VOLETE ANDARVENE ANCHE VOI?
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- Lazzaro Pasquali
- 10 anni fa
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1 P. Alberto Maggi OSM APPUNTI VOLETE ANDARVENE ANCHE VOI? (GV 6,67) "mentre i Giudei chiedono i miracoli e i Greci cercano la sa pienza, noi predichiamo Cristo crocifisso, scandalo per i Giudei, stoltezza per i pagani..." (1 Cor 1,22-23) INTRODUZIONE L'immagine con la quale i vangeli esprimono da una parte la radicalità del messaggio di Gesù è la croce. Immagine che purtroppo lungo i secoli è stata vuotata del suo contenuto. Quando la sequela di Gesù - da libera scelta per pochi è stata trasformata in obbligo per tutti - anche la croce, da conseguenza vitale per quanti col loro comportamento assomigliano a Gesù è diventata una minaccia che grava su tutti. In questo incontro esamineremo pertanto il significato autentico di "croce" nei vangeli. L'adesione a Gesù non è la condizione per ottenere la "sal vezza eterna" o - per usare un altro linguaggio - per entrare in paradiso. Su questo i vangeli sono chiari. Valga per tutti l'episodio del "ricco" che troviamo in Mc 10,17-23, personaggio anonimo nel quale ognuno si può riconoscere: 10,17a Mentre [Gesù] usciva per la strada un tale correndo gli si gettò in ginocchio... L'evangelista descrive un personaggio in preda ad una forte angoscia: appena vede Gesù si mette a correre verso di lui e gli si getta in ginocchio davanti. "Correndo!" In questo vangelo corre solo l'indemoniato di Gerasa! (Mc 5,6). E pure lui si inginocchia davanti Gesù: "Visto Gesù da lontano si mise a correre e gli si gettò ai piedi". Con questo riferimento, Marco intende mettere il lettore sulla giusta interpretazione. Come 1
2 l'indemoniato era prigioniero della sua violenza "si percuoteva continuamente con pietre" (Mc 5,5), anche qui si tratta di una persona schiava di qualcosa che lo domina, che lo rende prigioniero, gli impedisce la libertà, lo distrugge. 10,17b e gli domandò: Maestro insigne, che devo fare per ereditare la vita eterna? Ecco il problema che lo spinge da Gesù: la vita eterna. E' interessante come nei vangeli il problema dell'al di là sembri interessare esclusivamente quelli che di qua ci stanno abbastanza bene: i ricchi, le persone sistemate, queste hanno tempo per pensare alla vita dopo la morte, quasi a volersi garantire una situazione di privilegio pure nell'al di là, visto che di qua stanno già più che bene! I poveri non hanno di questi problemi. Hanno tanto da pensare per tirare avanti su questa terra che non hanno certo né tempo né voglia per stare a pensare all'al di là. Comunque il nostro personaggio è angosciato. E desidera conosce re dal nuovo, eccezionale maestro, una formula, una ricetta, un qualcosa che gli dia la certezza di possedere la vita eterna... Ci vorrebbe pure che con il bene che sta di qua dovesse perdere tutto per uno sbaglio o per l'omissione di qualche preghiera! 10,18 Ma Gesù gli rispose: Perché chiami me "insigne"? Lo è solo Dio. Gesù replica che per quel che lo interessa "la vita eterna" il migliore maestro ce l'ha avuto in Dio stesso ed è a lui che si deve rivolgere. L'al di là non è affare che riguardi Gesù. Lui non predicherà mai il "paradiso" (solo Lc 23,43 in tutto il vangelo) mala qualità di vita qui sulla terra. Comunque lo soccorre e gli ricorda la via che Dio ha indicato per ottenere la vita eterna. 10,19 Conosci già i comandamenti: Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non testimoniare il falso, non imbrogliare, Onora il padre e la madre. Se il problema che tanto angoscia il tale è la vita eterna Gesù gli rinfresca il catechismo... quello che dovrebbe sapere; Dio stesso aveva indicato come ottenere la vita eterna: l'osservanza dei comandamenti contenuti nella legge di Mosè. Ma c'è una novità. Gesù dei dieci comandamenti omette i primi tre, quelli che erano rappresentati sulla prima tavola e riguardavano i doveri dell'uomo verso Dio. Erano la particolare prerogativa di Israele come popoo prediletto. Per Gesù non sono importanti per entrare nella vita eterna. Credente o no, praticante o meno, questo non pregiudica la possibilità di entrare nella vita eterna. Gesù sottolinea invece quelli che riguardano un atteggiamento di giustizia nei confronti del prossimo e che sono validi per ogni uomo sia esso credente o no, ebreo o pagano (cfr Mt 25,35: avevo fame... avevo sete...), e glieli enumera: "Non uccidere, Noncommettere adulterio, Non rubare, Non testimoniare il falso..." e aggiunge uno che comandamento non è: "Non imbrogliare" (Dt 24,14). E' un precetto contenuto nella legge di Mosè e si riferisce in particolare a non trattenere presso di sè il salario del dipendente, ma di corrisponderlo il giorno stesso del lavoro: "Non defrauderai il salariato povero e bisognoso... gli darai il suo salario il giorno stesso, prima che tramonti il sole..." E' una chiara denuncia dell'ingiustizia 2
3 che è alla base di ogni ricchezza... sei ricco... hai imbrogliato i tuoi lavoratori... Infine il comandamento di "onorare" i genitori, che non significa solo rispettare, ma essendo la povertà il più grave disonore per un ebreo, prescrive di mantenere decorosamente i propri genitori, di non farli vivere nella miseria. E' importante però sottolineare come Gesù in qualche modo prenda le distanze dal problema del ricco. Se quel che ci preoccupa è la vita eterna, non c'è bisogno di Gesù e neanche di Dio! Basta comportarsi onestamente e rettamente col prossimo (con dio non importa) che la vita eterna è garantita, assicurata. 10,20 Maestro tutto questo l'ho fatto fin da quando ero picco lo! Adesso si sente meglio. Lui è un perfetto osservante della legge. L'ha praticata fin dall'infanzia. Ai ricchi non è difficile essere religiosi. Quando si ha la pancia piena è più facile che esca un desiderio di riconoscenza (o di... scaramanzia) verso colui che si ritiene la fonte di tanta provvidenza. Agli affamati è un pò più difficile pensare a Dio, se non per bestemmiarlo. Ma - chiediamoci - se questo tale è ricco, molto religioso, perché ha tanta angoscia per la vita eterna? E' nella risposta di Gesù la soluzione... 10,21 Allora Gesù lo guardò e gli dimostrò il suo amore dicendo gli: Ti manca tutto! Vendi le tue ricchezze, dalle ai poveri, così avrai in Dio la tua sicurezza, poi vieni dietro di me! Ecco l'invito di Gesù. Ecco lo sguardo creatore di Gesù, l'uomo-dio che guarda e vede "non quel che guarda l'uomo. L'uomo guarda l'apparenza, Dio guarda il cuore" (1 Sam 16,7). Lo sguardo dell'uomo vede la ricchezza e la invidia. Lo sguardo di Dio smaschera la miseria e la compiange. "Tu dici: sono ricco, mi sono arricchito; non ho bisogno di nulla. Ma non sai di essere un infelice, un miserabile, un povero cieco e nudo!... Ti consiglio di comprare da me oro purificato dal fuoco per diventare ricco, vesti bianche per coprirti e nascondere la vergognosa tua nudità" (Ap 3,17-18). Gesù propone alla persona l'ideale dell'uomo voluto dal Pa dre suo. E' continuo l'invito del Signore, e questa volta si dirige alle persone angosciate, afflitte, le persone alle quali né ricchezza né religione hanno dato serenità e pace, ma si trovano come tormentate da qualcosa che gli manca e non sanno neanche loro che... Gesù lo guarda, ed è sempre lo sguardo creativo che dimo stra amore. Amore che traducendosi nella "parola di Dio che è viva, efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio, penetra fino al punto di divisione dell'animo e dello spirito, delle giunture e delle midolla e scruta i sentimenti e i pensieri del cuore" (Ebr 4,12) può anche far male per essere 3
4 efficace. Infatti Gesù lo smaschera, perché "tutto è nudo e scoperto agli occhi del Signore" (Ebr 4,13) gli toglie tutta la sua illusoria sicurezza di uomo ricco e pio. Gli dice: Ti manca tutto! (Normalmente si trova tradotto "Una sola cosa ti manca! e questa traduzione da l'idea che il personaggio sia già molto bravo e per esserlo ancora un pò di più deve fare un piccolo sforzo... Ma nella simbolica ebraica, quando ad una cifra manca un'unità è come se mancasse tutto. Così al pastore che ha 100 pecore e ne manca una è come se non avesse il gregge (Lc 15,4). Ugualmente il gruppo degli apostoli quando diventano 11 per la defezione di Giuda è come se non esistesse più come comunità (At 1,26). (Un poco come quando noi per dire che non abbiamo più nulla diciamo che non abbiamo più una lira). Pertanto Gesù non gli fa un complimento: "che bravo! Sei quasi perfetto... ti manca ancora una cosina e...", ma gli fa osservare che gli manca proprio tutto: la ricchezza e la pratica religiosa non l' hanno reso un uomo libero, adulto, non l' hanno reso felice... gli manca tutto! E Gesù gli indica la vera strada per realizzarsi pienamente come persona, strada praticabile da tutti, non essendo legata alla ricchezza né alla pratica religiosa: mettere la propria sicurezza in Dio eliminando le false sicurezze del denaro e della religione! E siccome questo individuo è ricco e la ricchezza è alla base dell'ingiustizia, Gesù lo invita a collaborare con lui alla costruzione di una società giusta dove anziché accumulare per sè si condivide con gli altri. Gesù lo invita a sostituire la fiducia nella banca dove tiene i soldi con la garanzia dell'amore di Dio che è padre per i suoi figli... Che significa mettere la fiducia in Dio? Significa liberarci da tutte le altre false sicurezze e occuparci pienamente del bene degli altri. Questo atteggiamento permette a Dio di occuparsi di noi come un padre per i suoi figlioli: "Non affannatevi dunque dicendo: che cosa mangeremo? che cosa berremo... come i non credenti: tutte queste cose vi saranno date in abbondanza" (Mt 7,31). Al contrario se noi mettiamo la nostra fiducia in altre cose che sono di freno all'azione d'amore ai fratelli, questo impedisce a Dio di occuparsi di noi. E' chiaro che se confido e mi sento sicuro per i soldi che tengo in banca, questo mi impedirà di essere generoso con i fratelli e di condividere quel che ho. E questo atteggiamento chiude la porta all'azione di Dio nella mia vita. 10,22 Ma quello si rattristò a questa proposta e tornò via afflitto... perché aveva enormi capitali. Non sempre giova incontrare Gesù. All'inizio del racconto abbiamo visto un uomo angosciato ed ora dopo l'incontro con Gesù lo ritroviamo addirittura afflitto! Che differenza con l'indemoniato! Questi dopo l'incontro con Gesù rinsavisce e "se ne andò e si mise a proclamare per la Decapoli ciò che Gesù gli aveva fatto" (Mc 5,20). Il ricco se ne va ancora più oppresso dalla ricchezza e dalla religione! La proposta carica d'amore creativo da parte di Gesù si è scontrata con un ottuso orizzonte che 4
5 crede solo in quel che tocca.... il denaro, la ricchezza! Gesù non gli corre dietro, non gli fa uno sconto su quello che gli aveva proposto. Quel ricco probabilmente si salverà se continuerà a comportarsi così, ma a Gesù non interessano "brave persone". Questo personaggio che per Marco è solo "un tale" (Mc 10,17) e per Luca "un notabile" (Lc 18,18) accomunati entrambi dalla ricchezza (Mc 10,22; Lc 18,23) viene da Matteo definito "giovane" (Mt 19,20) (lett. "ragazzo", dal gr. neaniskos, diminutivo di neanis, "giovane") e da Gesù invitato a crescere e diventare uomo (gr. téleios = giunto al termine). Gesù invitandolo ad es sergli discepolo gli offre il pieno sviluppo - impossibile sotto la Legge che ottiene si la vita eterna ma non fa crescere l'uomo - dandogli la possibilità di passare dalla condizione di ragazzo a quella di uomo. Il ragazzo rifiutando rinuncia di raggiungere la maturità. La proposta di Gesù tende alla costruzione del Regno di Dio e per questo ha bisogno di collaboratori con i quali costruire la nuova società dove si permette a Dio di governare, di prendersi cura dei suoi figli e per fare questo invita, non obbliga nessuno a seguirlo! Ma a quanti volontariamente lo seguono fa presente senza reticenze le esigenze che questa sequela comporterà. Potremmo riassumere queste esigenze di Gesù in "o così... (molto diverso dai nostri molti "cosà...") o non mi servite". Per questo motivo le parole più severe dei vangeli non sono rivolte ai peccatori verso i quali ha espressioni di materna tenerezza, ma sempre verso i suoi. Se quanti si decidono di seguirlo non sono all'altezza dell'impegno preso per Gesù sono inutili e nocivi. Ecco allora i moniti di Mt 5,13: "Voi siete il sale della terra. Ma se il sale perde sapore con che si salirà? E non serve altro che per gettarlo in strada perché venga calpestato dalle persone... (Mt 5,13) Dalla fedeltà dei discepoli all'alleanza di Gesù dipende che questa esista realizzando così il programma del Padre. Ma se il sale perde sapore è irrecuperabile: se quanti volontariamente decidono di seguire Gesù e gli sono intimi non gli sono fedeli non c'è più speranza. Costoro sono inutili e nocivi e meritano il disprezzo di quegli uomini alla cui liberazione dovevano aver cooperato. Ma come fa il sale a perdere questo sapore? Il termi ne usato da Mt môranthê, dal verbo gr. môrainô, è lo stesso usato per indicare l'uomo "stolto" (gr. môrô), che costruisce la propria casa sulle sabbie, immagine del discepolo che ascolta con entusiasmo il messaggio di Gesù ma non pensa poi a tradurre in pratica questo messaggio (cf Mt 7,24-29). Se l'invito di Gesù è rivolto a tutti senza alcun condizionamento è anche vero che quanti gli rispondono sono chiamati a porre poi la loro esistenza in sintonia con l'amore e la vita che il signore comunica loro. Per questo Gesù nelle sue parabole sarà molto chiaro: Mt 13,47: 5
6 "Il regno dei cieli è simile a una rete gettata nel mare, che raccoglie ogni genere di pesci. quando è piena, i pescatori la tirano a riva e poi, sedutisi, raccolgono i pesci buoni nei canestri e buttano via i cattivi" I pesci scartati vengono definiti dall'evangelista "marci" (gr. saprà). Non c'è un giudizio morale (buoni/cattivi) ma esistenziale. Non avendo vita ed essendo in un processo di putrefazione non possono permanere nell'ambito della vita. (Ancora altri esempi vi sono nei vangeli, p. es. Mt 22,1-14). Se le condizioni poste da Gesù per seguirlo sono chiare, altrettanto lo sono le conseguenze: l'infamia della croce. QUEL CHE NON E' "CROCE" Il Concilio Vaticano II richiama i cristiani alla grave responsabilità che hanno verso i non credenti. Il rifiuto di Dio da parte di costoro è dovuto anche all'incompleta o errata rappresentazione che viene loro fatta dell'immagine di Dio: "Altri si rappresentano Dio in modo tale che quella rappresentazione che essi rifiutano, in nessun modo è il Dio del vangelo... in questo campo anche i credenti spesso hanno una certa responsabilità... in quanto per aver trascurato di educare la propria fede, o per una presentazione fallace della dottrina... nascondono e non manifestano il genuino volto di Dio" (GS 19). Al fine di evitare questo errore si afferma nella Dei Verbum che: "E' necessario che tutta la predicazione ecclesiastica come la stessa religione cristiana sia nutrita e regolata dalla Sacra Scrittura... e lo studio delle sacre pagine sia dunque come l'anima della sacra teologia" (DV 21.24). Se c'è un'immagine distorta di Dio capace di deformare il suo essere ed il suo agire con gli uomini, è l'idea - ancora abbastanza radicata - del Dio che "manda" le croci: è infatti facile udire nel linguaggio di tutti i giorni frasi quali: - "ognuno ha la sua croce", - "è la croce che il Signore ci ha dato", In tutte queste espressioni, per "croce" si intendono le inevitabili tribolazioni che incontriamo nella vita. Se confrontiamo il nostro pensare e parlare con quanto insegnano i vangeli vediamo che nel Nuovo Testamento mai viene associata la figura della "croce" (gr. stauròs) con la tribolazione dell'uomo. Della settantina di volte (73) che nel NT si parla della croce, non si trova una sola espressione che la indichi come sofferenza che non è possibile evitare e che ogni uomo deve 6
7 accettare e sopportare (solo nel V secolo compare in una preghiera cristiana la "croce" col significato di "sofferenza", cf Pap. Oxyrhyncus VII 1058,2). Le sofferenze, le malattie, i lutti, le difficoltà di relazione interpersonale, vengono sempre nel NT chiamate col loro nome e non vengono mai equivocate con il significato che la "croce" ha assunto nell'insegnamento e nella morte di Gesù. IL SUPPLIZIO DELLA CROCE Per meglio comprendere l'insegnamento di Gesù al riguardo esaminiamo che cosa si intendeva per "croce" nella cultura dell'epoca. Inventata dai Persiani, più che un sistema di esecuzione capitale il supplizio della croce era usato come crudele tortura che dopo strazianti tormenti e una lenta dolorosissima agonia conduceva alla morte, che sopravveniva dopo tre o perfino sette giorni. L'infamante pena della crocifissione non era contemplata dal diritto penale giudaico come giudizio capitale. I quattro tipi di morte previsti dal diritto ebraico erano la lapidazione, il rogo, la decapitazione e lo strangolamento (Sanh. M. 7,1; Sota B. 8b). Questo strumento di tortura, chiamato dai romani "crux", venne da costoro adottato come deterrente per mantenere sottomessi gli schiavi ed ogni individuo pericoloso alla sicurezza del loro ptere. Considerata il mezzo più efficace per il mantenimento dell'ordine e della sicurezza, la crocifissione venne usata anche come mezzo di intimidazione durante le rivolte, come leggiamo in Giuseppe Flavio: "[durante la guerra giudaica] fatto prigioniero un giudeo, Tito ordinò di crocifiggerlo innanzi alle mura [di Gerusalemme] per atterrire con lo spettacolo gli altri e indurli alla resa" (G.G.V,6-7). Se abbondante era l'uso della crocifissione, scarse sono le informazioni, sulle modalità di esecuzione, da parte degli scrittori dell'epoca, per cui non siamo in possesso di nessuna descrizione dettagliata di questo supplizio rimasto in vigore fino a Costantino. Cicerone - ricordando che a questo "crudelis simum taeterrimumque supplicium" non potevano venire condannati cittadini romani, ne rifiuta ogni illustrazione giustificandosi con questa argomentazione "...la croce deve stare lontana non solo dal corpo dei cittadini romani, ma anche dai loro pensieri, dai loro occhi, dai loro orecchi" (Verr. 2,5, V. 64,165). Da quel poco che è stato tramandato sappiamo che il condannato, legato saldamente al legno orizzontale, veniva poi appeso al palo verticale la cui altezza era poco più di quella di un uomo. Solo in casi molto particolari, quando si voleva lasciare esposto il torturato alla vista di tutti come macabro monito, si usavano pali più lunghi. Lungo il tragitto verso il luogo dell'esecuzione il condannato portava appesa al collo una tavoletta con scritto la motivazione della sentenza che veniva poi fissata sul palo verticale. A metà di questo palo un piccolo appoggio in legno sosteneva il condannato impedendogli così una 7
8 morte più veloce e garantendo una lenta agonia. Il cadavere veniva lasciato putrefare sulla croce. Non ci sono molte testimonianze sull'uso dei chiodi. Per Gesù è solo dai racconti della resurrezione che sappiamo che venne inchiodato (cf Lc 24,39; Gv 20, ; At 2,23; cf "Il vangelo di Pietro", apocrifo del sec. II "allora estrassero ichiodi dalle mani del Signore..." 6,21). Durante l' occupazione romana in Palestina, sono stati condannati alla morte di croce così tanti ebrei, che interi boschi furono distrutti per ottenere i pali adatti. Sempre da Giuseppe Flavio sappiamo che i condannati "venivano flagellati, e dopo aver subito ogni sorta di supplizi prima di morire, erano crocifissi di fronte alle mura [di Gerusalemme]... cinquecento al giorno!" (G.G. XI, 1). Le sofferenze fisiche e morali dei crocifissi, destinati a morire dopo questa straziante tortura, sono inimmaginabili. Ed è proprio all'orrore per questa condanna che veniva inflitta esclusivamente ai rifiuti della società, ai "maledetti da Dio" - come li definisce il libro del Deuteronomio (Dt 21,22-23; Gal 3,13) - che Gesù si riferisce con il suo invito a "prendere su di sè la croce" (cf Mt 10,38; 16,24; Mc 8,34; Lc 9,23; 14,27). CONDIZIONE PER LA SEQUELA L'invito a sottomettersi volontariamente al supplizio della "croce" - completamente assente nella letteratura ebraica - è nel Nuovo Testamento, e in particolare nei vangeli, strettamente legato alla sequela di Gesù, sempre proposto e mai imposto. Nei vangeli questo invito appare in tutto solo cinque volte (due volte in Matteo [10,38; 16,24] e Luca [9,23; 14,27], una volta in Marco [8,34] mai in Giovanni, e viene sempre espresso per sciogliere un equivoco. In tutti questi brani gli evangelisti stanno molto attenti a non usare verbi come "portare" [gr. pherô], "accogliere" "accettare" [gr. dechomai] la croce, termini che indicherebbero un atteggiamento passivo dell'uomo al quale non rimarrebbe che accettare quanto Dio ha stabilito. Gli evangelisti usano i verbi "prendere" [gr. lambanô] e "sollevare" [gr. airô; bastazô], sottolineando con questo il preciso momento in cui il condannato afferra con le proprie mani lo strumento della propria morte. La croce non viene mai data da Dio ma presa dall'uomo, come conseguenza di una libera scelta fatta dall'individuo che, accolto Gesù ed il suo messaggio, ne accetta anche le estreme conseguenze di un marchio infamante. Per questo la croce - come la sequela di Gesù - non è per tutti: "Se qualcuno...", "Se vuoi..." è la formula della proposta di Gesù che è sempre diretta ai suoi discepoli e alla loro libera volontà. 8
9 Un invito - chiarissimo nelle sue conseguenze - e non un'imposizione che grava su tutti. Il Signore non costringe alla sua sequela dei rassegnati, ma invita persone libere che volontariamente ed entusiasticamente lo seguano. Mai Gesù propone - e tantomeno impone - la "croce" a qualcuno fuori del suo gruppo, L'unica volta in cui questo invito è rivolto alla "gente" è proprio per chiarire le condizioni del discepolato (cf Lc 14,25-27). Reduci da un cristianesimo non proposto ma imposto, dove i credenti venivano precettati senz'altra possibilità di scelta che non fosse quella che vedeva il castigo dell'inferno come alternativa, crediamo necessario riflettere su quella che è la libera proposta al messaggio di Gesù. La croce era il supplizio per i disprezzati, per i rifiuti della società, e Gesù, che non offre titoli, privilegi, posti onorifici, avverte coloro che intendono seguirlo che - se non arrivano ad accettare che la società, civile e religiosa, li consideri delinquenti e bestemmiatori, che il sistema su cui si regge il mondo li dichiari gente indesiderabile - non lo segua no!perché costoro: "quando giunge una tribolazione o persecuzione a causa del messaggio, cadono!" (Mc 4,17). Prendere la croce quindi non è subire rassegnati quanto di brutto accade nella vita, ma accettare volontariamente e liberamente, come conseguenza della propria adesione a Gesù, la distruzione della propria reputazione, e di se stessi: "Se hanno chiamato Belzebul il padrone di casa, quanto più i suoi familiari!" (Mt 10,25) "Sarete odiati da tutti a causa mia!" (Lc 21,17). L'infamia della croce è il prezzo da pagare per la creazione di una società alternativa chiamata "Regno di Dio" i cui valori sono diametralmente opposti a quelli della società ingiusta: - CONDIVISIONE invece di ACCUMULO, - EGUAGLIANZA invece di PRESTIGIO, - SERVIZIO invece di DOMINIO. La croce diviene un passaggio inevitabile ed indispensabile per ogni credente che voglia seguire Gesù nel cammino della verità verso la libertà (cf Gv 8,32). Solo chi è libero può veramente amare e mettersi a servizio di tutti (cf 1 Cor 9,19; Mc 9,35), e perdere la propria reputazione è l'unico modo per essere totalmente liberi e di conseguenza pienamente animati dallo Spirito! (cf 2 Cor 3,17). Naturalmente perdere la reputazione non equivale a perdere la dignità. Proprio per conservare la propria dignità occorre perdere la reputazione! 9
10 Quando il credente rinuncia alla propria reputazione è maturo per il passo successivo: perdere la paura della morte. Fintanto esiste questa paura non è libero di fronte a quanti lo possono minacciare. Gesù invita a non considerare neanche la vi ta fisica come un valore supremo, non con una fanatica chiamata al martirio, ma trasmettendo la certezza che la vita che lui comunica all'uomo è di una qualità tale da superare persino la morte (cf Mc 8,35; Gv 6,51; 12,24). Una volta compreso il senso dell'invito di Gesù, che potremmo tentare di ritradurre con l'espressione : "chi non accetta di perdere la propria reputazione...", possiamo esaminare i brani dei vangeli al riguardo. MATTEO (I) "chi non prende la sua croce e non mi segue, non è degno di me" [Mt 10.38] Questo invito segue un chiarimento fatto da Gesù riguardo alla "pace" che egli è venuto a proclamare: "Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra; non sono venuto a portare pace, ma una spada. Sono venuto infatti a separare il figlio dal padre, la figlia dalla madre, la nuora dalla suocera: e i nemici dell'uomo saranno quelli della sua casa" (10,34-36). Nel programma per la realizzazione del Regno di Dio un ruolo importante lo hanno i costruttori di pace: "Beati quelli che lavorano per la pace perché questi Dio li riconoscerà figli suoi" (Mt 5,10). Il disegno di Dio sull'umanità è che questa raggiunga e viva in una condizione di piena pace (cf Lc 2,14). L'ebraico "shalòm", [gr. eirênê] tradotto con "pace", significa la condizione di pienezza di vita alla quale l'uomo aspira ed è chiamato, e quindi comprende la felicità, la libertà, la dignità della persona. Quanti accettano Gesù e il suo messaggio sono chiamati ad impegnarsi perché ogni uomo abbia la possibilità di raggiungere una condizione di vita degna di tale nome. Questo impegno li condurrà inevitabilmente non solo a denunciare con la parola tutte le situazioni di ingiustizia che impediscono la pace, ma - con il proprio comportamento - essere una denuncia per la società, rifiutando ogni forma di potere e di ricchezza che sono la base dell'ingiustizia tra gli uomini (cf Mt 5,3), attirandosi così l'ostilità di quanti si vedono smascherati da questo comportamento, come viene ottimamente de scritto nel Libro della Sapienza: "Tendiamo insidie al giusto, perché ci è di imbarazzo ed è contrario alle nostre azioni... ci è insopportabile solo al vederlo, perché la sua vita è diversa da quella degli altri, e del tutto 10
11 diverse sono le sue strade" (Sap 2, ). La rinuncia all'ambizione, sovverte la scala di valori di una società basata sull'oppressione dell'uomo. Un sistema che non tollera qualsiasi forma di dissenso o contestazione che possa in qualche modo minare il suo potere e che scatena la persecuzione contro chiunque ritiene pericoloso per la solidità del proprio prestigio. Dai vangeli sappiamo che non esistono persone più pericolose per il sistema di coloro che si impegnano perché l'uomo sia felice (cf Mt 10,22; Gv 15,21). Il lavoro per la pace viene visto dal "mondo" come una sfida ai princìpi sui quali si regge il sistema e considerato un crimine talmente grave da annullare persino i più stretti legami del sangue ed essere meritevole di morte (cf Mc 13,12-13). Per questo Gesù avverte i suoi che chiunque farà della propria esistenza un dono d'amore, perché altri ricevano vita, incontrerà in questo suo cammino come inevitabile conseguenza la croce. (II) "Allora Gesù disse ai suoi discepoli: 'Se qualcuno vuol venire dietro a me rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua" (Mt 16,24). L'occasione ed il contesto del secondo invito in Matteo sono comuni a Marco e Luca (per i quali rappresenta rispettivamente l'unico ed il primo invito): "Se qualcuno vuol venire dietro di me rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua" [Mc 8,34] "Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua" [Lc 9,23] Anche questo secondo invito-condizione viene formulato da Gesù per evitare un malinteso: "Da allora Gesù cominciò a dire apertamente ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme e soffrire molto da parte degli anziani, dei sommi sacerdoti e degli scribi, e venire ucciso e risuscitare il terzo giorno. Ma Pietro lo trasse in disparte e cominciò a protestare dicendo: 'Dio te ne scampi, Signore; questo non ti accadrà mai'. Ma egli, voltandosi, disse a Pietro: 'Lungi da me, satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!' (Mt 16,21-23; Mc 8,31-33; Lc 9,18-22). Nonostante Gesù avesse messo in guardia i suoi dal "lievito dei farisei" (Mt 16,11; Mc 8,15; Lc 12,1) - l'uso della fede per il privilegio e prestigio personale - nel gruppo dei discepoli rimane radicata la tradizionale idea giudaica di un Messia vittorioso che avrebbe associato i suoi seguaci alla sua gloria. La convinzione della sicura vittoria del Messia è strettamente legata a quella dello splendore personale del discepolo. Questa tematica apparirà più volte nel corso dei vangeli (cf Mt 18,1ss; 20,24-28) e verrà illustrata nell'episodio della richiesta della madre dei figli di Zebedeo: "Dì che questi miei figli siedano uno alla tua destra e uno alla tua sinistra 11
12 nel tuo regno" (Mt 20,21). Marco presenterà la richiesta come formulata direttamente dai discepoli: "Gli si avvicinarono Giacomo e Giovanni, i figli di Zebedèo, dicendogli: 'Maestro, noi vogliamo che tu ci faccia quello che ti chiederemo... concedici di sedere nella tua gloria uno alla tua destra e uno alla tua sinistra" (Mc 10, 35-37). Pietro ha finalmente compreso che Gesù è "il Messia, il Fi glio del Dio vivente" (Mt 16,16), ma contesta il programma di questo Messia che va ad essere sconfitto anziché sconfiggere i suoi avversari. Per descrivere la violenta reazione di Simone verso il Signore, l'evangelista impiega il verbo greco epitimaô, "rimproverare/sgridare", lo stesso usato dal Signore per sottomette re elementi ostili all'uomo come i venti, il mare (Mt 8,26) e un demonio (Mt 17,18). Per Pietro il progetto esposto da Gesù è contrario al disegno divino. Gesù a sua volta ribalta l'accusa denunciando il discepolo come "satana", cioè incarnazione del nemico di Dio e dell'uomo, e lo rimprovera con la stessa imperativa espressione usata per respingere l' ultima tentazione del deserto: "Vattene Satana" [gr. ypaghe Satanà] (Mt 4,10). Questa tentazione - identica a quella di Pietro - era di un messianismo all'insegna del successo, del potere: "il diavolo lo condusse con sé sopra un monte altissimo e gli mostrò tutti i regni del mondo con la loro gloria e gli disse: "Tutte queste cose io ti darò, se, prostrandoti, mi adorerai" (Mt 4,8-9). Ragionando secondo la mentalità "degli uomini e non di Dio", Simone non si comporta da discepolo, ma da avversario. Gesù lo equipara al tentatore (satana) e lo invita a tornare al suo ruolo di seguace e abbandonare così ogni pretesa di essere la guida del gruppo (l'espressione greca "ypaghe òpisô mou" significa letteralmente "torna a metterti dietro di me"). Con questo secondo invito a caricarsi della croce, Gesùchiarisce ai discepoli che il loro destino non sarà all'insegna del successo ma - come quello del Messia - del rifiuto e della morte, e invita tutto il gruppo dei discepoli ad abbandonare definitivamente ogni idea di trionfo ed accettare quella di un amore che giunge fino a far dono della propria vita (cf Gv 15,13). All' invito a caricarsi della croce, comune a Matteo e Marco, Luca aggiunge l'espressione "ogni giorno" (Lc 9,23) sottolineando come questo sia un atto che va ripetuto quotidianamente rinunciando a quei valori coi quali continuamente la società tenta: il conseguimento della propria felicità attraverso il denaro, il prestigio, e il potere. LUCA 12
13 Anche il secondo invito in Luca viene formulato per scio gliere un equivoco: "Siccome molta gente andava con lui, egli si voltò e disse: Se uno viene a me non odia suo padre, sua madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo. Chi non porta la propria croce e non viene dietro di me, non può essere mio discepolo" (Lc 14,25-27). "Siccome molta gente andava con lui": la folla segue Gesù pensando a lui come al Messia atteso dalla tradizione, il trionfatore che con un colpo di stato avrebbe cacciato i romani, dominato le nazioni pagane inaugurando il Regno di Dio. Gesù avverte questa gente - quella che delusa da un Messia perdente, ne chiederà la morte (cf Lc 23,13-25) - che quanti desiderano il successo e la gloria non possono essere discepoli di un messia sconfitto e disonorato. GIOVANNI In Giovanni non appare mai l'invito di Gesù a caricarsi del la croce come condizione per seguirlo, ma l'evangelista formula in maniera altrettanto incisiva la radicalità della sequela di Gesù: "Molti discepoli dissero: questo messaggio è insopportabile; chi lo può accogliere?" (6,60) "Chiese Gesù ai dodici: volete andare via pure voi?" (6,67) In questi due versetti del capitolo sesto del vangelo di differente l'invito di Gesù a caricarsi della croce. Giovanni è formulato in maniera Nel discorso di Cafarnao, Gesù ha trattato precisamente delle condizioni per appartenere alla comunità messianica: Gesù e i suoi sono una comunità dedicata senza riserve al bene dell'uomo per cui l'adesione a lui si deve manifestare nel dono di sè agli altri fino all'estremo sacrificio della propria vita. Molti discepoli - che lo seguivano spinti dall'ambizione e dal desiderio di potere e di prestigio sperando di condividere con lui il trionfo del Messia - rimangono delusi. Ma Gesù non accetta compromessi: è disposto a restare senza discepoli piuttosto che rinunciare al suo programma di donazione totale della vita perché altri ricevano vita. Stesse disposizioni che verranno poi nuovamente formulate in 12,24: "Se il chicco di grano caduto in terra non muore rimane solo. Se muore produce molto frutto". Non è possibile trasmettere vita senza dare la propria. Per questo Gesù non chiede tanto di trasmettere un messaggio ma di dimostrare amore perché la vita - frutto dell'amore - non si comunica se l'amore non arriva al dono totale. E la morte ("e morte di croce", cf Fil 2,8) è la condizione perché nell'uomo si liberi tutta la sua energia vitale e la vita, che stava rinchiusa e nascosta, si manifesti di una forma nuova perché soltanto nel dono totale di sé queste si liberano ed esercitano tutta la loro efficacia. Naturalmente questa morte di cui parla Gesù 13
14 non è un fatto isolato, e neanche puramente fisico (ci sono "morti molto più dolorose di quella fisica!) ma il culmine di un processo di donazione di se stesso, l'ultimo atto di una donazione costante. L'accettazione di Gesù e del suo messaggio vengono espresse e rinnovate dalla comunità dei credenti nell'eucarestia dove l'accettazione materiale del pane e del vino contenenti l'amore di Gesù ai suoi diventano norma per la vita dei discepoli come dono di sè all'umanità. * * * Sintesi: La croce non è una sorta di spada di Damocle che grava su tutta l'umanità, ma - come per Gesù - la possibilità di rendere visibile l'amore del Padre al mondo: "Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito..." (Gv 3,16) e, per Gesù la capacità di manifestare pienamente se stesso: "Quando avrete innalzato il Figlio dell'uomo, allora saprete che Io Sono" (Gv 8,27). Gesù nella croce dimostra chi è Dio e chi è l'uomo che ha in lui la sua massima realizzazione. La croce - espressione d'amore di Dio all'uomo - è la nuova Scrittura che - parlando il linguaggio universale dell'amore - può essere letta e compresa da tutta l'umanità (cf Gv 19,19-22). CHI CROCIFIGGE... CHI VIENE CROCIFISSO A Gesù, questo voler "onorare il Padre", - far conoscere chi realmente è questo Dio-Amore con la propria esistenza - ha portato come inevitabile conseguenza l'essere disonorato proprio dalle autorità religiose di Israele: "io onoro mio Padre, mentre voi volete disonorarmi" (Gv 8,49). Questo ottuso rifiuto da parte delle autorità religiose di riconoscere la realtà che pur vedevano in Gesù ("Se foste ciechi sareste senza peccato, ma siccome dite di vedere il vostro peccato rimane, Gv 9,41), porterà il Signore ad espressioni di tanta amarezza verso la durezza dei dirigenti del popolo: "Perciò ecco, io vi mando profeti, sapienti e scribi; di questi alcuni ne ucciderete e crocifiggerete, altri ne flagellerete nelle vostre sinagoghe e li perseguiterete di città in città; perché ricada su di voi tutto il sangue innocente versato sopra la terra, dal sangue del giusto Abele fino al sangue di Zaccaria, figlio di Barachìa, che avete ucciso tra il santuario e l'altare. In verità vi dico: tutte queste cose ricadranno su questa generazione. Gerusalemme, Gerusalemme, che uccidi i profeti e lapidi quelli che ti sono inviati..." (Mt 14
15 23,34-37). Questa denuncia di Gesù non appartiene però al ricordo di un triste passato ma è un richiamo, sempre valido, per la comunità cristiana che deve farne oggetto di attenta riflessione. Il severo monito di Matteo ai seguaci di un Messia croci fisso deve sempre essere tenuto presente per evitare che le chiese, da dinamiche comunità di credenti animate dallo Spirito, si degradino in rigide istituzioni religiose regolate dalla Legge. Riportando la polemica con gli "scribi e farisei" [gr. gram mateis kaì pharisaioi] l' evangelista si rivolge pure alla comunità dei credenti facendo intravedere la tentazione - sempre possibile (cf Mt 6,13) - di trasformare il messaggio di Gesù da annuncio di vita a strumento di persecuzione e di morte: "verrà l'ora in cui chiunque vi ucciderà crederà di rendere culto a Dio. E faranno ciò perché non hanno conosciuto né il Padre né me" (Gv 16,2-3). E purtroppo la storia, la tragica storia del cristianesimo, ci ricorda che sono stati perseguitati ed uccisi più cristiani ad opera di altri cristiani in nome di Dio per la difesa dell'ortodossia che per mano dei nemici della fede! L'evangelista avverte che l'infamante marchio della croce con il quale il potere cerca di screditare e distruggere quanti attentano al suo prestigio, non viene usato solo da quanti como damente inseriti nel sistema vedono in Gesù e nei suoi seguaci una minaccia ai propri privilegi, ma pure nella comunità cristiana può presentarsi il pericolo di "scribi e farisei" che nell'illusione di essere paladini di Dio e custodi dell'ortodossia, si trasformano di fatto nei negatori della fede ("Perché voi trasgredite il comandamento di Dio, in nome della vostra tradizione?" Mt 15,3; Mc 4,8), emissari del diavolo, e persecu tori dei veri credenti ("Io vi mando i profeti e voi li uccidete!" Mt 23,34; Gv 8,44), come Saulo, l' "accanito sostenitore delle tradizioni dei padri" (Gal 1,14), che per difendere un'ortodossa visione teologica del passato si era messo a seminare "strage contro i discepoli del Signore" (At 9,1). "Saulo... Saulo perché mi perseguiti!" Saulo, compreso che il suo essere "pieno di zelo per il Signore" (At 22,3-4) non gli è servito a poterlo riconoscere nelle sue manifestazioni, e che tutta la sua fedeltà alla Legge non era garanzia di fedeltà al Signore, crolla a terra (cf At 9,3). E con lui rovina pure tutto quel castello di convinzioni religiose che lo aveva finora sostenuto. Saulo - che riteneva di agire per conto e in difesa di Dio - s'accorge di non conoscerlo e deve chiedere: "Chi sei?" (At 9,5). Gesù, nella sua invettiva, si rivolge dapprima alle due categorie che rappresentano rispettivamente il sapere teologico (scribi) e spirituale (farisei) (23,1ss), e termina denunciando tutta l'istituzione religiosa "Gerusalemme, Gerusalemme!". In greco ci sono due modi per scrivere il nome di questa città: "Jerousalem" che è la traslitterazione del termine ebraico "Yerushalaym" ed ha valore teologico-sacrale, e "Jerosolyma", dal senso strettamente geografico-profano (come dire "Terra santa": nome teologico, e "Israele": nome geografico). 15
16 L'evangelista che ha sempre designato la città col suo nome geografico "Jerosolyma" (cf Mt 2,1.3; 3,5; 4,25; 5,35; 15,1; 16,21; 20,17.18; 21,1.10), solo in questo brano usa il termine sacrale "Jerousalem" perché intende riferirsi all'istituzione religiosa che ha il suo centro in Gerusalemme. "ISTITUZIONE RELIGIOSA" Terminologia: un sistema posto a servizio di un Dio che si ritiene definitivamente manifestato con una rivelazione immutabile valida per tutte le epoche. Come il Dio che l'istituzione religiosa venera e del quale si ritiene l'unica legittima rappresentante, essa pure si considera una realtà sacrale stabilmente definita, il cui garante è Dio stesso. Compiti principali di questa Istituzione sono: - salvaguardia della Legge con la quale Dio ha determinato il comportamento dell'uomo una volta per sempre; - scrupoloso controllo dell'osservanza della Legge da parte de gli aderenti. In questo sistema tutto quel che odora di "nuovo" crea allarme e sospetto. Qualunque tentativo di nuove formulazioni dell'esperienza religiosa viene visto come una minaccia alla solidità dell'istituzione: non viene consentita alcuna forma di dissenso, e l'opposizione all'istituzione e ai suoi rappresentanti viene equiparata all' opposizione a Dio stesso. Questa Istituzione difenderà strenuamente se stessa mediante le armi dell' intolleranza teologica e della violenza morale, e - quando le leggi della società glielo permettono - pure fisica (cf Gv 18,31). Caratteristica dell' Istituzione religiosa è quella di non riuscire mai a riconoscere gli inviati di Dio al loro apparire, ma solo dopo che sono morti... assassinati quasi sempre dall'incomprensione e dall'ostilità non dei nemici della religione ma proprio di quanti ne sono i cultori più assidui e i rappresentanti più fanatici: "Quale dei profeti i vostri padri non hanno perseguitato?" è l'accusa di Stefano al Sommo sacerdote (At 7,52)*. *[Tra le motivazioni della condanna a morte di Gesù, Marco afferma che Pilato "sapeva che i Sommi sacerdoti glielo avevano consegnato per invidia" [gr. dià phthonon] (Mc 15,10). Espressione rara (mai nei vangeli e solo 4 volte nell'at), l'unica volta che viene usata in senso teologico è nel libro della Sapienza (2,24) dove si afferma che la morte entrò nel mondo "per invidia" del diavolo. L'evangelista equipara il diavolo con i Sommi sacerdoti! Essi sono i figli del Satana perché come lui sono menzogneri ed assassini! (cf Gv 8,43-44). Già in Mc 12, nella parabola dei "vignaioli" Gesù aveva rinfacciato ai "Sommi sacerdoti, teologi e anziani" (Mc 11,27) di essere gli assassini degli inviati di Dio: i depositari della Legge divina, il magi stero 16
17 infallibile, quelli che parlano con autorità divina sono in realtà i nemici mortali di quel Dio che pretendono rappresentare!] Col riferimento ad Abele e Zaccaria, Gesù cita il primo e l'ultimo omicidio riportati dalla Bibbia ebraica. Infatti l'assassinio di Abele ad opera di Caino appare nel Genesi (cf Gen 4,8), primo libro della Scrittura ebraica, e quello di Zaccaria per mano del re Ioas nell'ultimo, il secondo libro delle Cronache (cf 2 Cr 24,20-21). Gesù rinfaccia ai fanatici cultori della Scrittura che proprio questa "dalla prima riga all'ultima" (o "dall'inizio alla fine") attesta che sono sempre stati assassini! Per non correre il rischio di non riconoscere in tempo gli inviati di Dio e diventarne persecutori dobbiamo chiederci: perché i profeti al loro apparire non vengono mai compresi, ma anzi osteggiati e combattuti? Perché il profeta - appunto perché tale - vive la sua vita in sintonia con un Dio che fa "nuove tutte le cose" (Ap 21,5). Dio è presentato nel NT come "Colui che è, che era e che viene" (Ap 1,4). L'attuale esperienza del Dio "che è", la preziosa tradizione dei nostri padri sul Dio "che era", devono servire come trampolino per andare incontro al Dio "che viene" e che manifesta continuamente se stesso nella creazione (cf Gv 5,17; Is 43,19): quanti non lo accolgono rimangono custodi del mausoleo al Dio "che era" (cf Mc 2,24; 3,1ss; 7,1ss) e rischiano, come i contemporanei di Gesù (e i "guardiani della fede" di ogni tempo), di sapere tutto su Dio (cf Gv 5,39-40) ma di non riconoscerlo quando si presenta: "Venne fra la sua gente, ma i suoi non l'hanno accolto" (Gv 1,11; Lc 4,16-30). Per il suo inserimento "in Cristo" il profeta segue la via nuova indicata dello Spirito, è "una creatura nuova" (2 Cor 5,17; Rom 6,4; 7,6; Col 3,10), che proporrà con la sua vita uno stile originale completamente differente dai parametri della società in cui vive. Il profeta, "vino nuovo in otri nuovi" (Mc 2,22), non riuscirà mai ad adattarsi agli stili religiosi della sua epoca che troverà sempre insufficienti. Non accetterà mai di inserirsi nelle strutture già esistenti, che troverà carenti, così come troverà inadeguati modi e formule religiose usate dai suoi contemporanei, e - proprio per il bisogno di esprimere la sua comunione con un Dio che è sempre nuovo - avrà bisogno di creare qualcosa di originale. Questa "vita secondo lo Spirito" (Rom 8,4-5), lo porterà inevitabilmente a dover scegliere tra due situazioni assolutamente inconciliabili: mentre la sua fedeltà a Dio verrà considerata eresia e pazzia dai detentori del potere religioso, per Gesù sarà proprio l'adesione all'istituzione religiosa la vera apostasia che allontana definitivamente l'uomo da Dio (cf Gv 8,48; Mt 10,25). La scelta per la pienezza della vita si svolge drammaticamente all'insegna della morte: il profeta sa che mentre l'opposizione al sistema provocherà la persecuzione e la perdita della vita fisica, l'adesione ai valori del sistema condurrà alla perdita definitiva della propria esistenza: "Non temete coloro che uccidono il corpo e dopo non possono far più nulla. Vi mostrerò invece chi dovete temere: temete colui che, dopo aver ucciso, ha il potere di 17
18 gettare nella Geenna" (Lc 12,4-5; Mt 10,28). La sua coerenza scatenerà la persecuzione: "Beati quelli che vivono perseguitati per la loro fedeltà, perché questi hanno Dio per re" (Mt 5,11), ed è la croce, ma questa anziché essere segno di sconfitta per i crocifissi lo diviene per quelli che crocifiggono. La storia innalza monumenti agli arrostiti nei roghi e non a quelli che ne alimentano le fiamme! (V) MARIA PRESSO LA CROCE "Stavano presso la croce di Gesù sua madre..." (Gv 19,25) La comprensione del significato della croce nella vita del credente viene efficacemente sintetizzata ed espressa da Giovannicon la figura di Maria, autentica discepola del suo Messia. Maria presso la croce di Gesù, non viene descritta dall'evangelista come una madre addolorata*, che soffre "per" il figlio, ma come la Donna che patisce "con" l'"uomo dei dolori" (cf Is 53,3; Rom 8,17). *[Il termine "addolorata" (impropria traduzione del latino "compatientem", da "paticum" dell'"editio typica" del Messale romano), assente nei vangeli, fa leva più sul sentimento che sul significato dell' attiva partecipazione di Maria presso la croce ed è stato coniato da Jacopone da Todi per il suo Stabat Mater dove mostra Maria "dolorosa" e "lacrimosa"] Nella narrazione teologica della morte di Gesù, l'evangeli sta sottolinea che Maria è in piedi [gr. heistêkeisan] presso la croce di Gesù. L'uso del verbo "stare in piedi" [gr. istêmi], vuole indicare che Maria non è giunta lì travolta dai tragici eventi, ma che è liberamente e volontariamente presente. Giovanni non presenta una madre oppressa dal dolore, che comunque sta vicina al figlio anche se questo è condannato come un criminale, ma la coraggiosa discepola che ha scelto di seguire il maestro a rischio della propria vita, mentre gli apostoli, che avevano giurato di esser pronti a morire per lui, sono vigliaccamente fuggiti (cf Mc 14,29-31; Mt 26,56). Maria presso il patibolo aderisce attivamente a Colui che "rovescia i potenti dai troni" (Lc 1,52): sta dalla parte delle vittime di questi potenti e fa sua la croce, cioè accetta - come Gesù - di essere considerata un rifiuto della società pur di non venir meno all'impegno di essere presenza dell'amore di Dio in mezzo al mondo (cf Mc 8,34). Per questo l'evangelista non scrive che Maria sta "sotto" [gr. upo] il patibolo, ma "presso" [gr. parà] la croce. Mentre la prima espressione avrebbe sottolineato il senso di oppressione ("sotto la croce") proprio di chi non ha altra alternativa se non la passiva accettazione dell'evento, la seconda, già usata dall'evangelista per indicare la comunanza di vita dei discepoli con Gesù (cf Gv 1,39), indica la volontarietà e la prossimità di Maria alla croce: la discepola è crocifissa col 18
19 Maestro per averne fatto propri i valori, per aver osato sostituire al Dio della religione il Padre amante di tutti gli uomini, indipendentemente dal loro credo religioso e la loro condizione morale (cf Lc 6,35). Non deve esser stato facile per Maria. Per schierarsi col crocifisso si è messa contro la propria famiglia che, oltre a non avere alcuna fiducia in Gesù, lo considerava pazzo (cf Mc 3,20; 6,4; Gv 7,5); ha dovuto rompere con la religione che nella persona del suo rappresentante più alto, il Sommo sacerdote, aveva scomunicato Gesù (cf Mt 26,65; Mc 3,22); ed infine, scegliendo il condannato (cf Mt 27), ha osato pure mettersi contro il potere civile che giustiziava quel galileo come pericoloso rivoluzionario (cf Mt 27,38). I credenti, seguaci di un giustiziato, possono avere in Ma ria l'incoraggiamento per stare sempre dalla parte dei condannati e mai di chi condanna, (anche se pretende farlo in nome di Dio o della sua Legge, cf Gv 19,7), certi così di essere una sola cosa con quel Padre che Gesù presenta nei vangeli come colui che non giudica nessuno e perdona sempre tutti (cf Gv 3,17), che preferisce i miscredenti pubblicani ai pii farisei (cf Lc 18,9-14), sta dalla parte dei peccatori e non dei loro giudici (cf Lc 7,36-50; Gv 8,1-11), degli imprigionati e non dei loro carcerieri (cf Mt 25,36). 19
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