La capra. Ad Emma perché, qualche volta i sogni si avverano

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1 La capra Ad Emma perché, qualche volta i sogni si avverano Avevamo fatto l'amore con rabbia e con disperazione, come se fosse l'ultima volta ed ora lo guardavo dormire, coperto solo dal lenzuolo stropicciato, con il volto nascosto dai folti capelli sudati. La luna illuminava il letto, mentre la camera restava avvolta nella penombra, cullata dal pigro rotolare della risacca a pochi metri da noi. Era l'ultima notte che avremmo trascorso nella piccola isola greca, dove avevamo vissuto i nostri dieci giorni di vacanza e, forse, era anche l'ultima notte della nostra storia... Avevo conosciuto Giorgio ad un concerto, mentre cercavo, faticosamente, di procurarmi il biglietto. I posti erano vicini e, per tutta la sera, cercando invano di seguire il programma, avevo osservato di nascosto i suoi occhi bruni posarsi, insistenti, sul mio viso e sulle mie mani, finché i nostri sguardi si erano incrociati e persi l'uno nell'altro, senza riuscire a controllare l'emozione. Sentivo il mio volto arrossire, mentre lui pronunciava qualche frase imbarazzata e banale e cercavo disperatamente un pretesto per prolungare quell'incontro. Mi aveva aiutato una pioggia provvidenziale che ci aveva obbligati nell'atrio del teatro, sprovvisti dell'ombrello e con tanta voglia di continuare a guardarci. Ripensando a quel nostro primo incontro, mi sorprende ancora l'intensità con la quale fui colpita da quel ragazzo timido e un po' goffo che tentava invano di accendere le nostre sigarette e mi sono chiesta spesso fino a che punto Giorgio abbia condiviso le mie emozioni. Un frettoloso scambio di numeri di telefono, mentre il tassista, impaziente, teneva aperto lo sportello; poi il suo silenzio per lunghi, interminabili giorni... pomeriggi passati davanti alla televisione, mangiando biscotti e fissando il cellulare muto... la voglia di telefonargli e la consapevolezza che un incontro così fugace non poteva essere l'inizio di un grande amore, ma la voglia, tanta, di una storia vera, importante, dopo le delusioni degli amoretti consumati fra i banchi dell'università ed alienanti discoteche. Poi, all'improvviso, quando l'attesa aveva ceduto il passo alla rassegnazione, la sua voce dolce, un po' roca che tentava una stentata e banale conversazione; i lunghi, imbarazzati silenzi, mentre udivo, di sottofondo, un brusio... era a un convegno di lavoro e sarebbe rientrato l'indomani... cosa ne pensavo di un aperitivo per sabato? Cosa ne pensavo?! Dovetti sforzarmi per non urlargli SI al telefono e fingere un educato interesse all'invito. Non ricordo nulla delle ore trascorse al lavoro, prima dell'appuntamento, ma ricordo, con chiarezza, il vestito che indossavo, frutto di lunghe, estenuanti prove, davanti allo specchio. Mi sentivo emozionata come una scolaretta, mentre la sua alta figura mi veniva incontro, tra i tavolini del bar ma pensavo che, dopo la lunga attesa, il rivederlo mi avrebbe procurato una delusione e che quell'incontro non avrebbe avuto alcun seguito... e, poi, mi ero letteralmente persa nei suoi occhi bruni che mi accarezzavano, avvolgendomi. Avevamo parlato per ore, di noi, delle nostre vite precedenti che ci apparivano così lontane e banali; avevamo camminato per la città, fermandoci ad osservare il tramonto e l'incanto delle stelle, finché, assonnati ci eravamo lasciati, sul portone di casa mia, alle prime luci del giorno. Ti rivedrò domani, mi aveva sussurrato, baciandomi i capelli. Avevo richiuso il portone, sentendomi ancora addosso il suo profumo. Domani, avevo risposto a me stessa, salendo le scale, trasognata. I ricordi degli anni vissuti con Giorgio sfilano davanti ai miei occhi, mentre resto affacciata alla finestra, assaporando i profumi della notte ed il pigro rumore della risacca; una sigaretta si consuma lenta fra le dita. All'inizio della nostra storia, per stare insieme, rubavamo ogni attimo al lavoro ed ai mille impegni quotidiani. Pur nella banalità di una cena frettolosa o di un brutto film, ogni ora vissuta insieme diveniva straordinaria e ci lasciava la voglia di rivedersi subito e di parlare ancora. Le serate con gli amici ci sembravano interminabili, nell'attesa di stare, ancora per qualche momento, noi due, da soli. Le corse, pazze, nella campagna assolata, in sella alla sua moto, mentre il vento ci accarezzava il volto ed il profumo delle acacie si mescolava all'odore del fieno appena tagliato; le notti, ardenti, tinte dei colori di una passione che sembrava inestinguibile. 1 2

2 I risvegli, al mattino, con il suo viso vicino al mio ed il suo sguardo intenso, dolce, un po' scanzonato mentre gli confessavo che mai avrei creduto di poter essere così felice. I mille discorsi, su qualunque argomento che ci facevano accalorare e sentire, pur nella diversità delle opinioni, ancora più vicini e la gioia, sincera, un po' infantile di condividere gli entusiasmi per ogni cosa ci capitasse. Una mattina, al risveglio, ci aveva sorpresi un mondo bianco, immacolato, nascosto sotto una coperta di neve, caduta durante la notte... avevamo trascorso quella giornata di festa a passeggiare per le strade deserte, facendo a palle di neve e innalzando un goffo pupazzo che aveva suscitato il disprezzo di un vecchio giornalaio. Eravamo tornati bambini, liberi, incoscienti e felici di esistere insieme e di poter assaporare così intensamente quello scampolo di vita. Forse, quello, era stato il culmine della nostra storia incantata e, forse, da allora era iniziata la discesa. In realtà, Giorgio continuava ad essere premuroso e innamorato, ma ne coglievo, talvolta, piccoli gesti di insofferenza e di disinteresse verso le cose che continuavano a procurarmi entusiasmo: avevamo deciso, dopo pochi mesi, di vivere insieme e, per costruire il nostro nido, consultavo giornali, cataloghi e numerosi negozi, dove, qualche volta, riuscivo a trascinarlo. Una sigaretta accesa distrattamente, un'occhiata al giornale, mentre la commessa esibiva pile di piatti e di bicchieri; la noia che percepivo chiaramente mentre, educatamente, fingeva di interessarsi agli acquisti e, poi, i silenzi impacciati durante il ritorno, le scuse, non richieste, della sua distrazione per i problemi di lavoro che lo assorbivano e lo angosciavano e quello sguardo, così sfuggente e distante, se paragonato all'intensità ed al calore dei primi tempi... Avevo cercato di auto convincermi dell'inconsistenza dei miei pensieri, volendo giustificare il suo cambiamento con le scuse che mi forniva anche se, molto spesso, restavo sveglia, accanto a lui, sentendo un'angoscia e un'incertezza mai provate. Inaspettatamente, vivere insieme si era rivelato stimolante e sembrava aver ravvivato la nostra storia: Giorgio tornava spesso a casa con i fiori ed il sacchetto della spesa e si divertiva a cucinare per noi due, pavoneggiandosi come un grande chef e ridendo, divertito, alle mie proteste per la caterva di pentole e di piatti da lavare. Spesso, la domenica, ascoltavamo abbracciati i concerti di Chopin e di Beethoven; il profumo della cioccolata fumante si univa a quello dei biscotti appena sfornati, mentre la pioggia scendeva dolcemente dietro i vetri appannati e lui, baciandomi le labbra, mi giurava amore eterno. Tutto sembrava essere tornato perfetto... troppo perfetto per poter continuare! Era iniziato, per caso, mentre il suo cellulare suonava insistente. Dalla doccia scrosciante, mi aveva gridato di vedere chi fosse e, sul display, avevo letto Marina, mentre il suono si interrompeva bruscamente. È una collega della Banca, mi aveva spiegato frettolosamente, mentre usciva di corsa con il telefono in mano. Non era rientrato per cena e, da quel giorno, spesso, veniva trattenuto da improvvise riunioni che lo obbligavano a lunghe ore di straordinario. Era divenuto distratto e quasi ogni giorno dimenticava qualche oggetto a casa, per ricordarsene poi in ufficio. La mattina in cui mi ritrovai sul tavolo dell'ingresso il suo cellulare, non riuscii a resistere alla tentazione di controllare le chiamate ricevute: il nome Marina ritornava, ossessivo, sia tra le chiamate effettuate che fra quelle ricevute, nelle ore più strane del giorno e della notte, con durate lunghissime, talvolta di minuti. Tenevo fra le mani il piccolo telefono che sembrava scottare fra le dita, mentre lacrime di rabbia e di dolore rotolavano sulla mia faccia smarrita. Non sapevo che fare, se e come chiedere a Giorgio una spiegazione... era la prima volta che le mie paure avevano un nome e mi sentivo incredula e spaventata, di fronte a quel nome che apparteneva al volto della mia nemica. A nulla erano valse le giustificazioni fornite, le scuse patetiche degli impegni di lavoro; sapevo, guardando i suoi occhi sfuggenti, che quella donna si era infilata fra noi, nel nostro letto e nella nostra mente, come un subdolo contagio e che nulla sarebbe stato più come prima. Erano seguiti lunghi giorni di silenzi forzati, lo spiare ogni gesto, il contare i minuti delle sue improvvise, ingiustificate assenze, lo scrutare attraverso il suo volto pallido e tirato, la prova del sospetto... ricordo come un lungo incubo il tunnel senza uscita in cui ci eravamo infilati. Non avevo la forza di chiedergli una scelta per la folle paura di perderlo e continuavo, stupidamente, a stuzzicarlo con sciocche battute, cui faceva seguito solo una vaga, banale risposta. Poi, l'improvvisa morte di suo padre, mentre con il sorriso scanzonato esibiva agli amici la medaglia vinta al torneo di bridge, lo aveva 3 4

3 precipitato nel baratro di un dolore straziante, di una perdita non accettata che lo lasciava solo, indifeso, fragile come un bambino. Mi aveva cercato, piangendo fra le mie braccia tutte quelle lacrime che non aveva saputo versare, mentre la terra ricopriva la bara, su cui sorridevano le bellissime rose gialle che avevamo colto per lui nel nostro giardino. Lo avevo accolto come una madre, come un'amante e mi era sembrato di ritrovarlo guarito da una lunga, devastante malattia. Avevamo ripreso le nostre dolci abitudini, con rinnovato entusiasmo e con la voglia di recuperare il tempo perduto. Quella domenica pomeriggio eravamo sdraiati sul divano, paghi e felici delle ore trascorse da soli, a ricordare i bei momenti del nostro cammino insieme: Un figlio e, perché no?, una nuova casa dove ricominciare una nuova vita insieme, gli avevo proposto emozionata, mentre accarezzavo i suoi capelli appoggiati sul mio grembo. Si era alzato per prendere una sigaretta, senza rispondere e, solo dopo un tempo lunghissimo, aveva mormorato: È prematuro, Elettra, non mi sento pronto... lasciami del tempo ed era uscito senza aggiungere nulla, senza uno sguardo. Lo avevo seguito, mentre richiudeva la porta del bagno, con la allucinata certezza che avrebbe telefonato a lei... la sua voce, soffocata dall'acqua della doccia, era tesa ed impaziente, mentre le chiedeva un incontro urgente. Non riuscivo a smettere di piangere, mentre lo investivo con un fiume di parole, di recriminazioni e di accuse... Giorgio era rimasto in silenzio, fissando il cielo nuvoloso, dietro la finestra, poi, girandosi stancamente verso di me, aveva detto soltanto: Hai ragione, tutte le ragioni ma io non riesco a togliermi quella ragazza dalla testa... è una droga di cui non posso fare a meno, anche se la mia vita con te è sempre stata perfetta... forse troppo. Era caduto un silenzio innaturale fra noi, come un macigno. Non avevo più la forza di parlare e mi ero resa conto di non avere più nulla da dirgli. La valigia aperta sul letto, quattro cose buttate dentro alla rinfusa ed una porta che, pesantemente, si chiude sui miei sogni, mentre il suo viso triste mi osserva dietro al vetro. Quanti mesi erano passati? Sei, forse sette, tutti perfettamente eguali e vuoti, con la stanchezza di alzarmi, di trascinare la mia grigia esistenza fra il lavoro, i pochi amici e le insulse serate, create per cercare inutilmente di distrarmi. Avevo conosciuto altri ragazzi che erano scivolati via come l'acqua, lasciandomi dentro un vuoto e un'amarezza infinite... non soffrivo nemmeno più, mi trascinavo indolentemente, attendendo, con ansia, il momento in cui la mia pillola misericordiosa mi avrebbe concesso qualche ora di un sonno pesante, innaturale. In certi momenti, mi sembrava di essere riuscita a dimenticare il suo volto, la sua voce, le sue carezze; poi, improvviso, mi assaliva il ricordo, scatenato da un suono, da un'immagine, da uno sguardo e ripiombavo nel mio silenzioso inferno, senza la forza né la voglia di rialzarmi. Ero a cena con i colleghi di lavoro, quando avevo ritrovato casualmente un amico di Giorgio che all'epoca spesso frequentavamo; mi aveva accolto affettuosamente, confessando di non avermi telefonato, dopo la separazione, per rispetto a Giorgio che continuava a vedere e che, adesso, stava con una ragazza bruna di nome Marina. Però, non mi sembra felice, sai?, ha spesso il viso cupo e credo stia facendo delle analisi perché non si sente bene, aveva aggiunto, salutandomi con un abbraccio e promettendo di rifarsi vivo presto. Avevo provato un gran vuoto, mentre continuavo a pensare a quelle parole, fingendo di divertirmi alle stupide battute del mio commensale. Mesi, mesi e mesi ancora erano trascorsi, notti, giorni, domeniche, Natale, Pasqua... tutto, sempre, così vuoto, fino a che mi ero guardata allo specchio, vedendo un viso stanco, segnato da piccole rughe e spento: Devo rivederlo, per cancellarlo dalla testa, per verificare che, ora, la sua vita è con lei e per rendermi conto che è proprio finita!. Lo avevo deciso in un attimo, con la forza di una disperazione che, cupa e costante, mi aveva tolto la giovinezza e la voglia di vivere. Il cellulare aveva suonato a lungo, prima che Giorgio rispondesse con voce stanca. Mi dispiace disturbarti, ma ho bisogno di vederti, gli avevo detto d'un fiato, prima di perdere il coraggio per quella pazzia. Sembrava sorpreso ma felice di sentirmi, mentre decidevamo di vederci nel piccolo bar vicino all'ospedale, dove tante volte avevamo consumato frettolosi panini, conditi dalla gioia di stare insieme. Era già seduto al tavolo e, di spalle, mi sembrava dimagrito; un buffo cappello della sua squadra nascondeva i capelli, mentre, girandosi, mi rivolgeva un debole sorriso che poco illuminava il suo volto scavato e sofferente. Non ho un aspetto splendido, vero? aveva esordito, avvicinando il 5 6

4 volto per baciarmi amichevolmente sulla guancia. Ho avuto un linfoma e sono stato a lungo ricoverato per la chemioterapia che è stata pesantissima. Sembra che, da poco, ne sia completamente fuori, anche se solo il tempo potrà confermare la guarigione. Parlava con un tono impersonale, come si trattasse di altra persona, senza guardarmi. Ho perso tutti i capelli, aveva aggiunto, togliendosi il berretto e fissandomi finalmente, per la prima volta. Lo avevo accarezzato con lo sguardo, guardando la sua testa così paurosamente nuda e quelle lunghe dita affusolate, ora, così magre e nervose. Ricresceranno, avevo sorriso, cercando di dare alla mia voce tutto il calore che mi era rimasto e provando, acutissimo, un dolore per lui, per noi, per tutto quanto era successo. E Marina, dov è?. Non ero riuscita a trattenermi, quasi senza accorgermi. È finita da molto tempo. Era una malattia, e, come tale, ne sono faticosamente uscito, con qualche livido ma, forse, un po' più forte. Poi, il linfoma non mi ha lasciato il tempo per rimettere insieme i cocci della mia vita ed è passato sopra di me con la forza di uno tsunami. E tu, come stai?, cosa hai fatto in tutto questo tempo?. E ci eravamo ritrovati a parlare per ore, mentre i tavoli del bar si svuotavano e un assonnato cameriere attendeva sulla porta che ce ne andassimo. Mi sembrava di sognare, mentre sorridevo a qualche buffo episodio della sua lunga malattia, raccontata con umorismo e leggerezza, mentre quegli occhi intensi e sofferenti raccontavano tutt'altra verità. Neppure una parola spesa per lei, neppure un accenno alla vita vissuta insieme, ma solo la voglia di parlare e di ridere, come una volta. Era difficile lasciarsi e ancor più difficile spiegare il perché di quello strano, bellissimo incontro. Non c'era stato bisogno, perché, tenendo a lungo la mia mano fra le sue, mi aveva chiesto di accompagnarlo ad un concerto la sera successiva... mi ero allontanata, trasognata, mentre mi salutava, sventolando il berretto. Lentamente, timidamente, la vita aveva ricominciato ad avere senso e colore, mentre attendevo la telefonata di Giorgio che riusciva ogni giorno a trovare un nuovo pretesto per rivedermi, mantenendo un atteggiamento amichevole e scanzonato. Il sole di giugno ci aveva attirato ad una passeggiata lungo la spiaggia mentre il vento caldo accarezzava la nostra pelle sudata. I suoi capelli ancora cortissimi, ricrescevano ricci e folti, con qualche nuovo, commovente, filo d'argento che brillava nel sole... avevo allungato inconsapevolmente la mano per accarezzarlo e ci eravamo ritrovati allacciati, appassionati, affamati dei nostri corpi, delle nostre anime, così a lungo separate. Era ricominciata così la nostra vita insieme, con la gioia della riscoperta e con la consapevolezza del valore e del significato della nostra scelta. Avevo deciso di non chiedergli nulla, di non forzarlo lasciando a lui la totalità delle decisioni su di noi, anche se spesso, la notte, restavo sveglia, con gli occhi fissi al soffitto, persa nei miei pensieri, mentre il suo respiro regolare mi cullava. Il dolce cagnone affettuoso che avevamo trovato al canile e che ci aveva preso il cuore con i suoi occhi adoranti era stato la prima pietra della nostra nuova esistenza: lo portavamo a correre, la sera lungo gli argini, ridendo felici per le sue prodezze, per gli umidi baci che, improvvisi, ci stampava sulle braccia, sul viso, mentre ci chinavamo per accarezzarlo. Era il mio primo cane e accanto a Giorgio scoprivo quel nuovo, sconfinato amore senza riserve che quel grande cucciolo ci donava, facendoci sentire più uniti. La nostra vita aveva ripreso a scorrere lenta, serena, scandita dalle dolci abitudini che avevamo ritrovato: la domenica era dedicata alla cucina ed il pranzo, per noi soli, era un gioioso rito con la tavola apparecchiata a festa e la ciotola del nostro cane ai piedi. Stavo preparando il sugo per la pasta e l'aroma del basilico riempiva la cucina; il vapor acqueo emanato dalle pentole appannava il vetro, oltre il quale Giorgio lanciava la palla al cucciolo: mi ero ritrovata, con gli occhi pieni di lacrime, a chiedermi se eravamo finalmente arrivati in un porto sicuro o se quella felicità così totale era solo una nuova, fugace parentesi. Attraverso il vetro, all'improvviso, Giorgio mi aveva fissato, estraneo e distante, come se fra noi si fosse alzato un altissimo muro di ghiaccio. Era rientrato in casa senza parlare, tenendo in mano il cellulare che mi aveva porto. Il messaggio di Marina era brevissimo: Il tempo non cancella quello che conta veramente. Vorrei rivederti. Marina è stata per me come una droga e, anche se mi ha lasciato quando già cominciavo a star male, non sono mai riuscito a cavarmela dal cuore... mai, anche se amo te molto più di quanto credessi di riuscire ad amare!. 7 8

5 Era rimasto seduto, svuotato, assente, senza la voglia né la forza di continuare a parlare, mentre il sugo nella pentola bruciava ed il cane si accoccolava, triste, al mio fianco. L'aveva rivista il giorno dopo ed era tornato da me con uno sguardo spaurito, di bestia ferita, giurando che sarebbe davvero finita per sempre ma che aveva bisogno di tempo... e il tempo aveva ripreso a trascorrere lentissimo, nell'attesa di una sua chiamata. Mi ero imposta di chiedergli una scelta definitiva, prendendo tutto il tempo necessario, ma non potevo impedirmi di guardare allo specchio il mio viso ogni giorno più pallido e tirato continuando a rivivere ancora e ancora il dolore e l'angoscia degli abbandoni e dei ritorni. Mi sentivo svuotata, privata di uno scopo in quella mia grigia esistenza che trascinavo faticosamente giorno dopo giorno, notte dopo notte. Era ricomparso alla porta una mattina, dopo un mese; senza dire nulla, mi aveva stretto fra le braccia, chiedendomi un caffè... Eterno mi era sembrato il tempo trascorso nella nostra cucina mentre il liquido nero saliva, fumando, nella caffettiera e l'aroma si spandeva nell'aria. Aveva parlato poco, mentre lo fissavo muta, per dire soltanto che voleva partire con me, per una vacanza che mi era parsa come l'ennesima fuga. Non ero riuscita a parlare, sopraffatta dalla gioia di rivederlo e di sapere che, ancora, voleva provare a ricominciare con me. Marina non era stata mai nominata... forse, non esisteva più, mentre lui si entusiasmava nel propormi itinerari romantici, nei mari più belli. Ancora oggi mi chiedo perché non sia riuscita a chiedergli se fosse finalmente uscito dalla sua ossessione, ma ancora oggi so che il terrore di perderlo mi ha sempre paralizzato la mente rendendomi impossibile qualunque azione. Fra centinaia di depliants avevamo scelto una piccola isola greca, con un alberghetto in riva al mare. Ci stringevamo forte la mano, mentre l'aereo decollava e mi sembrava che, staccandosi dal suolo, restasse a terra tutto il dolore di quell'ultimo mese. Uscendo dall'aeroporto ci avevano inondato il sole, il cielo di un azzurro cobalto, i profumi inebrianti dell'estate mediterranea. Uscendo dall'aeroporto ci avevano inondato il sole, il cielo di un azzurro cobalto, i profumi inebrianti dell'estate mediterranea. Ci aveva stregati quel mare dai colori incredibili che si tingeva, solo per noi, di rosa e di viola, di verde e di turchese. Durante i primi giorni, senza parlarne, avevamo deciso di tuffarci nella nostra vacanza con la spensierata incoscienza di due ragazzini e, spesso, ci sorprendevamo a ridere come scemi per un nonnulla o a guardare estasiati i tramonti, le notti stellate, le albe dorate, mentre la risacca, pigra, rotolava a pochi metri da noi. Poi, lentamente, quasi senza accorgercene, erano cominciati i silenzi imbarazzati, le frasi dette a metà e, volutamente, lasciate sospese lievi ed ingombranti come i nostri segreti. Due giorni prima di tornare, passeggiando pigramente sulla spiaggia, Giorgio mi aveva fermata, e fissandomi negli occhi, aveva vomitato: Perché non mi hai chiesto mai nulla di Marina? Perché sei sempre così intollerabilmente perfetta?. Per un attimo l'autocontrollo e la razionalità di tutta la mia vita erano stati spazzati via da una furia cieca e primordiale che avrebbe consentito tutto... anche di uccidere. Poi, mentre un sudore freddo mi inzuppava ed il cuore cessava la sua folle corsa, avevo ripreso il controllo, rispondendogli, con la voce più fredda e calma possibile: Ti ho lasciato il tempo per capire che cosa realmente volessi, mentre io sospendevo la mia vita nell'attesa della tua scelta... perdonami se ho deciso di annullarmi per non forzarti!!! e lacrime calde scendevano senza che riuscissi a fermarle, mentre mi allontanavo, soffiandomi rumorosamente il naso. Dell'ultimo giorno trascorso nell'isola ho un ricordo allucinato, per il silenzio innaturale che si dilatava fra noi, mentre svolgevamo, meccanicamente, i preparativi per la partenza al mattino seguente. Un tramonto infuocato ci aveva colto all'improvviso, mentre raccoglievamo le ultime cose stese ad asciugare: il sole si tuffava nel mare color cobalto, mentre il silenzio, antico ed assoluto, era interrotto solo dal triste stridio dei gabbiani. Un profumo intenso ci avvolgeva, mentre restavamo immobili, vicini, sopraffatti dallo spettacolo che la natura ci donava come commiato. La sua mano sulle mie spalle, il suo alito caldo sul mio collo, mentre iniziava a baciarmi, sussurrando solo il mio nome... e, poi, le sue braccia, il suo corpo sopra il mio, in una ricerca rabbiosa ed appassionata di tutte le cose che avremmo voluto dire e che, forse, mai, saremmo riusciti ad esprimere. La sua mano sulle mie spalle, il suo alito caldo sul mio collo, mentre 9 10

6 iniziava a baciarmi, sussurrando solo il mio nome... e, poi, le sue braccia, il suo corpo sopra il mio, in una ricerca rabbiosa ed appassionata di tutte le cose che avremmo voluto dire e che, forse, mai, saremmo riusciti ad esprimere. Solo il rumore della risacca, solo il profumo che entrava dalle finestre aperte su quella sera incantata. Dopo, mentre Giorgio dormiva coprendosi il volto sudato con il braccio, avevo infilato la camiciola di cotone che aderiva sulla pelle ancora arrossata ed umida. Affacciata alla finestra, mi era passata davanti tutta la nostra storia e mi chiedevo, ancora una volta, se quella sarebbe stata la fine. Osservavo la luna che, lontana e splendente, saliva lentamente nel cielo riempiendo di mille tremule luci il mare a due passi da noi. Un rumore improvviso mi aveva allarmato, furtivo e lieve, come una presenza che si avvicinasse nel buio. I sensi anche se acuiti dalla paura, non mi permettevano di vedere nulla, se non un leggero movimento tra le piante sotto la nostra finestra... poi, improvvisa, era apparsa davanti a me una capra con il suo muso antico e mansueto, curiosa ma diffidente verso la mia mano che si allungava. Eravamo rimaste così, a guardarci, per un tempo infinito, mentre la luna saliva e la musica del mare scendeva a placare la mia anima assetata di amore. Aveva accettato una lieve carezza sulla testa da cui spuntavano due piccole corna; poi, aveva belato brevemente, come a salutarmi, mentre si girava, allontanandosi nella notte. Mi hai donato un momento di pace e mi hai aiutato a vedermi dentro. Grazie, avevo mormorato, guardandola. Alle mie spalle, Giorgio aveva chiamato, con voce assonnata; mi ero girata. Adesso ero pronta. Il suo corpo caldo contro il mio, mentre mi stringeva fra le braccia. Sposami aveva sussurrato fra i capelli mentre le sue lacrime si mescolavano alle mie scendendo, salate, sulle labbra. Finisco il racconto, ripensando a questa storia strana, nata dalle confidenze di un amica, in una notte d estate. Sono ancora trasognata, come sempre mi succede quando scrivo i miei racconti. La voce agitata ma festosa di Roberto mi colpisce improvvisa, mentre lo vedo correre verso di me dal fondo del giardino. Porta in braccio un batuffolo bianco e grigio. È una capretta appena nata; ha ancora il cordone ombelicale. L'ho trovata, sulla stradina sotto casa. Cosa ne facciamo? È minuscola, magrissima, affamata. Ci guardiamo, sorridendoci. Sappiamo tutti e due che la capretta entrerà a far parte della nostra vita, insieme ai cani, ai pesci, alle colombe. Lei sembra capire che il suo destino dipende da quell'eterno, dolcissimo ragazzo che l'ha trovata e si abbandona fra le sue braccia succhiandogli delicatamente il braccio... ma questa è un'altra storia. MARIA WANDA CALDIRONI 11 12

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