ALESSANDRO MANZONI

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ALESSANDRO MANZONI 1785-1873

Da In morte di Carlo Imbonati Gioja il suo dir mi porse, e non ignota bile destommi; e replicai: Deh! vogli la via segnarmi, onde toccar la cima 205 io possa, o far che, s'io cadrò su l'erta, dicasi almen: su l'orma propria ei giace. Sentir, riprese, e meditar: di poco esser contento: da la meta mai non torcer gli occhi: conservar la mano 210 pura e la mente: de le umane cose tanto sperimentar, quanto ti basti per non curarle: non ti far mai servo: non far tregua coi vili: il santo Vero mai non tradir: né proferir mai verbo, 215 Che plauda al vizio, o la virtù derida. O maestro, o, gridai, scorta amorosa, non mi lasciar; del tuo consiglio il raggio non mi sia spento; a governar rimani me, cui natura e gioventù fa cieco 220 l'ingegno, e serva la ragion del core.

Da In morte di Carlo Imbonati Gioja il suo dir mi porse, e non ignota bile destommi; e replicai: Deh! vogli la via segnarmi, onde toccar la cima 205 io possa, o far che, s'io cadrò su l'erta, dicasi almen: su l'orma propria ei giace. Sentir, riprese, e meditar: di poco esser contento: da la meta mai non torcer gli occhi: conservar la mano 210 pura e la mente: de le umane cose tanto sperimentar, quanto ti basti per non curarle: non ti far mai servo: non far tregua coi vili: il santo Vero mai non tradir: né proferir mai verbo, 215 che plauda al vizio, o la virtù derida. O maestro, o, gridai, scorta amorosa, non mi lasciar; del tuo consiglio il raggio non mi sia spento; a governar rimani me, cui natura e gioventù fa cieco 220 l'ingegno, e serva la ragion del core.

Dalla Lettera al marchese D'Azeglio sul Romanticismo (T23.5) 1821 Positivo romantico [ ] la poesia e la letteratura in genere debba proporsi l'utile per iscopo, il vero per soggetto e l'interessante per mezzo. Debba per conseguenza scegliere gli argomenti pei quali la massa dei lettori ha o avrà [ ] una disposizione di curiosità e di affezione, nata da rapporti reali [ ] in ogni argomento debba cercare di scoprire e di esprimere il vero storico e il vero morale, non solo come fine ma come più ampia e perpetua sorgente del bello [ ]

Dalla Lettera al marchese D'Azeglio sul Romanticismo (T23.5) 1821 Positivo romantico [ ] la poesia e la letteratura in genere debba proporsi l'utile per iscopo, il vero per soggetto e l'interessante per mezzo. Debba per conseguenza scegliere gli argomenti pei quali la massa dei lettori ha o avrà [ ] una disposizione di curiosità e di affezione, nata da rapporti reali [ ] in ogni argomento debba cercare di scoprire e di esprimere il vero storico e il vero morale, non solo come fine ma come più ampia e perpetua sorgente del bello [ ]

Dalla Lettera al marchese D'Azeglio sul Romanticismo (T23.5) 1821 Il vero storico e il vero morale generano pure un diletto, e questo diletto è tanto più vivo e tanto più stabile, quanto più la mente che lo gusta è avanzata nella cognizione del vero: questo diletto adunque debbe la poesia e la letteratura proporsi di far nascere. Il diletto mentale non è prodotto che da un assentimento ad una idea.

Dalla Lettera al marchese D'Azeglio sul Romanticismo (T23.5) 1821 Il vero storico e il vero morale generano pure un diletto, e questo diletto è tanto più vivo e tanto più stabile, quanto più la mente che lo gusta è avanzata nella cognizione del vero: questo diletto adunque debbe la poesia e la letteratura proporsi di far nascere. Il diletto mentale non è prodotto che da un assentimento ad una idea.

Il Cinque Maggio 1821

Il Cinque Maggio 1821 METRICA Ei fu. Siccome immobile, dato il mortal sospiro, stette la spoglia immemore orba di tanto spiro, 5 così percossa, attonita la terra al nunzio sta, muta pensando all ultima ora dell uom fatale; né sa quando una simile 10 orma di pie mortale la sua cruenta polvere a calpestar verrà.

Il Cinque Maggio 1821 La gloria di Napoleone è orma, riflesso della grandezza divina Fu vera gloria? Ai posteri l ardua sentenza: nui chiniam la fronte al Massimo Fattor, che volle in lui 35 del creator suo spirito più vasta orma stampar

Il Cinque Maggio 1821 La sofferenza è salvifica 85 Ahi! forse a tanto strazio cadde lo spirto anelo, e disperò; ma valida venne una man dal cielo, e in più spirabil aere 90 pietosa il trasportò;

Il Cinque Maggio 1821 Elogio della Fede, vera vittoriosa Bella Immortal! benefica Fede ai trionfi avvezza! Scrivi ancor questo, allegrati; 100 ché più superba altezza al disonor del Gòlgota giammai non si chinò.

Dalla Prefazione al Conte di Carmagnola 1820 (T23.6) [Secondo i fautori delle regole di unità aristoteliche] assistendo lo spettatore realmente alla rappresentazione d'una azione, diventa per lui inverosimile che le diverse parti di questa avvengano in diversi luoghi, e che essa duri per un lungo tempo, mentre lui sa di non essersi mosso di luogo, e d'avere impiegate solo poche ore ad osservarla. Questa ragione è evidentemente fondata su un falso supposto, cioè che lo spettatore sia lì come parte dell'azione; quando è, per così dire, una mente estrinseca che la contempla. Il principio sul quale si stabilisce la necessità delle due unità; il principio, cioè, che nel dramma rappresentato siano verosimili que' fatti soli che s'accordano con la presenza dello spettatore, dimanieraché possano parergli fatti reali. Non si può dare che una risposta: la platea non entra nel dramma.

Dalla Prefazione al Conte di Carmagnola 1820 (T23.6) [Secondo i fautori delle regole di unità aristoteliche] assistendo lo spettatore realmente alla rappresentazione d'una azione, diventa per lui inverosimile che le diverse parti di questa avvengano in diversi luoghi, e che essa duri per un lungo tempo, mentre lui sa di non essersi mosso di luogo, e d'avere impiegate solo poche ore ad osservarla. Questa ragione è evidentemente fondata su un falso supposto, cioè che lo spettatore sia lì come parte dell'azione; quando è, per così dire, una mente estrinseca che la contempla. Il principio sul quale si stabilisce la necessità delle due unità; il principio, cioè, che nel dramma rappresentato siano verosimili que' fatti soli che s'accordano con la presenza dello spettatore, dimanieraché possano parergli fatti reali. Non si può dare che una risposta: la platea non entra nel dramma.

Dalla Prefazione al Conte di Carmagnola 1820 (T23.7) [Citando Schlegel]: il Coro è da riguardarsi come la personificazione de' pensieri morali che l'azione ispira, come l'organo de' sentimenti del poeta che parla in nome dell'intera umanità. [ ] si possa però ottenere in parte il loro fine, e rinnovarne lo spirito, inserendo degli squarci lirici composti sull'idea di que' Cori. Hanno inoltre sugli antichi il vantaggio d'essere senza inconvenienti: non essendo legati con l'orditura dell'azione, non saranno mai cagione che questa si alteri e si scomponga per farceli stare Hanno finalmente un altro vantaggio, riserbando al poeta un cantuccio dov'egli possa parlare in persona propria.

Dalla Prefazione al Conte di Carmagnola 1820 (T23.7) [Citando Schlegel]: il Coro è da riguardarsi come la personificazione de' pensieri morali che l'azione ispira, come l'organo de' sentimenti del poeta che parla in nome dell'intera umanità. [ ] si possa però ottenere in parte il loro fine, e rinnovarne lo spirito, inserendo degli squarci lirici composti sull'idea di que' Cori. Hanno inoltre sugli antichi il vantaggio d'essere senza inconvenienti: non essendo legati con l'orditura dell'azione, non saranno mai cagione che questa si alteri e si scomponga per farceli stare Hanno finalmente un altro vantaggio, riserbando al poeta un cantuccio dov'egli possa parlare in persona propria.

Dall' Adelchi 1822 (T23.17) Atto III scena prima ADELCHI Ancor ruine sopra ruine ammucchierem: l'antica nostr'arte è questa [ ] Oh! mi parea Pur mi parea che ad altro io fossi nato che ad esser capo di ladron; che il cielo su questa terra altro da far mi desse che, senza rischio e senza onor guastarla. Il mio cor m'ange, Anfrido: ei mi comanda alte e nobili cose; e la fortuna mi condanna ad inique

Dall' Adelchi 1822 (T23.17) Atto III scena prima Soffri, e sii grande: il tuo destino è questo finor: soffri ma spera: il tuo gran corso comincia appena; e chi sa dir, quai tempi, quali opre il cielo ti prepara? Il cielo che re ti fece, ed un tal cor ti diede.

Dall' Adelchi 1822 (T23.17) Coro dell'atto IV Fuor della vita è il termine Del lungo tuo martir. [ ] Al Dio de' santi ascendere santa del suo patir. [ ] Te, della rea progenie degli oppressor discesa,[...] te collocò la provida sventura in fra gli oppressi

Dall' Adelchi 1822 (T23.21) Atto V scena ottava ADELCHI Gran segreto è la vita, e nol comprende che l'ora estrema [ ] Godi che re non sei; godi che chiusa all'oprar t'è ogni via: loco a gentile, ad innocente opra non v'è: non resta che far torto o patirlo. Una feroce forza il mondo possiede, e fa nomarsi dritto: la man degli avi insanguinata seminò l'ingiustizia; i padri l'hanno coltivata col sangue; e omai la terra altra messe non dà.

Dalla lettera a Claude Fauriel, 3 novembre 1821 (T23.10) Quanto alle difficoltà che presenta la lingua italiana nel trattare questi soggetti [=argomenti del romanzo storico], sono ne convengo reali e grandi; ma penso che derivino da un fatto generale [ ] la povertà della lingua italiana. Quando un francese cerca di rendere il suo pensiero nel modo migliore [dispone della] lingua che ha sempre parlato [ ] Può esprimere quel che di nuovo e originale c'è nelle sue idee con formulazioni molto vicine all'uso comune. Immaginatevi invece un italiano che scrive, se non è toscano in una lingua che non ha quasi mai parlato, e che [ ] scrive in una lingua che è parlata da un piccolo numero di abitanti d'italia, una lingua nella quale non si discute oralmente di grandi questioni

Dalla lettera a Claude Fauriel, 3 novembre 1821 (T23.10) Infatti cosa significa italiano in questo senso? Secondo alcuni ciò che è registrato nella Crusca, secondo altri ciò che è capito in tutta Italia, o dalle classi colte Nel rigore feroce e pedantesco dei nostri puristi c'è, a mio avviso, un sentimento generale molto ragionevole: l'esigenza di una certa stabilità, di una lingua convenuta tra coloro che scrivono e coloro che leggono. Credo [ ] occorra pensare molto a ciò che si vuole scrivere, avere letto molto gli italiani detti classici, e gli scrittori delle altre lingue, i francesi soprattutto, avere parlato di questioni importanti con i propri concittadini; in base a tutto ciò si può acquisire una certa prontezza a trovare nella cosiddetta buona lingua ciò che può essere utile ai nostri bisogni attuali.