Come un bipede e un quadrupede vollero salvare la Reggia di Simone Schiavi Racconto

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1 Come un bipede e un quadrupede vollero salvare la Reggia di Simone Schiavi Racconto Mi chiamo Lampo e sono un bastardo. No, non dico così per una questione di carattere. Non amo far soffrire i miei simili, né posso definirmi cattivo; però è così che loro mi chiamano, e non so se intendono ferirmi, nel dirlo, o se sia soltanto una presa d atto. Loro sono i miei compagni di lappate; alti, snelli, lucidi, nobili di origini e d animo, veri condottieri. E anche in questo sta la precarietà della vita, l ossimoro vivente che vede loro, grondanti aristocrazia da ogni pelo, costretti a farsi comandare a bacchetta da veri bifolchi, uomini avvezzi soltanto alle bevute, alle canzonacce e alle scorrerie di bassa lega. E invece il sottoscritto, umile di nascita, bastardo appunto, giacché dei miei natali conosco ben poco, appartiene ad una di quelle belle anime che in questi tempi grami sono così difficili da trovare, e ancor più difficili da apprezzare. Sono il cane di un precettore, per presentarmi in poche parole. Per questo riesco a pensare in modo corretto, e perfino nella lingua che discende direttamente dal latino; giacché dalle mie parti, in verità, si parla e si riflette soltanto in un idioma contadino. E poi, non faccio per vantarmi, ma vivo in un castello, anzi: in una Reggia, con tanto di erre maiuscola. Ignoro quanto tempo mi sarà ancora concesso per godere di questo privilegio, poiché mala tempora currunt, come dice il mio precettore, scuotendo la testa canuta. Non so se trascorrerò qui ciò che resta di questo interminabile anno, il Per adesso, comunque, poter annusare gli scacchi di marmo bianco e nero sul pavimento, mingere vivacemente su una colonna portentosa per dire che sì, questa è veramente casa mia, e io ne sono l umile ma orgoglioso guardiano, beh, è una sensazione che ben pochi tra i miei simili possono conoscere. Si sa che la nostra fedeltà è ripagata con ceffoni, più spesso con cinghiate; ma il mio precettore no, lui mi parla, mi spiega la vita, accudisce la mia mente come faceva, in un tempo vicino ma passato, coi figli del Re. Si illude che io lo comprenda e me lo ripete spesso. Se sapesse che io lo capisco davvero, forse se ne sarebbe turbato e mi tratterebbe, dubbioso, come un cane qualunque; come questi stolti, eleganti bracchi della Reggia, buoni solo a rintracciar cadaveri nel bosco. Comunque sia, lui è diverso dalle altre persone che mi circondano. E in lui, come in molti, i pregi sono i difetti dei perdenti. Non mi dilungo oltre, perché è proprio di lui che vorrei parlare, e di ciò che ho visto coi miei occhi nocciola in questi ultimi giorni. Qui alla Reggia di Venaria c è fermento: sono tornati i francesi, che ricacciammo via un secolo fa. Di questo Napoleone si dice un gran bene, un gran male; comunque sia, qualcosa di grandioso, e certo sembra pensare ai posteri più che ai suoi contemporanei, piccoli uomini dalla vista limitata. Forse potrebbe diventare un nuovo Alessandro Magno, per non parlare di quell impero romano che perfino qui, non molto distante dalla mia modesta cuccia, aveva creato un mondo nuovo. Così va vaticinando il mio precettore. Io sono un umile, semplice cane; semplice in senso buono, è naturale, poiché le mie qualità sono notorie e anche questi esseri umani, così geniali, così fallaci, senza di noi sarebbero spesso in gravi ambasce; che siano contadini con un campo da guardare, pastori con un gregge distratto e vacuo, o nobili smaniosi di impagliare un animale con cui ornare un salone. Così è anche per me e il mio precettore. E io mi preoccupo per lui. Intorno a noi sta per principiare un secolo nuovo, che mi dicono essere il decimo nono. Io ho sei anni compiuti e mi sento in buona salute, credo di avere ancora parecchi muri da annusare e scodelle da vuotare. Ma lui, lui no: dacché si è sparsa la voce che stiamo per essere allontanati dalla Reggia, da questa Venaria tanto amata, Si direbbe che il mio padrone abbia perso il senno e il sonno. Quando fu trasportato qui da Torino, praticamente di peso, non gradì per

2 nulla. Essere un precettore di corte era, e lo sarebbe tuttora, una carica di grande importanza. Prese sempre molto sul serio questo suo compito, per il quale era portato da sempre: nobile d animo, nobile di nascita, curioso ancor prima che colto, aveva destato l interesse di Carlo Emanuele III, che voleva figli migliori di lui, come ogni padre, perfino quelli pessimi. E sapeva che in fondo il Piemonte, piccolo stato tra grandi, affamati giganti, avrebbe dovuto fare i conti con chi sta al di là delle montagne o del grande fiume. Meglio prepararsi, quindi. Poi, tutto è andato come sappiamo. Il giovane Carlo Emanuele IV, il Re dei miei umani, è malato, abbattuto, indifeso. Si è rifugiato in quella terra distante chiamata Sardegna, perché questo Bonaparte ci ha colti inermi, come dopo un lungo sonno. Non è più tempo di palazzine di caccia, adesso, e come verrà abbandonata a breve la Venaria, così succederà anche per Stupinigi, quella remota residenza dove altri cani, altri servitori, altre carrozze hanno soggiornato negli ultimi decenni. Ma continuo a divagare. Forse è la mia natura di cane da compagnia, da canzonacce, senza lavoro, senza meta e senza neanche un osso da sotterrare in un giardino. Parlavo del signor precettore. Il suo primo amore era fuggito lontano; forse l'aveva portata via un qualche malanno, chissà, e lui aveva scelto di sublimare le passioni terrene nello studio delle lettere e delle arti. Fatto sta che, lentamente, il vino e l'acquavite erano diventati per lui compagni di vita, certo più degli altri esseri umani. I suoi problemi nacquero quando, con l'aiuto di un servetto corruttibile, ottenne una bottiglia molto speciale dalle cantine private del Re. Mai, farsi amici i garzoni di cucina; promettono la loro fedeltà, il loro silenzio complice e poi ti vendono per poco, un ora di riposo in più, qualche avanzo di un polletto che il nostro signore ha rifiutato a fine banchetto. Tradito e scoperto, il precettore aveva meritato una punizione esemplare. La fucilazione o l'impiccagione erano troppo, anche in questi tempi violenti, almeno per un uomo sempre stimato, nonostante tutto, dal nostro amato Re. Mai, Sua Maestà avrebbe acconsentito a vederselo trascinare via per i piedi, arruffato, lercio e scalciante. Così, un nobilastro dall'animo sbirresco, uno di quelli che oggi si saranno già venduti ai francesi, si autoproclamò tutore dell'ordine a Palazzo Reale e decise equanimemente per l'esilio. Essendo il mio padrone un ubriacone, data anche la mitezza della pena, nemmeno il Re avrebbe avuto di che lamentarsi. In quel modo il precettore si trovò alla Venaria, in quel casino di caccia rimaneggiato mille volte, sempre pensato, costruito e cancellato. Fu lì che lo conobbi, scansato da tutti e prigioniero di se stesso e dei suoi vizi. Io, da cane, pregiudizi non ne ho, figurarsi; lui mi pareva uomo di cervello e non di grida o di cinghiate, così mi piacque da subito. Stretta un'amicizia, se così si può dire, tra uomo e cane, attesi con lui che tornassero i tempi della fiducia e del suo rientro nella capitale, anche se mi sarebbe dispiaciuto. Questo momento, poi, non arrivò mai, e lui rimase sempre qui, insieme a me, in questa corte fantasma di paggi, servitori e quant'altro, tutti bloccati come sotto incantesimo, ad attendere che le nuvole passino sopra la loro testa, sempre troppo bassa per intercettarle. Finché Napoleone arrivò fin qui e decise che la nostra non era più una Reggia, con una erre maiuscola, ma un vuoto involucro di stucchi e mattoni. Quando i francesi fecero circolare una voce allarmante sarebbero arrivati i loro sgherri a censire i mobili, per farne una bella lista e disperderli ai quattro venti io tesi le mie orecchie. Cercavo di cogliervi qualche alito di menzogna, ma non ne trovai affatto. I giorni passavano rapidi, in una sospensione della vita quotidiana, con questa armata di servitori, non sempre umili, ad attendere il da farsi. Tutti avrebbero dovuto capire che il rischio della vita era concreto, perché di teste non pensanti c'è sempre bisogno, ma di chi pensa si può fare a meno, e spesso ci si guadagna. I miei colleghi cani, loro, non hanno percepito nulla. Sono così lucidi e pettinati, così stolti da rovesciare il mondo intero per inseguire una libellula o un fagiano senza accorgersi che tutto il loro universo sta finendo zampe all'aria. Non mi confido più con loro, saliva inutile, meglio abbaiare alle nuvole. Ma il mio precettore no, non si è rassegnato, e vuole combattere: proprio lui, che non conosce

3 neanche il significato, di quella parola. Dico però, a sua discolpa, che ha scelto la strada più impervia ma anche la più coraggiosa. E ora, lasciatemi bere un secondo da questa pozza d'acqua nel giardino, prima che vi racconti il tutto. Dunque, grazie per la pausa. Dicevo: avvenne, due o tre anni fa, quand'ero cane adolescente, che il nostro precettore prendesse ad allietare gli abitanti della Reggia con brevi racconti, componimenti e storie, in ispecie destinati al pubblico femminile. Quand'era sobrio, eccome, se sapeva divertire, commuovere, indurre a pietà verso i personaggi che inventava senza sosta, ricavati quasi sempre dalla sua fervida fantasia. In una di queste storie aveva immaginato un racconto sulla peste del Seicento, con lo sfondo di una Milano assediata, su un matrimonio che non s'aveva da fare. Quella storia aveva divertito ben pochi uditori e soprattutto pochissime uditrici. Pensò che questo suo racconto non fosse interessante, che mai avrebbe potuto trarne un libro. Anzi: aveva piuttosto spaventato il suo pubblico, stroncando prematuramente la propria carriera di narratore. E invece, poco tempo fa, quel suo vecchio racconto dovette tornargli alla mente di prepotenza. Un uomo come lui, anche sommato a quei figuri che oggi abitano la decadente Venaria, non poteva certo fermare le armate francesi. Nemmeno quei pochi, ligi, grigi funzionari che si erano presentati una prima volta qui davanti, sotto la torre dell'orologio, per quella che chiamarono attività d'inventario. Un uomo no, quindi; molti uomini, neppure; una forza soprannaturale, invece, poteva forse bloccarli. Una malattia, per esempio. La peste. Si era così documentato nella piccola biblioteca del palazzo su quanto concerneva la peste; sul contagio del 1630, su quelli successivi, sui rimedi stregoneschi immaginati da quelle genti ingenue. Passati quasi due secoli, certo i tempi sono cambiati, ma i focolai delle malattie, come vedo anche nella mia condizione di cane, sanno ancora impaurire. Epidemie, le chiamano. Servono per distribuire equamente le morti violente tra i militari, che hanno già la guerra, e i civili. Comunque sia, si rinchiuse per giorni e giorni nella biblioteca del palazzo. Una biblioteca che io non avevo quasi mai visto aperta; quando vi trovai per caso la porta spalancata, perché qualcuno faceva pulizie o si nascondeva a dormire tra gli scaffali non certo a leggere qualcosa ero stato preso a pedate, che al giorno d'oggi sono la più efficace, se non l'unica, modalità di comunicazione tra noi cani e gli uomini. Lui, invece, il signor precettore, si era barricato lì dentro e non ne usciva più, se non per mangiare e per pochi, censurabili, naturali bisogni. Quando lo vidi spuntar fuori, dopo una robusta settimana, iniziai a zampettargli intorno per festeggiare la sua uscita dalla clausura temporanea. Era trionfante. O almeno così mi parve di primo acchito, perché invece, quando si avvicinava agli altri bipedi, assumeva le sembianze di un uomo orripilato e scosso da qualcosa di terribile. Si approssimava a servi, e garzoni, e cuochi, e portieri; a tutti coloro che trovava, sibilava nell'orecchio un qualcosa tale da farli ritrarre all'istante. Purtroppo non si esprimeva mai ad alta voce in mia presenza, tanto che non capivo quale fosse il motivo del contendere. Soltanto a fine giornata, sparsa ormai ai quattro venti quest'informazione segreta, mi guardò come se avesse voluto parlarmi. Gli improvvisai una serie di wof, arf e un sempre efficace arwl, per fargli intuire che gli stavo dando ascolto: credo di essere stato capito, perché mi prese il muso tra le mani lisce e mi espresse un solo, inafferrabile concetto. La peste, che ammazza gli altri, ci salverà. Abbaiai ancora un po', con la scarsa convinzione tipica del cane che non comprende del tutto, ma obbedisce. Non mi era chiaro cosa elaborasse, né sapevo come aiutarlo, se poi davvero aveva un qualche piano: di certo, comunque, sembrava finalmente soddisfatto e non stava a me infastidirlo o distrarlo dai suoi propositi. Iniziai a notare un subbuglio generico, mentre si susseguivano, sempre più frequenti, le voci di un imminente arrivo dei francesi a palazzo; molti francesi, non soltanto due o tre burocrati di corte. Ormai erano loro, i padroni della città, perché anche gli umani, perfino quelli che si credono liberi, e forse soprattutto loro, hanno un padrone; la loro venuta era solo questione di tempo. Ero imbarazzato per il mio precettore, che aveva iniziato a fare una specie di teatro, con la sua

4 assurda idea di fermare i francesi in arrivo, foss anche questo Napoleone in persona!, diceva, gridando ad alta voce nelle stanze del piano basso, tra le cucine, i garzoni e gli aiutanti. Ormai avevano imparato a conoscerlo, e lo dileggiavano con quel rispettoso disprezzo, se così si può dire, riservato ai matti veri. Quelli che vedono più lontano dei sani (a patto che ne esistano). I miei compari, quegli eleganti, eterei segugi, volevano giocare tra loro e con me, il loro amico Lampo. Si disputavano un osso spolpato o un moncherino di salsiccia, annusavano pozze e parti intime con voluttà, come sempre, senza capire, senza intuire. Saetta (detto Erode, scherzosamente ma non troppo, perché aveva accompagnato i pargoletti reali nelle loro passeggiate), oggi voleva fare la lotta con me, suggermi le orecchie e masticarmi la coda, ma ho dovuto ringhiare, prepotenza che detesto, per mostrargli che il momento è grave, e ogni cagnara sarebbe fuori luogo. Mentre lui tornava sconsolato ad inseguire qualche farfalla in movimento, povera anima bella, ho visto crescere il trambusto di minuto in minuto. Intorno a noi, sacchi di riso ammucchiati alle finestre, marmitte e pentoloni sottratti al soffritto e ammassati verso il loggiato, cataste di legna ammonticchiate a fare barricate. Mi è capitato altre volte, in questi sei lunghi anni di vita, di osservare soldati; mai all opera, tuttavia: si trattava in realtà di nobili in visita, con le loro specie di buffe uniformi, simili ai grotteschi spaventapasseri che vedo quando scappo e vado trotterellando per le cascine delle vicinanze, a cercare uova fresche e compagne calde. Ma questo esercito improvvisato, se possibile, era ancora più stravagante e impacciato. Valletti, paggi, uscieri, personale di cucina, garzoni, faccendieri vari, lecchini di sotto-corte; persino Candido, il guardiano della vacca, Agostino il parrucchiere della reggia, e addirittura la servetta deputata a raccogliere e selezionare l immondizia (dopo che l abbiamo esaminata io e gli altri cani, che pure se ne vergognano un po'). Tutti erano intenti ad alzare barricate, a occludere ogni apertura rivolta verso il borgo della Venaria, a sbarrare le porte con assi di legno sottratti chissà dove. Non capivo cosa succedesse; essendo io indubitabilmente cane, nessuno si sentiva in dovere di darmi uno straccio di spiegazione, tranne quell'unica, delirante frase sulla peste che ci salverà. Certo, il personale della reggia, ormai imbolsito e pure scontento per la promozione di Stupinigi, afoso borgaccio senza neanche una collina a cingerne la vista, pareva tornato giovane e scattante. Ciascuno agiva come se avesse voluto e potuto bloccare un intero esercito. Il solo pensiero della peste, in arrivo tramite la bieca soldataglia straniera, bastava a terrorizzare quella colorata moltitudine di persone; i più ipocondriaci già iniziavano a grattarsi, ignorando in realtà se questo fosse un sintomo di malattia avanzata o piuttosto di ordinarie pulci. Il panico comunque cresceva a vista d'occhio, e con questo anche l'impegno di ognuno per isolare la reggia da ogni visita esterna. Oggi, dopo tanti preparativi, pare arrivato il gran giorno del non-so-cosa. Voglio seguire il corso degli eventi. Intorno a me, centinaia di esagitati esseri umani: una specie forse troppo intelligente, capace di sopportare tutto, tranne il panico. E quando il panico nasce da qualcosa di invisibile, come questa supposta peste, si agitano fino ad esserne inghiottiti. Proprio come quel mio compare di avventure che affogò nella peschiera dei giardini, qui alla reggia, mentre rincorreva festante una stupida lepre. Solo in questo momento riesco ad infilare il muso tra le inferriate dell ingresso, sotto la torre dell orologio, e vedo ciò che non riuscivo a immaginare: tre o quattro figuri ben vestiti, certamente di nobile rango e comunque premiati da un ruolo che richiede deferenza. Parlano francese, strana lingua, più simile al piemontese parlato tra le mura della mia reggia che a quel certo italiano, sentito solo in qualche lettura del mio precettore. Provo a capire cosa stiano dicendo. Paiono infastiditi, come se dovessero affrontare un ostacolo imprevisto e quindi doppiamente irritante. Eccellenza, generale De Courbet, osa dire uno di quei figuri all altro, più alto in grado. Sfoderiamo le armi? Credo che con questa gentaglia basterebbe la mia terzetta a pietra focaia, o perfino la mia sciabola. No, mio giovane allievo. Non serve. Basta il mio nome. E si rivolge agli altri, assiepati nel cortile, dietro il cancello, con gli occhi sbarrati come gufi nella notte. Villici, ciarlatani, plebaglia. Sono il generale De Courbet. Il nostro, e vostro, grande Napoleone Bonaparte, è uomo d'azione e non ama

5 le attese. Noi, se possibile, siamo ancor meno pazienti. Per cui, aprite immediatamente quel cancello, ché dobbiamo inventariare quella mobilia ancora custodita in questo rudere. Chi si arrende subito avrà senz altro uno sconto di pena. Quanto agli altri, non avranno nemmeno il privilegio di una morte dignitosa. Qui il mio precettore si volta verso la sua truppaglia disorganizzata. Prende un piglio simile a quello dei condottieri di cui parlava ai principini, raccontando quelle storie educative che tanto piacevano al loro padre. Cittadini della reggia, richiama all'ordine i suoi compagni di lotta. Questi soldati sono venuti a strapparci dai muri che ci ospitano e che hanno perfino visto nascere alcuni di voi. Costoro sono stranieri, quegli stessi stranieri che un secolo fa ci tennero in scacco e sapemmo scacciare, tornati ora per farci pagare un tributo di sangue. Ma non è tutto. Non soltanto ci ruberanno questo palazzo così glorioso, che ci ricorda il nostro amato Re, ormai esiliato ma mai dimenticato. Il peggio non è ciò che ci tolgono, ma ciò che ci porteranno. La peste, sì, proprio la peste, se permetteremo loro di entrare. Alla parola peste, si alzano grida e strepiti, le braccia mulinano, gli stracci volano. Nessuno conosce siffatta peste ma tutti sanno che uccide dopo immani sofferenze. Basta e avanza, questa conoscenza basica, per spingere alla rivolta perfino quell esempio di ignavia e mollezza che è il personale di corte. E il mio precettore lo sa bene. Non vorrete la peste! Non vorrete che voi, e i vostri figli, e i figli dei vostri figli diffondano questa piaga! È risaputo che le malattie arrivano sempre dall'estero: quindi, popolo della reggia, lottiamo contro di loro, non permettiamo che entrino, che ci sottraggano tutto e che in cambio ci lascino, orrenda eredità, questo flagello divino! Urla, schiamazzi, manifestazioni di paura e di giubilo insieme. Io abbaio furiosamente per l eccitazione e perché è l unico modo di unirmi al coro. Sento, però, che l orario del pranzo è già passato da un po senza il pranzo medesimo. Ciò che gli umani non capiscono dei cani è questo: senza pranzo non ragioniamo, ci sentiamo in pericolo; non è un capriccio, è un motivo serio. Intanto, i miei compagni abbaiano insieme a me, anche se sospetto che vogliano più che altro adattarsi al livello sonoro di questi strepitanti bipedi. Non ci hanno nemmeno presi a calci, comunque, nonostante il nostro frastuono; segno che la situazione è peggiore del previsto. Guardo il capo della rivolta, ansimante e sudato, direi alticcio. Il mio sesto senso canino mi fa pensare che talvolta per paura, fame, rancore basti una scintilla per infuocare un uomo che pare insignificante ai più; lo trasforma in un simbolo, in un condottiero, in un eroe per il quale immolarsi, senza dubbi e senza domande. Ora, tutti giurano fedeltà eterna al mio padrone; anche, o soprattutto, chi lo considerava uno stramboide. Acquista un nuovo carisma e riceve, in cambio, l anima e il corpo di questa turba. Costoro sono pazzi, generale. Si sentono assediati. Blaterano di una certa peste. I francesi non capiscono cosa stia succedendo, perché non conoscono l inganno dell epidemia immaginaria. Ora basta, plebe! Il grande Napoleone è magnanimo e potrebbe risparmiarvi, se vi consegnate spontaneamente. Ricordate: il vostro tremolante Carlo Emanuele non è più qui a proteggervi, non siete più dei privilegiati. E non abbiamo alcun bisogno di voi. Quindi arrendetevi ora, subito. Jamais, félons! On est deux cent cinquante-cinq personnes, toutes liées jusqu à la mort, qu'elle soit la nôtre ou la vôtre!, urla il precettore, con gli occhi spiritati e il naso rubizzo, usando il suo francese per impressionarli. E poi si rivolge a me, direttamente a me quale emozione! nel mezzo dell azione: Abbaia, Lampo, corri, abbaia ancora, chiama i tuoi amici cani, latrate, mostrate i denti al nemico. Non ci staneranno di qua, non me ne andrò da questa reggia, non permetterò che la trasformino in caserma o che venga profanata in qualche altro modo da questi mangiatori di rane, maledetti per l'eternità! Io continuo ad abbaiare senza sosta. Corro a ringhiare un po' attraverso l inferriata. Vedo avvicinarsi altri soldati francesi, richiamati di corsa a sedare una rivolta inattesa. Proprio lo stupore accresce il loro esprit mal tourné; un fastidio che certamente inasprirà le condizioni dei futuri prigionieri.

6 Ma lo stratagemma della peste non funziona, povero il mio precettore. I militari sfondano il cancello in un amen, esondano nel cortile della reggia e subito vi è il fuggi fuggi generale. I paggetti se la filano in ogni direzione, terrorizzati dai portatori di peste più che dalle loro sciabole sguainate. Il capocuoco, che ha smesso di rubacchiare derrate solo da poche ore, scappa ansimando e dondolando la trippa a destra e sinistra. Le servette urlano come poiane. Il custode della vacca corre a rifugiarsi presso la medesima. I valletti inciampano di continuo con le loro raffinate calzature, forse comode su un pavimento di mosaici, non certo per trottare sullo sterrato. L'ultimo ad uscire sarà lui, il mio padrone, il precettore. Ora dà di matto, si contorce, urla profanità blasfeme in francese e in ogni altra lingua conosciuta, a meno che non stia delirando. Grida da indemoniato ma non pare violento; così, i soldati l'hanno legato alla bell'e meglio, caricato a spalle e deposto su un barroccio colmo di letame, unico veicolo requisibile all'istante. Partono in silenzio, senza infierire; pare che lo trattino con la stima dovuta agli uomini buoni quando finalmente si arrabbiano. Uomini simili a noi cani, insomma. L'ultima parola che gli ho sentito gridare è stata il mio nome. Lampo, urla, Lampo! Lasciatemi il mio cane, portatemi via col mio cane!. E invece ci hanno separati, anche se so che prima o poi ci riuniranno, e lui tornerà a spiegarmi i fatti dell'universo. In fondo è quella, la cuccia che gli spetta in questo mondo; un mondo in cui vincitori e sconfitti si cambiano di posto come fanno i popolani quando ballano tra di loro. Ora sono rimasto qui soltanto io, dopo che una turba di paggi e servi si è dispersa chissà dove, in una diaspora forzata. Perfino i miei amici, gli altri cani, liberati da gabbie e catene, sono corsi a stanare qualche bestia selvatica; ora, la riserva di caccia è tutta loro, visto che nessun sovrano la reclamerà più. Non so perché non sia fuggito anch'io. In questo istante, sto osservando il generale De Courbet. Poco fa, costui minacciava di sfracellare questa specie di resistenza stracciona. Ora, invece, tace. È lì, in piedi, con la mano sulla sciabola. Ancora si sentono le ultime urla e già qualcuno sta inventariando i mobili di pregio, che verranno venduti a breve; un altro, senza scomporsi, inizia a rubacchiare i pezzi che si possono nascondere. Un terzo entra con le galosce infangate nella galleria di Diana; non posso sentirlo, ma senz'altro starà calcolando il numero di cavalli che potrebbe contenere. Il generale è fermo. Non sa che dire e punta gli occhi in alto, verso le finestre del secondo piano. Indugia con lo sguardo sulle fontane prosciugate, sul giardino spettinato, sui vialetti schiaffeggiati dal vento e deserti. Guarda la reggia, la mia casa. Sibila solo quattro parole. Peccato. Era bella davvero.

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