Conferenza I. Alle tombe di Augusto e di Pietro

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1 Bernardino Ricci Alle tombe di Augusto e di Pietro. Alla Vergine di Pompei Ricordi del mio pellegrinaggio a Roma e a Napoli nell Anno Santo Pistoia 1901 Queste pagine in cui Dio l universo e l uomo parlano bellezza e amore all anima mia a te ossequioso consacro o Natale Bruni Arcivescovo di Modena dolente di non potere con più splendido monumento manifestarti la mia riconoscenza Conferenza I. Alle tombe di Augusto e di Pietro Oh Roma Roma! Con tale esclamazione salutai gli amici al mio ritorno dal pellegrinaggio dell anno santo all eterna città. Sei stato dunque a Roma? che hai visitato di Roma, che pensi di Roma?. Egregi signori, io sono venuto qui a voi per ripetervi il pensiero, che coll anima piena di viva e feconda commozione, sotto l impulso potente delle grandi memorie, allora esposi a miei amici. In Roma, assiso tra le vermene, tra l ellera, di cui la natura, come una funebre ghirlanda, avvolge le sue colossali rovine, io con Augusto Conti contemplai il mistero dei secoli. Ritto, immoto, attonito, tra il superbo colonnato del Bernini, davanti alla cupola meravigliosa di s. Pietro, la quale pare gonfiarsi su un grande anelito di umana pietà, contemplai il trionfo dell amore. Seduto all ombra della quercia annosa, ch è a s. Onofrio, dove Filippo Neri si piaceva amorosamente sollazzarsi coi fanciulli, e Torquato Tasso ragionando della cristiana filosofia coi pii monaci, tollerava le ingratitudini degli uomini; cogli occhi rivolti alla grande città, disegnantesi laggiù nell azzurro profondo, e ai colli famosi e al Tevere, che a nominarlo fa fremere l anima, trovai con quelli le consolazioni della natura e della fede. Roma pagana La Roma delle rovine percosse la mia immaginazione, e quanto più la mirava, tanto mi occupava un estatico assorbimento dell anima. Ecco là, diceva quel mio pensiero, ecco là la Roma delle grandi rovine, la Roma romana. Il silenzio profondo regna nel suo Colosseo, nel suo Foro, ne suoi tempi, nelle sue terme. Ma quel silenzio fa ripensare ai gridi nel Circo di cento mila spettatori frenetici, di migliaia di belve, di migliaia di gladiatori, di cristiani, di schiavi, qui condotti a crudele piacere de romani. Le lunghe erbe pendenti dagli immani macigni, sembrano ancora spruzzate del sangue innocente, e le sue rovine sono l accusa, sono la vendetta dei secoli. Sì, o signori, quel sangue fu vendicato, e si rovesciò sui figli di Roma. Fa pensare alla potenza della voce di Cicerone, di Crasso, di Catone, che nel Foro svegliavano Roma addormentata, e alla parola impetuosa di Antonio, il quale da quella tribuna da cui levò al popolo tante volte il suo inno alla Dea Libertà, mostrandogli il cadavere sanguinoso di Cesare tiranno, vittima d immense ambizioni, traevalo a vendicare in Filippi contro Bruno e Cassio l ombra sua. 1

2 Salendo al Campidoglio, pensava a Mario, a Silla, a Pompeo, a Cesare, e ai giovani capitani, i quali ascendevano trionfanti per la via sacra a quello. E avvolgendomi per i grandi e scuri anditi silenziosi del Palazzo dei Cesari, pareami che l ombra di Cassio Cherea mi seguisse con la veste insanguinata e la spada, colla quale uccidendo Caio Caligola, vendicò l abbietta schiavitù di Roma; pareami d udire il gemito, l ululato del mostro. Aggirandomi nella Domus Aurea per il triclinio di Nerone, vedeva coll occhio della fantasia passarmi dinanzi l imperial mimo, inghirlandato di rose, e colma in mano la tazza spumante, muovere le labbra, ebbre del piacere, vedeva i senatori, i cavalieri plaudire al suo verso, al suo canto divino, pieni di spavento, e nel bicchiere del falerno, col sorso del nettare, bere un altro sorso di vita, forse l ultimo. Io guardando al Palazzo dei Cesari, sentivo nell anima il fremito ancor vivo delle vittime, invocanti contro i tiranni vendetta. Abbruniva, e in quel mesto silenzio, in quell oscurità fredda uscii dal Palatino con la mente investita di tutte le antiche e fiere sue memorie. Ov è, pensavo, l antico terrore della gloria di questi Cesari onnipotenti, i quali rapivano il mondo, cercando oltre a mari e ai deserti nuovi imperi da devastare, i quali trascinavano nella schiavitù popoli liberi, incatenavano principi, e quando non trovavano dove insanguinare i lor ferri, li ritorcevano contro i pacifici cittadini, e dopo avere arso tutta la terra, si crucciavano che non vi fosse un altro universo? Il sangue, che grondarono le loro spade, fu vendicato. I figli di quelli, a cui imposero le catene col ferro e col fuoco, dei cadaveri de quali fecero le fondamenta ai lor troni, ne schiusero le tombe, ne dispersero al vento le ceneri per annientarne le crudeli memorie. Smantellarono i loro aurei palazzi, e ne calpestarono le rovine, nelle quali strisciano le lucertole, e dall alto di esse geme l uccello notturno. E noi dovemmo mettere le mani nella polvere degli antichi volumi, e trarre dalla notte, in cui giacevano, le loro passioni, i loro delitti. Quelle volte cadenti, e arcate reggentisi in aria, e cornici scommesse; que mozziconi di pilastri, solitari e barcollanti, e, tronchi di muri, scassinati e curvi in atto di precipitare; que neri monti insomma di frantumi muscosi e rugginenti che sono la Roma pagana, mi parlavano la grande melanconia del passato, la mesta poesia dell arcano. Questa malinconia s elevava alla mia anima da quelle gloriose rovine nel cielo divinamente bello e azzurro del maggio. Con sì arcana mestizia, nelle loro linee perfette, mi si schierarono innanzi agli occhi i capolavori dell arte greco-romana; nella gioventù, nell armonia della Minerva Medica, dell Apollo di Belvedere, dell Atleta, e traevano a melanconico riposo il mio spirito; e là ritto, davanti a quelle statue marmoree, nel silenzio, in un silenzio pitagorico, parevami col Byron ch esso dovesse durare per tutta la vita. Davanti allo spasimo insoffribile, immenso del Laoconte, mi sentiva cascare le braccia, mancare il cuore. Nel dolore, che non ha speranza, del gladiatore morente, e nello stanco oblio della Niobe era tratto con loro a tutto dimenticare, a disprezzare tutto, a morire. Lord Byron scrisse che in Roma non intendeva se non due cose; la morte e il sepolcro. Io queste due cose ho sentito, assiso sulle rovine di Roma pagana. La Dea Roma qui è sepolta, mesta, fredda, immota; né si scuote alle carezza del sole, al sorriso delle stelle, al fremito delle sensazioni nostre. Noi abbiamo mondato dal fango le rovine dei suoi teatri, delle sue basiliche, delle sue terme; dei suoi archi, noi abbiamo scoperchiato la sua tomba, cercato le tracce della sua vita, ma invano gliela abbiamo potuto ridare. Nel tempio di Vesta abbiamo ritrovato il focolare sacro, ma, o Enotrio Romano, tu invano colla scintilla del suo verso potente hai tentato fare riardere il suo fuoco inestinguibile. 2

3 Roma cristiana Ma un altra Roma sul sepolcro dell antica ora vive; vive di luce, di poesia, d amore: Roma cristiana. Io l ho vista, o signori, questa città maestosa alzar al sole, raggiante di primavera, le sue basiliche, le sue cupole, i suoi palazzi, sfolgoranti di marmi, di mosaici, di oro. Ho visitato il suo gran Tempio, quello stupendo Duomo di Dio, ove come cantò il Browning, il metro misuratore dell Angelo forse lo misurò, e ciò che fu delineato da lui, i figliuoli degli uomini eseguirono; e tra il suo immenso colonnato, il quale pareva aprirci le gigantesche braccia, come invitando il nostro cuore a cercar rifugio in questo tempio, mi sono prostrato sopra la tomba del pescatore in mezzo a grandi ceri, lacrimanti su di essa, sotto il baldacchino, che sollevano superbe le tortuose anella di bronzo. Come in corona la circondano i sepolcri dei papi e de re, le cui ossa dormono chiuse nel loro grembo di porfido. Ero tornato allora dal sepolcro di Augusto. Il sole del vespero col suo languido raggio aveva a me illuminato quelle macerie mezzo sotterrate. Genuflesso dinanzi alla tomba di Pietro, con la fronte appoggiata a suoi marmi, colla mente, piena della memorie di Augusto, io meditai lungamente. L uccello del malaugurio, pensavo, siede ogni notte sulla tomba del Creatore dell Onnipotenza di Roma, l ellera fa ombra a suoi rottami abbandonati, e tra essi muggisce la tempesta. L ira dell uomo e del tempo sfracellò il suo pomposo tumulo, e la sua polvere gloriosa rapirono i venti. Fino dal sepolcro l unico palmo di terra che non reca all uomo invidiosa brama; l unico palmo di terra che il più miserabile può chiamar suo, è stato cacciato il dominatore del mondo. E appena la memoria della sua grandezza, davanti a cui l universo tremava, rimembra sotto la sua sferza il pedante al fanciullo. Il solo onore, il solo conforto, che potei dargli, fu la mia compassione, la mia pietà. Alla tomba del vil pescatore, che la superba Roma nemmeno degnava del guardo del disprezzo, pellegrina tutto il mondo, tutto il mondo reca i suoi tesori. E se al carro di Augusto conquistatore si trascinarono dietro principi incatenati, se alla sua tomba si sacrificarono vittime insanguinate di popoli schiavi, al sepolcro del prigioniero vincitore s inchinò vinto il tremendo Cesare Romano, e ruppe la sua spada grondante e sempre in volta, si protesero e alla sua ara sacrificarono i re e i popoli liberi di tutta la terra. Il fuoco sacro inestinguibile riarde su di essa, non più lieve fiamma, come nel tempietto dell antica Dea, ma immenso, che raggia la sua luce per tutta la terra, e tutta quanta la riscalda. Lo splendore delle sue ottanta sette lampade riluceva per il gran Tempio, come simbolo di quest amore, che salendo dal sepolcro di Pietro si diffonde di continuo negli uomini. E i santi, quella moltitudine di statue intorno alle colonne della Basilica, parevano immobilmente estatici a contemplare il corso dei secoli cristiani, che su quella tomba s incarnano, e in un colloquio misterioso e segreto a ripetere la divina parola: Tu es Petrus, et super hanc petram ædificabo Ecclesiam meam; la quale compendia il pensiero, l amore, la sapienza d una civiltà che ha rinnovato il mondo. Guardando la tomba di Pietro m invadeva l anima un arcano sentimento, pieno d intima vita, quasi che da quell urna mi attraesse una potenza occulta, e come a pensieri melodiosi un idea, a conserti amore un amore, così un aerea armonia, congiungeva ad essa i miei pensieri, i miei affetti, le mie speranze. E rapito, immobile, come le statue del colonnato, io contemplavo sempre. L onnipotente signoria di Augusto, conquistatrice del mondo, svanì come fumo di putrefazione; la sua luce nell impeto della corsa barbarica s estinse come una face al soffio d un vento irresistibile. La conquista di Pietro resta ancora, non vacillante, e cresce: la sua luce, come la pila la scintilla e- lettrica, suscitò nel buio delle età barbariche la favilla nova. 3

4 Nel palazzo d Augusto è desolazione; pressoché nulla rimane dell antico, e le tavole delle sue leggi, rotte e contaminate, sono sperse nelle macerie. La mole del palazzo Vaticano, ove cogli splendori delle alte divinazioni di coscienza, di amore, che il suo vegliardo diffonde da Roma fino ai termini della terra, indica che il magistero di Pietro suona sempre nel mondo. Io l ho visto, o signori, il successore del maggior Pietro, il vegliardo, che siede in Vaticano, da cui pare che fuggono paurosi i giorni, gli anni. Guardando quella bianca sua faccia, che pareva marmorea, ma in cui raggiava l ardor dell anima, ed esaltava i cuori più rimpinzati di ghiaccio, sentiva un vigore nuovo di affetto, di volere, quasi da quell aerea ombra di corpo virtù misteriosa mi tirasse l anima. La luce di quel veglio pareva riflettersi col raggio del sole, il quale penetrava dalle vetriate del gran Tempio negli occhi dei cinquanta mila pellegrini, che meco lo contemplavano, e riflessa andare con loro per tutte le parti della terra. Nel suo viso, nella serena grandezza della sua preghiera, io ho sentito l alito di Dio, che non scorderò più. Il magistero di Pietro, magistero quieto, sicuro, amoroso, e negli stessi suoi misteriosi insegnamenti, pieno di luce, in tenebrosi tempi rifece una civiltà, la quale si propagò per tutto il mondo, e in ogni secolo più si perfezionò. E oggi giorno sale, sale sempre verso la luce, resistendo a ogni vento di sistema e di passione. Sale per giri bensì, ché il male e le sette tenebrose si oppongono al suo retto corso, ma non s arresta, e nessuno lo farà morire, finché vive il divino maestro di Pietro. Ma Cristo vive e regna in eterno, e la sua Croce gloriosa starà sempre sugli altari. La sua aura di splendore immortale irradiò le Vergini del Beato Angelico e del Raffaello, la Cena del Leonardo, spirò nelle armonie divine del Palestrina, del Pergolesi, del Rossini, del Verdi, sull aereo padiglione di Santa Maria del Fiore, sulle guglie delle cattedrali gotiche, nelle vele di Colombo, di Amerigo, di Andrea Doria, di Marc Antonio Colonna, del Peloponnesiaco, de nostri grandi padri, che le condussero alle conquiste, ai commerci del mondo. Spira una vita di arte celeste su Roma cristiana, e la sua divina idea s imprime nel disegno di lei, regge la volontà di tutti i suoi artefici, e mi ha sforzato a sclamare: Divina bellezza d una fede che ha fatto sì bella l arte italiana! Io ho contemplato, o signori, i prodigi di questa fede nei loro simulacri mirabili; nel Rezzonico e nel Pio VI del Canova, la cui preghiera sembra il gemito e la speranza di tutto il mondo 1, nella Pietà di Michelangiolo, ove è uno spasimo infinito, ma pur sì tranquillo, amoroso; nel Mosè di lui, il quale ha la maestà del Giove Olimpico, che niuno può mirare senza che non gli tremi il cuore e la voce, e davanti a cui pare alla fantasia di veder passare i principi delle nazioni a capo chino, perché Jejova l ha posto in grandezza, facendolo il liberatore, il legislatore, il capo del suo popolo. Io li ho contemplati nei Profeti e nelle Sibille della Cappella Sistina, i cui volti parlanti, le cui linee scolpite, la cui divina terribilità ho ancora innanzi all occhio; in S. Giovanni Laterano, in S. Maria Maggiore e nella Basilica di S. Paolo, in questa Chiesa, bella fra le più belle del mondo. Sollevato l insigne nostro concittadino 2 da quest eterna idea, la lira del suo ingegno mandò quel suono, ch è cotesto tempio, sì maestosamente leggiadro, tutto un ineffabile misura, tutto un elegante geometria del bello, una bellezza musicale. Ma lo spirito d una fede sì amorosa e sì consolatrice della virtù e della colpa espiata e pentita, sì terribile alla colpa superba e ostinata, come commosse il mio animo, contemplante i capolavori delle logge, de musei vaticani e della Cappella Sistina. Seduto su verdi sedili delle sale vaticane, quasi estatico, guardavo la Trasfigurazione, la Disputa del Sacramento del Raffaello, la Comunione del Domenichino, e da quei dipinti irradiava un sorriso d arte, d amore, un lume di bellezza, che mi rischiarava il cuore, e quasi faceami più ringiovanire. 1 Augusto Conti. 2 Luigi Poletti, modenese. 4

5 Come da un arpa melodiosa, da essi mi si diffondeva l anima. Signori, io là dentro vidi sfavillare il mio Dio che adoro. Spirito gentile d Urbino, tu pensavi la luce, l azzurro del tuo cielo; pensavi i giardini, le selve melodiose del tuo monte, ma più pensavi il paradiso e i suoi fulgori, quando creavi le tue tele divine. L anima, affranta dai dubbi, dai tedi della vita, vada al Vaticano, e levi i suoi sguardi alla calma serena del S. Girolamo morente, che con membra cadenti, come cosa quasi morta, ma con occhi balenanti di luce di paradiso riceve il S. Viatico, e dall ineffabile dolcezza del cui labbro, dal chiarore del cui viso esce un suono quieto, come parola ripetuta nel cuore, che par dire: Oh amoroso splendore, o amore, amore, amore: levi i suoi sguardi alla Disputa del Sacramento, ove i più grandi intelletti fanno dell amore l oggetto del loro discorso, e vedendo raccolte le loro alte verità di ragione, e santificate nel testamento dell Eucarestia, e integrate nella parola rivelata, si umiliano alla sapienza della fede; all infinito fulgore di Cristo trasfigurato, agli occhi alzati e radianti degli Apostoli, al volto del padre dell ossesso, bello di fiducioso e amoroso dolore, e ai lineamenti spasimanti del povero giovinetto, che l Apostolo guarisce, e la luce divina di quelle figure resterà nel suo cuore: non sarà più triste, e consolata, fisserà ella pure il cielo con loro. Quand entrai nella Cappella Sistina, il sole, scurato da nubi che passavano, scendeva pallido dalle finestre di essa; una schiera di uomini e di signore, italiani e forestieri, s aggiravano, o sedevano. Io mi appoggiai al muro di fronte, mirando. E mi parve che per quella volta, per quelle pareti, velate d ombra fremesse lo spirito di Dio. La Cappella Sistina, o signori, è tutta quanta un epopea solenne. I fatti veri dipinti in essa, l artefice li ha fatti rifulgere di alta poesia. Qui la poesia è storia: la storia è poesia. Quel carme persuade l anima; è un grande poema dell umanità; perché ne accoglie l armonia, perché da una parte palesa ogni suo affanno; dall altra le consolazioni delle sue speranze, del suo amore. Agli scettici, figli del secolo, scrutatori del niente, pare impossibile la vita eterna; ma la notte dei dannati di Michelangiolo è già nell anima loro, come nella coscienza il terrore dell ira del giudice. Bisognò a Michelangiolo raccogliere nel suo intelletto tutti i dolori, tutti i delitti della terra per inventare questo gran dramma di vendetta e di affanno. Solo poté conoscere tutta la profondità dell anima umana, e a lei parlare questa sua tremenda parola: il Giudizio Universale. La terza Roma Accanto a cotesta Roma immortale, sfolgorante d arte, di poesia, d amore, sta, o signori, la terza Roma. Simbolo della sua forza, s erge sul Gianicolo, sopra il suo cavallo di trionfo, il gran Capitano: simbolo del suo pensiero, in mezzo alla Piazza de Fiori, ritto sul piedistallo di marmo, medita nella sua superbia orgogliosa la negra figura del tetro frate. Nel Panteon dorme il sonno eterno il suo primo re guerriero. Entro di essa vivono molte forze materiali, le quali si spandono per Italia: l istruzione diffusa, l operosità delle industrie, la libertà de commerci, l uguaglianza civile, il progresso delle scienze fisiche, il grande esercito. Ma le virtù morali, principio d ogni forza negli individui e ne popoli, combattute, languiscono e miseramente si perdono. All autorità religiosa si oppone l autorità civile, ad una carità divina una filantropia, tutta umana; ad un istruzione salutare, che muove dal dovere, e che educa a grandezza civile, un istruzione di pompa, che muove dal diritto, e che educa a superbia e ribellione; al bisogno di credere l aver Dio straniero alla reggia, al foro, al liceo, al focolare domestico, al civile costume, ai traffichi e all officina; alla libertà di commercio la fame rapace del fisco e dell usuraio, la miseria del popolo; all ordine un fidar solo nella forza del cannone, nulla in quella morale e religiosa; all arte, alla letteratura, che 5

6 danno fortezza e dignità di vita, una letteratura, un arte, imitatrici del paganesimo, che fiaccano e guastano; alla severa semplicità del costume la mollezza, lo sfarzo, la cupidigia dell arricchire e degli onori; alla concordia delle intelligenze e de cuori la lotta fra la spada e il pastorale, tra la scienza e la fede. La vita miseramente corrotta, al popolo italiano parvero inganno le sue più grandi speranze, e tentando di rompere un reggimento che sgagliardì il suo senso morale, e di conseguenza la sua prosperità, la quale senza il primo è impossibile, maledisse a questa Roma, che colle ambagi del suo governare, colle negazioni della sua scienza scontentò il suo cuore, gli rese più miserabile la vita, gl infiacchì quella sua dolce credenza, che dei dolori di essa lo confortava colle speranze immortali, e assassinato il suo mite re, medita, medita le barricate. Signori, ci salveremo noi? Dio fece sanabili le nazioni, e farà pure, speriamolo, sanabile l Italia nostra, la primogenita di lui. Il calore ch esce dalla tomba di Pietro, circola ancora nelle vene del popolo italiano, e la voce del suo magistero, forte sempre là in Vaticano, di quella virtù, che rifece, in tempi più perigliosi, la grandezza della nostra patria, aspetta d essere ascoltata per salvarla di nuovo. Noi italiani diamogli opera ardente, amorosa nella santa impresa, e questa sarà presto compiuta. Conferenza II. Al Colosseo Nel Bresciani aveva letto che le ruine del Colosseo, di notte, al raggio della luna, porgono un nobile e sublime diletto a contemplare. In una dolce e limpida sera io pure mi recai a vederle. La luna, colma, s alzava rutilante nel cielo cristallino, e mandava sul Foro Romano e su i superbi ruderi del Palazzo de Cesari raggi arditi di luce. L ombra del Colosseo gettava intorno una lunga macchia, e tutto il suo gran giro restava luminoso d un candore argenteo. L ellera che corona gli alti e ritti fusti esteriori delle sue muraglie, pencigliando, s agitava alla brezza notturna. Singolari prestigi d ombre e di luci si operavano dentro nei sfasciumi interni dell immane edifizio. La luce rigirava e si torceva per le volte reali, per gli archi e le gallerie, per gli ambulacri, le logge e i nicchioni, e con un bagliore fuggente ne dipingeva i contorni, i risalti, gl incastellamenti, le cornici, i modiglioni e le curve; correva per i fusti, i rottami, le altissime ossature, e batteva con isprazzi di lume tagliente ne massi sporgenti, ne massicci pilieri, ne petroni scommessi. Quando il raggio non trovava punta di masso, su cui posarsi, scendeva nel podio, ove nel fondo a- pronsi le cave delle belve, da cui si scagliavano sull arena, che quasi pauroso lambiva e toccava con lividi chiarori, per perdersi poi nell ombra, e morir nella notte dei grottoni sotterranei, degli anfratti caliginosi e cupi. Colle tinte della luce lunare contrastavano le ombre, le quali con essa si mescolavano, si abbracciavano, correvano, apparivano e disparivano con meravigliose apparenze e illusioni. Io riguardando, solitario, quella gran cerchia di diroccamenti confusi, in mezzo a cui le luci e l ombra giocavano, e le membra dislogate di quell enorme gigante, che la melanconica luna baciava con il languore col quale si bacia un morto, e ne ammirava la forza e la grandezza, ne piangeva la distruzione, ne riveriva la polvere e i frantumi; mi dipingeva alla fantasia le antiche immagini, ne riandava nella mente le vetuste memorie. Sul pulvinare, o loggia imperiale, vedevo Tito, Domiziano e Nerva, incoronati d alloro, i quali stavano immobilmente contemplando nell arena le lotte del cesto e del pugilato. E fra la notte d un cupo androne, in cui languiva il raggio della luce, parevami sentire il gemito di Commodo, assalito dai congiurati. Dalle cave del podio mirava sbucare il lione o il tigre, e correre rabbiosi verso la Vergine cristiana, la quale, vestita, come sposa, di bianco, colle chiome diffuse sulle spalle e sul petto, il viso sparso di 6

7 soave pallore, e gli occhi al cielo, cercando in esso il piacere, la beltà immortale, stava là ritta in mezzo all arena. Vedevano uscire la belva dall alto delle logge le matrone, i senatori e i patrizi; la vedevano Cesare e il popolo re, e un urlo tripudioso insordiva il circo. Da un segreto ambulacro alcuni pii col fazzoletto rasciugavansi le lagrime che loro scorrevano sulle guance: erano i suoi fratelli in Cristo. Gli occhi della belva si trovano immobili su quell angelico viso: la vista di lei l abbaglia; quasi si perde nel torrente della sua luce divina. Sola, abbandonata, sta la vergine avanti il leone; ma né un sospiro dal suo labbro. I suoi capelli lucenti, al raggio del sole, svolazzavano dolcemente. Le idee di lei sono alte, ridenti; il suo aspetto lieto. Il pensiero della morte dilegua il timore, perché essa la guiderà per mano, e il sentiero, dove lo metterà, la mena al Cielo. I suoi sguardi si perdono in un lontano, in uno splendente orizzonte, di rose, di gigli, di armonie, di canti... E là tranquilla la vergine cristiana, è tranquilla serenamente. Ma ecco all improvviso un fremito odesi rumoreggiare dentro il petto della fiera, la quale, come desta da un sogno pauroso, si scaglia contro di lei, e le sue membra celesti sentonsi crocchiare tra le zanne e il dente. Il gladiatore, mirando, si meraviglia che quel martirio, a lui sì affannoso, sia alla fanciulla così lieto: a cristiani dà vigore di sostenere quel male, che consumava, e liberava per sempre la martire. Ella muore, vendicandosi; con l obbrobrio di tutti i secoli, de suoi persecutori; muore versando su Roma l anima sua; portando il suo nome su in cielo. E bagnandola del proprio sangue, consacra l Urbe, consacra il suo tormento al fato divino di lei. Io riguardando quel vago corpo dilaniato, steso sulla rena, mi prostrai sopra di essa; ed essa bevette le più dolci lagrime, ch io abbia versato mai: mi pareva ancora calda dell orma delle sue membra, mi parevano i fili d erba ancora rugiadosi delle stille del suo sangue. Sopra la stessa arena cade spossato il gladiatore ferito. Sentesi per il corpo un brivido; livide sono le sue labbra; agghiaccia il sudore che grondagli dalle guance. Cesare può dargli la vita; ma egli vuole morire: i suoi mali non ricompensano quella. Esecra il crudele benefattore, che, concedendogliela, esige in compenso il suo rossore, la sua libertà. Il vincitore scaglia sul petto di lui il supremo colpo: da un ampia ferita scorre a rivoli il sangue. Egli spasima atrocemente: ma la voce del suo dolore si perde fra il tripudio feroce dei romani. L udì, o misero, colui, che fu fatto degno dal Padre suo d udirti, e di liberare le tue catene. Nel chiarore dell agonia gli passa dinanzi la sua patria venduta, che mostragli le vene succhiate dall onnipotente opulenza del dominatore; vede la paterna capanna, i suoi fratelli, i suoi figliuoli traditi, imprigionati, affamati sotto il terribile flagello della legge romana, offerti in tributo alle ricchezze, al piacere di quello; trascinati a procreare nell esilio e nel tormento nuovi schiavi e nuovi infelici. Ah nella morte non si può riconciliare il gladiatore! E grida vendetta con la turba dei tapini, coi quali divideva la gioia e il pane, e ora divide le lagrime e l affanno. E la vendetta è l unica fiamma vitale, che anima ancora il suo corpo; la vendetta di Roma. E mette colla voluttà suprema di essa lo sguardo morente tra l ombra dell avvenire, e vi chiama a vendicarlo, o barbari. Oh quanto sangue, esclamai, uscendo dal Colosseo; quanto sangue d innumerabili popoli fu sparso su quest arena a contaminare d infamia la padrona del mondo! Ma questi popoli, che a lei pagarono colla loro libertà il tributo, glielo imposero un giorno col ferro e col fuoco; e sui ruderi di Roma impressero l orma della loro terribile corsa. Passeggiando la sera stessa per le contrade di Roma, vidi aggirarsi turbe numerose di discendenti de suoi vendicatori, di lontani paesi tratti da una medesima fede, da un medesimo amore, a lei, con- 7

8 tro cui infuriò il picco distruggitore de loro padri, e che come il Prometeo della favola risorse, e ridiventò capo de popoli, e meditai il suo fato divino. A Dio servì il brando stesso de barbari: crollarono i sassi di Roma, ma non la sua parola onnipotente, che poi li educò. L anima di Roma, che Dio creò, purificata nel sangue cristiano, nel fuoco barbarico, uscì più vigorosa dal sepolcro dei martiri e dalle ruine, e salì più in alto. Approdando il navigante alle coste dell Asia Minore, resta spaventato della solitudine, ove fu Troia: tra le macerie accumulate, che sembrano poggi, di Ninive, di Babilonia, di Palmira, di Tebe il serpente fa il suo covile, e su tronchi rugginosi delle loro colonne siede lo struzzo del deserto: nella valle desolata dell antica Gerusalemme suona il lugubre pianto degli ebrei miseri sopra il suo spirito, per sempre partito da lei. L anima di Roma o signori, non muore, e la sua Aquila vola sempre dominatrice sopra i regni della terra, e guarda sublime il cielo. Roma è sempre quell antica delle genti, cantata da Marziale, cui par est nihil, et nihil secundum. E sempre la Dea Mater, che col suo spirito, perennemente vivo, abbraccia tutti i popoli, i quali corrono ad essa, come alla patria del mondo, come all arca salvatrice. Uno stellato di paradiso curvavasi a padiglione sopra di Roma, e di me meditante, e per il sereno del cielo l anima mia pareva udire un aerea melodia, che ripetesse le parole di Tito Livio: Diis auctoribus in æternum condita Roma. Quale sarà, pensai, il suo fato futuro? Terribile tempo io veggo, non lontano, per l Europa e l Italia. Forse i cadaveri de nostri figliuoli faranno fondamento, se non ai troni di nuovi Cesari, alle ambizioni di nuovi Clodii, di nuovi Catilina, e le nostre messi arricchiranno barbari più voraci; e la nostra terra, spogliata, non somministrerà più ai figli suoi né tetto, né pane. Forse dalle membra d Italia soneranno nuove catene: forse più nere tenebre l avvolgeranno. Ma io veggo risplendere alto sempre il faro di Roma. Veggo i suoi erranti e smarriti figliuoli correre tra la notte tempestosa alla sua luce serena. E Italia sarà di nuovo salvata dalla tua fortuna, o Roma, o alma Mater. Quel giorno sotto i tuoi archi non passeranno più i carri trionfali e i bianchi cavalli dei Cesari e de capitani conquistatori, non le catene, attorcenti braccia umane; ma il candido vessillo del libero, del mansueto popolo di Cristo, ma la Croce, e dietro a lei gli umili, i poveri, i piccoli, che col Maestro la portarono fortemente. E o Italia, o Roma, quel giorno placido tornerà il cielo sul Foro, e cantici di gloria, di gloria, di gloria correran per l infinito azzurro. Conferenza III. Al Santuario di Pompei Partii da Roma una serena notte di maggio. Il treno lambendo i cigli delle colline romane, su cui torreggiavano gli storici castelli, conducevami verso Napoli. Era il tenero verde del primo risveglio della stagione: era un ampiezza di cielo turchino. I palazzi marmorei, le cupole delle basiliche di Roma guizzavano d ombra e di luce al riverbero della luna piena, il quale sembrava un velo immacolato, steso sopra di lei dormente. E la gran faccia della luna guardavala, e pareva avere palpiti, vibrazioni misteriose. La guardava io pure dal finestrino del compartimento in quella candida serenità del cielo e de campi. E fui assalito da un vago sognare, da un tumulto confuso di pensieri, di sdegni, di affetti. Un fantastico ippogrifo alato portavami a cavallo sull aria lucente, e io correva con lui lo spazio del tempo, varcava i secoli; e là nella serena impassibilità dell Urbe silenziosa, vedeva, presentiva, indovinava la Roma di Romolo e di Numa, di Mario e di Silla, di Pompeo e di Cesare, di Augusto e di Nerone, di Cola di Rienzo e di Leon X; e la civiltà di lei tramontata e le nuove civiltà fiorenti, e le sue passioni, le sue gioie, le sue ebbrezze. 8

9 Dove erano andati que giorni?... Svoltò il treno bruscamente, e mi nascose Roma, e i suoi gloriosi colli, e il verde paesaggio della sua campagna immensa sparì e fuggì via rapido, tramontando con esso il mio sogno. Nella ferrea sua morta il vapore mi schiacciò tanta ricchezza di ricordi, e nel suo sibilo fugò i pensieri, i sentimenti, che salivano e scendevano all intelletto e al cuore. Corse il traino per miglia e miglia in mezzo a olivi, a lauri e a vigneti, e sotto le apriche colline della Campania e di Capua, le cui torri sfuggirono al mio sguardo. Ogni sasso, su cui passavo, mi parlava di secoli, ogni luogo era ivi ricordo di battaglie e di trionfi, d ozi e di delizie, da ogni cima montana, da ogni torre, da ogni villaggio scendevami all anima un armonia di poesia, d amore. E fra tanti ricordi dalla bruna Badia di Montecassino pareva alitare ancora lo spirito dei latini, per cui essa, in fitte ombre d errori, spandé per tutta Europa arti e scienze, preparando la sapienza novella. Stanco di tante rimembranze, mi addormentai, e mi svegliò questo canto soave dei pellegrini pisani alla Vergine: Mira il tuo popolo Bella signora Che pien di giubilo Oggi ti onora. Il pietosissimo Tuo dolce cuore Egli è rifugio Al peccatore. Anch io festevole Corro al tuo piè O santa Vergine Prega per me. Tesori e grazie Racchiude in sé: o santa Vergine Prega per me In questa misera Valle infelice Tutti t invocano Soccorritrice. Dal vasto oceano Propizia stella Ti veggo splendere Sempre più bella. Pietosa mostrati Con l anima mia Madre de miseri Santa Maria. A me rivolgiti Con dolce viso Regina amabile Del paradiso. Nel più terribile Estremo agone Fammi tu vincere Il rio dragone. Questo bel titolo Conviene a te; O santa Vergine Prega per me. Al porto guidami Per tua mercé; o santa Vergine Prega per me. Madre più tenera Di te non v è: O santa Vergine Prega per me. Fe potentissima L eterna fè: O santa Vergine Prega per me. Propizia rendimi Il sommo Re: O santa Vergine Prega per me. La dolcezza di tale preghiera, in quel profondo silenzio della notte, nell azzurro infinito di quel cielo stellato, scendevami al cuore con una tranquilla e amorosa mestizia, e sentii da esso muovere il pianto. Poco dopo impallidirono le stelle, e il crepuscolo cominciò a biancheggiare in oriente, le foglie dei lauri e degli olivi tremolarono ai tenui soffi mattutini, e le lodole, alzandosi a nuoto per l aria, salutarono l alba nascente, la quale a poco a poco rosseggiò di vivo fulgore. Sentimmo vicino il rumore del mare, e il canto dei barcaiuoli, sì pieno d immaginazioni amorose. 9

10 Il ventolino di esso ci portava su gli odori e le fragranze delle rose, degli aranci e de mandorli fioriti. Ci brillò l anima alla vista del bellissimo mare, che laggiù in fondo pareva un riverbero di luce, e l aurora vi si rallegrava sopra. Il nostro mesto e raccolto pensiero si mutò in aperta allegria. Io guardavo attonito quelle acque infinite e silenziose, e i bei colori dell alba, la quale inghirlandava di luce i monti e i colli ringiovaniti, e il cui sorriso splendeva sui boschetti dei limoni e degli aranci, e sulle foglie odorate degli allori. Dalle acque lucenti ascendevano alla mia anima parole misteriose, che tu, o mare, accogliesti da cieli, e tra quello splendore l ammaestravano a vita eterna. Sopra la riva un drappello di giovinette, i cui occhi scintillavano ne raggi dell aurora, e che menavano in una carretta un mucchio di fieno, cantavano liete con le lodole, come un armonia della vita, che ridestavasi. Stemmo silenziosi per un pezzo, mentre il vapore correva vicino la riva del mare: unica voce dell anima era desso. E poi il vapore ci trasse per la via della nuova Pompei. Guardammo ansiosi innanzi, quasi per vedere la cupola del celebre Santuario. Quanto mai avevano rallegrato la mia mente quelle onde sfavillanti del mare, quell aurora radiosa, quegli odorosi verzieri dei limoni e degli aranci, tutto, come una voce di amore, mi richiamava il dolce sorriso di quella bella Signora, là salutata rosa mistica, stella del mattino; e quanto io più mi avvicinavo verso di lei, brillavami il pensiero, sentiva un moto, una vita rinfiammarmi l anima. Per tanti anni, o dolce Regina, aveva udito lontano il tuo nome: tante volte nelle tenebre, negli errori della vita, sospirando e sperando, ti aveva invocato. Ora finalmente stava per prostrarmi davanti al trono tuo glorioso. Ah Madre mia! All improvviso sentii riecheggiare il soave canto dei pellegrini pisani, e il Santuario famoso apparve al mio occhio, fulgente della luce del sole che sorgeva, colla sua svelta cupoletta, la quale per la serenità del cielo pareva trasmutata in un soffio luminoso. Il nostro cuore si riempì a tal vista di tenerezza e d amore. Cantavano i pellegrini cogli occhi alzati e ridenti. Soffermossi il treno a Valle di Pompei, e scesero i pellegrini, e io andato con essi al Santuario, vi entrai con fervore d affetto. Il tempio, quantunque non vasto, ma maestosamente leggiadro, rende aspetto solenne, e la bellezza dell immagine della Vergine, sì semplice, sì graziosamente pia, splende nel pensiero di chi la contempla, e manda al suo cuore un suono di profonda dolcezza. Il più benigno raccoglimento teneva la Chiesa, ove le pie labbra di due suore oranti disegnavano la consuetudine della preghiera. Dalla porta, dalle vetriate delle finestre fiammeggiavano i raggi del sole nascente, e facevano risplendere l iride nella parola di brillanti, che si leggeva ai piedi della Vergine. Ave Maria era la parola semplice che spargeva per tutto il tempio una freschezza simile a quella del mattino. Ave Maria. La parola evocava intorno al suo trono i miseri, gli obliati, i lagrimanti. Ah in che soave atto amoroso posa la Vergine! Dio mio! Che bellezza è la tua, o Madre mia! Non mai ti sentii così dolce, o Maria. Non so ridire che senso d infinita melodia io trovai alla sua presenza. Ella era là su quel trono luminoso; e pure era anche diffusa in tutto il Tempio, nei visi dei pellegrini; era diffusa nell orizzonte, nel mare, nel cielo, nell anima mia. Io mi sentivo circonfuso dello splendore di lei, come della luce del sole; pieno della sua soavità, come di quella della rosa e del giglio; respirava nell anima della Vergine, come nell aria. 10

11 Un armonia infinita si spandeva sul cuor mio, che mi suonava parole di grazie, di laude e di amore, le quali, chino davanti a lei, proferiva nella bianca pace mattutina. Mentre stava prono davanti alla Vergine di Pompei, i miei occhi si riempivano di pianto, perché quella benedetta immagine mi ricordava la povera mia madre, sì devota di essa, che morì col suo nome sulle labbra. Deh! o Vergine, ti rivegga presto in Paradiso quella pia, la quale visse nel tuo amore, che in queste speranze ti offerse l affanno dell angosciosa separazione dai diletti figliuoli. Mentre tra le lagrime io così pregava a Maria, mi arrivò all orecchio, quasi di lontano, come un soffio armonioso, una modulazione musicale, un coro di voci, che per le volte del tempio saliva leggiero leggiero, come vola per l aria la lodoletta, inebriata del sole nascente, e la sua dolcezza non aveva paragoni. Guardai intorno, e non vidi nessuno dei dolci cantori. Erano forse le voci dei serafini, adoranti la Vergine, i quali confortavano la mia tristezza? O la Vergine aveva esaudito la mia preghiera, e quel canto era l osanna degli angeli all anima della mamma mia, che sulle loro ali d oro ascendeva al cielo? Seguitava intanto la dolce musica, calma, serena, solenne, intonatissima, che mi rapiva, e piovevami sul cuore, come una rugiada celeste. A un tratto rialzo gli occhi verso quel canto, e in faccia, sulla tribuna, come in un ombra, perché abbassato, scorgo il pallido visino d una cara fanciulletta, mezzo nascosto tra un bianco velo candidissimo. Scopro il mistero: erano quelle le voci delle orfanelle della Valle di Pompei. Cantavano esse sulla tribuna, e l alto parapetto di questa le nascondeva al nostro sguardo. Per essersi alquanto sollevata la persona della piccola orfanella, il suo volto fu visto da me. Io prostrato ascoltavo sempre quel canto. Dall altare, ove il sacerdote celebrava il sacrifizio, emanava una fragranza d incenso. Assorto come in un sogno, la mia anima si spandeva in quelle note, quasi fondendosi nella mite dolcezza di esse. Mi sembrava che la pace, di cui le care giovinette cantavano, circondasse tutta quella folla di pellegrini, attenta e rivolta a loro; si diffondesse per gli archi, librasse sul trono della Vergine, ardesse sopra le lampade. O mesto poeta, che sul piccolo Santuario 3 della mia Pievepelago scrivesti, passando, cotesti versi: Fra queste mura alfin trovo la pace Ne primi anni smarrita, Qui dov il furor s acqueta e tace Di tempestosa vita. La fronte chino sovra questi sassi, Che mite raggio imbianca, Ed un onda d amor sembra che passi Sovra l anima stanca. Arbor sfrondata da ghiaccial bufera Era in me la speranza: Ora un riso vegg io di primavera Che incontro a me s avanza. Maria deh! lascia che quel mistich ave Io piangendo ripeta. Oh! quant'è dolce il nome tuo soave Al labbro d un poeta 4. 3 Oratorio di Modino, ove si venera da antico tempo la Madonna detta dei Renacci. 4 Questi versi qui scrissi, e s unqua i venti / Non concedon dimora, / Li cancellino pur: morran contenti / D aver vissuto un ora (20 settembre 1899). 11

12 O mesto poeta, vieni qui con me a riconsolare il tuo animo conturbato; vieni a piangere con me: ma il tuo pianto, come il mio, sarà pianto che ti farà bene. Forse una fiera filosofia, che ti aveva promesso rinnovarti, t insegnò il nulla, e nel suo vuoto accidioso ti caddero le speranze, le forze ti caddero? Aura d amore qui respirerai, immerso negli odorosi aliti dell incenso, la quale, come il dolce aliseo in mare burrascoso, ti rischiarerà il cielo. Se hai obliato Dio, vieni qui, o poeta: le care angiolette cantanti te lo rammenteranno. Se le fosche ombre della tua anima, te l hanno nascosto, ti parlerà la Vergine una luce soave come a pellegrino, il quale torni di notte, e l occhio interiore di lei, come l occhio addormentato di carne, che si schiude il mattino, svegliato dal sole, si aprirà, e senza ingombro di nubi, tu vedrai la sua stella. Uscii dal Santuario coll anima piena dell armoniosa bellezza delle Vergine. E anch ora quella benedetta memoria mi abbellisce lo spirito, e triste, quando a lei penso, io mi tranquillo. Bartolo Longo e le istituzioni della Valle di Pompei Prima di partire, volemmo salutare l avv. Bartolo Longo, su cui occhi vividi e sereni si vedeva la contentezza del nostro pellegrinaggio; il quale ci menò a visitare i suoi Istituti e le officine dei figli dei carcerati, che tolti alla strada e al vituperio, col travaglio delle industrie, e per le fatiche del lavoro conquistano l amicizia della società, che li ha ripudiati. Al viso pallido e smagrito di lui, al parlare umile, alla piccola ed esile persona non l avresti mai preso per quell uomo di potente volontà, che va diritto, rompendo tutti gli ostacoli, al suo fine; per l autore di quel miracolo d opera che sono le istituzioni della Valle di Pompei. Io attento stava a ogni parola, a ogni atto, a ogni affetto di lui: voleva studiare questo uomo straordinario, verso cui la fede del credente e la scienza del dotto erano rivolte. Nel suo cuore rilevai due affetti principalmente, non separabili; cattolicità e italianità. Egli conosce una politica sola: voler bene alla Chiesa e all Italia: volerle ambedue inseparabilmente. Vivono in lui, nell armonia più bella, gli affetti di religione, di patria, di famiglia, d umanità; affetti tranquilli, ma sinceri e profondi. E questi accordi sono trasfusi in tutte le sue opere meravigliose. Un amicizia naturale è in esse tra credenza e affetto. E la credenza e l affetto armonizzano colla ragione e la scienza. Poesia, filosofia, religione e sentimento, che si vogliono separare, si manifestano, come nelle istituzioni del suo caro padre Lodovico, così in quelle di lui. L amore ardente alla Vergine fa più unita e forte nel suo anima e nelle sue opere quest unione d intelletto e di cuore; e la devozione a lei, non minuta, non pinzochera, non femminilmente sdolcinata, né tutta esteriore, ma cara, efficace e amorosa informa le sue istituzioni. La bellezza di questa comunità che in esse unisce Dio e gli uomini, la presente vita e la futura, mostra il vantaggio sommo alla patria nostra non di separare più che mai, come tentarono le sette tenebrose, ma di ricomporre questi pensieri, questi affetti divisi. La bellezza medesima è argomento ancora evidente dell intima vita del Cattolicismo. A coloro che ad esso oppongono i segni del morente Bartolo Longo risponde colle manifestazioni della devozione alla Vergine di Pompei, e colle meraviglie delle sue Istituzioni di carità. E per vero a confondere i nemici del cattolicismo pochi uomini sorsero più atti di lui. Aveva giovine, e scettico, esperimentato la petulanza e l inanità dei sofi, i quali vollero riformare il mondo con la scuola del niente, e dissero: l uomo è materia dentro e fuori, e così bisogna educarlo. Aveva visto colare lo scetticismo, come acqua putrida, giù nella città, e poi nei paesi e nelle ville, e marcire nella corruzione ogni cosa. 12

13 Non credendo più a Dio, Padre, remuneratore, vendicatore e provvidente, non sperando che il nulla, egli stesso pianse l età sua giovine inaridita, l anima diserta, il fastidio d ogni delizia, un terrore d incredulità, una vita affannosa. Negando lo scetticismo la virtù e le sue consolazioni, non pregiando più la dignità umana, vide portare esso dappertutto il disamore: vide per le grosse città una poveraglia morir di fame, intanarsi ne sotterranei, senza consolazione, senza speranza; non sentire umanità, non aver salute di corpo, né vita d anima. Vide una superbia d onori, una viltà di sensi, stimata garbo; una ricchezza crudele, un ingordigia di lucro, che pare industria, un usura strozzatoia, creduta indulgenza, la carità derisa o sospetta, o crudelmente fatta, un universale miseria. Vide padri che trattavano le sostanze de figliuoli in cattive pratiche, che avevano la gola come una fogna, e non pane per chetare i loro bambini, né vesti da coprirli, perché sciupata la mercede del lavoro nelle taverne; ricchi, i quali consumavano le sostanze, vendevano i palazzi e le ville dei loro avi per un bacio di cantante, e non avevano né pace in casa, né amore: vide una triste educazione di famiglia allevare i figliuoli alla galera, al vituperio, e una pubblica scuola, che avrebbe guastato gli angeli 5, si pensi i fanciulli. Vide dai quattro venti piovere a diluvio giornali e libri, da cui uscivano strepiti di vilipendi, urli di odio, e correre audace da ogni parte agli onori, al potere una gentaglia di licenziosi, di inutili, di ribaldi, di trafficanti d empietà, d insipienti, di sfaccendati, di vani, d ignominiosi, e la piccola turba de buoni, abbattuti, rimpiattarsi, e degli amanti della giustizia soffrire, quasi disperare. Aveva sentito un grido, quasi universale; muoia chi muore, purché non iscemino i guadagni. Sazio, ma non corrotto, conobbe presto gl inganni, e maledisse a questa scienza dubitatrice, che gli prometteva la felicità, e aveva riempiuto il suo cuore di veleno, di morte; che aveva dato la società all odio, alla bestemmia, alla disperazione, al tumulto, al danno. Nondimeno i mali di essa rimanevano, e quali rimedi c era? Con gl inganni egli conobbe ancora i rimedi. Una medicina interiore, scrive Augusto Conti, che curi gli affanni dell anima, non fallirà mai. Alzò dunque su il cuore alla fiducia del cielo; guardò con gli occhi del suo intelletto a Colui, che redense l uomo, e ripreso virile proposito, tornò alla sua scuola, la quale rinnovò il mondo. E a lei informò la sua vita e le sue opere; a lei che ingrandisce ogni sentimento, che alimenta e nobilita l amore, dallo scetticismo spento; l amore che tollera e perdona, che soccorre e conforta; a lei che al convivio umano è ammaestramento di diritti non solo, ma anche di doveri, senza i quali la scuola dei diritti diventa tremenda. E di quest amicizia del suo intelletto e del suo cuore col cristianesimo, da loro pertinacemente, continuamente, con protervia, buffoneggiato, negato, gli scettici, gli atei vedono ora i meravigliosi effetti nelle sue Istituzioni della Valle di Pompei. Alla scienza materiale e dubitatrice, negando nell uomo ogni virtù e felicità, spregiando la dignità di lui, quasi parve esso da galera, e si gloriò d avere scoperto il misfatto portato nel sangue, e il delinquente nato. Sicché gli oratori scusarono il parricida, trascinato da forza misteriosa al delitto, i giurati gli diedero il voto d incolpevolezza, l assolsero dalla scelleraggine i magistrati. Bartolo Longo meditò non poco questa nuova e strana scuola, che afferma cose sì gravi, da cui pende la virtù, la libertà e la felicità dell uomo; e di conseguenza la fortezza, la prosperità e la grandezza della patria. E scoperto l inganno, a mostrarlo fondò il celebre Istituto dei figli dei carcerati, in cui per la vita della carità cristiana, di quella vita, che l antico mondo di anime dannate cambiò in nuova d angeli, rende le misere creature dell infamia, condannate dalla scienza necessariamente al misfatto, signore di sé, dell anima loro, le rende alla libertà della virtù. 5 Augusto Conti. 13

14 E agli atei, agli scettici, i quali vengono a visitare i suoi Istituti, e leggono i suoi giornali, sperimentò nella vita trasformata e santa de fanciulli, entrati pieni delle più ree inclinazioni, da essi affermati delinquenti nati, come l uomo nasce naturalmente libero, e che solo le passioni, ch egli cerca, e a cui non mette freno, tolgono la signoria del giudizio; sperimentò che l uomo nuovo, non ostante lusinghino le corruttele, è sempre l antico uomo della coscienza, e che della colpa è causa educazione non buona. Bartolo Longo fa vedere ai medesimi un altro miracolo delle sue scuole cristiane; la ricomposizione interna degli sciagurati padri de suoi cari giovinetti per la virtù del cuore. A que disgraziati nell oscurità silenziosa, ove li ha rinchiusi la società, che li ha maledetti e rigettati, la parola, l esempio de meschini figliuoli, che ascoltano nelle lettere di loro, e ne giornali della Valle, a essi inviati coll intelletto amoroso del savio da Bartolo Longo, pare un messaggio di Dio, come una musica di cielo. Nello specchio di quei cuori innocenti ammirano la virtù, e acquistano il sentimento dell anima dell uomo, e la loro voce di maledizione e di odio finisce in voce di perdono e di amore, di speranza e di bene. Io potei vedere, e a lungo considerare questi poveri fanciulli, e le bambine e le giovinette orfanelle, dall esimio uomo allevati come in una famiglia, di cui egli è il padre buono. Un aria quasi domestica spira ne volti, nelle parole, in ogni atto di loro. Da un educazione franca e semplice, pia e virile prendono naturalezza e semplicità nel passatempo, nella conversione, nella preghiera; gagliardia e ardimento al lavoro, al quale io mirandoli così intenti, di lieta voglia, sembravano insegnarmi come agli uomini di buona volontà il pane non potrà mancare. Il tenero affetto a Maria avviva le azioni di quei giovinetti, come anima il corpo. O potenza dell educazione, pensava fra me, che a questi poveri fanciulli reietti, umiliati e senz affetto, nel cui sangue corre un tremito di pietà, di vergogna, fa riprendere l umana uguaglianza, porge felicità e amore, rimerita la stima del mondo, e i volti di quelli sciagurati, ai quali gli uomini non alzano lo sguardo senza provare un brivido di spavento e d orrore, fa rallegrare di virtù, di speranza, di onore, e sui loro occhi risplendere la luce dell anima! Ne visi di quei cari giovinetti vidi quanta amorosa riverenza spirasse il sereno aspetto di Bartolo Longo. Un onesta letizia, un cortese abito di famigliarità, con quel rispetto che i libri santi vogliono sia portato al fanciullo, è nelle sue conversazioni con loro. Osservandolo con sì amabile cortesia allegrarsi di essi, m allegravo io pure, e crescevami la stima per questo uomo, che opera sì grandi benefizi con l efficacia della verità pura e semplice, sempre sperando nella Vergine portentosa. Mentre conducevami a visitare l Istituto delle orfanelle, mi ricordo che teneva per mano con grande affetto una bambina di pochi anni, da lui adottata per figlia; tutta brio, i cui occhi splendevano, come un lumicino, e provava una dolcezza d amore di vederla così stretta a lui, ridente e con un visolino tanto lieto. Ci narrò di molte carità tra signore d Italia, che, imitandolo, avevano non poche delle sue orfanelle adottate per figliuole. Al nostro arrivo nell Istituto dei figli dei carcerati, la banda dei bravi giovinetti suonò festosamente, e Bartolo Longo là in mezzo brillava d un sorriso di piacere or all uno, ora all altro. Quand essi ebbero finito la musica, potei ragionare con loro: salutai Mario Muscini, il delinquente nato. Cresce pio, mite, disciplinato il povero fanciullo; adempie tutt i doveri, e buono, fa i compagni buoni. Sulla sua fronte serena della calma dell innocenza e del bene, io vedeva il grande errore della scienza. E benedii alla carità di Cristo che al povero giovinetto, da questa scienza orgogliosa condannato, vituperato, invilito, ridava la virtù, la pace, la stima, ch essa gli aveva tolto; a questa carità di Cristo, la quale ascoltò i suoi sospiri, e mosse chi forse non lo conobbe a recargli il soccorso di Dio con te- 14

15 nerezza di gentile affetto, e lui medesimo a rendergli la carità grande della preghiera; affinché il regno del Signore, promesso a sé, sia pure conceduto al suo benefattore. Pompei romana Vista la nuova Pompei, ci facemmo recare alla vecchia città romana, poco lontana, che il Vesuvio seppellì nella terribile sua eruzione dell anno 79 dopo Cristo. Da quei villaggi, pieni di letizia e di luce, e castelli e chiese e candide palazzine di Resina, di Portici, di Castellamare, e fioriti verzieri di limoni e di aranci, sparsi per i deliziosi colli della Campania, ove Dio pare avere profuso a piene mani una serenità infinita, dalla fiera sublimità del Vesuvio, che al disopra s innalza, temuto dominatore; dal riso della nuova Pompei, la quale laggiù in mezzo a una rigogliosa verdezza di piante, a cespugli di anemoni e di rose d ogni mese, e tra una ghirlanda di vigneti pare una aiuola, e va crescendo di anno in anno, a questa città fredda, silenziosa, morta, che si distende, come un immane e arido scheletro, in una tomba scoperchiata, quale passaggio! Io mi fermai lungamente innanzi a quelle mura, a quegli edifizi rosi, scorticati, nudi, e mi veniva al cuore un senso di profonda e ineffabile mestizia. Invano il tuo bel sole, o Campania, lo ritornò a scaldare col suo raggio vivificatore; invano ridono a lei i narcisi, gli asfodeli, e le orchidee, con cui noi di nuovo abbiamo coronato i suoi peristilia. Inutilmente da tanti secoli l anphora o la lagena vuota della taverna aspetta il caupo che la riempisca del massico, del cecubo o del falerno, e del vino di Lesbo, di Chio o di Cipro. Inutilmente il teatro chiama alla commedia l istrione e il mimo; il Circo chiama il gladiatore alla lotta. Le sue vie segnano ancora il corso delle ruote della biga e della quadriga; ma invano più non compare il veloce auriga che per quelle le guidi. I suoi pozzi stanno sempre là sul trivio, ma non scorre più a essi l acqua cristallina del Sarno, e sono quasi due mila anni che la fanciulla di Pompei non viene più ad attingervi la sua situla. Le due Pompei, le quali distano a pochi passi, mi educavano l anima pensosa in un accordo potente, con una relazione segreta, ma innegabile. Nella scuola deserta della vecchia Pompei, tra i colonnati de suoi teatri, del suo circo, nel triclinio delle sue case io sentiva la voce dei piacevoli discepoli d Epicuro; vedeva gli aspetti degli spensierati cittadini, e quasi per una medesima forza di passione era tratto a dilettarmi con loro al canto del citareda, alla lotta del pugilato, alle delizie della cena; era tratto a incoronarmi pur io di rose e di mirto. Da ogni angolo di via, da ogni atrio di casa mi venivano incontro le Baccanti, le Grazie, le Muse, e co radiosi loro occhi mi sorridevano le belle Pompeiane. Ma d altra parte il simbolo infame della porta di Pompei presso alle tombe, la sua arte fatta bordello, le catene dello schiavo, il sangue del Circo mi facevano pensare a che ignominia, a che errori cala un anima che si lasci trarre ne ceppi delle passioni, e un popolo che si governi sull amore di sé stesso, e quanto il sentimento possa sviarlo, se non ha lume di fede. E guardando alla nuova Pompei, quanto diversa e più soave filosofia mi mormorava la sua voce; quella filosofia che vinceva la barbarie della forza, la tirannia delle passioni, che redimeva la dignità dell uomo. Quanto diversamente mi parlava all anima della filosofia dell epicurea scuola dell antica Pompei, la quale procedeva per cieco istinto di natura, e cadeva nell infamia del segno della sua porta, che nei capricci d una volontà sfrenata disordinava il pensiero, la fantasia, l opera, l arte u- mana. E scorgeva la superiorità d una fede, la quale mi avvalora nel combattimento fra lo spirito e il senso, fra l amore di me e l amore del prossimo, fra l utile e l onesto, il piacevole e il virtuoso, e fa obbedienti al mio spirito le passioni; che difende l indipendenza e la libertà dell uomo, e chi lei ama e pratica, riordina profondamente; d una fede, in cui tutto è armonia e serenità d affetti, che consola i dolori della coscienza, regola i piaceri del senso, e leva l arte a scuola di gentilezza e di virtù. 15

16 E come la Venere pompeiana comparivami meretrice e sozza al cospetto della Vergine della Nuova Pompei! E quanto la beltà sensuale di quella, corrompente e deformante, diversa dal bello divino di questa, che ha virtù di annobilirmi l anima! Conferenza IV. A Napoli Tornati a Valle di Pompei, ivi desinammo; poi montammo sul treno di Napoli. Oh Napoli, oh Napoli! L anima mia è ancora piena del tuo incanto affascinatore. Chi non ha visto il sole di Napoli, chi non ha visto il suo mare, brillante alla luce di lui, non ha sentito il tuo canto divino e armonioso, o natura. Io mi trovai così abbagliato nella gioia gloriosa di quel sole, nel sorriso innumerabile di quel cielo opalino, tinto in un dolce colore di zaffiro, nel lusinghiero sussurro di quel mare, su cui il sole folgorava giù larghi fasci luminosi, che fondendosi colle onde, rotolavano con esse, ondeggiavano, mareggiavano, e si dileguavano lontano in un vivo e argenteo tremolio di scintille, che per qualche tempo non fui capace di veder altro. Nel mezzo delle onde, come tuffate in un oceano di luce, che le avvolgeva tutte, correvano le bianche barchette dei pescatori, placide come visione, e il canto di questi, di una dolcezza amorosa, che scendeva dentro nel cuore, diffondevasi per l ampiezza azzurra, come un saluto gioioso alla gran festa dei colori e della luce. Io guardando provavo una letizia ineffabile, una pace serena, un tal sentimento di soavità, che si versava nell anima, e la traeva a un oblio della vita, quasi a un desiderio di morire sopra spiagge sì beate. La morte deve essere dolce sopra quelle magiche rive, davanti alla pace ineffabile di quello splendido cielo, alla magnificenza trionfale della grande anima di quella meravigliosa natura. Non è meraviglia chi osserva la soavità di questo cielo, la leggiadria di questi luoghi, se i napoletani caddero nel dolce far nulla, se questo popolo languì sotto la vergogna spagnola. Non è meraviglia ancora, se Annibale si sdraiò sotto la mollezza di Capua, e colui, al quale aveva piegato la forza immensa delle legioni romane, piegasse all ozio di lei, e perdesse Roma. Somiglianti sensi io provai particolarmente, mirando Napoli nel suo tramonto e nella notte. Nell ora che cala il sole, il mare, così radioso sotto il sole meridiano, diventa immacolato, metallico. Sembrano le sue onde sciogliersi in candori di perla, e confondersi nella fulgente gloria del cielo, che irradia per esse la sua luce dorata. Ma quella gloria è l addio della natura. L aureo manto, digradandosi, si muta a poco a poco in un lenzuolo grigio, e nell aria e nell acqua e nella terra passa il sonno. La grande città diventa un immensa massa bruna, in mezzo alla quale brillano i lumi delle case e delle contrade, come innumerabili rubini fiammeggianti. Un cielo d una trasparenza cristallina si curva a padiglione sul terso specchio dell acque, le quali luccicano per i riflessi argentei della luna e delle stelle. Il lido e le sue isole, sono illuminati dai fanali, come in pieno meriggio. E il Vesuvio sparge per il sereno dell orizzonte il suo nero pennacchio di fumo, e nella negra solitudine delle campagne manda una viva pioggia di fiamma. Fra gli edifizi di Napoli primi sono S. Gennaro e il Palazzo dei re, tra le contrade Via Toledo e la strada lungo il mare; e noi entrati, li cercammo tosto. L armonia del magnifico tempio, che alzavasi, come una preghiera, per il sereno di quell aria fragrante, soffiava un alito divino; e i salmi e l organo, echeggianti per le sublimi arcate, avevano una relazione sì viva colla poesia della natura, che tutto s univa in un grand eco di vita immortale. Parvemi chiaro come il popolo napolitano con ardenti immagini di fantasia, più d ogni altro, adori Dio. Perché il suo cielo è il cielo dove lo sguardo più si fissa in paradiso; perché il suo mare più attesta il Creatore. 16

17 E come i pitagorici alle ombre odorate, in riva all acque lucenti della Magna Grecia, filosofassero sulla divina origine, sulla giustizia eterna e sulle cose invisibili; i fulgori delle sue aurore e de suoi tramonti figurassero a loro i segreti di Dio. E dal limpido velo del tuo Cielo, o Angelo d Aquino, scoprissi l occhio di lui, riverberandone la luce, quasi astro ne cieli dell anima; e gli aranceti, i boschetti degli ulivi e i teneri canneti del dolce Sorrento sussurrino il nome della cristiana tua Musa, o pio Torquato. Davanti al Palazzo dei re, bello ed ampio edifizio, che per le proporzioni della prospettiva rende grande maestà, pensai con tristezza all infortunio d una stirpe, percossa e umiliata di principi, castigata forse dal cielo per gli antichi peccati. Ma Italia, tornata a suoi confini, riprese le virtù antiche? Ella è parsa un ebbra, che, alzatasi, barcolla e ricade. Mancati i rancori dell oppressione, rivissero più furiosi gli sdegni di parte, che la misero un tempo in servitù; turbarono i costumi i dissidi religiosi, che danno dispersione. Tormentarono le inquietezze della coscienza. Terminino, terminino finalmente le discordie, che uccidono, cessino le ingiurie contro la Chiesa, la quale preparò la comune libertà. Cedano le sette tenebrose, che separano e disfanno, sul cammino luminoso della Croce, da cui raggia l amore unificatore. Secolo nuovo è cominciato. Ascosi nel suo grembo sono i modi e le vie di Dio nelle vicende di esso. Ma noi chiameremo beato quel giorno, in cui la patria nostra non più l armi, ma libera terrà la virtù concorde e operosa del suo popolo. Il genio di Napoli rifulge nella Contrada Toledo, in questa ampia via diritta, sì maestosa al guardo, le cui bellezze aumentano palazzi di sublime ardimento, somiglianti a esercito schierato. E là che i crocchi geniali strepitano nei caffè di garrula ilarità, ove i nobili baroni, con istrascico di servitori, se ne corrono su cocchi pomposi a scuotere di dosso la noia; ove i giovani galanti passeggiano a ciarlare per vincere il tedio della corruttela e della vanità, e l eleganti signore sfavillano i brillanti e le pupille. Ma là ancora in mezzo all universale loro noncuranza passa il lazzarone, lordo, sbracato, la sua donna, il suo fanciullo, che nell officina, nel porto, tra i nuvoli di fumo e il lezzo, tra la bestemmia e il turpiloquio rifiniscono il corpo, inselvatichiscono l anima, e li mirano con occhi di odio represso, quasi tigri digiune che non s attentano alla strage, passa la povera cenciosa con al collo il figliuoletto, tutto ossa e pelle, e il misero contadino, a cui il fisco e l usuraio rapì il suo poderuccio. Si vedono intanto dalle poltrone del buffet, ove siedono fumando sigari, sicuri nelle libertà delle i- stituzioni, nella fede dell esercito, nella virtù de cannoni, del codice penale, nella memoria degli eroi, dei martiri, l ingordo borghese, che unico Dio conosce e adora il Vitello d oro, il Dio dei nostri tempi; il patriota, che ad essi aveva promesso l aurea età di Saturno; il sapiente, il quale ha negato la loro coscienza, predicata la libertà del loro giudizio, l uso lecito d ogni mezzo ai fini, la costumanza civile, l educazione laica, che dice di non impacciarsi di religione, e la perseguita. Passano questi tapini, e vanno a rintanarsi nei loro quartieri, buche sotterranee, o soffitti aerei, dove a monti giacciono senza fede, senza misericordia, senza amore ad aspettare anelanti il nuovo Procida, ad aspettare che suonino i nuovi Vespri. Spaventoso futuro io veggo, in cui tra il rombo dei cannoni, il fremito delle barricate, la pioggia del sangue e il soffio dell ira di Dio tutto scrollerà. Su, su sacerdoti e laici destiamoci, dormigliosi: prepariamo col senno operoso il grande esercito della salvezza, se no vani saranno i nostri lamenti. Un senso di tranquilla letizia provai in cuore, passeggiando di notte nella via lungo il mare, e guardando quelle acque infinite, su cui, con un luccichio, come di mille occhi riflettevansi e tremolavano i lumi dei lampioni, e sfavillavano le lucciolette senza numero. Le verdi ombrelle della Via mandavano giù meste ombre, e i palazzi spiccavano bruni tra l azzurro del cielo e dell acqua: sussurrava un venticello odoroso: le onde davano un fruscio sommesso, soa- 17

18 ve... Il cielo, il mare, la terra sulle sembianze delle cose versavano la loro dolcezza, e sembravano consolarsi d un riposo solenne, meditabondo. E la mia anima raccoglieva in sé questo mesto silenzio della natura. Un suono trassemi presso un albergo, davanti al quale una ragazzina con due occhi melanconici e languidi, i cui capelli biondissimi erano diffusi sulle spalle, cantava una canzonetta napoletana, e un fanciullo di pallido sembiante l accompagnava col mandolino. Era un tenero addio di giovinetta amante al suo promesso sposo, il quale navigava soldato alle guerre d Africa. Capannelli di gente stavano silenziosi ad ascoltarla. Le amorose note si spandevano, come un soffio armonioso per il sereno della notte, e nell ampiezza cerulea delle acque, come un sospiro, si perdevano meste e desiose. Le stelle dal padiglione del cielo guardavano all armonia. Sul mare La mattina io e un amico ci sentimmo d andare in barca per il mare a vedere la levata del sole. Pattuimmo con un barchettaiuolo abruzzese. Discesi lo scalo, ed entrati nella navicella ove sedemmo presso gli scanni, uno di qua, e uno di là, quegli prese i remi, e cominciammo a vogare. Voga, voga, o bella barchetta. L amabile stella dell alba tremolava dall oriente di luce, e mandava a nostri occhi il suo raggio. Il venticello del mare ci vezzeggiava la faccia e i capelli, e increspava le limpide acque di esso. Il nostro sguardo si perdeva negli spazi dell oceano, che imbianchiva la mite luce dell aurora sorgente. Tutte le cose al suo diffondersi cominciavano ad abbellirsi, e dalle acque noi guardavamo a Napoli, che avvolgevano vapori, imbionditi dai rosei colori del cielo, e alle falde del Vesuvio, coperte ancora d ombre, e alle sue cupe macchiette di ginestre, bagnate dalle lagrime del Leopardi. Che sonno spaventevole, pensava, doveva mai dormire l anima del povero Giacomo, se in questi luoghi divini, ove un riso di luce, un odore di limoni e di aranci, una bellezza di mandorli fioriti rallegra il cuore, egli non altro trovò fuorché il pianto; se questa natura sì bella egli non la vedeva che vestita a lutto! L aurora spargeva più vive nell orizzonte le celesti rose, che l inghirlandavano; l aria facevasi più chiara e trasparente, e il mare paravasi innanzi nella sua ampiezza infinita, candido e lieto delle bianche vele, specchiando in sé i fulgori dell aria. La barchicella ci trasse verso l isoletta di Capri. Il suono delle campane di Napoli salutava gioiosamente quel cielo, che acquistava a poco a poco la luce, come la terra acquistava la vita, ed echeggiando per l onde la ricommuovevano di un tremito armonioso. Le lodole nelle sedi invisibili, cantando, andavano incontro a quel fulgore, e la melodia del cielo si posava sulla terra e sul mare. Noi pure guardavamo muti quella luce, i cui colori d iride lentamente là in fondo fiammeggiavano sulle acque; quando vediamo in esse balenare un altro lume più rosseggiante, un raggio più divino nel raggio, e sopra le onde, come una palla di sangue meraviglioso veleggiante. La nostra vista, col correre della navicella andavasi sempre più dilungando, e terminava nell orizzonte, acceso ne colori purpurei, e dove tutto minorava e si confondeva. Le cose sentivano la bellezza di quel fulgore; si alimentavano del riso glorioso dell aria. Intanto l alito vergine dei venticelli dell aurora correva per le acque ad annunziare alle erbe, ai fiori, agli animali, ad annunziare agli elementi il sole, il sole, l anima, la vita dell universo. Ecco l astro, dietro quel velario di sangue, come un Dio da sacri penetrali, alzasi su confini dell orizzonte, e cinge del suo raggio l aurora, i cui mille colori dipinti vanno a poco a poco svanendo al bagliore di lui, e colla sua gran faccia guarda il mare, guarda la terra, e con voce di dominatore dice agli esseri: su, su, destatevi e vivete. 18

19 Alla voce di lui, la famiglia delle piante e dei fiori alzano sui colli il capo, chinato dalla rugiada; si fecondano, si colorano sotto il suo sguardo. La terra invasa della sacra sua beltà, esultante al suo amore, dalle valli, risuonanti nel canto degli uccelli, nel sussurro dei rivoli, nel bisbiglio dei zeffiri, che lo salutano, mandagli le sue fragranze odorose; nell aria corre un armonia, nel mare un tremito... A un tratto il sole squarcia il velario, ed egli esce nel suo immenso splendore, re, signore dell universo. Ogni attimo allora vibra nelle cose, come un baleno insostenibile. Dalle candide vele della nostra barchetta alle canne del fondo algoso, alla sabbia e alle conchiglie del lido tutto brilla in un supremo giubilo di luce. Ogni cosa è fulgore, e cielo e terra e mare paiono unica fonte, la quale sorge irradiata dall astro divino. Guizza la nostra gondoletta tra gli abbaglianti suoi sprazzi, e fuggono scintillanti ai nostri occhi le deliziose colline di Mergellino e di Posillipo, e il Capo Miseno. Tutte le mie fibre erano in un fremito soave: tutta la mia anima risentiva la giocondità di quel cielo, di quel mare raggiante. Mai come sul mare di Napoli sentii la bellezza infinita del sole. O il sole, ripeteva col poeta, un ebbrezza di sole ne l anima senza parola! Berlo dai pori sitibondi avidi dagli occhi stanchi, da tutta l anima sui vecchi volumi ammuffita e bere dai raggi la vita. Provavo, come lui, un desiderio immenso di stendermi su quella barchetta, e cullato mollemente dall onda, al dolce sussurro dell odoroso zeffiro, lasciarmi trasportare dal torrente della sua luce, e morir così senza parole morir nell ebbrezza di sole! 6 A Capri L isoletta azzurra di Capri sembrava, laggiù in quell infinità di lume, lieve ombra. Le onde scintillanti percotevano le sue rive odorose, mandando un suono interminato, e parevano tremare delle memorie di Tiberio. Io conturbato di sì foschi ricordi, vedeva coll immaginazione scorrere sovra di esse la trireme dorata di lui, e sulla prora, alto, giallastro e cupo il mostro, i cui occhi quel balenare, il quale scorreva per l universo, faceva lampeggiar della tetra luce d averno; che al voluttuoso sogghigno, con cui Pluto rapì Proserpina, guardava all isoletta, e spregiando la luce, anelava famelico alle tenebrose solitudini della sua notte. In mezzo a tanta festa della natura la corsa di quella nave doveva sembrare quasi notturno vento tra le rovine e la morte. Ah gli augelletti, o Capri, nelle tue selve melodiose dovevano al suo passare, velarsi gli occhi colle ali, per non vederla, e i fiori de tuoi prati chinare tremebondi il capo! La bellezza di questo cielo divino, o Tiberio, non confuse mai la tua anima? I vergini aliti di questo mare non dissiparono mai, o setoluto e puzzolente vecchio 7, gl impuri ardori del tuo cuore? Ah Livia Drusilla, tua madre, non pensava certo questa luce, questo sole, non pensava queste onde, quando ti concepì; ma il ghiaccio di Cocito, ma le tenebre d averno, ma le gemonie!... O Cocceio Nerva, tu piuttosto che vivere inutile spettatore dell obbrobrio di Roma, venduta all abbietto tiranno, volesti morire tra l ultime strida della sua libertà 8. 6 Fortunato Rizzi, Sole! Sole! 7 Narra Svetonio (Vite dei Cesari) che Tiberio fu con queste parole vituperato da Mellonia, da lui accusata e fatta condannare d adulterio, perché non aveva voluto condiscendere alle turpi sue voglie. 19

20 Via via di questi luoghi di paradiso le tue scellerate memorie: ciò ch è bello, ciò ch è puro non può pensare di te, o mostro. La lieta verzura di Capri; il mormorio delle sue acque splendenti, il canto armonioso de suoi uccelli illuminò e rallegrò la mia anima attristita su quei ignominiosi ricordi. Dov è ora il tremendo Cesare, meditava, approdando alle sue rive, le cui passioni frementi, come turbine, trapassarono la terra e i mari, perché li dominò? Tutto è qui ora muto di lui, e la distruzione divorò le sue opere nefande. Tu, o isoletta, travalicasti il tempo, e il sussurro delle onde, su cui, come giardino in cielo, ti specchi, è l eco eterno della tua maledizione al tiranno. Il corso de suoi anni, simile a quello d un precipitoso torrente di sangue, portante tra i fumanti suoi flutti mucchi di umani cadaveri, fu nell incircoscritto spazio del tempo un attimo. E tu, o universo, che il suo orgoglio facevagli reputare creato solo per lui, e lui solo degno di darti leggi, spandi sempre sugli uomini la tua beltà celeste, la tua beltà immensa, e, o sole, comparisci ancora splendidamente dalle cime del mondo come quel giorno, quando nascesti la prima volta dall informe abisso del caos. Addio a Napoli e al Santuario di Pompei In un altra notte serena del maggio partii da Napoli. Al pallido chiarore della luna, dal compartimento del treno, ti guardai per l ultima volta, e ti salutai, o vaga sirena che tra i tenui vapori notturni parevi una vergine, chiusa nel velo. Come serrando gli occhi a vivida stella resta in loro il suo balenio, così ancora non vedendoti, rimane nel mio cuore il tuo lume, o patria della sapienza, de canti, dell amore; il lume che irradiava, o Italia, i tuoi pittori. La cupola della Nuova Pompei mi riapparì allo sguardo, come raggio vivo, splendente all anima. Ti ringraziai un altra volta, o Stella di Pompei, che riaccendi lume, il quale illuminerà la terra; o Signora della carità, nella dolcezza del cui amore è ogni amorosa e gentile virtù. La carità! Ah poveri tempi i nostri, che obliando questo nome celeste, mancò in essi l amore, per cui la vergine olezza, come vaso di fiori su domestico verone, la sposa splende nella maestà di madre; per cui l artista, il poeta vede la bellezza dell anima. E successe la passione ingenerosa, per cui l origliere e il talamo putono di bordello, e fra le abbiette millanterie d una filantropia civile l uomo nulla più stima, nulla più ama che sé stesso; la quale getta nell intelletto del poeta, dell artista l ombra sua, e gli oscura la luce del cielo, che all anima amorosa splende fulgidissima! O Stella della carità, così io pregai, vogli ridare a noi il tuo senso divino, e nel tuo amore e in quello del suo figliuolo si riuniscano tutti gli uomini, come nemici che in terra straniera riamica il suono della patria. Sparì al nostro occhio il Santuario, e nell immensa campagna silenziosa, la luna piena e le stelle da un cielo turchino guardavano alla mia preghiera. 8 Cocceio Nerva, che sempre col principe era, dotto in ogni divina e umana ragione, sano e florido deliberò morire. Tiberio gli stava intorno, pregava: domanda: Come è ciò? che rimorso avrei, che fama, se il mio più caro amico, senza veruna cagione fuggisse il vivere? Nerva gli voltò le spalle e più non mangiò. Chi sapeva la sua mente, diceva, che vedendo egli la repubblica a mal partito, volle per ira e paura morire candido e non manomesso (Tacito, Annali, tradotti dal Davanzati). 20

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