Premio Letterario. "Federico Ghibaudo" anno edizione. Liceo Scientifico "Frisi" Monza. Federico Ghibaudo 9/5/80-9/1/95

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1 Liceo Scientifico "Frisi" Monza Premio Letterario "Federico Ghibaudo" Federico Ghibaudo 9/5/80-9/1/95 Liceo Scientifico "Frisi" -1 a G Gerardiana Basket Monza anno 1998 a 4 edizione

2 L INDICE Lorenzo Piccolo 4 a - A pag. 4 Matteo Pozzi 4 a - I pag. 11 Lucia Gardenal 2 a - I pag. 13 Niccolò Manzolini 5 a - A pag. 15 Stefania Giodini 2 a - D pag. 17 Michele Nanzoni 5 a - F pag. 18 Andrea Basile 1 a - H pag. 19 Claudia Galbiati 4 a - E pag. 21 Isabella Rossitto 1 a - F pag. 25 Jacopo Galimberti 3 a - H pag. 26 Lorenzo Sala 4 a - I pag. 28 Chiara Penati 2 a - B pag. 30 Roberta Negri 4 a - F pag. 31 Paola Cossa 3 a - A pag. 32 Francesca Lazzaroni 1 a - H pag. 35 Elisabetta Valcamonica 2 a - M pag. 36 Chiara Malerba 3 a - G pag. 37 Arianna Ferrario 4 a - G pag. 38 Thomas Brunney 3 a - A pag. 40 Cristina Vitale 2 a - H pag. 41 Pamela Guzzi 1 a - H pag. 42 Chiara D Amico 2 a - H pag. 43 Marta Abbà 3 a - A pag. 44 Matteo Maserati 5 a - B pag. 46 Mariachiara Colombo 2 a - H pag. 48 Marco Colnago 2 a - N pag. 49 Simone Bregaglio 2 a - D pag. 50 Vincenzo Freli 4 a - B pag. 51 Rossanna Currà 4 a - E pag. 55 Loredana Lunadei 5 a - G pag. 56

3 ELENCO FINALISTI PRECEDENTI EDIZIONI Class. Alexandra Bonfanti 2 a - F 2 Loredana Lunadei 2 a - G 3 Arianna Ferrario 1 a - G Martino Redaelli 4 a - A 2 Elena Cattaneo 4 a - G 3 Marika Pignatelli 3 a - C Niccolò Manzolini 4 a - A 2 Matteo Pozzi 3 a - I 3 Elena Cattaneo 5 a - G LA BIBLIOTECA sono disponibili presso la Biblioteca dell Istituto, per la consultazione, i fascicoli delle precedenti edizioni del Concorso......oltre i seguenti libri premio: 1996 L Alchimista - Paulo Coelho - Bompiani 1997 Messaggio per un aquila che si crede un pollo Istruzioni di volo per aquile e polli Anthony de Mello - Piemme 1998 Il viaggio di Theo - Catherine Clèment Longanesi

4 LA GIURIA Elena Calore 4 a - G Dacia Dallalibera 2 a - E Marika Pignatelli 5 a - G Alessandro Cieli 1 a - D Daniele Benaglia 3 a - B IL CONCORSO Il nostro concorso ha un grosso difetto, i vincitori ufficiali sono pochi, mentre ogni partecipante, che ha messo nero su bianco le sue idee, le sue esperienze, la sua fantasia, la sua anima, per farli conoscere agli altri, ogni partecipante, è un vincitore. Ma le regole consolidate per i concorsi, che sono poi le stesse che spingono a partecipare, richiedono una classifica che, per le innumerevoli varianti in campo, non potrà che essere imperfetta. I componimenti sono quelli originali, non sono stati volutamente corretti o ritoccati ma si è preferito lasciare ogni cosa nella sua forma originale previlegiando il contenuto della comunicazione alla forma della stessa. Invitiamo pertanto ogni singolo lettore ha trovare il SUO componimento preferito e a far suo lo stile ed il messaggio in esso contenuto. Questo concorso vuole infatti proporsi come punto di ritrovo, come un punto di confronto, una palestra per idee, sentimenti ed emozioni.

5 1 Classificato LO SPECCHIO NELLO SPECCHIO Un labirinto di Lorenzo Piccolo - 4 a D per Alice EPILOGO Era un tentativo di dire come il solo labirinto possibile -il solo labirinto pensabile- sia l uomo, di come lo svolgersi della vita ne sia il riflesso, di quanto siano belli gli arabeschi disegnati sulla superficie degli specchi. E tu dovrai mantenerti in equilibrio sul filo sottile che separa il sonno dalla veglia, oppure galleggiare come coloro per i quali il sonno e la veglia sono la stessa cosa. Micheal I. Era prigioniero della torre, come tutti. Non sapendo quando l Alba possa venire, apro ogni Porta, che abbia Piume, come un Uccello, o Onde, come una Spiaggia. E.D. E come tutti aspettava. Seduto, appoggiato alla finestra, i capelli che scivolavano a ciocche sulla fronte pallida, nascondendola. Guardava giù. Il corpo della torre, nero come il sorriso di un assassino, non si poteva confondere con la notte in cui essa era avvolta, ma se ne staccava, scintillando di una bellezza tetra e maestosa. Mattone dopo mattone, lo vedeva perdersi e quasi dissolversi nella nebbia, laggiù. Nebbia. Impenetrabile e misteriosa, sfocava i confini di ogni cosa, nascondendone la realtà: sempre che ci fosse, una realtà da nascondere. Così pensava l uomo, rimanendo rannicchiato; e così chissà quanti, quanti altri uomini pensavano, si disse, avvolgendosi nell ombra, chissà quanti come lui nella torre, a guardare giù, e a pensare. Forse nessuno: forse, piuttosto, era solo, perché così si sentiva. Solo. Imprigionato da mura indefinite e infinite, impalpabili, a vedersi immense come i desideri di un uomo, eppure soffocanti come il ricordo di un dolore in una mattina di sole. Sembra che seguissero un perimetro circolare. Del resto, una circonferenza è perfetta per contenere tutta quanta la fragile grandiosità - grandiosa fragilità- di un essere umano (che, a dire il vero, potrebbe essere considerato un 4

6 suo punto). Avvolge uno spazio, avvolta da spazio, infinitamente finita. Non occorre niente di più: ed in effetti non c era. Nessuna porta, nessuna uscita: solo le mura. Poi la finestra. E la torre si stagliava, esile e nera, sopra la nebbia, vaporosa come in una sera di Novembre. Ma non esistevano i mesi, e le stagioni: non avrebbero avuto senso. Non che l uomo in quel tempo ne avesse. Neanche un alito di vento. L aria era fredda, tagliente come una spada, ma immobile come sempre. Il piccolo uomo inspirò profondamente una, due, tre volte, e chiuse gli occhi. Il cielo, adesso, sembrava accarezzarlo. Era rimasto per terra, rannicchiato, sprofondato nelle pietre fredde e dure del pavimento, a ricordare, in silenzio, per un tempo interminabile. Dico in silenzio perché, a volte, pensando, parlava, come rivolgendosi alle ombre che scivolano lungo le pareti. Non si aspettava certo una risposta, non da loro; lo faceva per ricordare se stesso, di quando in quando, di avere una voce: avrebbe preferito dimenticarsene, ma non ci riusciva. Se per abitudine, o piuttosto per via di quel misterioso e innato amore che ogni uomo nutre per la propria anima, non so. Sta di fatto che parlava. Ed ora, ecco, in quel luogo gelido e buio e terribile, gli pareva possibile poter vedere, e toccare, e respirare i suoi pensieri: e allora essi avrebbero parlato al suo posto, e lui sarebbe rimasto ad ascoltare. Attese, e attese. Ma i suoi pensieri generarono sogni, e i sogni incubi. Si accorse dunque finalmente, all improvviso -e fu come un bacio d inverno- che essi non l avrebbero condotto in alcun luogo, ma che a lui stesso -e a lui soltanto- spettava il compito di intrappolarli, e domarli, e condurli. Non era troppo tardi. Non ancora. L arco era ampio abbastanza da permettergli di non chinare la testa. Il viso ricordava, nel suo pallore, la bianca vela di una zattera persa nell oceano, spiegata e fiera davanti al mare senza confini senza terre senza pace, distesa e forte, appena scossa dal sussurro dell immensa ultima tempesta che la chiama a sé. Né i nudi piedi vacillavano, ma rimanevano immobili sul massiccio davanzale di pietra. Dopotutto, non era mai servito a niente. Mai aveva ospitato fiori o desideri irraggiungibili o speranze infrante, lasciando che si appoggiassero su di sé, che si aggrappassero, né mai li aveva confortati: bisogna tuttavia pensare che forse, in quel mondo, essi non esistevano. Ma il piccolo uomo era già oltre quel mondo, e al di là di tutti i mondi; non più essere umano, né creatura terrestre avvolta dal cielo: ma aria, e terra, e cielo. Non più zattera alla deriva, piccola luce persa nel mare: ma acqua, e fuoco, e mare. E bastava volerlo. Lo scuro sguardo scrutava l invisibile, la palpebre spalancate, senza riposo, rimanevano immobili, gli occhi sembravano quasi respirare, piano, come due predatori davanti alle loro prede. (chiunque lo avrebbe capito) Leone e zebra, topolino e serpente, uomo e cielo: la natura, in fondo, rimane sempre coerente con se stessa -per non dire uguale- anche se si maschera in modo meraviglioso. Sfida. Sfida davanti al vuoto, sfida davanti al mondo, sfida davanti al tempo, davanti al passato e al futuro, davanti alla memoria degli uomini e delle loro fragili speranze. 5

7 E accadde allora. Fu allora che l infinito si accorse di lui e lo vide, attraverso quegli occhi, e allora lo accolse, e lo avvolse: o meglio lo afferrò. Il tempo si fermò per un attimo, per un attimo si fermò il respiro: eppure il cuore continuava a battere, come non aveva battuto mai. Odore di immenso. O meglio profumo. (sì, profumo è la parola giusta) Un profumo seducente come il canto di una sirena, eppure appena sussurrato come un suggerimento, o una parola di conforto. Un profumo da ascoltare. Il cielo si apriva grande e libero dinanzi a lui, e dietro di lui si schiuse, docile, dopo aver atteso pazientemente la fine del viaggio. Il tempo sembrava non essere mai esistito, e chissà, forse era soltanto stato un illusione, un passatempo, un intervallo nell eternità, il tentativo di contare l infinito. Come un bambino che pretenda di chiudere le stelle tra le dita. Dove l uomo, che da sempre si diletta giocando con gli specchi, poiché il mondo lo aveva creato, volle a sua volta creare il mondo: non uno qualsiasi, bensì il suo. Inventare il tempo venne subito dopo. Certe volte le cose che marciano al rovescio sono le più interessanti. Tuttavia non sempre le migliori. Ridestatosi improvvisamente dal non troppo logico filo dei suoi pensieri, il cielo si volse di nuovo a guardare l uomo. Detestava perdersi quello che sarebbe avvenuto di lì a poco, e si ripropose per il futuro di evitare di distrarsi senza un buon motivo per farlo. Il passaggio dell uomo fu dolce e leggero come una goccia di pioggia, e il cielo ne sorrise compiaciuto, ritenendo di aver operato una buona scelta e, ne era certo, se aveva imparato qualcosa della natura umana, anche il suo piccolo visitatore pensava esattamente la stessa cosa. Ci sono giorni in cui il mondo intero sembra intento a pensare, a cercare le parole, a costruire castelli in aria, e a sperare. E allora tutto tace. Questo di solito accade d inverno, quando il freddo ti spinge a riscaldare il cuore. (so, certo, che è per via della stagione, ma non ho mai davvero capito perché il cielo in questi giorni, che elevano l uomo verso di esso, invece che azzurro -del colore, cioè, dei pensieri- sia grigio) Non so se quello si potesse definire mondo, né se il tempo conoscesse i giorni, ma accadde esattamente la stessa cosa. Silenzio. Anni o istanti, non si può dire: sta di fatto che del tempo passò. Il cielo sedeva annoiato, contando oziosamente le finestrelle della torre, quando fu toccato da una prima, debole brezza. Rise piano, accorgendosi che finalmente il gioco ricominciava. (a onor del vero, rise anche per via del solletico) Soffiò più forte, e più forte il cielo rise. Stavolta perché si era accorto di quanto fosse nuovo quel vento che stava nascendo. Sapeva distinguerli, lui, sapeva dalla prima folata il nome, la forza, la direzione: d altronde erano quasi tutti figli suoi, e da buon padre li conosceva. Questo però era nuovo davvero, e figlio suo no di certo. Alla nebbia, cuscino dell aria, era rimasto impigliato il respiro del piccolo uomo, qualche pensiero e un sogno. Il vento si chinò e li prese, tutti insieme. Li trascinò con sé, nelle sue mani forti, li fece di nuovo volare. Veloce e leggero, soffiò intorno alla torre, e andò più in alto, impetuoso, e più in alto ancora, verso le tenebre, verso (...) 6

8 le mura nere, e ancora più su, soffiando più forte, un altro giro tutt intorno, quasi danzando: fino al triste, enorme davanzale di una stanza vuota, dove qualcuno aspettava, con gli occhi immersi nell infinito. Allora, e soltanto allora, si arrestò: e fu come se non fosse mai esistito. Sulla nera fila di mattoni depose i suoi piccoli doni ed un occhiata furtiva. Poi se ne andò. L uomo aprì gli occhi, e vi fece entrare il cielo. Come solitamente si fa con un fiore, raccolse la sfida. e intanto milioni di rose rifluivano sul bagnasciuga, e chissà se si può capire, che milioni di rose non profumano mica, se non sono i tuoi fiori a fiorire. F.D.G. II. Abbagliato dalla luna, rivide sulle fredde pareti le sue immagini riflesse come ombre nere che s intersecano e si sovrapponevano a formare un labirinto d ombre nel labirinto F.D. Se solo avessi davanti a me uno specchio, tutto questo potrei vederlo riflesso negli occhi della mia immagine, e non sarebbe così difficile da dire e da capire. Ti piacerebbe abitare nella Casa dello Specchio, Kitty? Sono sicuro che ci sono delle cose meravigliose! Facciamo finta che ci sia un modo per entrare, Kitty. Facciamo finta che il vetro sia diventato morbido come nebbia, e che possiamo passare dall altra parte. L.C. I. Camminare all aperto, di notte, sotto il cielo silente, lungo un corso d acqua che scorre quieto, è sempre una cosa piena di mistero, e sommuove gli abissi dell animo. H.H. La strada procedeva diritta, seguendo scrupolosamente la prospettiva. Un ragazzo camminava, solo, seguendo diligentemente la strada. Ai suoi occhi appariva come una V rovesciata; del resto lo sguardo umano è piuttosto incline a rovesciare le cose. Ci si dovrebbe adesso chiedere come il ragazzo apparisse sulla strada, se non altro per una questione di equità. Sui vent anni, bello di quella bellezza che è forza, energia, gioventù; di passo veloce e 7

9 allegro; di cuore leggero. Stava tornando a casa. Era la prima volta. L aveva lasciata tempo prima, per vivere. Immaginava già i grandi spargimenti di lacrime di sua madre. Facevano parte della festa. Diavolo, stava tornando a casa! Avrebbe rivisto i suoi fratelli, i suoi amici, forse anche la ragazza della porta accanto che un giorno -se si ricordava bene, era di maggio- gli aveva sorriso. E poi suo padre, la fontana della piazza, la collina che si lasciava intravedere appena dalla finestra della cucina, avrebbe visto la luna, la dolcissima luna, che sembrava sorridergli solo quando camminava per il sentiero di ciottoli a lui così caro, con la sua testa di ragazzino piegata all insù, tutta piena di pensieri complicati e bellissimi. Avrebbe incontrato ricordi che credeva perduti, e che erano invece appena smarriti. Avrebbe ritrovato i suoi luoghi segreti -il mio albero preferito, ti riconosco, sei tu, ci sei sempre. che bello poterti abbracciare ancora, il mio giardino, che mille e mille volte mi ha accompagnato attraverso mondi inventati per il solo piacere di esplorarli, e i fili d erba che sembrano sempre tutti al loro posto, la roccia vicino al fiume sopra la quale ci si sdraiava a guardare le metamorfosi delle nuvole, quel gradino che dà sul vialetto dove mi sedevo a leggere quando ero triste, quel pianoforte che non sono mai riuscito a suonare e che alla fine amavo, la mia finestra!, dalla quale ho visto nascere e morire tante volte il sole, queste mura, dentro cui senza che io me ne accorgessi, sono rimasti impigliati tutti i miei pensieri e i sogni di bambino, la parte di me più misteriosa. Pensando a queste cose, dondolava leggermente la testa e teneva gli occhi socchiusi. Se anche si fosse addormentato, pensò, sarebbe stata sua madre a risvegliarlo con un bacio, come un tempo. Stava tornando a casa! Ogni tanto gli balenava il dubbio di aver sbagliato strada, ma il dubbio subito svaniva: le indicazioni erano chiare. Imboccata la via, sempre dritto. Fino a casa. Certo, non si sarebbe immaginato che sempre dritto si dovesse prendere alla lettera: niente curve, mai. Se poi avesse saputo che di auto camion furgoni biciclette motorini persino di persone neanche l ombra, forse non sarebbe neanche partito. Almeno, non con l idea di viaggiare in autostop. Tuttavia c era il sole, il cielo anche, ed egli partì. Avrebbe potuto essere un soldato, intendiamoci, non che necessariamente lo fosse, ma sarebbe perfetto per la nostra storia. Un piccolo soldato che ritorna a casa con le sue piccole ferite, che il tempo ormai sta già iniziando a cancellare, e di cui, chissà, forse un giorno si potrà ridere. Con un piccolo zaino pieno di pensieri, e occhi grandi con cui divorare la strada, correre avanti al di là della linea dell orizzonte. Sì, perché lui correva, camminando. Correva come quando, bambino, tornava a casa la sera. Correva con gli occhi. Perché stava tornando a casa. Prati verdi e rigogliosi sorridevano quieti al cielo, campi accarezzati appena dal giorno si piegavano mollemente al vento, e popolazioni intere di girasoli volgevano il capo a seguire il passaggio del ragazzo, cosa che se non altro spezzava la quotidiana monotonia: guardare qualcosa, una volta tanto, che splendesse più del sole. Ma al di là di quel paesaggio che teneva in braccio la strada l orizzonte continuava placidamente a stendersi senza lasciarsi scorgere, più e più volte invitando il ragazzo ad avventurarsi oltre il confine leggero che separava dall erba il freddo asfalto. E lui a volte si fermava, guardando le infinite strade che si ricongiungevano intorno a lui come fossero ragnatele, cogliendone la bellezza quasi istintiva che un solo sguardo può dare, ed infine ripartiva. Mondi sconosciuti e fantastici ruotavano su orbite nascoste chissà dove, dietro prati e campi e popolazioni intere di girasoli, si toccavano e si ingoiavano a vicenda, volavano come i pensieri delle lunghe sere d estate, facevano ondeggiare le cime degli alberi e tremare le case, baciando il vento e le nuvole, regalavano costellazioni nuove al cielo e nuovi racconti agli uomini. Tutti i futuri possibili, tutti quelli che possono capitare, o che si può scegliere di avere, 8

10 quelli che ci rincorrono mentre noi ne inseguiamo altri, tutti i nostri giorni che ancora devono venire, e che ci aspettano proprio qui, dietro l angolo, al prossimo bivio: tutta quella massa indistinta di cose che ci impone di sognare, che fa incontrare la gente, ciò che rende il mondo un bel posto per viverci, quello che un tempo qualcuno ha chiamato destino. Ma c è il rischio di perdersi, era come se pensasse il ragazzo, davanti a tutta questa bellezza. Anche soltanto a guardarla, anche nella sua apparente dolcezza. Meglio continuare verso casa, per la strada più lunga, magari, ma che mi ci porterà. Riuscite ad immaginare qualcosa di più difficile, faticoso e contrario alla propria natura? Un uomo che procede seguendo una linea retta! Viene quasi da ridere. All altro capo della strada c era la sua vita, però, e sapeva per certo che non si sarebbe potuto sbagliare; perciò il passo si faceva sempre più leggero, e gli occhi rispondevano con un gentile riflesso agli inviti dei prati e dei campi e di popolazioni intere di girasoli, che ormai si andavano disperdendo in paesaggi sempre più nuovi e stranieri. Non si scorgevano frontiere, ma lui non si ricordava che ce ne fossero. Tutto bene. Senza alcun dolore o rimpianto aveva scelto e continuava ad ogni passo a scegliere il suo cammino, e il resto del mondo guardava soltanto. A rompere il silenzio era solo il rumore dei passi, che si diffondeva nitido attraverso l aria, come a preannunciare l arrivo del ragazzo alla casa lontana, suddividendo la distanza incolmabile in una ritmica successione di suoni, a tenere gli occhi chiusi lo avresti detto il tempo di una musica, magari un valzer, il battito di un cuore, il rumore di una solitaria goccia di pioggia che sfiora appena il mare e tuttavia lo scuote con tutta la sua forza. E se il piccolo soldato avesse perso le sue battaglie? Mi spiego: se le ferite e la guerra da cui fuggiva lo avessero ucciso, senza che avesse il tempo di accorgersene, di capire, quando ormai aveva già iniziato il suo viaggio verso casa, con la testa e col cuore dico, là al fronte? Una cosa che inizia si finisce, dopotutto. Basta non pensarci, e il dolore impallidisce davanti alla meta. Era come se la strada che finora aveva seguito si fosse sgomitolata ai suoi piedi e l insieme confuso dei suoi giorni si fosse disposto in bell ordine, sulla linea che adesso stava seguendo di buon passo. Resta da stabilire in quale direzione procedesse, voi direte, ma in realtà non è che questo importi più di tanto: una retta procede da entrambe le parti senza avere un origine e senza incontrare fine. Un illusione docile, una speranza estesa all infinito che rende forti con le sue promesse, un lentissimo raccogliere il proprio passato intuendo un futuro ormai irraggiungibile, come un labirinto rettilineo dalle pareti a specchio -che tutti quei meravigliosi paesaggi fossero un suo riflesso?- il tutto o il niente al di là di un orizzonte sempre più lontano. Ed essere felici e inconsapevoli di tutto questo, canticchiare sapendo che casa non può essere troppo lontana, ormai. Che essere insignificante sarebbe l uomo, senza la speranza! sarà quel che sarà, questa vita è solo un autostrada, che ci porterà alla fine della giornata. L.D. PROLOGO -Che assurdità!- esclamò d un tratto Alice, tenendo il dito puntato sulle righe del suo libro. -Perché mai si dovrebbe pensare di costruire un luogo così complicato, se poi basta un pezzo di spago per uscirne! E a che serve poi scriverlo in un libro senza figure? -Sai Dinah,- continuò -se avessero chiesto a me di costruirne uno, mi sarebbe bastata una linea, una sola!, che però proseguisse diritta senza arrivare in nessun luogo. che cosa ne pensi? Dinah la fissò in silenzio, e Alice riprese a parlare: -Facciamo finta che davvero io debba imprigionare qualcuno... vediamo. Bè, basterebbe 9

11 un cerchio, e tutto sarebbe risolto! Il poverino non saprebbe più da che parte andare, e ben presto finirebbe a camminare a testa in giù! Proprio così! Si, sono sicura che questo sarebbe il modo migliore, e stai pur certa, cara, che di queste cose io ho ormai una certa esperienza. A questo punto accarezzò la vecchia gatta, chiuse il libro e, dal momento che il caldo della giornata la faceva sentire un po instupidita, si sdraiò sul prato predisponendosi ad uno dei suoi meravigliosi sogni, in quel frammento di giardino chiuso dalla graziosa siepe circolare, proprio accanto al vialetto di sassolini bianchi che scorreva dritto in mezzo al prato, nel dorato pomeriggio inglese. -Perlomeno- disse prima di addormentarsi -sono riusciti a dargli un nome curioso: labirinto è una parola così buffa da pronunciare!- 10

12 2 Classificato LA DIDASCALIA DELL ULTIMO PERSONAGGIO RECA IMPRESSO ovvero macilente weltanschauung di Matteo Pozzi - 4 a I Un bambino sta seduto in una pozzanghera elettrificata argillosa di lacrime, e non sa perché piangere. Al centro del labirinto. Quel bambino sono io. Quel labirinto pure. Sono una delle persone più noiose e ripetitive al mondo. Sono una delle persone più noiose e ripetitive al mondo. Sono una delle persone più noiose e ripetitive al mondo. Quando non ho nulla di meglio da fare, dormo. Dormire, forse sognare. E se sogno, è in un Labirinto che mi pare di trovarmi. Bambino, al centro, nella sala circolare in cui convergono otto corridoi. E un sogno così sicuramente allegorico, che non lo riesco a capire. Al di sopra dell arco di ciascuna porta, è bassorilevato nella carne del mattone un numero. 0, 1, 1, 2, 3, 5, 8, 14. Da ciascuna porta entra un personaggio. Si muove male, come un cartone animato cecoslovacco, a scatti, non rispetta le leggi di conservazione della quantità di moto, come se volesse essere una fantasima sudario adorando, ma non ne avesse facoltà. ed io rido di: una vecchierella in grembiule blu che srotola il rosario, Shirley Temple in completino verde, un frate nel suo saio bruno, un pubblico ufficiale, un inquisitore, Bran Mak Morn guerriero iperboreo e uno chef francese. Dalla 14 non esce nessuno. I sette personaggi iniziano, palesemente ridicolmente, una danza macabra al terror muto; schiene mi girano addosso, distorsioni retiniche, curve castane mi tirano per le ciglia. Invece, il bambino che sono si fissa sulla porta vuota, fino a che qualc-uno-osa accenna finta l entrata in scena. A quel punto si spegne tutto come in una demo di introduzione di un beat em up Konami, l azione lascia il posto ad una sorta di presentazione individuale dei personaggi che ho visto. Mi compaiono a turno, su sfondo buio, precedute dalla immagine a volo di gabbiano di me al centro del Labirinto, le otto figurine ballerine. Leggo le didascalie dei personaggi inter_ Fuoco e fiamme, come in una gran fucina, scoppi e soffi fumosi, e quando il tutto si dirada è incominciata la vita, ed una fenice vi assiste, assiste alle caverne, all ergersi falloide di piramidi ed obelischi, agli omosessuali templi crisoelefantini, alle loricate conquiste e all orgioso imperio, al suo sudato disfacimento balbettante, alla confusa rettilinea oscurità, al molle e copioso tsunami redivivo, alle oppiacee novità ed infine alla saturazione. La fenice ha già visto il film, e ha la bella idea di cambiare canale inter_ C era una volta di cattedrale, su un pianeta che non potrebbe essere il nostro, che raccontava dai suoi affreschi una leggenda: su un pianeta che potrebbe essere il nostro esisteva un deserto roccioso, e nel deserto roccioso un canyon. Questo canyon aveva forme intricatissime, le gole scorrevano l una accanto all altra, l una dentro l altra, in circonvoluzioni elaborate, insomma, se fossi un pittore avreste già visto in esso un labirinto. Circolavano strane leggende sul conto del canyon labirinto, che fosse maledetto, infestato da mostri, dannato, così che la gente ne aveva paura. Passarono gli anni e i millenni, e in seguito a 11

13 trasformazioni geologiche, del canyon labirinto evitato e dimenticato si perse ogni traccia, fisica e mnemonica. Nulla rimase inter_ Il prete dice che senza resurrezione la morte di Cristo non comporterebbe fede Il soldato, dico io, non è d accordo Il poeta, bacco, battista, petruska, pierrot bene e male sorride. _nulla rimase, di modo che nessuno seppe quello che il canyon labirinto era in realtà. _la fenice si stanca del documentario alla tv e spegne. Ah sì, devo rincominciare, pensa. E imprime col polpastrello del pollice della sua umanissima mano ( a sua immagine e somiglianza, no? bastano gli arti), la sua impronta digitale labirintica, su un pianeta che potrebbe essere il nostro. E in un altro posto. _Legenda Labirinto con bambino: l Ollevrec, nostro dio 0, 1, 1, 2, 3, 5, 8: le virtù 14: (l anomalia) Il canto dell anomalo (EXTRA! EXTRA!) Ma il mio mistero è chiuso in me, il nome mio nessun saprà! Dilegua, o notte!...:) Tramontate, stelle All alba :) vi Ma ecco una scintilla dal buio della porta 14, alle spalle dell anomalo; che ha smesso di... (ACCECANTE LAMPO BIANCO FINALE, TITOLI DI CODA) 12

14 3 Classificato ORA DORMI... di Lucia Gardenal - 2 a I Ora dormi... Da oggi in poi sarò io a cullarti. Ho paura papà, e fa freddo. Fa freddo ed è buio, e il buio mi spaventa papà. Mi lasci qui, sola in questa mia vita, in questo immenso e intricato labirinto che mi travolge e mi abbraccia, stringe, soffoca come un vortice tra la sue pareti... Buonanotte papà. No, non mi perdo, non voglio perdermi, ma è buio e fa freddo: dove sei papà? Vedo le ombre della gente perdersi tra infinite colonne di marmo e trovarsi subito coi piedi sul soffitto cristallino e cammino, cammino, cammino fino a trovarmi di fronte a una parete, forse due, tre... diecicentomille... Non riesco a respirare: è così che ti sei sentito papà? Ci sono tante cose che avrei voluto dirti, ma il tempo è stato più veloce a toglierti la vita che a darmi la parola: un giorno, un gelido giorno d estate, mentre mi cullavi, ha sciolto con prepotenza il tuo abbraccio e ti ha trascinato via... per sempre. E ora qui. Non respiro. Stretta da alte pareti ombrose, lamine d acciaio che mi trafiggono, i passi come valanghe, le parole come il lamento dei venti che arrivano da nord. Posso scegliere, ma ho paura papà. Potrei andarmene, ma è difficile papà. Vorrei scappare, ma non posso papà. Ho con me una pesante valigia, ogni pezzo di cielo che ho trovato sul mio cammino dorme lì dentro. Mi trovo sola. Non so come uscire. In alto una stella, mi porta la luce, mi danno una mano, l afferro. Mi porta lontano. Sentieri tortuosi, lunghi e ripidi corridoi da percorrere; e ora qui, muri come specchi: vedo la mia luce in cielo, poi me stessa bimba, sola in mezzo al vuoto che mi hai lasciato, e la mia immagine presente e la tua... Sento il respiro di piombo, il battere sordo del cuore... Mi manchi papà. Sogna il tempo di rapire la vita, aggancia i corpi con gli uncini degli eventi e irrompe nell anima calpestandone le passioni. Una grotta laggiù, cava e sorda. Ci sentiamo soli contro il cielo, piegati dal destino, figli di una luna che sta lassù nascosta. E i nostri sogni arrancano e naufragano poi in fertili terre. E si nascondono in grotte tra lo scrosciare silenzioso di un fiume che corre. E io sarò per te quel fiume che ha raccolto tutte le speranze, correrò senza farmi sentire da nessuno, così lievemente avrai raggiunto i tuoi sogni. E piangi quando il mio viso si bagna di lacrime: sto portando avanti per te quel cammino che ti è stato sbarrato. Ed è così che mi riscaldo, papà. Ma qui è di nuovo buio papà. Credo ancora nelle fiabe. No, non ci credo: esiste un lieto fine? Non esiste il lieto fino, ma tutto ha un fine. Fine, fine come la fine di quel fiume, fine come la fine di una preghiera, fine come l inizio del buio, dei bivi, delle belle parole urlate contro tutti. Fine è la fine. Il senso di angoscia soffocato in un singhiozzo. Ora cammino su un lungo sentiero trasparente. Sotto di me i passi falsi, quelli che ho fatto o che avrei voluto fare, gli sbagli e quella marea di errori. Poi mi fermo e cerco di guardare profondamente lì sotto: vedo me stessa, vedo che in quel momento non ho sbagliato; eppure il vetro si è incrinato... il labirinto si stringe papà. Ritorna la mia stella. Brilla di un candore avvolgente, mi riscaldo trepidando con dolcezza. E giungo qui, il paradiso rinchiuso tra sciami di raggi solari, una stanza di vita inesplorata e acerba. Esiste, dunque, in questa scatola qualcosa di così straordinario? Esiste e mi travolge senza che mi sia dato il tempo di capirlo. La felicità è qualcosa di molto più improvviso, un inspiegabile fulmine che colpisce tanto velocemente quanto esiste. Ma la solitudine, la tristezza, papà, sono forze che arrivano da lontano e si sentono come il fischio di un treno: si avvicinano, crescono, dilagano. Sono 13

15 sentimenti logoranti, papà, e la loro negatività sta nel fatto che si è consapevoli che esistono in noi. La felicità non è così: sai di tenerla in pugno e non te ne curi. Pensi che sia eterna e non la tieni stretta. Non ti accorgi che è volata via fino a che non si spegne il sole intorno a te... L ho persa e non lo accetto, l ho voluta, non ho potuto trattenerla. Ascolta papà: lo senti? Il frusciare delle ombre lo senti? Scopro ciò che realmente sono coloro che vivono intorno a me... Percorro, uscita da quell Eden fuggitivo, un vicolo strettissimo. Lo vedi? Le ombre ai lati come statue, riconoscono l assenza dei miei amici; tu... tu non puoi essere realmente così. Ti riconosco e comprendo ora le tue scuse gelide e insensate a cui preferivo credere. E tu... mi scaldi quando la mia stella... Ho poco in cui credere. Forse che qui ci sia anche la mia ombra? Ho paura papà, ho il terrore di scoprirmi. E se fossi diversa da come credo? E se avessi poco di quello che penso? Ho paura papà, temo di conoscermi... Fa ancora freddo, papà, e non ho più la mia stella. Solo il vento che sospinge le nuvole soffiando, solo le nuvole sospinte dal vento che soffia. Avanzano. Lentamente si fermano. Indietreggiano velocemente. Così io. Torno indietro, cammino senza voltarmi e non so se fidarmi delle mie gambe: dove mi portano? Solo il suono del mio corpo che cammina in mezzo al vento: ulula. Uno sbattere di porte, un soffio gelido alla schiena; c è corrente quaggiù e devo cercare un riparo... forse lì in fondo... un angolo solo per me solo mio, soffice e caldo, materno. E primavera, il tempo si è fermato; sopra di me il cielo macchiato dal candore delle nuvole, il brillio del sole sbiadito dal fragile riverbero della luna. Dolce freme il mare disegna cristalli sugli scogli popolati da pochi gabbiani. Silenzio. Seguo le mie orme sulla sabbia. Ho preso ciò che è mio e lo tengo in pugno tra una manciata di granelli dorati. Ho fatto mio quel cielo e quelle nuvole, papà; ho preso quel sole e quella luna, papà; mi sono bagnata con l acqua di quel mare e ho lasciato le mie paure in custodia dei gabbiani. Volate via, su, in alto, sopra le stelle, sopra la notte, via da qui, via da me. Ora ho capito papà, ma ancora mi manchi e tutto torna gelido. Piove, papà, e sto correndo, corro, ma il tempo è più veloce. Voglio spazio, minuti eterni, voglio tempo! E difficile, papà. Accettare questa cosa. E terribile: nascere e scoprire la vita mentre tuo padre muore e capisce che non vivrà abbastanza a lungo per poterti vedere crescere. Ogni volta che mi trovo a percorrere questo intreccio di camere e corridoi sento l eco della mia anima: perché papà? Sento le sue risate cristalline che malignamente mi portano a soffocare i desideri. Non senti anche tu? Vorrei andare avanti, ma questo lo volevi anche tu e non è rimasto altro che la tua anima. Il corpo è fuggito, strappato da questo mondo: è rimasta la sua essenza che talvolta esala come un profumo la sua pienezza. Mi chiedo se sia possibile chiudere la tua anima in una scatola per tenerla con me sempre! Io il corpo, tu l anima, tu il pittore, io il dipinto: la mia vita lo specchio in cui puoi ancora vivere. Tutto è buio, riesco solo a sentire il tepore di un falò vicino, solo a capire che stringo ancora quei granelli, che sto realizzando i miei sogni. Ora dormi... da oggi in poi sarò io a cullarti. 14

16 Segnalazione Speciale Giuria IL LABIRINTO di Niccolò Manzolini - 5 a A Coro di ombre rosse del Tartaro: <Tu Minosse, re tra re, Giudice legislatore; Ora un orrido regno reggi costretto dal Caso. Prepararono un bagno, Le figlie di Cocalo, Dove le tue membra Bollirono nella pece. A causa di Dedalo Le ombre infelici Di quest orrido regno Amministri invece Dell impero terreno Che dalla piccola Creta L Egeo assoggettò. Svela il tuo mistero Degno figlio di Zeus.> Minosse: <Lemuri, siete morti e sepolti, parlare a voi é come fare due chiacchiere con una zolla di terra grassa. A che vi serve capire, siete morti. Lemuri, siete noiosi come una lezione paripatetica, di quelle tenute sulla morte e sulla deontologia del condannato alla cicuta... ma non farla tanto lunga e muori, dico io! Meglio essere schiavi ma vivi che regnare nell oltretomba, confessò lo stesso che disse: Meglio un giorno da leoni che cento anni da pecora. Sono costretto dite bene, che qui nessuno ci resta per diporto: un tal mortorio! Anche l umorismo, suprema dote dell uomo, alla fine, è da seppellire. D altronde qui si cerca di ammazzare il tempo in eterno, sapete, non si può certo restare luttuosi e castigati per l eternità. Così delibero: soddisferò le vostre aride menti. Chissà che non cambi, davvero, qualcosa. Non fu Dedalo a uccidermi, ma il suo simulacro, in primis; la sete di sapere mi perseguitò sempre, o meglio io perseguitai lei, antropomorfizzata nel mito; si sa il mito è una bellissima menzogna. Perseguitare Dedalo rappresentava la ricerca incessante della conoscenza, della fiammella di Prometeo e anch io, essendo fatto della stessa pasta un po gretta, terricola del titano sono morto nell incompiuto sforzo di farla mia, bollito come il fanciullo Zagreo. Ma quale fu la mia vera condanna, a parte avere per moglie una vacca? La ricerca che, per tutta la mia vita, compii dentro di me. La vita, concessa, non stiamo a dire da chi, all uomo, è una vita già conclusa, limitata, non lo nego; ma è un opportunità che va gustata per trarne piacere in ogni istante, poiché non ci si bagna due volte nello stesso fiume. Non è saggio colui che trascorre la sua esistenza a domandarsi Che cos è. Io ero re, ricco e potente, questo lo sapete, oh ombre. Invece non si dice perché non sta bene, che ebbi un sacco di amanti. Io credo che la 15

17 fedeltà sia la scusa degli impotenti, infatti non vi nascondo che tradii mia moglie Pasifae più che potei: ebbi Crete, la ninfa Paria e la ninfa Dessitea, Britomarti che preferì il mare a me, Peribea, Procri e altre; qualche tradizione aberrante racconta che contesi Ganimede a mio padre o che me la feci anche con quel bel tomo di Teseo. Insomma me la spassai più che potei. Ma poi anch io mi chiesi ti esti? e precipitai in una affannosa introspezione. Mi avventurai nella costruzione più complicata e inesplorata che sia mai esistita, una costruzione inevitabilmente legata al mio nome, matrice della tragedia umana. Il cervello non ricorda forse, anche strutturalmente, con tutti quei cunicoli incomprensibili, con le sue camere segrete, coi suoi recessi inacessibili, un labirinto? Avete presente la mia figlioletta, Arianna? Ecco lei con il suo buon filo, è la memoria, dote suprema dell uomo, mortale anch essa ed è per questa sua caducità, che ha bisogno del supporto cartaceo. Noi tutti scriviamo convulsamente pagine e pagine nell insulso, umano tentativo di trascrivere quello che troviamo nel nostro viaggio infernale attraverso la nostra mente, ma non si può spiegare; le pieghe della corteccia cerebrale non si possono distendere come una tenera pergamena. Quel poco che sopravvive grazie alla gentile Arianna, sono immagini, lampi di suggestiva intensità ma, ahi noi, inesprimibili. Si dice che Memoria sia madre delle Muse, intendendo che le arti, con la loro virtù metaforica, possono rappresentare queste immagini. E una menzogna. Anche il potente Apollo, che presiede alla suprema arte gnoseologica, la poesia, non rischiara ma abbaglia. Egli dovrebbe stracciare il velo. In realtà cambia la forma, ma l enigma resta: Conosci te stesso!, e che c è di nuovo? Bella forza! Ho passato tutta la mia vita a sbattermi su e giù nel labirinto, senza consultare nessun oracolo. Alla fine, del discorso e del labirinto, sta una cosa molto semplice, per assurdo; ed è proprio per questa sua lampante, corrusca semplicità che non è accessibile a nessuno. Anche quello che dirò ora, sarà soltanto la perifrasi della verità, l errore che ci è dato di conoscere, approssimativo ma di cui ci dobbiamo accontentare, guai a non farlo. A cosa servirebbe il mito altrimenti? In fondo, nel centro del labirinto, abita l aspetto primordiale dell uomo, l animale prima di essere sovraccaricato di razionalità, l istinto, il dionisiaco imprigionato nelle plastiche forme apollinee, l es: il Minotauro. Non vogliamo lasciarlo uscire, perché ci terrorizza e d altronde non possiamo, chi arriva al Minotauro non torna a raccontarlo. Quindi questo lungo monologo è solo un altra bugia. Il viaggio che si compie nel labirinto è solo un giro su se stessi, una tautologia, una trappola temporale che mi ha tratto in tentazione. Purtroppo il Caso ha predisposto che io fossi un esempio. Io sono solo un deuteragonista in questa tragedia, ma non conta. Il protagonismo è stressante. Quello che conta, ora, è la morale, perchè senza moralina finale non si vende: prendete la via larga e visibile, sempre. E ora avanti, bastardi, in fila, che prima o poi tocca a tutti!> Coro: <Minosse, re di Creta Giudice del Tartaro, Così hai risposto: La verità fa male. La verità è questa: Non abbiamo capito Proprio un c--o Questo è un bel finale.> 16

18 Concorso Letterario "Federico Ghibaudo Segnalazione Speciale Giuria L UOMO CHE CAMMINA SUL BORDO DI UN PALLONE di Stefania Giodini - 2 a D Guardate un uomo camminare sul bordo di un pallone. lo attende ancora la mano incerta del destino. Lo segue ancora l ombra di sé bambino Cosa cerca? Cosa trova? Non lo sapete. Ammirate l uscita del suo labirinto e, bramandola, lui l oltrepassa (ancora). Sta osservando l uscita del nostro labirinto. Mentre noi (curiose creature!) camminiamo sul bordo del nostro pallone. 17

19 Concorso Letterario "Federico Ghibaudo Segnalazione Speciale Giuria IO, ARTURO E LE COSE di Michele Manzoni - 5 a F Giro e rigiro e corrompo il respiro sul velo s è tolto un filo, Arturo è seduto sul selciato di coperte bianche tra le dita dei labirinti a tentar la cosa nella cosa della cosa. Per caso rendo il senso al soggetto mancato, dietro al senso dei sensi, sul corpo del concetto, han sparato, e ancora schivo, ti han colpito, Arturo, ruotando al centro dell istinto nel labirinto dell oggetto. [ruotando al centro dell istinto nel labirinto del concetto] 18

20 Concorso Letterario "Federico Ghibaudo Segnalazione Speciale Giuria OTNIRIBAL di Andrea Basile -1 a H Nella vita di tutti noi c è una costante che ci accomuna in una maniera sorprendente. Sì, proprio una costante, una cosa che è sempre uguale e non cambia mai. Dal momento del concepimento ci giriamo e scalciamo nella pancia di nostra madre senza sapere né perché ci troviamo lì, né cosa dobbiamo fare, né dove dobbiamo andare; tutto questo per nove mesi. Mi piacerebbe sapere cosa pensa un bambino quando aspetta la sua nascita dentro la propria madre: le sue sensazioni ed i suoi sentimenti. In molti pensano che un bambino, anche se una piccolissima cellula non si possa considerare ancora un essere vivente perché non ha assunto la benché minima forma umana, ma sono convinto che (Sì, lo so che quello che sto per dire non ha alcun fondamento scientifico, ma provate a seguirmi ugualmente), a partire da quel momento, comincia a porsi delle domande ambigue del tipo: <Ma Pippo Baudo esiste ed esisterà per sempre?>, oppure <Perché la CocaCola da Gigi costa mille e trecento lire e negli altri bar tremila?>. Ora, un bravo papà risponderebbe: <eh figliolo, queste sono le grandi domande della vita alle quali nessuno potrà mai rispondere>. Sinceramente se fossi quel bravo figlioletto proverei un po di rancore nei confronti di mio padre perché non mi accontenterei di una simile risposta; <essendo ancora una cellula piccola piccola ed indifesa ho bisogno di risposte chiare, pulite, proprio come un Glen Grant> (detto inter nos, sappiamo da fonti sicure che il pargoletto si appropria di sostanze inopportune dal cordone ombelicale), direi proprio così senza usare mezzi termini, e volete sapere perché? Perché come ho già detto, un bambino appena concepito non sa dove andare e cosa fare. La storia non è diversa dopo la nascita. La prima domanda che un neonato si pone è: <Ma come, ho passato nove inutili mesi a cercare la via d uscita per saltare fuori e non l ho trovata, però adesso sto riflettendo circa la via più comoda per tornare dentro la pancia di mia mamma>. Sapete il perché di questa affermazione? No? Ma l ho già detto: perché un bambino non sa né dove andare, né cosa fare. E facile criticarlo dicendogli: <Hai voluto la bicicletta? Adesso pedala!>, ma un bambino non l ha voluta la bicicletta al momento della nascita (naturalmente escludiamo casi particolari come Gianni Bugno o Marco Pantani perché loro la bicicletta l hanno effettivamente voluta) ed anzi, il pupo non chiede neanche il triciclo che gli viene puntualmente imposto perché tanto non sa dove andare con quell arnese che raggiunge appena i venti metri orari se non elaborato. Ora, voi tutti miei discepoli vi aspettate ch io cambi la direzione del tema e che rinneghi tutto ad un tratto le mie teorie freudiane, ma non sarà così, perché ormai ci sono dentro fino al collo e fin quando la neuro o il fucile di mio nonno non mi fermeranno andrò avanti ad illustrarvi il magico ed intersecato mondo che offre la vita. Eravamo rimasti al neonato? Ah sì, facciamo un bel saltino e passiamo alla veneranda età di quattro anni quando il bimbo s appresta ad iniziare il suo primo giorno di asilo... <Dai Junior, vedrai che ti divertirai con tutti i tuoi compagni dell asilo! Poi ho conosciuto la tua maestra: è giovane, è molto alta ed adora vestirsi con minigonne, magliette scollate, alti tacchi a spillo e per contornare il tutto ha dei lunghi capelli biondi che le arrivano fino a metà schiena>. 19

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