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Transcript:

Cover mangia prega ama Vorrei che Giovanni mi baciasse. Ah, ma è un idea pessima per molte ragioni. Tanto per cominciare, Giovanni ha dieci anni meno di me e - come quasi tutti i ragazzi italiani - vive ancora con sua madre. Basta questo a renderlo uno spasimante improbabile per me, che sono un americana con una professione, ho trentaquattro anni e sono appena uscita da un matrimonio fallito e da un divorzio devastante e interminabile, a cui ha fatto immediatamente seguito un appassionata storia d amore finita malissimo. Dopo tante disavventure mi sento triste, fragile, vecchia di settemila anni. Per una pura questione di principio non infliggerei mai la sofferente, consunta e decrepita me stessa all incantevole, immacolato Giovanni, senza contare che sono arrivata all età in cui una donna comincia a domandarsi se il modo più saggio di consolarsi della perdita di un bel giovane dagli occhi neri sia davvero quello di invitarne immediatamente un altro nel proprio letto. Ecco perché sono sola da molti mesi. Ecco perché, in effetti, ho deciso di passare tutto quest anno in astinenza. A questo punto il lettore perspicace potrebbe domandare: «Allora perché sei andata in Italia}». E io potrei solo rispondergli - guardando Giovanni, bellissimo, seduto all altro capo del tavolo - «Ottima domanda». mi ascolta pazientemente, poi parliamo in inglese e io lo ascolto pazientemente. Ho scoperto Giovanni qualche settimana dopo il mio arrivo a Roma, grazie all Internet Café di piazza Barberini, nella strada di fronte alla fontana con la statua di quel tritone sexy che soffia dentro una grossa conchiglia. Aveva attaccato nella bacheca (Giovanni, non il tritone) un volantino in cui spiegava che un madrelingua italiano cercava un madrelingua inglese per esercitarsi nella conversazione. Vicino al suo volantino ce n era un altro identico, parola per parola, carattere per carattere. Solo gli indirizzi e-mail erano diversi, uno corrispondeva al nome di Giovanni e l altro a quel lo di un certo Dario. Ma il numero di telefono era lo stesso. Guidata dalle mie acute facoltà intuitive avevo mandato la stessa e-mail a entrambi, domandando in italiano: «Siete fratelli?». Era stato Giovanni a rispondere al mio messaggio: «Meglio ancora: gemelli!». Già, meglio ancora. Due gemelli di venticinque anni. Alti, bruni, bellissimi, identici. Con quegli enormi, liquidi occhi scuri italiani che mi confondono sempre. Dopo aver visto quei due, avevo cominciato a domandarmi se non fosse il caso di ritoccare la mia regola dell astinenza. Avrei potuto fare un eccezione e, per esempio, prendermi come amanti due gemelli italiani

venticinquenni. Come quel mio amico vegetariano che faceva un eccezione per il bacon... Stavo già immaginando la mia lettera a «Penthouse»: In quel caffi romano, alla tremula luce delle candele, era impossibile capire di chi erano le mani che mi stavano accarez... Ma no. No e poi no. Troncai la fantasticheria a metà. Non era il momento, per me, di andare in cerca di una storia d amore e (poiché al giorno segue la notte) di complicare ulteriormente la mia vita già sufficientemente ingarbugliata. Era il momento di cercare la guarigione, la pace che solo la solitudine può dare. A ogni modo, a metà novembre, il timido, studioso Giovanni e io siamo diventati buoni amici. Quanto a Dario - il più scatenato dei due - l ho presentato alla mia amica svedese, Sofie, e anche loro sono diventati Compagni di Scambio, ma di tutt altro genere. Giovanni e io parliamo soltanto. O meglio, mangiamo e parliamo. Abbiamo passato settimane piacevoli tra pizze e garbate lezioni di grammatica, e stasera non fa eccezione: un delizioso incontro di parole nuove e mozzarella fresca. è una mezzanotte nebbiosa, e Giovanni mi sta accompagnando a casa a piedi lungo le tranquille stradine romane che serpeggiano intorno agli edifici come fiumiciattoli tra i cipressi. Adesso siamo davanti al portone, l uno di fronte all altra. Lui mi abbraccia con calore. è un progresso, durante le prime settimane mi dava solo la mano. Forse, se dovessi rimanere in Italia altri tre anni, allora, chissà, troverebbe il coraggio di baciarmi. D altra parte, potrebbe anche baciarmi stasera, adesso, davanti alla porta di casa... voglio dire, siamo qui stretti, l uno contro l altra, al chiaro di luna... e sarebbe, naturalmente, un errore spaventoso... ma anche una meravigliosa occasione se lo facesse davvero, proprio in questo momento... se si chinasse su di me... e... e... Niente. Si scioglie dall abbraccio. «Buonanotte, cara Liz» dice. «Buonanotte, caro» rispondo in italiano. Salgo i quattro piani di scale fino al mio appartamento, sola. Sola entro nel mio monolocale. Chiudo la porta alle mie spalle. E ancora una volta vado a dormire da sola, a Roma. Un altra lunga notte con niente e nessuno nel mio letto se non una pila di vocabolari e manuali di conversazione. Sono sola, completamente sola. Nel fare i conti con questa realtà lascio cadere la borsa, m inginocchio e appoggio la fronte sul pavimento. Offro all universo una fervida preghiera di ringraziamento.

Prima in inglese. Poi in italiano. E infine, tanto per essere chiara, anche in sanscrito. 2 E visto che sono già a terra in atteggiamento supplice, tanto vale che ci rimanga, e torni indietro di tre anni, al momento in cui questa storia ha avuto inizio. Tre anni fa, però, l intero scenario era diverso. Non ero a Roma, ma nel bagno al piano superiore di una grande casa alla periferia di New York, che avevo da poco comprato con mio marito. Erano circa le tre del mattino di un novembre freddo. Mio marito dormiva nel nostro letto. Io mi ero nascosta in bagno per la quarantasettesima notte di seguito e - come tutte le precedenti - singhiozzavo. Singhiozzavo così forte che un lago di lacrime e moccio si era sparso tutt intorno sulle piastrelle, un vero Lago Inferiore (per così dire) di tutta la mia vergogna, paura, confusione, dolore. Non voglio più essere sposata. Questa verità premeva su di me con insistenza, anche se cercavo con tutte le forze di non accettarla. Non voglio più essere sposata. Non voglio vivere in questa grande casa. Non voglio avere un bambino. Ma avrei dovuto volerlo. Avevo trentun anni. Mio marito e io - insieme da otto anni e sposati da sei - avevamo costruito tutta la nostra vita sulla comune speranza che, dopo aver barcollato oltre la soglia della vecchiaia (trent anni), io mi sarei decisa a cambiare stile di vita e ad avere dei bambini. Allora, ci dicevamo, mi sarei stancata di viaggiare e avrei desiderato vivere in una grande casa, con tanti bambini e tante coperte fatte a mano, un giardino sul retro e un buono stufato che borbotta in cucina (che questa fosse la riproduzione quasi esatta della vita di mia madre spiega quanto allora mi fosse difficile capire la differenza tra me e la formidabile donna che mi ha allevata). Ma io - me ne rendevo conto con terrore - non volevo niente di simile. Con l avvicinarsi dei trenta, quella scadenza aveva cominciato a incombere su di me come una condanna a morte, e mi ero accorta di non avere nessuna fretta di rimanere incinta. Aspettavo fiduciosa che arrivasse il momento in cui avrei voluto un figlio, ma quel momento continuava a non arrivare. Io so quello che si prova quando si vuole davvero una cosa, credetemi. So bene che cosa significa desiderio. E non ne provavo. Non riuscivo a smettere di pensare a quel lo che mi aveva detto una volta mia sorella, mentre allattava il suo primogenito: «Avere un figlio è come farsi un tatuaggio in faccia. Devi essere maledettamente sicura di volerlo davvero».

Ma come fare marcia indietro? Era tutto pronto. Quello era l anno giusto. In effetti ci stavamo provando già da qualche mese, senza risultati (se si esclude la nausea psicosomatica che tutte le mattine mi faceva vomitare la colazione). E ogni mese, quando arrivavano le mestruazioni, mi ritrovavo a mormorare di nascosto, in bagno: Grazie, grazie, grazie, grazie per avermi concesso ancora un mese di vita. Avevo cercato di convincermi che non c era niente di strano, che tutte le donne si sentivano nello stesso modo quando cercavano di rimanere incinte. (Usavo la parola «ambivalente» invece della più accurata espressione: «completamente stravolta dal terrore».) Cercavo di persuadermi che i miei sentimenti erano del tutto normali, malgrado avessi le prove del contrario: la settimana prima, per esempio, avevo incontrato una conoscente che aveva scoperto di aspettare un bambino, dopo aver speso interi anni e un vero patrimonio in cure per la fertilità. Era in estasi. Da tutta la vita desiderava diventare mamma: mi confessò perfino di aver comprato di nascosto, per anni, vestiti da bambini che nascondeva sotto il letto, perché suo marito non li trovasse. Nella gioia assoluta dipinta sul suo viso, avevo riconosciuto la stessa gioia che avevo provato io, la primavera precedente, quando la rivista per la quale lavoravo mi aveva mandato in Nuova Zelanda a scrivere un articolo sulla caccia al calamaro gigante. Così avevo pensato: «Finché la prospettiva di avere un bambino non mi renderà felice almeno quanto quella di andare in Nuova Zelanda a scrivere un articolo sul calamaro gigante, non potrò diventare madre». Non voglio più essere sposata. Durante le ore del giorno riuscivo a sfuggire a questo pensiero, ma di notte mi logorava. Che catastrofe. Come potevo essere stata così stupida e colpevole da calarmi fino in fondo in un matrimonio da cui ora volevo solo scappare? Avevamo comprato quella casa appena un anno prima. Non l avevo voluta io quella bella casa? Non l avevo forse amata? E allora perché la notte mi aggiravo per i corridoi ululando come Medea? Non ero orgogliosa di tutto quello che avevamo accumulato - una bella villa nella Hudson Valley, un appartamento a Manhattan, le otto linee telefoniche, gli amici, i picnic e le feste, i week-end passati a vagare tra le corsie di un centro commerciale per acquistare l ennesimo elettrodomestico? Avevo partecipato attivamente a ogni istante della costruzione di questa vita - allora perché sentivo che non mi assomigliava? Perché mi sentivo oppressa dal senso del dovere, stanca di essere la colonna, la casalinga, l organizzatrice mondana, la dogsitter, la moglie, la futura mamma e - più o meno nei ritagli di tempo - una scrittrice? Non voglio più essere sposata. Mio marito stava dormendo nella stanza accanto. Io lo amavo e lo detestavo in parti uguali. Non potevo svegliarlo e dividere con lui la mia angoscia - a che scopo? Da mesi, impotente, mi osservava andare in pezzi e comportarmi come una pazza (avevamo convenuto

che questa era la definizione più appropriata). Ero riuscita solo a esaurirlo. Sapevamo tutti e due che qualcosa in me non andava e lui era sul punto di perdere la pazienza. Avevamo litigato e pianto, eravamo stanchi, di quella stanchezza che solo una coppia il cui matrimonio sta crollando impara a conoscere. Avevamo ormai lo stesso sguardo da profughi. Le svariate ragioni per cui non volevo più essere la moglie di quell uomo sono troppo personali e troppo tristi per essere elencate. Le complicazioni erano in gran parte mie, ma anche lui aveva le sue responsabilità. È naturale: dopotutto un matrimonio è fatto di due persone, due voti alle elezioni, due teste, due serie contrastanti di decisioni, desideri, debolezze. Non mi sembra giusto, però, discutere qui dei problemi di mio marito. La cronaca del fallimento del nostro matrimonio non apparirà su queste pagine. Non parlerò delle ragioni per cui volevo ancora essere sua moglie, o di tutte le sue eccezionali qualità; non racconterò perché lo amavo e perché lo avevo sposato e perché non riuscivo a immaginare la mia vita senza di lui. Basti dire che quella sera lui era ancora il mio faro e la mia maledizione. Restare era impossibile, andarsene era ancora più inconcepibile che restare. Non volevo distruggere niente e nessuno, volevo so lo scivolare via dalla porta di servizio, senza creare trambusto o generare conseguenze, e scappare fino in Groenlandia. Questa parte della mia storia è triste, lo so. Ma la racconto lo stesso perché sul pavimento di quel bagno stava per succedere qualcosa che avrebbe cambiato per sempre gli sviluppi della mia vita - quasi come in uno di quegli assurdi, grandiosi fenomeni stellari, quando un pianeta schizza inspiegabilmente nel lo spazio profondo e il suo nucleo si sposta, i poli si invertono e l intera massa da sferica diventa ovoidale. Qualcosa di simile. Mi sono messa a pregare. Insomma, a pregare Dio. 3 Ecco, per me era la prima volta. E visto che è la prima volta che introduco questa traboccante parola - dio -, destinata ad apparire molte volte ancora nelle pagine seguenti, mi sembra giusto interrompermi per un attimo, solo per spiegare esattamente che cosa intendo, in modo che il lettore possa decidere subito fino a che punto debba sentirsi offeso. Rimandiamo la discussione sull esistenza di Dio (no, ho un idea migliore, lasciamola perdere del tutto); intanto vi spiego perché dico Dio, quando potrei altrettanto facilmente dire Gema, Allah, Shiva, Brahma, Vishnu o Zeus. Potrei decidere di chiamare Dio «Quello», come nelle antiche scritture sanscrite, per indicare l entità indescrivibile e universale della quale ho avuto qualche volta la percezione. Ma «Quello» mi sembra impersonale, mi fa pensare a una cosa e non a un essere, come faccio a pregare Quello? Mi serve un nome proprio per avere

la sensazione di essere ascoltata veramente. è per questa ragione che quando prego non mi rivolgo ah Universo, al Grande Vuoto, alla Forza, all Essere Supremo, all Assoluto, al Creatore, alla Luce, all Onnipotenza e nemmeno alla massima espressione poetica del nome di Dio, presa, credo, dai Vangeli gnostici, l «Ombra del Divenire». Non sono prevenuta nei confronti di nessuna di queste definizioni. Ho l impressione che siano tutte descrizioni ugualmente adeguate e inadeguate dell indescrivibile. Ma ciascuno di noi ha bisogno di dare a questa indescrivibilità un nome inerente alle sue funzioni, e «Dio» è il nome che a me trasmette più calore, perciò è quello che uso. Devo confessare che di solito mi riferisco a Dio come a un «Lui» e non mi causa alcun imbarazzo perché, nella mia mente, è solo un pronome, non una descrizione anatomica precisa o il pretesto per una rivoluzione. Non importa, naturalmente, se qualcuno preferisce «Lei», è un esigenza che posso capire. Insomma, per me Lui e Lei si equivalgono, sono efficaci e inefficaci allo stesso modo (anche se penso che per entrambi la lettera maiuscola sia un gesto dovuto, un fatto di buona educazione). Culturalmente, anche se non teologicamente, sono cristiana, protestante e anglosassone. E anche se amo quel grande maestro di pace chiamato Gesù e, qualche volta, nelle situazioni difficili, mi domando cosa farebbe lui al mio posto, non posso digerire il principio inamovibile della cristianità secondo il quale Cristo è la sola strada per arrivare a Dio. A rigor di termini, quindi, non posso dirmi cristiana. La maggior parte dei cristiani che conosco accetta questi miei pensieri con garbo e liberalità. D altra parte, non frequento cristiani intransigenti (nelle parole o nei pensieri). Per quelli che lo sono tutto ciò che posso fare è scusarmi se ho ferito i loro sentimenti, e lasciarli in pace. Ho sempre subito il fascino del lato mistico di tutte le religioni. Ho sempre ascoltato con entusiasmo chiunque dicesse che Dio non vive in una sacra scrittura o su un trono lontano, in Cielo, ma abita molto vicino a noi, molto più vicino di quanto immaginiamo, e respira attraverso i nostri cuori. Ascolto con gratitudine chiunque abbia camminato faticosamente fino al centro di quel cuore e poi sia tornato a spiegarci che Dio è un esperienza di amore supremo. In ogni tradizione religiosa del mondo, ci sono santi che hanno descritto esattamente questa esperienza. Purtroppo molti sono stati perseguitati e uccisi. Io ho per loro la massima considerazione. Quello che, infine, sono arrivata a credere sull esistenza di Dio è semplice. Ecco: una volta avevo una cagna splendida. L avevo presa al canile. Era il risultato di una decina di razze diverse, ma sembrava che da ciascuna avesse preso il meglio. Era marrone. Quando mi domandavano «Di che razza è?», rispondevo soltanto «è marrone». Allo stesso modo, se mi domandano «In che Dio credi?», mi è facile rispondere «Credo in un Dio stupefacente».

4 Ho avuto molto tempo per elaborare il mio concetto di divinità dopo la notte, passata sul pavimento del bagno, quando per la prima volta ho parlato direttamente con Dio. Durante quella oscura crisi novembrina, non m importava di formulare teorie: volevo solo salvarmi. Mi ero finalmente accorta di essere caduta in un pericoloso stato di disperazione e mi ero ricordata che in simili circostanze molti si appellavano a Dio per chiedergli aiuto. Dovevo averlo letto in qualche libro. Soffocata dai singhiozzi, mi rivolsi a Dio: «Ciao, Dio, come va? Sono Liz. Lieta di conoscerti». Proprio così - avevo parlato al creatore dell universo come se fossimo a un cocktail e ci avessero appena presentati. D altronde ci sono automatismi ai quali è difficile sfuggire, e quelle erano le parole che ero abituata a usare ogni volta che incontravo una persona nuova. In effetti ero riuscita a stento a trattenermi dal dire: «Da anni ammiro il tuo lavoro...». «Scusami se ti disturbo a quest ora di notte» proseguii, «ma mi sono cacciata in un guaio. Mi dispiace non avertene parlato prima, ma spero di averti sempre manifestato la mia gratitudine per le benedizioni di cui hai colmato la mia vita.» A questo pensiero mi misi a singhiozzare ancora più forte. Dio aspettò che mi riprendessi. «Come sai perfettamente, non sono un esperta in preghiere, ma non potresti lo stesso fare qualcosa per me? Ho un disperato bisogno di aiuto. Non so cosa fare. Mi serve una risposta. Ti prego, dimmi che cosa devo fare. Ti prego, dimmi che cosa devo fare. Ti prego, dimmi che cosa devo fare...» E così la mia preghiera finì per limitarsi a quella semplice supplica - Ti prego, dimmi che cosa devo fare - ripetuta non so quante volte. Pregavo come chi chiede di aver salva la vita. E non smettevo di piangere. Poi, all improvviso, il pianto cessò. Adesso singhiozzavo solo un po, ogni tanto. La mia infelicità era stata risucchiata come da un aspirapolvere. Rialzai la fronte da terra e mi misi a sedere, sorpresa, quasi aspettandomi di trovarmi di fronte l Essere Supremo che aveva portato via il mio pianto, ma non vidi nessuno. Ero sola. Non completamente sola, però. Ero circondata da qualcosa che riesco a descrivere unicamente come un involucro di silenzio - un silenzio così raro che non osavo respirare per non spaventarlo. La mia immobilità era totale, senza incertezze. Non ricordavo di essere mai stata così immobile. Poi sentii una voce. Niente paura, non era Charlton Heston nel Vecchio Testamento hollywoodiano e nemmeno una voce che mi ordinava: costruisci un campo da baseball nel cortile dietro casa. Era la mia voce, che mi parlava da dentro. Ma io, quella mia voce, non l avevo mai sentita prima. Era saggia, calma, compassionevole. Era la voce che avrei avuto se nella

vita avessi conosciuto solo amore e certezza. Come descrivere il suo calore affettuoso mentre mi dava la risposta destinata a risvegliare la mia fede nel divino? La voce diceva: Toma a letto, Liz. Respirai profondamente. Sì, era quella l unica cosa da fare. Non mi sarei fidata di una voce tonante che mi avesse ingiunto: Divorzia da tuo marito! Oppure: Non divorziare da tuo marito! Non sarebbe stata vera saggezza. La vera saggezza dà l unica risposta possibile nel momento esatto in cui viene invocata, e quella notte tornare a letto era l unica risposta possibile. Toma a letto, aveva detto quella onnisciente voce interiore, perché non hai bisogno di sapere la risposta definitiva adesso, alle tre del mattino di un giovedì di novembre. Toma a letto, perché ti voglio bene. Toma a letto, perché adesso hai bisogno di riposarti e di prenderti cura di te finché non avrai la risposta. Toma a letto, così, quando verrà la tempesta, avrai la forza di affrontarla. E la tempesta arriverà, Liz. Molto presto. Ma non stanotte. Allora: Toma a letto, Liz. Questo piccolo episodio ha tutte le caratteristiche di una conversione cristiana: la notte oscura dell anima, la richiesta di aiuto, la voce che risponde, la trasformazione interiore. Ma non si trattò esattamente di una conversione religiosa, non nel senso tradizionale di rinascita o salvezza: piuttosto, direi che quella notte era cominciata una conversazione religiosa. Le prime parole di un dialogo libero e aperto che alla fine mi avrebbe portata davvero vicino a Dio. 5 Se, come ha detto una volta Lily Tomlin, avessi saputo per tempo che le cose sarebbero andate molto peggio ancor prima di andare peggio, non credo che quella notte sarei riuscita a dormire. Ma quando, dopo sette mesi molto difficili, lasciai infine mio marito, credetti che il peggio fosse davvero passato. è la prova di quanto poco sapessi sul divorzio. Tempo fa vidi una vignetta sul «New Yorker». Una donna diceva a un altra: «Se vuoi conoscere veramente qualcuno, chiedigli il divorzio». Ovviamente, io avrei detto il contrario: se vuoi smettere di conoscere qualcuno, divorzia da lui. O da lei. è quello che successe tra me e mio marito. La rapidità con cui passammo dall intimità più totale alla più completa estraneità e incomprensione reciproca fu, credo, scioccante per tutti e due. Entrambi stavamo facendo qualcosa che l altro non avrebbe mai ritenuto possibile: lui non avrebbe mai pensato che potessi veramente lasciarlo e mai, nemmeno nelle mie più sfrenate fantasie, io avrei creduto che lui potesse rendermi così difficile il distacco. Ero sinceramente convinta che mio marito e io, nello sciogliere il nostro matrimonio, avremmo sistemato in qualche ora le questioni pratiche con l aiuto di una calcolatrice, del buon senso e della buona volontà di due persone che una volta si erano amate. La mia idea

iniziale era vendere la casa e dividere tutto a metà, non mi era mai passato per la mente che si potesse procedere in un modo diverso. Lui trovò che non era giusto. Così alzai l offerta e proposi una soluzione più drastica: a lui tutti i beni materiali e a me tutte le colpe del nostro fallimento. Ma neanche questa proposta portò a un accordo. Che fare? Come si può aprire una trattativa dopo che hai già offerto tutto? Non mi restava che aspettare una controproposta. Il senso di colpa per averlo lasciato mi vietava di pensare che avrei potuto tenere per me almeno qualche soldo di quelli guadagnati negli ultimi dieci anni. Inoltre, la spiritualità cui ero da poco approdata rendeva essenziale che non ci fossero scontri. La mia posizione dunque era questa: non mi sarei difesa e non avrei attaccato. Per moltissimo tempo, contro il parere delle persone che mi volevano bene, resistetti anche alla tentazione di consultare un avvocato, perché mi sarebbe parsa un azione di guerra. Volevo essere un Gandhi, un Nelson Mandela. Senza pensare che tutti e due erano avvocati. Passarono i mesi. Vivevo in un limbo, in attesa di essere libera e di conoscere le condizioni del divorzio. Vivevamo separati (lui si era trasferito nel nostro appartamento di Manhat-tan), ma niente era stato deciso. Le bollette si ammonticchiavano, le carriere di entrambi ristagnavano, la casa andava in rovina e i silenzi di mio marito erano interrotti solo da qualche saltuaria comunicazione in cui lui mi ricordava che ero una stupida e una criminale. E poi c era David. Tutte le complicazioni e i traumi dei brutti anni del divorzio furono ingigantiti dal dramma di David, l uomo di cui mi ero innamorata mentre il mio matrimonio finiva. A proposito, ho detto che mi ero innamorata di David? Meglio dire che mi ero tuffata dal mio matrimonio nelle braccia di David esattamente come l acrobata di un cartone animato si tuffa da un trampolino dentro un bicchier d acqua e ne viene inghiottito. Mi ero aggrappata a David come all'ultimo elicottero in fuga da Saigon, scaricandogli addosso tutte le mie speranze di salvezza e felicit. E, sì, lo amavo. Disperatamente. Subito dopo aver lasciato mio marito, ero andata a vivere con David. Era - ed è - giovane e affascinante. Nato a New York, attore e scrittore, con quegli occhi italiani, scuri e liquidi che da sempre (l ho già detto?) hanno il potere di confondermi. Tracotante, indipendente, vegetariano, sboccato, spirituale, fascinoso. Un poeta-yogi ribelle. Un atleta sexy e prediletto da Dio. Leggendario, eccessivo. Almeno per me. La prima volta che Susan, la mia migliore amica, mi aveva sentito parlare di lui, osservando la mia espressione esaltata aveva detto: «Oddio, ragazza, in che guaio ti sei cacciata». Ci eravamo conosciuti perché David recitava in una commedia tratta da alcuni miei racconti. Interpretava una parte, e questo spiega molte cose. Non è sempre così quando si ama troppo? Inventiamo delle parti per coloro che ci stanno accanto, ed esigiamo che le rispettino, e ci sentiamo morire se rifiutano di farlo.

Ma, oh, che belli i primi mesi passati insieme, quando lui era ancora il mio eroe romantico e io la realizzazione di un suo sogno. C erano tra noi una gioia e un accordo che non avrei immaginato possibili. Parlavamo una lingua solo nostra. Viaggiavamo in continuazione. Scalavamo montagne, esploravamo abissi, progettavamo avventure in capo al mondo. Eravamo più felici noi due, insieme, in coda alla Motorizzazione, di chissà quante coppie in luna di miele. Ci chiamavamo con lo stesso soprannome, perché niente ci separasse. Dividevamo cene, promesse, giuramenti, traguardi. Lui mi leggeva dei libri e faceva il bucatca (La prima volta che avevo telefonato a Susan per raccontarle quella meraviglia, era come se avessi visto un cammello usare un telefono pubblico. «Un uomo ha appena fatto il bucato per me!» le avevo detto. «Ha lavato a mano i capi delicati!» E lei, di nuovo: «Ragazza, in che guaio ti sei cacciata!».) La prima estate di Liz e David fu un montaggio di tutte le scene d amore di tutti i film che siano mai stati girati, compreso il tuffo tra le onde e la corsa mano nella mano attraverso i prati dorati nella luce del tramonto. A quel tempo pensavo ancora che il mio divorzio sarebbe avvenuto senza scosse e stavo concedendo a mio marito un estate sgombra da discussioni, in modo che tutti e due avessimo il tempo di ritrovare la calma. Era molto facile non pensare a tutto quello che avevamo perso, con tutta la felicità che David mi regalava. Poi quell estate (altrimenti nota come «la tregua») finì. Il 9 settembre 2001 ebbi l ultimo colloquio con mio marito, senza sospettare che qualsiasi incontro successivo avrebbe richiesto la mediazione di un avvocato. Cenammo in un ristorante. Io cercavo di parlare della separazione, ma in realtà non facemmo che litigare. Lui mi disse che ero bugiarda e traditrice, che mi odiava e che non mi avrebbe mai più rivolto la parola. Due giorni dopo mi svegliai da un sonno agitato, e scoprii che degli aerei dirottati si erano schiantati contro i due edifici più alti della mia città e che quei simboli indistruttibili erano diventati una valanga di rovine incandescenti. Telefonai a mio marito per assicurarmi che fosse sano e salvo e piangemmo insieme per quel disastro, ma non andai da lui. E non ci andai nemmeno nei giorni che seguirono, quando tutti a New York lasciarono da parte la rabbia e le polemiche per rispetto verso le vittime di quella tragedia. Era veramente tutto finito. Non esagero se dico che, nei quattro mesi successivi, non riuscii più a dormire. Pensavo di essere già andata in pezzi altre volte, ma a quel punto (in sintonia con la sensazione che fosse crollato il mondo intero) la mia vita divenne davvero un ammasso di rovine. Inorridisco al pensiero di quello che ho fatto passare a David durante i mesi trascorsi insieme tra l 1l settembre e la separazione definitiva da mio marito. è facile immaginare la sua sorpresa nell'accorgersi che la donna più felice e ottimista che avesse mai conosciuto, presa da sola, era un piagnucoloso grumo di dolore. Non c era niente da fare, non riuscivo a smettere di piangere. Fu allora che lui cominciò a tirarsi indietro e

io vidi l altro aspetto del mio eroe romantico e appassionato -un David solitario come un naufrago, freddo al tatto e bisognoso di spazio più di una mandria di bufali. L improvvisa ritirata emotiva di David avrebbe probabilmente rappresentato una catastrofe anche in circostanze migliori, poiché io incarno la più affettuosa forma di vita esistente sul pianeta (un incrocio tra un golden retriever e una cozza), ma in quel momento le circostanze erano davvero pessime. Io ero scoraggiata e insicura, più indifesa di tre gemelli nati prematuri. Vederlo allontanarsi mi rendeva particolarmente fragile e il bisogno che avevo di lui non faceva che accrescere la sua voglia di distacco, fino a farlo ritirare del tutto sotto il fuoco delle mie lacrimose richieste: «Dove vai? Che cosa ci è successo?». (Piccola dritta sentimentale: gli uomini adorano quando facciamo così.) La verità è che io ero diventata David-dipendente (a mia difesa posso dire che era difficile resistergli perché si trattava di una sorta di homme fatai) e ora che la sua presenza vacillava ne soffrivo le inevitabili conseguenze. La dipendenza è una caratteristica delle storie d amore basate sull infatuazione. Tutto ha inizio quando l oggetto della tua adorazione ti concede una inebriante, allucinogena dose di qualche cosa che non hai mai ammesso di desiderare - una pera emotiva fatta di amore tempestoso é sconvolgente eccitazione. Presto cominci a volerne sempre di più, con l avidità di un drogato. Quando la droga finisce, perdi immediatamente le forze, ti ammali, impazzisci (per non parlare del risentimento nei confronti dello spacciatore, che prima ha incoraggiato la dipendenza e adesso si rifiuta di fornire la roba migliore, anche se tu sai che la nasconde da qualche parte, accidenti... perché una volta te la dava gratis). La fase successiva ti vede scheletrica e tremante, con la sola certezza che venderesti l anima per avere una volta ancora quello di cui hai bisogno. Nel frattempo, l oggetto della tua adorazione ti trova repellente. Ti guarda come se non ti avesse mai vista prima, non come colei che un tempo aveva amato appassionatamente. E tu, ironia della sorte, non puoi nemmeno fargliene una colpa; guardati, sei un disastro, irriconoscibile ai tuoi stessi occhi. Sei arrivata alla fase finale dell infatuazione: la totale e spietata svalutazione di te stessa. Se io ora posso scriverne con calma è merito del potere taumaturgico del tempo, perché all epoca non la presi affatto bene. Perdere David subito dopo il fallimento del mio matrimonio e subito dopo la catastrofe che si era abbattuta sulla mia città, e in più durante le peggiori brutture del divorzio (un esperienza di vita che il mio amico Brian ha efficacemente paragonato ad «avere tutti i giorni, per due anni, un brutto incidente d auto»), era veramente troppo. Durante il giorno, David e io continuavamo ad avere i nostri brevi periodi di allegria e buon accordo, ma di notte, nel suo letto, io diventavo l unica sopravvissuta a un inverno nucleare mentre lui, visibilmente, ogni giorno di più, si allontanava da me come se avessi una malattia infettiva. Cominciavo ormai a temere la notte come una camera di tortura. Giacevo li, accanto

al bel corpo di David, addormentato e inaccessibile, e mi dibattevo tra il terrore della solitudine e scenari suicidi immaginati in ogni dettaglio. Avevo dolori in tutte le parti del corpo. Mi sentivo come un primitivo congegno a molla, sottoposto a una tensione inimmaginabile e prossimo a esplodere con gravi danni per chiunque nelle vicinanze. Immaginavo le parti del mio corpo schizzare via dal torso per sfuggire al centro vulcanico di quel groppo di infelicità che ero diventata. Quasi sempre, quando si svegliava la mattina, David mi trovava in terra accanto al letto, immersa in un sonno agitato, avvolta in un asciugamano, come un cane. «E ora che c è?» mi domandava. Un altro uomo che si era stancato di me. In quel periodo persi almeno quindici chili. 6 Oh, non che andasse poi tutto così male... Perché Dio non ti sbatte mai una porta in faccia senza prima averti aperto almeno una scatola di biscotti; all ombra nefasta di quel dolore è successo anche qualcosa di bello. Tanto per fare un esempio, mi sono messa finalmente a studiare l italiano. E mi sono trovata una guru indiana. Poi sono stata invitata da un vecchio sciamano a vivere con lui in Indonesia. Ma procediamo con ordine. Le cose presero a migliorare quando lasciai la casa di David, all'inizio del 2002 e, per la prima volta nella mia vita, andai a vivere da sola. Non potevo permettermelo, perché stavo ancora pagando quella grande casa nei sobborghi dove nessuno viveva più ma che mio marito mi impediva di vendere, e intanto cercavo di non annegare nelle parcelle degli avvocati e degli psicologi... ma era vitale che avessi una «stanza tutta per me». Vedevo quell appartamento quasi come un sanatorio, una casa di cura dove ritrovare la salute. Dipinsi le pareti dei colori più caldi che riuscii a trovare e ogni settimana mi compravo un bel mazzo di fiori, come se dovessi andare a trovare me stessa all ospedale. Mia sorella mi regalò una borsa per l acqua calda (per non farmi sentire troppo sola in un letto freddo) e io me la tenevo stretta al cuore ogni notte, come si fa con il ghiaccio su un brutto livido. David e io ci eravamo lasciati davvero. O forse no. è difficile, ora, ricordare quante voi-te ci lasciammo e riconciliammo in quei mesi. Ma c era uno schema in quegli andirivieni: ogni volta che mi separavo da David ritrovavo un energia e una sicurezza che, invariabilmente, lo attiravano e riaccendevano in lui la vecchia passione. Facevamo delle riflessioni intelligenti, sensate e piene di rispetto reciproco sulla possibilità di «riprovarci», forti di qualche nuovo progetto che ci aiutasse a ridurre le nostre apparenti incompatibilità. Ci impegnammo fino in fondo a trovare una soluzione. Come potevano, infatti, due persone così innamorate non vivere per sempre felici e contente? Doveva essere per forza così. Tornavamo insieme, con ritrovata speranza, e vivevamo giorni di delirante felicità. O addirittura settimane. Poi David ricominciava a tirarsi indietro e di nuovo io mi aggrappavo a lui (o io mi aggrappavo a lui e lui si tirava indietro - non

si riusciva mai a capire chi avesse innescato il meccanismo) così io entravo in crisi e lui finiva per andarsene. David era per me erba gatta e criptonite. Durante i periodi in cui eravamo separati, per quanto mi riuscisse difficile, cercavo d imparare a vivere da sola, e quello fu l inizio di un cambiamento interiore. Cominciai ad avere la sensazione - sebbene la mia vita somigliasse ancora a un incidente plurimo sull autostrada per il New Jersey - di avvicinarmi, barcollando, alla prospettiva di una vita autonoma. Quando non pensavo a suicidarmi per via del divorzio o per David, ero a tutti gli effetti deliziata all idea dei nuovi tempi e spazi che i giorni mi offrivano, e della domanda che finalmente ero in grado di pormi: «Che cosa hai voglia di fare, Liz?». La maggior parte delle volte (ancora stravolta per essermi catapultata fuori dal matrimonio) non osavo nemmeno rispondere a quella domanda, ma bastava a esaltarmi la sola possibilit di formularla. E quando finalmente cominciai a rispondermi, lo feci con cautela, concedendomi di esprimere solo desideri piccoli come i primi passi di un bambino. Così: Voglio andare a scuola di yoga. Voglio andarmene presto da questa festa, tornare a casa e leggere un libro. Voglio comprarmi una scatola di matite. E non mancava mai quella bizzarra risposta, sempre uguale: Voglio imparare l italiano. Da anni desideravo imparare l italiano - una lingua che trovo più bella delle rose - ma non riuscivo a trovare la minima giustificazione pratica per cominciare. Perché non perfezionare il francese o il russo, che avevo già studiato anni prima? Perché non imparare lo spagnolo che mi avrebbe permesso di comunicare con milioni di concittadini americani? Che me ne facevo dell italiano? Non intendevo mica trasferirmi in Italia. Sarebbe stato più utile imparare a suonare la fisarmonica. Ma perché tutto deve avere sempre un applicazione pratica? Per anni ero stata un soldato obbediente - avevo lavorato, prodotto, rispettato le scadenze, mi ero presa cura dei miei cari, delle mie gengive e del mio conto in banca, ed ero sempre andata a votare. La vita è forse fatta solo di doveri? Nella crisi nera che stavo attraversando, avevo davvero bisogno di una giustificazione per imparare l italiano, oltre al fatto che non c era nient altro che potesse farmi piacere? Studiare una lingua non era un obiettivo scandaloso. Non era come dire, a trentadue anni: «Voglio diventare la prima ballerina del New York City Ballet». Era realisticamente fattibile. Perciò mi iscrissi a un corso in uno di quei posti meglio noti come Scuole Serali per Donne Divorziate. I miei amici lo trovavano esilarante. Nick mi disse: «Perché studi l italiano? Be, se l Italia dovesse invadere di nuovo l Etiopia, questa volta con successo, potresti vantarti di conoscere una lingua che si parla in ben due Paesi al mondo».

Ma il fatto era che l italiano mi piaceva proprio. Ogni parola era per me il canto di un passero, una formula magica, un tartufo profumato. Correvo a casa sotto la pioggia, dopo la lezione, facevo un bagno caldo e, immersa nella schiuma, leggevo a voce alta il vocabolario italiano, mentre le angosce del divorzio e il crepacuore diventavano un lontano ricordo. Certe parole m incantavano, mi divertiva chiamare il cellulare con quel tenero vezzeggiativo, il mio telefonino. Ero diventata una di quegli americani irritanti che salutano sempre con un Ciao! e non mancavo mai di spiegare l origine della parola. (Se volete saperlo è un abbreviazione di una frase che si usava nel Medioevo a Venezia a mo di saluto: «Schiavo vostro!».) Mi bastava ripetere quelle parole per sentirmi sexy e felice. L avvocato al quale mi ero rivolta per il divorzio mi aveva rassicurato raccontandomi di una sua cliente di origine coreana che, dopo un divorzio particolarmente sgradevole, aveva preso un nome italiano, proprio per sentirsi di nuovo così: sexy e felice. Forse prima o poi sarei andata davvero in Italia... 7 Un altra cosa importante di quel periodo fu la scoperta della disciplina spirituale. Aiutata e stimolata, naturalmente, dall ingresso nella mia vita di una vera guru indiana - circostanza per la quale sarò sempre grata a David. Me la fece conoscere la prima sera che mi invitò a casa sua. Mi innamorai di tutti e due contemporaneamente. Avevo appena messo piede nel suo appartamento, quando vidi sul cassettone la fotografia di una bellissima, radiosa donna indiana. Domandai: «Chi è?». «La mia guida spirituale» rispose David. Il mio cuore perse un battito, inciampò su se stesso e cadde a faccia in giù. Poi si rialzò, si spolverò le maniche, tirò un profondo respiro e annunciò: «Voglio anch io una guida spirituale». Intendo esattamente questo: il mio cuore parlò attraverso le mie labbra. Provai una sorta di strana scissione: per un attimo la mia mente sgusciò fuori dal corpo, e fronteggiò il mio cuore chiedendo sbalordita: «Davvero?». «Sì» fu la risposta, «davvero.» E la mente ribattè, sarcastica: «E da quando?». Sapevo benissimo da quando: da quella notte sul pavimento del bagno. Mio Dio, quanto desideravo una guida spirituale! Cominciai subito a immaginarmela: quella bellissima donna radiosa sarebbe venuta da me qualche sera alla settimana, avremmo preso il tè parlando del senso del divino e lei mi avrebbe consigliato delle letture, spiegandomi il significato delle strane sensazioni che avvertivo durante la meditazione... Tutte queste fantasie sfumarono quando David mi disse del prestigio internazionale di quella donna, che aveva decine di migliaia di discepoli, molti dei quali non l avevano mai incontrata di persona. A ogni modo, aggiunse, ogni martedì sera i suoi seguaci si trovavano a

New York per meditare e cantare litanie. «Se non ti spaventa l idea di trovarti in una stanza con qualche centinaio di persone che cantilenano il nome di Dio in sanscrito» mi disse David, «puoi venire qualche volta.» Il martedì seguente lo accompagnai. E invece di scappare via di fronte a tutte quelle persone normalissime che rivolgevano strani canti a Dio, sentii la mia anima alzarsi e diventare diafana nell onda di quelle voci. Quella sera tornai a casa con la sensazione che l aria mi attraversasse, come un fazzoletto pulito sulla corda dei panni, come se la stessa New York fosse fatta di carta di riso e io fossi tanto leggera da volare sui tetti. Cominciai a frequentare le riunioni ogni martedì, poi a meditare ogni mattina sull antico mantra sanscrito che il guru dà a tutti i suoi discepoli (il regale Om Namah Shivaya, che significa «Onoro la divinità che risiede dentro di me»). Poi, per la prima volta, ascoltai la guru in persona e le sue parole mi trasmisero brividi ovunque, anche sulla faccia. E quando seppi che aveva un ashram in India, capii che dovevo andarci al più presto. 8 Nel frattempo, però, dovevo andare in Indonesia. Di nuovo, su incarico di una rivista. Proprio mentre mi commiseravo per essere così a pezzi, sola e confinata nel Campo di Concentramento per Divorziati, la direttrice di una rivista femminile mi aveva chiesto se fossi disposta ad andare a Bali a scrivere un pezzo sulle vacanze yoga. Potete immaginare la mia risposta. Quando arrivai a Bali (che è, in due parole, un posto bellissimo), l insegnante che seguiva il ritiro yoga ci disse: «Dal momento che siete qui, vi interesserebbe incontrare uno sciamano balinese di nona generazione?». (Anche qui, troppo facile indovinare la risposta.) E così una sera andammo tutti a casa sua. Lo sciamano era un vecchietto con uno sguardo allegro, la pelle rossobruna e la bocca quasi completamente sdentata, incredibilmente simile a Yoda di Guerre Stellari. Si chiamava Ke-tut Liyer. Parlava uno strano inglese spezzettato, una vera delizia per l orecchio. Per fortuna c era un interprete a disposizione quando lui si bloccava su una parola. L insegnante di yoga ci aveva detto che avremmo potuto fargli delle domande e che lui avrebbe cercato di aiutarci. Erano giorni che pensavo a cosa chiedergli. Le idee iniziali erano piuttosto squallide: Può fare in modo che mio marito mi conceda il divorzio? Può fare in modo che David mi desideri nuovamente? Mi ero vergognata di quei pensieri. Che senso aveva andare all altro capo del mondo per incontrare uno sciamano indonesiano e, giunti al dunque, chiedergli di intervenire in un problema di cuore? Così, quando il vecchio mi domandò direttamente che cosa desiderassi davvero, risposi con altre parole, più sincere. «Voglio avere un contatto duraturo con Dio» gli dissi. «Qualche volta mi sembra di percepire l essenza divina di questo mondo, ma poi ne perdo il senso, distratta da piccoli desideri

e piccole paure. Io voglio restare sempre accanto a Dio, ma senza farmi monaca o rinunciare interamente ai piaceri della vita. Voglio vivere nel mondo e godere delle gioie che ci offre, ma voglio anche imparare a dedicarmi a Dio.» Ketut disse che mi avrebbe risposto con un disegno. Mi mostrò uno schizzo che aveva fatto durante una meditazione: una figura umana androgina, in piedi, con le mani congiunte in preghiera. Ma quella figura aveva quattro gambe, e al posto della testa un groviglio di foglie e fiori selvatici. Sul cuore era disegnato un piccolo viso sorridente. «Per trovare l equilibrio che stai cercando» mi rispose Ketut attraverso l interprete «devi diventare così. Devi tenere i piedi ben piantati a terra, come se avessi quattro gambe. In questo modo puoi vivere nel mondo, ma devi smettere di guardarlo con la testa, devi guardarlo con il cuore. Così conoscerai Dio.» Poi mi domandò se poteva leggermi la mano. Gli porsi la sinistra e lui mi ricompose come un puzzle di tre sole tessere. «Sei-una donna che viaggia in giro per il mondo.» Cosa che mi parve un po ovvia, visto che in quel momento mi trovavo in Indonesia, ma decisi di non sottolinearlo. «Sei più fortunata di chiunque altro abbia conosciuto. Vivrai a lungo, avrai molti amici e farai molte esperienze. Vedrai tutto il mondo. Hai un solo problema nella vita: ti preoccupi troppo. Sei emotiva, ansiosa. Se ti prometto che non avrai mai alcuna ragione di preoccuparti, mi crederai?» Annuii nervosamente, senza credergli affatto. «Hai un lavoro creativo, forse artistico, ben pagato. Sarai sempre pagata bene per il tuo lavoro. Sei generosa con il denaro, forse troppo. Una volta nella vita perderai tutti i tuoi soldi. Forse succederà presto.» «Entro sei, dieci mesi al massimo» risposi, pensando al mio divorzio. Ketut fece un cenno con la testa, che voleva dire: Sì, andrà più o meno così. «Ma non preoccuparti» aggiunse, «dopo aver perso il denaro, lo riavrai subito. E poi starai bene. Ci saranno due matrimoni nella tua vita, uno breve e uno lungo. Avrai due figli...» Mi aspettavo che dicesse: «Uno basso, uno alto», invece all improvviso tacque, guardandomi il palmo con la fronte aggrottata. Poi riprese: «Strano...», una parola che nessuno vorrebbe sentir pronunciare né da un chiromante né da un dentista. Mi chiese di spostarmi sotto la lampadina appesa al soffitto, per vedere meglio. «Mi sono sbagliato» disse infine, «avrai un solo figlio. Più avanti negli anni, una bambina. Forse. Se lo vorrai... ma c è qualcos altro.» Aggrottò di nuovo la fronte, poi alzò gli occhi, improvvisamente sicuro. «Presto tornerai a Bali. Devi tornare. E restare qui per tre mesi, forse

quattro: sarai mia amica. Forse vivrai con la mia famiglia. Potrò esercitarmi in inglese parlandò con te. Non ho mai avuto nessuno con cui far pratica. Tu sei brava con le parole. Forse il lavoro creativo che fai riguarda le parole?» «Sì» risposi. «Scrivo libri.» «Sei una scrittrice e vieni da New York» concluse, quasi come una conferma. «Dunque tornerai a Bali, vivrai qui e m insegnerai l inglese. E io t insegnerò tutto quello che so.» Si alzò e si strofinò le mani come a dire: siamo d accordo. «Se per lei è una cosa seria» dissi, «lo è anche per me.» Mi offrì un luminoso sorriso sdentato e rispose: «See you la-ter, alligator». 9 Ora, se uno sciamano balinese di nona generazione mi dice che il mio destino è di trasferirmi a Bali e vivere con lui per quattro mesi, è ovvio che io faccio tutto il possibile per andare incontro a quel destino. E così il mio progetto di viaggio per quell anno cominciò a prendere forma. Dovevo assoluta-mente tornare in Indonesia, e questa volta con i miei quattro soldi. Anche se non riuscivo ancora a immaginare come avrei fatto, con la mia vita caotica e travagliata. (Non solo dovevo ancora concludere il mio costosissimo divorzio e risolvere il problema David, ma avevo anche un contratto con una rivista che mi impediva di sparire per tre o quattro mesi.) Oltre a tornare in Indonesia, però, volevo anche andare in India a visitare 1 ashram della mia guru, e anche per quello occorrevano soldi e tempo. Ad accrescere la confusione, c era il fatto che da un pezzo morivo dalla voglia di andare in Italia per migliorare il mio italiano, e anche perché ero affascinata dalla prospettiva di assorbire, per quanto potevo, una cultura che venerava il piacere e la bellezza. Tutti questi desideri sembravano in contrasto l uno con l altro. Vedevo soprattutto un conflitto tra Italia e India. Che cosa contava di più? La parte di me che voleva mangiare vitello a Venezia? O quella che voleva svegliarsi molto prima dell alba nell austerità di un ashram per cominciare una lunga giornata di meditazione e preghiera? Rumi, il grande poeta e filosofo sufi, consigliava ai suoi discepoli di elencare le tre cose che desideravano di più nella vita. Se due voci contrastavano, ammoniva Rumi, si era destinati all infelicità. Meglio vivere una vita tesa a un unico scopo. Ma non c erano dei vantaggi nel dividersi armoniosamente tra posizioni estreme? Non sarebbe stato bello crearsi una vita così traboccante da riuscire a contenere opposti apparentemente inconciliabili? La mia verità era esattamente quella che avevo detto allo sciamano di Bali: volevo fare entrambe le esperienze. Volevo le gioie del mondo e la trascendenza - il duplice splendore di una esistenza pienamente umana. Volevo quello che i Greci antichi chiamavano kalòs kai agathòs, l equilibrio tra ciò che è buono e ciò che è bello. Negli ultimi difficili anni non avevo fatto che perdere di vista entrambi, perché piacere e spiritualità richiedono uno spazio libero da tensioni e io ero vissuta in un grosso com-

pattatore di rifiuti pieno di ansie dilanianti. Quanto a bilanciare l impulso ai piaceri terreni e il desiderio di spiritualità... un trucco doveva pur esserci. Mi bastò il poco tempo trascorso a Bali per capire che sarebbero stati i suoi abitanti a insegnarmelo. O forse addirittura il vecchio sciamano in persona. Quattro piedi puntati a terra, la testa piena di foglie e il mondo visto attraverso il cuore... Così smisi di costringermi a scegliere - Italia? India? Indonesia? - e ammisi che volevo conoscere tutti e tre i Paesi. Quattro mesi per ciascuno. Un anno in tutto. Certo, era un sogno leggermente più ambizioso dell acquisto di una scatola di matite. Ma era quello che volevo. E poi volevo scrivere di tutto questo. Per me non erano tanto luoghi da esplorare, altri viaggiatori lo avevano fatto prima di me; quello che mi interessava era indagare un aspetto di me stessa sullo sfondo di ciascun Paese. Volevo imparare l arte del piacere in Italia, l arte della devozione in India e, in Indonesia, l arte di bilanciare l uno e l altra. Solo più tardi, dopo aver capito qual era il mio sogno, mi sono accorta che i nomi di quei tre Paesi cominciano tutti con la i. Mi è sembrato un presagio felice per un viaggio alla scoperta del mio Io. Provate a immaginare adesso i commenti che il progetto scatenò tra i miei saccenti amici. Volevo partire per le tre i? Allora perché trascurare l Iran, l Islanda, l Irlanda? O, meglio ancora, perché non partire in pellegrinaggio alla volta della grande triade Ikea, Ipermercato, Idromassaggio? La mia amica Susan mi consigliò di fondare un associazione umanitaria no profìt e di chiamarla «Divorziate senza frontiere», ma erano scherzi non pertinenti perché io non ero ancora in grado di andare da nessuna parte. Il divorzio, anche adesso che il matrimonio non esisteva più da molto tempo, non c era ancora. Avevo dovuto ridurmi a esercitare pressioni legali su mio marito, facendo cose spaventose, come fargli recapitare convocazioni scritte e denunce (richieste dalla Legge dello Stato di New York) comprovanti l accusa di crudeltà mentale. Erano documenti che non lasciavano spazio a sottigliezze, negandomi la possibilità di spiegare al giudice: «Senta, era una relazione piuttosto complicata, anch io ho fatto dei grossi sbagli e me ne dispiace, ma tutto quello che chiedo è di essere libera». (A questo punto farò una pausa per rivolgere una preghiera in favore dei miei affezionati lettori: che mai e poi mai si trovino immischiati in una causa di divorzio a New York.) Nella primavera del 2003 la situazione raggiunse un punto critico. Dopo un anno e mezzo di separazione, mio marito era finalmente pronto a discutere i termini di un accordo. Sì, voleva i soldi, la casa e l appartamento in affitto a Manhattan, e io ero disposta a dargli tutto. Ma lui chiedeva anche cose che a me non sarebbero mai neanche passate per la mente, una parte dei diritti sui libri che avevo scritto durante il matrimonio, una fetta dei possibili diritti futuri su eventuali film tratti dai miei lavori, una quota della mia pensione, e così via. Mesi di trattative tra i nostri avvocati sfociarono in un compromesso che stava per essere messo sul piatto, con qualche speranza che mio marito fosse disposto a

sottoscriverlo, magari con qualche modifica. Se avesse firmato l accordo, io non avrei dovuto fare altro che pagare e andarmene. Altrimenti, saremmo finiti in tribunale. Un processo, quasi inevitabilmente, avrebbe inghiottito i pochi soldi che mi restavano. E, peggio ancora, avrebbe richiesto a dir poco un altro anno. Dunque, c era in ballo un anno della mia vita. L avrei passato a viaggiare da sola in Italia, in India, in Indonesia? O a rispondere a ossessivi e interminabili controinterrogatori nel seminterrato di un tribunale? Ogni giorno telefonavo almeno quattordici volte al mio avvocato - Ci sono novità? - e ogni giorno lei mi assicurava che stava facendo del suo meglio e che se l accordo fosse stato firmato mi avrebbe avvertita immediatamente. Provavo un agitazione a metà tra l attesa davanti all ufficio del preside e l ansia per il risultato di una biopsia. Mi piacerebbe descrivere la mia calma Zen, ma non posso. Più di una volta, in preda alla rabbia, trascorsi la notte a picchiare sul letto con la mazza da baseball. Il resto del tempo ero solo terribilmente depressa. Nel frattempo, David e io ci eravamo di nuovo lasciati. Sul serio, questa volta. O forse no - non ce la sentivamo di rinunciare del tutto. Spesso venivo presa dal desiderio di sacrificare ogni progetto per amor suo. Altre volte provavo l impulso opposto -mettere tra me e quel tipaccio tutti i continenti e gli oceani possibili, nella speranza di trovare finalmente pace e felicit. Mi erano venute le rughe, due solchi permanenti tra le sopracciglia, a furia di piangere e angustiarmi. E, nel bel mezzo di tutto questo, un mio libro vecchio di anni decise di uscire in edizione economica, costringendomi a partire per un piccolo giro pubblicitario. Portai con me la mia amica Iva, per tenermi compagnia. Iva ha la mia età, ma è cresciuta in Libano, a Beirut. Questo vuol dire che, da ragazze, mentre io facevo sport o audizioni per partecipare a un musical in una scuola media del Connecticut, lei stava rannicchiata in un rifugio antiaereo cinque notti su sette, per cercare di salvarsi la pelle. Non so fino a che punto essere esposti alla violenza aiuti a crescere forti, ma Iva è la persona più calma che conosca. Inoltre possiede quello che io chiamo «collegamento ultrasonico con l universo», un canale esclusivo di comunicazione con il divino, accessibile ventiquattr ore su ventiquattro. Iva e io viaggiavamo dunque attraverso il Kansas, e io mi trovavo nel mio solito stato di sudaticcia confusione mentale - firmerà, non firmerà? - quando confessai: «Non credo di farcela a sopportare un altro anno di pratiche legali. Mi serve un intervento divino. Vorrei scrivere una specie di petizione a Dio per chiedergli di porre fine a tutta questa storia». «E perché non la scrivi?» Spiegai a Iva la mia personale opinione sulla preghiera. Le dissi che non mi sembrava giusto pretendere da Dio qualcosa di specifico. Indebolisce il concetto di fede. Non mi piaceva l idea di chiedere: «Potresti liberarmi da questa difficoltà o da quest altra?». Chi lo sa,