FRAMMENTI DI NARRAZIONI POPOLARI. Allegato alla tesina: Una vi(t)a senza uscita. Introduzione

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1 FRAMMENTI DI NARRAZIONI POPOLARI Allegato alla tesina: Una vi(t)a senza uscita Introduzione Verga, attraverso la sua tecnica narrativa, coglie tutta l essenza pittoresca, semplice e passionale dello scenario popolare siciliano. Mediante la fotografia, espediente artistico perfetto per immortalare gli attimi nella loro essenza, ci siamo impegnati a ritrarre i volti, i paesaggi e gli oggetti tenendo conto come regola fondamentale l attenzione alla semplicità e alla verità di ogni scena, attenendoci al metodo su cui appunto l autore fonda tutta la sua attività letteraria. Il semplice fatto umano farà pensare sempre è stato il nostro punto di riferimento: abbiamo scelto, tra le varie fotografie scattate, quelle che meglio rendevano la loro bellezza nella loro semplicità, quelle che più rispettavano il principio secondo cui il fatto deve essere presentato nudo e schietto. Così abbiamo prodotto un lavoro che ci ha riempito di grande soddisfazione, permettendoci di scoprire ancora meglio ciò che avevamo studiato nella nostra tesina e di approfondire con una sensibilità diversa il nostro legame con l autore.

2 Nedda Alla povera bambina mancava il latte, giacché alla madre scarseggiava il pane. Ella deperì rapidamente, e invano Nedda tentò spremere fra i labbruzzi affamati il sangue del suo seno. Una sera d inverno, sul tramonto, mentre la neve fioccava sul tetto, e il vento scuoteva l uscio mal chiuso, la povera bambina, tutta fredda, livida, colle manine contratte, fissò gli occhi vitrei su quelli ardenti della madre, diede un guizzo, e non si mosse più. Nedda la scosse, se la strinse al seno con impeto selvaggio, tentò di scaldarla coll alito e coi baci, e quando s accorse che era proprio morta, la depose sul letto dove aveva dormito sua madre, e le s inginocchiò davanti, cogli occhi asciutti e spalancati fuor di misura. - Oh! benedette voi che siete morte! esclamò. Oh! benedetta voi, Vergine Santa! che mi avete tolto la mia creatura per non farla soffrire come me! -

3 La coda del diavolo A Catania la quaresima vien senza carnevale; ma in compenso c è la festa di Sant Agata [ ] Questo si chiama il diritto di ntuppatedda [ ] Il costume componesi di un vestito elegante e severo, possibilmente nero, chiuso quasi per intero nel manto, il quale poi copre tutta la persona e lascia scoperto soltanto un occhio per vederci e per far perdere la tramontana, o per far dare al diavolo [ ]Sognò di trovarsi insieme a Lina, una Lina che parevagli di non aver conosciuto mai, vestita da ntuppatedda, coll occhio nero e luccicante, la voce e le mani tremanti d emozione, erano seduti ad un tavolino del Caffè di Sicilia, dov egli non soleva andar mai, stavano immobili, zitti, guardandosi. Ad un tratto ella s era lasciata scivolare il manto sulle spalle, fissandolo sempre con quegli occhi indiavolati, rossa come non l aveva mai vista, e afferrandogli il capo per le tempie gli avea avventato in faccia un bacio caldo e febbrile.

4 X Ella tremava come una foglia quando le toccai la mano; sembrava che avesse la febbre; mi disse con voce strozzata dalla commozione: Che avete? che vi ho fatto? ditemelo come se ci conoscessimo da dieci anni. Certe situazioni, certe parole, certe inflessioni di voce hanno significazioni evidenti, irresistibili; la giovinetta che avevo incontrata al veglione, in mezzo ad uomini che portavano in trionfo Cora Pearl, e la quale mi gettava le braccia al collo nel buio di una scala, dava la più luminosa prova di candore coll espansione della sua simpatia: sentimento strano che non sapevo spiegare, e di cui non osavo chiederle ragione. Nella sua fiducia c era tanta innocenza che avrei voluto rubarle gli orecchini per insegnarle a diffidare degli uomini. Sentivo fra le mie le sue povere mani tremanti, e le sue parole sommesse sembrava che mi sfiorassero il viso come un bacio. Certi sentimenti inesplicabili hanno un fondamento essenzialmente materiale; tutto l incanto di quell ora di paradiso stava nel buio di quella scala. Sembravami che le larve dell ideale avessero preso corpo e mi stringessero le mani: Io ti son piaciuta senza che tu mi avessi vista in viso, ella mi disse. Ecco perché ti amo e non mi domandò nemmeno come mi chiamassi.

5 Jeli il pastore Egli non disse altro, fattosi brutto come la malanuova, mentre stava curvo sulle pecore che tosava. Mara si strinse nelle spalle, e se ne andò a ballare. Ella era rossa ed allegra, cogli occhi neri che sembravano due stelle, e rideva che le si vedevano i denti bianchi, e tutto l oro che aveva indosso le sbatteva e le scintillava sulle guance e sul petto che pareva la Madonna tale e quale. Jeli un tratto si rizzò sulla vita, colla lunga forbice in pugno, così bianco in viso, così bianco come era una volta suo padre il vaccajo, quando tremava dalla febbre accanto al fuoco, nel casolare. Guardò don Alfonso, colla bella barba ricciuta, e la giacchetta di velluto e la catenella d oro sul panciotto, che prendeva Mara per la mano e l invitava a ballare; lo vide che allungava il braccio, quasi per stringersela al petto, e lei che lo lasciava fare allora, Signore perdonategli, non ci vide più, e gli tagliò la gola di un sol colpo, proprio come un capretto. Più tardi, mentre lo conducevano dinanzi al giudice, legato, disfatto, senza che avesse osato opporre la minima resistenza: Come, diceva non dovevo ucciderlo nemmeno?... Se mi aveva preso la Mara!...

6 Rosso Malpelo Malpelo si chiamava così perché aveva i capelli rossi; ed aveva i capelli rossi perché era un ragazzo malizioso e cattivo, che prometteva di riescire un fior di birbone. Sicché tutti alla cava della rena rossa lo chiamavano Malpelo; e persino sua madre, col sentirgli dir sempre a quel modo, aveva quasi dimenticato il suo nome di battesimo.

7 Cavalleria Rusticana Ah! compare Turiddu! avete proprio intenzione di ammazzarmi! Sì, ve l ho detto; ora che ho visto la mia vecchia nel pollaio, mi pare di averla sempre dinanzi agli occhi. Apriteli bene, gli occhi! gli gridò compar Alfio, che sto per rendervi la buona misura. Come egli stava in guardia tutto raccolto per tenersi la sinistra sulla ferita, che gli doleva, e quasi strisciava per terra col gomito, acchiappò rapidamente una manata di polvere e la gettò negli occhi all avversario. Ah! urlò Turiddu accecato, son morto. Ei cercava di salvarsi, facendo salti disperati all indietro; ma compar Alfio lo raggiunse con un altra botta nello stomaco e una terza alla gola. E tre! questa è per la casa che tu m hai adornato. Ora tua madre lascerà stare le galline.turiddu annaspò un pezzo di qua e di là tra i fichidindia e poi cadde come un masso. Il sangue gli gorgogliava spumeggiando nella gola e non potè profferire nemmeno: Ah, mamma mia!

8 La lupa Era alta, magra, aveva soltanto un seno fermo e vigoroso da bruna e pure non era più giovane era pallida come se avesse sempre addosso la malaria, e su quel pallore due occhi grandi così, e delle labbra fresche e rosse, che vi mangiavano. Al villaggio la chiamavano la Lupa perché non era sazia giammai di nulla. Le donne si facevano la croce quando la vedevano passare, sola come una cagnaccia, con quell andare randagio e sospettoso della lupa affamata; ella si spolpava i loro figliuoli e i loro mariti in un batter d occhio, con le sue labbra rosse, e se li tirava dietro alla gonnella solamente a guardarli con quegli occhi da satanasso, fossero stati davanti all altare di Santa Agrippina. Per fortuna la Lupa non veniva mai in chiesa, né a Pasqua, né a Natale, né per ascoltar messa, né per confessarsi. Padre Angiolino di Santa Maria di Gesù, un vero servo di Dio, aveva persa l anima per lei.

9 L Amante di Gramigna Le comari che avevano invidiato a Peppa il seminato prosperoso, la mula baia, e il bel giovanotto che portava lo stendardo di Santa Margherita senza piegar le reni, andavano dicendo ogni sorta di brutte storie, che Gramigna veniva a trovare la ragazza di notte in cucina, e che glielo avevano visto nascosto sotto il letto. La povera madre teneva accesa una lampada alle anime del purgatorio, e persino il curato era andato in casa di Peppa, a toccarle il cuore colla stola, onde scacciare quel diavolo di Gramigna che ne aveva preso possesso. Però ella seguitava a dire che non lo conosceva neanche di vista quel cristiano; ma invece pensava sempre a lui; lo vedeva in sogno, la notte, e alla mattina si levava colle labbra arse, assetata anch essa, come lui.

10 Il Reverendo Di reverendo non aveva più né la barba lunga, né lo scapolare di zoccolante, ora che si faceva radere ogni domenica, e andava a spasso colla sua bella sottana di panno fine, e il tabarro colle rivolte di seta sul braccio. Allorché guardava i suoi campi, e le sue vigne, e i suoi armenti, e i suoi bifolchi, colle mani in tasca e la pipetta in bocca, se si fosse rammentato del tempo in cui lavava le scodelle ai cappuccini, e che gli avevano messo il saio per carità. si sarebbe fatta la croce colla mano sinistra.

11 Storia dell asino di San Giuseppe Almeno così il povero asino di san Giuseppe visse meglio gli ultimi giorni; giacché la vedova lo teneva come un tesoro, in grazia di quei soldi che gli era costato, e gli andava a buscare della paglia e del fieno di notte, e lo teneva nel casolare accanto al letto, che scaldava come un focherello anche lui, e a questo mondo una mano lava l altra.

12 La festa dei morti Nella collina solitaria, irta di croci sull occidente imporporato, dove non odesi mai canto di vendemmia, né belato d armenti, c è un ora di festa, quando l autunno muore sulle aiuole infiorate, e i funebri rintocchi che commemorano i defunti dileguano verso il sole che tramonta. Allora la folla si riversa chiassosa nei viali ombreggiati di cipressi, e gli amanti si cercano dietro le tombe. Ma laggiù, nella riviera nera dove termina la città, c era una chiesuola abbandonata, che racchiudeva altre tombe, sulle quali nessuno andava a deporre dei fiori.

13 Il tramonto di Venere Ma ciò che ora rendeva furiosa specialmente la povera dea Venere, erano le infedeltà gratuite e umilianti di Bibì; gli idilli che le toccava interrompere dinanzi alla tromba della scala, colle serve del vicinato; il lezzo di sottane sudice che egli le portava in luogo di violette di Parma. Aveva un vulcano in corpo, l'indegno! Ardeva per tutte quante della stessa fiamma che consumava lei pure, ahi derelitta di persona e di beni!

14 I Malavoglia Gli uomini erano all osteria, e nella bottega di Pizzuto, o sotto la tettoia del beccaio, a veder piovere, col naso in aria. Sulla riva c era soltanto padron Ntoni, per quel carico di lupini che ci aveva in mare, colla Provvidenza e suo figlio Bastianazzo per giunta, e il figlio della Locca, il quale non aveva nulla da perdere lui, e in mare non ci aveva altro che suo fratello Menico, nella barca dei lupini. Padron Fortunato Cipolla, mentre gli facevano la barba, nella bottega di Pizzuto, diceva che non avrebbe dato due baiocchi di Bastianazzo e di Menico della Locca, colla Provvidenza e il carico dei lupini. [ ] Prefazione ai Malavoglia [ ] Il movente dell'ʹattività umana che produce la fiumana del progresso è preso qui alle sue sorgenti, nelle proporzioni più modeste e materiali. Il meccanismo delle passioni che la determinano in quelle basse sfere è meno complicato, e potrà quindi osservarsi con maggior precisione. Basta lasciare al quadro le sue tinte schiette e tranquille, e il suo disegno semplice. Man mano che cotesta ricerca del meglio di cui l'uomo è travagliato cresce e si dilata, tende anche ad elevarsi e segue il suo moto ascendente nelle classi sociali [...]"

15 Mastro don Gesualdo La signora Sganci aveva la casa piena di gente, venuta per vedere la processione del Santo patrono: c'erano dei lumi persino nella scala; i cinque balconi che mandavano fuoco e fiamma sulla piazza nera di popolo; don Giuseppe Barabba in gran livrea e coi guanti di cotone, che annunziava le visite. Mastro don Gesualdo! vociò a un tratto, cacciando fra i battenti dorati il testone arruffato. Devo lasciarlo entrare, signora padrona? C'era il fior fiore della nobiltà: l'arciprete Bugno, lucente di raso nero; donna Giuseppina Alòsi, carica di gioie; il marchese Limòli, con la faccia e la parrucca del secolo scorso. La signora Sganci, sorpresa in quel bel modo dinanzi a tanta gente, non seppe frenarsi. Che bestia! Sei una bestia! Don Gesualdo Motta, si dice! bestia! Mastro don Gesualdo fece così il suo ingresso fra i pezzi grossi del paese, raso di fresco, vestito di panno fine, con un cappello nuovo fiammante fra le mani mangiate di calcina. Avanti, avanti, don Gesualdo! strillò il marchese Limòli con quella sua vocetta acre che pizzicava. Non abbiate suggezione. Mastro don Gesualdo però esitava alquanto, intimidito, in mezzo alla gran sala tappezzata di damasco giallo, sotto gli occhi di tutti quei Sganci che lo guardavano alteramente dai ritratti, in giro alle pareti [ ]

16 Di Sante Jennifer Spadafora Simone Fotografa Collaboratore grafico Soggetti: Crisante Manuela in L asino di San Giuseppe La lupa La coda del dai Giorgione Magda in L amante di Gramigna Nubile Francesca in Il tramonto di Venere Pizzuto Alessandro in Cavalleria Rusticana Sciarra Nerea in X

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