1. BUCANEVE (Genny Biagioni)

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1 1. BUCANEVE (Genny Biagioni) Le immagini scorrevano veloci e silenziose attraverso i vetri sporchi dell'autobus e Anastasia cercava di non lasciarsene sfuggire neppure una e tentava, come sempre, di dare una voce a quello che vedeva, tenendo una mano poggiata sul finestrino e ascoltando le vibrazioni. Era così che aveva conosciuto il suono scrosciante della pioggia e il rimbombo del tuono che seguiva, durante un temporale, il bagliore del lampo che illuminava il cielo. Ma anche il rumore del treno sulle rotaie, lo sbattere forte di una porta o il rintocco delle campane che, dalla finestra della casa dove era cresciuta, vedeva agitarsi a festa nelle mattine delle domeniche della sua infanzia... «Signorina? Mi scusi, è libero questo posto? Signorina...?». Fu solo il riflesso sul vetro che le rivelò che qualcuno si era avvicinato e attendeva una risposta alla domanda che lei non aveva potuto sentire. Si voltò e sorrise alla donna grassoccia e minuta, carica di valige e borsoni, che la scrutava con le sopracciglia aggrottate. «Chiedevo: posso sedermi o è occupato?» ripeté la signora, in un dialetto che rendeva difficile leggerle le labbra. Anastasia scommise che fosse meridionale, perché aveva imparato che la gente del sud parlava velocemente e si mangiava la fine delle parole, mentre quelli del nord tenevano le labbra sempre un po' chiuse e i romani, suoi concittadini, al contrario spalancavano la bocca, come se non riuscissero a contenere quelle parole che scalpitavano per librarsi nell aria. Per tutta risposta, la ragazza tolse lo zaino dal seggiolino e fece cenno alla donna di accomodarsi. «Grazie. Vengo da un paesino della Puglia e sono in visita a mia figlia che frequenta l università qui a Roma disse l altra, sedendosi. Anche lei è una studentessa?» aggiunse subito dopo, curiosa. Anastasia sapeva che, a quel punto, aveva tre scelte: fare finta di essere scema e continuare a fissarla con un sorriso inebetito stampato sul volto, voltarsi verso il finestrino, ignorandola e dando l idea di essere una maleducata di prim ordine, oppure troncare ogni tentativo di conversazione sul nascere, dicendole la verità. Decise, come sempre, per quest ultima opzione; e lo fece nel modo che, da molti anni, aveva scelto di utilizzare per comunicare con il mondo esterno. Estrasse dallo zaino il blocco e la penna, suoi inseparabili compagni di vita, e tracciò, in un elegante e svolazzante grafia, una frase che mostrò alla sua invadente vicina. «Non le rispondo per il semplice fatto che sono sordomuta lesse, a voce alta, la donna. E quando si rese conto del significato di quelle poche parole, spalancò la bocca e un espressione imbarazzata

2 le coprì di rossore il volto. Oh... mi scusi... mi dispiace... io non...» balbettò, distogliendo lo sguardo impacciata; quando poi tornò a posare gli occhi su di lei, la maschera che le mostrò rifletteva quel sentimento che, ogni volta, si dipingeva sul viso di chi non la conosceva e scopriva per caso la sua diversità: pietà, pena e dispiacere che una così bella ragazza potesse esser stata tanto sfortunata nella sua giovane vita. Anastasia sorrise con dolcezza e, per togliere la donna da ogni imbarazzo, si girò di nuovo verso il finestrino e riprese a fissare la strada. Era venuta alla luce prematura, ma niente lasciava presagire che quella gravidanza pressoché perfetta, avrebbe invece riservato ai suoi genitori un dramma che gli esami prenatali non avevano evidenziato e a cui loro non erano di certo preparati. Quando la loro bellissima bambina dai capelli biondo-rossi si era affacciata al mondo, lo aveva fatto in silenzio, senza quel pianto liberatorio che, invece, annuncia una nuova vita; e subito i dottori si erano resi conto che qualcosa non andava. La diagnosi era stata impietosa e irreversibile: la loro figlia era sordomuta e, per quanto tutti cercassero di confortarli dicendo che, con i tempi moderni, le scuole adatte e gli insegnanti competenti, Anastasia avrebbe vissuto un esistenza simile a quella degli altri suoi coetanei, la verità era che sarebbe stata per sempre diversa, svantaggiata e con una strada da percorrere perennemente in salita. Non ci misero molto a rendersi conto in quale misura: una delle prime notti, dopo la dimissione dall ospedale, i suoi genitori, distrutti dal dolore e dallo stress, si erano addormentati entrambi e nessuno dei due si accorse che la loro bambina piangeva nella culla; sua madre, svegliatasi di soprassalto all alba, la trovò paonazza per lo sforzo, mentre versava lacrime silenziose, affamata e con il pannolino da cambiare. Strinse fra le braccia quel batuffolo rosa e singhiozzò insieme a lei per delle ore, chiedendosi come avrebbe fatto a crescerla, se aveva fatto qualcosa di male in qualche precedente vita per meritarsi quella disgrazia e se, con suo marito, sarebbero stati in grado di portare a termine una missione che pareva impossibile. A distanza di ventidue anni, col senno di poi, avrebbe risposto di sì, si sarebbe detta che forse avrebbero potuto fare anche meglio ma che, certamente, avevano dato alla loro figlia la possibilità di un esistenza dignitosa, serena e colma di quell amore che, neppure per un attimo, si erano dimenticati di dimostrarle. Dopo quella notte, Anastasia dormì nel lettone, fin quando non fu abbastanza grande da essere capace di alzarsi da sola, con l unico suono dei suoi passetti sul pavimento che anticipava, nel silenzio della notte, il tocco delicato delle sue manine che carezzavano il volto assonnato dei suoi genitori. La prima parola che aveva imparato era stata mamma e la seconda papà; non ne conosceva la

3 musicalità e il suono, ma sapeva che le due sillabe che indicavano sua madre erano come due piccoli baci e quelle che identificavano suo padre assomigliavano a due sbuffi; lo sapeva perché aveva passato ore con le mani poggiate sulle loro labbra, mentre i suoi genitori ripetevano all infinito per lei quelle due bellissime parole. La sua era una famiglia benestante e, sin dai primi anni della sua infanzia, Anastasia era stata seguita da esperti del settore e, successivamente, aveva frequentato una scuola speciale dove le era stato insegnato il linguaggio dei segni e dove, con fatica, aveva anche imparato a far uscire dalla sua gola delle parole. Lei non conosceva le tonalità, il volume e l intensità della voce, ma si rendeva conto che i suoni che produceva non erano armoniosi e fluidi come quelli delle persone normali: le sue parole erano stridenti, pronunciate a scatti e, forse, troppo urlate. Lo capiva dalle espressioni concentrate di chi l ascoltava e lo sentiva dalle vibrazioni delle sue labbra contro la sua mano. Ma fin quando non ebbe compiuto gli undici anni non se ne curò più di tanto... Al momento di iscriversi alla scuola secondaria, Anastasia espresse il desiderio di frequentare un istituto pubblico e i suoi genitori, seppur con parecchie perplessità, l accontentarono. Le venne affiancata un insegnate di sostegno che traduceva, nel linguaggio dei segni, le lezioni che i professori di ogni materia tenevano nella sua classe, dimostrò una capacità di apprendimento certamente superiore alla norma e il suo rendimento era senza ombra di dubbio eccellente. I compagni adoravano quella timida e speciale ragazzina dai lunghi capelli ramati e si intenerivano quando si sforzava di parlare, per farsi capire anche da chi non conosceva il suo linguaggio mimato. Ma non tutti gli alunni avevano la stessa sensibilità. Anastasia venne presa di mira da un gruppo di ragazzi più grandi, ripetenti, che iniziarono a deriderla, ad insultarla e a sottoporla ad una serie infinita di umiliazioni quando la incontravano negli spazi comuni: le tiravano i capelli per farla voltare quando passava nei corridoi, le urlavano frasi oscene che lei non poteva sentire, ma che vedeva dipinte sulle facce cattive dei bulli che la circondavano, e scimmiottavano il suo strano modo di parlare. Un giorno si spinsero oltre: si appostarono in un angolo nascosto del cortile e quando la sua classe rientrò dalla palestra, dopo l ora di educazione fisica, la isolarono, senza che nessuno dei suoi compagni se ne accorgesse, e la spinsero contro il muro. «Vediamo come urli. Ci riesci, handicappata?» le alitò in faccia uno dei cinque, facendole venire un conato di vomito per il tanfo di birra e sigarette. «Non si dice handicappata, Paolo, ma diversamente abile...» lo corresse un altro, sghignazzando. «Facci vedere in cosa sei abile, allora...» quello che si chiamava Paolo la guardò con una pericolosa e minacciosa luce negli occhi. «Cosa vuoi che sappia fare? Non c è niente neppure da toccare, lì sotto... Sembra un acciuga!» la

4 schernì ancora un altro, con un occhiata di disprezzo al suo corpo esile e sempre acerbo. «Non importa, meglio di niente...» Paolo le strinse un piccolo seno fra le dita, con uno sguardo voglioso e famelico, e poi fece scattare una mano sul bottone dei jeans. Anastasia aveva paura, il terrore le toglieva lucidità e non riusciva a vedere altro che le bocche dei suoi aggressori che mimavano la parole mute della sua condanna, mentre il silenzio assordante che l accompagnava da sempre sembrava esploderle dentro. Forse, se si fosse sforzata, sarebbe anche riuscita ad urlare, ma la voce non voleva uscire... Tutti quegli anni di insegnamenti e sacrifici per niente! L unica volta in cui parlare sarebbe stato per lei vitale, non era in grado di farlo. Poi accadde tutto in una frazione di secondo, tanto da far dubitare ad Anastasia che fosse successo davvero: vide un pugno colpire Paolo sulla mascella e i suoi compagni arretrare di fronte ad una figura che le dava la schiena. «Pezzi di merda, vi ho insegnato questo? Vi risulta che molestare le ragazze sia nel nostro codice? La strada non ha bisogno di gente come voi...». «Mizio... noi... non...» balbettò uno del branco. «Non vi voglio neppure ascoltare. Andatevene!». I cinque ragazzi si guardarono confusi e intimoriti, poi, senza aggiungere altro, si defilarono, con Paolo che si teneva una mano sulla mascella dolorante. Anastasia osservò la scena incredula: non sapeva chi fosse il suo salvatore e non aveva idea di cosa avesse detto ai suoi aggressori per costringerli a lasciarla in pace; sapeva solo che il sollievo per averla scampata e il terrore provato quando credeva di essere spacciata le avevano reso le gambe molli. Si accucciò a terra, in preda a un tremore convulso. «Ehi... stai bene? il ragazzo s inginocchiò vicino a lei sollevandole il viso, in modo che potesse vedergli le labbra. Stai bene?» ripeté, scandendo per bene le parole. Anastasia assentì, guardandolo in volto. Lei lo conosceva! Era uno studente dell'istituto professionale che confinava con la sua scuola ed era un tipo poco raccomandabile, così si diceva, che si circondava di teppisti e prepotenti; si mormorava che suo padre, attualmente in carcere, fosse un esponente della malavita organizzata, anche se l accusa per cui c era finito riguardava reati contro il patrimonio e niente più. «Aspettami qua e non avere paura, non torneranno» le raccomandò, prima di voltarsi e dirigersi a passo svelto verso il cancello secondario. Ricomparve pochissimi minuti più tardi, durante i quali Anastasia si chiese se, invece, avrebbe fatto meglio a correre dai suoi insegnanti. In mano teneva un bicchiere termico e nell altra un quaderno a spirale; la guardò in un modo che

5 addolcì la sua espressione resa dura, oltre che per volontà, dalla lunga cicatrice che gli attraversava parte della guancia e che deturpava un volto che, altrimenti, sarebbe stato magnifico. «Bevila, è cioccolata calda» le disse, inginocchiandosi di nuovo alla sua altezza e porgendole il bicchiere che Anastasia accettò, dopo un attimo di incertezza. Non me l avrà mica drogata per finire il lavoro dei suoi compari...? pensò, sospettosa; ma poi si disse che, se avesse voluto farle del male, lo avrebbe già fatto, e bevve una sorsata, godendo del contatto del liquido dolce e bollente contro la sua gola. «A proposito, tutti mi chiamano Mizio» si presentò il ragazzo, parlando lentamente perché lei potesse capirlo. Anastasia si limitò a guardarlo, continuando a bere. «Mi dispiace per quello che è successo, ma puoi stare tranquilla che non ti infastidiranno più Mizio le porse il quaderno. Ora devo andare, ma prima vorrei farti un regalo» aggiunse. Lei corrugò le sopracciglia in modo interrogativo. «Per parlare, per comunicare... le disse. Anastasia si fece serio e lei si meravigliò che conoscesse il suo nome, il mondo là fuori è pieno di gente come Paolo: non dare a nessuno la possibilità di scoprire il punto dove farti del male». Poi se ne andò, lasciandola confusa e frastornata. Cosa voleva dire? Lei era sordomuta... era questo il suo punto debole e non poteva certo cancellarlo! Anastasia continuò a rimuginare sulla cosa, anche quando rientrò in classe e dovette inventarsi una scusa per giustificare il suo ritardo con gli insegnanti e i suoi compagni. Non raccontò mai a nessuno cosa era accaduto e non lo rivelò neppure ai suoi genitori: sarebbe stato un dolore troppo grande da sopportare ed un umiliazione troppo pesante da affrontare. E continuò a lambiccarsi il cervello sulle strane parole di Mizio. Le comprese appieno solo la sera, poco prima di addormentarsi, quando aprì il quaderno che le aveva regalato; sulla prima pagina c era scritta questa frase: Mi ricordi un bucaneve: sboccerai contro ogni avversità, mostrando al mondo solo la tua bellezza e nascondendo le difficoltà che hai dovuto scavalcare.... Si addormentò e sognò un fiore bianco in mezzo ad una distesa di candida neve. Quando si svegliò aveva le idee chiare e, nonostante la decisione che aveva preso rappresentasse una rivoluzione in quella vita a cui, con tanta forza, aveva cercato di dare un ordinaria routine, non vacillò neppure per un attimo. Si preparò per la scuola, prese il quaderno che le aveva regalato Mizio e, con una sorta di rispetto, scrisse la prima di un infinita serie di pagine che, da quel momento, l avrebbero accompagnata nel

6 suo cammino. Poi raggiunse i suoi genitori che l aspettavano per la colazione. «Buongiorno, tesoro». La salutarono con un bacio e lei, a differenza delle altre mattine, non rispose ma mostrò loro il quaderno che suo padre e sua madre si sporsero per leggere, con la fronte aggrottata ed un espressione confusa. Buongiorno a voi. Ho preso una decisione che spero rispetterete: da oggi non parlerò più e, per comunicare, mi servirò della scrittura. Per tutta la mia vita ho cercato di apparire come gli altri, imitando quello che la gente normale fa, ma la verità è che normale non lo sono: sono diversa. E quello che ho scelto è un diverso modo per dirlo al mondo. Vi ringrazio per tutto quello che avete fatto e per le possibilità che mi avete concesso, ma credo che sia arrivato il momento di camminare da sola. Entrambi lessero in silenzio, ognuno perso nelle proprie riflessioni, e Anastasia dette loro il tempo di metabolizzare la cosa. «Piccola, è successo qualcosa di brutto che ti ha fatto prendere questa decisione?» suo padre alzò gli occhi e la fissò, mentre un lampo di preoccupazione sostituiva la confusione dipinta sul suo volto. Anastasia riprese il quaderno e scrisse: Non è accaduto niente, non abbiate paura. Ora vado a scuola perché è tardi. Vi voglio bene e lo mostrò ai suoi genitori. Loro le sorrisero un po forzatamente e assentirono, continuando a guardarla mentre li salutava con la mano ed usciva di corsa da casa. Sapevano che la loro figlia aveva mentito ma, come era nella loro natura, rispettarono la sua volontà e non le chiesero mai niente, pregando che quello che era accaduto non fosse qualcosa di troppo grave, ma solo uno degli infiniti ostacoli che la vita le avrebbe messo di fronte e che (si auguravano) l avrebbero resa forte e determinata. Una volta a scuola, Anastasia comunicò la sua decisione ai compagni e agli insegnanti e, al momento dell intervallo, uscì e cercò con lo sguardo Mizio, in mezzo alle centinaia di studenti che affollavano il cortile posteriore del comprensorio. Quando riuscì ad individuarlo, gli fece un timido cenno. Lui disse qualcosa ai suoi amici e le si avvicinò. «Ciao, come stai?» la salutò, sorridendo, con le mani nelle tasche del giubbotto di pelle marrone. Lei si limitò ad assentire e gli mostrò il quaderno. Grazie mille per ieri. Ma ho una richiesta da farti: di a Paolo e ai suoi compari che non voglio più vederli infastidire nessuno degli studenti; non è mia intenzione intromettermi nelle vostre cose e nelle vostre regole, ma infierire senza motivo sui più deboli non è certamente il comportamento di un uomo con le palle. Se continueranno, denuncerò l accaduto, e non solo il mio....

7 «Non ci sarà bisogno, non succederà più» Mizio le rese il blocco. Anastasia, a quel punto, si guardò intorno, vagamente impacciata, poi si strinse nelle spalle e gli fece un cenno di saluto, prima di voltarsi e correre verso le sue amiche, che l aspettavano poco più in là. Mizio la seguì con lo sguardo fin quando non scomparve dietro la fiumana di studenti, e l ombra di un sorriso gli increspò le labbra. «Il bucaneve ha iniziato a sbocciare» mormorò fra sé. Quello fu l ultimo incontro ravvicinato che i due ragazzi ebbero; pochi mesi dopo Mizio abbandonò la scuola e solo un paio d anni più tardi Anastasia vide la sua fotografia sulla cronaca di un quotidiano: Giovane in fuga su uno scooter dopo una rapina si schianta contro un albero e muore sul colpo. Pianse fino a sfinirsi perché, anche se dentro di sé sapeva che la gente come Mizio, prima o poi, finiva male, era altrettanto consapevole che quel ragazzo le aveva cambiato la vita. Innumerevoli altre pagine avevano seguito quella sul bucaneve, nuovi blocchi avevano sostituito quell ormai logoro quaderno che le era stato donato, e lei era cresciuta insieme alle parole tracciate sui fogli, attingendo da quella forza alla quale un delinquente gentile le aveva insegnato ad aggrapparsi. Terminate le scuole medie, Anastasia aveva frequentato il liceo classico, poi si era iscritta alla facoltà di psicologia e, da studentessa modello quale era, aveva superato tutti gli esami della triennale nei tempi previsti, riempiendo di orgoglio i suoi genitori. Dopodiché, aveva scelto la specialistica: psicologia criminale; e lo aveva fatto dopo aver frequentato, attraverso un associazione di volontariato, una casa famiglia dove trovavano rifugio i minori tolti ai genitori e le donne che avevano subito minacce e percosse da parte di mariti e conviventi violenti. Guardando quelle anime martoriate che, stranamente, sceglievano di raccontare proprio a lei i loro drammi, attraverso parole e disegni tracciati nel più assoluto silenzio, Anastasia aveva sentito la necessità di comprendere quali fossero gli spettri della mente che spingevano un essere umano ad accanirsi in quel modo su un proprio simile, spesso legato a lui da un vincolo parentale e di sangue. Quando il segnale che indicava la sua fermata iniziò a lampeggiare, Anastasia si riscosse dal lungo viaggio che aveva compiuto nei suoi ricordi e, dopo aver fatto un cenno di saluto con la mano alla signora pugliese di fianco a lei, che le sorrise in risposta, si alzò e si piazzò di fronte alla porta, che si spalancò mentre l autobus si arrestava. Scese al volo ed assaporò il piacevole calore dei raggi di un luminoso sole primaverile che le carezzavano la pelle; poi raggiunse le strisce pedonali e attraversò la strada, facendo attenzione a

8 non finire travolta dal caotico traffico automobilistico della capitale. Quando varcò la soglia della Questura, l agente di guardia le fece un cenno dall angusta portineria con le vetrate antiproiettile e aprì l ingresso per farla entrare. «Buongiorno». «Ciao, splendore». Anastasia rispose con un sorriso radioso ai saluti che leggeva sulle labbra di coloro che incontrava nei corridoi e che, ormai, si erano abituati alla presenza di quella bellissima e giovane ragazza dai capelli ramati e gli occhi verdi. Aveva accettato, senza esitazione, l impiego part-time che, grazie alla sua condizione di iscritta nelle liste protette, le spettava; era solo un lavoro amministrativo nell archivio della Questura, ma che le permetteva di leggere i fascicoli sulle indagini e di essere a stretto contatto con l ambiente investigativo, vedendo applicate nella pratica le nozioni teoriche che studiava; forse non avrebbe mai esercitato la professione di criminologa, ma non era una preoccupazione che per il momento la toccava. Si sarebbe laureata e poi avrebbe visto quello che il futuro le avrebbe riservato. Un tocco leggero dietro la sua schiena, mentre raggiungeva l ufficio, la fece voltare. «Prendiamo un caffè, prima che ti immerga nelle scartoffie?» le domandò, scandendo lentamente le parole, l uomo che si trovò a fissare. Eccolo lì il secondo motivo per cui aveva accettato il lavoro, posticipando (con un bel po di sacrificio) lo studio alla sera e a parte della notte! Orlando Metelli, affascinante ispettore di polizia trentenne, era colui che, con la sua gentilezza, le aveva rapito il cuore. Anastasia aveva avuto altre brevi storie, ma niente che contasse veramente. Non era facile aprire e condividere il suo mondo silenzioso con un uomo, per cui aveva scelto di non spingersi mai oltre l affettuosa amicizia che aveva instaurato con un paio di suoi compagni di facoltà; ma con Orlando avrebbe rischiato volentieri, se solo avesse avuto il coraggio di farsi avanti. Era anche vero che l ispettore le dimostrava un certo interesse, ma lei aveva paura di scambiare la sua educata galanteria per qualcos altro di ben più importante, perciò, per non rovinare il bel rapporto che si era creato fra loro, aveva scelto di non dichiararsi e di accontentarsi della sua semplice vicinanza come amico e collega. Anastasia scrisse qualcosa sul quaderno che teneva sempre pronto, per avere la sua voce di carta costantemente a portata di mano, e si aprì in un sorriso, mentre lo mostrava al bell uomo dai capelli e gli occhi neri. Volentieri! Ma stavolta pago io!. «Sì, sì...» Orlando scosse la testa e la prese sottobraccio, preparandosi alla scarica elettrica che le

9 provocava anche solo un contatto fugace con quella meravigliosa creatura, entrata in punta di piedi nella sua vita e capace di scatenare una tempesta di emozioni a cui non era preparato. Mentre uscivano dall ingresso della Questura, Orlando si lasciò andare alle sue fantasie, domandandosi per l ennesima volta come sarebbe stato baciare le labbra rosse e carnose di Anastasia.

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