal punto il mio cammino che io pensai più volte di tornare indietro. Erano le prime ore del mattino, e il sole stava sorgendo insieme a quella costellazione (l'ariete) che era con lui il giorno della Creazione, quando l'amore divino mosse per la prima volta quelle belle cose; così l'ora del giorno e la stagione primaverile mi davano buoni motivi per sperare bene a proposito di quella belva dalla pelle chiazzata; ma non al punto che non mi desse paura la vista, che mi apparve subito dopo, di un leone. Questi parea che contra me venisse con la test alta e con rabbiosa fame, sì che parea che l aere ne tremesse. 48 Ed una lupa, che di tutte brame sembiava carca ne la sua magrezza, e molte genti fé già viver grame, 51 questa mi porse tanto di gravezza con la paura ch uscia di sua vista, ch io perdei la speranza de l altezza. 54 E qual è quei che volentieri acquista, e giugne l tempo che perder lo face, che n tutti i suoi pensier piange e s attrista, 57 tal mi fece la bestia sanza pace, che venendomi ncontro a poco a poco mi ripigneva là dove l sol tace. 60 Mentre ch i rovinava in basso loco, dinanzi agli occhi mi si fu offerto chi per lungo silenzio parea fioco. 63 Quando vidi costui nel gran diserto, «Miserere di me,» gridai a lui, «qual che tu sii, od ombra od omo certo!» 66 Rispuosemi: «Non omo, omo già fui, e li parenti miei furon lombardi, mantoani per patria ambedui. 69 Nacqui sub Iulio, ancor che fosse tardi, Questi sembrava venire contro di me, con la testa alta e con fame rabbiosa, al punto che persino l'aria sembrava tremare. Ed ecco apparire una lupa, che nella sua magrezza sembra piena di tutti i desideri e spinse molte persone a vivere miseramente; questa mi procurò una tale angoscia, col terrore che mi ispirava il suo aspetto, che persi la speranza di raggiungere la sommità del colle. E come colui che acquista volentieri, e poi arriva il tempo in cui perde ogni cosa, per cui piange e si rattrista in ogni pensiero, così mi rese la belva senza pace, che venendo contro di me mi sospingeva poco a poco verso il basso, dove non c'era il sole. Mentre io scivolavo a valle, verso la foresta, apparve davanti ai miei occhi qualcuno che non riuscivo a vedere bene per la penombra. Quando vidi costui nel luogo deserto, gli gridai: «Abbi pietà di me, chiunque tu sia, un'anima o un uomo in carne e ossa!»

e vissi a Roma sotto l buono Augusto al tempo de li dei falsi e bugiardi. 72 Poeta fui, e cantai di quel giusto figliuol d Anchise che venne di Troia poi che il superbo Ilïón fu combusto. 75 Ma tu perché ritorni a tanta noia? perché non sali il dilettoso monte ch è principio e cagion di tutta gioia?» 78 «Or se tu quel Virgilio e quella fonte che spandi di parlar sì largo fiume?», rispuos io lui con vergognosa fonte. 81 «O de li altri poeti onore e lume, vagliami l lungo studio e l grande onore che m ha fatto cercar lo tuo volume. 84 Tu se lo mio maestro e l mio autore, tu se solo colui da cu io tolsi lo bello stilo che m ha fatto onore. 87 Vedi la bestia per cu io mi volsi; aiutami da lei, famoso saggio, ch ella mi fa tremar le vene e i polsi». 90 «A te convien tenere altro viaggio,» rispuose, poi che lagrimar mi vide, «se vuo campar d esto loco selvaggio; 93 ché questa bestia, per la qual tu gride, non lascia altrui passar per la sua via, ma tanto lo mpedisce che l uccide; 96 e ha natura sì malvagia e ria, che mai non empie la bramosa voglia, e dopo l pasto ha più fame che pria. 99 Molti son li animali a cui s ammoglia, e più saranno ancora, infin che l veltro verrà, che la farà morir con doglia. 102 Questi non ciberà terra né peltro, ma sapïenza, amore e virtute, e sua nazion sarà tra feltro e feltro. 105 Di quella umile Italia fia salute per cui morì la vergine Cammilla, Eurìalo e Turno e Niso di ferute. 108 Mi rispose: «No, non sono un uomo, lo sono già stato, e i miei genitori furono della Lombardia, entrambi nativi di Mantova. Nacqui sotto il governo di Giulio Cesare, anche se negli ultimi anni, e vissi a Roma sotto il governo del buon imperatore Augusto, al tempo degli dei pagani. Fui poeta, e cantai di quel giusto figlio di Anchise (Enea) che fuggì da Troia dopo che il superbo Ilio (Troia) fu bruciato. Ma tu, perché ritorni al male della foresta? Perché non scali il colle gioioso, che è principio e causa di ogni felicità?» «Allora tu sei quel Virgilio e quella sorgente che spande un così largo fiume di parole?» gli risposi vergognandomi. «O tu che sei luce e guida degli altri poeti, mi siano di aiuto il lungo impegno e il grande amore che mi hanno spinto a leggere la tua opera! Tu sei il mio maestro e il mio modello; tu sei il solo da cui io trassi il bello stile che mi ha reso celebre. Vedi la belva che mi ha fatto voltare; aiutami da lei, famoso sapiente, poiché essa fa tremare ogni goccia del mio sangue». «Tu devi compiere un altro viaggio,» mi rispose dopo avermi visto piangere, «se vuoi salvarti da questo luogo selvaggio. Infatti, la belva che ti fa urlare non lascia passare nessuno per la sua strada, ma lo impedisce al punto di ucciderlo. E ha un'indole così malvagia e malefica che non può mai soddisfare la sua bramosia, e dopo ogni pasto ha più fame di prima. Sono molti gli animali a cui si accoppia, e saranno sempre di più, finché arriverà il cane da caccia (veltro) che la farà morire con dolore.

Questi la caccerà per ogne villa, fin che l avrà rimessa ne lo nferno, là onde invidia prima dipartilla. 111 Ond io per lo tuo me penso e discerno che tu mi segui, ed io sarò tua guida, e trarrotti di qui per loco etterno, 114 ove udirai le disperate strida, vedrai li antichi spiriti dolenti, ch a la seconda morte ciascun grida; 117 e vederai color che son contenti nel foco, perché speran di venire quando che sia a le beate genti. 120 A le quai poi se tu vorrai salire, anima fia a ciò di me più degna: con lei ti lascerò nel mio partire; 123 ché quello imperador che lassù regna, perch i fu ribellante a la sua legge, non vuol che n sua città per me si vegna. 126 In tutte parti impera e quivi regge; quivi è la sua città e l alto seggio; oh felice colui cu ivi elegge!» 129 E io a lui: «Poeta, io ti richeggio per quello Dio che tu non conoscesti, a ciò ch io fugga questo male e peggio, 132 che tu mi meni là dov or dicesti, sì ch io veggia la porta di san Pietro e color che tu fai cotanto mesti». Allor si mosse, e io li tenni dietro. 136 Costui non baderà alle ricchezze materiali, ma solo a quelle spirituali e la sua nascita avverrà tra feltro e feltro. Sarà la salvezza di quell'umile Italia, per cui morirono in battaglia Eurialo e Niso, Turno, la vergine Camilla. Costui le darà la caccia per ogni città, finché l'avrà rimessa nell'inferno da dove l'invidia (del demonio) la fece uscire per la prima volta. Perciò io penso e giudico per il tuo bene che tu debba seguirmi, e io ti farò da guida; e ti porterò via di qui per guidarti in un luogo dell'oltretomba, dove udirai le grida disperate e vedrai le antiche anime dei dannati, ciascuno dei quali invoca la morte definitiva. E poi vedrai coloro che sono contenti di subire pene (i penintenti del Purgatorio), perché sperano un giorno di raggiungere i beati del Paradiso. E se poi tu vorrai salire a visitare questi ultimi, allora ci sarà un'anima più degna di me per farti da guida: quando me ne andrò, ti lascerò con lei. Infatti, quell'imperatore (Dio) che regna lassù, non vuole che io entri nella sua città, in quanto fui ribelle alla sua legge (fui pagano). Dio ha autorirà in tutto l'universo e in Paradiso governa; qui c'è la sua città e il suo altro trono; oh, felice colui che sceglie per risiedere in quel luogo!» E io gli dissi: «Poeta, in nome di quel Dio che non hai conosciuto e affinché io fugga questo male e altri peggiori, ti chiedo ti condurmi là dove hai detto, così che io veda la porta di San Pietro e coloro che descrivi tanto miseri». Allora si mise in cammino, e io lo seguii.

SIGNIFICATI ALLEGORICI E SIMBOLOGI DEL CANTO SIGNIFICATO SIMBOLICO SIGNIFICATO ALLEGORICO SELVA OSCURA IL PECCATO IL TRAVIAMENTO MORALE E INTELLETTUALE COLLE ILLUMINATO LA VIA DELLA SELVEZZA DIO DAL SOLE LONZA LA LUSSURIA FIRENZE DIVISA FRA BIANCHI E NERI LEONE LA SUPERBIA IL REGNO DI FRANCIA LUPA L AVARIZIA LA CURIA PAPALE VELTRO VIRGILIO COLUI CHE RISTABILERA L ORDINE LA GIUSTIZIA E LA PACE LA RAGIONE

LA RAPPRESENTAZIONE DI LUCIFERO NEL CANTO 34 I due poeti entrano nella Giudecca, dove immersi completamente nel ghiaccio, sono puniti i traditori dei benefattori. Virgilio indica Lucifero a Dante, gelato e fioco per la paura. Lo imperador del doloroso regno è imprigionato nella caverna senza luce della Giudecca, dove il buio è il simbolo della sua ottusità e irrazionalità, in contrasto con la luce che inonda il cielo. II non essere di Satana si manifesta anche nella sua dimensione gigantesca come una massa enorme di materia inerte e pesante imprigionata nel ghiaccio. Egli è un mostro, un gigante impotente e debole, chiamato «lo imperador del doloroso regno» in opposizione a Dio «lo imperador che sempre regna». La bruttezza e goffaggine della sua figura, un tempo angelo di splendore, è in totale contrapposizione con la bellezza e di Dio. Egli è formato da una sola testa ma con tre facce con tre colori (giallo, nero e rosso) a simboleggiare l antitesi della Trinità e cioè l impotenza, l ignoranza e l odio, egli ha tre bocche e sei occhi. Sotto ciascuna faccia spuntano due grandi ali di pipistrello che Lucifero agita continuamente provocando così il gelido vento che fa ghiacciare la vasta distesa del Cocito. In ogni bocca poi, il re dell inferno maciulla con i denti un peccatore: Giuda che tradì Cristo, fondatore della Chiesa, Bruto e Cassio traditori di Cesare, fondatori dell impero CANTO 34 Testo «Vexilla regis prodeunt inferni verso di noi; però dinanzi mira», disse l maestro mio «se tu l discerni». 3 Come quando una grossa nebbia spira, o quando l emisperio nostro annotta, par di lungi un molin che l vento gira, 6 veder mi parve un tal dificio allotta; poi per lo vento mi ristrinsi retro al duca mio; ché non lì era altra grotta. 9 Già era, e con paura il metto in metro, là dove l ombre tutte eran coperte, e trasparien come festuca in vetro. 12 Altre sono a giacere; altre stanno erte, Parafrasi Il mio maestro disse: «I vessilli del re dell'inferno (Lucifero) si avvicinano a noi; quindi guarda davanti a te, se riesci a vederlo». Come quando c'è una nebbia fitta o quando nel nostro emisfero cala la notte, e appare in lontananza un mulino che è mosso dal vento, così allora mi parve di vedere una simile costruzione; quindi per il vento mi riparai dietro la mia guida, visto che non c'era nessun altro rifugio. Ormai mi trovavo, e lo scrivo con paura nei miei versi, nella zona (Giudecca) dove le anime erano del tutto sepolte nel ghiaccio, e trasparivano come pagliuzze nel vetro.

quella col capo e quella con le piante; altra, com arco, il volto a piè rinverte. 15 Quando noi fummo fatti tanto avante, ch al mio maestro piacque di mostrarmi la creatura ch ebbe il bel sembiante, 18 d innanzi mi si tolse e fé restarmi, «Ecco Dite», dicendo, «ed ecco il loco ove convien che di fortezza t armi». 21 Com io divenni allor gelato e fioco, nol dimandar, lettor, ch i non lo scrivo, però ch ogne parlar sarebbe poco. 24 Io non mori e non rimasi vivo: pensa oggimai per te, s hai fior d ingegno, qual io divenni, d uno e d altro privo. 27 Lo mperador del doloroso regno da mezzo l petto uscìa fuor de la ghiaccia; e più con un gigante io mi convegno, 30 che i giganti non fan con le sue braccia: vedi oggimai quant esser dee quel tutto ch a così fatta parte si confaccia. 33 S el fu sì bel com elli è ora brutto, e contra l suo fattore alzò le ciglia, ben dee da lui proceder ogne lutto. 36 Oh quanto parve a me gran maraviglia quand io vidi tre facce a la sua testa! L una dinanzi, e quella era vermiglia; 39 l altr eran due, che s aggiugnieno a questa sovresso l mezzo di ciascuna spalla, e sé giugnieno al loco de la cresta: 42 e la destra parea tra bianca e gialla; la sinistra a vedere era tal, quali vegnon di là onde l Nilo s avvalla. 45 Sotto ciascuna uscivan due grand ali, quanto si convenia a tanto uccello: vele di mar non vid io mai Alcune sono sdraiate, altre sono dritte, a volte con la testa alta e a volte con i piedi; altre ancora portano il volto ai piedi, piegandosi come un arco. Quando fummo avanzati fino al punto in cui al mio maestro parve opportuno mostrarmi la creatura che fu così bella, si tolse di fronte a me e mi fece fermare, dicendo: «Ecco Dite ed ecco il luogo dove è necessario che tu ti armi di coraggio». Non domandare, lettore, come io in quel momento raggelai e ammutolii: non lo scrivo, poiché ogni parola sarebbe inadeguata. Io non morii e non rimasi in vita: pensa oramai da te, se hai un po' d'ingegno, come divenni in quello stato sospeso tra la vita e la morte. L'imperatore del regno del dolore usciva fuori dal ghiaccio fino alla cintola; e c'è maggior proporzione fra me e un gigante che non fra i giganti e le sue braccia: vedi ormai, rispetto a quella parte del corpo, quali devono essere le dimensioni totali di quell'essere. Se egli fu tanto bello quanto ora è brutto, e nonostante questo osò ribellarsi al suo Creatore, è giusto che da lui derivi ogni male. Oh, quanto mi meravigliai quando vidi che la sua testa aveva tre facce! Una era al centro ed era rossa; le altre erano due e si congiungevano alla prima a metà di ogni spalla, e si univano nella parte posteriore del capo: la destra mi sembrava tra bianca e gialla; la sinistra era del colore di quelli che vengono dal paese (Etiopia) dove il Nilo entra in una valle.

cotali. 48 Non avean penne, ma di vispistrello era lor modo; e quelle svolazzava, sì che tre venti si movean da ello: 51 quindi Cocito tutto s aggelava. Con sei occhi piangea, e per tre menti gocciava l pianto e sanguinosa bava. 54 Da ogne bocca dirompea co denti un peccatore, a guisa di maciulla, sì che tre ne facea così dolenti. 57 A quel dinanzi il mordere era nulla verso l graffiar, che talvolta la schiena rimanea de la pelle tutta brulla. 60 «Quell anima là sù c ha maggior pena», disse l maestro, «è Giuda Scariotto, che l capo ha dentro e fuor le gambe mena. 63 De li altri due c hanno il capo di sotto, quel che pende dal nero ceffo è Bruto: vedi come si storce, e non fa motto!; 66 e l altro è Cassio che par sì membruto. Ma la notte risurge, e oramai è da partir, ché tutto avem veduto». 69 Com a lui piacque, il collo li avvinghiai; ed el prese di tempo e loco poste, e quando l ali fuoro aperte assai, 72 appigliò sé a le vellute coste; di vello in vello giù discese poscia tra l folto pelo e le gelate croste. 75 Quando noi fummo là dove la coscia si volge, a punto in sul grosso de l anche, lo duca, con fatica e con angoscia, 78 volse la testa ov elli avea le zanche, e aggrappossi al pel com om che sale, sì che n inferno i credea tornar anche. 81 «Attienti ben, ché per cotali scale», disse l maestro, ansando com uom lasso, «conviensi dipartir da tanto male». 84 Sotto ogni faccia uscivano due grandi ali, proporzionate a un essere tanto grande: non ho mai visto vele di navi così estese. Non erano piumate, ma sembravano quelle di un pipistrello; e Lucifero le sbatteva, producendo da sé tre venti: a causa di essi, tutto il lago di Cocito si ghiacciava. Piangeva con sei occhi e le lacrime gocciolavano sui tre menti, mischiato a una bava sanguinolenta. In ognuna delle tre bocche dilaniava coi denti un peccatore, come fosse una gramola, così che ne tormentava tre al tempo stesso. Per il peccatore al centro l'essere morso non era niente rispetto all'essere graffiato, al punto che talvolta la schiena gli restava tutta scorticata. Il maestro disse: «Quel dannato lassù che soffre una pena più grave è Giuda Iscariota, che tiene la testa dentro le fauci di Lucifero e fa pendere fuori le gambe. Degli altri due che hanno la testa rivolta in basso, quello che pende dalla faccia nera è Bruto: vedi come si contorce senza dire nulla! L'altro è Cassio, che sembra così robusto. Ma è quasi notte e ormai dobbiamo andare, poiché abbiamo visto ogni cosa». Come Virgilio volle, abbracciai il suo collo; ed egli attese il momento e il luogo opportuno, e quando le ali del mostro furono abbastanza aperte si aggrappò ai suoi fianchi pelosi; poi scese in basso tenendosi alle sue ciocche, passando tra il suo pelo folto e la crosta gelata di Cocito. Quando fummo arrivati nel punto in cui la coscia di articola nel bacino, all'altezza del femore, Virgilio, con fatica e affanno, volse la testa dove Lucifero aveva le

Poi uscì fuor per lo fóro d un sasso, e puose me in su l orlo a sedere; appresso porse a me l accorto passo. 87 Io levai li occhi e credetti vedere Lucifero com io l avea lasciato, e vidili le gambe in sù tenere; 90 e s io divenni allora travagliato, la gente grossa il pensi, che non vede qual è quel punto ch io avea passato. 93 «Lèvati sù», disse l maestro, «in piede: la via è lunga e l cammino è malvagio, e già il sole a mezza terza riede». 96 Non era camminata di palagio là v eravam, ma natural burella ch avea mal suolo e di lume disagio. 99 «Prima ch io de l abisso mi divella, maestro mio», diss io quando fui dritto, «a trarmi d erro un poco mi favella: 102 ov è la ghiaccia? e questi com è fitto sì sottosopra? e come, in sì poc ora, da sera a mane ha fatto il sol tragitto?». 105 Ed elli a me: «Tu imagini ancora d esser di là dal centro, ov io mi presi al pel del vermo reo che l mondo fóra. 108 Di là fosti cotanto quant io scesi; quand io mi volsi, tu passasti l punto al qual si traggon d ogne parte i pesi. 111 E se or sotto l emisperio giunto ch è contraposto a quel che la gran secca coverchia, e sotto l cui colmo consunto 114 fu l uom che nacque e visse sanza pecca: tu hai i piedi in su picciola spera che l altra faccia fa de la Giudecca. 117 Qui è da man, quando di là è sera; e questi, che ne fé scala col pelo, fitto è ancora sì come prim era. 120 gambe, e si aggrappò al suo pelo come uno che sale, così che io credevo tornassimo nuovamente all'inferno. Il maestro, ansimando come un uomo affaticato, disse: «Tieniti forte, poiché dobbiamo allontanarci da tanto male (l'inferno) salendo su queste scale». Poi uscì fuori attraverso una spaccatura nella roccia, e mi fece sedere sull'orlo dell'apertura; quindi diresse con attenzione il passo verso di me. Io alzai lo sguardo e credetti di vedere Lucifero come l'avevo lasciato, invece vidi che teneva le gambe in alto; e se io allora rimasi perplesso, lo pensi la gente ignorante, che non ha capito qual è il punto (il centro della Terra) che io avevo oltrepassato. Il maestro disse: «Alzati in piedi: la via è lunga e il cammino è malagevole, e il sole è già a metà della terza ora (sono le sette e mezza del mattino)». Il punto in cui eravamo non era un percorso agevole come in un palazzo, ma una cavità sotterranea che aveva il suolo impervio e ben poca luce. Quando mi fui alzato dissi: «Maestro mio, prima che io lasci l'abisso infernale, parlami un poco per risolvermi un dubbio: dov'è il ghiaccio? e Lucifero come può essere confitto così sottosopra? e come è possibile che il sole abbia percorso così in fretta il tragitto dalla sera alla mattina?» E lui a me: «Tu pensi ancora di essere al di là del centro della Terra, dove io mi sono aggrappato al pelo dell'orrendo animale che guasta il mondo. Tu sei stato di là finché io sono disceso; quando mi sono girato, tu hai oltrepassato il punto verso il quale tendono tutti i pesi del mondo. E ora sei giunto sotto l'emisfero (australe) che è opposto a quello (boreale) che copre le terre emerse, e dove, sotto il punto più alto dell'emisfero celeste (Gerusalemme), fu

Da questa parte cadde giù dal cielo; e la terra, che pria di qua si sporse, per paura di lui fé del mar velo, 123 ucciso l'uomo (Gesù) che nacque e visse senza peccato: tu hai i piedi su una piccola sfera che ha la faccia opposta nella Giudecca. e venne a l emisperio nostro; e forse per fuggir lui lasciò qui loco vòto quella ch appar di qua, e sù ricorse». 126 Luogo è là giù da Belzebù remoto tanto quanto la tomba si distende, che non per vista, ma per suono è noto 129 d un ruscelletto che quivi discende per la buca d un sasso, ch elli ha roso, col corso ch elli avvolge, e poco pende. 132 Lo duca e io per quel cammino ascoso intrammo a ritornar nel chiaro mondo; e sanza cura aver d alcun riposo, 135 salimmo sù, el primo e io secondo, tanto ch i vidi de le cose belle che porta l ciel, per un pertugio tondo. E quindi uscimmo a riveder le stelle. 139 Qui è mattino, quando nell'altro emisfero è sera; e Lucifero, che col suo pelo ci ha fatto da scala, è confitto esattamente come lo era prima. Cadde giù dal cielo da questa parte e la terra, che prima emergeva dalle acque nell'emisfero australe, per paura di lui si nascose sotto il mare e venne nel nostro emisfero; e forse, per rifuggire da lui, quella che appare di qua lasciò questo spazio vuoto e riemerse nell'emisfero australe (formando il Purgatorio)». Laggiù c'è un luogo tanto lontano da Belzebù (Lucifero) quanto si estende la cavità sotterranea, che non si può vedere ma da cui si sente il suono di un fiumiciattolo (lo scarico del Lete) che scende qui attraverso una cavità che esso ha scavato nella roccia lungo il suo corso, che ha poca pendenza. Il maestro ed io entrammo in quel cammino nascosto per tornare alla luce del sole; e senza prenderci un attimo di riposo salimmo in alto, lui per primo e io dietro, fino a quando vidi gli astri del cielo attraverso un'apertura circolare. E di lì uscimmo per rivedere le stelle.

La Giudecca e Lucifero (Canto XXXIV). Illustrazione di Paul Gustave Doré. IL MALE NELLA DIVINA COMMEDIA Con il poema di Dante Alighieri (1265-1321) Satana assume un ruolo e un significato di grande rilievo. Nell Inferno, Lucifero, il principe dei demoni, è caduto dal cielo, ove era il primo degli angeli ed è precipitato sulla terra fino ad essere immerso al suo centro e lì resta immobile e imprigionato. Nell ultimo canto dell Inferno, Lucifero è rappresentato in modo grossolano e ripugnante. Esso è privo di vera attività e di vitalità, è un essere spregevole, in aperto contrasto con la forza e la fecondità di Dio. Dante riprende, quindi, la concezione filosofica tomista del male come negazione dell essere e raffigura il maligno nelle tenebre. Man mano che si scende nell inferno, ogni cerchio punisce peccati sempre più gravi e pesanti, fino all ultimo, il cerchio dei traditori. Satana è posto al centro, inerte sprofondato nel ghiaccio, come se tutto il peso dei peccati gravitasse su di lui e ne fosse schiacciato. In tal modo Satana diventa il simbolo del nulla, e il nulla di Satana pervade le bolgie infernali.

Lo stagno ghiacciato, che lo trattiene immobile, segno di morte e di freddo assoluto, rappresenta lo spirito che si e chiuso definitivamente a Dio. Le tenebre in cui è immerso evidenziano la sua ottusità e irrazionalità, mentre la sua massa di materia inerte e pesante simboleggia il suo non essere, opposto alla leggerezza dello spirito e dell intelligenza. La sua bruttezza, un tempo splendido angelo, è la totale negazione della bellezza e dell armonia dell essere divino. Lucifero è per Dante, influenzato in questo anche dalla visione di Tendale, l espressione della nullità della menzogna e della negazione dell amore e della vita. È semplicemente una cosa ripugnante e priva di senso. Tratto da: http://guide.supereva.it/filosofia_medievale/interventi/2001/01/27785.shtml