Arte Minoica e Micenea. Contemporaneamente a quella dei popoli della Mesopotamia e dell Egitto si manifestò una grande civiltà, la prima fra quelle occidentali, nell isola di Creta, incrocio di importanti rotte commerciali del Mediterraneo e ponte ideale fra Oriente e Occidente. La civiltà cretese fu preceduta dalla cosiddetta «cultura cicladica», sviluppatasi fra il Neolitico e l Età del bronzo (3.200 1750 a. C.) nell arcipelago delle Cicladi, il cui nome greco richiama la loro conformazione fisica a cerchio. Ad un primo periodo straordinaria fioritura seguì un improvvisa, e forse, tragica fine. Già dal 1600 a. C. la società cretese, detta anche «minoica» dal nome del suo più noto e mitico re Minosse, venneincontattoconle popolazioni achee del continente, quelle che successivamente la avrebbero sottomessa. I Cretesi però, influenzarono profondamente i loro stesi invasori. Dalla civiltà della grande isola egea, infatti ebbe origine quella acheomicenea, così chiamata dal nome della città achea più importante, Micene, nel Peloponneso. Le due civiltà sono una la continuazione dell altra, ed è da esse che si svilupperà in seguito la cultura greca. Achei: Nome con cui si distinguono le popolazioni di origine ellenica stanziatesi nel Peloponneso e che diedero origine alla civiltà micenea.
CRONOLOGIA dell Arte Minoica o Cretese CRONOLOGIA dell Arte Minoica o Cretese Minoico Antico: 2500 2000 a. C. Periodo Prepalaziale: 2500 2000 a. C. CRONOLOGIA dell Arte Micenea Minoico Medio: 2000 1570 a. C. Minoico Recente: 1570 1150 a. C. Periodo Protopalaziale: 2000 1700 a. C. Periodo Neo palaziale: 1700 1400 a. C. Periodo Post palaziale: 1400 1100 a. C. Miceneo Antico: 1600 1500 a. C. Miceneo Medio: 1500 1400 a. C. Miceneo Tardo: 1400 1100 a. C. La cronologia dell arte cretese è ancora oggi oggetto di discussione fra i vari studiosi. Fra le periodizzazioni maggiormente seguite vi sono le due sopra riportate di la seconda è chiaramente riferita alle vicende edilizie che scandiscono lo sviluppo di questa civiltà. LA CIVILTÀ CRETESE E I GRANDI PALAZZI In base ai reperti archeologici e agli scavi stratigrafici dei grandi palazzi si è soliti trattare la civiltà cretese suddividendola in 4 periodi: Periodo Prepalaziale: 2500 2000 a. C. Periodo Protopalaziale: 2000 1700 a. C. Periodo Neo palaziale: 1700 1400 a. C. Periodo Post palaziale: 1400 1100 a. C. Al periodo prepalaziale (2500 2000 a. C.) risale la costruzione dei primi grandi palazzi realizzati in mattoni crudi e con le pareti intonacate. Già a partire dal 2000 a. C., si sviluppa una produzione figurativa di grande qualità e originalità, le pareti dei vani interni erano dipinte anche se purtroppo ci sono pervenute poche testimonianze. In questo periodo i Cretesi svilupparono una tecnica ceramica che alcuni avvicinano allo stile detto di Kamares.
Periodo protopalaziale (2000 1700 a. C.): è in questo periodo che vengono edificati i grandi palazzi, nuclei delle città di Cnosso, Festo e Mallia. Anche se i resti meglio conservati appartengono all epoca successiva, senza dubbio i primi palazzi presentavano già quell organizzazione spaziale che si sarebbe conservata quasi immutata fino alla scomparsa della civiltà cretese. Essi infatti si sviluppano attorno ad uno spazio centrale a pianta approssimativamente rettangolare, lastricato e scoperto; i diversi ambienti (stanze) che li componevano erano situati a vari livelli, in modo tale da assecondare l andamento del terreno sui cui sorgevano. Pare che in questo periodo i palazzi fossero circondati da fortificazioni che nel periodo neopalaziale probabilmente perché i sovrani si sentivano sufficientemente protetti dalla loro difesa navale. Il periodo protopalaziale, però, è meglio rappresentato dall arte ceramica e, in particolare, da quella in stile Kamares, cosiddetto dalla grotta omonima sul monte Ida, al centro dell isola, dove sono stati trovati i primi reperti. Palazzo di Festo planimetria generale. Periodo Neo palaziale: 1700 1400 a. C.. I primi palazzi scomparvero forse a causa di un terremoto, ma vennero subito riedificati. In essi erano riunite tre precise funzioni: quella economica ( molti ambienti erano destinati ad ospitare botteghe artigiane e magazzini), quella politica (vi erano gli spazi abitativi per il re o re sacerdote che aveva il dominio del territorio circostante nonché quelli di rappresentanza), quella religiosa (vi erano vari ambienti destinati al culto degli dei). Non mancano però, ambienti destinati alla manifestazioni teatrali e ludiche. Di questi «secondi palazzi» ci sono pervenute numerose testimonianze, esse parlano di una civiltà importante che pur essendo venuta in contatto con la civiltà mesopotamica e quella egizia, attraverso gli scambi commerciali, fu in grado di elaborare uno stile di vita e espressioni artistiche assolutamente originali. A differenza dell arte egizie e di quella mesopotamica, che si prefiggono lo scopo di testimoniare ed esaltare il potere politico e religioso, l arte cretese pone una maggior attenzione verso l uomo proponendosi di abbellire i palazzi rendendo così anche più piacevole la vita quotidiana
Palazzo di Cnosso (1700 1400 a. C.) planimetria generale A. Ingresso principale occidentale B. Ingresso meridionale C. Ingresso orientale D. Ingresso settentrionale 1. Ingresso settentrionale Corte Ovest 2. Altari 3. Corridoio con l affresco della Processione 4. Ingresso Sud Ovest 5. Corte centrale 6. Scala al primo piano 7. Magazzini 8. Corridoio dei magazzini 9. Vestibolo della Sala del trono 10. Sala del trono 11. Area di culto 12. Corridoio del «Principe dei Gigli» 13. Sala delle doppie asce 14. Stanze della Regina 15. Bagno della Regina 16. Bastione Est 17. Sala ipostila a pilastri 18. Botteghe artigiane 19. Ingresso Nord Ovest 20. Teatro 21. Via reale 22. Abitazioni esterne
Palazzo di Cnosso (1700 1400 a.c.). Fu riportato alla luce nel 1900 dall archeologo inglese Evans, ma ciò che vediamo oggigiorno è anche frutto di una parziale ricostruzione, operazione attualmente ritenuta non del tutto lecita in campo archeologico. Il palazzo sorgeva su un luogo sopraelevato a 4 Km dal mare e il complesso architettonico occupava per lo meno un area di 60 ettari. Attorno al palazzo città è possibile definirlo così a motivo delle sue grandi dimensioni che lo rendevano capace di accogliere non solo i regnanti, ma anche una vasta comunità si disponevano le abitazioni private. Anche il questo caso mancavano mura difensive, e le quasi 400 stanze che lo componevano si articolavano su più livelli attorno al cortile centrale. Il numero degli ambienti e la loro disposizione rispondeva alle esigenze funzionali del palazzo che si configurava come sede reale, ma anche come centro amministrativo, commerciale e religioso. Al suo interno venivano svolte varie attività: il sovrano vi esercitava la giustizia, i funzionari provvedevano a tenere una ordinata contabilità e allo stesso tempo sorvegliavano la produzione di esperte maestranze artigianali e artistiche. Nel palazzo si forgiavano metalli, si filava la lana, si lavorava la ceramica, mentre nei magazzini si conservavano i prodotti alimentari (olio, vino, cereali). L apparente disposizione disordinata e casuale degli ambienti rispondeva, ad una più attenta analisi, ad una precisa logica che strutturava tutto il complesso architettonico. Ogni singolo settore aveva una ben determinata organizzazione ed era funzionalmente collegato con gli altri: ad es. i laboratori artigianali erano vicini ai magazzini ma anche agli ambienti dei funzionari che controllavano la produzione. Le stanze raggruppate a seconda delle funzioni (di rappresentanza, di abitazione, di servizio), erano divise da corridoi di varia grandezza e collegate verticalmente da scale. Il complesso si articolava su più piani: ve ne erano due nell ala occidentale e quattro in quella orientale conunadisposizione che assecondava la naturale pendenza del terreno (tutti i palazzi hanno la capacità di integrarsi e fondersi con il paesaggio naturale). Realizzato con muri di mattoni e pietra, l edificio mostra un largo impiego di legno per travi, soffitti e parapetti e colonne del tipo detto minoico. Queste caratterizzavano in maniera particolare i corridoi, le logge che univano i vari ambienti residenziali, che in genere si affacciavano su spazi aperti talvolta destinati a giardini. Veduta di un cortile interno Schema di colonna minoica (legno): 1. Capitello a toro 2. Fusto rastremato in basso 3. Base circolare
L arte minoica prima e micenea per prime si allontanano definitivamente dal concetto puramente religioso celebrativo dell arte tipico delle civiltà dell Egitto e della Mesopotamia, dando vita a nuove espressioni artistiche, dove centrale è il rapporto dell uomo con la natura. L arte greca, pur nella centralità del rapporto dell uomo con la divinità, è un tentativo razionale da parte dell uomo di impadronirsi della natura (o almeno di imitarla) elaborando modelli ideali di perfezione. La possibilità di concentrare un vasto numero di persone in edifici così complessi è anche dovuta alla maestria raggiunta dai Cretesi nella scienza idraulica, che consentiva sia l approvvigionamento dell acqua potabile ma soprattutto lo smaltimento dei reflui grazie ad un efficiente sistema fognario. Inoltre questo come gli altri palazzi cretesi quello di Cnosso era studiato per offrire ai suoi abitanti molte comodità: vi erano molte verande disposte in posizioni ventilate, tra i vari nuclei si aprivano cortili circondati da loggiati per passeggiate all ombra, ne mancavano spazi con gradinate atti ad ospitare giochi e riti. La leggenda del labirinto. Come abbiamo visto la civiltà cretese prende il nome di civiltà minoica da quello del suo sovrano più famoso, Minosse. Secondo la leggenda, Minosse affidò a Dedalo, rinomato artefice di opere meravigliose, la costruzione di un labirinto per rinchiudervi il Minotauro, un essere metà uomo e metà toro, nato dagli amori di sua moglie Pasifae con un toro inviato per invidia da Poseidone (il dio del mare). Il mostro che si nutriva di carne umana, fu ucciso da Teseo, re ateniese che, aiutato da Dedalo e grazie ad un filo procuratogli da Arianna, figlia di Minosse, innamorata di lui, riuscì a ritrovare la via d uscita. Dedalo, fato imprigionare dal re, costruì per sé e per il figlio Icaro delle ali con le quali fuggì dall isola di Creta, rifugiandosi in Magna Greci, dove praticò e divulgò la propria arte. Numerosi studiosi ritengono che proprio la complessità dei palazzi cretesi quale doveva apparire a degli estranei, con il loro ampio numero di stanze, corridoi e scale abbia nel tempo portato la nascita del mito del labirinto.
La pittura. In alto: la Sala del Trono, Palazzo di Cnosso, XV sec a. C. A sinistra: il megaron della Regina (Ibidem). L arte cretese, a differenza di quella egizia e mesopotamica, si proponeva lo scopo di abbellire i palazzi e rendere gradevole la vita quotidiana. Nel palazzo di Cnosso, le logge coperte, decorate da dipinti con tinte brillanti, e con colonne minoiche anch esse colorate, si affacciavano su panorami di ulivi degradanti verso il mare. Le stanze erano generalmente piccole e il tutto era costruito a misura d uomo. Le tinte accese della colonne si ritrovano nella contemporanea pittura parietale (realizzata cioè sulle pareti degli edifici). I pavimenti e i soffitti erano decorati con motivi geometrici e ornamentali, e non mancano cicli di immagini di carattere naturalistico realizzate con forme armoniose, anch esse dipinte sulle pareti delle stanze con colori vivaci gialli, azzurri, rossi e verdi. I soggetti erano tratti dalla realtà e dalla natura, né mancano i soggetti ispirati al mare.
«Salto del toro», 1700 1400 a. C., affresco, h= 86 cm, dal Palazzo di Cnosso, Iraklion, Museo Archeologico. I cicli pittorici che ornavano le principali stanze del palazzo di Cnosso, essendoci giunti molto rovinati e frammentati, sono stati sottoposti a pesanti interventi di restauro. Nonostante ciò ci consentono una chiara lettura dei caratteri della pittura minoica, anche se non ci restituiscono altro che una pallida idea di ciò che originariamente essa doveva essere. Il «Salto del Toro» è un famoso esempio di pittura minoica, le parti originali del dipinto sono i pochi frammenti più scuri e in rilievo. Tutto il resto, come anche nelle altre pitture cretesi, è stato ricostruito durante i restauri realizzati agli inizi del Novecento. In quest opera è rappresentato un esercizio rituale che sembra facesse parte del culto praticato nell isola (per alcuni studiosi di tratta di un semplice esercizio ginnico). Su uno sfondo monocromo azzurro due fanciulle (che secondo una convenzione delle civiltà antiche venivano rappresentate con la pelle chiara) e un ragazzo (dalla pelle scura) sono intenti a cimentarsi nello sport acrobatico del salto del toro.
In particolare la scena mostra, quasi in sequenza cinematografica, i tre momenti del gioco consistente nell afferrare il toro per le corna [1], nell eseguire su di esso un salto mortale [2] e nel ricadere a terra in posizione verticale [3]. Alcuno studiosi interpretano quest ultima figura femminile come intenta ad accogliere con le braccia tese il ragazzo che volteggia sulla schiena del toro. La presenza dei due sessi testimonia di una cultura nella quale, a differenza da quelle vicino orientali, la donna comincia a godere di un certo prestigio sociale. Le immagini, molto sintetiche, interpretano ritmicamente gli elementi essenziali sia del corpo umano sia quello dell animale. Nonostante l estrema semplificazione la scena trasmetteunsensodivivacitàemovimento.lefiguresonodefinitenettamentesul muro da una linea fluida, nessun chiaroscuro modella le forme, ma i soggetti riescono egualmente a comunicare lo sforzo del movimento o la tensione dell attesa. Il «Principe dei Gigli» è una delle immagini più note del periodo. Nella disposizione del corpo posto di profilo con busto frontale, ricorda l arte egiziana, anche se nuovi sono il movimento della figura e i tipici occhi allungati. La figura attualmente visibile in realtà deriva dalla ricomposizione di tre affreschi differenti. È una testimonianza degli stucchi dipinti ovvero una tecnica pittorica che esplode il disegno «in rilievo» rispetto il piano della parete. A Creta e nelle isole sotto il suo dominio il procedimento utilizzato per realizzare dipinti murali non era propriamente l affresco (non si conoscono con esattezza tutti i dettagli della tecnica impiegata). È probabile che gli strati più superficiali dell intonaco, di calce pura, fossero mescolati con gesso per ottenere un effetto smaltato sulle pareti. Pare poi che sull intonaco fresco fosse steso un colore di fondo ripassato più volte a strati sottili; su questa base erano dipinte le figure, poi ripassate con colori a secco nelle parti di maggior rilievo. A volte le figure venivano rilevate dal fondo con un modesto spessore e modellate sinteticamente con un impasto gessoso come nel caso del Principe dei Gigli. Anche le fasce decorative delle pareti potevano avere parte evidenziate e staccate dal piano In alto: schema del dipinto il «salto del Toro». In basso: «Il Principe dei Gigli», affresco a rilievo, 1700 1400. dal Palazzo di Cnosso, Iraklion, Museo Archeologico.
Le statuette votive, i vasi di pietra e la ceramica La civiltà cretese non ha prodotto sculture dii grande formato, solo eccezionalmente statue di notevoli dimensioni sono state trovate nei luoghi di culto. Una grande fioritura, invece, ha interessato la piccola plastica, soprattutto la produzione di ex voto (piccole sculture offerte alle divinità) nei quali le figure femminili sono particolarmente interessanti per la varietà dei costumi e delle acconciature. La tecnica della ceramica invetriata (o smaltata) era usata soprattutto per la fabbricazione di oggetti e figure destinati ai santuarieai ricchi corredi funerari. La «Dea dei Serpenti». La piccola statuina in ceramica smaltata, proveniente dal Palazzo di Cnosso, occupa un posto di rilievo nella produzione del settore: si tratta di una figura femminile che indossa un abito a balze con grembiule a sella e corpetto aderentissimo che lascia scoperto il seno; essa stringe tra le mani due serpenti, possibile simbolo del carattere ctònio (dal greco chthòn, "della terra" o "del sottosuolo") della dea. Nella produzione scultorea la lavorazione della pietra ebbe uno straordinario sviluppo assumendo un grande rilievo nel periodo neopalaziale, che è senza dubbio quello più creativo dell arte minoica. L opera simbolo di questa produzione sono i rhyton, vasi dalle forme animali, in particolare riproducenti la testa del toro sacro, destinati a contenere liquidi per le libagioni. Rhyton proveniente dal Palazzo di Cnosso. È un vaso molto raffinato, si tratta di una specie di boccale in steatite nera (un minerale relativamente tenero che permette di intagliare con facilità le forme) dotato di fori sul collo e in corrispondenza delle narici, per immettere e versare liquidi. Solo il lato sinistro della testa è originale e le corna, che il restauro ha integrato con legno dorato, dovevano essere originariamente d oro massiccio. La steatite è lavorata con grande maestria e precisione in modo da riprodurre le fattezze dell animale, i tratti salienti come occhi e narici sono sottolineati grazie all inserimento di materiali diversi quali madreperla, diaspro rosso e cristallo di rocca. Queste opere prodotte nella piena maturità dell arte cretese, documentano l abilità degli artisti nella realizzazione di vasi in pietra ricavati da materiali preziosi con tecniche complesse. In alto : la«dea dei Serpenti», 1700 1600 a.c. Ca, dal Palazzo di Cnosso, ceramica smaltata, altezza cm 34,5, Iraklion, Museo Archeologico. In basso: Rhytòn a testa di toro, 1600 1500 a. C. ca, steatite nera, con intarsi in madreperla, diaspro rosso, cristalli di rocca, Iraklion, Museo Archeologico.
Libagioni. Dal latino libàre, versare goccia, goccia. Offerta sacrificale di sostanze liquide (vino, latte, miele) in onore di dei e defunti.
La ceramica. La ceramica costituisce una parte importante della produzione artistica cretese sia per la ricchezza dei ritrovamenti sia per la qualità dell esecuzione. Particolarmente importante è la produzione ceramica in stile di Kamàres, cosiddetta dalla grotta omonima ubicata sulle pendici del monte Ida, dove sono stati ritrovati centinaia di vasi, brocche, ciotole. Essa è la produzione che meglio identifica il periodo protopalaziale infatti i reperti più antichi precedono di almeno un secolo la costrizione dei primi palazzi (2000 1700 a.c). Durante questo periodo la tecnica degli artigiani cretesi si è talmente affinata che essi riuscivano a produrre ceramiche dalle pareti sottilissime dette, perciò, a «guscio d uovo». I colori usati sono pochi: il giallo, il rosso e il bianco su fondo nero. I motivi ornamentali principali sono costituiti da linee curve, spirali e cerchi che si intersecano formando decorazioni puramente geometriche che ben seguono la curvatura della superficie dei vasi. Il gusto puramente ornamentale dello stile Kamares esclude dal suo repertorio i temi figurativi, anche quando gli artisti si ispirano a soggetti vegetali o marini li interpretano in maniera esclusivamente decorativa. Nella ceramica spesso alla pittura si univa l ornamentazione plastica, cioè a rilievo, realizzata tramite la tecnica dell incollatura. Si tratta in pratica di aggiungere sulla superficie dei vari recipienti ceramici degli elementi, anch essi colorati, frutto di una grande fantasia decorativa. Cratere proveniente da Festo. Un importante esempio di questa produzione è il cratere, a decorazione plastica, proveniente da Festo, ornato sia da una decorazione geometrica (molto vivace e caratterizzante, a scacchi bianchi e rossi nel corpo spazioso, al di sotto delle anse, cioè manici) sia con grandi fiori a rilievo, dai petali distesi, collocati sull alto piede e nella fascia tra le anse e l ampia bocca. Il termine cratere deriva dal greco krater, e indica un vaso da mescita. Si tratta di un recipiente dal corpo ampio, quasi sferico e dalla bocca larga. Veniva usato per mischiare il vino da servire durante i banchetti. In alto: brocca nello stile di Kamàres, 1800 1700 a.c., terracotta, altezza 26 cm, Iraklion, Museo Archeologico. In basso: cratere a decorazione plastica, 1800 a. C. ca, terracotta, altezza 45,5 cm, proveniente da Festo, Iraklion, Museo Archeologico
Elementi che costituiscono il vaso 1. Bocca 2. Ansa 3. Corpo 4. Piede Pìthos nello stile di Kamares, 1800 a. C. ca, terracotta, altezza cm 69,5, proveniente da Festo, Iraklion, Museo Archeologico. Pithos. Termine greco che indica un vaso di terracotta a forma di tronco di cono rovesciato fornito di una larga apertura.
Durante il periodo Neopalaziale (1700 1400 a. C.) lo stile di Kamàres viene abbandonato, e la produzione di vasi in ceramica assume forme più libere rispetto al periodo precedente. Già all inizio di questa fase si colgono delle innovazioni: le forme dei pìthos tendono ad allungarsi, presentando la massima convessità nella parte alta e un accentuata rastremazione nella parte bassa. Le decorazioni diventano più fantasiose e complesse e si assiste a un deciso abbandono della policromia (l uso di più colori), a favore della bicromia (l uso di due soli colori) che impiega colori scuri su fondo chiaro. Ai motivi decorativi tradizionali come spirali, linee ondulate, intrecci, vengono accostati fiori, pesci, piante; tra le decorazioni marine e vegetali compaiono anche simboli religiosi come l ascia bipenne (o doppia ascia), un motivo rituale raffigurato spesso nel Palazzo di Cnosso. In genere in base ai soggetti raffigurati è possibile distinguere due stili Stile vegetale: con decorazioni rappresentanti esclusivamente erbe e piante; Stile marino: con raffigurazioni di esseri marini. Nel tardo periodo neopalaziale fa la sua comparsa anche un nuovo stile pittorico, detto palaziale per la presenza di suoi esemplari al Palazzo di Cnosso. I caratteri dello stile palaziale sono la disposizione delle decorazioni secondo una geometria rigorosa; l estrema stilizzazione degli elementi vegetali o marini che siano; la forte simmetria e l austerità quasi solenne. Pìthos di stile (neo)palaziale. Un esempio importante di questi cambiamenti nel gusto della produzione ceramica è il grande pìthos, alto più di un metro e trenta e conservato nel Museo di Iraklion a Creta, in cui il motivo dell ascia bipenne, oggetto rituale impiegato nei sacrifici, si afferma prepotentemente. In questo vaso le ricorrenti e numerose linee verticali (i manici delle asce e gli steli stilizzati delle piante) si interrompono solo per lasciare spazio a quelle orizzontali delle asce che definiscono due fasce discontinue. Pithos di stile (neo)palaziale, 1700 1400 a. C., terracotta dipinta, altezza 134 cm, Iraklion, Museo Archeologico.
Nel resto dell isola, invece, si afferma la maniera naturalistica esemplificata dalle due brocche decorate con motivi marini, dove un polpo avvolge la ceramica con i suoi tentacoli. Le brocche testimoniano un nuovo modo di intendere la decorazione, significativo di una particolare attenzione al dato naturale: l artista minoico dimostra di essere interessato alla resa del movimento anche nelle forme decorative e manifesta l intento di trasmettere il palpito di vita che anima tutti gli organismi. Si è voluto appositamente mettere a confronto un cratere di stile Kamàres, con decorazione a motivi marini con la successiva produzione con analogo soggetto del periodo neopalaziale. È evidente come l artista che ha prodotto il cratere usi il soggetto naturale con mero intento decorativo. A destra : in alto: brocchetta di Gurnià, 1450 a. C ca., decorata con motivi marini, terracotta dipinta, altezza 20 cm, Iraklion, Museo Archeologico; in basso: brocca decorata con motivi marini, 1500 a. C. ca, terracotta dipinta, Iraklion, Museo Archeologico. A sinistra : cratere in stile Kamàres, 1800 1700 a.c., terracotta,, Iraklion, Museo Archeologico.
Periodo postpalaziale (1400 1100 a.c.) Più fattori contribuirono, probabilmente, alla fine della civiltà minoica. Per primo, la tremenda eruzione vulcanica di Santorini (la più meridionale delle isole Cicladi) con i terremoti seguirono; poi la definitiva conquista achea che portò alla distruzione dei nuovi palazzi. L'ultima fase della civiltà cretese si svolse dunque dopo l'espansione delle popolazioni achee. In conseguenza a questa nuova situazione la produzione artistica non fu più creativa. Le forme, infatti, si stabilizzarono su quelle già sperimentate con successo nei secoli precedenti e le decorazioni, con le relative tecniche, divennero sempre più ripetitive. L'arte, in breve, si trasformò in raffinato artigianato anche per effetto dei commerci con le popolazioni continentali. Con l'abbandono del dorato isolamento di un tempo conclude si conclude così la più che millenaria storia di una civiltà fu già potente e autonoma. Il grande fiume della civiltà greca l'avrebbe in seguito assorbita e trascinata con sé, ormai in un ruolo secondario e mai più di primato.
LA CIVILTÀ M ICENEA. I Micenei, una popolazione indoeuropea proveniente dalla penisola balcanica o dalla Russia meridionale, si assestarono nel Peloponneso, in Grecia, nel 1900 a. C. Fondendosi con le popolazioni locali, diedero vita una civiltà che si affermò verso il 1600 a.c. Di tradizioni guerriere, costruirono fortificazioni inespugnabili e dal Peloponneso partirono alla conquista nuovi territori. La loro struttura sociale era caratterizzata, come quella cretese, da una organizzazione palaziale centralizzata al cui vertice era il re. Ma i palazzi micenei, diversamente da quelli cretesi, sorgevano quasi sempre su alture ed erano protetti mura poderose attraversate da gallerie di accesso coperte da volte rudimentali. Anche la civiltà micenea viene studiata distinguendone la cronologia in 3 periodi: Miceneo Antico: 1600 1500 a. C. Miceneo Medio: 1500 1400 a. C. Miceneo Tardo: 1400 1100 a. C. Miceneo Antico (1600 1500 a.c.) In questo periodo gli influssi cretesi sono ancora molto evidenti e la stessa produzione artistica minoica si sovrappone, a quella micenea. I temi trattati nella ceramica sono gli stessi di quella cretese contemporanea e precedente. Sappiamo poco dei palazzi e delle abitazioni di questa prima fase, mentre numerose sono le tombe scoperte. In esse sono stati rinvenuti ricchi corredi funerari, che costituiscono senza dubbio i reperti più rappresentativi del periodo. Ne è una testimonianza la tazza d'oro proveniente dalla tomba di Vafiò in Lacònia (Peloponneso meridionale).
Il prezioso recipiente testimonia il forte legame che intercorre tra la più antica produzione artistica micenea e quella coeva minoica, corrispondente alla piena fioritura del neopalaziale. La tazza d'oro proveniente dalla tomba di Vafiò in Lacònia ha la parte esterna con scene a sbalzo rappresentanti la cattura di alcuni tori, tipico tema cretese, mentre l'interno è rivestito di una lamina liscia. Nella riproduzione vediamo un toro che carica a testa bassa due cacciatori uno dei quali, travolto, cade rovinosamente a terra, mentre l'altro, infilzato dalle corna, viene gettato in alto. La tazza non è l unica del suo genere, nei suoi rilievi le forme sono modellate attraverso piani graduati con raffinatezza. I dati naturalistici, i corpi degli uomini e degli animali si rilevano con forza sulla superficie curva della tazza. L artista è attento al rilievo da attribuire alla muscolatura e ciò dimostra come, pur nella stilizzazione, la plastica micenea è decisamente attenta al dato reale, esplicitato in piccoli spazi, né manca la capacità di rendere una rappresentazione fedele della furia selvaggia dell azione. Tazza da Vafiò, ca 1600 1500 a.c. Oro, diametro 10,4 cm. Atene, Museo Archeologico Nazionale. Maschere funebri dalle tombe reali Nelle tombe reali di Micene furono rinvenute da Heinrich Schliemann cinque maschere funebri in lamina d'oro, che ricoprivano i volti di alcuni defunti, probabilmente persone di rango. La loro finalità non è stata precisata ma erano senz altro legate ad esigenze di culto.
Le maschere risultano molto schematiche e i lineamenti sono resi in termini geometrici. Nonostante ciò, emerge a volte qualche dettaglio naturalistico che indica lo sforzo dell artista nell avvicinarsi ai caratteri del defunto, né è un esempio la cosiddetta Maschera di Agarnènnone, dipregevoleecurata fattura. Una linea incavata sottolinea le palpebre chiuse, la fine barba e i baffi dalla linea ondulata nobilitano il personaggio raffigurato. Questa maschera appare estremamente più raffinata e stilisticamente notevole se paragonata alle altre, e proprio questo è il motivo per cui ne è stata messa spesso in dubbio anche recentemente l'autenticità, ma è anche possibile che la maschera sia stata realizzata per un particolare personaggio, probabilmente un sovrano conosciuto in vita dallo stesso artigiano esecutore. Nella maschera in alto a destra, le folte sopracciglia raggiate, unite alla radice del naso, e le ciglia sulle palpebre chiuse ma separate da una linea incisa sono gli elementi figurativi che da soli riescono a definire il volto e a caratterizzano, suggerendo le vere fattezze del defunto se, come sembra, su di esso la maschera è stata modellata. Anche la maschera posta qui in basso, proveniente dalla IV tomba di Micene presenta forme semplificate, quasi geometriche In alto a destra: maschera funebre 1600 1500 a. C., Lamina d oro, altezza 30 cm. Dalle tombe reali di Micene, Atene, Museo Archeologico Nazionale. In basso a destra: maschera funeraria cosidetta di Agamennone, 1600 1500 a. C., Lamina d oro, altezza 20,5 cm. Dalla V tomba reali di Micene, Atene, Museo Archeologico Nazionale. In basso a sinistra: maschera funeraria, 1600 1500 a. C., Lamina d oro, altezza 30 cm. Dalla IV tomba reali di Micene, Atene, Museo Archeologico Nazionale.
Miceneo Medio (1500 1400 a.c.) Il carattere distintivo di questo periodo di mezzo è la realizzazione di un numero notevole di tombe a thòlos, quasi tutte di rilevanti dimensioni e aventi per lo più le medesime caratteristiche costruttive e la stessa organizzazione degli spazi. La tholos è una sala circolare costituita da una pseudo cupola ogivale formata da un certo numero di anelli lapidei (dal latino làpis, pietra) Disposti l'uno sull'altro e composti di grandi massi squadrati, essi, all'aumentare dell'altezza, vanno sempre più restringendosi finché la struttura non si chiude [a]. Ciò si ottiene facendo aggettare i massi di ogni singolo anello rispetto a quelli sottostanti [b]. È proprio la forma circolare di ciascun anello orizzontale che impedisce alle singole pietre di precipitare durante la costruzione [c]. La faccia di ogni elemento squadrato rivolta verso l'interno del vano viene, quindi, sagomata scalpellandola in modo da originare, assieme a tutte le altre, una superficie perfettamente liscia [d]. Tholos; in alto: sezione. In basso da sinistra a destra: figg. [a], [b], e [c].
La faccia di ogni elemento squadrato rivolta verso l'interno del vano viene, quindi, sagomata scalpellandola in modo da originare, assieme a tutte le altre, una superficie perfettamente liscia [d]. È proprio la continuità della superficie concava interna che conferisce alla tholos l'aspetto di una cupola, da cui, invece, si differenzia per il comportamento statico, da ciò il nome di pseudo cupola (falsa cupola).questa,infatti,si regge per gravità: è, cioè, il peso dei suoi vari elementi (conci) ad assicurarne la stabilità [e]. Al contrario, nella cupola (ad esempio in quella semisferica, la più comune) i conci, disposti filare per filare (un filare è costituito da un anello di conci) su una superficie conica [f] e indirizzati verso il centro [g], detto centro di curvatura, si spingono l'un l'altro consentendo alla struttura di sostenersi, di conseguenza, per mutuo contrasto. I princìpi statico e costruttivo della cupola sono, perciò, gli stessi dell'arco. In alto: conci aggettanti finiti di sagomare in corso d opera. A destra in alto: schema statico della tholos che si regge per gravità. Ai lati: posizionamento dei conci in una cupola reale.
In particolare è opportuno ricordare che durante il periodo Miceneo Medio è proprio fuori dal recinto fortificato di Micene che troviamo ubicate tombe, di varie forme e dimensioni. La città di Micene è già presente in questo periodo ma conosce il suo massimo sviluppo solo nel Miceneo Tardo, che verrà esposto nel prossimo paragrafo. AMicenepiccole tombe a camera, solitamente scavate sui versanti rocciosi, formate per lo più da una stanza quadrata, erano utilizzate da più famiglie; i morti si depositavano a terra, uno accanto all'altro, insieme agli oggetti che li accompagnavano (corredo funebre). Ma sono le sepolture a tumulo, variamente collocate rispetto alla cittadella fortificata, a essere le più importanti e interessanti dal punto di vista architettonico; fra queste quella detta del Tesoro di Atreo, realizzata nel XIV sec a. C. è sicuramente la più grande. Ritrovata nel 1876 dall archeologo Heinrich Schliemann, che credette di riconoscervi la tomba di Agamennone, e scavata sui fianchi della collina insieme alle tombe di altri otto principi micenei. In alto: ricostruzione del recinto tombale dento le mura della cittadella di Micene. A lato: lame di pugnali in bronzo ageminato con oro e argento, rinvenute nelle tombe reali di Micene, 1500 a. C. ca, Atene, Museo Nazionale.
La tholos denominata il Tesoro di Atreo. Micene, Tesoro di Atreo (o tomba di Agamennone) 1500 1400 a. C. circa. In alto: sezioni longitudinale e trasversali A destra: ricostruzione grafica della facciata della tomba. In basso: pianta 1. Dromos 2. Tholos 3. Ingresso 4. Architrave 5. Triangolo di scarico 6. Stipiti (piedritti) 7. Camera sepolcrale Il Tesoro di Atreo è la più celebre di queste architetture funerarie, noto anche come Tomba di Agamennone, è situata a Micene. L'edificio si compone di un corridoio (in greco dròmos) [1], lungo 36 metri e largo 6 metri, le cui pareti di contenimento, formate da blocchi di pietra a filari orizzontali, crescono man mano che ci si avvicina alla tholos [2]. L'accesso avviene tramite un'ampia apertura di forma leggermente trapezoidale [3] alta 5,40 metri e larga circa 2,70 metri sormontata da un architrave monolitico [4] del peso approssimativo di 120 tonnellate. L'architrave è sormontato dal cosiddetto triangolo di scarico [5] agravaresuglistipiti (o piedritti) della porta [6]. Attualmente l'unico ornamento della facciata è costituito dalle leggere cornici dell'architrave, ma originariamente la impreziosiva, conferendole solennità, un complesso di elementi composto da semicolonne decorate, collocate di fianco all'apertura, al di sopra delle quali due ulteriori colonnine delimitavano una lastra ornata con motivi a spirale di ispirazione minoica, forse anche vivacemente colorate.
Dromos ovvero il corridoio di ingresso del Tesoro di Atreo, XIV sec. a. C., Micene
Nelle due foto si evidenzia come il triangolo di scarico realizzato in maniera tale da alleggerire il peso in corrispondenza del architrave. L architrave è costituito da due blocchi enormi e quello interno, più grande, pesa circa 120 tonnellate. Per trasportarlo a quell altezza fu necessario allestire una rampa in terra battuta poi demolita. La presenza del triangolo di scarico fa si che l architrave sostenga solo il peso proprio. Esso infatti, benché monolitico sarebbe stato soggetto a rompersi con facilità, avendo sotto di se il vuoto dell apertura e non una solida massa muraria. Sulla struttura della tholos si è discusso a lungo. Pare che questo tipo di impianto fosse in uso anche in alcune sepolture cretesi. Attualmente la pseudo cupola è di pietra nuda, ma si pensa che i chiodi in bronzo ritrovati al suo interno servissero in origine a sostenere rosette in metallo a imitazione di un cielo stellato, o altre decorazioni. Una stanza a di forma pressoché rettangolare si apre a nord della tholos: era la camera mortuaria, scavata nella roccia e chiusa da una porta a due battenti. In questa stanza di conservavailcorredofunebrechedatalanaturaguerriera delle stirpi micenee, era generalmente costituito da armi, scudi, carri ed altri strumenti da guerra, spesso impreziositi anche con rivestimenti in lamina d oro. Interno della tholos detta il Tesoro di Atreo, Micene
Miceneo Tardo (1400 1100 a. C.) Quest'ultima fase si conclude con la distruzione dei grandi edifici a opera dei Dori, una nuova popolazione proveniente da Nord che si stabilisce nel Peloponneso sul finire dell'xi secolo a.c. Caratteristica del periodo è la costruzione delle immense mura che circondano il palazzo reale e le altre fabbriche dell'acròpoli, tantoche si è soliti definire le città micenee come città fortezza. Con il termine acropoli (composto di àkros, estremoepòlis città) si intende quella parte della città posta più in alto e generalmente difesa da mura. Queste, a motivo della loro mole circa 11 metri di spessore quelle di Tirìnto, circa 6 metriquelledi Micene furono dette ciclopiche perché sembrò che solo degli esseri semidivini e giganteschi, quali i Ciclòpi avessero potuto edificarle. Tirinto. La cittadella di Tirinto fu edificata intorno al 1400 a. C. e poi ampliata intorno al 1300 a. C. La pianta e la ricostruzione della città danno un idea della struttura di questo luogo fortificato, caratterizzato dalle possenti mura che circondano completamente l'acropoli. In alto: ricostruzione ipotetica della Rocca di Tirito. A lato: ruderi della Rocca di Tirinto
Le mura fortificate sono dotate di pochi accessi e di un camminamento coperto con lastroni di pietra inclinati [2], e circondano totalmente l'acropoli. Alla cittadella si accedeva dall ingresso monumentale, un grande pròpylon (dal greco pro, davanti e pylos, porta)[4], cheimmettevainun vasto cortile esterno [5], ma anche da una porticina più piccola, posizionata sul lato opposto, funzionale alla fuga e alla difesa [1]. Entro il perimetri delle mura si articolavano le diverse parti del palazzo: gli appartamenti reali, i cortili, le stanze per le funzioni amministrative e militari, e i magazzini si distribuivano nell'area della cittadella. Una cisterna sotterranea segreta permetteva agli abitanti di resistere ii caso di assedio; un ampio spazio, dietro la reggia fungeva, all'occasione, da rifugio per la popolazioni che abitava fuori le mura. Il cuore del palazzo miceneo era il mègaron (dal greci mègas, «spazioso») [8]. Preceduto da un piccolo propylon [6] e da cortile porticato [7]. Il megaron è l'organismo più vasto e più interno dei palazzi micenei, in seguito si dimostrerà di primaria importanza anche per la concezione del tempio greco. Era composto da tre ambienti: un vestibolo che si connota come ingresso monumentale, con due colonne tra pilastri (ante), terminazioni dei muri laterali. Il secondo ambiente è l antisala (oprodomos, cioè davanti la sala) alla quale si perviene tramite tre aperture esistenti nel vestibolo. Il terzo, che comunica con l'antisala per mezzo di un solo accesso, è costituito dalla grande sala del trono dotata di quattro colonne sorreggenti la copertura [8] e con al centro un focolare. Nella sala del trono si riuniva il re e i suoi cortigiani, avevano luogo le celebrazioni e si ricevevano gli ospiti. Essa aveva in alto un apertura, per l uscita del fumo, a sua volta coperta da un tetto su colonnine per impedire l ingresso della pioggia. Il pavimento rialzato di due gradini rispetto al cortile, era coperto da una malta calcarea e formava quadrati regolari variamente decorati. 1. Porta laterale 2. Camminamento coperto 3. Casematte 4. Ingresso monumentale (propylon) 5. Cortile esterno 6. Propylon 7. Cortile porticato (aulè) 8. Megaron Pianta della Rocca di Tirinto
Tirinto, acropoli, 1400 1100 a. C. Veduta di uno dei cunicoli di accesso alle mura ciclopiche. Tirinto; pianta del megaron e veduta del focolare.
Ipotetica ricostruzione della sala del trono e esempio di pittura micenea. Le pareti avevano un basso fregio di un materiale alabastrino in cui erano inseriti materiali di pasta vitrea; sopra il fregio, dipinti murali colorati completavano l ornamentazione. La pittura micenea era simile a quella di Creta con figure che presentavano teste e corpi di profilo e occhi frontali. I modi cretesi sono ripresi anche nella forma delle colonne che, nel megaron come negli altri ambienti, sono larghe in alto e rastremate alla base, in legno stuccato e dipinto con base di pietra.
Micene. Anche Micene, la città del mitico re Agamennone, sorgeva su un'altura in un paesaggio aspro e selvaggio. Strategicamente disposta al riparo di due monti, era protetta da un grande burrone e da mura possenti. La Porta dei Leoni è il monumentale accesso alla cittadella [1], alla sua sinistra vi è un edificio connesso alla cinta muraria [2], questo probabilmente alloggiava dei soldati, articolato su due piani, era una sorta di «caserma», addossata al perimetro della cerchia fortificata. Nelle immediate vicinanze a destra dell edificio delle guardie si trova un recinto tombale circolare [3], realizzato in pietra, è la necropoli reale (dove sono stati ritrovati corredi funerari intatti) che inizialmente si trovava fuori dal perimetro difensivo e fu successivamente inglobato al suo interno grazie ad un ampliamento mura. Dopo una rampa inclinata centralmente e su una lieve altura è collocato il palazzo reale [4] con il suo megaron [5]. PIANTA DELLA CITTADELLA DI MICENE 1. Porta del Leoni 2. Costruzione annessa alla cinta muraria 3. Recinto tombale 4. Palazzo reale 5. Megaron 6. Magazzini 7. Porta settentrionale 8. Discesa alla cisterna.
La struttura del palazzo reale risulta simile a quella del palazzo di Tirinto: tra i diversi agglomerati si distinguono gli appartamenti reali, quelli per gli ospiti e il mègaron, l'ambiente principale con il focolare al centro e l'apertura nel soffitto, poco più grande di quello di Tirinto. Altri elementi presenti nella cittadella di Tirinto si ripetono a Micene, come una seconda porta d'accesso [7], collocata anche in prossimità dei magazzini [6] euna cisterna sotterranea. Prima del XIII sec. a.c., per inglobare l'ingresso cisterna, le mura vennero ampliate, permettendo agli abitanti di accedere indisturbati all'acqua in caso d'assedio. La porta dei Leoni È il monumentale accesso alla cittadella, è formata da quattro blocchi monolitici: i due verticali fungono da piedritti, i due orizzontali sono la soglia e l'architrave; quest'ultimo è lungo oltre quattro metri e mezzo e largo circa due. Sopra l'architrave non era possibile disporre le file di blocchi di pietre poiché con il loro peso lo avrebbero spezzato. Fu quindi studiata una soluzione ingegnosa: sopra l'architrave, fu lasciato libero uno spazio triangolare il «triangolo scarico», grazie al quale il peso sovrastante si scarica sugli stipiti della porta e non sull'intero architrave. All'interno dello spazio libero si è poi collocata una lastra triangolare (alta oltre 3 metri per circa 3 metri di base) più leggera dei blocchi che formano le mura. Il decoro della lastra, un rilievo con due leonesse che affiancano una colonna rastremata in basso, che richiama chiaramente lo stile cretese: è stilizzato, ma scolpito con un rilievo deciso e, per la netta contrapposizione delle masse, si inserisce perfettamente nell'imponente cinta difensiva. I battenti della porta, in legno rivestiti di bronzo, venivano aperti in tempo di pace dai soldati che alloggiavano nella vicina «caserma», una costruzione addossata al perimetro della cerchia fortificata. Micene, Porta dei Leoni, veduta dall interno della città, XIV sec. A. C.
Porta dei Leoni, veduta esterna