ANEXO Rascunhos de Fellini (Satyricon). 195 Cf: FELLINI, F. Federico Fellini: The Book of Dreams. New York: Rizzoli, 2008, p: 435 e 436.

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1 ANEXO Rascunhos de Fellini (Satyricon). 195 Cf: FELLINI, F. Federico Fellini: The Book of Dreams. New York: Rizzoli, 2008, p: 435 e 436.

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3 TRANSCRIPTION OF THE DREAMS 11/2/1969 At the movies (Barberini), Giulietta is on my lefty, Bernardino on my right, they re showing Satyricon; when we get to the sequence at the Villa of the suicides, the film jumps to the next reel (in the dream, the sequence with the minotaur). Somebody complains, I say in a loud voice that up in the projection room the ve forgotten a reel. A light turns on and they try to show the film in the right order. At that very moment Giulietta vomits. Bernardino says, We can go, the effects are identical and the audience s reactions are always the same. 11/5/1969 On my rigth, Bergman is watching Normicchia with a detached and slightly disapproving air. Her face is sweaty and leden with sensuality as if she had Just finished making love. 11/11/1969 ATTENTION (?) Na extremely abundant ejaculation, all foamy like soap suds, seething, I was immersed in this foamy, lukewarm sperm...did it happen with Norma? The some American producers arrived (Pea s partners?) to eat the leftover sperm from my ejaculation out of N. s pussy. They Sat down around N., who was lying down naked with her legs spread open wide, rivulets of my sperm between the lips of her vagina. There s talk of someone (na old man) Who hás extremely broad nipples. The man is ashamed and doesn t want to show them.

4 ANEXO 5 ROTEIRO DO FILME SATYRICON 196 LA SCENEGGIATURA IL LAMENTO DI ENCOLPIO Scena n. 1. Encolpio sullo sfondo di un muro. Giorno Sullo sfondo di un muro rossastro, un muro di cinta o forse la parete esterna di una casa, tutto fittamente graffito dai passanti, che vi hanno fatto disegni, scritto parole latine e greche incomprensibili, fin quasi a divenire una decorazione astratta di ghirigori bianchi, Encolpio, solo, in preda a una grande agitazione, ad un'angoscia che lo fa a volte singhiozzare, a volte accasciarsi in terra o agitare Ie braccia, parla non si sa a chi, forge soltanto al pubblico, in una serie di brevi periodi incalzanti, rotti: ENCOLPIO: La terra non è riuscita a inghiottirmi nella voragine! Non m'ha inghiottito il mare, pronto a prendersela anche con gli innocenti! Sono sfuggito alla giustizia. Sono scampato al circo. Mi sono perfino macchiato le mani di sangue; per ridurmi qui, senza un soldo, bandito dalla patria, abbandonato! E chi m'ha dannato a questa solitudine? Un giovane segnato da tutti i vizi: degno del bando, per sua stessa ammissione; Ascilto. Un giovane che si è reso libero con lo stupro: con lo stupro è diventato di buona famiglia: si è giocato ai dadi la sua gioventtú: si è dato in affitto come donna, anche quando lo avvicinavano come uomo... E che dire di Gitone? Quello, il giorno della toga virile, si è messo la stola femminile. Quello, già la madre l'aveva convinto a non essere uomo. Uno che ha fatto la puttana in una prigione: uno che tradisce il ricordo di una antica amicizia: che vergogna! Come una donna in calore vende tutto per il contralto di una notte. E adesso, abbracciati, giacciono insieme per notti intere... e certo ridono di me, che sana solo... Ma non finirà cosi! (piangendo) Vaga estate contaminata dall'inverno!... Ti amavo, Gitone: ti amo ancora... Non posso dividerti con altri, perché tu sei parte di me, sei me stesso, sei la mia anima, e l'anima mia ti appartiene. Sei il sole, sei il mare, sei gli Dei. Devo ritrovarti a ogni costa, o non sano piú uomo. It tronfio Ascilto è fuggito con la sua preda... Scena n. 2. Terme. Interno. Sera. 10. AIle terme, è l'ora di chiusura: un suono di campana sta rintoccando sotto Ie volte immense. 11. Ambienti vastissimi, cinti da mura potenti; una piscina è già stata svuotata, c'e solo un fondo d'acqua Cf: FELLINI, F. Fellini Satyricon. Bologna: Cappelli Editore, 1969, p (Roteiro Original de Federico Fellini)

5 ... da altre, invece, caldissime, si levano vapori. 13. Vapori escono anche da certe porticine aperte; salgono verso il soffitto, avvolgono i lenzuoli fittamente stesi su corde, ad asciugare. 15. Qualcuno si sta facendo massaggiare. Un vecchio dall'aria tramortita, sudato e pallido, si fa massaggiare da uno schiavetto dalla faccia di teppista. 16. Una matrona è ferma immobile nell'acqua d'una piscina deserta; grassissima, solenne, si guarda intorno con occhi severi Alcuni giovanotti erculei, forge massaggiatori che hanno finito di lavorare, giocano a palla; scagliandosi con violenza e rapidità un grosso pallone di cuoio, pesantissimo. 19. Da queste persone, sparse qua e là, si levano ogni tanto risate o frasi: fragi in un duro latino inafferrabile, una shana lingua che sembra tedesco, diversissima da quella che si studia a scuola. 20. Un cavaliere, seguito da un codazzo di servi, esce e saluta la gente che resta, con un gesto benedicente Altri escono portati via in lettiga Ormai Ie terme sana quasi deserte. Alcuni inservienti spazzano stancamente il pavimento terroso, coperto da una melma liquida. Risuona ancora, piú leggero di prima, qualche tocco di campana Le terme, a quel suano, sembrano una maestosa cattedrale. 24. Encolpio entra; si guarda intorno con aria furiosa, cercauda qualcuno e non bada al portinaio, vecchio e sdentato, che gli dice a bassa voce, con tono afiettuoso: PORTINAIO: Arrivi tardi, signore, le terme sono chiuse... Le inquadrature 24 e 25 sono state soppresse. 26. Encolpio avanza sotto Ie volte, e chiama ad alta voce:

6 ENCOLPIO: Ascilto! L'eco fa rimbombare il finale della paroia Encolpio cammina e chiama ancora: ENCOLPIO: Ascilto! Ma solo l'eco risponde. 28. Encolpio percorre dei corridoi, attraversa stanzoni e camerette, ogni tanto incontra qualcuno: una donna sovraccarica di panni da lavare, che regge a fatica un cumuio altissimo, un omone grasso che si sta facendo rivestire da alcune schiave, cosí come un bambino appena nato viene avvolto dai pannolini; vede altre piscine, stanze da bagno, ma non vede Ascilto benché continui a chiamarlo. 34. In una sala, sdraiato presso una piscina, è AsciIto. Sentendo Ia voce di Encolpio che lo chiama, solleva la testa Sorride e parla. Parla a qualcuno che non vediamo: o forse al pubblico. ParIa con voce forte e tranquilla; ghignante a volte; con innocente cinismo. ASCILTO: Encolpio mi cerca per vendicarsi. Gli ho portato via il fratellino, con un inganno ben macchinato. Si è meritato lo scherzo, lui (sorridendo quasi con simpatia) che è un assassino notturno, un ladro pronto a beccare tutto ciò che luccica, come un uccello da preda. Mentre dormiva stordito dal vino, gli ho tolto di sotto Gitone e con lui ho passato la piú dolce delle notti. L'amicizia regge finché fa comodo; cosí almeno la penso. Il fanciullo sulle prime voleva negarmi il fiore: forse aveva sonno: ma io ho alzato la spada, e l'ho minacciato dicendo: Se tu sei Lucrezia, hai trovato il tuo Tarquinio. Oggi un illustre attore m'ha offerto di comprarlo, per servirsene in una farsa: io, alla vista del denaro, ho ceduto il mio schiavo. Poi, mentre giravo per la città, un buon padre di famiglia mi ha avvicinato: mi ha condotto in questo luogo, e dentro una diquelle nicchie ha cominciato a insistere per violarrmi. Già mi aveva messo le mani addosso, ma io l'ho buttato nella piscina. Encolpio, livido di bile, si sta avvicinando: sarà bene difendersi o fuggire Ascilto si alza e va incontro ad Encolpio, con un sorriso un po' sfottente, lo saluta tranquillamente: ASCILTO: Mi hai chiamato? Eccomi. 44.

7 Encolpio lo guarda con serietà e rabbia. Resta un attimo fermo Poi lo aggredisce con un pugno sulla tempia. 46. Ascilto cambia faccia; diventa rosso di rabbia, cattivo, brutto; mugolando si scaglia su Encolpio e i due cominciano a picchiarsi come forsennati Si prendono a pugni, a calci, si mordono, si strappano i capelli; si rotolano per terra come cani, si sporcano tutti nella fanghiglia che copre il pavimento. 55. Tranquille, Ie poche persone rimaste, escono, con cenni di saluto a chi resta. 56. Encolpio e Ascilto si colpiscono senza pietà, furenti; uno perde sangue da un orecchio, l'altro dalla bocca. 57. Encolpio ha messo sotto Ascilto, e gli mugola sulla faccia: ENCOLPIO: Dov'è... Gitone, dov'è? 58. Ascilto scoppia in una risata dolorante e maligna: L'ho venduto... Certo... A Vernacchio l'attore... Venduto Ascilto continua a ridere, esausto, sofferente; Encolpio, su di lui, ansima, non ha piú la forza di alzarsi. 61. Una giovane donna, altissima, robusta, bianca come una statua, immobile, è ritta in piedi seminuda Due schiavi bassi come nani, Ie stanno intorno, e la ungono lentamente con degli oli profumati, proprio come se stessero pulendo una statua. Le inquadrature 6I e 62 sono state soppresse. ENCOLPIO RITROVA GITONE. CROLLO DELL' INSULA FELICLES Scena n. 3. Teatro. Interno. Notte. 63. L'interno di un teatro di legno, quasi una colossale baracca circolare. 64. SuI fonda, il palcoscenico, col frontone a triangolo adorno di maschere tragiche e comiche.

8 65. II teatro e illuminato da lanterne appese aile pareti. È affollato di persone, tutte in piedi: non ci sono panche II pubblico non dovrà dare un senso di compattezza, ma anzi di disunione: ognuno infatti si comporta in modo diverso dall'altro Alcuni chiacchierano e ridono fra loro, indifferenti allo spettacolo; altri fissano la scena accigliati, nello sforzo di seguire quel che succede, alcuni negri in particolare guardano sbalorditi senza capire nulla; qualcuno sta mangiando accoccolato per terra; uno ride violentemente, da solo; due amanti si accarezzano e baciano lascivamente; uno si è sdraiato per terra e dorme C'è un continuo, forte BRUSIO, rotto a tratti da risate acute e da grida stridenti di incoraggiamento: Vernacchio! Insomma, un clima un po' manicomiale. 75. SULLA SCENA, LA STESSA SLEGATEZZA E ARITMIA; AZIONI LENTE ALTERNATE AD ALTRE CONCITATE, FULMINEE II fondale e dipinto ad alberi. Sullo sfondo, una fila di attori schierati, tutti con maschere corniche sulla faccia; mascheroni grotteschi, abbastanza impressionanti, con nasi eretti come falli; occhi loschi, bocche con pochi denti aguzzi Davanti a questi attori secondari, si muove e recita Vernacchio, il protagonista. Vernacchio è un omaccione un po' molle, non piú giovane, con indosso una pelle di leone, annodata sul davanti per le zampe Non ha maschera, ma ha il volto truccato a imitazione parodistica d'una maschera tragica: ha le labbra dipinte all'ingiú, gli occhi ugualmente disegnati in un'espressione dolente, con lacrime finte sulle guance Le sue azioni sono una parodia della recitazione tragica: braccia levate al cielo, mani sugli occhi, atti di disperazione. Ma in realtà. quello che fa e orrendamente buffonesco.

9 80. Fa il gesto di acchiappare al volo una mosca. Effettivamente, ha in mano una mosca: fulmineamente allunga la lingua che è particolarmente lunga, come un camaleonte, e se la mangia Poi scoppia ridicolmente a piangere. 83. Gli passa davanti un suonatore che suona una specie di lungo flauto. Vemacchio afferra il flauto, e lo infila nel sedere del suonatore Poi spalanca la bocca in una specie di risata senza suono. 85. Alcuni del pubblico ridono, accanto ad altri che restano perfettamente seri. 86. Entra in palcoscenico una bella donna giovane, e Vernacchio le si butta in ginocchio davanti; le afferra un piede e comincia a baciarlo convulsamente. 87. La donna apre la bocca come per parlare, ma in realtà non parla: è doppiata da una donna anziana, violentemente truccata con mille colori, che parla lei al suo posto: ATTRICE ANZIANA: O Dei, aiutatemi! Ma tu sai bene che mio padre non vuole saperne in alcun caso! 89. Uno del pubblico indica col braccio teso la scena a un altro, che sta ridacchiando. 90. Vernacchio trotterella per la scena a quattro zampe; poi si dispone col sedere contro la bella donna, ed emette una rapida e quasi musicale serie di scorregge Dal pubblico non viene nessuna risata. 92. Un attore avanza sul davanti dell a ribalta e grida al pubblico: ATTORE: Plaudite! Plaudite! 93. Qualcuno del pubblico applaude, ubbidiente Ora Vernacchio è seduto su uno sgabello in mezzo alla scena; due attori gli sono ai fianchi e lo insultano, rapidamente, a turno: PRIMO ATTORE: Sei un ladro! VERNACCHIO: Lo ammetto. SECONDO ATTORE: Assassino! VERNACCHIO: Certamente.

10 PRIMO ATTORE: Stupratore! VERNACCHIO: Roha vecchia! SECONDO ATTORE: Ruffiano! VERNACCHIO: E con questo? PRIMO ATTORE: Poeta! 97. Vemacchio balza in piedi, ed urla: VERNACCHIO: Ah no... No! Questo no! No! 98. E si abbandona a una specie di crisi epilettica. Poi si rialza da terra e grida: VERNACCHIO: L'orina fresca! 99. Un attore entra e gli porge un vasa da notte colmo di liquido. Venacchio ne beve una gran sorsata, e poi va a sbruffarla in faccia all'attore che gli aveva detto: poeta Fra il pubblico una donna presa dall'entusiasmo grida istericamente: DONNA: Vernacchio! Ti amo! 102. Sul palcoscenico, c'è come una stasi, un momento di intervallo. Vernacchio si è seduto come un pugile dopo un round, e si asciuga il sudore... Le inquadrature dalla 83 alla 91 e dalla 93 alla 102 sono state soppresse Gli altri attori chiacchierano a bassa voce. Un inserviente porta in scena un grosso ceppo, come quelli usati per la decapitazione Il suonatore di flauto e un suonatore di cetra eseguono un discordante brano musicale Dietro le quinte, attori e inservienti afferrano un uomo incatenato, un poveraccio dall'aria depressa, e 10 trascinano velocemente in scena, come un condannato a morte. Intanto una voce di non si sa chi strilla: VOCE: Muzio Scevola! 107. Gli inservienti costringono il poveraccio a appoggiare il braccio sul ceppo, e intanto, sempre frettolosamente, alcuni uomini e donne danzano un piccolo ballo intorno a lui...

11 Lui li guarda con occhi tristi Vemacchio ha in mano un'accetta. Grida: VERNACCHIO: Cosí punisco il mio braccio che ha fallato! 111. E dà un colpo d'accetta sul braccio dell'uomo: la mano si stacca di netto e vola via Il pubblico, per la prima volta, ride tutto insieme, ed applaude L'uomo, svenuto, piú morto che vivo, viene trascinato via Gli mettono una manciata di ragnatele sul moncherino, e glielo fasciano con grosse bende. Qui è stato aggiunto un nuovo episodio: quello della celebrazione del genetliaco dell'imperatore da parte della compagnia di Vernacchio, con l'apparizione sulla scena di un attore che impersona Cesare. Introdotto da un gobbo grottescamente saltellante, che invita il pubblico ad applaudire, Cesare compie il «miracolo» di far rispuntare la mano all'amputato Venacchio ridacchia soddisfatto. Prende una cetra e recita con voce modulata: VERNACCHIO: Eros dalle molte lusinghe scese sulla terra E dall'alto, scendono alcune nuvole di legno, sulle quali è sdraiato Gitone, che ha in mano un arco, e la faretra sulla spalla Fra il pubblico si fa avanti Encolpio, che si avvicina al palcoscenico e dice: ENCOLPIO: Vernacchio! Devi restituirmi il ragazzo Vernacchio guarda curiosamente Encolpio, poi esclama con tono sfottente: VERNACCHIO: Un padrone! Oh! Abbiamo um padrone! Sei cavaliere? Senatore? Sali, bel giovane: Vernacchio ti ospita nella sua casa... Mentre Encolpio sale sul palcoscenico, Vernacchio indica i suoi attori: VERNACCHIO: Ecco i miei familiari, i miei schiavi... Attento al cane! 121. Un attore, con una maschera di cane, finge di avventarsi su Encolpio. 122.

12 Alcuni degli spettatori ridono fino alle lacrime Encolpio si avvicina a Gitone, gli toglie la parrucca, l'arco e le frecce Vernacchio prende una mano di Gitone, e lo mostra al pubblico: VERNACCHIO: È bello e carnoso. L'ho pagato trentacinque denari. Fa una smorfia grottesca, di complicità verso il pubblico, e grida: VERNACCHIO: Un maialino del suo peso costerebbe di piú! 125. Uno del pubblico ride convulsamente, acutamente Encolpio parla seriamente. ENCOLPIO: Vernacchio so che sei un attore famoso, e già vedendoti mi sono reso canto delle tue molte qualità. Ma il ragazzo mi appartiene: quel bastardo sozzo che te l'ha venduto non era autorizzato a questo mercato. Perciò, ti prego, non ricorrere al pretore; Gitone verrà via con me L'attore strilla con voce acuta: VERNACCHIO: Un padrone! Un padrone fra noi! E dà una spinta ad Encolpio, proprio mentre un gobbetto, con una maschera che ricorda quella di Pulcinella, gli si è messo dietro: Encolpio ruzzola per terra Gitone non può trattenersi dal ridere Fra il pubblico, un uomo grasso, serio, proclama ad alta voce, senza voler minimamente scherzare: UOMO: Per quaranta denari, il ragazzo lo scompro io! E contemporaneamente, accanto a lui, un suo schiavo solleva un piatto d'argento su cui c'è un mucchio ai monete Vernacchio stringe a sé Gitone, e lo accarezza: dice con tono scherzoso, ma che ha un fondo di verità: VERNACCHIO: Signore, questo Giovane è la mia sposa. Un cittadino libero venderebbe la sua sposa? Egli è saggio, ordinato, in casa mi fa trovare acceso il fuoco: io I'ho addestrato alla grande arte della scena, e vedrai come farà bene Ie parti di donna; Elena di Menelao, e la fida Penelope, e Cornelia: insomma, un tesoro cosí non ha prezzo Uno del pubblico, impazzito di gioia a questo discorso, batte Ie mani come una scimmia, saltella, e lancia brevi grida roche di appravazione Encolpio tende Ie braccia a Gitone, che viene a stringersi contro il suo petto; mentre gli

13 accarezza la testa Encolpio dice a bassa voce a Vernacchio: ENCOLPIO: Ti renderò il tuo denaro: non pretendere troppo. Gitone mi appartiene Encolpio fa per andarsene insieme a Gitone, ma tutti gli attori faunno un passo avanti, stringendolo come d'assedio E tutti, ad uno ad uno, si tolgono Ie maschere, mostrando volti duri, accigliati, minacciosi, a contrasto coi mascheroni grotteschi che portavano Encolpio estrae la spada, e fa per avventarsi contro Vernacchio Ma a questo punto, come se il provocatore del duello fosse l'attore e non Encolpio, si fa avanti fra il pubblico un tipo autoritario, con la barbetta; un magistrato o un ufficiale, che aggredisce violentemente Vernacchio con voce tagliente: MAGISTRATO: Vernacchio, la tua condotta è ormai insopportabile. Già per quel motto contra Cesare ti privammo delle panche. Ora continui a fomentare discordie? Guai a te! Lascia che il giovane si riprenda lo schiavetto, o domani farò bruciare questo teatro! Mi hai capito? La tua tracotanza ci ha stancato! 138. A questo discorso, Vernacchio crolla; casca in ginocchio, come un povero vecchio sconfitto; sulle lacrime finte del volto, si versano vere lacrime. Protende Ie braccia verso il magistrato, come un accattone: VERNACCHIO (balbettando): Pietà... Non volermi rovinare del tutto, signore... te ne prego... Vernacchio è mite, ubbidiente... Cesare lo sa Il magistrato sorride maligno; vincitore Il pubblico commenta animatamente; qualcuno scaglia invettive contro Vernacchio e qualcuno applaude Encolpio e Gitone sono scomparsi. Scena n. 4. Quartiere della suburra. Esterno. Notte Encolpio e Gitone corrono allegramente per Ie strade della Suburra; si inseguono, si raggiungono, si abbracciano;...

14 riprendono la corsa Sono strade strette, buie, illuminate soltanto dalle luci che escono dalle porte o dalle finestre. Straducole quasi africane, con marciapiedi altissimi, fatti apposta per far scolare la pioggia lungo Ie strade; animate da una folia irriconoscibile per il buio: frotte di ombre che camminano accalcandosi, in un ininteirotto chiacchierare in lingue e dialetti diversi Carri carichi di materiale percorrono lenti Ie straducole. Un carro è carico di sabbia, un altro di botti che lasciano una scia d'acqua un carro trasporta una testa colossale di statua, la testa di un imperatore in marmo, che urta contra gli spigoli delle case e Ii scheggia. ENCOLPIO: Ora sei qui, con me, fratellino. Non fare soffrire ancora it tuo Encolpio. Ti ho cercato tanto, mi sono umiliato, ho lottato. Come hai potuto accettare la spavalderia di Ascilto? Come la schiavilú in un'accozzaglia di istrioni? Eppure io esisto, ti amo: non puoi dimenticare, Gitone, non puoi sapere che per me tu sei Encolpio e Gitone si abbracciano con passione tenera, adolescenziale; Gitone ha Ie lacrime agii occhi; si baciano con la purezza e l'amore di due giovani innamorati Nella Suburra, vecchie vendono erbe, altre adescano gli uomini che passano per portarli nei lupanari Gruppi di pederasti vestiti da donna e imbellettati passano chiacchierando allegri, sicuri di sé, senza complessi Encolpio e Gitone, che hanno ripreso la loro felice, rápida camminata, notano una casa dentro cui c'è un uomo morto, circondato dai parenti che piangono e si battono il petto...

15 una famigliola che cena serenamente, al lume di alcune candele una casa dentro cui alcuni uomini e donne stanno litiganao; gii uomini hanno Ie spade in mano, Ie donne si gettano avanti per dividerli come nelle tragedie greche Ie case delle prostitute: donne imbellettate, con parrucche altissime, i seni nudi coperti di porporina fosforescente, siedono fuori delle porte, e sulle porte c'è scritto il prezzo: CLELIA XII; GAIA VIII; ELEPHANTIS XIV Ie locande, Ie osterie dentro cui si intravedono uomini avvinazzati che s'aggirano lenti manifesti sui muri: pubblicità per senatori o per gladiatori o per attori, scritte in caratteri stretti, alti, aguzzi matrone in lettiga, dall'aria sensuale e severa, che si guardano intorno con occhi avidi gente di tutte Ie razze e vestita nei modi piú disparati, che circola guardando qua e là incuriosita, e che entra nelie bettole e nei Iupanari... Soppresse le inquadrature I42-I50 e I55-I66, la descrizione dei quartiere della Suburra è stata sensibilmente modificata una vecchietta seduta contro un muro, che vende lupini e vino, e che sorride con Ia bocca cavernosa. Encolpio scherzosamente interpelia Ia vecchia: ENCOLPIO: Nonnetta, sai dove abitiamo? La vecchietta si alza e indica un portoncino lí accanto, sui quale c'è come insegna un grosso falio di pietra: VECCHIETTA: Come no?... Abiti qui, amore mio EncoIpio e Gitone scoppiano a ridere; ma in quel momento si accorgono che il magistrato che li ha salvati a teatro li ha seguiti, in lettiga, e gli fa cenno perché si avvicinino: sorride ambiguamente Encolpio e Gitone, per sfuggire a questo pericoio, entrano di corsa nel Iupanare. Scena n. 5. Quartiere della suburra. Lupanare. Interno. Notte EncoIpio e Gitone, di corsa, e coprendosi Ia faccia con il mantelio per la vergogna,

16 attraversano il Iupanare e escono dalia porta opposta II Iupanare è un vasto stanzone, a piú livelli, con baliatoi, corridoi, porte chiuse da tende, che presenta un aspetto piuttosto squallido e come disabitato Notiamo un gruppetto di soldati, che si sana disfatti delle corazze e degli elmi, e, nudi come alia visita di leva, si accalcano presso una porta, scherzando e ridendo fra loro Una vecchia ruffiana con un grosso cane lupo al guinzaglio entra dentro una stanza Una negra alta, bellissima, triste, coperta di catene, sta ritta in piedi, mentre un uomo è chino ai suoi piedi, e mormora: UOMO: Sono il tuo schiavo... Io sono il tuo schiavo La padrona del lupanare, bella donna matura, affre una coppa di vino a Encolpio, che la sfugge, dicendo: PADRONA: Fermati, bello... Dove vai? 177. Encolpio e Gitone, ridendo, proseguono la loro corsa, ed escono da un'altra porta. Questa parte è stata ampliata con l'introduzione di varie scene: una coppia di sposi che attende il responso del sacrificio di un capretto a Venere Callipigia, dinanzi alla statuetta della dea nell'atrio del lupanare; Encolpio e Gitone che vengono chiamati dall'alto della gradinata dell'anfiteatro da un vecchio lenone, ecc. Scena n. 6. Insula felicles. Esterno. Notte Encolpio e Gitone camminano per la strada che costeggia l'insula felicles, dirigendosi verso l'ampio portone È un palazzo altissimo, quadrato, tozzo, un po' sbilenco; con moite finestrine quadrate tutte uguali. Nei piani inferiori, invece di finestre vi sono porte, Ie quali danno su Iunghissimi balconi di legno che corrono Iungo tutta Ia facciata E qua e là, come fungosità, sporgono casotti di legno, attaccati irregolarmente alia facciata: sembrano insetti aggrappati ad una carogna Da alcune finestre escono alcune volute di fumo nero, segno che nell'interno hanno acceso il fuoco In basso, c'è una fitta serie di botteghe e bottegucce di mercanti e di artigiani; botteghe si

17 aprono anche dentro la casa, nel corlile e sotto la volta stessa del portone Sia per strada che alle finestre, c'è un continuo andirivieni di persone, sempre in movimento come formiche: un'umanità miserabile, stracciona, da ghetto. Scena n. 7. Insula felicles. Interno. Notte Encolpio e Gitone salgono Ie scale nell'interno dell'insula Nel mezzo del cortile c'è l'impluvium, ossia una larga e bassa vasca dove si raccoglie l'acqua piovana In quest'acqua sporca alcune donne lavano i panni, alcuni bambini sguazzano; c'è perfino un cavallo Le rampe sono senza ringhiera, a scalini ripidi, taluni di mattoni, altri di legno. Alcuni scalini mancano, o sono spaccati In mezzo, si apre un vuoto enorme, una gigantesca tromba delle scale quadrata, che si perde in alto, nel buio, dove si intravedono svolazzare dei pipistrelli L'andirivieni del formicaio prosegue anche per Ie scale e sui pianerottoli Attraverso Ie porte aperte degli apparlamentini si scorgono ambienti nudi, angusti, scrostati; qui si vede una panca, là un letto; sacchi di cereali, cataste di legna, una capra, alcuni maiali La gente cucina sui braciere acceso in mezzo alia stanza; oppure dorme; in una casa c'è un principio d'incendio, subito domato Due sposi rissano con violenza furibonda: lui ha un coltello in mano e tenta di sgozzaria...

18 In un angola d'un pianerottolo un uomo si sta vuotando il ventre Qualcuno, esausto, si è seduto sugli scalini: non gliela fa piú a salire Un vecchio, seduto per Ie scale, sta scrivendo tranquillamente II vocio è assordante: vi si aggiunge l'abbaiare dei cani, lo squittio dei maiali. Ma un uomo, seduto su un gradino, canta una canzone dolcissima accompagnandosi con la cetra Encolpio e Gitone salgono abbracciati quella mostruosa torre di Babele. Scena n. 8. Insula felicles. Appartamento di Encolpio. Interno. Notte L'appartamentino dove entrano Encolpio e Gitone è misero come gli altri, c'è solo una tavola e un piccolo letto Subito, appena entrati, Encolpio abbraccia Gitone, lo stringe, finiscono sui letto Mentre si baciano e si amano, la voce di Encolpio dice FUORI CAMPO: ENCOLPIO (F.C.): Dèi e Dee, quaie notte fu quella! Che morbido letto! Abbracciati ardevamo, ci trasferivamo l'anima attraverso Ie labbra... Addio, cure mortali... Io credevo di morire... L'amplesso e interrotto dail'ingresso di Ascilto Il quale resta un momento fermo a guardare, poi scoppia in una gran risata, battendo fragorosamente Ie mani. E grida: ASCILTO: Ma che fai, fratello venerando? Bene! In due sotto la stessa tenda! 206. Ascilto ride ancora, di gusto; poi sfila una cinghia da una bisaccia che c'è nella stanza, e si mette per gioco a frustare Encolpio, mentre Gitone ride anche lui Ma Encolpio gli toglie la cinghia, e comincia a parlargli in tone serio e pacato. ENCOLPIO: Ascilto, capisco che fra noi non è possibile andare d'accordo. Dividiamo quel che abbiamo in comune, e cerchiamo di diventare meno poveri ognuno per suo conto. Tu sei uomo di lettere: anch'io. Ma tu oggi sei scappato dal colloquio col maestro. ASCILTO (rabbiosamente): Che dovevo fare, stupido, se morivo di fame? ENCOLPIO: Poiché non voglio ostacolarti, mi offrirò per qualche altro lavoro. ASCILTO: Va bene. Dividiamo Le mani di Encolpio e Ascilto afferrano rapidamente, a turno, una serie di oggetti...

19 Una spada, un pugnale, delle scarpe di tipo militare, una bisaccia, uno zaino, un mantello, un piccolo idolo portafortuna, un'anfora, un vaso, degli anelli, dei bracciali, un pettinino di bronzo. Poi Ascilto scoppia in una risata, ed esclama: ASCILTO: E adesso dividiamo il bambino! ENCOLPIO: Non scherzare! ASCILTO: Lascia the decida lui! 214. Gitone si precipita fra Ie braccia di Ascilto: GITONE: Con te! 215. Encolpio resta di pietra, pallido, stravolto Ascilto e Gitone escono rapidamente, quasi fuggendo Encolpio, rimasto solo, non perde tempo a riflettere; emettendo dei rabbiosi lamenti, dei singhiozzi, drizza il letto contro la parete, vi si arrampica sopra e getta una corda attorno a un trave, per impiccarsi. Ma in quel momento si sente un cupo rimbombo; un vasto e leggero tremito fa vibrare la casa. Contemporaneamente, si sentono Ie mille voci degli abitanti dell'insula, che tutte insieme gridano, producendo un suano quasi uniforme, come un ronzio di api impazzite Encolpio corre fuori dall'appartamentino. Scena n. 9. Insula felicles. Interno. Notte I. Encolpio si getta giú per Ie scale, aprendosi il varco a gomitate e calci in mezzo agli abitanti del palazzo, che anche loro vogliono precipitarsi fuori È una visione da inferno: una serie di facce tutte stravolte e fisse in un'espressione di terrore estremo. La polifonia di urla ha raggiunto un tono acutissimo Crolla una rampa di scale E piovono dall'alto calcinacci, pietre, polvere...

20 Si sentono strazianti crepitii, fragori secchi di squarci, tonfi cupissimi di cose pesanti cascate Ogni abitante in fuga sarà inquadrato in un determinato atteggiamento: mentre sorregge una trave che gli è caduta addosso, o mentre cade in terra, o mentre si apre un varco con un piccone, già come immobilizzato, in modo da ricordare i calchi dei morti sotto Ie rovine di Pompei. LA CENA DI TRIMALCIONE Scena n. 10. Insula felides. Esterno. Notte La casa sta crollando. Sepra il portone, verso l'alto, si disegna di colpo una grande crepa a zig-zag, guizzante come un fulmine Encolpio fugge sotto una pioggia di pietre e calcinacci; dietro di lui, il fragore del crollo definitive La casa è crollata, si è accasciata in un colossale mucchio essenzialmente di polvere, come una casa di sabbia. Scena n. 11. Pinacoteca. Interno. Giorno Una pinacoteca, ampia e chiara, luminosa, di linea classica come un tempio greco Alle pareti, ma piuttosto distanti l'uno dall 'altro, sana molti quadri, poggiati su una stretta mensola che carre lunge Ie pareti sono dipinti su lastre di terracotta o di legno o di metallo. Capolavori greci o romani, già in parte scrostati, qualcuno quasi irriconoscibile. Raffigurano scene mitologiche, soprattutto amorose; oppure sono ritratti di uomini e donne, tutti visti di faccia, seri o lievemente sorridenti Davanti a un quadro, c'è un restauratore che ha in mano un guscio d'uovo Del quale intinge

21 una bacchettina di legno, e la passa leggermente sul dipinto. Accanto al restauratore, c'è un ragazzetto che regge un cestellino con cinque o sei uova Encolpio passa davanti ai quadri, si sofferma con interesse e ammirazione. Guarda soprattutto i dipinti che raffigurano Ganimede, Narciso, Adone; gira interno a una statua di Amore e Psiche. Encolpio è commosso; parla ad alta voce, ogni tanto è strozzato dal pianto. ENCOLPIO: Ganimede: Narciso... Apollo trasformò in un fiore l'ombra del giovinetto... Tutti i miti ci parlano di amore, di unioni senza rivali... Ma io mi son preso in casa un ospite crudele! 240. Encolpio voltandosi si trova accanto un vecchio (Eumolpo), che lo guarda sorridendo. E gli parla: EUMOLPO: Io sono un poeta. Ma com'è, dirai, che sei vestito cosí male? Proprio per questo Aggiunge come a presentarsi: Mi chiamo Eumolpo. Indica con largo gesto Ie opere esposte: I capolavori esposti in questa pinacoteca denunziano il letargo attuale; una pittura cosí, nessuno la sa piú fare: Ie belle arti sono morte. E cosa ha provocato questa rovina? La brama del denaro! Encolpio ed Eumolpo camminano dinanzi ai quadri; anche un gruppo di contadini, con facce dure e sbalordite, guardano i quadri e porgono orecchio al discorso di Eumolpo. EUMOLPO: Nei tempi antichi si cercava la virtú pura e semplice... Fiorirono Ie arti liberali... Eudosso invecchiò sopra un monte per sorprendere i moti degli astri. Crisippo, per Ie sue scoperte, si purgò il cervello con l'ellèboro. Lisippo si concentrò nell studio di un unico modello; e morí di fame! 244. Eumolpo ride con una specie di scherno doloroso, e continua con voce piú bassa, quasi confidenziale: EUMOLPO: Ma noi, oggi, tra vino e puttane, neppure i capolavori che ci sono conosciamo piú. (Retoricamente): Dove sta la dialettica? Dove l'astronomia? Dov'è la nobile via della sapienza? 245. Eumolpo resta pensieroso, si ferma; Encolpio si ferma con lui, e guarda un quadro proprio davanti a loro: raffigura una scena mitologica, con giovinetti e giovinette che si abbracciano, danzano, si baciano Eumolpo riprende a parlare con una specie di gaiezza improvvisa: EUMOLPO: Non ti meravigliare se la pittura è finita, quando per tutti noi c'è piú bellezza in un mucchio d'oro che nelle opere di Apelle, di Fidia, quei grèculi teste matte... Scena n. 12.

22 Villa di Trimalcione. Viale. Esterno. Notte Un viale buio, di campagna, col selciato sconnesso e terroso, cosparso di sassi e di larghe pozzanghere. Ai lati, si intravedono alberi coi rami allargati come dita, e masse di siepi spinose C'è un'aria opprimente, caliginosa, come paludosa; il cielo è basso, pieno di stelle Due bracieri gettano bagliori rossi, guizzi di luce. Stanno presso i due pilastri di un cancello che si apre su un lata del viale, ma è un grande cancello eretto nel vuoto, non c'è nulla di fianco né si scorge niente davanti. I due bracieri vogliono indicare agli ospiti che Ií e l'ingresso per la villa di Trimalcione Encolpio ed Eumolpo si avvicinano al cancello. Encolpio guarda attentamente uno dei pilastri SuI pilastro, percorso dallo sguardo di Encolpio, c'è un bassorilievo corroso che raffigura uno schiavo che dà il benvenuto; c'è anche un'iscrizione vergata in caratteri maiuscoli spigolosi e rozzi, dove distinguiamo il nome TRIMALCHIO Eumolpo si avvicina a Encolpio, e indica oltre il cancello, un sentiero che si perde nella notte, dicendo gravemente: EUMOLPO: Gli nasce tutto in casa: lana, limoni, pepe. Se cerchi il latte di gallina lo trovi. E prima, che cosa era? Non avresti accettato un pezza di pane dalle sue mani Encolpio scoppia a ridere, come se l'altro avesse detto una battuta. Intanto i due camminano per il sentiero, verso la villa; ogni tanto incontrano un banco di nebbia. Cominciano a sentire in lontananza dei muggiti di buoi, provenienti dalle stalle presso la villa E scorgono laggiù delle luci. Anche lungo il sentiero, ogni tanto, ci sono dei bracieri accesi, sui quali volano grosse farfalle notturne Intorno a loro emergono ogni tanto dal buio figure e volti di persone che si avviano anch'esse al banchetto ,.. Un uomo frettoloso avvolto in una tunica rossa Una coppia di sposi che tengono per mano un ragazzino. Due schiavi che, a passi rapidi,

23 quasi correndo, portano una lettiga sulla quale c'è una matrona con una grossa faccia rotonda Man mano che questa folia disordinata di invitati si fa piú fitta, cresce il pesticciare del piedi, si sentono parole, discorsi, risate; si incrociano saluti All'improvviso, DAL BUIO QUASI TOTALE DI QUESTA SCENA, SI PASSA, PER UN BREVE ATTIMO, ALLA VISIONE DELLA PISCINA, illuminata da centinaia di candele nei candelabri di legno: la piscina della villa di Trimalcione, dove sguazzano alcuni invitati; è una brevissima immagine fuggevole, CHE S'INTERROMPE SUBITO, E SI TORNA AL BUIO E AL SENTIERO DI PRIMA Eumolpo ed Encolpio camminano tra gli altri ospiti che sono sempre piú numerosi; anche Ie lettighe sono parecchie: dentro si scorgono volti di aristocratici impassibili, o facce soddisfatte di serve ripulite, con altissime parrucche e trucco vistoso Eumolpo intanto parla ad Encolpio tenendogli la mano su una spalla: EUMOLPO: Crede di essere un poeta; ma nei suoi versi non troveresti una sola goccia di poesia. Ma intanto questo bastardo mi chiama collega, fratello: anima mia, mi dice. Alle sue cene ho sempre il posta migliore: bevo il suo vino, non quello degli invitati Eumolpo ha d'improvviso un sogghigno diabolico, faunesco; e bisbiglia a Encolpio: EUMOLPO: Ti rimpinzerai! I due sono sorpassati da una lettiga, nella quale s'intravede appena la faccia di un uomo che si sporge verso Eumolpo e grida: Uomo: Sei scampato alla tortura perché sei cittadino romano: ma non ti salverai dalle legnate dei miei schiavi! 265. Eumolpo urla verso la lettiga che si allontana rapida: EUMOLPO: Bocca impestata! Bocca di cesso! 266. Dalla lettiga viene ancora un insulto: UOMO: Ruffiano! Ti romperò quella schiena da cane! Eumolpo urla furibondo: EUMOLPO: Io ho già rotto la schiena a tuo figlio! Scena n. 13. Villa Trimalcione. Piscina. Esterno. Notte Davanti alla villa, una piscina rettangolare, piena di acqua calda, che fuma nella notte C'è una ricca illuminazione data da centinaia di candele, disposte in modo disordinato su tavoli di marmo, su panchine e colonnine; ci sono anche alti candelabri di ferro piantati in

24 terra, forniti di grossi candelotti Intorno alle fiammelle, Ie falene sbattono Ie ali Nella piscina, che è molto bassa, circa mezzo metro di acqua, una vasca quasi, molte persone si bagnano aiutate dai servi che gli spremono Ie spugne sulla testa, a guisa di doccia. Alcuni sono in piedi, altri seduti, altri sdraiati con solo la testa fuori Fuori dell a piscina, dei massaggiatori ungono e massaggiano; dei barbieri radono lentamente con piccoli rasoi, davanti a grandi specchi d'argento; dei pedicure tolgono i calli con rapidità e destrezza. C'è un sottofondo confuso di vaci, di richiami, di risate; ma SEMPRE FUORI CAMPO: ogni persona che VIENE INQUADRATA è in quel momenta zitta, anche se ha l'espressione di chi ha appena finito di parlare, o ancora la bocca storta nella risata appena fatta. Questo darà un sensa continuo di inafferrabilità Notiamo, tra gli invitati, delle facce con qualche particolare un po' mostruoso: uno ha orecchie enormi, a ventola; una donna ha un naso lunghissimo e sottile; un vecchio ha il labbro inferiore tutto cascante... C'è anche qualche ammalato: uno ha il naso tutto rosso, bitorzoluto, orrendo; un altro ha il tracoma Fra la piscina e l'ingresso, tre o quattro fra serve e servi stanno seduti e sbucciano dei piselli entro larghe ciotole. Intanto cantano, senza alzare gli occhi, una curiosa nenia, che ogni tanto si leva di tono, fino a improvvisi acuti, fortissimi come strilli. Grosse mosche pesanti, lente, ronzano attorno ai servi Encolpio ed Eumolpo sono accolti da un portinaio che gli indica la piscina con autorità dicendo: PORTINAIO: Pacciama Ie spugne! Eumolpo ed Encolpio si avviano verso l'acqua, e cominciano a spogliarsi Preceduto da una musichetta entra Trimalcione, portato su una lettiga da alcuni schiavi che camminano svelti, e che si fermano di botto sull'orlo della piscina, come per esporre alia vista di tutti una preziosa statua sacra

25 ... Le reazioni degli ospiti sana molto diverse. Qualcuno alza tutte e due Ie braccia in gesto di saluto Qualcuno si inchina umilmente Altri invece gli scoppiano a ridere in faccia. Altri continuano tranquillamente a fare Ie lara abluzioni o i massaggi Trimalcione resta un po' impassibile, dà soltanto uma breve occhiata in giro. È un uomo anziano, sovraccarico di vesti colorate e di scialli che l'opprimono; sta seduto su una miriade di piccolissimi cuscini. La faccia, il colla, Ie braccia, Ie mani sana ornati di gioielli vistosi, di varia genere. La sua espressione è piú ottusa che bonaria, ma sotto si intravede una gelida ferocia D'improvviso, senza gioia, con una specie di vanità a freddo, alza Ie braccia scoprendole, e mettendo cosí in mostra tutti i bracciali e gli anelli. I tre o quattro servi che stanno sbucciando i piselli interrompono la loro nenia, e di colpo gridano in coro, rapidamente, come l'abbaiare di un cane: SERVI: Viva Gaio! 285. Trimalcione, lentamente, guarda tutti i suoi ospiti che si accalcano nella piscina; Ii passa in rassegna come se cercasse qualcuno, sempre con il suo sguardo tetro. Finalmente pare che abbia trovato chi cercava, perché si iliumina di un sorriso un po' bieco, ma che vuole essere affettuoso, e dice con una curiosa cadenza romanesca, e con voce un po' afona: TRIMALCIONE: Eumolpo! Fratello mio... sei venuto anche tu... La tua presenza mi riempie di commozione. Tu sei un omo d'ingegno, come me... Fra de noi poeti c'è l'amicizia vera Presso la piscina, tre massaggiatori bevono del vino, e si accapigliano strappandosi Ie coppe l'un l'altro; si picchiano, urtano l'anfora, che si rovescia e versa sulla terra del denso vino rosso Trimalcione ha visto la scena, e indica i massaggiatori col dito: TRIMALCIONE: Quel vino è offerto alia mia salute. Intanto i servi stanno calando Trimalcione dentro la piscina, e subito alcuni inservienti si avvicinano, lo lavano, gli fanno delle frizioni velocemente. Trimalcione ha chiuso gli occhi per il piacere. Scena n. 14. Fattoria di Trimalcione. Vivaio delle Murene. Esterno. Notte Un gruppo di invitati, tutti proprietari terrieri, con facce rozze bruciate dal sole, qualcuno accompagnato dalla propria moglie, ha voluto visitare la fattoria attigua alia villa di Trimalcione; ed ora una specie di sovrintendente gli fa da guida, come a dei turisti in un museo Il sovrintendente indica qua e là; ORA È IN CAMPO, ORA PARLA FUORI CAMPO; Ie cose e

26 gli animali di cui parla non coincidono quasi mai con ciò che vediamo. E cioè: 290. Un vivaio di murene, che è piú che altro uno stagno di acqua nera, melmosa, in cui sguazza qualche oca; si intravedono viluppi di murene, come serpi che si contorcono nel fango Dei grandi strumenti di lavoro, in pesante legno, e ruvide corde attorcigliate che ricordano un po' certi arnesi di tortura o certe macchine da guerra: stanno in mezzo a mucchi di pozzolana e di mattoni, accanto a un fabbricato in via di costruzione. Presso gli strumenti, avvolti in stracci di lana, dormono alcuni operai Una stalla gremita di maiali neri, grossi come piccoli ippopotami, che dormono a mucchi; la torcia del sovrintendente Ii risveglia, emettono grugniti. La stalla è adorna, aile pareti, di statue di Dei agresti. Qualcuno di quei maiali ha una museruola Solo, in una grande gabbia, c'è un tacchino enorme, mostruoso, frutto di incroci; ha una coda e delle piume come quelle dei pavoni Intanto la voce del sovrintendente parla ai visitatori: SOVRINTENDENTE: Trimalcione ha terreni che ci spaziano i nibbi, e soldi che ci crescono i soldi. La lana gli riusciva poco buona; comperò dei montoni a Taranto e Ii mise in culo al gregge. Per avere il miele attico si fece venire Ie api da Atene. Proprio in questi giorni ha scritto in India che gli mandino il seme dei funghi. In quanto alle mule, non ce n'è una che non sia nata da un onagro. L'intera scena 14 è stata soppressa. Scena n. 15. Villa di Trimalcione. Triclinio. Interno. Notte II triclinio, ossia la sala da pranzo, è un ambiente vasto, ma stretto e lungo, quasi un enorme corridoio. Benché molto illuminato, e addobbato con sfarzo appariscente, il triclinio conserva un che di cupo, di oppressivo; dalla cucina vengono ogni tanto folate di fumo grasso. Le tavole sono molte C'e la grande tavola principale, a cui siederanno gli ospiti di riguardo, e poi tante altre tavole via via piú modeste e scomode Intorno aile tavole ci sono i triclini, cioè i divani, che sono di tipo differente: alcuni lunghi e spaziosi, altri meno; e ci sono anche parecchi sgabelli per gli ospiti meno importanti I servi stanno finendo di apparecchiare, stancamente, tetramente;

27 ... i primi invitati hanno già preso posta qua e là, molto lontani gli uni dagli altri. C'è un clima di compunta attesa Da un lato, presso un piccolo palcoscenico, c'è una buca quadrata piuttosto profonda, nella quale sta l'orchestra, composta di sconosciuti strumenti a corde e a fiato. Degli orchestrali si scorgono solo Ie teste, che sporgono a livello del pavimento, come fossero teste mozze appoggiate per terra. Suonano una musica sorda, strana, dissonante, che può ricordare certe musiche giapponesi C'è poi, sui fondo della sala, una specie di ballatoiologgione, riservato ai convitati piú poveri, che l'hanno già riempito, e vi stanno pigiati ridendo e chiacchierando animatamente II loggione è talmente in alto, che chi è rimasto in piedi deve starci curvo, sfiorando il soffitto con la schiena Adesso la sala è piena di invitati, che occupano i triclini ai lati delle tavole. Su alcuni triclini c'è una sola persona semisdraiata, su altri invece ci sono anche tre o quattro persone, che quindi siedono un po' strette. Altri invitati, infine, siedono su sgabelli. E tutti stanno quasi immobili, come fissati per tutta la durata del pranzo in un solo atteggiamento e in una sola espressione L'andirivieni dei camerieri è già corninchto. Portano anfore e piatti che pongono qua e là sulle varie tavole. II contenuto dei patti non è quasi mai chiaro: sono macchie scure di cibi incomprensibili; si nota ogni tanto la sagoma di un pesce o di un uccello, ma comunque di colore improprio Eumolpo ed Encolpio sono aurora in piedi, fermi presso la parete. Eumolpo ha il profilo volto verso Encolpio e gli parla con un lieve ghigno di scherno. EUMOLPO: La moglie si chiama Fortunata, astemia, sobria; ma è una malalingua, una gazza. Chi ama, ama; chi non ama, non ama. Guarda l'abbondanza dei cuscini; tutti con l'imbottitura di porpora o di scarlatto. II colmo della beatitudine! Attento anche ai suoi colleghi: sono ben forniti. Quello che sta in fondo alla fila ha i suoi ottocentomila. E poco fa portava legna sulle spalle. Ma a quel che dicono, rubò il berretto a Incubo e trovò un tesoro. E quello là, al posto dei liberti? Quello sí che se la gode... Vide il suo milione, ma poi cadde giú. Era impresario di pompe funebri. Un sogno, non un uomo Trimalcione è seduto a capo-tavola, carico di tovaglioli; pesante, immobile. Con la sua solita espressione un po'tetra, tesa però in una determinazione festaiola, parla agli ospiti con solennità: TRIMALCIONE: A questo vino gli dovete fare onore. I pesci devono nuotare. Grazie al cielo io non compro; tutto quello che fa saliva, me lo produce un podere che non conosco nemmanco. Dicono che sia fra Terracina e Taranto. Adesso voglio collegarmi alla Sicilia, che se ho voglia di andare in Africa, posso navigare sui mio. Credete che io mi accontenti? «Cosí vi è noto Ulisse». E allora? Anche mentre si è a tavola bisogna fare un po' de cultura, bisogna. 310.

28 Eumolpo, che è seduto abbastanza vicino a Trimalcione, applaude alzando Ie mani e grida: EUMOLPO: Filosofo! 311. Nasce un piccolo applauso generale. Due eunuchi, grassi e lustri, senza un filo di barba, si avvicinano a Fortunata con un pitale d'argento, e poco dopo si sente il crepitio dell'orina nel vaso Intanto alcuni servi hanno portato a Trimalcione, con reverenza, come preti che portano delle reliquie, tre piccoli idoli d'oro, ed un calice in vetro e oro, quasi una teca, dentro cui si vede un ammasso cupo di peli. TRIMALCIONE (indicando il calice): La mia prima barba, quando che me la tagliai... E questi sono i Lari miei (indicando gli idoli); i protettori de nostrisci... Affarone, Contentone e Guadagnone! Trimalcione si bacia la mano, e tocca i tre idoli con la mano baciata dicendo: TRIMALCIONE: Propizi gli dei! 313. Tutta la servitú lancia I'urlo rapido come un latrato: CORO SERVI: Viva Gaio! Poi la servitú attacca a cantare una canzone stonata, con gran diversità di voci, come nei canti popolari sardi: voci acutissime e profondissime, quasi afone, mentre conducono nel triclinio tre maiali bianchi, ornati di sonagliere e cavezze di lucido cuoio e argento Uno dei cuochi indica i maiali e dice a Trimalcione: CUOCO: Scegli quale dei tre dev'essere cucinato! Trimalcione lo guarda come se non lo conoscesse, e gli domanda: TRIMALCIONE: Di che decuria sei? CUOCO (pronto): Della quarantesima. TRIMALCIONE: Comprato o nato in casa? CUOCO (sempre velocemente): Lasciato a te in testamento da Pansa. TRIMALCIONE: Beh, cocína il piú grosso, cocína: ma sta' attento, che se no te passo alla decuria dei stradaroli Mentre i servi portano via i maiali, uno degli invitati comincia a raccontare: INVITATO: Un povero e un ricco vennero in lite... Trimalcione interrompe con serietà: TRIMALCIONE: Che cos'e un povero? Eumolpo scoppia in un riso servile e un po' ubriaco gridando: EUMOLPO: Buona questa! Trimalcione parla gravemente, come se facesse delle importanti dichiarazioni: TRIMALCIONE: Per l'argenteria ci ho una vera passione. Tengo calici da tredici litri: una centinara almeno. C'è scolpita sopra Cassandra che ha ammazzato i figli, morti per terra che sembrano vivi, sembrano. La storia del cavallo di Troia la tengo sui bicchieri. Tutta roba massiccia, che me la tengo cara come la luce degli occhi Dalla cucina entrano abbaiando dei grossi cani neri, irsuti, selvaggi, dietro i quali alcuni servi portano in alto un gran cinghiale, che ha dei cinghialetti di pasta alle mammelle, per indicare che si tratta di una femmina.

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