[Da Il Sacro Libro del profeta Mumulet]

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1 La rivelazione Zumutawe si presentò sotto false spoglie a Kabrud, cittadino della bella Asmara e uomo saggio e onesto. Di notte, nel sonno, Egli si presentò alla coscienza di Kabrud, e la Sua voce tuonò forte a dar evidenza della Sua natura divina. Parlò Egli all'uomo e disse: «Kabrud, figlio di Yakur e splendente cittadino della bella Asmara, ti ordino di abbandonare ogni cosa a cui il tuo spirito e il tuo corpo siano legati per dedicare ogni tua forza a me.» Esitò Kabrud, non riconoscendo nella figura alcun dio che fosse a lui noto, ed ebbe timore che l'essere soprannaturale che gli stava innanzi fosse con lui adirato. «Se offesa ti ho recato, divino, lo feci involontariamente. Le tue forme mi sono ignote, né mai alcun segno della tua presenza mi giunse prima. Ma se esiste modo di rimediare, ogni azione compirò in tuo nome, ogni capo delle mie mandrie sacrificherò a te, ogni mio avere offrirò.» Così parlò Kabrud, ma il Dio non tardò a replicare: «Non il sangue delle tue bestie, né gli ori che in immensa quantità possiedi, voglio. Io comando che tu abbandoni i tuoi poderi e le tue mandrie infinite e le tue ricchezze rilucenti. Io comando che tutto sia da te lasciato e che di tutto ti liberi e che i tuoi passi ti conducano a oriente, lontano dalla bella Asmara» disse, scomparendo com'era venuto e lasciando che Kabrud riposasse sino al mattino. Memore del segno, Kabrud abbandonò ogni cosa possedesse e ogni persona gli fosse nota, e la bella città di Asmara lasciò alle sue spalle, non portando altro che le sue più povere vesti con sé. Vagò nel deserto che a oriente si estendeva infinito. Camminò finché ne ebbe forza; fin quando la fame, la sete e il sole crudele non l'ebbero vinta sulla sua volontà. Allora cadde tra le sabbie e ivi restò finché non venne sera. E allora giunse il suo Dio a destarlo. 1

2 «Bevi, mio discepolo, e mangia; che in forze tu sia per i compiti che ti voglio assegnare» disse Zumutawe. E l'uomo rispose: «Non vedo acqua e non vedo cibo, che ogni cosa abbandonai fuorché le mie più povere vesti per seguire il tuo comandamento.» «Bevi la sabbia e mangia la sabbia, allora, che non lascerò morire di fame chi ha fede in me» disse il Dio. E Kabrud bevve la sabbia e la mangiò, e con essa placò la sua sete e con essa si satollò. Quando l'uomo ebbe bevuto e si fu saziato, Zumutawe lo appellò ancora: «Kabrud, figlio di Yakur e splendente cittadino della bella Asmara, questo è il mio comandamento: alza gli occhi al cielo e le stelle innumerevoli conta, e ad esse assegna nomi buoni e giusti» disse, e sparì com'era venuto, lasciando l'uomo nuovamente solo. Per tutta la notte Kabrud contò le stelle e diede loro i nomi che la loro disposizione gli suggeriva. Guardò il suo lavoro e lo giudicò buono. Guardò il sole nascere su di lui e si pose in attesa, sopportando la sete e la fame fino a sera. Solo allora il Dio tornò, e placò la sua sete e saziò la sua fame come il giorno addietro aveva fatto. «Fu dunque svolto il compito che ti assegnai?» chiese quando l'uomo ebbe soddisfatto i propri bisogni. E disse Kabrud: «Ho contato le stelle e a loro ho dato i nomi delle cose a me note, credendo di fare così cosa giusta.» Il Dio guardò allora all'operato dell'uomo e disse: «Hai contato le stelle e a loro hai assegnato i nomi che più credevi giusti, ma al sorpikus manca la testa e all'ordio qualcuno ha mozzato la coda.» Kabrud alzò il capo alle stelle e vide ciò che gli era stato rivelato. Là, dove tredici stelle gli avevano suggerito la figura del sorpikus, ora solo dodici brillavano, e là, ove l'ordio fiero si stagliava, la stella segnante la corta coda era sparita. E allora il Dio un nuovo comando a lui diede: «Kabrud, figlio di Yakur e 2

3 splendente cittadino della bella Asmara, questo è il mio comandamento: riconta le stelle innumerevoli e a loro assegna nomi buoni e giusti.» Così parlò Zumutawe. E l'uomo tutta la notte trascorse a ricontare le stelle, e tutto il nuovo giorno ad attendere il ritorno del suo Dio. E quando giunse, Egli placò la sua sete e saziò la sua fame come i giorni precedenti aveva fatto, e al suo operato guardò nuovamente. «Hai contato le stelle e a loro hai assegnato i nomi che più credevi giusti, ma quell'ikkiragu è senza becco» disse, e Kabrud constatò che le Sue parole corrispondevano al vero e nuovamente ricontò le stelle innumerevoli e a loro assegnò nomi buoni e giusti. Per dieci notti Kabrud contò le stelle, e dieci volte il Dio gli mostrò le pecche del suo operato. Ma l'undicesima notte Egli tornò e disse: «Hai contato le stelle innumerevoli e a loro hai assegnato i nomi che più credevi giusti, ma quel varakua è zoppo.» Kabrud alzò gli occhi al cielo e vide che delle nove stelle solo otto rimanevano. Allora chinò il capo e disse: «Riconterò le stelle innumerevoli e a loro darò nomi buoni e giusti.» Ma il Dio stese una mano verso il varakua del cielo e fece apparire una stella a far da zampa al celeste animale, e disse: «Hai contato le stelle innumerevoli e a loro hai assegnato nomi buoni e giusti. Ora è questo il mio comandamento: Kabrud, figlio di Yakur e splendente cittadino della bella Asmara, rivela qual è il giusto nome del tuo Dio.» E Kabrud rispose: «Zumutawe, il creatore di stelle.» [Da Il Sacro Libro del profeta Mumulet] 3

4 Le vicende di Tora Tora aveva compiuto la sua ennesima rivoluzione attorno alla luminosa Dasia, che tutto nutriva con il suo calore. La vegetazione fiorente delle terre di Okidna sfoggiava il suo manto estivo; i ricordi già lontani e ricoperti dalla primaverile ricrescita. Le tracce della guerra civile, che tanto a lungo e profondamente aveva scosso il grande regno, mutati in tenui aloni. La gente non rammentava più le sofferenze e le morti, o si rifiutava di farlo. La vita continua, del resto; ma a lui restava ben poco tempo. Forse era per questo che la coltre dei ricordi esitava sulle sue stanche membra. Era un giorno di festa, quello. Un triste giorno di festa. Kamaruro Yaski si trascinò lontano dal cimitero di famiglia con la solita aria cupa. Era troppo pieno quel cimitero. Troppi lo avevano preceduto sul sentiero che conduce alla morte. Voltò le spalle ai dolorosi ricordi, ai fiori posti sulle tombe dei suoi figli maggiori: Agamiki e Sakuro, le sue più grandi gioie. Voltò le spalle al fantasma della moglie che, per strano scherzo del destino, aveva dato e ricevuto amore. Raramente i reali si univano in matrimonio spinti da qualcosa di diverso dei meri interessi politici. Raramente i sovrani sopravvivevano alla propria consorte... ai propri figli. Non pensare a tali disgrazie era l'unico modo per non affogarci dentro. Tornare a casa, godersi ogni piacere fosse ancora in grado di strappare alla vita, questo doveva fare. Ma ben poco gli rimaneva: solo i resti della sua famiglia. Morude, lontano e irraggiungibile, seduto sul trono e oberato da impegni ben più importanti dei desideri di un vecchio. Kiami, a capo dei corpi diplomatici di Okidna e altrettanto distante, in giro per il mondo. Saperla viva era tutto ciò che di lei poteva apprendere... Be', gli rimaneva pur sempre la dolce Siaka... Era vecchio; era questa la cosa più triste. 4

5 Il popolo si destò dal lungo sonno che si era potuto concedere, scialando sulle strade con sorrisi liberi dai crucci dei giornalieri impegni. Loro, che da nulla erano impediti, giustamente festeggiavano, scherzavano e cantavano la loro gioia. Per tutta la mattina i mercati sarebbero stati pieni di voci, grida e risate. Nulla avrebbe intristito quel giorno fausto; nessun problema sarebbe stato importante, non prima della prossima alba. Dopo pranzo anche la piazza prospiciente la residenza reale avrebbe indossato il vestito buono. Le bande militari a susseguirsi all'ombra del palazzo di sua maestà e gli araldi ad annunciare il suo discorso. Parole tese a ricordare gli avvenimenti dell'anno precedente. Parole che già sentiva echeggiare nella sua mente, che gli laceravano il cuore. Ma Morude non aveva ragione alcuna per non festeggiare l'anniversario della sua vittoria. Anche se quel giorno coincideva con la morte di suo fratello Sakuro. L'ampiezza desolante della residenza Yaski lo avvolse col suo manto di ricchezza e solitudine. Le colonne a spirale intente a salire verso la volta a botte dal sapore arcaico. Gli arazzi generosi a guardarlo dalle pareti, sfoggiando i colori accesi che la luce intensa penetrante dalle ampie vetrate rinvigoriva. Si fermò ove la sala d'ingresso sostava ad ammirare le porte del salone centrale, allargandosi in stanza cilindrica tappezzata di scale. I gradini rossi abbarbicati ai muri perfettamente incurvati, che si arrampicavano fino agli accoglienti piani superiori. Un tempo quelle scale rimbombavano delle voci allegre di cinque bimbi e delle urla dei mentori. Ora l'osservavano in silenzio, sfidandolo ad affrontare la faticosa ascesa. In fondo non era così vecchio: in qualche modo ce l'avrebbe fatta a trascinarsi fin lassù. E poi aveva concesso un giorno di libertà a tutta la servitù. Nessuno sarebbe giunto in suo soccorso. Nessuno lo avrebbe costretto a guardare in faccia il carico di anni che lo tallonava in pesante strascico. «Padre!» Ecco la giovinezza che accorreva a rammentargli la sua età. 5

6 «Padre, non dovreste sforzarvi in questo modo.» Kamaruro non si oppose alle delicate mani di Siaka. Lasciò che si intrufolassero tra le sue braccia per sostenerlo. «Non sono poi così malridotto» protestò. «Lo so, padre, ma che necessità c'è di affaticarsi, se esiste il modo per evitarlo?» Il vecchio coprì la mano della ragazza con la sua, sentendo i sentimenti dell'adorata nipotina trasudare dalla candida pelle. «A volte penso di essere un peso eccessivo, per te.» «Padre, ma cosa dite?» «Non mentire, Siaka, non a me. So che hai aspirazioni da soddisfare, e sono certo che nulla sia al di fuori della tua portata. Ma la mia presenza ti trattiene qui.» «No, padre, vi sbagliate. Io non ho altro desiderio che starvi vicino. Voi mi avete salvata quando io non ero in grado di badare a me stessa. Ora posso ripagarvi in qualche modo, anche se mai estinguerò il mio debito.» La dolce Siaka. La sua figlia preferita, nei suoi pensieri, solo la nipote, in realtà. Aveva sempre ammirato il carattere docile di sua sorella Giada, ed era stato felice di vederla unita a quell'uomo valoroso che era stato Ikamer Dolmen. La morte in battaglia di quest'ultimo e la salute cagionevole della parente, però, avevano lasciato la piccola Siaka orfana. Era stato suo preciso dovere accoglierla in casa sua. Era stato un grande piacere vederla crescere, vederla sfoggiare i lati migliori dei caratteri dei suoi genitori. Ma adesso era lei a sentirsi obbligata nei suoi confronti. E sapeva che non era possibile farla desistere da tale intento. Si fermò, divincolandosi dal premuroso abbraccio della nipote. Lanciò uno sguardo ai corridoi che dalle scale si dipanavano verso le stanze private. «Siaka, oggi è giorno di festa. Non vuoi onorare tale decorrenza come più si conviene?» «Certe ricorrenze portano con sé spiacevoli ricordi, padre.» Il sovrano abdicatario annuì gravemente e si portò fino al sa 6

7 lottino privato, lasciandosi tallonare dalla bella nipote. Anche le sue premure avevano due facce opposte e contrastanti: lei era la sua unica consolazione, ma era anche vero che gli doleva vederla girovagare irrealizzata per quelle stanze. Chiuse gli occhi, cercando quella pace che non riusciva a trovare. Pensò ai suoi figli; ai loro caratteri così diversi eppure così ben abbinati. Agamiki era la responsabilità fatta persona. Duro quando serviva, amabile nelle restanti occasioni. Capace e intelligente, aveva sempre avuto una buona visione di ogni evento e doti di giudizio sopraffine. Kiami era la decisione, e certo non brillava per sensibilità. La sua lingua, però, sapeva celare bene le rudezze del suo spirito. Poi c'era Morude. Furbo, e scaltro a sufficienza da saper sfruttare ogni situazione a suo vantaggio. Insidioso come un serpente, l'attuale re di Okidna era forse, tra i suoi eredi, quello meno adatto a governare. Egli era l'egoismo, il rappresentante dei suoi interessi personali e di null'altro. Ma era anche suo figlio, e forse l'età adulta aveva smussato i riprovevoli spigoli del suo animo. E infine Sakuro, il suo preferito... Non riusciva a decifrare il carattere del suo secondogenito; gli sembrava di non averlo mai conosciuto. Era senza dubbio la mente, ma era troppo delicato per poter agire senza un degno braccio. Di solito erano Morude e Kiami a sfruttare i suoi piani, a convincerlo a collaborare alle loro losche attività. Ragazzate, naturalmente, innocenti disastri... Eppure Sakuro aveva ucciso Agamiki. Non aveva mai dato segno di bramare il potere né mai aveva sopportato la violenza. Quelle erano le specialità di Morude. A Sakuro piaceva la fine strategia, la battaglia mentale... Eppure per quattro anni aveva strenuamente combattuto per il trono. Era confuso da quel cambiamento. Era spiazzato dagli eventi che avevano distrutto la sua famiglia proprio quando aveva abbandonato il ruolo di re per godersi una pacifica vecchiaia. 7

8 «Pensate a Sakuro, padre?» Colto sul fatto! Fece un sorriso imbarazzato e accettò la tisana di sibuk che la nipote gli porgeva. «Sì, a volte mi tormento coi ricordi» disse, sorseggiando lentamente la bevanda appena tiepida, come si usava nei mesi 1 estivi. «Quello che non capisco è come sia potuto accadere. Nemmeno nei miei peggiori incubi avrei immaginato due dei miei figli intenti a contendersi il trono. O meglio, me lo sarei aspettato da parte di Morude, ma Sakuro... Lui non è mai stato un grande condottiero.» Siaka celò la sua espressione dietro la tazza, sorseggiandone poi il contenuto con estrema eleganza. «In fondo è sempre stato un ottimo stratega, e anche un ottimo capo, sebbene non gradisse il ruolo.» «Non è l'abilità dimostrata sul campo di battaglia a stupirmi, ma la violenza con cui ha agito e le motivazioni che l'hanno spinto. Sakuro era solito rifuggire il potere, sebbene fosse probabilmente il più adatto ad averlo.» «A volte la vita ci cambia più di quanto vorremmo, padre.» «Lo pensi davvero?» Siaka esitò, quasi stesse riflettendo sulla domanda dello zio e non sui suoi crucci. «Non c'è altra spiegazione» mentì infine. «Già. Vorrei sapere quale evento possa aver provocato un mutamento così drastico nel mio Sakuro» replicò il vecchio; la sua voce quasi un pianto. Siaka non poté far altro che stringersi nelle spalle e ritirarsi nelle sue stanze, lasciando lo zio a rincorrere i propri pensieri. Si abbandonò sul letto e lasciò che la sua mente si riempisse 1 Sul Tora dei secoli bui, l'anno era diviso in dieci cicli, o mesi toriani, della durata di trentatré giorni (a parte uno, il primo, che ne contava solamente trentadue). L'anno iniziava al perielio (il giorno dell'anno in cui il pianeta è più vicino al suo sole) e seguivano, dal primo al quinto, i cinque cicli precedenti all'afelio (il giorno dell'anno in cui il pianeta è più lontano dal suo sole). Quindi veniva il primo ciclo post afelio, e in successione i restanti quattro fino al quinto e ultimo. 8

9 dei ricordi, che sempre la seguivano come ombra malevola. Lei era solo una cugina orfana di padre e di madre. Kamaruro l'aveva sempre trattata con equità, ma non altrettanto avevano saputo fare i suoi figli. Non rammentava con piacere la sua infanzia: la mente le riportava alla memoria solo gli scherzi insensibili di Morude e Kiami, l'indifferenza di Agamiki... Ecco, c'era cascata di nuovo. Non poteva rimproverare Agamiki. Lui era lontano per la drastica differenza d'età; lui era quasi un uomo che lei era ancora una bambina... E poi c'erano stati anche dei momenti felici. Sakuro! Ogni gioia della sua vita era legata a quel nome. Lui era sempre stato dalla sua parte. Lui era stato il suo più caro amico d'infanzia; il segreto amore della sua adolescenza... Si morsicò il labbro inferiore, imbarazzata anche dinanzi alla sua coscienza. Era stato tanto segreto, quell'amore, che nemmeno Sakuro ne aveva avuto sentore. E adesso era troppo tardi. A suo zio aveva detto che erano stati il tempo e gli eventi a mutare il carattere di Sakuro, ma non poteva mentire a se stessa. L'ostilità che i suoi cugini le avevano dimostrato durante l'infanzia e la prima adolescenza l'avevano spinta verso il suo unico sostegno. Conosceva ogni suo singolo pensiero; lo conosceva meglio di se stessa. Ed era certa che il condottiero che si era strenuamente opposto a Morude per quattro, lunghi anni non poteva essere il suo Sakuro. 9

10 Evento secondo Gli occhi ambrati di Dasamine scrutarono il misterioso straniero, giudicandolo. Studiò le vesti abbondanti che ricadevano in mille panneggi, attorniando e celando il corpo che intuiva essere snello e slanciato. Era in ottima forma, e lo sguardo rivelava intelligenza. La larga tunica bianca era stretta in vita da una cintura in velluto nero, e neri erano i merletti addobbanti i polsini e i risvolti generosi. Era alto, superava la media dei rakuamiani di alcuni pollici. Ma era quel viso fiero e apparentemente a suo agio nelle vesti divine a sconcertare. La sua pelle era bianca quanto il latte e le sue iridi sembravano due pezzi di carbone. E nera era la folta chioma che scendeva in soffici volute fin sulle spalle. Era straordinario; non aveva mai visto un uomo di tali fattezze. Era naturale che apparisse tanto credibile: i rakuamiani raramente avevano capelli scuri, e mai corvini. Iridi color castano erano singolari, quelle nere le possedeva soltanto il Sommo. E nessuno aveva carnagione tanto pallida su Rakuama, nemmeno nelle province più settentrionali. Prolungò quel silenzio pesante, anche se si rendeva conto che era lui a soffrirlo maggiormente. Aveva bisogno di tempo, comunque, doveva riordinare i suoi pensieri, abituarsi a sostenere quello sguardo penetrante e quasi fastidioso. Esitava, e ciò era segno di debolezza; quella sicurezza che grondava dal nero di quegli occhi forse era arroganza. I modi con cui era giunto in quel luogo facevano propendere per quell'ipotesi, ma ora che lo poteva studiare da vicino si accorgeva di avere dato per scontate fin troppe cose. Le responsabilità che aveva sapevano atterrirlo; aveva la fede a sostenerlo, però. Il clero si attendeva una sola cosa da lui, ne era quasi certo, ma la sua correttezza trascendeva questi problemi politici. Certo era il giusto momento per la venuta del 10

11 Sommo Dio: mai la chiesa si era avvolta di tanta meschinità e nefandezza. Da tempo aveva perso fiducia nell'istituzione che rappresentava, ed era questa la fonte dei suoi timori e delle sue incertezze. Pensò a lui, alla sua venuta. Erano trascorsi solamente due giorni. Lui, ammantato dalle divine vesti, attorniato da luce ultraterrena e prorompente in voce e azioni era giunto. Era calato dal cielo come un dio, ma più simile a un ciarlatano in cerca delle sue vittime. La stella che aveva ingoiato brillava più del sole da poco tramontato; le sue parole capaci di annichilire ogni altro rumore e il suo aspetto sufficiente a convincere lo stolto popolo. Non c'era da stupirsi della reazione della gente, ma un dio non ha bisogno di entrate trionfali. Non poteva spiegare razionalmente i poteri che quell'uomo aveva dimostrato di possedere, né poteva dare delucidazioni sul suo singolare quanto appropriato aspetto. Eppure ciò non glielo faceva apparire più divino di uno dei sassi dell'acciottolato della piazza. No, quell'uomo poteva essere chiunque, qualunque cosa, ma del Sommo possedeva unicamente le sembianze. «Zumutawe, il creatore di stelle, è l'entità creatrice dell'universo. Egli è l'unità Primeva, il Perfetto Essere, il Sommo. Ogni cosa, ogni pianta, ogni animale e ogni uomo non sono che miseri frammenti della Sua essenza originaria. Voglio che ciò ti sia chiaro, straniero. Voglio che tu comprenda esattamente cosa significhi sostenere falsamente di essere la di Lui incarnazione.» «In me è il Suo spirito, e ciò mi rende partecipe della Sua conoscenza. La mia guisa mortale non deve trarre in inganno: in me risiede il seme dell'unità.» «Noi non pretendiamo che il nostro culto sia accettato da tutti, che infinite e misteriose sono le strade che portano all'unità, ma affermare falsamente di essere il Sommo Dio è eresia che non può essere tollerata!» «Mettere in dubbio le mie parole è parimenti grave, che io sono dio anche quando parlo attraverso fragili membra mortali.» 11

12 «Giusta osservazione. Ma è lecito dubitare di un uomo.» «Non spingere la tua lingua troppo innanzi, potresti ritrarla mozza!» «So fin dove mi è concesso giungere, perché conosco la natura dello spirito che mi sta innanzi.» «Molti tuoi simili non condividono le tue convinzioni.» «Sì, la tua spettacolare apparizione ha avuto il potere di rendere ciechi gli occhi degli stolti, ma non tutti gli animi sono così facili da manipolare.» «Nessuna prova è sufficiente a donare la fede all'incredulo.» Ancora una volta le parole del Sacro Libro. Di certo quell'uomo possedeva una buona conoscenza del culto di Zumutawe; di certo non era uno sciocco. Aveva ragione, in fin dei conti: lui non poteva spiegare razionalmente gli avvenimenti di quei giorni né la sua presenza su Rakuama. Aveva solo due possibilità: credere o non credere. La sua logica era costretta a scontrarsi con qualcosa che aveva l'aspetto del soprannaturale, se non l'essenza. «Perché mai il Sommo avrebbe scelto di incarnarsi? Esiste un motivo che richieda il verificarsi di un tale evento?» «La depravazione della chiesa che la mia fede professa non è forse avanzata a tal punto da avere sopraffatto i suoi originari intenti?» Dasamine annuì, poco convinto da quelle parole e ancora meno dalle sue stesse idee. Lo straniero non parlava a vuoto, sapeva dove colpire. Avrebbe desiderato un segno chiaro, una mancanza che lo aiutasse a prendere la decisione senza ledere il suo senso di giustizia. Il clero aveva affidato a lui l'esame contando sulla sua figura integerrima, sulla sua influenza sul popolo... sul suo profondo scetticismo. Sì, la chiesa era talmente corrotta che avrebbe rifiutato anche il vero Zumutawe. In quel momento un dio in terra era tremendamente scomodo, per il clero. Lo straniero era abile, ma forse poteva metterlo alle strette. Doveva smascherarlo, e conosceva un unico modo. Poteva rifiu 12

13 tarsi: il Sommo non deve dare prova di sé; ma sarebbe stato utile constatare come avrebbe reagito. In fondo non era richiesta tanto assurda. Forse offensiva, ma non assurda. «Se in te sono i poteri di Zumutawe, il creatore di stelle, dimostramelo» disse. Sakuro piantò il suo sguardo da fiera sul sacerdote, rovistando un attimo tra le sue conoscenze. Sfogliò le pagine del Sacro Libro, che la sua mente aveva memorizzato saldamente, e trovò facilmente ciò che cercava. Era giunta l'ora di sfruttare i lunghi mesi di studio sulla società e la religione di Rakuama. Nascose il sorriso che gli sorgeva spontaneo. Le parole che Adam gli aveva detto consegnandogli l'opera del profeta Mumulet a rimbombargli nella mente: Non è ammissibile che un dio scordi ciò che la sua voce ha ispirato. «Soddisferò la tua richiesta» disse, dopo aver dialogato silenziosamente col robot che lo guardiava da lontano. Poi si alzò e uscì dalla stanza. Il sacerdote gli fu subito dietro, ora più incuriosito che preoccupato, e un quartetto di soldati clericali non tardò a mettersi sulle loro tracce. Studiò la schiena dell'uomo che lo precedeva per i tentacolosi corridoi del palazzo clericale con la stessa sicurezza di chi vi abitava da anni. Era difficile ammettere di trovarsi a un passo da Dio, soprattutto per un sacerdote; soprattutto per un sacerdote schiacciato dalla consapevolezza dei suoi doveri. Lo aveva colto di sorpresa, ed era cosa rara. Si era aspettato un rifiuto che non c'era stato, e ciò poteva significare due cose: o aveva in serbo un trucco sensazionale, oppure era un pazzo convinto di essere per davvero il Sommo. Lo avrebbe scoperto tra breve, comunque. «Come andiamo, Adam?» pensò Sakuro. Il trasmettitore impiantato tra le sue sinapsi tradusse il pensiero in impulsi elettromagnetici e inviò il tutto attraverso l'etere e il vuoto spazio, giungendo fino alla Nova Spes e al robot intento a tramutare in realtà le richieste dell'uomo. 13

14 «Siamo pronti» fu la risposta. Sakuro annuì e si fermò, essendo ormai giunto al cortile interno del palazzo. Dasamine lo affiancò e alzò uno sguardo curioso. «Cosa aspettiamo?» chiese. «La notte.» «Il sole è già calato.» «Non avere fretta, uomo di chiesa. Dimostra che non sono solo parole quelle che un tempo ispirai al profeta Mumulet e che tu insegni al popolo. Eterni sono i tempi di Zumutawe, e dunque è grande l'uomo che sa attendere il giusto tempo di ogni evento. Piccolo è invece l'animo di chi pretende che tutto alla sua misura si adegui, ché non comprende di essere misero frammento dell'unità.» «Giuste parole.» «Non dovrai attendere a lungo, comunque.» Dasamine annuì e si pose in attesa. In silenzio, i due guardarono il cielo farsi buio, mentre il manto oscuro della notte fagocitava il rossore del crepuscolo. Farab, la stella più luminosa del cielo di Rakuama, si rese visibile, e lentamente le sue simili la imitarono. Sakuro, intanto, riceveva da Adam le informazioni che gli sarebbero state necessarie, e quando il firmamento si mostrò in tutto il suo splendore, alzò il braccio destro a indicare la costellazione del Kopur. «Guarda le stelle che la figura del mansueto kopur formano. Dimmi quante esse sono in numero» comandò. «Sono undici stelle. Due per la testa, quattro per le zampe, tre per il corpo e altre due per la coda.» Sakuro sorrise e ordinò ad Adam di dare inizio allo spettacolo. Spostò il braccio a indicare un punto relativamente privo di stelle, leggermente a destra della costellazione del Kopur. Dasamine seguì il movimento e spalancò gli occhi, nel notare la stella improvvisamente apparsa dove prima non c'era che il buio della notte. Fissò Sakuro colmo di uno stupore tanto intenso da mutarsi in terrore. Si rese vagamente conto che il suo corpo trema 14

15 va. Sconvolto da ciò che vedeva, il suo raziocinio affondò nel mare d'attonita paura che era la sua mente. «Dasamine, figlio di Ikamer, rivela qual è il giusto nome del tuo dio» comandò Sakuro. E Dasamine rispose: «Zumutawe, il creatore di stelle.» La stella appena nata si spense lentamente. Il sacerdote parve non accorgersene. Se ne rimase lì, fissando quella luce che la notte aveva ormai fagocitato. Poi si volse verso Sakuro e lo guardò a lungo, come a chiedergli spiegazioni. Il mormorio dei soldati, rimasti sotto i portici attornianti il giardino, a giungere fino a lui. «É sparita» diceva uno. «Forse non c'è mai stata» replicava un altro. «L'abbiamo vista tutti. Non possiamo essercela immaginata...» Dasamine scrollò il capo e si lasciò alle spalle giardino e miracoli vari. Non era certo di ciò che aveva visto; non era certo di nulla, in quel momento. Quella vocina, però, si era fatta più forte adesso. Accompagnò il suo strano ospite alle stanze che gli erano state riservate e lo lasciò alle attenzioni delle guardie. Non lo degnò di un saluto; se ne andò avvolto in un silenzio profondo quanto il suo turbamento. I piedi a portarlo a zonzo per i corridoi fino a farlo giungere dinanzi ai suoi alloggi. Varcò la soglia con gesti automatici e fissò istupidito i mobili semplici e solidi che le rendevano accoglienti, sentendo i moti della sua mente ritrascinarlo in luoghi lontani. Una stella brillava là, ove il rincorrersi dei suoi dubbi portava. Il letto lo accolse nel suo abbraccio, quando lui vi cadde sopra con gli occhi spalancati da qualcosa di prossimo al terrore. Il soffittò lo guardò curioso a chiedere lumi, ma lui non rispose. Non sapeva rispondere, né spiegare le sue sensazioni. L'essere giunto in guisa divina possedeva realmente dei poteri ultraterreni. Non era Zumutawe, di questo era certo, ma non tutti gli 15

16 dei conoscono la propria natura. Sentiva istintivamente il che di speciale che quel corpo umano racchiudeva. Gli faceva paura! E lo riempiva di gioia. Fermò i suoi pensieri, ma essi galoppavano incontrollabili. L'indomani avrebbe dovuto fare rapporto al consiglio dei primi sacerdoti e ancora non sapeva come agire. Conosceva le intenzioni dei suoi colleghi e superiori. Gli avevano affidato l'incombenza di quell'esame confidando sul suo scetticismo. Mokou, l'incredulo, così lo avevano soprannominato i confratelli del convento di Breis. Aveva sempre onorato quel nomignolo, ma adesso la situazione era diversa. Rimase a lungo a elaborare la tattica atta ad affrontare il consiglio, e il sonno giunse senza farsi notare. Si addormentò. Le vesti ancora indosso; la mente offuscata da preoccupazioni e un presentimento che stimolò Morfeo a colmare la sua notte con tetri presagi. Sogni malefici lo tallonarono fino all'alba, ingigantendo i pericoli che il suo raziocinio distingueva. Incubi lo aggredirono e agitarono il suo riposo, per poi sciogliersi nella luce del giorno e sparire senza lasciare traccia alcuna. Il sapore amaro che sentiva in bocca a rammentargli le sensazioni provate. L'acqua fredda con cui si sciacquò il viso e quella gelida in cui lo immerse per lavar via la sporcizia dei suoi crucci non si rivelarono adatte all'uopo. Uscì dalle sue stanze, ripulito ma ancora piegato sotto il carico delle sue preoccupazioni. Si sentiva vecchio e stanco, molto più di quanto fosse in realtà. E quello era solamente l'inizio. Si diresse al giardino del palazzo, lasciandosi avvolgere dalla sua pacata bellezza. Le fronde generose lo ritemprarono e, due ore più tardi, si sentì pronto ad affrontare il consiglio. Solo le borse sotto gli occhi erano rimaste a testimoniare la brutta nottata. E fu con sicurezza che superò l'uscio della vasta sala. I suoi pensieri intenti a navigare placidamente sul mare della sua mente, nonostante i rischi che la rotta intrapresa comporta 16

17 va. «Dasamine, siamo felici di vedere che sei sopravvissuto all'incontro col nostro dio!» Era Urmeni di Cator, naturalmente, e ovviamente era pesante il tono ironico con cui aveva pronunciato la parola dio. «Che tu possa giungere all'unità, Urmeni. E che voi tutti possiate, miei insigni fratelli.» I saluti di rito vennero ricambiati da tutti i presenti. La vasta sala era arricchita dai sessantasei alti sacerdoti del consiglio. I loro volti parevano severi, più che curiosi, quasi volessero comunicargli che non avrebbero ammesso errori. Sapeva cosa volevano udire, ma non era disposto ad accontentarli. Misurò i passi necessari a raggiungere il suo posto, prendendo tempo. Si accomodò con lentezza, mentre sbirciava gli sguardi che attendevano in silenzio. «Allora, a quali conclusioni sei giunto?» chiese la voce di Berion di Pluma, quando il collega fu al suo posto. Era la domanda. Era il quesito scritto negli occhi di tutti, ma non era la natura dello straniero giunto tre giorni addietro su Rakuama a preoccuparli. La risposta avrebbe rivelato la sua fedeltà al clero. Non era il miscredente che si spacciava per Zumutawe ad essere sotto esame, ma lui: Dasamine di Ikamer. La chiesa era affetta da un morbo che è destinato a intaccare ogni centro di potere. I sessantasei servitori del Sommo lì riuniti erano divisi da rancori e invidie, alla faccia del Culto dell'unità. Ma, nonostante ben conoscesse tutto ciò e ben sapesse i motivi per cui era stato lui il prescelto, non poteva esimersi. «Signori, vi prego, lasciate che l'onorato Dasamine di Ikamer respiri e riordini i suoi pensieri. Quando sarà pronto, sarà lui stesso a cominciare l'esposizione e allora, se vi parrà il caso, potrete formulare le vostre domande.» Dasamine ringraziò con lo sguardo e la parola Foran di Gladis, il Primo Sacerdote, e approfittò del tempo così concessogli. Lasciò che i minuti si trascinassero lenti e indagò nella sua me 17

18 moria per trarne sicurezza. Stava per scrivere da sé la propria condanna, ma forse c'era ancora qualcosa di buono nei cuori di quegli uomini. Narrò i fatti della sera precedente, arricchendoli di impressioni e riflessioni. Non rivelò il miracolo con cui lo straniero aveva fatto apparire una nuova stella, volendo tenere da parte la sua carta migliore. Per ora voleva solo giudicare le reazioni dei colleghi e poter distinguere gli alleati dai nemici. «Signori, a quanto pare Dasamine è rincitrullito!» esclamò Urmeni, schierandosi come previsto dall'altra parte della barricata. «Urmeni, calmati. Le parole del nostro fratello rivelano quanto sia rimasto impressionato dall'incontro con lo straniero. Egli non è incarnazione del Sommo, questo lo sappiamo tutti bene, ma probabilmente in lui c'è qualcosa di speciale.» Urmeni replicò con sguardo irrisorio e crudele. «Marbiat, non facciamoci impressionare dai trucchi che usa. Il Culto dell'unità accetta che un uomo professi una fede diversa da quella predicata dal Grande Profeta, ma farsi passare per il Sommo è offesa intollerabile!» disse; la faccia grassa e tonda resa paonazza della foga con cui aveva parlato. La stanza si animò di mille voci intente a dar ragione all'uno o all'altro, cedendo al caos. «Signori, vi prego!» tuonò allora il Primo Sacerdote. Il silenzio piombò su quegli uomini intenti a mutare la riunione in una disputa da locanda di quart'ordine. Foran era tipo calmo e posato, e probabilmente molti dei presenti lo udivano urlare per la prima volta. «Credo sia nostro dovere dare credito a Dasamine, che sempre è stato fedele servitore di Zumutawe» proseguì Foran, recuperando il tono basso e pacifico che più gli era congeniale. Gli occhi, però, non persero la luce dura che li animava. «Dasamine di Ikamer, hai affermato che lo straniero è il Sommo perché egli usa le parole del Sacro Libro nel suo dire. Hai definito la sua sicurezza segno di superiorità e non di arroganza. Hai rivelato 18

19 che il suo aspetto non è contraffatto, che la somiglianza con le rappresentazioni divine non è un trucco. Questo hai detto, e ne prendiamo atto. Ora, però, vorremmo sapere qual è l'evento che ti ha talmente impressionato da farti giungere alla conclusione che quell'uomo è incarnazione di Zumutawe.» «A te, che rappresenti l'unità su questa terra, non posso negare nulla, né è mia volontà celare oltre i miei ricordi al consiglio» replicò Dasamine. «La sua apparenza e il suo dire possono impressionare il popolo, ma un sacerdote del Sommo guarda oltre. Scettico a proposito della divina natura dello straniero, gli chiesi una prova che confermasse le sue parole. Naturalmente era mio intento studiare le sue reazioni. Nulla avrebbe rivelato una risposta negativa, che un dio non è chiamato a doversi sottoporre al giudizio degli uomini, ma il suo corpo avrebbe parlato per lui, sconfessandolo. «Egli, però, riuscì a sorprendermi. Accettò di buon grado la proposta e mi condusse al giardino del palazzo. Lì giunti, mi disse di attendere, e così io feci. Il sole era già tramontato, ma lui rimase fermo e in silenzio finché il firmamento non ebbe riempito il cielo. Poi indicò la volta celeste e diresse la mia attenzione sulla costellazione che ha le forme del Kopur. Là, tra le undici stelle che formano la figura del pacifico erbivoro, con un solo gesto accese un altro astro. Così egli rivelò ai miei occhi la sua vera natura, ché solamente il Sommo è capace di tali azioni» disse. Stavolta fu il silenzio ad accogliere le parole di Dasamine. Ora tutti lo guardavano attoniti, sinceramente impressionati. Aveva estratto l'asso dalla manica e, a quanto poteva constatare, gli altri stavano bluffando. Persino Urmeni non trovò parole per replicare. Forse era stato pessimista; forse aveva malgiudicato il clero e frainteso le sue intenzioni. I sacerdoti parevano smarriti e quasi inclini ad accettare l'idea di un dio in terra. Ma bastò incrociare lo sguardo di Foran perché le sue illusioni crollassero di schianto. 19

20 Quelle iridi dai riflessi verdi lo fissavano, chiedendogli cosa volesse ottenere. Il sorriso di sfida era aperta minaccia, e Dasamine sapeva di non potersi opporre al Primo Sacerdote. Foran di Gladis non era disposto a cambiare lo stato delle cose. Lui non avrebbe mai accettato la presenza di un dio sul suolo di Rakuama; e le straordinarie capacità dello straniero erano un motivo in più per sbatterlo in prigione. Quello sguardo lo fissava quasi divertito, gli chiedeva se davvero fosse quello il suo intento. Vuoi combattere questa battaglia anche sapendo che sarò io il tuo avversario? diceva. Fabio Pontelli 20

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