«Si son divise tra loro le mie vesti»
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- Clemente Tonelli
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1 «Si son divise tra loro le mie vesti» (Gv 19, 24) «Essi allora presero Gesù ed egli, portando la croce, si avviò verso il luogo del Cranio, detto in ebraico Gòlgota, dove lo crocifissero e con lui altri due, uno da una parte e uno dall altra, e Gesù nel mezzo. Pilato compose anche l iscrizione e la fece porre sulla croce; vi era scritto: Gesù il Nazareno, il re dei Giudei. Molti Giudei lessero questa iscrizione, perché il luogo dove fu crocifisso Gesù era vicino alla città; era scritta in ebraico, in latino e in greco. I sommi sacerdoti dei Giudei dissero allora a Pilato: Non scrivere: il re dei Giudei, ma che egli ha detto: Io sono il re dei Giudei. Rispose Pilato: Ciò che ho scritto, ho scritto. I soldati poi, quando ebbero crocifisso Gesù, presero le sue vesti e ne fecero quattro parti, una per ciascun soldato, e la tunica. Ora quella tunica era senza cuciture, tessuta tutta d un pezzo da cima a fondo. Perciò dissero tra loro: Non stracciamola, ma tiriamo a sorte a chi tocca. Così si adempiva la Scrittura: Si son divise tra loro le mie vesti e sulla mia tunica han gettato la sorte. E i soldati fecero proprio così» (Gv 19, 17-24). 1
2 Che cosa possedeva Gesù? Che cosa ha accumulato nella sua vita? Eccolo sulla croce: la croce della più estrema povertà. Eccolo spogliato di tutto, anche dei vestiti. Muore nudo, e quell unica cosa che forse poteva essere considerata sua, non viene consegnata a sua Madre o a qualche discepolo che pure era lì presente; non viene fatta sparire in un canto, ma lì sotto i suoi occhi di crocifisso viene strappata e divisa, e la tunica è tirata a sorte come si farebbe in un gioco da bettola. E lui muore senza nulla, senza disporre nemmeno dei cosiddetti effetti personali, quelli che possono accettare solo gli amici. Nemmeno un ricordo, per quanto consunto, da lasciare a chi lo ama! Lo spogliamento di Gesù non è un particolare di poco conto, perché tutti gli evangelisti ne parlano, e Giovanni vi dedica maggior rilievo proprio per il suo significato che va ben oltre il fatto fisico. Uno spogliamento che faceva seguito ad una vita da povero, da nullatenente. Non è Lui che andava pellegrinando sulle strade della Palestina senza un punto di riferimento, senza una tana, senza un nido e senza nemmeno un guanciale? Non è Lui che viveva come gli uccelli del cielo, come i gigli del campo, abbandonato unicamente alla Provvidenza del Padre? Non è Lui che è nato fuori casa, durante un viaggio, ospitato provvisoriamente in un ricovero per animali di campagna? La povertà, inseparabile compagna della sua vita. La povertà, scelta e voluta. La povertà del Figlio di Dio. La povertà del creatore e signore di tutte le cose. 2
3 Ma perché la povertà? Perché la croce della povertà in tutti i giorni della sua esistenza terrena? Quale valore si nasconde nella povertà di Gesù? Nientemeno che la insondabile ricchezza di Dio, manifestata pienamente nella povertà dell uomo. Nella povertà di Gesù. Eccoci accanto a Lui, rapiti anche da questo paradosso, da questo suo mistero; rapiti dal suo amore che ci chiama a seguirlo dovunque egli vada. Eccoci anche noi a seguire le sue orme di povero. Non possiamo fare a meno di confrontarci con la povertà di Cristo, con la sua sconfinata ricchezza di povero, di vero povero, inchiodato ogni giorno alla croce della povertà più sofferta. Poveri anche noi? Riusciremo mai a pensare alla povertà come ad una conquista? Riusciremo a scoprirne il valore? Riusciremo ad amarla per amore di Gesù? Riusciremo a immetterla in ogni anfratto della nostra quotidiana esistenza come un tesoro? Riusciremo a preferirla ad ogni altra ricchezza? Qui si rivela il discepolo di Cristo. Qui si manifesta chi davvero ama Gesù, e chi non lo ama perché ama il mondo e i suoi idoli. E non tentiamo di venire a patti, perché il Nazareno non si lascia ingannare dalle parole: vuole i fatti (cf. Mt 7, 26-27). «Quando una cosa è vera scrive J. H. Newman non è necessario continuare a ripeterla, occorre farla; bisogna conformarsi ad essa e farla nostra fino in fondo». Giustissimo. Troppo facilmente ci crediamo in regola con Lui, col suo Vangelo, con la sua eroica Povertà... perché 3
4 abbiamo la bocca piena delle sue beatitudini, delle parabole, della passione, in una parola, della sua vita. Appena poi c è da spremere una goccia di sudore, appena c è da rimetterci un unghia, appena ci manca qualcosa o ci sfiora qualche sofferenza... pensiamo di essere degli sfortunati, e che Cristo Signore ci abbia dimenticati o trascurati o abbandonati; mentre è proprio allora che si compie la condizione da Lui posta per appartenere al suo seguito. «Se qualcuno vuol venire dietro a me rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua» (Mt 16, 24). Ma se la croce non ce l hai, non fai parte dei seguaci del Maestro; non puoi farne parte anche se strillassi al mondo intero che tu ami, che tu vuoi, che tu credi in Lui. Se tu ami davvero, cerchi appassionatamente una profonda simbiosi con Lui: quando fosse così, ma senza sottintesi o compromessi, dal cuore partirebbero decisioni e programmi perfettamente in linea con il Vangelo. Non si può dire di conoscere Gesù, tanto meno di amarlo e di seguirlo, se non ci si confronta a tutto campo con lui. Questa volta ci mettiamo davanti alla sua povertà. Ognuno si collochi pure nella propria condizione di vita, ma nessuno si lasci sottrarre al confronto con la povertà di Cristo. Ci fermeremo in particolare su questi punti: alle radici della povertà evangelica; l attaccamento al denaro è la radice di tutti i mali; oltre la menzogna della ricchezza. 4
5 Alle radici della povertà evangelica Val poco aver pronunciato parole da eroe, aver giurato formalmente di vivere in povertà evangelica; val poco avere ostentato per la durata di una corta stagione le austerità di poveri famosi ; e... non vale di più aver criticato, a destra e a sinistra, la Chiesa e le sue istituzioni, lo splendore dei paramenti sacri o la bellezza delle cattedrali, ecc. L appello alla povertà secondo il Verbo di Dio fatto Uomo, mira direttamente al cuore, e quello vuole salvare dall attacco all idolatria delle cose e di se stessi. Ecco la sferza di Geremia fare strage di tante pretestuose e velleitarie impennate: «Come potete dire: Noi siamo saggi, la legge del Signore è con noi? A menzogna l ha ridotta la penna menzognera degli scribi! I saggi saranno confusi, sconcertati e presi come in un laccio. Essi hanno rigettato la parola del Signore, quale sapienza possono avere?» (Ger 8, 8-9). Non si dica povertà evangelica l aver spogliato tabernacoli e templi... per abbellire canoniche e conventi, o per far quattrini (cf. Gv 12, 1-8; Lc 22, 8-13). L osservazione che fa l evangelista sgonfia ogni retorica di circostanza: Giuda Iscariota «questo disse non perché gl importasse dei poveri, ma perché era ladro...» (Gv 12, 6). La povertà che il Nazareno pratica e predica ha le radici nel fondo della persona, là dove si concertano desideri e scelte concrete: la povertà del cuore reclama quella esteriore, che va dalle più piccole alle più grandi cose, dagli avvenimenti insignifi- 5
6 canti a quelli clamorosi, dalle persone simpatiche a quelle che ci avversano. È spogliamento radicale, totale, quella povertà che il Vangelo proclama beata. «Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli» (Mt 5, 3). Innanzitutto ci viene richiesto che non siamo ladri: Giuda Iscariota era un ladro. Oh, che offesa è mai questa! Noi, considerarci ed essere considerati dei ladri? Eppure l attacco alle cose (persone e fatti compresi) è furto, è offesa alla verità, è un capovolgere il mirabile disegno della Provvidenza Divina. «Del Signore è la terra e quanto contiene, l universo e i suoi abitanti» (Sal 23, 1). Tentazione caparbia, tremenda, di ieri e di sempre: l idolatria, l attaccamento alle creature, che ti incolla al creato come fosse il Creatore. Il doveroso dominio sull universo (cf. Gn 1, 28) non va inteso fuori o contro le intenzioni del suo Signore: non è padrone, ma predone l uomo che si appropria forsennatamente di quanto è nel creato, e vi si consegna come a Dio. Chi come Dio? «Il Signore è uno solo» (Dt 6, 4). «Il Signore vostro Dio è il Dio degli dèi, il Signore dei signori, il Dio grande, forte e terribile» (Dt 10, 17). Chi come Dio? «Chi è Dio, se non il Signore? O chi è rupe, se non il nostro Dio?» (Sal 17, 32). 6
7 «Qual dio è grande come il nostro Dio? Tu sei il Dio che opera meraviglie» (Sal 76, 14-15). Chi come Dio? «In Lui infatti viviamo, ci muoviamo ed esistiamo» (At 17, 28). «La roccia del mio cuore è Dio, è Dio la mia sorte per sempre» (Sal 72, 26). «Mio Signore e mio Dio!» (Gv 20, 28). La povertà che il Maestro propone a tutti i suoi discepoli ha qui il suo fondamento, nel fatto innegabile che tutto è da Dio, a Dio appartiene, per Dio esiste. Il possesso delle cose create non può avvenire che in povertà e libertà di spirito: infatti, che cosa sono mai le creature staccate dal loro Signore? «La creatura senza il Creatore svanisce» (Gaudium et spes n. 36). Perciò quanto saggia la confessione di Giobbe: «Nudo uscii dal seno di mia madre, e nudo vi ritornerò. Il Signore ha dato, il Signore ha tolto, sia benedetto il nome del Signore!» (Gb 1, 21). Apparteniamo a Dio anima e corpo, dalla punta dei capelli all unghia del piede: non c è nulla in noi che non porti il segno della dipendenza da Dio. Basta guardarsi per esplodere in un canto di riconoscenza per il nostro Autore, come fa il Salmo 138 in modo commovente: «Signore, sei tu che hai creato le mie viscere e mi hai tessuto nel seno di mia madre. Ti lodo, perché mi hai fatto come un prodigio; sono stupende le tue opere, tu mi conosci fino in fondo» (Sal 138, 13-14). 7
8 C è mai stato qualcuno così pazzo da dire d essere stato lui ad inventare le leggi della procreazione? Ogni madre può unirsi a quella dei sette fratelli Maccabei nel proclamare il proprio stupore per il frutto del proprio grembo: non lei ha disegnato le forme dei figli, non lei ha messo insieme pezzo per pezzo il loro corpo e tanto meno il loro spirito: «Non so come siate apparsi nel mio seno; non io vi ho dato lo spirito e la vita, né io ho dato forma alle membra di ciascuno di voi» (2 Mac 7, 22). Niente dovrebbe riuscirci tanto congeniale e facile, quanto il dar lode a Dio, il ringraziarlo, il congratularci con Lui per le meravigliose opere da Lui volute e a noi consegnate quali documenti e testimonianze di un immenso Amore. Invece? Esiste forse moneta più corrente fra le dita dell uomo, della ingratitudine? E... le grida blasfeme, chi le potrebbe contare? Chi riuscirà mai a farle tacere un quarto d ora solo? E le guerre di indipendenza dalla divina Legge, chi potrebbe narrarle? Ha un bel dire, anche a noi, Mosè: «Temi il Signore tuo Dio, a lui servi, restagli fedele e giura nel suo nome: egli è l oggetto della tua lode, Egli è il tuo Dio; ha fatto per te quelle cose grandi e tremende che i tuoi occhi hanno visto» (Dt 10, 20-21). Ci sentiamo costretti, a onor del vero, a batterci il petto infinite volte, tanto siamo facili alla non ri- 8
9 conoscenza e pronti alla ribellione: è questo il retroterra di ogni nostro errore? «Abbiamo peccato, abbiamo agito da malvagi e da empi... Perdona al tuo popolo, che ha peccato contro di te, tutte le ribellioni di cui si è reso colpevole verso di te» (1 Re 8, 47.50). E... tutto ciò perché non abbiamo adoperato la creazione, dentro e fuori di noi, rettamente: siamo stati dei ladri e dei profanatori, che hanno rubato ciò che appartiene a Dio e hanno usato dei suoi doni contro di lui. «Abbiamo peccato, abbiamo agito da malvagi e da empi» (1 Re 8, 47). Ogni peccato è un tradire l universo. E poi pretenderemmo conforto e gioia a ricompensa delle nostre profanazioni? Guai a noi, se le creature potessero vendicarsi della offesa recata loro e dell oltraggio al loro Creatore! Nel libro della Sapienza leggiamo: «Tu, Signore, inviasti loro in castigo una massa di animali senza ragione, perché capissero che con quelle stesse cose per cui uno pecca, con esse è poi castigato» (Sap 11, 15-16). È davvero un brutto mestiere l uso delle creature in autonomia e in contrasto con il Creatore (cf. Ez 23, 35). «Chi rompe, paga»: non c è dubbio; è nella logica della natura (cf. Dn 3, ). Per questo il peccato non è mai stato un successo 9
10 per nessuno; anzi ha sempre lasciato la bocca amara e il cuore triste, un senso di fallimento e di vergogna. Chi sputa contro il cielo, sputa su se stesso: il cielo è troppo in alto... Purtroppo la rovina materiale e spirituale dell uomo passa invariabilmente attraverso l uso sbagliato delle creature. Da questo si capisce come la nostra salvezza passa attraverso un uso illuminato e giusto delle creature, che è appunto quello «in povertà e libertà di spirito». Perciò alla povertà sono chiamati non appena i Religiosi che professano esplicitamente questo voto; ma ogni Prete, ed anche ogni cristiano: chiunque intenda prendere sul serio il Vangelo! Non è facile apprendere il nuovo approccio al creato che il Maestro ci rivela, tant è originale e trascendente il suo insegnamento. Ma se ci arrendessimo una buona volta al suo Spirito! A noi poi, che godiamo dei carismi più eccellenti, non è lecito conservare un cuore duro, sordo alle sollecitazioni della Grazia: sarebbe il peggior affronto alla Luce (cf. Gv 1, 5). Superficiale ed esteriore è spesso il nostro sì al Vangelo, secondo il rimprovero del profeta Isaia, ripreso dal Maestro: «Questo popolo mi onora con le labbra ma il suo cuore è lontano da me» (Mt 15, 8). Dov è il nostro cuore? Non so se penso bene, ma guardando ai fatti concreti, mi pare che si corre il rischio di vanificare torrenti di favori celesti (= grazie attuali) a motivo 10
11 dell attacco alle creature, al denaro ad esempio, agli svariatissimi allettamenti del narcisismo, agli interessi immediati, ai calcoli e alle macchinazioni, alle vanità che il mondo sforna ininterrottamente. Basta un foglietto sottile sottile, di carta velina, per non vedere più il sole. Basta poco perché il cuore si allontani le mille miglia dall insegnamento del Maestro, e si perda nei labirinti dell egoismo. Un inezia sul principio; poi non ci si ferma più. «Oggi un cerino, domani uno zecchino». Per una buccia d arancia può cadere un titano: basta una svista perché la tentazione prenda piede e giunga a travolgere chi si riteneva sicuro. Non dovevano essere molti i denari che l Iscariota rubava dalla borsa degli Apostoli; ma dágli oggi, dágli domani, chi più si ferma? Ed ecco Giuda tradire e perdersi. E... l attacco a noi stessi quant è ostinato! Ogni qualvolta presumiamo di agire di nostra iniziativa, senza darci pensiero della volontà di Dio, non dimostriamo forse con i fatti di aver più fiducia in noi stessi che in Dio? È ben grottesco il nostro meschino io. Ma quanta adorazione gli tributiamo in concreto, ogni giorno, vorremmo dire ad ogni istante. Ragione per cui i Santi temono l orgoglio come il nemico numero uno; e cercano l umiltà che fa piazza pulita di ogni falsità e di ogni presunzione. L umiltà strappa da tutto e da tutti, e ti immerge in Dio, in Dio solo. Quanta libertà in questa radicale povertà di spirito: la libertà di chi finalmente si è staccato dalla pista di lancio e spazia nell immensità! Assorbiamo lentamente l invettiva che l apostolo Giacomo lancia contro ogni uomo che si illude di essere ricco e felice fuori dalla sottomissione a Dio: 11
12 «Purificate le vostre mani, o peccatori, e santificate i vostri cuori, o irresoluti. Gemete sulla vostra miseria, fate lutto e piangete; il vostro riso si muti in lutto e la vostra allegria in tristezza. Umiliatevi davanti al Signore ed egli vi esalterà» (Gc 4, 8-10). La Povertà di spirito è purificazione. La Povertà evangelica è semplicità, innocenza, santità: un bene incommensurabile, per la conquista del quale vale la pena gettare dalla finestra quanto è effimero e caduco, e donare ai poveri quanto può concorrere a farceli amici e a far sì che ci accolgano nelle dimore eterne (cf. Lc 16, 9). «L essere poveri significa, innanzitutto, il non appartenersi, l essere di un Altro, il mettere a sua completa disposizione tutte le nostre capacità e possibilità: materiali, fisiche, morali, intellettuali e spirituali, per lavorare con Lui alla costruzione di un mondo più umano, di un mondo cioè, in cui la verità, l amore e la giustizia trovino sempre maggiormente posto» (A. Pigna, Appunti per una spiritualità dei voti, pag. 89). Non neghiamo che una tale ricchezza spirituale debba essere pagata a caro prezzo, quando soprattutto non ci si ferma a una verniciatura, ma si vuole possederla risolutamente. Soltanto la sofferenza accettata per amore ti spoglia di ogni attaccamento egoistico alle cose o alle persone. La povertà, dunque, non diventa vera, non è un valore, se non quando si congiunge con la croce. Una povertà che non costa nulla, a cui manca nulla, è un altro idolo, buono per far mostra di sé, ma che non contiene e non trasmette nulla di Cristo. 12
13 «L attaccamento al denaro è la radice di tutti i mali» (1 Tm 6, 10) Dopo il suo fondamento, la meditazione sulla povertà non può fare a meno di confrontarsi con il denaro. È un corrompitore tremendo, un tiranno implacabile, il denaro. Non a caso il Maestro volendo condannare chi intende servire a due padroni, lo nomina espressamente come l antagonista per eccellenza di Dio. Lo era e lo rimane anche oggi. «I verbi che si impongono oggi e che fanno...cultura sono produrre, guadagnare, arricchirsi, acquistare, avere sempre di più.... Nella società dell opulenza e dei consumi si impone la legge di mercato, assurta ad attività fondamentale dell uomo moderno: guadagnare per provvedersi di tutti i comforts e stare sempre meglio, in ogni età della vita e in ogni stagione dell anno. Non mancano poi rotocalchi patinati che pubblicano le graduatorie delle fortune degli uomini più famosi del momento. La ricchezza non è più vista soltanto come liberazione dalla povertà, ma è ricercata e considerata status symbol; è sinonimo di potenza, di dominio, di valore (nel senso di valere); è il metro di misura di tutte le cose, comprese le relazioni interpersonali. Oggi impera la cultura che è propensa a fare dell avere, del possesso e del consumo un ideale di vita e il parametro del valore delle persone... L errore sta nel confondere il mezzo con il fine, l avere con l essere; sta nel tendere ad una sempre più crescente ricchezza, cedendo all illusione di trovare finalmente la felicità piena... 13
14 La ricchezza non è e non può essere il valore supremo della vita. Annota saggiamente il drammaturgo norvegese Ibsen: La ricchezza può comperare la buccia di molte cose, ma non il seme; può darti il cibo non l appetito, le medicine non la salute, i conoscenti non gli amici, giorni di piacere non la pace dell anima» (U. Terrinoni, Tre povertà, pag. 14). Entrato dalla fessura, Mammona, mette a soqquadro ogni cosa; diventa un dittatore furbissimo, irriducibile. Ne vanno di mezzo beni di altissimo valore morale, quali ad esempio, la fiducia nella Provvidenza Divina, l amore all austerità, la laboriosità, l impegno ascetico in genere, e l ardore apostolico. Che dire, quando l interesse economico diventa il criterio predominante delle scelte nel campo dell assistenza e dell apostolato? Talvolta a tanto idolo è sacrificata la giustizia, la temperanza, la prudenza, la fortezza, la fedeltà al dovere, la stima e la venerazione dei carismi dello Spirito Santo. Denaro e perdizione. Quante strade e scorciatoie e precipizi a rompicollo, ti crea Mammona, se gli concedi un angolo, un sottoscala da principio, poi quattro passi insieme, un po di fiducia! Il denaro risolve tutto. Col denaro si ottiene tutto. Ti volta il cervello; ti toglie il gusto delle cose di Dio; mette in crisi la stessa Fede (cf. 1 Tm 6, 10). Quando si tratta di affari (=di denaro) la coscienza e i suoi diritti vengono con estrema facilità conculcati e messi a tacere con uno dei tanti sofismi in voga: sparisce il rispetto ai propri defunti che ti hanno lasciato un certo patrimonio e ti hanno solo 14
15 chiesto la celebrazione di qualche suffragio; si dimenticano voti o promesse fatti a Dio e ai suoi Santi per ottenere favori e miracoli; si scavalcano limiti morali e persino elementari regole di onestà. È stato sufficiente toccare certuni al portafoglio, e te li sei visti fuggire lontano, schierarsi tra gli avversari, odiarti... ed erano stati tuoi amici fino a ieri. Per un fazzoletto di terra, quante liti, e quante beghe... anche tra cristiani, e... litigi tra campanili, tra conventi, tra anime votate alla pratica della povertà volontaria. Oh, la perdizione alla quale condanna l attaccamento allo sporco denaro! La «sete di lucro» (cf. Gd 11), come scrive l apostolo Giuda Taddeo, incammina le folle per la strada di Caino; getta sotto gli artigli di Satana, fa perire in eterno... persone che erano state chiamate a salvezza, «astri erranti, ai quali è riservata la caligine della tenebra in eterno» (Gd 13). Persone rettissime, irreprensibili e incensurabili, quasi insensibilmente intaccate dal fascino del denaro e finite in un caos di disordini e di delitti. Non pare esista dinamite più esplosiva di questa, per far crollare costruzioni che pure si presentavano perfette e destinate a durare nei secoli. Istituzioni meravigliose, altamente benefiche e provvidenziali, ridotte a macerie nel giro di pochi decenni. Peggiore di Attila, flagello di Dio! Il peggio è proprio questo tentativo di mettere insieme amore di Dio e amore del denaro, servizio di Dio e servizio del denaro, come fossero due cose che possono convivere. Ci si dà un bel daffare per accumulare denaro (o l equivalente) e insieme arricchire (se possibile) davanti a Dio. 15
16 Denaro per fabbricarsi un paradiso terrestre; e una polizza assicurativa per un eventuale lascia-passare al Regno di Dio. Gioco rivestito spesso di maschere furbissime, addirittura filantropiche e sacre: tanto di far quattrini, tutto serve, anche il culto divino e... la fame nel mondo. Spaventoso carnevale, a cui partecipano laici che vorrebbero passare per impegnati, sacerdoti e religiosi, come un tempo scribi e farisei. Carnevale di satana, già condannato dal Maestro con la famosa e altrettanto dimenticata sentenza: «Nessuno può servire a due padroni: o odierà l uno e amerà l altro, o preferirà l uno e disprezzerà l altro: non potete servire a Dio e a mammona» (Mt 6, 24). Chi insiste nel mettere in saccoccia denaro, ascolti le parole drastiche di s. Giacomo: «E ora a voi, ricchi: piangete e gridate per le sciagure che vi sovrastano! Le vostre ricchezze sono imputridite, le vostre vesti sono state divorate dalle tarme; il vostro oro e il vostro argento sono consumati dalla ruggine, la loro ruggine si leverà a testimonianza contro di voi e divorerà le vostre carni come un fuoco» (Gc 5, 1-3). La ricchezza dell uomo non sta nel denaro, ma in Cristo, che è addirittura la ricchezza di Dio! «È in Cristo che abita corporalmente tutta la pienezza della divinità, e voi avete in lui parte alla sua pienezza» (Col 2, 10), 16
17 Ora, non ci si arricchisce di Lui se non si condivide la sua povertà. È dunque la sua Povertà che diventa, a sua volta, la nostra ricchezza più vera. Scrive l Apostolo: «Conoscete infatti la grazia del Signor nostro Gesù Cristo: da ricco che era, si è fatto povero per voi, perché voi diventaste ricchi per mezzo della sua povertà» (2 Cor 8, 9). Povertà di Cristo, ricchezza nostra: se la seguiamo senza finzioni. Ricchezze nostre, tradimento di Cristo: se non rinunciamo ad esse senza rimpianti. Non c è dubbio che la strada di ogni discepolo di Cristo passa necessariamente attraverso la Povertà, che non è condizione riservata ai Sacerdoti e ai Religiosi per loro libera scelta. Oggi se ne comprende ancora di più la indispensabilità, come ne ha parlato in modo convincente Giovanni Paolo II: «Nel mondo contemporaneo, dove è così stridente il contrasto tra le forme antiche e nuove di cupidigia e le esperienze di inaudita miseria vissuta da fasce di popolazione di enorme ampiezza, si rivela sempre più chiaramente già sul piano sociologico il valore della povertà liberamente scelta e coerentemente praticata. Dal punto di vista cristiano poi, la povertà è stata sempre sperimentata come condizione di vita che rende più facile seguire Cristo nell esercizio della contemplazione, della preghiera, dell evangelizzazione. È importante per la Chiesa che molti cristiani abbiano preso più viva coscienza dell amore di Cri- 17
18 sto per i poveri e sentano l urgenza di portar loro soccorso. Ma è altrettanto vero che le condizioni della società contemporanea pongono in evidenza con maggior crudezza la distanza che esiste tra il Vangelo dei poveri e un mondo spesso così accanito nel perseguire gli interessi legati alla bramosia della ricchezza, diventando idolo che domina tutta la vita. Ecco perché la Chiesa sente sempre più forte la spinta dello Spirito ad essere povera tra i poveri, a ricordare a tutti la necessità di conformarsi all ideale della povertà predicata e praticata da Cristo, e a imitarlo nel suo amore sincero e fattivo per i poveri» (Udienza generale del 30 novembre 1994). La povertà è necessaria ad ogni cristiano per attaccare saldamente il cuore ai valori dello Spirito Santo: alla Grazia, cioè, alla carità verso i fratelli, ai beni che durano per l eternità, alla pace degli animi e delle famiglie. La povertà diventa poi la via privilegiata di Sacerdoti e Religiosi per conformarsi a Cristo, per seguirlo più da vicino, per possederlo in pienezza di amore unico ed esclusivo, per donarlo a piene mani. Antonio Sicari scrive così della povertà dei Religiosi: «Ai consacrati, però non basta interessarsi dei poveri: essi devono praticare in maniera loro propria il consiglio evangelico della povertà, vivendo da veri poveri... La povertà di cui i consacrati fanno voto non è soltanto un atteggiamento interiore, ma una condizione di vita reale, anche socialmente visibile. Come rinunciano a formarsi una famiglia, così essi rinunciano a possedere personalmente dei beni in questo mondo. Anche i beni della comunità religiosa devono es- 18
19 sere usati per il bene comune, soprattutto in campo apostolico e missionario. Non sempre è possibile rendere visibile questa povertà nelle strutture esterne, ma sempre dovrebbe esserlo almeno a livello delle singole persone e delle loro scelte, e a livello di una vita comunitaria veramente sobria e umile. Dal punto di vista personale, la povertà di un consacrato è garantita se (e dal fatto che) egli: non si appropria mai di nulla, e nulla riserva al suo uso esclusivo; dipende dall obbedienza nello stesso uso dei beni, e coltiva in sé la sobrietà per non accrescere il bisogno oltre il necessario; impara a non possedere, e soprattutto a non possedersi; sta bene con i poveri e con gli umili e non desidera la raffinatezza del mondo, dei suoi ambienti e delle sue relazioni; coltiva diligentemente la propria libertà dai legami con le cose, le persone, gli uffici, le abitudini... Solo l insieme di questi atteggiamenti rendono la persona consacrata visibilmente povera e icona di Cristo» (Ci ha chiamati amici, pag ). Non accontentiamoci perciò di qualche gesto sporadico di distacco: una rondine non fa primavera. La povertà evangelica è un habitus, un tessuto, un sistema di vita, una regola costante. Sia un tessuto senza strappi, un manto regale, il nostro abito di povertà: non ce lo strappino le rivalse, i sotterfugi, gli alibi, gli accomodamenti, i compromessi, tutta roba che puzza di falsità. Furto e falsità... spesso sposi. Ostinatamente inseparati. Mio Dio, quante ipocrisie in questo settore della vita cosiddetta consacrata alla sequela di Cristo, l immensamente Povero! 19
20 Qualche esempio, a modo di revisione di vita. Superiori imprudenti, che pro bono pacis accontentano in tutto e per tutto i subalterni, anche nei capricci, anche nel superfluo, nello spreco, nel secolaresco... nell ingiusto. Altri che si fanno servire di barba e capelli, di riguardi grotteschi, da ricchi signori, sofisticando il concetto evangelico di autorità, e obliterando il gravissimo dovere di tutti precedere proprio nel distacco dai beni terreni. Altri ancora che per mille sofisticherie trovano sempre il rotto della cuffia per abbellire, addobbare, tappezzare, infiorare: per essi il decoro è conveniente, doveroso, irrinunciabile per tutto l oro del mondo (!). Una certa superiora, che sapeva parlare tanto bene alle sue suore anche del voto di Povertà, e che abitava in una piccola reggia (ninnoli, tappeti, mobili d arte, quadri d autore, poltroncine, fiori e fiori, e l immancabile cofanetto di cioccolatini) si scusava assicurando che erano tutti regali (magari venuti dagli ospiti nella vicina clinica, o da ex-allieve, da colleghi d insegnamento; per l onomastico, per il compleanno, per la ripresa salute, per il rientro dalle vacanze). Un tale aveva il cestello sempre fornito per i complimenti di regola... l edicola dei liquori e biscottini freschi da offrire all ultimo rappresentante, e qualche nuovo soprammobile da ostentare. Testine d angeli, bambinelli, pupazzi, mascotte, ricordi cari e souvenir pittoreschi, riviste di gran cultura (!), e in qualche angolo, un antica corona del Rosario o un povero Crocifisso mutilato. Un vero bazar all orientale, tutt altro che una cella da suora o da frate. A un parroco non parve vero abbellire persino le scale della casa canonica con certi ornamenti che 20
21 sulle pareti della chiesa testimoniavano la riconoscenza alla Vergine o a s. Rocco, a s. Rita... dei padri: non si poteva trovare una migliore sistemazione, e nel frattempo adornare le pareti del Prete di pulizia e di povertà? Ho ardito proporre a qualche comunità religiosa di organizzare una pesca di beneficenza (magari pro lebbrosi ) con le piccinerie che ingombravano salotti e celle. Non avevo mai pensato che per festeggiare ad esempio ancora! il 25 o il 50 di Professione (dei voti, compreso quello della Povertà), si potessero spendere tanti denari ottenuti di riffa o di raffa da amici, da benefattori, da ospiti, ecc.: bel modo di rinnovare il proprio spirito di povertà! E c è chi ha incominciato a far soldi per scopi buoni, edificanti, anche apostolici; intanto ha imparato, ci ha trovato soddisfazione, s è creato delle illusioni; ha finito con il lasciarsi corrompere da Mammona: dove sono andati a finire, ora, quegli ideali santi per i quali s era incominciato a battere cassetta...? Persiste tuttora in qualche regione la piaga del convivere nella propria famiglia a motivo di interessi finanziari (rifiutando ogni proposta di riunirsi in comunità presbiterali): sono evidenti sia l impoverimento del sacro ministero, sia il danno della personale onorabilità. Un tale, sul principio aveva trovato un piacere matto a passare i suoi denari (anche se pochi) nelle mani dei poveri, i suoi poveri; al presente le cose sono cambiate: i denari sono aumentati, e con questi sono comparse tentazioni furibonde. Addio poveri della mia parrocchia, o lontani nel terzo mondo! In camera il televisore con la parabolica: come ci si potrebbe addormentare 21
22 diversamente, oggi, con tanto logorìo e stress? Come non essere immediatamente aggiornati sugli avvenimenti del mondo? Un tempo era già gran cosa possedere un vestito da giorni feriali e un altro per le feste: oggi sua maestà Mammona ti porta a visitare vetrine e negozi per rifarti il corredo più volte in un mese con articoli di lusso degni di ben altre spalle o di altri piedi... non di quelli di Cristo! Buona cosa completare il discorso puntualizzando a lettere marcate che la vita di povertà non è un avventura sconsiderata, ma si fonda sulla Fede. La Parola di Dio ci incoraggia ad aver fiducia nella Potenza di Dio Padre che conosce e provvede alle necessità dei suoi figli: «Il Padre vostro sa di quali cose avete bisogno ancor prima che gliele chiediate» (Mt 6, 8). Dal momento che il Padre lo sa, siamo più fortunati degli uccelli del cielo e dei gigli del campo: «I ricchi impoveriscono e hanno fame, ma chi cerca il Signore non manca di nulla» (Sal 33, 11). Commoventi le parole dell Apostolo e programmatiche anche per noi: «Siamo ritenuti impostori, eppure siamo veritieri; sconosciuti, eppure siamo notissimi; moribondi, ed ecco viviamo; puniti, ma non messi a morte; afflitti, ma sempre lieti; poveri, ma facciamo ricchi molti; gente che non ha nulla e invece possediamo tutto!» (2 Cor 6, 8-10). 22
23 Nulla e tutto! Chi potrebbe credere a un tale paradosso, se non lo avesse enunciato lo stesso Maestro? «In verità, in verità vi dico: anche chi crede in me compirà le opere che io compio e ne farà di più grandi, perché io vado al Padre» (Gv 14, 12). Saremo ricchi saremo ricchissimi! ma fino a quando avremo veramente lasciato tutto per consegnarci totalmente al Figlio di Dio. Arricchiremo molti tutte le genti! ma fino a quando avremo accettato l estrema Povertà del chicco di grano seppellito (cf. Gv 12, 24). Oltre la menzogna della ricchezza (cf. At 5, 4) È una delle pagine più sconcertanti della Bibbia, quella della gravissima punizione che piombò sopra i coniugi Ananìa e Zaffira; pagina gravida di lezioni e di ammonimenti per la prima comunità dei credenti e per noi, sino alla fine. Non si può essere poveri, se non si è innanzitutto sinceri. L importanza pratica dell ottavo comandamento: se non lo osserviamo per primo, sarà impossibile praticare gli altri! Non è un dovere da poco; lo si compie così malamente; lo si trascura per ogni pretesto; a prima vista può sembrare riservato ai ragazzi, ma noi adulti, quanti imbrogli, e quante infedeltà! «Ho detto con sgomento: Ogni uomo è inganno» (Sal 115, 11). 23
24 Le offese alla verità, chi le può elencare? Ce ne sono di tutti i tipi, inferte in pieno giorno e nel fondo della notte. Chi le potrà mai scovare tutte? Ricordiamo che le bugie più dannose non sono quelle che si dicono con le labbra, ma quelle che si incarnano nei comportamenti, nelle opere, nel vissuto quotidiano. E poiché la sincerità la si osserva così malamente, la si trascura per ogni pretesto... ecco gli imbrogli e le infedeltà! «Meglio un povero che un bugiardo» (Pro 19, 22). Oh sì: meglio la povertà che la falsità. La sete del guadagno, la bramosia di possedere, l attacco alla caducità... non accusano una grave menzogna a monte di simili comportamenti? Non si accetta il supremo dominio di Dio; non si riconosce la transitorietà (anche se più lampante del sole) della vita nel creato; si attribuiscono alle creature al denaro in specie poteri infiniti, attributi divini. Colossale falsità lo scambiare i mezzi per il fine. Il logorare l esistenza accumulando vanità su vanità. L identificare il proprio valore umano al denaro e alle sue rendite (cf. Lc 12, 15). Il Maestro scaccia il tentatore con questa risposta luminosa: «Vattene, satana! Sta scritto: Adora il Signore Dio tuo e a lui solo rendi culto» (Mt 4, 10). Quanto poi al valore evanescente delle ricchezze, non è meno chiaro il Maestro: 24
25 «Non accumulatevi tesori sulla terra, dove tignola e ruggine consumano e dove ladri scassinano e rubano; accumulatevi invece tesori nel cielo, dove né tignola né ruggine consumano, e dove ladri non scassinano e non rubano. Perché là dov è il tuo tesoro, sarà anche il tuo cuore» (Mt 6, 19-21). E giustamente ci mette in guardia dagli inganni della volontà di accumulare ricchezze: «Guardatevi e tenetevi lontano da ogni cupidigia, perché anche se uno è nell abbondanza, la sua vita non dipende dai suoi beni» (Lc 12, 15). Quanta verità in queste righe del Vangelo, e quale contrasto con le menzogne di cui è intrisa la nostra condotta di ogni giorno! I cadaveri di Ananìa e di Zaffira stanno lì a condanna di tutta questa menzogna che rende sordo l uomo ai richiami dello Spirito, e cieco di fronte alla Luce, e disperso sulle strade che menano alla perdizione... nel vano tentativo di sottrarsi (come fece il Figlio prodigo cf. Lc 15, 13) agli sguardi del Creatore. Mentire a Dio? È appena assurdo. Addirittura, prestando fiducia al serpente, Adamo ed Eva hanno fatto del Creatore un bugiardo; parimenti Ananìa e Zaffira mentendo allo Spirito Santo. Qui sta la morte, la rovina dell uomo. Agli albori della vita umana, il Diavolo, bugiardo e padre della menzogna (cf. Gv 8, 44), diede da in- 25
26 tendere che se avessero rifiutata l obbedienza al loro Signore e Padre, sarebbero diventati come Dio stesso (cf. Gn 3, 5). Ed ecco il re del creato allungare le mani come un ladro, ora che si è lasciato intossicare dalla menzogna. Falsità e furto. «Dio ha detto: Non ne dovete mangiare e non lo dovete toccare, altrimenti morirete. Ma il serpente disse alla donna: Non morirete affatto!» (Gn 3, 3-4). Menzogna fatale, portatrice di infiniti guai e di morte. «Il Signore Dio disse all uomo... Con il sudore del tuo volto mangerai il pane; finché tornerai alla terra perché da essa sei stato tratto: polvere tu sei e in polvere tornerai!» (Gn 3, 19). In quali abissi ha gettato quel cattivo uso della creazione! Risalire costerà torrenti di lacrime, una dura penitenza, quella ascesi senza soste che non potrà mai prescindere dalla severa legge del distacco. Quanto costerà all uomo di sempre, tornare ad usare e godere delle creature in povertà e libertà di spirito? Chi segue passo dietro passo il cammino di un anima che tende alla perfezione del Padre celeste, sa di quali sacrifici è impastata la salita, di quali rischi è disseminata. Perché ci perdiamo ancora in cose da nulla? (cf. Gb 27, 12). «Fino a quando, o uomini, sarete duri di cuore? Perché amate cose vane e cercate la menzogna?» (Sal 4, 4.5). 26
27 Verità vuole che dal mattino alla sera riconosciamo i diritti di Dio. Verità vuole che la nostra resa a Lui sia totale e incondizionata. Verità vuole che ogni ribellione alla Sua legge sia riprovata e detestata. Verità vuole che riceviamo dalle Sue mani le creature con gratitudine e che ne facciamo un uso retto. Verità vuole che, pur calcando i sentieri di questa terra, gli occhi e il cuore scrutino il Cielo. Verità vuole che, se crediamo a Colui che è morto e risuscitato, cerchiamo le cose di lassù, «dove si trova Cristo assiso alla destra di Dio» (cf. Col 3, 2), e lassù fin d ora fissiamo la nostra attenzione. «Tengo i miei occhi rivolti al Signore, perché libera dal laccio il mio piede» (Sal 24, 15). «Chi mi darà ali come di colomba, per volare e trovare riposo?» (Sal 54, 73). Bellissime cose, certo, ma possibili solo a chi ha il cuore libero, disposto al distacco, al volo, all ascesi. «Chi altri avrò per me in cielo? Fuori di te nulla bramo sulla terra» (Sal 72, 25). È l amore che mette le ali, vince tutto, rende soave ogni rinuncia, amabile ogni martirio! Romano Guardini commentando il gesto di Francesco che si spoglia dei vestiti lussuosi restituendoli a suo padre Bernardone davanti agli occhi del Vescovo e della folla, dice: «La forma della vicenda si presenta grande e luminosa. Qui viene in chiara luce ciò che ha aperto una breccia interiormente a San Damiano: nulla più si frappone tra Dio e lui. Egli è totalmente di Dio, 27
28 e Dio interamente suo, e nulla di mezzo. Ma la povertà che fin dalla giovinezza gli ha toccato il cuore dalla figura dei poveri, diviene la forma di questo rapporto senza mediazioni: Affinché d ora in poi egli possa dire: Padre nostro, che sei nei cieli. La povertà è la forma di questa libertà diretta a Dio. Del tutto libero egli vuole essere; libero verso Dio. Nulla tra lui e Dio. Di questo è forma la povertà. Quindi, non che il mondo gli fosse divenuto repellente. Certo gli uccelli non gli hanno mai cantato tanto dolcemente come quando, muovendo dalla piazza di Santa Maria Maggiore, si dirige tra gli alberi verzicanti sulle pendici del monte Subasio. La sua povertà è libertà. Questa libertà è tuttavia amore. Non anzitutto la libertà dell intelletto, che conosce nella sua superiorità; non in primo luogo la libertà del volere, che si risolve nell esercizio ordinato, ma amore nell immediatezza, forza del cuore toccato da Dio. Per questo in tutto ciò non v è alcun no. Tutto è sì. Tutto fiorisce e brilla e vive. È il grande sguardo nello sguardo di Dio» (San Francesco, pag ). L anima generosa è disposta a tutto e trova delizioso il distaccarsi da tutto ciò che è effimero e terreno. All ombra della Croce, là sul Golgota, tra gemiti e angosce, l anima fedele all Amore trova riconquistata quella interiore e profonda verità che fa liberi della libertà di Dio ed esperti della sua intimità. «Alla sua ombra, cui anelavo, mi siedo e dolce è il suo frutto al mio palato» (Ct 2, 3). Dalla schiavitù dentro la quale il primo peccato ha scaraventato tutti (aggravata da innumerevoli nostri 28
29 peccati) ci libera la infinita potenza del Cristo, nostro Redentore, ma non senza la nostra costante collaborazione: lo sappiamo, e non rifiutiamo, in teoria, di compiere la nostra parte (cf. Col 1, 24); ma quanta incoerenza nella pratica! Incredibile che la servitù degli idoli (cf. Ef 5, 5) seduca così potentemente, e attiri nella sua orbita anche persone bene intenzionate. Trattando della povertà evangelica, ci sembra di dover denunciare alla nostra indagine ascetica l astuto nemico più volte scovato nelle nostre riflessioni: il narcisismo. È pressoché impossibile vivere nella povertà volontaria, lasciando spazio libero a questo malanno psichico e morale. Il narcisista è uno scaltrissimo ricercatore di se stesso; il suo malessere s insinua di soppiatto e si maschera magnificamente sotto i più svariati pretesti (come ad esempio quello della salute, dell igiene, dello svago, dell aggiornamento culturale, della necessaria entratura nel mondo, della convenienza di un abbigliamento adatto, del dovere di pensare a una decorosa sistemazione nella vecchiaia, ecc.): naturalmente si accorda ben presto con Mammona, e... non è più finita. Volesse il cielo che dentro le mura dei conventi, almeno là, il narcisismo non penetrasse! Lo si potrebbe fotografare in centomila pose, strane, ridicole, sciocche; a volte sfacciate, a volte astute, a volte nascoste agli occhi della comunità: sempre accattivante. Vi cadono dentro, prima o poi, in una o nell altra delle sue ramificazioni, quanti abbandonano l umile sentire di sé e l amore alla vita austera. Il genitore che se ne accorge, non risparmia lo schiaffo 29
30 al figlio; l educatore che finge di non vedere, ritarda uno sviluppo armonioso e forte. Chi si è messo al seguito di Gesù per vivere «in santità e giustizia tutti i giorni della vita» (cf. Lc 1, 75), se si trascina dietro questa zavorra, non durerà a lungo nel suo generoso proposito (cf. Mt 11, 12; Lc 9, 57-62; At 14, 22). È tremendo il narcisista! È capace di estorcere licenze e permessi, eccezioni e privilegi, magari sub specie boni... ingiustizie e parzialità; può arrivare in pieno XXI secolo al maledetto fatto della simonìa. Il narcisista è anche violento; sa esserlo, malgrado un naturale mansueto... dominato da una forza che ha del tenebroso. Il narcisista sa diventare selvaggio, pur di attribuirsi quanto gli salta in testa... pur di ottenere quanto gli pare e piace. Simili soggetti rendono problematico il vivere in comunità: è quasi impossibile fare con loro comunione e vivere in armonia. Un pizzico di narcisismo l abbiamo tutti, conseguenza di un amore di sé idolatrico derivante a sua volta dal peccato originale e dai nostri peccati personali. Tutti dobbiamo esaminarci con sincerità e forza. Per reagire alle insidie della falsità e del furto, urge tanta forza dallo Spirito Santo; forza che va implorata incessantemente (cf. 1 Ts 5, 17; 2 Ts 3, 3). Quanta saggezza è racchiusa in questa preghiera suggerita dal libro dei Proverbi: «O Dio, io ti domando due cose, non negarmele prima che io muoia: tieni lontane da me la falsità e la menzogna, 30
31 non darmi né povertà né ricchezza; ma fammi avere il cibo necessario, perché, una volta sazio, io non ti rinneghi e dica: Chi è il Signore?, oppure ridotto all indigenza, non rubi e profani il nome del mio Dio» (Pro 30, 7-9). Il nostro desiderio più forte non deve essere quello indicatoci dal Maestro? «Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta» (Mt 6, 33). L Apostolo scrive a Timoteo: «Non abbiamo portato nulla in questo mondo e nulla possiamo portarne via. Quando dunque abbiamo di che mangiare e di che coprirci, contentiamoci di questo. Al contrario coloro che vogliono arricchire, cadono nella tentazione, nel laccio e in molte bramosie insensate e funeste, che fanno affogare gli uomini in rovina e perdizione. L attaccamento al denaro infatti è la radice di tutti i mali» (1 Tm 6, 7-10). Concludiamo con la sentenza del Maestro, che ammette alla sua scuola, soltanto a questo patto, che ci si distacchi dai beni della terra: «Chiunque di voi non rinunzia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo» (Lc 14, 33). Noi sinceramente vogliamo vivere da poveri seguendo l esempio del Maestro il quale «non cercò di piacere a se stesso» (cf. Rm 15, 3), ma si collocò all ultimo posto (cf. Mt 20, 28; Gv 13, 3-15), 31
32 si consegnò alla passione e alla morte per tutti, anche per Barabba (cf. Fil 2, 6-8; Eb 2, 9-10; 12, 1-3). «Se guardiamo a questo Maestro, impariamo da Lui il vero senso della povertà evangelica e la grandezza della vocazione a seguirlo sulla via di questa povertà. E anzitutto vediamo che Gesù è vissuto veramente da povero. Secondo san Paolo, egli, Figlio di Dio, ha abbracciato la condizione umana come una condizione di povertà, e in questa condizione umana ha seguito una vita di povertà. La sua nascita è stata quella di un povero, come indica la capanna dove è nato e la mangiatoia dove è stato deposto da sua Madre. Per trent anni è vissuto in una famiglia in cui Giuseppe guadagnava il pane quotidiano col suo lavoro di carpentiere, lavoro poi condiviso da Lui stesso (cf. Mt 13, 55; Mc 6, 3). Nella vita pubblica ha potuto dire di sé: Il Figlio dell uomo non ha dove posare il capo (Lc 9, 58), come per indicare la sua totale dedizione alla missione messianica in condizioni di povertà. Ed è morto da schiavo e da povero, spogliato letteralmente di tutto, sulla croce. Aveva scelto di essere povero fino in fondo» (Giovanni Paolo II, Udienza generale del 30 nov. 1994). Guardiamo a lungo il Maestro, adoriamolo nelle umiliazioni, nello spogliamento, nell agonia, fino a sentire il fascino per il suo martirio, la brama di seguirne gli esempi, di condividere la sua sorte. Potremo stare al suo passo senza tenerci saldi alla croce, alla Sua e alla nostra, e redimere con Lui le moltitudini che ci vengono affidate, senza compatire, aiutare, espiare, pregare e gemere con Lui? Come possiamo seguire Gesù e considerarlo nostro Signore e Maestro senza accogliere da cima a fondo tutto il suo messaggio, fino alla immedesimazione con il suo Spirito? 32
33 Certo, si dovranno abbandonare categorie mentali che contrastano con la verità di Cristo: può darsi che a qualcuno costi molto. Costi quanto si vuole, vogliamo che in ogni nostro pensiero, o parola o gesto... prevalga la verità. Quella di Cristo (cf. 2 Cor 1, 19; Mt 5, 37; Gv 8, 46). C è tristezza in tutto questo sforzo di imitazione del Maestro? Tutt altro: è qui, in questo lavoro assillante, che si esce dalle sbarre della nostra carcere, per muoverci in piena libertà e grande pace. È sulla misera stalla di Betlemme che il Cielo augura pace (cf. Lc 2, 14). Il discepolo che, strappandosi dagli orpelli della falsità, abitualmente vive nella verità ed è veritiero fino allo scrupolo, merita di essere ascoltato e obbedito come un apostolo, fatto «luce del mondo» (cf. Mt 5, 14; Mc 16, 15). O Maria, Tu che hai portato il Figlio di Dio alla luce di questo mondo nella povertà di Betlemme, Tu che lo hai ripreso sul tuo seno deposto dalla croce, Tu conosci la nostra abissale povertà: fa che non la temiamo, ma ne usiamo per abbandonarci sinceramente a Gesù, per donarci senza risparmio per la salvezza dei fratelli. Un giorno anche noi, sordi e ciechi (cf. Is 42, 18-19), saremo santi, nonostante la debolezza della carne, le vendette di Satana, e le ire del mondo. 3 giugno 2005 direttore responsabile
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