LE PMI ITALIANE: UN QUADRO INTRODUTTIVO (a cura di Cenciarini R.A., Dallocchio M., Dell Acqua A., Etro L.L.)

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1 cap 01 libro finanza :22 Pagina 13 CAPITOLO PRIMO LE PMI ITALIANE: UN QUADRO INTRODUTTIVO (a cura di Cenciarini R.A., Dallocchio M., Dell Acqua A., Etro L.L.) INTRODUZIONE Le piccole e medie imprese rappresentano per molteplici aspetti il vero cuore pulsante dell economia nazionale. In un contesto competitivo sempre più globale, caratterizzato da una concorrenza agguerrita e quasi incontrollabile, le Pmi sembrano essere le più pronte, per dinamicità e capacità di adattamento, ad affrontare la sfida. Questo primo capitolo ha lo scopo di introdurre sinteticamente, nel primo paragrafo, il contesto storico che ha portato alla nascita delle Pmi in Italia, senza tralasciare gli avvenimenti storici più significativi accaduti a livello internazionale. Nel secondo e nel terzo paragrafo viene approfondita la situazione economica odierna del Paese, facendo specifico riferimento al Rapporto Annuale ISTAT del 2003 e alla Relazione Annuale 2003 della Banca d Italia. Il quarto paragrafo ha lo scopo di far conoscere meglio il modello di capitalismo italiano, descrivendone punti di forza e debolezza. Viene inoltre evidenziata l importanza che le piccole e medie imprese hanno per l economia del Paese, sia dal punto di vista occupazionale che da quello della ricchezza prodotta, con uno sguardo attento rivolto anche oltre confine. Il capitolo si conclude con una sintetica ma efficace descrizione della struttura finanziaria delle Pmi, indispensabile per comprendere l analisi empirica effettuata nei successivi capitoli. 13

2 cap 01 libro finanza :22 Pagina 14 Cap. Primo 1.1 IL CONTESTO ECONOMICO DEL PAESE DAL SECONDO DOPOGUERRA AD OGGI: CENNI STORICI L Italia nell immediato dopoguerra Alla fine del secondo conflitto mondiale l Italia si trovava ad affrontare numerose e difficili sfide: da un punto di vista strettamente politico si trattava di dare una spinta di credibilità internazionale al Paese e alla Repubblica, la nuova forma di governo che aveva soppiantato la monarchia in seguito al Referendum popolare del 1946; da un punto di vista economico il Paese doveva rapidamente risolvere i problemi della ricostruzione, della riconversione delle industrie e della ripresa della produzione industriale; dal punto di vista sociale il problema maggiore era rappresentato dalla disoccupazione crescente e dalla miseria delle campagne, che spesso davano luogo a tensioni sociali che rischiavano d incrinare seriamente la stabilità del Paese. All aprirsi dell età repubblicana il sistema industriale italiano si presentava articolato. Accanto ai settori ad alta intensità di capitale, caratterizzati da un elevato grado di concentrazione e da economie di scala e di diversificazione, erano presenti quelli nei quali flessibilità, design e qualità costituivano un fattore assai più rilevante nel determinare il successo di un impresa. Un dualismo rinvenibile anche all interno di alcuni comparti, come quello meccanico, dove alle grandi imprese dedite alla produzione di massa si affiancava un ampio strato di piccole e medie aziende che operava in funzione di sub-contracting oppure in nicchie specializzate. Così a fianco dei grandi oligopoli pubblici e privati si trovavano molte piccole imprese di natura semiartigianale. A livello competitivo è opportuno ricordare che nei settori più avanzati una distanza considerevole separava l Italia dalle nazioni leaders del processo di industrializzazione (Germania, Inghilterra e Stati Uniti) in termini di capitale investito, di tecnologie applicate, di grado di specializzazione degli impianti. Se da una parte evidenti erano le difficoltà attraversate nel dopoguerra dagli organismi di maggiori dimensioni, che dovevano fronteggiare mancanza di domanda e riconversione industriale, dall altra si proponevano nuovi ruoli e nuove prospettive per le piccole imprese, in passato non certo favorite dalla politica industriale e monetaria del Regime, che apparivano ora le meglio attrezzate a resistere nella problematica congiuntura postbellica. Al presidente dell IRI, Giuseppe Paratore, che sottolineava la grande capacità di adatta- 14

3 cap 01 libro finanza :22 Pagina 15 Le PMI Italiane: un quadro introduttivo mento delle piccole imprese rispetto alle più grandi, faceva eco il presidente della Confindustria, Angelo Costa: Noi non potremo mai pretendere di fare, salvo in alcuni casi, della grande industria Viceversa, abbiamo tutti gli elementi favorevoli per uno sviluppo assai maggiore dell attuale della piccola e media industria Su tutta la produzione che il mercato mondiale richiede, c è una parte di prodotti in serie e su questo campo noi dobbiamo limitare la nostra produzione e una parte di prodotti riservati alla piccola e media industria; è per questi che non vedo il pericolo di una concorrenza estera alla nostra produzione. Non tutti erano però disposti ad accettare l idea di un Italia orientata alla piccola impresa dedita alle produzioni di nicchia; tuttavia la presenza delle piccole e medie imprese era considerata dai più come non ideale ma inevitabile, dato il grado di inefficienza mostrato dalle grandi imprese Il miracolo economico degli anni Cinquanta: quando grande era bello Il decennio che segue il 1950 vede un processo di modernizzazione socioeconomica del Paese che segna la definitiva affermazione dell industria e del contesto urbano come forma prevalente d insediamento. Si ripete, ma con maggiore intensità ed estensione territoriale, quanto era avvenuto all inizio del secolo, un periodo per il quale si è parlato di rivoluzione industriale italiana: gran balzo in avanti del reddito nazionale la cui crescita annua sfiora il 6%, consistente incremento del contributo dell industria alla formazione del prodotto interno lordo, particolare sviluppo all interno del settore secondario dei comparti ad alta intensità di capitale e a più elevato contenuto tecnologico, raddoppio della popolazione delle città capoluogo con i centri superiori a 100 mila abitanti che passano da un incidenza del 20% al 25% del totale della popolazione. Dopo gli anni dell autarchia e della guerra riprende dunque la rincorsa nei confronti delle nazioni leader dell Europa occidentale. È difficile delineare con chiarezza le cause di una simile esplosione, anche se i maggiori fattori possono essere ricondotti a: voglia di riscatto e capacità di sacrificio degli italiani; basso costo della manodopera; domanda interna in forte crescita; rapido aumento delle esportazioni di merci italiane, soprattutto in seguito alla costituzione del Mercato Comune Europeo (MEC) nel 1957, all ingresso nella Comunità Economica Europea (CEE) e all adesione alla Comunità Europea del Carbone e dell Acciaio (CECA). L apertura dell Italia 15

4 cap 01 libro finanza :22 Pagina 16 Cap. Primo all economia internazionale non fu però all insegna della concorrenza e del liberismo, se si ottenne di mantenere sino agli anni sessanta i dazi più elevati rispetto agli altri Paesi dell Europa occidentale per i prodotti siderurgici, le automobili, gli apparecchi elettrici, i filati e se sussidi e agevolazioni creditizie e fiscali vennero concesse ripetutamente alle imprese italiane. L avvento di un mercato di massa conseguenza diretta dell aumento della domanda interna ed estera per beni essenziali al consumo di un paese che andava rincorrendo con rapidità quelli più avanzati, non poteva non trovare quale principale interlocutore la grande impresa che già dall inizio del secolo in Italia, come del resto ovunque nel mondo industriale, dominava i settori di base, la metallurgia, la meccanica, la chimica, la produzione di energia. L improvviso e inaspettato espandersi della domanda costituiva senza dubbio una occasione difficilmente ripetibile sia per consolidate società industriali di medie e grandi dimensioni, che da sempre lamentavano la ristrettezza del mercato interno, sia per nuovi entranti, e tuttavia al tempo stesso rappresentava una sfida di non poco conto per imprenditori e managers. Era necessario investire in nuovi impianti superando il timore della sovrapproduzione; espandere il profitto totale e abbassare quello unitario; ricercare la crescita per ridurre drasticamente i costi unitari e non come strumento di contrattazione col mondo politico; concentrare tutte le risorse su una ben definita filiera produttiva eliminando rischi di dispersione; innovare anche radicalmente il disegno organizzativo sia nella struttura generale dell impresa sia all interno della fabbrica, così da creare un fluido collegamento fra produzione e mercato. Le imprese di maggiori dimensioni decisero così di intraprendere investimenti di dimensioni mai viste fino ad allora; i maggiori beneficiari furono l industria automobilistica e quella siderurgica del nord Italia, che videro moltiplicarsi i rispettivi livelli di produzione. L affermazione e la crescita della grande impresa con i suoi stabilimenti di notevoli dimensioni e con le sue diramazioni produttive esterne fu fra le cause più importanti di grandi migrazioni e fenomeni di inurbamento (nel 1961, ad esempio, 240 mila lavoratori meridionali si trasferirono al Nord; nel decennio precedente Milano era passata da a abitanti e Torino da a ). In ogni caso, non solo le grandi aziende dovettero affrontare il rapido boom della domanda; anche le imprese di nicchia e le piccole imprese furono avvantaggiate dal ciclo economico espansivo, infatti la maggiore produzione delle grandi imprese si rifletteva in un corrispondente aumento della produzione 16

5 cap 01 libro finanza :22 Pagina 17 Le PMI Italiane: un quadro introduttivo dei piccoli fornitori di semilavorati e materie prime. Le unità di produzione si allontanavano sempre più dalla figura della bottega artigiana per indirizzarsi verso una fisionomia di imprese di fase, da cui uscivano semilavorati in piccola serie che altre imprese, a loro volta, rifinivano, assemblavano, commercializzavano. Accanto all espansione dei grandi gruppi si assiste così ad una moltiplicazione delle imprese di minori dimensioni, che pongono talora le premesse per la nascita di sistemi locali specializzati (distretti). Ne sono un esempio il calzaturiero, dove le numerose botteghe lasciano il posto a laboratori e piccole fabbriche, che vede in soli dieci anni raddoppiata la propria capacità produttiva; similmente il comparto mobiliero, quello della meccanica legata alla produzione di cicli e motocicli, quello alimentare e quello degli elettrodomestici, vero e proprio simbolo del miracolo economico. È importante notare che negli anni del boom non si assiste solo ad una crescita del numero delle piccole imprese ma anche all ampliamento di alcune di esse che raggiungono livelli dimensionali medi e rilevanza a livello nazionale; i protagonisti della crescita di queste piccole imprese sono imprenditori innovatori determinati e geniali, che quasi sempre provengono dal mondo dell artigianato. Determinante in questi percorsi di rapida ascesa imprenditoriale è l aver imboccato con decisione la via della crescita, dell elevata capacità produttiva e delle forti economie di scala investendo in impianti, ingrandendo gli stabilimenti esistenti oppure costruendone di nuovi. In breve tempo aziende di modeste dimensioni, magari poco più che laboratori artigiani, si trasformano in gruppi industriali di rilievo nazionale e, talvolta, internazionale con migliaia di dipendenti (vedi tabelle 1 e 2). Tabella 1 Classe addetti ,3 28,0 20, ,1 18,9 21, ,9 22,5 21,2 >200 33,7 30,6 36,8 Totale 100,0 100,0 100,0 Fonte: S.Brusco S.Paba, Per una storia dei distretti industriali italiani dal secondo dopoguerra agli anni Novanta, in F.Barca (a cura di), Storia del capitalismo italiano. Dal Dopoguerra ad oggi, Roma, Donzelli,

6 cap 01 libro finanza :22 Pagina 18 Cap. Primo Tabella 2 Raffronto internazionale addetti industria manifatturiera per classe dimensionale delle imprese (percentuali) Oltre Totale Italia Germania Regno Unito USA Italia Germania Regno Unito USA Fonte: M.Bellandi, Terza Italia e distretti industriali dopo la seconda guerra mondiale, in F.Amatori, D.Bigazzi, R.Giannetti, L.Segreto (a cura di), Storia d Italia, Annali, n.15, L Industria, Torino, Einaudi, Gli anni 50, tuttavia, vedono anche degli appuntamenti mancati dall industria italiana: se infatti le sfide poste dal settore automobilistico, siderurgico, degli elettrodomestici, dei mobili, alimentare erano raccolte con successo, diversamente accadeva per altre opportunità che avrebbero portato in caso di successo il nostro sistema economico al pari, se non al di sopra, di quello dei maggiori Paesi continentali: l energia (ENI), l elettronica (OLIVETTI), la chimica avanzata (MONTECATINI-EDISON). In questi settori il Paese non è stato in grado di emergere, vuoi per errate scelte politico-economiche vuoi per la mancanza di una managerialità sufficientemente esperta; l insuccesso di questi tre compartimenti, fondamentali per un paese industrializzato con obiettivi di rilancio e di primato, ha contribuito fortemente a modellare la fisionomia dell industria nazionale attorno alle industrie oggi dominanti del made in Italy, mentre il salto in una dimensione produttiva e tecnologica più avanzata e all avanguardia, mancato allora, non era destinato ad essere riproposto anche in seguito Gli anni Sessanta e Settanta: la fine dell espansione Il decennio successivo al boom economico fu caratterizzato dalle crescenti politiche di incentivo agli investimenti nelle regioni meridionali e dal lento 18

7 cap 01 libro finanza :22 Pagina 19 Le PMI Italiane: un quadro introduttivo ma inesorabile calo della domanda. Al termine degli anni sessanta, il sistema economico italiano raggiunse un grado di pubblicizzazione che nessun paese europeo conobbe, né avrebbe mai conosciuto, con il mercato ridotto a realtà residuale. La fase di maggior espansione del sistema delle partecipazioni statali coincise tuttavia con l inizio del declino del sistema stesso. L avvio della politica di intervento diretto nel Mezzogiorno provocò la creazione di impianti in aree del tutto prive delle necessarie infrastrutture, con conseguenti elevate diseconomie; così se da un lato aumentavano notevolmente la capacità produttiva e il numero di occupati, dall altro si impennavano i costi e la domanda cominciava ad essere inferiore all offerta. Tra la fine degli anni Sessanta e l avvio del decennio successivo vennero meno le condizioni grazie alle quali l economia italiana aveva attraversato una fase di crescita difficilmente eguagliabile. Sopraggiunsero così molteplici problemi: le tensioni sociali in aumento si riflessero in un costo del lavoro più alto, la conflittualità sindacale crebbe, la domanda diminuì, la stabilità monetaria internazionale crollò, l inflazione esplose. Il primo shock petrolifero (1973) colpì un sistema già in grave difficoltà: le imprese pubbliche furono così costrette a ricorrere sempre più ai fondi erogati dal Parlamento, con una conseguente perdita d indipendenza nei confronti del potere politico; le imprese private, ancora strettamente legate a una proprietà e a una gestione familiare, presentavano un bassissimo grado di managerialità e di diversificazione produttiva e una scarsa capacità di evoluzione strategico-organizzativa (continuavano ad essere assenti strutture organizzative di tipo divisionale e le dimensioni medie delle imprese erano ridotte). Ancora una volta nella situazione di difficoltà le imprese meno danneggiate furono quelle di piccole dimensioni, che in breve tempo riuscirono a diminuire la capacità produttiva e ad adattarsi al nuovo ciclo economico. Le imprese, che trovavano sempre più difficoltà nell adeguare i prezzi agli aumenti delle componenti fisse e variabili dei costi di produzione, affrontarono un periodo con redditività in diminuzione e quindi con sempre minore capacità di autofinanziamento e cercarono di porvi rimedio attraverso un crescente impiego della leva finanziaria e dell indebitamento bancario. Il concludersi della favorevole congiuntura del boom economico mise in luce più problemi del sistema economico italiano: su tutti il legame tra banca e impresa che si faceva sempre più stretto e la mancanza di imprenditorialità e managerialità che pervadeva tutto il grande capitalismo privato nazionale. controllare testo 19

8 cap 01 libro finanza :22 Pagina 20 Cap. Primo Gli anni Ottanta: la potenza economica americana Gli anni ottanta sono gli anni che celebrano il trionfo del mercato libero, il prevalere delle politiche economiche del liberalismo selvaggio, che ha i suoi massimi esponenti nei governi di Ronald Reagan negli Stati Uniti e di Margaret Thatcher in Gran Bretagna. Gli USA conoscono una crescita impressionante, che li porta ad essere l economia trainante del mondo. Nel 1989 crolla il mondo comunista; l evento simbolico più forte è la caduta del Muro di Berlino, ma cade anche tutta la cortina di ferro, e gli ex paesi comunisti iniziano un difficile percorso verso la democrazia. In Italia, sul piano economico, la scena è dominata dall inflazione, ormai arrivata sopra il 20%, da una pesante recessione internazionale e dal conseguente dilagare della disoccupazione. Le aziende ristrutturano e si rinnovano a ritmo accelerato, crescono le eccedenze di manodopera, la cassa integrazione diventa una costante del sistema delle grandi imprese. Nel frattempo cominciano a venire ad affiorare i problemi legati al debito pubblico crescente ed alla corruzione degli ambienti politici Gli anni Novanta: uno scenario complesso L ultimo decennio del XX secolo si apre, a livello internazionale, su scenari di guerra. Si comincia con la guerra del Golfo, si prosegue con l intervento dell ONU in Somalia e con le guerre civili nella ex Jugoslavia, ultima quella in Kosovo nel 1999 con l intervento della NATO. Il decennio si conclude con il dramma mediorientale: tra Israele e i palestinesi è ormai guerra aperta, il faticoso processo di pace pare definitivamente compromesso. Nell Europa occidentale avanza il processo di integrazione. Il 7 febbraio 1992 viene firmato il trattato di Maastricht: la vecchia Comunità europea (CEE) diventa Unione europea (UE), nella quale circolano liberamente merci, lavoro, risorse finanziarie. Il trattato fissa ai paesi membri le condizioni per l ingresso nell area della moneta comune, l Euro, che entrerà in funzione il 1 gennaio Nell economia mondiale regna la globalizzazione : l interdipendenza tra le economie è sempre più stretta, lo sviluppo delle tecnologie della comunicazione gonfia il ruolo degli scambi finanziari, minacciando la sovranità degli stati e approfondendo le disuguaglianze nel pianeta, sollevando ampi movimenti di protesta. L Europa, e ancor più l Italia, stentano a reggere il passo 20

9 cap 01 libro finanza :22 Pagina 21 Le PMI Italiane: un quadro introduttivo con l economia degli Stati Uniti che, sotto la presidenza Clinton, attraversano un forte periodo di crescita. In Europa la prima parte degli anni novanta è all insegna della stasi, solo nella seconda metà la locomotiva ricomincia a muoversi, anche se l Italia partecipa alla crescita in misura più rallentata. Ma la disoccupazione rimane sempre alta. In Italia, sul piano economico e sociale, dominano i problemi dei conti pubblici che pagano lo scotto di scelte politico-economiche errate e di un legame politica-industria sempre più penalizzante della crescita, dell occupazione e dello stato sociale. A prezzo di manovre economiche impopolari, i governi susseguitisi riescono ad avviare un lento risanamento e a rientrare nei parametri di Maastricht, cosicché il nostro Paese è tra i primi a far parte dell area Euro. Verso la fine del decennio vi sono segnali di ripresa economica, ma la disoccupazione rimane alta anche se c è una modesta crescita dei posti di lavoro. Sul piano industriale è un epoca di rimescolamenti, soprattutto grazie ai processi di privatizzazione, sulla scia di una simile tendenza internazionale. I grandi monopoli pubblici passano in mani private e si cerca di sostituire alla logica dello Stato imprenditore quella della libera concorrenza e della gestione manageriale delle grandi imprese. L ideologia predominante diventa quella del libero mercato. Il decennio si conclude drasticamente con lo scoppio della bolla internet nel 2000: i mercati azionari crollano verticalmente e comincia una fase di stallo dell economia mondiale ed europea, ulteriormente penalizzata dagli attentati terroristici di matrice islamica dell 11 settembre L instabilità geopolitica prende il sopravvento a livello mondiale. Solo nel 2003 comincia ad esserci una leggera ripresa, trainata per l ennesima volta dagli Stati Uniti e dai paesi emergenti; l Europa è ancora costretta ad inseguire e, all interno di essa, l Italia si trova in posizione di rincalzo. 21

10 cap 01 libro finanza :22 Pagina 22 Cap. Primo 1.2 LA SITUAZIONE ECONOMICA ODIERNA DEL PAESE: IL RAPPORTO ANNUALE ISTAT La congiuntura economica nel 2003 La ripresa dell economia mondiale Nel 2003 si è conclusa la fase di sviluppo moderato dell economia internazionale che aveva caratterizzato il biennio e l attività ha ripreso a crescere a ritmo piuttosto sostenuto. Secondo le prime stime del Fondo monetario internazionale, il Pil mondiale è aumentato, in termini reali, del 2,7 per cento, con un significativo progresso rispetto all incremento dell 1,8 per cento registrato nel Anche la dinamica del commercio internazionale, già in recupero nel 2002, ha manifestato una ulteriore accentuazione. L accelerazione della crescita aggregata ha beneficiato del progressivo rafforzamento della ripresa negli Stati Uniti e dell emergere di un netto recupero dell economia giapponese. Un rallentamento si è manifestato per le economie dinamiche dell Asia, colpite dagli effetti dell emergenza sanitaria della Sars, mentre si è accentuata l espansione delle economie in via di sviluppo, in particolare Cina (cresciuta di oltre il 9 per cento), India e Russia. Anche nel complesso dei nuovi paesi membri dell Ue (Npm) la crescita ha segnato un rafforzamento, raggiungendo nel 2003 il 3,6 per cento. Il ciclo internazionale ha mantenuto uno sviluppo incerto ancora nella parte iniziale del 2003, risentendo tra l altro delle tensioni geopolitiche conseguenti alla crisi irachena. La ripresa è poi divenuta più intensa nel corso dell estate e si è consolidata negli ultimi mesi dell anno, anche grazie alla forte accelerazione dell economia statunitense, robusta fin dall inizio del La ridotta crescita dell Uem In questo quadro la principale eccezione è costituita dall Uem: il ritmo annuo di sviluppo, già modesto nel 2002 (0,9 per cento), si è ulteriormente attenuato nel 2003 (0,4 per cento), anche se nella seconda parte dell anno ha segnato un lieve recupero. Il ristagno è derivato, in primo luogo, dalla debolezza 1 Fonte ISTAT, Rapporto annuale 2003, Sintesi - Progettare nella prospettiva europea: nuove opportunità di sviluppo 22

11 cap 01 libro finanza :22 Pagina 23 Le PMI Italiane: un quadro introduttivo della domanda interna. I consumi delle famiglie sono cresciuti dell 1 per cento in media d anno, ma hanno registrato un andamento stagnante a partire dal secondo trimestre, risentendo dell elevato grado di incertezza delle aspettative dei consumatori. La dinamica degli investimenti è rimasta negativa (-1,2 per cento) anche se in misura meno marcata rispetto al 2002 (-2,8 per cento); la discesa si è progressivamente attenuata nel corso dell anno, con una prima inversione di tendenza nel quarto trimestre. La crescita del Pil è stata ulteriormente frenata dall evoluzione sfavorevole degli scambi con l estero: le esportazioni nette hanno sottratto alla crescita 0,5 punti percentuali. L apprezzamento dell euro ha favorito, per un verso, l assorbimento di offerta estera, dando luogo a una significativa crescita delle importazioni e, per altro verso, ha penalizzato le esportazioni, rimaste stazionarie. Nonostante la crescita modesta del prodotto, l occupazione è aumentata dello 0,1 per cento e il tasso di disoccupazione ha cessato di aumentare a partire dalla primavera. Gli indicatori relativi ai primi mesi del 2004 segnalano la prosecuzione di una fase di moderato recupero; anche l indicatore del clima di fiducia dei consumatori pur restando su livelli relativamente bassi ha continuato a registrare un lento miglioramento. L inflazione dell Uem è stata alimentata da spinte di origine interna, solo in parte compensate dall effetto moderatore dell apprezzamento del cambio. La stagnazione dell economia italiana La fase di stagnazione dell economia italiana, iniziata nella seconda parte del 2001 e influenzata dalla sfavorevole congiuntura mondiale del 2002, è proseguita nel 2003: il tasso di crescita del Pil, pari allo 0,4 per cento nel 2002, è stato l anno successivo dello 0,3 per cento. Tuttavia il rallentamento è stato minore che nel resto dell Uem e quindi il differenziale negativo di sviluppo rispetto alla media dell area si è quasi azzerato, scendendo da 0,5 punti percentuali nel 2002 a 0,1 nel I fattori del rallentamento La modestissima crescita dell attività economica nel 2003 è stata il risultato di un contributo positivo (pari a 1,2 punti percentuali) delle componenti interne della domanda (al lordo della variazione delle scorte) cui ha continuato a contrapporsi un apporto negativo delle esportazioni nette (0,9 punti percentuali). I consumi delle famiglie sono cresciuti in media dell 1,3 per 23

12 cap 01 libro finanza :22 Pagina 24 Cap. Primo cento, segnando tuttavia una perdita di dinamismo nel corso dell anno. L incremento è stato leggermente inferiore a quello del reddito disponibile che, in termini reali, è aumentato nel 2003 dell 1,5 per cento, con un rafforzamento della crescita rispetto all anno precedente. I comportamenti di spesa delle famiglie sono stati ancora orientati alla cautela (la propensione media al consumo è scesa dall 87,5 per cento del 2002 all 87,3). I consumi collettivi hanno proseguito l espansione a un ritmo superiore a quelli privati, registrando nell anno un aumento del 2,2 per cento. La diminuzione degli investimenti Un aspetto particolarmente sfavorevole dell evoluzione dell economia italiana nel 2003 è costituito dalla dinamica negativa del processo di accumulazione. Dopo aver segnato un incremento contenuto nel 2002, gli investimenti fissi lordi sono diminuiti lo scorso anno del 2,1 per cento in termini reali, il peggior risultato dal La flessione delle spese per beni di investimento è stata maggiore di quella registrata nella zona euro dove, tuttavia, la tendenza negativa si era manifestata già nel 2002 con intensità ancor più accentuata. La contrazione della spesa di investimento è stata particolarmente intensa per la componente dei mezzi di trasporto, ma è risultata significativa anche per quella delle macchine e attrezzature (-4 per cento). L inversione del ciclo dell accumulazione è da attribuire, verosimilmente, all incertezza sull andamento dell economia e all eccesso di capacità produttiva determinato dal protrarsi della stagnazione. Solo la componente delle costruzioni ha mantenuto nel 2003 una tendenza espansiva (+1,8 per cento nel complesso dell anno). La riduzione degli scambi con l estero Nel nostro Paese la riduzione del saldo in volume degli scambi con l estero è stata maggiore di quella manifestatasi nella media dell Uem. Le esportazioni di beni e servizi, già diminuite in misura marcata nel 2002, hanno subito lo scorso anno una contrazione del 3,9 per cento: la tendenza strutturale alla perdita di quote di mercato, dovuta anche alla ridotta competitività di prezzo, è stata accentuata dall effetto penalizzante dell apprezzamento dell euro. Nello stesso tempo le importazioni totali, frenate dalla caduta degli investimenti, sono diminuite dello 0,6 per cento. Il calo delle esportazioni italiane di merci è stato più accentuato sui mercati dei paesi dell Ue15, ma anche i flussi extra-ue hanno subito una riduzione significativa. Il saldo attivo della 24

13 cap 01 libro finanza :22 Pagina 25 Le PMI Italiane: un quadro introduttivo bilancia commerciale ha segnato un ulteriore e più consistente riduzione, risentendo sia di un ampliamento del disavanzo nei confronti dei paesi Ue15, sia di un ridimensionamento dell attivo verso i paesi extra-ue. Nei primi mesi del 2004 si è assistito comunque a una ripresa di entrambi i flussi dell interscambio, più marcata per le esportazioni. La flessione della produzione industriale Nel 2003 il rallentamento dell attività ha riguardato tutti i principali settori, a eccezione dell industria delle costruzioni. Sono risultate in flessione l attività produttiva del comparto agricolo, in forte caduta per il quarto anno consecutivo, e, in misura più contenuta, quella dell industria in senso stretto. Anche la crescita dei servizi, già in marcato rallentamento nel 2002, si è ulteriormente indebolita. L indice della produzione industriale ha registrato, a parità di giorni lavorativi, una nuova flessione (-0,4 per cento rispetto al 2002). L evoluzione più recente dell indice segnala la prosecuzione della fase di stagnazione, con qualche evidenza di ripresa nella produzione dei beni di consumo e in alcuni specifici settori (industrie del legno, della carta e dei prodotti in metallo). La crescita occupazionale Il persistere della tendenza al ristagno dell attività produttiva ha determinato un progressivo indebolimento della crescita del volume di lavoro assorbito dal sistema economico: nelle valutazioni di contabilità nazionale, si è registrato nel 2003 un aumento dell input di lavoro dello 0,4 per cento e in base all indagine sulle forze di lavoro il numero delle persone occupate è aumentato dell 1,0 per cento. Ciò è in gran parte attribuibile all aumento degli occupati nelle classi di età anni. A tale risultato hanno concorso sia fattori demografici sia gli effetti del graduale innalzamento dei requisiti di età e di contribuzione per l accesso alle pensioni di vecchiaia o di anzianità. Il 75 per cento dell aumento dell occupazione dipendente registrato nel 2003 ha riguardato posizioni a tempo indeterminato e orario pieno. La tendenza all aumento del tasso di occupazione è proseguita, seppure con intensità inferiore che negli anni precedenti: nel 2003 il 56 per cento della popolazione tra 15 e 64 anni è risultata occupata. Nel complesso la crescita degli occupati è stata superiore a quella dell offerta, rendendo possibile un ulteriore riduzione del numero delle persone in cerca di occupazione. Il tasso di disoccupazione, pari all 8,7 per cento nella media del 25

14 cap 01 libro finanza :22 Pagina 26 Cap. Primo 2003, ha mantenuto una tendenza discendente anche nella seconda parte dell anno, portandosi per la prima volta al di sotto della media dell Uem (anche l incidenza della componente di lunga durata della disoccupazione è scesa dal 59 per cento del 2002 al 57 per cento). La moderata accelerazione delle retribuzioni La dinamica salariale ha segnato nel 2003 una moderata accelerazione, quale risultante di andamenti molto differenziati fra i settori. A livello di intera economia, le retribuzioni medie lorde per unità di lavoro, misurate nell ambito dei conti nazionali, sono aumentate del 3,2 per cento; in termini reali, l incremento è stato dello 0,7 per cento. Le retribuzioni pro capite hanno segnato una marcata accelerazione nella sanità, nell istruzione e nella pubblica amministrazione e un leggero rafforzamento della dinamica nell industria in senso stretto. In alcuni settori (soprattutto nell ambito dei servizi), si è registrata una diminuzione delle retribuzioni in termini reali. Nel corso del 2003 l inflazione è rimasta relativamente elevata, segnando una tendenza al rallentamento solo negli ultimi mesi dell anno. L indice dei prezzi al consumo è aumentato, in media d anno, del 2,7 per cento, di 0,2 punti superiore a quello del Il differenziale rispetto al tasso di inflazione medio del resto dei paesi dell Uem si è allargato, salendo da 0,4 punti percentuali nel 2002 a 0,9 punti nella media dello scorso anno. Il divario è diminuito alla fine del 2003, ma è tornato ad ampliarsi nei primi tre mesi del 2004, in conseguenza di una discesa dell inflazione meno veloce in Italia che nella media degli altri paesi dell area. La dinamica dei prezzi L evoluzione dei prezzi al consumo è stata caratterizzata da una forte inerzia e la decelerazione si è manifestata, con intensità molto limitata, soltanto nella seconda parte dell anno. I prezzi dei servizi e quelli dei beni di largo consumo hanno mantenuto dinamiche relativamente elevate, con notevoli differenziazioni all interno dei comparti e aumenti rilevanti per alcuni beni e servizi, incidendo in modo consistente sui bilanci di alcuni gruppi di famiglie. La fase di discesa dell inflazione si è attestata nei primi mesi del 2004 a un tasso tendenziale del 2,3 per cento. La recente impennata del prezzo del petrolio può però mettere a rischio la prosecuzione di tale tendenza. 26

15 cap 01 libro finanza :22 Pagina 27 Le PMI Italiane: un quadro introduttivo La stabilità dell indebitamento pubblico Nel quadro del sensibile peggioramento degli indicatori di finanza pubblica manifestatosi a livello europeo, il nostro Paese ha presentato nel 2003 un valore dell indebitamento netto in rapporto al Pil (deficit/pil) pari al 2,4 per cento, superiore di un solo decimale al risultato del Sia le uscite che le entrate delle amministrazioni pubbliche hanno registrato un forte aumento (rispettivamente del 5,8 e del 5,5 per cento). Il miglioramento del rapporto debito pubblico/pil Con la notevole riduzione registrata dall incidenza dello stock complessivo del debito pubblico sul Pil (106,2 per cento nel 2003 rispetto al 108,0 per cento del 2002), l Italia ha compiuto un ulteriore passo avanti nel percorso fissato in sede di programma di stabilità. L incidenza del debito pubblico sul Pil dell Italia rimane comunque la più alta tra quelle dei paesi europei. La pressione fiscale è salita in Italia dal 41,9 per cento del Pil del 2002 al 42,8 per cento nel 2003, esclusivamente per effetto dei citati provvedimenti di sanatoria fiscale; al netto delle sanatorie la pressione risulterebbe pari al 41,3 per cento (41,8 nel 2002). La media Uem si è attestata al 42 per cento del Pil, in leggero aumento rispetto al 2002 (41,8 per cento). Condividiamo con l Europa a 15 la stagnazione dell economia (sia pure con qualche timido segnale di ripresa), la difficile situazione dei conti pubblici, e diversi vincoli strutturali. In questo quadro, l elemento nuovo sono i problemi e le opportunità dell allargamento a L allargamento dell Unione europea Ue25: la prima area del mondo per dimensione economica Dal 1 maggio 2004, l Unione europea ha dieci nuovi paesi membri. Con l allargamento, l Unione europea a 25 paesi raggiunge i 455 milioni di abitanti (75 milioni in più) e diventa la prima area per dimensione economica del mondo, con una produzione pari al 21 per cento del Pil. Le disparità all interno dell area, tuttavia, aumentano. I nuovi paesi membri, che pure stanno attraversando una fase di intensa ristrutturazione produttiva, in termini sia di ammodernamento tecnologico sia di ricomposizione settoriale, 27

16 cap 01 libro finanza :22 Pagina 28 Cap. Primo presentano profonde differenze strutturali rispetto all Ue15, in termini sia economici sia demografico-sociali. Essi hanno ancora nel 2001, in media, una struttura produttiva caratterizzata da una elevata quota di occupati in agricoltura (oltre il 13 per cento contro il 4 per cento dell Ue15), a fronte di un peso relativamente basso nei servizi. Il Pil pro capite medio dei Npm è circa il 49 per cento della media Ue15. Restano ampi, finora, anche i divari in termini di produttività, che si associano a differenze ancora più marcate riguardo ai principali indicatori del mercato del lavoro. Le disparità regionali nell Ue25 Uno dei problemi principali dell Europa allargata, che interessa direttamente anche il nostro Paese, è pertanto l inasprimento delle disparità tra paesi e regioni. Le sfide per l integrazione e la convergenza di economie così diverse sono certamente più difficili e richiedono impegni forti di politiche economiche e sociali. Per quanto riguarda l Italia, occorre in particolare rilevare che, mentre nel precedente assetto le regioni più povere dell Unione si collocavano prevalentemente nelle aree periferiche dell Europa meridionale (incluse gran parte delle regioni del Sud del nostro Paese), con l allargamento l asse si sposta verso l Europa orientale. Ciò è all ordine del giorno delle politiche regionali e comporterà la modifica quadro delle zone beneficiarie dei Fondi strutturali. Ci si attende l uscita dalle aree dell Obiettivo 1 di alcune nostre regioni, ma il problema è di rilievo e più delicato di quanto si pensi, in quanto dall analisi dei principali indicatori socioeconomici emerge per le nostre regioni meridionali, che pure hanno conseguito miglioramenti, qualche segnale di debolezza anche nei confronti dei Npm La competitività del sistema delle imprese Gli aspetti critici del sistema produttivo italiano Spesso negli anni passati si è messo in luce come gli snodi critici della competitività dell Italia riguardassero la polverizzazione dimensionale del sistema delle imprese, il modello italiano di specializzazione e il rallentamento della dinamica della produttività. I problemi di performance del nostro apparato produttivo sono senz altro da porre in relazione alle sue caratteristiche strutturali. Nel 2002 le imprese ita- 28

17 cap 01 libro finanza :22 Pagina 29 Le PMI Italiane: un quadro introduttivo liane dell industria e dei servizi erano oltre 4,3 milioni di unità (oltre 100 mila in più rispetto al 2000), con un occupazione complessiva di oltre 16 milioni di addetti (600 mila in più rispetto al 2000). L incremento di occupazione realizzato negli ultimi anni non ha modificato la struttura dimensionale dell apparato produttivo. La dimensione media è sostanzialmente stabile nel corso degli anni e pari a 3,7 addetti per impresa per il totale dei settori, a 8,7 per il settore manifatturiero, a 2,9 per le costruzioni e a 3,0 (leggermente in crescita) per il commercio e servizi: viene dunque sostanzialmente confermata la polverizzazione della struttura produttiva italiana. La caratterizzazione dimensionale è ulteriormente accentuata dall elevato livello di terziarizzazione (il settore dei servizi vede aumentare il proprio peso, in termini di addetti, dal 57,8 al 59,2 per cento). La relazione tra concentrazione e redditività delle imprese I dati sui conti delle imprese confermano l importanza della dimensione d impresa e della concentrazione settoriale nel determinare la performance complessiva del sistema produttivo. I differenziali di produttività del lavoro a sfavore delle microimprese e di quelle con addetti sono consistenti, anche se vi sono segnali di convergenza nella redditività delle imprese. Per altro verso, il livello e la dinamica della redditività delle imprese sono connessi soprattutto al grado di concentrazione dei singoli comparti di attività economica. Dove la concentrazione era elevata, la redditività delle imprese leader è fortemente cresciuta tra il 1998 e il 2001 e ne ha beneficiato anche l intero settore. Il ruolo di traino delle imprese leader non ha invece caratterizzato i comparti a media concentrazione: dove questa è diminuita, la redditività è calata sia per le imprese leader, sia nella media di settore; dove essa è aumentata, solo le imprese leader ne hanno beneficiato. La bassa diversificazione geografica e merceologica dell export Tra gli operatori all esportazione si rilevano differenti comportamenti in termini di diversificazione per prodotti e mercati di sbocco. Il 40 per cento è presente in un numero limitato di mercati (meno di sei), mostrando così scarsa capacità di diversificazione geografica e forte dipendenza commerciale da pochi paesi. Combinando l analisi per prodotti con quella per mercati, il 60 per cento degli operatori realizza un modesto grado complessivo di diversifi- 29

18 cap 01 libro finanza :22 Pagina 30 Cap. Primo cazione, destinando le vendite di un numero limitato di prodotti a un esiguo numero di mercati (in entrambi i casi meno di dieci). Una quota di poco superiore al 10 per cento realizza un grado elevato di diversificazione, tanto per i prodotti quanto per i mercati. Il grado di diversificazione per mercati di sbocco favorisce la permanenza degli operatori sui mercati internazionali: quelli maggiormente diversificati raggiungono tassi di persistenza compresi tra l 80 e l 85 per cento. Il nucleo forte delle imprese esportatrici L analisi della performance delle imprese sempre esportatrici nel periodo , realizzata su un panel di quasi 30 mila società di capitale, mostra la loro capacità di realizzare processi di crescita virtuosi e di combinare positive performance a livello di impresa con una notevole capacità di stimolo dell occupazione. Tra queste, sono a elevata intensità di export (due terzi del fatturato) e rappresentano il 30 per cento degli addetti e il 57 del volume di esportazioni delle imprese del panel; altre 15 mila sono a media intensità di export (40 per cento del fatturato) e rappresentano il 50 per cento degli addetti e il 40 delle esportazioni. La maggior parte delle imprese del panel ( su 30 mila) riescono a trarre profitto dalla presenza sui mercati esteri, anche grazie a un assetto economico e finanziario equilibrato e a una limitata esposizione commerciale verso le aree più a rischio di crisi internazionale; in questi raggruppamenti sono significativamente rappresentati alcuni settori forti del made in Italy: apparecchi meccanici, apparecchiature elettriche e ottiche, prodotti in metallo, abbigliamento e confezioni. Tuttavia, altri raggruppamenti che comprendono oltre 13 mila imprese presentano crescenti difficoltà a competere sui mercati internazionali, in termini sia di strategie commerciali sia di equilibri economico-finanziari interni; tra questi, invece, sono presenti molte imprese dei settori più tradizionali, quali alimentari, mobilio e calzature. Il diverso contributo dei fattori produttivi alla crescita Quanto, infine, al rallentamento della dinamica della produttività e ai fattori che determinano la crescita dell output, le analisi mettono in evidenza che si rafforzano ulteriormente i contributi alla crescita del fattore capitale e, limitatamente ai servizi, del fattore lavoro. Il contributo della produttività totale dei fattori continua invece a diminuire in tutti i principali settori di attività 30

19 cap 01 libro finanza :22 Pagina 31 Le PMI Italiane: un quadro introduttivo economica, segnalando la scarsa dinamicità del sistema produttivo italiano nel promuovere le proprie capacità di innovazione considerate in senso lato (processi, prodotti, mercati, forme organizzative). Gli effetti della scarsa produttività totale dei fattori La produttività totale dei fattori riflette un insieme vasto di fenomeni non direttamente misurabili: innovazioni nel processo produttivo, miglioramenti nell organizzazione del lavoro e nelle tecniche manageriali, miglioramenti nell esperienza e livello di istruzione raggiunto dalla forza lavoro, mutamenti nella composizione dei beni capitali utilizzati, nonché miglioramenti nella loro qualità, economie di scala, esternalità, riallocazione dei fattori verso utilizzi più produttivi. La sua scarsa dinamicità appare il principale responsabile del rallentamento del tasso di crescita registrato dall economia italiana a partire dalla seconda metà degli anni Novanta. La posizione critica dell Italia per spesa in R&S Il quadro della spesa per R&S in Italia si qualifica, nell ambito di una generale debolezza del sistema europeo, per ulteriori elementi critici in termini sia di livelli e dinamicità dell aggregato nel suo complesso, sia dei settori istituzionali che finanziano la spesa. A fronte di una incidenza media europea della spesa in R&S sul Pil pari al 2 per cento, i paesi che mostrano significativi differenziali negativi sono Grecia, Portogallo, Spagna e Italia (meno 0,9 punti percentuali rispetto alla media). La posizione dell Italia è dunque particolarmente critica, anche perché l intensità di R&S cresce meno che negli altri paesi: nel periodo è cresciuta al tasso medio annuo del 15 per cento in Grecia, del 4 per cento in Portogallo e Spagna e soltanto dello 0,5 per cento in Italia. Nel nostro Paese, inoltre, il deficit di spesa in R&S delle imprese è soltanto in parte compensato dai finanziamenti pubblici: le imprese attivano soltanto il 39 per cento della spesa, mentre il settore pubblico ne finanzia il 56 per cento. L Italia è dunque particolarmente lontana dagli ambiziosi obiettivi di Lisbona, secondo i quali i paesi dell Unione dovrebbero raggiungere entro il 2010 un incidenza della spesa per ricerca e sviluppo pari al 3 per cento del Pil, con una quota attivata dalle imprese pari ai due terzi. La R&S non è l unico modo di introdurre innovazione nei processi produttivi: anche gli investimenti in macchinari innovativi contribuiscono ad aggiornare i processi produttivi. L evoluzione delle principali componenti della spesa per investimenti fissi lordi nel periodo mostra, nonostante la significativa flessione registrata dalle macchine e attrezzature nell ultimo 31

20 cap 01 libro finanza :22 Pagina 32 Cap. Primo anno, una crescita reale superiore alla media per i tipi di beni più strettamente connessi ai processi di accumulazione e potenziale adozione di nuove tecnologie incorporate nel capitale fisico. Le macchine e attrezzature registrano una crescita reale pari al 42,3 per cento; i beni immateriali addirittura al 77,5, anche se la loro quota resta molto bassa. La debole spesa in innovazioni complesse di prodotto e di processo La propensione delle imprese italiane all innovazione di prodotto e di processo risulta ancora una volta influenzata negativamente dalla specializzazione settoriale e dal prevalere delle piccole dimensioni. Complessivamente, nel triennio fa innovazione di prodotto e/o di processo, tra le imprese con almeno 10 addetti, il 38 per cento di quelle dell industria (quota stabile rispetto al triennio precedente) ma soltanto il 17 di quelle dei servizi (quattro punti in meno del triennio precedente). La diffusione delle attività di innovazione tra le imprese con almeno 10 addetti tende a concentrarsi in specifici segmenti dimensionali e settoriali, senza segnali di recupero nel tempo. Nella manifattura una quota consistente delle imprese innovatrici (43,8 per cento) segue pattern di innovazione incrementale, con miglioramenti costanti ma limitati, ma con scarsa integrazione con attività di ricerca e bassa propensione alla cooperazione. Soltanto un terzo delle imprese innovatrici realizza forme di innovazione più complesse, che includono una significativa propensione a stringere accordi di collaborazione, a effettuare investimenti in R&S, ad affiancare alle innovazioni tecnologiche quelle manageriali, organizzative e di marketing. Nei servizi il gruppo con pattern di innovazione più consolidata e intensa copre il 31 per cento circa delle imprese innovatrici ed è formato prevalentemente da grandi e medie imprese che offrono servizi finanziari e assicurativi. Segnali più positivi emergono dai dati sull uso delle tecnologie dell informazione e comunicazione nelle imprese italiane. La loro diffusione tende a stabilizzarsi sui livelli già raggiunti dagli altri principali paesi dell Ue15, anche se permangono alcuni ritardi nelle microimprese. Il contributo delle imprese a controllo estero all economia italiana Apporti significativi al miglioramento della produttività del sistema delle imprese non sembrano invece derivare dalla presenza di imprese a controllo estero (circa 11 mila) per la prima volta esplorata nelle rilevazioni dell Istat che invece contribuisce significativamente ai principali aggregati economici: 7 per cento degli addetti, 14 del fatturato e 12 del valore aggiunto. Il 32 32

21 cap 01 libro finanza :22 Pagina 33 Le PMI Italiane: un quadro introduttivo per cento delle multinazionali è attivo nella manifattura, il 29 nel commercio e ancora il 29 nelle attività immobiliari, informatiche, professionali e di ricerca. Le imprese a controllo estero sono prevalentemente di grandi dimensioni. L elevato grado di frammentazione del sistema produttivo italiano è di ostacolo all attrazione di investimenti diretti esteri nel nostro Paese: infatti le multinazionali hanno un ridotto grado di penetrazione nei settori caratterizzati da dimensioni medie più contenute. Inoltre, l assenza di rilevanti differenziali di produttività tra imprese a controllo estero e valori medi di settore, specie nell high-tech, fa ritenere che i processi di trasferimento internazionale di nuove competenze e conoscenze abbiamo portata ridotta I cambiamenti del mercato del lavoro Il lungo ciclo occupazionale dal 1995 al 2003 Il rallentamento della produttività oltre che un aspetto critico della performance e competitività del sistema produttivo è anche una delle caratteristiche del lungo ciclo occupazionale italiano, iniziato a ottobre del D altro canto, nel periodo si sono conseguiti risultati straordinari in termini di crescita dell occupazione residente (oltre due milioni di occupati aggiuntivi, il 10 per cento in più), con un aumento del tasso di occupazione di quasi 7 punti percentuali. Per le donne, la crescita dell occupazione è stata superiore al 19 per cento (quasi 1,4 milioni di occupate in più), e la crescita del tasso di occupazione è stata di 7,3 punti percentuali. Come già rilevato nello scorso Rapporto annuale, in presenza di una crescita economica moderata, il ciclo occupazionale è stato caratterizzato da un consistente aumento della reattività del mercato del lavoro e dell elasticità dell occupazione rispetto al Pil, il che ha comportato prima un rallentamento della produttività del lavoro e poi, negli ultimi due anni, una contrazione. Il contributo del part-time alla riduzione della produttività del lavoro Una parte consistente della perdita di produttività, se misurata in termini di prodotto per occupato, va attribuita alla forte crescita dell occupazione a tempo parziale. Tuttavia, anche se misurata in termini di prodotto per ora lavorata, nel settore privato essa subisce tra 1998 e 2001 un lieve decremento. Il risultato è fortemente condizionato da effetti di composizione settoriali e territoriali: l occupazione è infatti cresciuta soprattutto nei settori dei servizi a produttività bassa o stagnante (servizi alle imprese, alberghi, ristoranti 33

22 cap 01 libro finanza :22 Pagina 34 Cap. Primo e pubblici esercizi, sanità, altri servizi sociali e personali) e nelle imprese del Mezzogiorno. Una volta corretta per questi effetti di composizione, legati al processo di terziarizzazione dell economia, la crescita della produttività oraria risulta positiva, anche se comunque molto ridotta. La perdita complessiva di produttività non dipende dunque dalla generale minore performance delle singole imprese, quanto dall effetto del concentrarsi della creazione di nuova occupazione in segmenti settoriali, dimensionali e territoriali caratterizzati da bassi livelli intrinseci di produttività. Il notevole aumento degli imprenditori individuali italiani Oltre ai lavoratori atipici, in forte crescita sono anche gli imprenditori individuali, una figura che svolge un ruolo centrale nei nuovi rapporti di lavoro. Il segnale non è però univocamente positivo: gli imprenditori individuali, infatti, possono essere considerati come una manifestazione di nuove e diffuse energie imprenditoriali; tuttavia, tra loro vanno annoverati anche alcuni segmenti deboli del mercato del lavoro, solo formalmente indipendenti ma privi delle tutele accordate al lavoro dipendente. Tra il 1996 e il 2001 la significativa crescita di queste figure si è concentrata soprattutto nel segmento femminile e nelle età più giovani. Nell industria in senso stretto, l imprenditoria femminile è rilevante nei settori tradizionali (alimentare, tessile e abbigliamento); nei servizi alle imprese, risulta particolarmente significativa e in crescita nel settore ricerca e sviluppo. e di quelli nati all estero Una novità di particolare rilevanza è la presenza di imprenditori nati all estero. Nel periodo considerato ( ) il numero di costoro è più che triplicato, fino a raggiungere il 4 per cento degli imprenditori individuali. La crescita è stata estremamente rilevante per quelli nati in Asia; incrementi notevoli si presentano anche per quelli provenienti dall Africa. Questi imprenditori svolgono la loro attività prevalentemente nel macrosettore del commercio, alberghi e pubblici esercizi, mentre è scarsa la presenza nell industria, a eccezione di quelli provenienti da paesi asiatici, attivi nell abbigliamento e nell industria conciaria. L attività degli imprenditori provenienti dai paesi esterni all Europa a 15 e, parzialmente, dal Nord Africa è invece concentrata nel settore delle costruzioni. 34

23 cap 01 libro finanza :22 Pagina 35 Le PMI Italiane: un quadro introduttivo 1.3 L EVOLUZIONE DEL SISTEMA PRODUTTIVO ITALIANO Imprese e loro dimensione media in Italia Rispetto al Censimento del 1991 spicca una diminuzione dell 11 per cento, per il totale dell economia, del numero medio di addetti per impresa, confermando la tendenza alla frammentazione produttiva in atto dagli anni settanta. La riduzione della dimensione media delle imprese è attribuibile al peso più elevato di quelle con un solo addetto. Se si esclude la classe con un solo addetto, la dimensione media delle imprese italiane è di 7,9 dipendenti, lievemente in crescita rispetto al Censimento del 1991 (7,6 dipendenti). Le imprese con un numero di addetti compreso tra 20 e 249 hanno registrato un lieve aumento, rispetto al 1991, della dimensione media (da 46,2 a 48,0 addetti); al contrario, nella grande impresa (oltre 500 addetti) il numero medio di addetti è diminuito di circa il 13 per cento, a 1.875,3 unità; il numero di imprese in questa classe dimensionale è cresciuto sensibilmente (il numero di grandi imprese è salito a (1.184 nel 1991): circa la metà è localizzata nel Nord Ovest e meno di un quinto nel Nord Est). Negli anni novanta, anche in seguito all introduzione delle nuove tecnologie digitali, è proseguito il decentramento produttivo nell industria che si è riflesso, come in altri paesi avanzati, in un aumento del peso delle piccole imprese e in una diminuzione di quello delle grandi. Tra il 1992 e il 1997, ultimo anno per il quale sono disponibili dati comparati, la quota di occupazione nelle piccole imprese, al netto del lavoro autonomo, è cresciuta in Italia, Francia, Germania e Regno Unito (vedi tab.3). Il sistema produttivo italiano si discosta da quello degli altri grandi paesi europei per la netta prevalenza delle imprese di minore dimensione e per il ridotto peso delle grandi imprese. L elemento comune ai quattro grandi paesi europei è costituito dal peso delle medie imprese ( dipendenti), pari a circa un quinto del totale degli occupati. La peculiarità dell industria italiana sembra essersi accentuata nel 2001: il 60 per cento dei dipendenti dell industria (esclusi i lavoratori autonomi) è impiegato nelle piccole imprese (da 1 a 49 dipendenti) e il 21 per cento in quelle con oltre 250 dipendenti. 2 Fonte Banca d Italia, Relazione Annuale 2003, in particolare Relazione economica, pagg

24 cap 01 libro finanza :22 Pagina 36 Cap. Primo Tabella 3 Paesi STRUTTURA DIMENSIONALE DELL INDUSTRIA NEI GRANDI PAESI EUROPEI (quota di occupazione per classe dimensionale) Piccole imprese (1) (da 1 a 49 dipendenti) Medie imprese (da 50 a 249 dipendenti) Grandi imprese (250 dipendenti e oltre) (2) (2) (2) Italia 52,5 53,2 18,9 19,6 28,5 27,2 Francia 25,8 31,3 21,2 20,4 52,9 48,4 Germania 21,7 23,8 15,8 (3) 15,9 62,6 (4) 60,3 Regno Unito 22,8 24,0 21,7 21,5 55,5 54,6 Fonte: Eurostat, Enterprises in Europe, IV, V, VI Report. (1) Sono escluse le imprese individuali e i liberi professionisti (o dipendenti). - (2) I dati per l italia e per la Francia si riferiscono al (3) Questo dato per la Germania si riferisce alla classe da 50 a 199 dipendenti. - (4) Questo dato per la Germania si riferisce alla classe con 200 dipendenti e oltre. Il segmento delle imprese medie sembra costituire un punto di forza dell industria italiana. Da una recente indagine di Mediobanca e dell Unioncamere 3 sull universo delle medie imprese industriali italiane (società di capitali con un numero di addetti compreso tra 50 e 499, un fatturato tra 13 e 260 milioni di euro e una compagine societaria autonoma) emergono circa aziende medie che nel 1999 occupavano addetti pari al 10 per cento dell occupazione manifatturiera italiana e i cui risultati di gestione, nel periodo , sono stati positivi. Circa nove decimi di queste imprese appartengono alla classe dimensionale da 50 a 249 addetti. Si tratta prevalentemente di imprese esportatrici specializzate nelle lavorazioni tipiche del made in Italy, con una situazione finanziaria relativamente solida. Nel periodo l indagine mostra una tendenza alla crescita dimensionale di queste medie imprese efficienti. In particolare, nel campione vi sarebbero stati flussi cospicui di piccole imprese entrate a far parte della classe media e imprese medie diventate grandi. Sarebbero stati poco frequenti invece i casi di piccole imprese che hanno raggiunto direttamente la classe dimensionale 3 Fonte Centro Studi di Unioncamere e Ufficio Studi di Mediobanca, Le medie imprese industriali italiane,

25 cap 01 libro finanza :22 Pagina 37 Le PMI Italiane: un quadro introduttivo maggiore. Le imprese medie sembrano avere trovato senza troppe difficoltà le risorse finanziarie necessarie e mantenuto una quota di liquidità pari a quella dei grandi gruppi. I mezzi finanziari esterni sarebbero provenuti in larga misura dal settore bancario e il costo medio del debito, che si caratterizza per una prevalenza di passività a breve termine, sarebbe stato equivalente a quello delle grandi società Gli assetti proprietari delle imprese italiane Alcune indicazioni relative alle caratteristiche del governo societario delle imprese italiane provengono dall Indagine della Banca d Italia sulle imprese industriali, che nel 2003 ha riguardato un campione di oltre imprese italiane con più di 50 addetti (quasi interamente costituito da società non quotate in borsa). I risultati evidenziano, rispetto a dieci anni prima (allorché venne condotta dalla Banca d Italia per la prima volta un indagine sulla proprietà delle imprese italiane), una sostanziale permanenza delle caratteristiche degli assetti di controllo. Nelle imprese del campione l azionista principale nel 2003 detiene in media il 66,2 per cento del capitale, in linea con i valori del L impresa mediana ha nel 2003 circa 3 soci. La concentrazione resta elevata, anche se non dissimile per le società non quotate da quanto si registra ad esempio in Francia, uno dei pochi paesi per cui sono disponibili dati confrontabili. La percentuale di imprese nelle quali l azionista principale detiene la maggioranza assoluta dei voti aumenta al crescere della dimensione dell impresa stessa (dal 59 per cento in media per le imprese fino a 200 addetti all 87 per cento per quelle con oltre addetti). Tale evidenza è da ricondursi alla maggiore diffusione, tra le grandi imprese, dei gruppi in cui il controllo viene esercitato con quote elevate di proprietà Considerazioni finali sull economia italiana L economia italiana, con uno sviluppo pari in media all 1,4 per cento all anno, nell ultimo quinquennio, si situa, come la Germania, nettamente al di sotto della media europea. La crescita dei consumi è risultata debole, ma non fuori linea rispetto agli altri paesi dell area dell euro. Dal 1999 gli investimenti in costruzioni, in partico- 37

26 cap 01 libro finanza :22 Pagina 38 Cap. Primo lare nel settore residenziale, hanno ripreso a espandersi in relazione al basso livello dei tassi di interesse. L ammontare dei prestiti bancari per l acquisto di abitazioni nell ultimo quinquennio è più che raddoppiato; l aumento dei prezzi degli immobili, pur considerevole, grazie anche alla risposta dell offerta è inferiore a quello rilevato in altri sistemi economici, in Europa e nell America del Nord. La perdita di competitività nei confronti dei paesi sviluppati e ancor più delle economie emergenti si conferma l elemento di maggiore debolezza del nostro sistema economico. In cinque anni la produzione industriale è aumentata soltanto dello 0,9 per cento. Gli investimenti in macchinari, attrezzature e mezzi di trasporto hanno rallentato dal 2001; nell ultimo biennio sono diminuiti di oltre il 5 per cento. Le esportazioni di beni e servizi si sono ridotte in quantità del 3,4 per cento nel 2002 e ancora del 3,9 nel 2003; in cinque anni sono aumentate soltanto del 3,6 per cento. La quota dei prodotti italiani sul commercio mondiale, a prezzi costanti, dal 4,5 per cento nel 1995 è discesa al 3,9 nel 1998 e al 3,0 nel La riduzione della quota a prezzi correnti è minore; le imprese, in relazione anche al rafforzamento del cambio, hanno mantenuto costanti i prezzi di vendita, ma a scapito delle quantità vendute all estero. Le esportazioni italiane sono concentrate in settori tradizionali e di lusso; si affermano per la qualità della lavorazione e per lo stile. Le vendite nel comparto del cuoio e calzature e in quello del mobile risultano pari a circa il 14 per cento del totale mondiale. Per i minerali non metalliferi la quota è intorno al 12 per cento; per il settore tessile e dell abbigliamento è del 7 per cento. Si tratta di settori maturi che nel complesso rappresentano poco più di un decimo degli scambi mondiali. È scarsa la produzione di beni tecnologicamente avanzati, per i quali la domanda internazionale si espande più rapidamente della media. Rimane stabile, intorno al 10 per cento, la presenza nelle vendite di macchinari e apparecchi meccanici. Per i mezzi di trasporto la nostra quota di esportazioni è scesa dal 3,7 nel 1998 al 3,3 per cento nel

27 cap 01 libro finanza :22 Pagina 39 Le PMI Italiane: un quadro introduttivo 1.4 LE PMI NELLO SCENARIO ITALIANO Il modello di capitalismo italiano In genere, nella letteratura si ritiene che gli attuali sistemi economici delle nazioni più sviluppate si possano ricondurre a due modelli fondamentali: il capitalismo neoamericano, tipico del Nord America e della Gran Bretagna, e il capitalismo renano, tipico dell Europa centro-settentrionale e del Giappone. Il capitalismo neoamericano è la manifestazione del liberismo e delle strutture del mercato finanziario, dove la Borsa è l elemento centrale del sistema economico. Gli azionisti non sono coinvolti direttamente nella gestione delle imprese e si concentrano invece sulla ricerca di un profitto nel breve periodo (sotto forma di dividendi e di capital gain). La proprietà è estremamente variabile e non coincide quasi mai con il controllo, affidato generalmente a manager esterni. L importanza della piccola e media impresa, come numero di addetti impiegati e come ricchezza prodotta, è piuttosto bassa se confrontata con modelli di capitalismo alternativi, come quello renano o ancor di più quello italiano. Il capitalismo renano può essere descritto come un modello di economia sociale di mercato: in esso l impresa si manifesta non solo come insieme di mezzi ordinati al conseguimento di un obiettivo reddituale, ma anche come comunità di persone, tutte portatrici di interessi differenti. La Borsa ha scarsa rilevanza, il capitale di rischio è stabile ed è gestito in larga misura dalle banche e da investitori istituzionali, che sono presenti direttamente nel governo delle imprese. Inoltre, il personale ha notevole importanza nella gestione aziendale. Piccole e medie imprese rivestono un ruolo rilevante sia per numero di occupati che per ricchezza generata. Il capitalismo italiano presenta alcuni elementi di somiglianza con il modello renano, come ad esempio la stabilità della proprietà, l intervento delle istituzioni finanziarie, la sostanziale ininfluenza del mercato borsistico. Tuttavia, il sistema delle imprese italiane presenta aspetti per certi versi unici che ne impediscono l assimilazione ad altre realtà: peso estremamente elevato delle piccole e medie imprese sul prodotto interno lordo e sul numero di imprese, soprattutto nelle attività industriali; larga diffusione, tra le Pmi, di un modello di gestione familiare (fig.1), 39

28 cap 01 libro finanza :22 Pagina 40 Cap. Primo basato sull azione diretta dell imprenditore, affiancato da dirigenti solo in caso di dimensioni di un certo rilievo (coincidenza tra proprietà e controllo); Figura 1 Società e quasi società non finanziarie 24,0% Distribuzione della proprietà nelle imprese italiane* Estero 6,2% Famiglie 53,4% Assicurazioni 2,3% Istituzioni di credito Amministraz. pubbliche * Note: Famiglie include le imprese individuali; Amministrazioni pubbliche include amministrazioni centrai, amministrazioni locali, enti di previdenza; Istituzioni di credito include la Banca Centrale; Società e quasi società non finanziarie include le società non finanziarie a prevalente partecipazione statale. FONTE: BARCA ET AL. (1994) per quanto riguarda le grandi imprese, concentrazione della proprietà in poche mani, con prevalenza di controllo familiare, e presenza di incroci azionari tra dieci/quindici grandi famiglie industriali; controllo stabile; forte presenza storica dello Stato (il cosiddetto Stato imprenditore) e degli enti locali, proprietari fino ad anni recenti di una quota non irrilevante delle grandi imprese. La quotazione sul mercato azionario è limitata a poche centinaia di società, così che restano al di fuori della Borsa molte aziende di dimensioni ragguardevoli. Le cause principali dello scarso uso del mercato azionario sono riconducibili agli elevati costi per la quotazione nonché alla complessità burocratica e documentale da rispettare. Si nota la mancanza di public company di tipo anglosassone. Il sistema bancario non partecipa direttamente al controllo delle imprese, ma le influenza in vari modi in quanto principale fornitore di capitali a breve e medio termine. Comunque, le banche italiane, a differenza 40

29 cap 01 libro finanza :22 Pagina 41 Le PMI Italiane: un quadro introduttivo del caso tedesco, non esercitano ingerenze nella gestione se non in situazione di crisi. Altra peculiarità, la modesta presenza negli assetti proprietari delle società quotate di istituzioni finanziarie specializzate nella funzione di intermediazione proprietaria, ossia società che raccolgono capitali di famiglie e lo investono nelle imprese con finalità esclusivamente patrimoniali; ciò priva la nostra economia di uno strumento fondamentale per una raccolta significativa di capitali di rischio. Sul piano storico, il processo di industrializzazione è incominciato solo sul finire del XIX secolo e ha seguito un modello di sviluppo incentrato sui settori dell industria pesante, sostenuti dalle commesse pubbliche e al riparo dei dazi. Alle origini, pertanto, il nostro modello economico fu quello del capitalismo di Stato. Lo sviluppo industriale del secondo dopoguerra non tocca in maniera significativa le caratteristiche di fondo del nostro capitalismo, in cui si osservano ancora il blocco del mercato della riallocazione proprietaria delle grandi imprese a causa della presenza di grandi gruppi familiari, un persistente ruolo fondamentale dello Stato per mezzo delle grandi imprese pubbliche e una forte regolamentazione del mercato in vari settori, almeno fino al momento delle privatizzazioni della seconda metà degli anni novanta. Si tratta, nel complesso, di un modello atipico, non riconducibile né al sistema neoamericano, incentrato sulla Borsa e sulle public company, né al sistema renano, dove le banche svolgono un attività di controllo, selezione e correzione della gestione delle imprese. L atipicità italiana si concretizza nel mancato sviluppo della Borsa e nella sottocapitalizzazione delle imprese. Le banche si orientano a una mera funzione di intermediazione evitando, almeno fino ad oggi, coinvolgimenti diretti nella vita delle imprese. Solo recentemente, con la realizzazione di alcune privatizzazioni e come effetto del processo di globalizzazione e della formazione di un Europa allargata oltre che in seguito all approvazione di nuove normative, su tutte Basilea II il modello italiano sembra iniziare a perdere alcune di queste caratteristiche, anche se la prevalenza delle piccole e medie imprese, della gestione familiare e del finanziamento attraverso il debito (nelle Pmi per oltre il 60% a breve termine 4 ) sono caratteristiche destinate a durare ancora a lungo. 4 Vedi capitolo 2. 41

30 cap 01 libro finanza :22 Pagina 42 Cap. Primo Il sistema imprenditoriale italiano: punti di forza e di debolezza Il capitalismo italiano sta attraversando una difficile fase di passaggio da un sistema chiuso e poco abituato alla concorrenza ad un sistema sempre più globale e competitivo, nel quale gli standard qualitativi tipici del made in Italy non bastano più a reggere l avanzata dei competitors. Sono molteplici i punti di forza su cui il sistema può fare affidamento. Innanzitutto il patrimonio imprenditoriale, un vero e proprio giacimento di persone con capacità di iniziativa e spirito di sacrificio, che rappresenta una parte importante della ricchezza nazionale. Basti ricordare che l Italia è uno tra i paesi che ogni anno crea il maggior numero di nuove imprese, imprese che hanno tra i più alti tassi di sopravvivenza. Poi quella combinazione di fattori che hanno costituito, almeno fino ad oggi, il successo del made in Italy nel mondo: la passione per il prodotto, la sensibilità al design, la qualità costruttiva, la competenza tecnica, l attenzione al cliente. Altro elemento importante il modello di capitalismo famigliare, insieme fattore di successo ma anche fonte di rilevanti squilibri per il sistema produttivo italiano; indipendentemente dalla forma di controllo e gestione dell azienda, ciò che conta particolarmente è il modo di fare impresa, e cioè la capacità di confrontarsi sui mercati, la volontà di affrontare la sfida della crescita, la trasparenza, il rigore nel rispettare le regole dell etica, la voglia di fare impresa. Definiti i punti di forza, è fondamentale riconoscere e approfondire i temi riguardanti le debolezze del modello di sviluppo dell impresa italiana. Lo scenario italiano è caratterizzato da una miriade di micro e Pmi che influenzano in maniera preponderante la performance dell economia italiana e da una consistente diminuzione del peso delle grandi aziende oltre che da una difficile ed ancora troppo rara crescita dimensionale dalla categoria delle piccole a quella delle medie aziende e da questa a quella delle grandi dimensioni (fig. 2). Il successo e la cultura delle Pmi sono ancora strettamente legati alla persona dell imprenditore ed associati alla sua esperienza e, solo in alcuni casi, anche a quella dei suoi più stretti collaboratori: questo crea una certa resistenza al cambiamento ed alla crescita. Permane quindi l intrinseca difficoltà a superare una visione strettamente famigliare dell impresa; spesso non viene nemmeno presa in considerazione la possibilità di arricchire le doti imprenditoriali del fondatore con le competenze professionali di un management che possa garantire, oltre al successo, la crescita. 42

31 cap 01 libro finanza :22 Pagina 43 Le PMI Italiane: un quadro introduttivo Figura 2 Principali indicatori imprese italiane 100% 5,2% 0,1% 0,3% 17,8% 27,5% 80% 12,5% 60% 40% 94,4% 21,9% 16,6% 23,4% Grande (>250 dip.) Media ( dip.) Piccola (10-49 dip.) Micro (1-9 dip.) 47,8% 20% 32,5% 0% Numero imprese Numero dipendenti Valore aggiunto Fonte: Eurostat, settembre 2002 In generale, le imprese italiane sembrano avere poche ambizioni e scarsa propensione all innovazione; infatti sono alquanto marginali nel settore della media tecnologia, con eccezione di qualche nicchia particolare, e sono quasi scomparse nell high tech; inoltre, la maggior parte delle altre imprese opera nei settori maturi ad alta intensità di lavoro non qualificato, facilmente terziarizzabile anche nei paesi in via di sviluppo (es. calzaturiero, abbigliamento, tessile, mobili, ecc.). Se analizziamo le esportazioni, abbiamo la conferma che il modello è caratterizzato da forte presenza nei settori tradizionali ad alta intensità di lavoro non qualificato, da estrema debolezza nei settori ad alta intensità di lavoro qualificato e ad alto contenuto tecnologico, oltre che da rigidità come testimonia l assenza di ogni significativa evoluzione nel tempo verso i settori più specializzati. Ciò spiega perché la maggior parte delle imprese italiane sono sottoposte sempre più alla crescente concorrenza dei paesi emergenti. Nel passato il successo italiano nei settori tradizionali è consistito nello sfuggire a questa concorrenza tramite strategie di miglioramento dei prodotti e dei processi produttivi. Oggi che anche altri paesi usano questa strategia, le imprese italiane reagiscono spostando la produzione nei paesi emergenti o abbandonando il settore manufacturing. Purtroppo questo non basta. Per 43

32 cap 01 libro finanza :22 Pagina 44 Cap. Primo mantenere l Italia tra i paesi più avanzati saranno necessarie strategie più creative ed aggressive, orientate all innovazione e, soprattutto, la volontà di rischiare ed investire, anche in ricerca e sviluppo oltre che in nuovi processi di business. E proprio la capacità di fare ricerca di base e innovazione break throught, quella cioè che genera vantaggi sostenibili nel lungo periodo, sono fortemente carenti in Italia. Altro punto critico il sistema finanziario italiano, per troppi anni viziato dall insostenibile peso del debito pubblico, e ancora oggi incapace di valutare progetti imprenditoriali validi e di accompagnare la crescita delle imprese nei mercati internazionali. Se rileggiamo la storia del nostro capitalismo, possiamo scorgervi che da un lato sono state erogate assistenza e protezione e dall altro si è creata la cultura del piccole è bello. Questi nodi sono venuti al pettine agli inizi degli anni Novanta, nel momento in cui la globalizzazione è diventata una realtà non più eludibile, l apertura degli spazi europei una decisione politica inesorabile, l ammontare del debito pubblico sempre più insostenibile e comunque non più incrementabile. Insomma, quando non è stato più possibile compensare la mancanza di riforme con palliativi di varia natura. Il peso di questi ritardi, accumulato nei decenni precedenti, ha finito per scaricarsi tutto in una volta sulla competitività del Paese e del suo tessuto industriale. Così molte grandi imprese hanno cominciato a perdere colpi. Ed è allora che tante piccole imprese, troppo piccole di fronte alla nuova dimensione dei mercati, non hanno saputo, e non sono più riuscite, a crescere. Il prezzo l abbiamo pagato perdendo quote nel commercio mondiale, dove siamo passati dal 5% del 1990 al 3,9% del Oggi l Europa, e come suo membro l Italia, si trovano nella non facile situazione di affrontare una serie di sfide da cui dipenderà sicuramente il loro futuro: la competizione lanciata da Stati Uniti (innovazione) e paesi emergenti (costi), i vincoli posti dagli accordi di Maastricht, un economia stagnante. Solo con una decisa spinta verso l innovazione e il cambiamento queste sfide potranno essere vinte e il Paese potrà finalmente occupare la posizione di prestigio che gli compete. 5 Antonio D Amato, presidente Confindustria, Il modello italiano. Convegno biennale. Milano, 2-3 aprile

33 cap 01 libro finanza :22 Pagina Il contesto italiano: l importanza delle Pmi Le PMI Italiane: un quadro introduttivo Il panorama economico nazionale è caratterizzato in gran parte da micro, piccole e medie imprese che rappresentano il 99,6% delle unità produttive, offrono lavoro al 82,2% degli occupati nazionali, oltre a fornire il 72,5% del valore aggiunto 6. Inoltre offrono un contributo rilevante per la bilancia commerciale, come dimostra la forte apertura alle esportazioni delle Pmi delle regioni centronordorientali del nostro paese. Un analisi più approfondita ci rivela che la struttura dimensionale delle imprese si presenta molto differenziata al proprio interno. Infatti notiamo che: Il 94,4% è rappresentato da micro-imprese (0-9 addetti), con il 47,8% di occupati; Il 5,2% da imprese di piccole dimensioni (10-49 addetti), con il 21,9% di occupati; Lo 0,3% da imprese di medie dimensioni ( addetti), con il 12,5% di occupati. La definizione di Pmi non è uniforme tra i vari paesi [OECD 2002, 7]. Nell Unione Europea (UE) sono state sempre considerate tali le imprese con non più di 250 addetti. Per gli USA le Pmi vanno fino a 500 addetti, mentre per gli altri paesi il limite è di 200 addetti. In base alla raccomandazione 2003/361 della Commissione Europea pubblicata sulla G.U.C.E. del 20 maggio 2003, che sostituisce la precedente raccomandazione 96/280/CE, a partire dal 2005 si applicherà alla UE una nuova definizione riassunta nella tabella di seguito presentata: 6 Fonte Eurostat, settembre

34 cap 01 libro finanza :22 Pagina 46 Cap. Primo Tabella 4 PARAMETRI DI IDENTIFICAZIONE DELLE PMI Piccole Imprese Medie Imprese DEFINIZIONE COMUNITARIA In vigore Nuova In vigore Nuova DIPENDENTI OCCUPATI (numero) FATTURATO ANNUO non superiore a (ml. di EURO) TOTALE ATTIVO PATRIMONIALE non superiore a (ml. di EURO) Fonte: Elaborazione propria ai sensi delle Raccomandazioni della Commissione 96/280/CE e 2003/361/CE. La modifica della definizione attuale, in vigore fino al 31 dicembre 2004, è resa necessaria dall inflazione e dalla crescita della produttività registrate dal Essa mantiene le varie classi di effettivi che consentono di definire le categorie delle microimprese, delle piccole e delle medie imprese, prevedendo però un aumento sostanziale dei tetti finanziari (volume d affari e totale di bilancio), risultante dall inflazione e dalla crescita della produttività osservate dal 1996, data della prima definizione comunitaria delle Pmi. Varie disposizioni consentono di riservare solo alle imprese aventi le caratteristiche di vere Pmi (e quindi senza il potere economico dei grandi gruppi) il beneficio di accedere ai meccanismi nazionali e ai programmi europei di sostegno. L aggiornamento della definizione di Pmi agevolerà la crescita, l attività imprenditoriale, gli investimenti e l innovazione. L Italia occupa una posizione di primato nel contributo delle Pmi al valore aggiunto e all occupazione: a confronto con l area OCSE, guardando al solo valore aggiunto manifatturiero, le imprese con meno di 250 addetti contribuiscono con percentuali che vanno da un minimo del 29% in Germania ad un massimo del 57% in Italia. Il nostro paese detiene inoltre il primato nella quota di imprese nella classe addetti, che occupano più del 30,9% degli addetti manifatturieri, quota superiore a quella registrata perfino in Spagna, Portogallo e Grecia 7 (vedi tab. 5). 7 Fonte: ISTAT, Rapporto Annuale, Roma,

35 cap 01 libro finanza :22 Pagina 47 Le PMI Italiane: un quadro introduttivo Tabella 5 DISTRIBUZIONE PERCENTUALE DELL OCCUPAZIONE NELL INDUSTRIA MANIFATTURIERA PER CLASSI DI ADDETTI MICRO 1-9 CLASSI DI ADDETTI PICCOLE MEDIE GRANDI 250+ TOTALE BELGIO 16,6 18,6 17,6 47,3 100 DANIMARCA 11,9 20,2 25,9 41,9 100 GERMANIA 9,5 14,9 15,8 59,8 100 GRECIA 16,0 29,5 28,3 26,2 100 SPAGNA 22,7 28,4 21,2 27,7 100 FRANCIA 14,2 18,7 19,8 47,2 100 IRLANDA 3, ITALIA 23,9 30,9 19,0 26,3 100 LUSSEMBURGO 6,5 12,4 21,5 59,6 100 OLANDA 11,6 17,4 21,4 49,6 100 AUSTRIA 10,6 18, PORTOGALLO 17,5 28,7 29,1 24,7 100 FINLANDIA 10,2 14,5 20,3 55,0 100 SVEZIA 10,9 15,0 21,0 53,1 100 REGNO UNITO 13,4 14,3 20,4 51,9 100 UE 15 14,6 19,9 19,4 46,1 100 ISLANDA 20,8 32,5 14,0 30,8 100 NORVEGIA 9,1 21,1 28,3 41,6 100 SVIZZERA 15,4 21,3 29,2 34,1 100 REPUBBLICA CECA 5,3 16,1 26,8 51,8 100 ROMANIA - 14,9 20,9-35,8 ESTONIA 21,5 28, ,1 TURCHIA 34,0 10,5 19,8 35,8 100 GIAPPONE 11,1 28,3 29,8 30,7 100 AUSTRALIA 14,1 20,5 17,8 47,7 100 NUOVA ZELANDA 18,3 24,2 22,9 34,7 100 COREA 10,5 29,9 26,4 33,3 100 MESSICO 18,9 12,0 21,5 47,6 100 Fonti: Eurostat-European Communities, Enterprises in Europe ( ),2001; OECD, Small and Medium Enterprises Outlook,2002; Eurostat-European Communities, SMES in the Candidate Countries, Statistics in Focus theme 4-5/2004,

36 cap 01 libro finanza :22 Pagina 48 Cap. Primo La distribuzione percentuale degli occupati per settore vede l Italia caratterizzata da un peso relativo industria/servizi superiore rispetto alla media UE, come ci si attende per un economia che sta lentamente raggiungendo l elevato grado di terziarizzazione tipico delle economie più avanzate del centronord Europa. La dimensione media delle imprese, che si è ridotta nei paesi industrializzati dal massimo toccato negli anni 60, riflette vari fenomeni concomitanti come la crescente rilevanza dei servizi, la ristrutturazione delle imprese manifatturiere e la diffusione delle tecnologie informatiche. Ma resta il fatto che in Italia la dimensione media d impresa, già contenuta rispetto agli altri paesi principali, si è ridotta in misura maggiore 8. Con l aiuto di dati statistici 9 è possibile svolgere analisi sulle dinamiche territoriali delle piccole e medie imprese che evidenziano una particolare tendenza di aggregazione delle imprese. Ne NNN Nel 20kosdkosa 8 Vedi: Banca d Italia 2002, Vedi: Rapporto annuale: competitività del sistema produttivo italiano tra persistenze e trasformazioni,istat (2003). 48

37 cap 01 libro finanza :22 Pagina 49 Le PMI Italiane: un quadro introduttivo In merito a ciò, si può affermare che le Pmi italiane possono essere divise in due gruppi, in base alla localizzazione o meno nelle aree caratterizzate da una elevata concentrazione di piccole e medie imprese manifatturiere (sistemi distrettuali ). Nel 2000 le Pmi distrettuali occupavano circa un terzo degli addetti delle piccole e medie imprese italiane. Secondo uno studio dell ISTAT, in Italia sono presenti 199 distretti, ossia sistemi locali di lavoro che rispondono a due particolari caratteristiche: in primo luogo, una specializzazione produttiva determinata dalla prevalenza di unità locali di quel particolare settore o comparto nel territorio (ad esempio tessile pratese, maglieria di Carpi, mobiliero brianzolo, ceramiche-piastrelle del Sassuolo e così via); in secondo luogo, un affinità di parametri socio-residenziali come categoria professionale, tipologia di abitazione ecc. tali da verificare un aderenza tra identità produttiva e identità sociale [Sforzi 1987]. E interessante notare che i 199 distretti sono localizzati in prevalenza nel nord-est (125); altri 59 si trovano nel nord-ovest 15 nel Mezzogiorno. Nelle aree distrettuali emerge un differenziale positivo di crescita rispetto alle altre aree del paese, soprattutto nel segmento delle microimprese con 1-2 addetti, che aumentano l occupazione del 15,8% nelle aree distrettuali e dell 8,5% nelle altre aree, e nel segmento dimensionale immediatamente superiore 10. Al fine di completare questo quadro introduttivo sulle Pmi italiane si osservino i dati raccolti nella tabella 6; se nell industria emergono nitide regolarità per quanto riguarda i differenziali di produttività e redditività tra le diverse classi dimensionali, con andamenti fortemente crescenti degli indicatori al crescere della dimensione media delle imprese, nel terziario le imprese minori mostrano livelli di redditività spesso superiori a quelli delle imprese di maggiore dimensioni, a testimonianza della competitività della piccola dimensione in molti comparti dei servizi. 10 Per approfondimenti sui distretti vedi F.Onida, Se il piccolo non cresce, Il Mulino,

38 cap 01 libro finanza :22 Pagina 50 Cap. Primo Tabella 6 Classi di addetti Imprese Addetti Dipendenti Fatturato Valore aggiunto Investimenti per addetto Quota dei profitti sul valore aggiunto Industria Manifatturiera ,5 25,1 14, ,8 4,5 19, ,6 15,1 15,8 9,9 12,1 5 36, ,9 25,8 29,5 23,7 26,2 7,4 38, , ,1 13,7 13, ,9 250 e oltre 0, ,5 41, ,7 39,5 Totale ,9 Servizi , ,8 43,8 45,7 3,7 17, ,7 7,9 12,5 11,3 9,2 4,9 37, ,8 10, ,9 5,3 36, ,1 4,8 8,6 7,4 6,2 7,3 33,4 250 e oltre 0 16, , ,8 35,4 Totale ,3 27,4 Fonte: Istat, Indagine sui risultati economici delle piccole e medie imprese; Indagine sui sistemi dei conti delle imprese. Inoltre, osserviamo che l analisi della redditività lorda delle imprese italiane (indicatore che può rappresentare una sintesi della performance economica dell impresa, scaturendo dalla considerazione congiunta sia della produttività sia del costo del lavoro) mostra che nell industria manifatturiera la quota di valore aggiunto assorbita dal margine operativo lordo è più elevata nelle grandi imprese che in tutte le altre classi dimensionali; d altra parte, nei servizi la migliore redditività si rileva nel segmento delle imprese con addetti. L analisi del contesto italiano è necessaria nello svolgimento di questo lavoro visto che si pongono le premesse per la comprensione della realtà in cui operano le Pmi della Lombardia; inoltre è necessario compiere anche una descrizione del contesto europeo, al fine di comparare la situazione lombarda a quella presente negli altri tre motori d Europa oggetto di questa ricerca Gli altri tre motori sono il Baden-Württemberg, il Rhone-Alpes e la Catalogna. 50

39 cap 01 libro finanza :22 Pagina 51 Le PMI Italiane: un quadro introduttivo Le Pmi in Europa: un confronto E ora importante analizzare la situazione europea della piccola e media impresa, per effettuare un confronto maggiormente rilevante e utile per i prossimi capitoli. In media, micro, piccole e medie costituiscono il 99,8% del totale di 20,5 milioni di imprese presenti nell Area Economica Europea (EEA) 12 e danno lavoro a 122 milioni di occupati. Circa il 93% di queste sono microimprese che occupano meno di 10 occupati, il 6% sono piccole imprese (10-49 addetti), meno dell 1% sono medie imprese ( addetti) e soltanto lo 0,2% sono grandi imprese (occupano più di 250 persone). Di tutte queste imprese circa 20 milioni sono collocate all interno dell Unione Europea. Le Pmi europee, incluse le microimprese, la cui dimensione media si aggira sui 6 addetti (contro 10 in Giappone e 19 negli USA), contribuiscono al 65,5% dell occupazione totale (contro il 33% in Giappone e il 46% negli USA). Considerando tutte le Pmi, l occupazione totale è suddivisa all incirca in maniera uguale tre le microimprese, le piccole e le medie. La distribuzione delle classi secondo la dimensione e l occupazione si differenzia, tuttavia, tra i paesi europei. Figura Numerosità, Occupazione,Valore Aggiunto delle microimprese in alcuni paesi Europei (valori %) Imprese Addetti Valore Aggiunto 0 Italia Francia Spagna Regno unito UE Fonte: Eurostat, Structural business statistics,

40 cap 01 libro finanza :22 Pagina 52 Cap. Primo Osservando la figura 3, la quota di microimprese nell occupazione totale è del 48% 13 in Italia, e non meno del 57% in Grecia, inoltre il confronto del peso relativo delle microimprese italiane con quello registrato nella media UE ed in alcuni principali paesi europei ci conferma una rilevante specificità italiana: l elevata incidenza di questo segmento di imprese in termini di valore aggiunto e, soprattutto, di addetti. E negli anni 90, mentre le grandi imprese hanno ridotto la propria forza lavoro, le Pmi, e in particolare le microimprese, hanno contribuito ad una creazione netta di posti. Mediamente, un impresa europea, anche includendo tutti i giganti europei come Siemens, Royal Shell, PSA Peugeot Citroen e Nokia, offre occupazione a 6 persone, mentre la media considerando solamente micro e Pmi è di sole 4 persone. Tuttavia, questo numero varia tra 2 persone nelle microimprese e oltre 1000 persone per le grandi imprese. Vi è inoltre una grande differenza tra i paesi europei: mediamente, un impresa occupa 2 persone in Grecia e 3 in Italia e nel Liechtenstein, rispetto ai 10 in Irlanda, Paesi Bassi e Lussemburgo. Allargando il nostro sguardo oltre i confini europei 14 per una breve digressione, osserviamo che l impatto economico delle Pmi in termini di attività economica è sicuramente più rilevante in UE che negli USA. Infatti, utilizzando una misura proxy per comparare il PIL (o GDP, Gross Domestic Product) tra le due aree economiche, quale il turnover generato dalle Pmi, si è rilevato 15 che le piccole e medie imprese in Europa hanno contribuito per circa il 55% delle vendite a fronte del 47% d oltre oceano Situazione finanziaria delle Pmi in Europa Per completare il quadro generale sulla situazione europea viene svolta una breve analisi del canale finanziario per le Pmi, arrivando ad identificare carat- 12 L Area Economica Europea (EEA) include nel computo anche la Svizzera. 13 Observatory of European SMEs, SMEs and Access to Finance, n 2 (2003). 14 Per un completo confronto tra PMI europee e statunitensi vedi An overview of SMEs in Europe and the USA, Solomon M., Bryon J., Routledge Studies. 15 Rilevazione Eurostat, SBA (1997). 52

41 cap 01 libro finanza :22 Pagina 53 Le PMI Italiane: un quadro introduttivo teristiche generali che si possono riferire in larga parte alla situazione italiana e soprattutto lombarda, oggetto di questa ricerca. Molte Pmi europee considerano l accesso alle fonti finanziarie un forte problema e ciò riguarda sia l acquisizione di capitale di rischio che di capitale di debito. Il clima economico influenza sia la disponibilità che il costo del capitale, soprattutto in una congiuntura economica debole; nel 2002 l economia dell area Euro è cresciuta solo dello 0,9%, di circa lo 0,6% nel 2003 ed è attesa una crescita intorno al 2% nel Facendo riferimento, in primo luogo, alla disponibilità di capitale, a causa del ciclo economico poco favorevole, il tasso di prestito bancario è crollato riflettendo la minor domanda e la maggiore selettività dei prestiti stessi; in proposito basti osservare che nell area Euro il tasso sui prestiti bancari è crollato dal 9% all inizio del 2001 fino a circa il 4% alla fine del Un potenziale razionamento del credito per le Pmi è un problema non recente ed è diretta conseguenza di una politica del credito bancario che deve far fronte a una maggiore richiesta di profittabilità 18 : in generale, i maggiori ritorni sul capitale dagli azionisti inducono le banche a sviluppare una cultura di shareholder value che tiene ovviamente in forte considerazione gli interessi degli azionisti. Inoltre, avere una buona profittabilità a fronte di rischi contenuti è importante per le banche perché consente di ottenere buoni giudizi di rating desiderabili per diminuire i costi di rifinanziamento. Quindi elevata è l attenzione che le banche prestano alla bontà del proprio portafoglio; si vedrà in seguito come l applicazione di Basilea 2 influirà sul tema, giustificando il comportamento delle banche che tendono a richiedere maggiori informazioni sulle imprese specialmente quelle con piccole e medie attività di non elevata performance che devono adattare la loro situazione debitoria con la situazione economica attuale, incrementando, ad esempio, le proprie garanzie o riducendo il debito in essere. In secondo luogo, valutando il costo del capitale per le Pmi, va ricordata la 16 Commissione Europea, Economic Forecast Autumn Aernoudt R., Financing SMEs, the European Approach, atti della Conferenza Europea, Lussemburgo (25/10/2001). 18 Banca Centrale Europea, Analisi strutturale del settore Bancario in UE-2001, Francoforte (2002). 53

42 cap 01 libro finanza :22 Pagina 54 Cap. Primo convergenza dei tassi di interesse di riferimento dell area Euro verso quelli statunitensi dagli anni novanta fino ad oggi. Nonostante ciò, dal punto di vista delle Pmi il costo dei prestiti è ancora un argomento di cruciale importanza. In un analisi dell Osservatorio Europeo sulle Pmi 19 vengono riassunti i principali ostacoli incontrati dall imprenditore medio-piccolo. Gli imprenditori considerati da questa analisi hanno segnalato come principali limiti alla loro attività (vedi Figura 4): la mancanza di lavoratori qualificati (20%), il difficile accesso al canale finanziario (13%), l elevata burocrazia nell amministrazione pubblica in aggiunta alla regolamentazione ambientale, sanitaria, assicurativa (12%). Figura 4 Fonte: Weighted Data, ENSR, Surveys on SMEs (2002) Principali limiti all'attività imprenditoriale Altro (valori %) Regole amministrative Accesso al sistema finanziario Mancanza Lavoro Qualificato Il primo ostacolo rappresenta, in assoluto, il problema più sentito dalle Pmi europee per ogni classe dimensionale. Gli altri limiti sono percepiti in modo diverso per ogni categoria dimensionale: le aziende con un numero di dipendenti tra 10 e 49 evidenziano come principale ostacolo nell attività imprenditoriale quello della eccessiva burocrazia amministrativa ed elevata regolamen- 19 Observatory of European SMEs, n 8 (2002), Enterprise publications. 54

43 cap 01 libro finanza :22 Pagina 55 Le PMI Italiane: un quadro introduttivo tazione ambientale, sanitaria ed assicurativa; per le imprese più piccole, invece, con un numero decisamente minore di dipendenti, il maggiore limite riscontrato nell attività è l accesso difficoltoso al mercato finanziario.il dato più interessante da analizzare in questa sede è quello relativo all accesso al canale finanziario. L analisi dell Osservatorio Europeo, in merito a ciò, va ad investigare la relazione tra Pmi e banche, rilevando innanzitutto la soddisfazione di gran parte delle imprese (65%) per i servizi ricevuti dalle banche e constatando che soltanto il 12% di esse negli ultimi 3 anni ha cambiato banca 20. Le imprese inoltre (vedi Figura 5), hanno differenti tipi di linee di credito con le loro banche: credito in conto corrente, prestiti a lungo termini, leasing, factoring, prestiti subordinati. Figura 5 Fonte: Weighted Data, ENSR, Surveys on SMEs (2002) Pmi e linee credito presso Istituti bancari (n dipendenti) _ % 20% 40% 60% 80% 100% Nessuna linea credito Solo 1 banca 2 o 3 banche 4 banche o più n.d. Il tema del rapporto tra banca e impresa sarà approfondito più avanti, analizzando la situazione italiana e nella fattispecie quella lombarda, che non sono totalmente assimilabili a quella europea. Concludendo, questo sguardo generale sulla situazione delle Pmi sia nella 20 In questo caso la causa è stata la ricerca di condizioni maggiormente favorevoli e/o servizi finanziari migliori con le nuove banche. 55

44 cap 01 libro finanza :22 Pagina 56 Cap. Primo congiuntura attuale italiana sia nel contesto europeo si è reso necessario per introdurre le parti relative alla loro struttura finanziaria e all accesso da parte di queste ultimi al capitale di rischio ed al capitale di debito in risposta ai propri fabbisogni finanziari. I paragrafi seguenti sono indispensabili per la comprensione dei risultati ottenuti dalla ricerca sulle Pmi della Lombardia e dettagliatamente presentata nel secondo capitolo. 1.5 LA STRUTTURA FINANZIARIA DELLE PMI Un quadro introduttivo Il fabbisogno di risorse produttive genera un fabbisogno di risorse finanziarie, alle quali sarà deputato in futuro di rendere disponibili le prime. Infatti, poiché le risorse finanziarie risultano da un processo di scambio su un determinato mercato finanziario, è necessario creare una forza attrattiva capace di renderle disponibili 21. La struttura finanziaria è quindi l insieme delle risorse monetarie che consentono l acquisizione dei fattori produttivi necessari per lo svolgimento dell attività d impresa; essa, ovviamente, sarà influenzata sia dal tipo di attività che dovrà rendere disponibili sia dalle scelte riguardo alle fonti cui accedere. Importante non sarà solamente il fatto che le risorse finanziarie siano predisposte in modo funzionale all attività d impresa, ma che si compongano in una struttura capace di minimizzarne il costo. Analizzando la catena del valore di una azienda, la struttura finanziaria concorre sul piano dell efficienza, minimizzando il costo, e sul piano dell efficacia, permettendo un costante apporto di risorse. Da rilevare, ancora, che le scelte di politica finanziaria delle imprese dipendono significativamente dalla fase di sviluppo in cui si collocano, soprattutto nelle Pmi dove vi sono spesso vincoli stringenti nell accesso ai capitali. Dato il fabbisogno di risorse esterne e stante l obiettivo di creazione del valore nel- 21 Per operare, un impresa ha bisogno di una pressoché infinita varietà di attività reali.sfortunatamente tutte devono essere pagate, Brealey R.A., Myers S.C., Principles of Corporate finance, McGraw-Hill (1996). 56

45 cap 01 libro finanza :22 Pagina 57 Le PMI Italiane: un quadro introduttivo l orientare le politiche finanziarie, si può dedurre l importanza nel finanziamento allo sviluppo aziendale della struttura del passivo 22. Quando l autofinanziamento non basta da solo a garantire la copertura del fabbisogno finanziario aziendale, è necessario prendere in esame la possibilità di ricorrere a fonti esterne. La scelta fondamentale è tra capitale proprio e di debito: la prima ipotesi si basa sul reperimento di nuovi soci; la seconda, si fonda sul ricorso, non esclusivo, al sistema bancario. Il capitale di rischio è contrassegnato da una stabilità molto forte (cioè, tendenzialmente resta in azienda per molto tempo), dall inesistenza di un obbligo di rimborso e da una remunerazione non obbligatoria e, pertanto, adattabile alla congiuntura aziendale. Il debito presenta connotati opposti, visto che questo va rimborsato in modi e tempi prestabiliti, a seconda degli strumenti utilizzati e, soprattutto, remunerato in misura prefissata. Le scelte tra credito e indebitamento, sono determinate da considerazioni di convenienza economica, di origine fiscale, da esigenze di controllo 23, di compatibilità ed equilibrio finanziario. E indubbiamente annoso il problema del finanziamento a protratta scadenza delle Pmi, basti far riferimento al cosiddetto MacMillan gap 24, laddove già nel 1931 si affermava che le imprese di minori dimensioni incontrano oggettive difficoltà nel reperimento di capitale proprio e di capitale di debito a medio-lungo termine. Dal MacMillan Committee Report si è avuta l evidenza, nei maggiori mercati finanziari, di un equity gap, cioè una dimensione minima necessaria per rendere economicamente sostenibile una operazione di raccolta di capitale a medio-lungo termine. Ora, andando a riproporre alcune teorie di struttura finanziaria, si vuol vedere come queste possono spiegare i modelli di finanziamento delle piccole e medie imprese. Prendendo in esame la teoria di Modigliani-Miller corretta 25 per tener conto dei benefici fiscali, dell indebitamento e delle successive evoluzioni nella cosiddetta teoria del trade-off, è stato ampiamente dimostrato come questa non sia 22 Si veda in merito Finanza Aziendale, Valutazione, Massari M., McGraw-Hill (2004). 23 Ciò è particolarmente vero per le Pmi, in proposito confronta: Guatri L., Vicari S., Sistemi d impresa e capitalismi a confronto, Egea (1994). 24 MacMillan Committee, Report of the Committee in finance and industry, Her Majesty s Stationery Office, Londra (1931). 25 Modigliani F., Miller M.H., Corporate income tax and cost of capital: a correction, American Economic Review, n 48 (1963) 57

46 cap 01 libro finanza :22 Pagina 58 Cap. Primo in grado di cogliere il comportamento reale delle imprese in presenza di imperfezioni dei mercati. Lo stesso vale per le Pmi; infatti, le scelte finanziarie di queste ultime ricalcano maggiormente altre teorie di struttura finanziaria. Soffermandoci sull ammontare effettivo del benefici fiscali del debito, è stato ipotizzato 26 che il vantaggio fiscale per le Pmi risulta inferiore a quello delle imprese di grandi dimensioni a ragione del fatto che, nella maggior parte delle Pmi, i soci interni rivestono anche cariche di amministratori oppure di funzionari dell impresa: attribuendosi stipendi piuttosto esosi, riescono ad eludere in parte la tassazione del reddito prodotto e non hanno l obbligo di giustificare i loro utili ad un assembla di soci esterni. In aggiunta, si consideri l esistenza di una correlazione positiva (Graham, 1996) tra dimensione aziendale e imposizione fiscale: imprese di minori dimensioni godono di minore pressione fiscale. In realtà, i dati sul prelievo fiscale tra grande impresa e Pmi non sembrano supportare recentemente questa ipotesi. I dati del Rapporto UnionCamere- Mediobanca relativo alle medie imprese industriali italiane, periodo , fanno risultare, a fronte di un prelievo fiscale medio di circa il 30% sulle maggiori imprese, un prelievo del 45% circa su quelle di medie dimensioni. In relazione alla teoria dei costi di agenzia legati al debito e al capitale proprio, le Pmi si caratterizzano per la prevalenza di assetti di controllo di tipo familiare e per la centralizzazione del processo decisionale nelle mani dell imprenditore, spesso nella veste sia di principal che di agent. Altro elemento da rilevare nella struttura finanziaria delle Pmi è la natura del debito: quasi esclusivamente debito bancario e quasi esclusivamente debito a breve termine 27. Nonostante il debito bancario a breve termine consenta un vantaggio informativo derivante dalla natura privata del rapporto di finanziamento e dalla possibilità del finanziatore di revocare o rinegoziare il debito, bisogna annotare che le Pmi soffrono rispetto alla grande impresa di un gap in termini di trasmissione e credibilità dell informazione. Si è quindi sottolineato 28 come la scarsa qualità dell informazione relativa alle Pmi tende a far crescere i costi di monitoraggio e determina una struttura 26 Si veda in merito: Ang J., On the theory of finance for privately held firms, Journal of small Business Finance, n 1, (1992); Pencarelli T., Dini L., Teoria della struttura finanziaria e piccola impresa, Piccola impresa/small Business, n 3 (1995). 27 Si veda in proposito il secondo capitolo, dove la ricerca empirica sulla Lombardia ha mostrato questa caratteristica, tipica delle PMI. 28 Lopez-Gracia J., Aybar Arias C., An empirical approach to the financial behaviour of small and medium sized companies, Small Business Economics, n 14 (2000). 58

47 cap 01 libro finanza :22 Pagina 59 Le PMI Italiane: un quadro introduttivo finanziaria dipendente da costi di agenzia reali e percepiti. La conseguenza è un livello d indebitamento che varia da impresa a impresa in dipendenza dei costi di agenzia legati al rischio di dissesto, al valore di liquidazione, al livello dei profitti, alle opportunità di crescita e forma organizzativa 29. Per quanto riguarda i costi di agenzia del capitale proprio delle Pmi, essi sono ancora maggiori in quanto i finanziatori incontrano maggiori difficoltà ad attivare meccanismi di controllo per evitare comportamenti opportunistici. Passando alla teoria dell ordine delle scelte (Pecking Order Theory) 30, possiamo affermare che è un elaborazione teorica che sembra adattarsi molto bene a spiegare i comportamenti di struttura finanziaria delle Pmi. Questa teoria individua una precisa preferenza dell imprenditore per le diverse fonti di finanziamento, espressa secondo il seguente ordine: innanzitutto l autofinanziamento, poi il capitale di debito, ed infine il ricorso al mercato dei capitali di rischio. La preferenza per il capitale di debito piuttosto che per il capitale di rischio di provenienza esterna è frutto, soprattutto, di una concezione secondo la quale il ricorso all indebitamento sarebbe il segnale di una situazione di solidità aziendale, mentre il ricorso a capitali di rischio esterni sarebbe piuttosto indicativo di una situazione di debolezza o, comunque, di scarsa fiducia verso l impresa da parte del soggetto economico in essere. Va fatto però notare che nel caso delle Pmi italiane, quelle che dalla teoria vengono definite preferenze dell imprenditore, in realtà sono scelte largamente condizionate da variabili esogene: l assenza di un mercato dei capitali di rischio sviluppato per tali imprese, pochi strumenti finanziari specifici per le esigenze delle Pmi, convenienze fiscali. Si arriva così a ridurre quella che è una teorica preferenza di struttura finanziaria ad una vera e propria scelta obbligata. Questa logica caratterizzata dalla contrarietà ad una gestione trasparente e dall avversione ad allargare la base societaria a soggetti esterni, fa preferire fondi generati internamente che non comportano costi di transazione e agenzia. Quindi la piccola impresa preferisce finanziarsi attraverso l autofinanzia- 29 Brewer E-Genay H-Jackson W.E.-Worthington P.E., How are small firms financed? Evidence from small business investment companies, Economic Perspective FED publication (1996). 30 Si faccia riferimento a: S.C. Myers, N.S. Majluf, Corporate financing and investment decision when firms have information that investors do not have, Journal of Financial Economics, n 13 (1984). Si veda inoltre: M.Onado, Economia dei sistemi finanziari, Il Mulino (1992). 59

48 cap 01 libro finanza :22 Pagina 60 Cap. Primo mento soprattutto per il timore del management di perdere il controllo della società, ma è anche vero che ciò si scontra con livelli esigui e variabilità elevata dei flussi autogenerati, caratteriste tipiche delle imprese minori. Concludendo, la spiegazione della Pecking order theory (POT) sembra essere la volontà di controllare l impresa con il minimo sforzo finanziario e la carenza di offerta di capitale di rischio. Tutto ciò è riscontrabile nella realtà italiana, in cui l ordine di priorità della POT è stato portato alle estreme conseguenze, creando una struttura industrializzata caratterizzata da Pmi sottocapitalizzate e scarsamente innovative. L aumento dell indebitamento è, però, una strada improponibile alle piccole imprese che spesso fanno della loro forza l innovazione e la ricerca continua in posizioni di nicchia del mercato, anche perché ciò porterebbe ad una riduzione della flessibilità e dell autonomia gestionale Analisi dell equilibrio finanziario delle Pmi Le analisi e le valutazioni per individuare la struttura finanziaria più conveniente nelle imprese minori, vale a dire società che sono costituite generalmente da società per azioni a ristretta base azionaria o da società a responsabilità limitata, presentano problemi sensibilmente differenti rispetto a quelli delle imprese di grandi dimensioni. Mentre nelle società quotate è indispensabile perseguire una politica che assicuri una congrua remunerazione del capitale proprio, in modo da non arrecare pregiudizi al credito acquisito dalla società (e, di conseguenza, di veder diminuire il valore del titolo in borsa), nelle società di minori dimensioni su ristretta base azionaria, e maggiormente nelle imprese individuali, tali preoccupazioni non hanno ragione di esistere in quanto i proprietari o i detentori del pacchetto azionario tendono a valutare la convenienza dell investimento sulla base di parametri diversi da quelli propri dell azionista investitore. Non si guarda tanto alla remunerazione del capitale, quanto all opportunità di assicurare uno sviluppo dell azienda che interessa al titolare o ai soci. Per questo, quando l impresa si trova in difficoltà nel reperire i finanziamenti necessari in forma di capitale di terzi oppure questi siano ottenibili in modo eccessivamente oneroso, gli azionisti o il proprietario sono generalmente disposti a contenere la distribuzione degli utili o i prelievi per esigenze personali o familiari al fine di assicurare livelli più elevati di autofinanziamento. Pertanto, nelle Pmi sottocapitalizzate è essenziale che l imprenditore o l am- 60

49 cap 01 libro finanza :22 Pagina 61 Le PMI Italiane: un quadro introduttivo ministratore adottino decisioni di investimento compatibili con la primaria necessità di garantirsi, con la gestione, un flusso continuo di ricavi e di correlate entrate finanziarie. Il ricorso a finanziamenti deve essere attentamente ponderato, tenendo presente che i fabbisogni di natura durevole debbono essere, comunque, coperti da capitale fortemente vincolato all azienda. E interessante notare che esiste una relazione inversa tra dimensione aziendale e grado di leverage : le imprese di dimensioni minori presentano un livello di indebitamento per ogni euro di capitale proprio più sostanzioso rispetto alle grandi imprese. Ciò evidenzia, in maniera marcata, il rapporto peculiare delle Pmi con il sistema bancario rispetto alle altre imprese di diversa classe dimensionale. D altra parte le società di minori dimensioni, soffrendo molto spesso di carenze connesse alla scarsa possibilità di disporre di mezzi finanziari permanentemente investiti in azienda, cercano di sopperire a tali difficoltà di accesso al capitale proprio mediante il ricorso al debito, molto spesso nelle forme di debito a breve, specie nella forma di scoperto in conto corrente 31. Le difficoltà di dare corso ad aumenti di capitale permanentemente investito nelle Pmi porta queste ultime a fare affidamento sugli utili che derivano dalla gestione dell impresa stessa, generando autofinanziamento per ritenzione di utili. Una quota consistente del fabbisogno finanziario delle Pmi viene coperta con il ricorso al debito a breve, e soprattutto, come già detto precedentemente, nella forma di scoperto in conto corrente. Una parte considerevole dell attivo viene finanziata con il credito di fornitura, ossia ottenendo un adeguato respiro dai propri fornitori; anche tale forma di credito va iscritta tra i crediti a breve che, come tali, presentano maggiori rischi. I fornitori, nell intento di ridurre la durata del proprio ciclo finanziario, possono essere indotti a diminuire la durata delle dilazioni di pagamento accordate oppure, in base a informazioni acquisite su possibili eventi negativi, possono richiedere immediato pagamento al ritiro della merce. Tale circostanza può aggravare la situazione finanziaria dell impresa finanziata fino alla procedura fallimentare. 31 Riguardo alla concessione di crediti nella forma di scoperto in conto corrente, si veda Cesarini F. in Studi di economia, Quaderni n 1 (1996): L eccessiva polverizzazione dei crediti bancari alle imprese costituisce una degenerazione del principio basilare di gestione rappresentato dal frazionamento del portafoglio crediti e, assieme all apertura di credito in conto corrente, una vera e propria miscela esplosiva sotto il profilo della qualità del credito. 61

50 cap 01 libro finanza :22 Pagina 62 Cap. Primo E proprio il rischio aggiuntivo insito nell attività di una Pmi che caratterizza e, in un certo modo, definisce la scelta di struttura finanziaria. Le Pmi hanno una elevata vulnerabilità strategica e finanziaria dovuta a carenze di risorse umane professionalmente qualificate e ai costi ed imperfezioni dei mercati finanziari. Particolarmente penalizzanti sono le inefficienze informative dei mercati dei capitali, dal momento che le imprese di minori dimensioni subiscono oneri di accesso al credito più elevati delle imprese maggiori o consolidate a causa dei maggiori costi di informazione che impongono gli intermediari finanziari. Un aspetto che può attenuare il rischio finanziario delle Pmi è dato dall elevata flessibilità delle modalità e dei tempi di remunerazione del capitale proprio e del lavoro imprenditoriale, che è dipendente dalla commistione tra sfera familiare e sfera aziendale, che permette di non avere rigide politiche retributive e di dividendo. Questo aspetto, però, sotto un altro punto di vista può essere considerato un ulteriore fattore di rischio, poiché offre la possibilità che vengano poste in essere condotte opportunistiche da parte dei proprietari nei confronti degli altri stakeholders. La copertura del fabbisogno finanziario, dunque, deve realizzarsi attingendo ad un insieme di fonti di finanziamento che deve assicurare adeguata proporzione tra mezzi propri e mezzi di terzi, evitando eccessivi squilibri. E evidente che le aziende hanno bisogno di capitali propri e di credito che vanno combinati secondo esigenze di struttura gestionale interna e di mercato: il capitale proprio dovrebbe fronteggiare, almeno in termini di valore, il valore operativo minimo oltre il quale sarebbe compromessa l integrità del sistema. Inoltre, è importante rapportare la misura del capitale proprio, con l attivo immobilizzato, così che l indice Margine di struttura, espresso dalla differenza tra capitale netto e immobilizzazioni nette, dovrebbe dare segno positivo (vedi Figura 6). Un margine di struttura negativo sta ad indicare un livello di capitalizzazione insoddisfacente, situazione ricorrente per le imprese minori italiane, osservando i dati dell ultimo decennio. D altra parte si tende a privilegiare il ricorso al capitale di debito sino a quando la redditività del capitale investito supera il costo dell indebitamento netto d imposta 32. Infine osserviamo come nelle aziende medio-piccole anche la componente organizzativa incide sulla struttura finanziaria, dato che sia la ristretta compagine sociale sia l elevato verticismo decisionale assumono un valore determinante nelle scelte finanziarie. Le decisioni risentono fortemente di valutazioni di tipo non economico e personale, e molto spesso non sono accompagnate da attente analisi strategiche. Sarebbe necessario, in proposito, sviluppare processi decisionali capaci di 62

51 cap 01 libro finanza :22 Pagina 63 Le PMI Italiane: un quadro introduttivo controllare tutte le variabili ambientali in grado di incidere sul rapporto impresa/mercato. Figura 6 Margine Struttura Società Medie Dimensioni Fonte: Elaborazione propria su Dati Cumulativi di 1941 Società Italiane, MedioBanca (2003) In questo contesto, l apporto di capitale di rischio, è condizionato fortemente da valutazioni di convenienza soggettiva da parte dei singoli soci e, ovviamente, anche dalle loro disponibilità finanziarie, visto che spesso si esclude a priori l allargamento della base azionaria nell intento di limitare possibili ingerenze di terzi. 32 Si fa riferimento al concetto di leva finanziaria che permette, laddove sia positiva, di accrescere il rendimento dei mezzi propri: ROE OF DF SaldoGS = ROI + ROI DF * * 1 MP MP dove: DF : indebitamento oneroso OF : oneri della gestione finanziaria t : aliquota fiscale su utile Saldo GS : saldo della gestione straordinaria MP : mezzi propri ( 1 t ) + * ( t ) 63

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