VENTIQUATTRO TRASLOCHI

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Transcript:

VENTIQUATTRO TRASLOCHI (LA STORIA DI 74 ANNI DELLA MIA VITA) (DAL 1938 AL 2012) di Giuseppe Amato (iniziata a scrivere il 25 maggio 2012) Dediche: A Nicoletta per la pazienza che ha sempre avuto per me A Emanuele per fargli conoscere chi è stato suo padre 1

Capitolo 1 l 1 giugno1938 sono entrato a far parte di questa meravigliosa comunità che è l umanità. Non potevo sceglierne un altra né avevo il potere fisico e psicologico di farlo. E non avevo altre alternative se non quella di rifiutarmi di nascere, il che sarebbe stato molto difficile. Ho quindi dovuto abituarmi a viverci dentro quasi come se lo avessi voluto io. I miei genitori non ne hanno colpa, anche se sono loro che mi hanno voluto mettere al mondo mescolando due tipi di DNA, di cromosomi e di tante altre particelle più o meno intelligenti, più o meno vitali. Mio padre, nato nel 1908, veniva da Agrigento, era arrivato fino a Milano come impiegato in polizia (lui diceva sempre nell amministrazione civile ) e intorno al 1930, dopo le avventure di D Annunzio su Fiume e la conquista della Slovenia, si trasferì a Postumia dove pagavano uno stipendio più alto perché zona di frontiera, essendo il territorio allora denominato Protettorato. Mia madre era nata a Manzano (quindici chilometri da Udine sulla direzione per Gorizia). Mio padre proveniva da una famiglia piuttosto povera, con mio nonno da cui presi il nome di Giuseppe, mia nonna, Concetta Mamo, morta prematuramente a32 anni sembra di parto (o qualcosa d altro, non si sa bene), un fratello maggiore di mio padre e tre sorelle rimaste per quasi tutta la vita zitelle 1 (più una figlia nata dopo mio padre, Albina, morta con la spagnola nel 19, quindi a meno di nove anni). Mio nonno faceva il sarto da uomo in piazza del municipio (ho una foto dell insegna del suo negozio) ad Agrigento dove visse fino al 1940 e morì proprio il 10 giugno mentre da Palazzo Venezia a Roma il Duce sbraitava la dichiarazione di guerra e mio padre, precipitatosi in treno per poterlo vedere ancora una volta, era rimasto bloccato allo Stretto proprio per colpa di Mussolini in quel fatidico e maledetto giorno. Mia madre faceva parte di una famiglia abbastanza agiata e numerosa, il padre era un abile falegname che però aveva contratto un mutuo con la banca locale per incrementare la sua attività. Ma la crisi del 1929 lo mise a terra: il direttore della banca, un certo Villa, fece scattare l ipoteca sulla casa che mio nonno materno (si 1 Eufemia, la più piccola, riuscì a sposare in tarda età un vedovo anziano con quattro figli maggiorenni e morì ad Acireale. 2

chiamava Vito Danielis) aveva accettato a garanzia del prestito (o mutuo, non so) e mio nonno con tutta la famiglia dovette andarsene. Scelse Fiume da dove riuscì a mantenere la famiglia lavorando in Jugoslavia, in Serbia e in Montenegro come carpentiere. Poco tempo dopo la sua maledizione colpì il Villa che si sparò proprio dentro la casa che aveva confiscato a mio nonno, perché stracarico di debiti. Con la moglie vivevano quattro figli maschi e due femmine. Mia nonna, Lucia Maestrutti aveva partorito anche due coppie di gemelli che però morirono subito dopo nati. Dei quattro figli il maschio più giovane, Timo, con forti velleità libertine, si sposò con una Bearzi famiglia un po su a Udine ed ebbe subito un figlio che però morì di meningite a quindici anni cadendo dal fienile al primo piano della casa che ra stata di mio nonno (due palme davanti lo ricordavano) e che aveva nel frattempo ricomprato. Era l unico che non aveva seguito il padre a Fiume. Capitolo 2 Qui devo però aprire una parentesi su quello che accadde durante la prima guerra mondiale alla famiglia di mia madre. Durante la prima guerra mondiale gli austriaci incalzavano il territorio italiano scendendo con truppe e cannoni dalla Carnia verso Udine attraverso Cividale. Tutti gli abitanti di Manzano scapparono in direzione ovest ma dovettero fermarsi al ponte sul Tagliamento dove stavano arrivando le cannonate austriache. Mia nonna con tanti figli fu aiutata dalla sorella (che oggi in Canada credo abbia dei discendenti,miei parenti): si fece carico dei più grandi perché nonna Lucia aveva mia madre ancora piccolina che stava morendo di fame e di inedia. La sorella si inoltrò oltre il ponte con i suoi figli e con i due di Lucia (Livio e Mario), mentre Lucia rimase di qua dal ponte a cercare qualcosa per Mariannina, mia madre. Un soldato si accorse e le diede otto chicchi di caffè che Lucia fece bollire in una marmitta militare per poi far ingurgitare il liquido caldo a Marianna, dopo averle aperto la bocca agendo tra i denti con una forchetta. E questo la salvò. Finito il bombardamento, anche Lucia attraversò il Tagliamento e si mise in cerca di sua sorella e dei due figli ma i due ragazzi erano scomparsi. 3

Dal racconto della sorella si doveva dedurre che fossero morti sotto un colpo di cannone e così nonno Vito si mise in cerca inutilmente presso ogni baracca o distaccamento militare. Alla fine si arrese e disse alla moglie Lucia che li avevano persi. Ma Lucia non gli credette e si mise a pregare la madonna di Monte Berico (santuario vicino a Vicenza), promettendo che avrebbe detto il rosario di notte per tutta la vita se avesse ritrovato i suoi due figli. Passarono due anni e un giorno (terminata la guerra e tornati a casa) giunse la notizia da Milano: i due ragazzi erano stati portati tra i Martinitt, una istituzione benefica che a Milano esiste ancora (vedere ad esempio il film di Zavattini Miracolo a Milano ). Mia nonna e Vito andarono a Milano nel 1919 a riprendersi i figli, quasi incolumi (Mario aveva un occhio di vetro e aveva perso due dita, mentre Livio era senza menomazioni). E mia nonna per tutta la vita rispettò il suo voto, anche contro il parere del suo plevan, cioè il parroco in friulano che le diceva a novant anni che era ora di smetterla con il suo voto assurdo. Quasi in contemporanea ad Agrigento mio padre, che aveva circa dodici anni, rischiò di morire per un colpo di pistola: aveva trovato con un suo cugino in un cassetto del grande comò la pistola a tamburo del nonno Alfonso e sparò un colpo che gli bucò la mano. Accorsero i parenti e provvidero a curarlo, oltre a dargli una lezione coi fiocchi. Perciò se io sono nato lo devo al fatto che i miei due genitori da bambini rimasero vivi per miracolo! Capitolo 3 Nel 1929 nonno Vito, per le vicenda cui ho già alluso, con la famiglia si trasferì a Fiume dove si installarono in una casa sulla collina di Kosala, sopra la città. Mentre mio nonno partiva per la Serbia e il Montenegro a fare il carpentiere, mia madre, che aveva quindici anni circa, trovò lavoro come sarta in un laboratorio. Ogni tanto andava in treno a Postumia dove la sorella maggiore, Beatrice, viveva, sposata con un ferroviere che aveva trovato lavoro in quella cittadina. Bice (diminutivo di Beatrice) aveva due figlie, la seconda era ancora allattata quando avvenne la disgrazia: il marito, Mario Verona, beveva e spesso era u- briaco. In una manovra a mano tra i vagoni di un treno merci rimase schiacciato tra i due respingenti. Mio padre, che era entrato in contatto da poco con la famiglia di mia madre riuscì a far passare la disgrazia per colpa del treno e non del manovratore ubriaco, in modo che la zia Bice ottenne la pensione. 4

Ma questo accadde molto tempo dopo. In una delle sue scappate a Postumia, mia madre partecipò con la sorella ad una festa di carnevale in cui si ballava. Durante la serata arrivava il momento del cosiddetto ballo delle dame in cui le donne si sceglievano il partner maschile per ballare. Fu allora che mia madre scelse un giovane che credeva seduto, tanto era basso di statura, mentre in realtà era in piedi: era quello che poi sarebbe diventato suo marito (e mio padre). Mia madre aveva un fisico bellissimo e un volto molto bello. E mio padre si innamorò subito di lei, tanto che andava spesso a Fiume e passava sotto le finestre della casa di mia madre per cercare di parlarle, ma mia madre teneva duro perché aveva saputo che era siciliano e si sentiva ancora troppo giovane per iniziare un innamoramento (almeno così mi confessò molti anni dopo!). Ma mio padre era tenace e testardo e a furia di passare ogni giorno sotto le sue finestre fischiettando il valzer con cui si erano conosciuti, allafine ottenne che si fidanzassero, anche se nonno Vito fosse contrario al fatto che sua figlia si impegnasse così presto. Una sera che erano rientrati dal cinema in ritardo per la cena, Vito sferrò un pugno sul tavolo e un Can da l osti!! (espressione tipicamente friulana) fece capire a mio padre chi comandasse in quella casa. Nel frattempo mio padre manteneva contatti epistolari con suo padre ad Agrigento e, tra le varie cose, aveva annunciato il fidanzamento e aveva descritto a suo padre la ragazza e la famiglia e aveva annunciato che l avrebbe presto sposata. Per vari motivi un giorno tornò ad Agrigento per parlare con suo padre ma nonno Giuseppe gli gettò in faccia tutte le lettere che mio padre gli aveva scritto, ricordandogli che prima dovevano trovare marito le tre sorelle ancora zitelle. Mio padre ebbe una reazione emotiva molto forte tanto da ritrovarsi una paresi al viso che gli fece diventare storta la faccia. Al rientro a Postumia, dove lavorava in polizia, non osò incontrare mia madre e decise di lasciarla. Per caso la zia Bice lo incontrò e lo convinse a curarsi. Fece in modo che si facesse curare a Trieste mentre agì con dolcezza perché i due si rimettessero insieme. Mio padre, che nel frattempo si era trasferito a Lubiana per stare lontano, rientrò e finalmente nel 1937, il 12 settembre, si sposò con mia madre. Il giorno stesso partirono per la Sicilia in viaggio di nozze e la prima tappa fu la prima sera a Trieste all Hotel Posta dove mio padre mise 5

subito incinta mia madre, dicono alle ore 22,30 /che famiglia precisa!). Io nacqui otto mesi e mezzo dopo, il giorno 1 giugno. Alla mia battuta di qualche anno fa quando insinuai a mia madre che avevano fatto la frittata prima di sposarsi, mia madre mi disse che la differenza erano solo i quindici giorni che si dicono della Madonna. Io risi e lei pure. Capitolo 4 Devo tornare indietro nel tempo perché mi sono accorto che non ho citato il nome di mio padre: Narciso! Nel 1908 dare un nome così ad un figlio appena nato può sembrare strano ma non se aveste conosciuto mio nonno. La mattina del parto, il 27 marzo, poi dichiarato il 28, mio nonno stava sull uscio di casa, una stanza unica. dove si dormiva, si mangiava e si viveva tutto il giorno. Alle spalle dell entrata un altro ambiente, ma sarebbe stato difficile chiamarlo stanza: senza finestre, alcuni armadi contenenti vecchi abiti ammuffiti nella naftalina, mobili ammonticchiati e un passaggio in un bugigattolo che fungeva contemporaneamente da cucina e da gabinetto Ho detto gabinetto e non bagno ma preferisco non approfondire l argomento. Arrivavano molte persone per congratularsi con mio nonno, padre del bimbo appena nato. Tra questi arrivò una donna giovane che faceva la cameriera in una casa di fronte. Entrata per fare gli auguri ebbe la malaugurata idea di dire: Né, don Peppino, lo chiamerete Salvatore?. Mio nonno aveva intenzione di dare questo nome all ultimo nato della famiglia, ma non poteva accettare che poi si dicesse in giro che gli a- veva dato il nome suggerito da na criata (una cameriera). E, dopo aver detto di no col mento alzato come fanno i siciliani, disse: Lo chiamerò Narciso. Questo episodio come molti altri fanno capire il suo carattere (ed anche il mio, purtroppo). Ma ve ne racconto solo un altro a conferma di quello che dico. Una sera, al teatro che c è proprio in piazza Municipio, davanti il negozio di mio nonno, dall altra parte della piazza in discesa, durante un intervallo tra il primo ed il secondo atto di un opera di cui non conosco il nome, passò in mezzo al pubblico l acquaiolo. 6

Allora era uso che un incaricato arrivasse con un recipiente stagnato appeso sul davanti, pieno di acqua fresca, e con alcuni bicchieri appesi, pure di stagno o di qualche misteriosa lega che allora si usava. Potete immaginare con quale igiene. Contemporaneamente mio nonno e un altro signore del pubblico richiamarono l attenzione dell acquaiolo e ne sorse un piccolo diverbio su chi avesse il diritto di bere per primo. Il signore alla fine, molto gentilmente, dette la precedenza al nonno che, per lasciarlo senz acqua, si bevve ben tredici bicchieri d acqua. Forse così potrete meglio capire chi fosse l uomo. A suo vanto devo ricordare che era amico di Pirandello perché frequentavano lo stesso circolo. Chiudo questa parentesi e torno al viaggio di nozze. Voi provate ad immaginare che cosa potesse provare un ragazza di ventitré anni, vissuta sempre al nord tra Manzano, Fiume e Postumia, che si trovasse all improvviso catapultata nella Sicilia del 1937, accolta in una famiglia fortemente siciliana con tutti i pregi e difetti di un tipo di gente completamente diversa dagli italiani che abitavano al nord: è proprio vero che nel 1937 era stata fatta da tempo l Italia (al punto da avere perfino le colonie in Africa!) ma non c erano ancora gli italiani: al nord non sapevano nemmeno come fosse fatta la Sicilia e la Sicilia non parlava di Italia ma di Continente, espressione che si usa ancora oggi nell isola. Mio nonno, colpito dalla bellezza di mia madre, la trattò con l eleganza che contraddistingue l elegante galanteria dei siciliani (vedi il comportamento del Gattopardo nel film di Visconti), ma non so nulla di come padre e figlio si parlarono allora, dopo che il nonno conobbe mia madre. Durante la loro permanenza ad Agrigento (chiamatelo, se volete, viaggio di nozze!) fu un susseguirsi di incontri ed accoglienze in decine di case di parenti vicini e lontani, con abbuffate cui mia madre non era abituata. Avvennero due disgrazie: la prima fu la morte della vecchia nonna Peppina, madre di mio nonno e la seconda ve la racconto dopo. Nonna Peppina era stata in gioventù l ostetrica di decine e decine di parti ad Agrigento. Essendo molto povera, arrivava a casa di ritorno dai battesimi e relative feste con il grembiule pieno di ogni ben di Dio, che aiutava a sfamare i dodici figli che aveva. Alla sua morte, una delle sorelle di mio padre, Amalia, che sembrava avesse il compito di storica dei fatti della famiglia, raccontò a mia madre cosa era stata capace di fare nonna Peppina; e qui vi riporto quest episodio. 7

Era il 1872, e mio bisnonno, Alfonso, detto da tutti papà Affò, aveva diciotto anni ed era guardia municipale. Alto, corporatura robusta, una figura imponente, arricchita da poderosi baffi, era molto ammirato e desiderato come un buon partito. Nonna Peppina aveva solo sedici canni e riuscì a farsi sposare, ma dopo tre mesi di matrimonio il marito sparì. Avevano una casetta modesta nella parte bassa di Agrigento, verso l Addolorata, e mia bisnonna decise di tenere il segreto di questa fuga che certamente era finita da qualche parte con un altra donna. Nonna Peppina ogni mattina andava a fare la spesa na putia (nel negozio dove era abituata a fare compere dal primo giorno del matrimonio e acquistava quantità come se il marito fosse presente in casa, per non destare sospetti. Teneva le orecchie aperte per cogliere eventuali notizie e la sua perseveranza fu premiata: una mattina una donna stava raccontando alla negoziante che la figlia si era fidanzata con un bellissimo ufficiale della gendarmeria di Agrigento, alto, i baffi che lo rendevano ancora più importante. E nel raccontare dimostrava la felicità del prossimo fidanzamento o addirittura matrimonio. Alla fine aveva aggiunto che il fidanzato della figlia era ospitato in casa, non avendo altre possibilità, anche se la cosa non era molto giusta. Come la signora uscì dal negozio, mia nonna chiese timidamente con aria sorniona alla negoziante: Dunnè ca è? (di dove è?) Di Raffadali rispose la negoziante e nonna Peppina dopo aver pagato, tornò a casa. Secondo voi, oggi una ragazza di sedici anni, anche se sposata, avrebbe fatto quello che mia bisnonna fece? Non credo! Nonna Peppina scese nella stalla, staccò la mula e la lupara appesa al muro e si avviò sulla strada per Raffadali, allora un paesaccio dove bisognava perfino stare attenti a camminare per le strade al mattino perché dalle finestre delle stanze superiori le donne svuotavano direttamente in strada il contenuto dei cantari (vasi per urinare di notte). Davanti ad una casa che aveva facilmente individuato con poche domande agli abitanti del paese, chiamò ad alta voce: Affò, esci e torniamo a casa! Più che voce fu un urlo imperioso che all interno della casa si sentì benissimo. Dopo alcuni minuti di silenzio, dall uscio venne fuori Affò timidamente e, senza voltarsi a salutare, seguì mogio sua moglie, che intanto si era già incamminata sulla strada di ritorno ad Agrigento, senza dire una sola parola. 8

Vi chiederete come finì la storia? Molto semplicemente vissero, forse felici e contenti, mettendo al mondo dodici figli. Affò era poi morto nel 1919 con la Spagnola che si era portata via anche l ultima sorellina di mio padre Albina, di cui non seppi mai nulla se non che fu l ultimo parto di mia nonna. Quando molti anni dopo la fine della seconda guerra mondiale, vennero dagli U.S.A. in Italia alcuni parenti di mio padre in viaggio di piacere, conobbi un altro Amato e un altro Mamo che mi regalarono cinque dollari che mio padre sequestrò per cambiarli in lire e che non vidi più. Quando un giorno gli chiesi che fine avessero fatto i miei cinque dollari, imparai la lezione perché mi rispose: Scrivitillo a muro e quando hai tempo leggi! A coronamento di questa sfortuna tempo dopo ci giunse da Brooklyn una foto di due donne, evidentemente nostre parenti anch esse, che stavano in piedi al fianco di una lapide di una tomba del cimitero americano. E mi colpì il fatto che sulla lapide era scritto in chiare lettere Joseph Amato. Molti anni dopo, quando andai a New York per lavoro avrei voluto ritrovare quella tomba ma non ci riuscii. E passiamo ora all altra storia che capitò purtroppo durante il viaggio di nozze a mia madre: mio padre ebbe l infelice idea di accontentare sua sorella Eufemia e suo padre tornando dal viaggio di nozze, portandosela dietro fino a casa a Postumia dove mia madre iniziava ad avere i primi sintomi della sua gravidanza, cioè del mio prossimo arrivo. Stava arrivando l inverno e la zia, una donna ignorante, capricciosa, con tante voglie represse e una morale sotto le scarpe, dovette affrontare un freddo che non conosceva. Mia madre non poteva sopportarla ma per amore di suo marito taceva e inghiottiva. Ma un giorno scoprì chela zia stava nascondendo nella sua valigia sacchetti di zucchero, di pasta, di cioccolato e altre cose. Tacque fin che poté ma un giorno esplose una litigata tanto forte che mio padre, rientrato mentre litigavano per farle azzittire pensò bene di sparare un colpo in aria con la pistola d ordinanza. Non so se prima o dopo ci fu un altro episodio ancora più grave: un giorno mia madre si vide arrivare a casa una guardia municipale che riaccompagnava Eufemia, colpevole di essere stata colta in flagrante mentre rubava un paio di calze in un negozio. La guardia disse che non procedeva all arresto perché conosceva mio padre che era in polizia, ma raccomandava di tenerla sotto controllo. 9

Mia madre non ci pensò due volte; riempì una valigia di poche cose necessarie e abbandonò mio padre e sua sorella. Partì per Fiume a casa di sua madre portandomi in grembo già avanti nella gravidanza. Quando mio padre si rese conto, si decise a rispedire sua sorella col primo treno ad Agrigento. La sorella di mia madre che abitava a Postumia da tempo poté finalmente darle una mano e si diede da fare per riunire la famiglia. Mio padre accorse a Fiume a riprendere la moglie ma si beccò una ramanzina con i fiocchi da mio nonno Vito e da allora le cose andarono meglio. Finalmente in giugno nacqui e l ostetrica del luogo che aiutò mia madre, vedendo che io tenevo la braccia in alto, disse a mia madre che sarei stato molto fortunato nella mia vita. Non so dire se ci azzeccò, ma da quelle parti le abitudini slave riguardano anche le predizioni che fanno le zingare, tipiche del luogo, zingare e previsioni. Era ormai ora di cambiare casa: fu il primo dei 24 traslochi che ho fatto nella mia vita; infatti io non ho radici, sono cittadino del mondo, del pianeta e di qualunque luogo mi dovesse accettare! L ultimo sarà il cielo di Perugia dove il fumo della cremazione (stavo per scrivere creazione, ma basta una emme per cambiare il destino di un uomo!) salirà verso il cielo, a perdersi nell infinito da dove forse sono venuto! Capitolo 5 Dopo aver abitato per un po a Postumia mio padre ottenne un trasferimento a Lubiana dove abitammo presso un anziano e gentile signore dallo stile austriaco, che chiamavamo Papa oce ; e questo fu il secondo trasloco, cioè la terza casa abitata da noi. Ma prima io ebbi due guai: una gastroenterite che mi sono poi trascinato come conseguenze per tutta la vita e una caduta dal tavolo in cucina a Postumia su dei vetri appoggiati all armadio. Non so quale angelo mi salvò la vista e all ospedale locale mi dovettero dare quattro punti dove inizia l attacco del naso all altezza degli occhi. Ma la storia stava maturando nuovi e gravi eventi che avrebbero coinvolto anche me e la mia famiglia. Non so se per motivi di lavoro o altro mio padre decise di tornare ad abitare a Milano intorno alla fine del 1940, primi del 1941, questa volta portandosi anche mia madre e me. 10

Così ci trasferimmo in via Beato Angelico ma, non so perché, in casa di una vecchia che puzzava di pipì lontano un miglio. Di lei ricordo solo la puzza e una frase che un giorno mi disse: Fin quando non riuscirai a pisciare a muro non sarai un uomo. Forse mio padre in quei mesi aveva avuto sentore che le cose stavano radicalmente cambiando in Europa; ecco perché decise di trasferirsi a Milano. Ma ci rimanemmo poco tempo: mia madre era nuovamente incinta e credo avesse bisogno e desiderio di avere aiuto da sua sorella a Fiume. E questo fu il quarto trasloco della mia vita. I miei genitori decisero di trasferirci ancora a Kosala, a casa di nonno Vito. Nel frattempo mia madre nel settembre del 42 a Kosala partorì mio fratello Gianfranco. Sto cercando di ricordare il pancione di mia madre ma non ho immagini in memoria. Invece ricordo come padre e madre mi fecero rimbalzare dall uno all altra quando chiesi loro cosa volesse dire incinta, anche se conoscevo bene il significato della parola. Eravamo tutti fuori nel vialetto che portava ala casa ad aspettare e, quando arrivò l ostetrica con la borsa dei ferri, mia zia mi disse sottovoce che mio fratello era dentro quella borsa. Io finsi di crederle e attesi. Purtroppo mia madre, tra il parto, la lontananza dal marito, le cognate che la ossessionavano con troppe pretese come se fosse ancora la ragazza che era costretta a lavare e stirare per i fratelli e relative consorti, non riusciva più a vivere a Kosala. Ricordo una domenica pomeriggio, d estate, nel silenzio e nel caldo, che uscivamo dalla casa attraversando il corridoio, mia madre con in braccio Gianfranco e in mano una valigia e io di fianco che mi chiedevo cosa stessimo facendo. Fu così che ci trovammo a vivere giù in città dalla zia Bice fino all agosto del 43. Era il mio quinto trasloco. Ricordo che andavamo ad Abbazia (oggi Opatia) a fare i bagni e nei miei ricordi non è mai scomparso il profumo delle alghe a riva tra gli scoglietti o quello della marmellata sul pane. Ancora ricordo la figlia minore di Bice, Mariolina che, addentando un pezzo di pane con la marmellata, non si era accorta della vespa che si era posata golosa sulla fetta di pane. E Mariolina subì una puntura dolorosissima sulla lingua che la afflisse per giorni e giorni. Era il periodo in cui i ferrovieri venivano a farsi fare il bucato da mia zia e si fermavano ad ascoltare la radio che trasmetteva i messaggi di radio Londra per i nostri partigiani. 11

Ricordo che avevamo le finestre oscurate anche di girono di carta blu scuro. Io allora non capivo niente ma ero impressionato dai racconti e dalle corse in rifugio. Purtroppo erano iniziati i bombardamenti e all urlo della sirena dovevamo uscire di casa e correre a rifugiarci, con le borse già pronte vicino all uscio, nel tunnel della ferrovia che allora attraversava il viale principale di Fiume. Era un immagine terribile che ancora ho negli occhi: lungo i binari, illuminati da una luce fioca che scendeva dal tetto del tunnel, erano allineati in silenzio e avvolti in un lenzuolo bianco, i matti del vicino manicomio. E noi dovevamo camminare tra loro e i binari per sistemarci più in giù tra altre persone normali. Lì si rimaneva fin che la sirena non urlava il cessato allarme. Mio fratello (aveva meno di un anno) subì tutte le conseguenze di una vita tesa e nervosa, aveva i vermi e mordeva tutti per una rabbia di dentro improvvisa che io non capii mai. Cercavo di giocare con le bambine sotto il portico e avevo la figlia maggiore di Bice, Jole (che è ancora viva ed abita oggi a Manzano) che mi faceva da balia e aiutava così mia madre. Ricordo il suff, una specie di piatto di semolino con il latte: l unico cibo che avevamo e che ovviamente consideravamo un miracolo averlo a disposizione. Ma gli eventi precipitarono: nell agosto del 43 un bombardamento micidiale distrusse quasi tutte le case di Milano e i miei genitori, uno indipendentemente dall altra partirono per Milano (mio padre da Postumia e mia madre da Fiume) per capire se era rimasto qualcosa della casa dove avevano lasciato le loro poche cose. La casa non era stata distrutta ma mio padre dovette minacciare il custode che si era impadronito di molti oggetti nostri, approfittando del fatto che aveva le chiavi di casa. Il bello è che i miei genitori, partiti da luoghi diversi si ritrovarono sotto casa a Milano quasi contemporaneamente. Si organizzarono e portarono via tutto quello che poterono. Mi raccontavano che a Treviso dovettero scendere perché il treno si era fermato in aperta campagna perché aerei militari si erano gettati a mitragliare tutto e tutti. I miei passarono la notte in una locanda vicina trovata per fortuna; nella stanza dove avrebbero voluto dormire, passarono tutta la notte a lavarsi la fuliggine dai loro corpi. Il giorno dopo il treno ripartì ma a questo punto mio padre costrinse mia madre a rifugiarsi ancora una 12

volta a Manzano con noi due figli. Ci sistemò presso una bella friulana, Gemma, di cui ricordo ancora le prosperose tette. Era il sesto trasloco della mia vita. Fu in quei giorni che dovetti assistere ad una cosa che non avrei mai immaginato. Avevo cinque anni ma le scene che vidi sono ancora vive nella mia memoria: Gemma allevava una preziosa oca (per quei tempi veramente preziosa) e la nutriva con un aggeggio come un frullino a mano con cui la ingozzava di semi di mais costringendola ad ingoiare. Ma un giorno giunse il momento di uccidere l oca perché non avevamo altro e Gemma tagliò la testa all oca e accadde la scena terribile di vedere l oca senza testa che correva per il cortile sbandando non a- vendo né la testa, né gli occhi e nemmeno il cervello. Scappai spaventato. In quei giorni si saliva nel solaio che aveva delle piccole finestrelle dalle quali osservavamo i bombardamenti nel vicino paese di Buttrio. Capitolo 6 E arriviamo all 8 settembre 1943! Mio padre era a Postumia, in divisa della polizia che allora era militarizzata. Alla radio sentì l annuncio dell armistizio a Cassibile (Siracusa) e si sarebbe trovato nei guai se non avesse preso una decisione rapida. In bicicletta, con due pistole e due macchine fotografiche si avviò a nord, dopo essersi tolta la divisa, col progetto di rientrare in Italia attraverso l Austria. Ma nella notte in un bosco scoprì di essere vicino ad un gruppo di titini (partigiani jugoslavi che furono poi autori di stragi di italiani e di morti nelle foibe), più pericolosi dei tedeschi che ormai erano diventati nostri nemici. Sparò un colpo di pistola in aria; i titini fuggirono da una parte e mio padre da un altra, così poté proseguire e dopo un lungo giro ci raggiunse a Manzano da dove partimmo per rientrare a Milano definitivamente. Era l autunno del 1943. E a Milano tornammo nella vecchia casa di via Beato Angelico: era il settimo trasloco della mia vita. Qui passammo alcuni mesi, con un muro aperto sulla strada sottostante che provocò a me bronchite ma a Gianfranco una seria broncopolmonite. Capitolo 7 E da questo momento incomincia la storia delle nostre peregrinazioni in diverse case di Milano: 13

Dopo via Beato Angelico, a fine 1943 in via Amedeo fino al 1946 (ottavo trasloco) In via Morgagni al 37 dal 1946 al 1948 (nono trasloco) In via Telesio dal 1948 al 1951 (decimo trasloco) E, finalmente, nell estate del 1951 una prima volta in un appartamento in affitto tutto per noi: in Largo Boccioni, oggi all inizio del Bronks, come viene chiamato il quartiere malfamato di Quarto Oggiaro (undicesimo trasloco). Nell estate del 2011 ho deciso di fare un viaggio a Milano (da molti anni ormai abito ad Assisi) per filmare e fotografare dall esterno le case in cui abbiamo abitato in coabitazione dal 1941 al 1951. Spiego: durante la guerra le case bombardate a Milano erano molte e c era bisogno di alloggi. Nacque il Commissariato alloggi che attribuiva a coloro che erano senza casa una coabitazione con altre famiglie in uno stesso appartamento se c erano locali sufficienti. Mio padre si diede da fare e la prima casa dopo via Beato Angelico fu in fondo a Via Amedeo (all Ortica, quella cantata molti anni dopo da Jannacci), l ultima casa della via che era separata dalla ferrovia che passava alla fine della via da un bel prato irrigato con lunghi canaletti sempre pieni d acqua. In fondo alla via c era un ponte che passava sotto la ferrovia e portava in una vasta area chiamata Smistamento dove giacevano su decine e decine di binari molti carri merce. Lì subimmo molte corse in rifugio (in realtà era la cantina) durante molti bombardamenti fino al 25 aprile 1945. Di giorno spesso mia madre con altre donne del quartiere si recava a Smistamento dove riempiva delle borse di fortuna di carbone coke con il quale ci si scaldava. Non capisco come mai mio padre non solo non ne sapesse niente ma nemmeno si preoccupava di sapere da dove arrivava quel carbone (forse faceva finta?). A volte le andava bene ma qualche volta, o era uno schiaffo del tedesco di guardia o era una sventagliata di mitra in mezzo alle rotaie dei vagoni e vicino alle gambe, doveva tornare a mani vuote. Una volta tornò a casa con la faccia gonfia e rossa per una sberla di un militare e non so quale scusa inventò per mio padre. E passiamo ad altro: Dalla finestra si vedeva il gasometro a meno di un chilometro al di là della ferrovia e in pieno giorno più volte un aereo, un cicognino degli inglesi arrivava a bombardarlo per farlo incendiare. Per fortuna non riuscirono a farlo esplodere, altrimenti avremmo fatto una brutta fine. In quei giorni però un bombardamento disgraziato fece una strage alla scuola elementare di Gorla dove morirono circa trecento bambini. 14