Fabrizio De Andrè, Nella mia ora di libertà

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2 E adesso imparo un sacco di cose in mezzo agli altri vestiti uguali, tranne qual è il crimine giusto per non passare da criminali. Ci hanno insegnato la meraviglia verso la gente che ruba il pane, ora sappiamo che è un delitto il non rubare quando si ha fame... Fabrizio De Andrè, Nella mia ora di libertà 2

3 Capitolo 1 La sicurezza prima di tutto Via del Corso, Roma, le cinque del pomeriggio, dal caldo che fa pare mezzogiorno. Non ci si crede, siamo alla fine di ottobre e non si scende sotto i 27 gradi, al Tg dicono che è solo un ondata di caldo e che la colpa ovviamente non è dell effetto serra. Trovo sollievo in un posto all ombra, un vicoletto; c è un palo con sopra un cartello, proprio all angolo, m appoggio. Un po di refrigerio alla spalla e al collo. Ah, sia lodato il divieto di sosta, ricoperto di pubblicità e figurine tutte scarabocchiate e un po sbiadite. L unica intatta è quella di Di Bartolomei, il capitano. Vi chiederete cosa sto facendo qui, appoggiato ad un palo mentre centinaia di persone inanimate fanno su e giù. Aspetto. No, non sono un imprenditore con la tipa conosciuta su un sito di escort che fa compere in uno delle tante boutique per non farsi beccare tra transizioni su conti di mignotte d alto borgo e regalini, e neanche quel poveraccio con lo zainetto beige sulle spalle e i lacci legati al petto, gli occhialini da sole e il cappellino nero, che si ferma davanti alle bancarelle che vendono magliette spudoratamente contraffatte di calciatori, made in china. Mi fa tanta pena nelle sue espadrillas in tinta con lo zaino, i figli biondissimi stanchi morti e la moglie paonazza al seguito. Sto aspettando i miei compagni. Sono andati a fare un prelievo. Per ammazzare il tempo mi rullo una sigaretta. Chi mi vede all opera fa una brutta faccia; i benpensanti in questi casi fanno sempre due più due capelli lunghi legati sotto un cappellino sbiadito, barba incolta rossiccia, occhiali da sole, vestito di un blu scuro tra pantaloncini stropicciati e maglietta di topolino il solito tossico! Si starà facendo una canna di sicuro che schifo! Magari, dico io, magari; ma visto quello che costano le sigarette oggigiorno, figurarsi un po d erba. Ormai l unica soluzione, è l autoproduzione, ma lasciamo perdere in questo momento ho altro a cui pensare e poi lo fanno già in tanti. Ho le mani sudate, cartine di merda, rollo alla bene e meglio ma niente, mi si rompe tra le dita, il tabacco cade e in parte mi si appiccica ai palmi delle mani, impreco; riprovo con un altra, prima però struscio le mani sui pantaloni e rollo nuovamente; ci sono quasi, lecco la cartina, la chiudo e la porto alla bocca. Cerco l accendino in tasca, frugo; suona il cellulare, un rumore infernale, l intro di highway 61 rivisited di Bob Dylan. Vediamo chi è che rompe. Mamma cell. Che vuole, ci siamo sentiti stamattina; rispondo. Pronto Mà, che c è, fai presto che non posso parlare, ti do dieci secondi dai, Mà dai che ho da fare Silenzio Mà, pronto Mà, è caduta la linea, mha Ecco Marco che esce -spengo il cellulare- ed ecco pure Manu. Però gli sta bene la divisa da strip-vigile che gli ha rimediato Franco dall Afgano a porta portese, le pistole finte nelle fondine prese a Cinecittà da Marco sembrano proprio vere, e loro, loro sembrano proprio due stronzi. Mi fanno cenno, tutto bene, c hanno messo poco. A proposito, dov è finito Franco? Intanto i due in divisa vengono verso il vicolo; eccolo, lo vedo, in sella ad un Ktm 250, che esce da dietro il chiosco del bengalese a qualche decina di metri dalla mia postazione. Marco sale, e prendono la via di fuga stabilita. Manu allungando il passo viene verso di me con disinvoltura, faccio finta di niente, fino a quando una volta imboccato il vicolo corriamo a gambe levate. Sputo la sigaretta appena accesa, ho il cuore in gola, non riesco quasi a respirare; a soli cinquanta metri da noi c è una ducati 695 nero lucido con telaio e rifiniture rosso fuoco che ci aspetta assieme ad una borsa e ad una bottiglietta di minerale riempita di benzina per bruciare la divisa e correre via. Ci siamo quasi, inizia a spogliarti dai. Manu si strappa la divisa di dosso mentre è in corsa, inciampa e cade; impreca e si rialza, fa qualche passo indietro per raccogliere il cappello che intanto 3

4 gli era volato via, l adrenalina non gli fa sentire dolore; gli lancio la borsa appoggiata alla ruota anteriore della moto. Infila tutto qui e andiamo! Cerco le chiavi, frugo, dove cazzo stanno maledette; accendino, tabacco, fazzoletto, chiavi cellulare.. eccole, eccole, chiavi, dai infilati il casco. E fatta, è fatta, sali!! Manu dietro urla, vai vai corri cazzo, corri. Ho l adrenalina a mille, un sorriso nervoso in faccia e le ginocchia premono come non mai sul serbatoio. E quasi meglio di una scopata. Manu in quel momento mi bussa sulle costole, non ci segue nessuno, passiamo da casa, ho lo stomaco sottosopra fai presto, tanto l appuntamento da Franco è per il Tg delle venti, i soldi ce li ha Marco e qui ancora non se n è accorto nessuno, il tempo di far sparire la divisa e siamo salvi. Io e Manu viviamo insieme, dividiamo l affitto, o meglio il subaffitto di una camera doppia. Oltre a me e Manu nell appartamento ci sono anche due ragazzi stranieri, per l esattezza uno spagnolo Luis e uno tunisino Hicham a cui il padrone di casa ha fatto un generoso e regolare contratto d affitto da seicentocinquanta euro con l aggiunta di trecento euro in nero per un totale di novecentocinquanta euro che i due hanno girato per poco più della metà a noi poveri afflitti, ufficialmente studenti lavoratori. In realtà io mi barcameno come posso facendo il barista al Tira, un circolino a due passi da piazza Bologna, quattro sere a settimana mentre Manu consegna pizze per Tonino s pizza, un disgraziato che lavora nei pressi della stazione Termini, e nel tempo libero quando non è impegnato a fare rapine studia medicina e fa il clown in pediatria. Vanni hai finito di rompere le scatole al lettore, cosa vuoi che gl interessi della tua vita prima di oggi pomeriggio, dai che non resisto, sorpassa il parente di Alemanno e portami a casa. Eh? Il bus, Vanni il bus, poi te la spiego, dai muoviti. Si ok, smettila di tirarmi pugni nelle costole però, rimetti le mani sul serbatoio e stai un po zitto che ci siamo quasi non lo vedi. Tanto tempo in giro per Roma, a studiarsi tutto città sul cesso e ancora non sa la strada di casa. Piuttosto Manu, appena arriviamo o bruci la divisa o la nascondi, basta che la fai sparire. *** Via Jacopo Belgrado, ore 19:50, abbastanza lontano dal centro, Franco abita tra questi palazzi da sette piani l uno. Un dormitorio da tremila euro al mq, austero, grigio, senza un filo d erba, a tratti marrone con merde di cane ovunque. I marciapiedi ne sono pieni. Qui la gente è apatica, non ci si conosce neppure tra vicini di pianerottolo; camminano tutti a testa bassa. Nel nostro palazzo le cose invece sono totalmente diverse, sarà la zona, le persone o il wifi perennemente libero, tant è che ci si conosce un pò tutti. Il migliore è l inquilino del piano di sotto Simone, una famiglia a carico, spasmi muscolari, tic e una simpatia e una disponibilità fuori dal comune. Per un periodo il thè delle cinque è stato il nostro rito quotidiano. Uno spasso! Franco abita al terzo piano del numero 43. La casa gliel hanno comprata i suoi e la divide con la sorella minore. La sua è una famiglia di imprenditori edili da generazioni, sperano che diventi un ingegnere di successo per passargli il testimone e andare in pensione. Ma ho come la vaga impressione che lui non voglia affatto fare questa fine, anche se al momento studia, forse per passare il tempo. Per ora la usa come punto di ritrovo per i pochi compagni del collettivo che fanno parte della frangia dei Senza Valori; non il solito salotto di fighetti e figli di papà dove disquisire sull organizzazione dello stato, su rivolte giovanili, burocrazia riforme referendum e cazzate di questo tipo; per quelle hanno inventato i circoli Pd e le sezioni dei giovani comunisti adiacenti alle università. In questo covo di cervelli più o meno sani, determinati ad eliminare l oligarchia e lo status quo, ci sono finito per caso. Colpa di Manu grande amico di Franco, (i due sono cresciuti insieme in 4

5 provincia di Firenze) che mi c ha portato la prima volta qualche mese addietro con la scusa di una partita di champions league e qualche birra rivelatasi poi la prima riunione della parte attiva del collettivo; ora non ricordo bene ma credo che l idea di rapinare una banca sia nata proprio quella sera da una birra di troppo e l unica cosa che mi sono sempre chiesto da allora è come qualcuno di cui non voglio rivelare il nome, Marco, abbia avuto l idea di utilizzare le divise da strip-vigile. L azione di oggi pomeriggio è stata il primo passo verso la rivolta. In tutta Europa i collettivi Anarchici, quelli sani che si occupano di chi non ha niente da mettere sotto i denti, quando non perdono tempo a smentire rivendicazioni fasulle di bombe carta fanno battaglie per strada, per sfogarsi dalla rabbia che portano dentro contro poveracci in tuta blu, messi a protezioni dei centri simbolici del potere con molotov fionde e sampietrini il più delle volte danneggiando se stessi. Di compagni senza dita se ne contano a decine, per non parlare di ustioni, gambe e braccia rotte. Per non parlare poi degli anni di galera. Idem per quanto riguarda quegli sbirri sottopagati e incazzati come belve, cani da guardia dei potenti, (non è un caso che la stessa cosa si dica dei giornalisti) istruiti fin da bambini alla lotta e alla repressione del diverso o come dicono loro, di chi non è normale. Ovviamente tutto questo succede per una mancanza di ascolto delle ragioni dei cosiddetti sovversivi, che vengono strumentalizzate a dovere da quattro canaglie represse, potenti che mandano via etere messaggi subliminali per mezzo delle bocche di opinionisti in giacca e cravatta che si fanno promotori dell opinione pubblica e dell amorale pratica del non sta bene, che in tv battibeccano dall alto delle loro poltrone e al calduccio delle loro vesti per confondere le idee a casalinghe e manovali stanchi dopo giornate intense di lavoro o periodi come questo fatti di disperazione e fame, supportati da giornalai di partito che sprizzano sconcerto, paura, disgusto e terrore da tutti i pori, costantemente, in nome della presunta sicurezza nazionale dell economia e del mercato accentuando l odio verso chi non ci somiglia allo specchio generando il caos; in un clima in cui la politica viene resa sempre più simile al gossip per distrarre. Annientandone la sostanza e sminuendone la potenza così da far sentire ogni individuo già insicuro e precario e oberato dai propri problemi personali e quotidiani inadatto a praticarla e a farne parte con le proprie idee, le proprie forze, la propria intelligenza, la propria dignità uguale a quella di qualsiasi altro individuo in doppio petto se non come un numero o una tessera a cui chiedere di esprimere un voto favorevole o contrario nel migliore dei casi; facendo passare lo Stato per un quartiere sudicio, dove i più abbienti, quelli che ce l hanno fatta e che già l amministrano da secoli, sono gli unici (perché senza bisogni) in grado di risollevarne apparentemente le sorti. Noi, vogliamo fare le cose per bene, siamo stufi degli scontri di piazza che non portano a nulla facendo affievolire nei vari collettivi impegnati nella lotta su strada il punto cruciale, l obbiettivo ultimo, il cuore del problema, il divario non solo economico tra ricchi e poveri. Parcheggiamo la moto davanti al portone. Citofono. Chi è? (metto le mani davanti alla bocca)polizia, aprite! Silenzio Franco sono Vanni, apri! Vaffanculo. Questa me la rendo stronzo. Entriamo nel portone e cominciamo a salire le scale; incrociamo una signora di mezza età tutta tirata in viso, rossetto acceso, trucco pesante sugli occhi e capelli nero pantegana che sta portando fuori il cane; indossa dei pantacollant scuri, una maglietta azzurra con un gilet dello stesso colore da cui sbucano delle cuffie bianche e infine delle scarpe rosa, starà andando a correre. Il cane abbaia, lei non sente niente, il volume è al massimo, le sorrido e guardando il cane le auguro di pestare più merde possibile. Manu ride. Gli do uno scappellotto e continuiamo. Arrivati da Franco la porta è socchiusa, entriamo. 5

6 Mentre ci salutiamo, lo stereo che sta sulla mensola sopra la tv passa Abbiamo vinto la guerra de Lo stato sociale. Ci abbracciamo, e mentre qualcuno tenta qualche passo ritmato, mi dirigo nel cucinino e apro il frigo per prendere una birra. Sullo sportellino del congelatore intravedo la sagoma dell orologio digitale alle mie spalle. Mi giro, sono quasi le venti. Marco spegni la radio, c è il tg, metti la tele sul due. Dov è Manu? In bagno Manu dai, ancora in bagno? Ti fa un brutto effetto rapinare banche? Dai che non t ha riconosciuto nessuno, avevi tanta di quella roba in faccia che pure tua madre in fila alle poste t avrebbe scambiato per il fratello brutto di Ruggero De Ceglie. Eccolo, eccolo, il tg, alza il volume Frà. Manu muoviti. Un attimo, mi sto lavando la faccia. Abbiamo l apertura. Rapina in banca in Via del Corso a Roma; due, travestiti da vigili urbani sono entrati in banca senza destare sospetti, hanno estratto le pistole e in meno di cinque minuti una volta immobilizzati i cassieri sono riusciti a rubare circa ,00. I malviventi, uscendo con la massima calma, si sono mescolati alla folla facendo perdere le proprie tracce. Si presume all interno della banca la presenza di complici, gli inquirenti stanno verificando i contenuti delle telecamere di sicurezza per scovare qualche indizio chiarificatore. Intervistata una turista statunitense che al momento della rapina si trovava nei pressi della banca ha dichiarato: non mi sono accorta di nulla, guardavo le vetrine, I like bulgari. Il capo della polizia intervistato telefonicamente ha dichiarato: Roma è una città tranquilla e sicura, questo è solo un caso isolato! Sarà un autunno caldo invece. Vedrai che ti combiniamo appena cominciano le prime manifestazioni caro mio. Mentre Manu disgustato dalla faccia di Manganelli in un immagine di repertorio rivolgeva queste parole alla tele, Marco stava contando il denaro da dividere in mazzette da cinquemila euro che tirava fuori di tanto in tanto dallo zainetto insieme agli elastici che aveva rimediato qualche giorno prima da un suo amico fruttivendolo. Non aveva sentito neppure una parola di quello che diceva la giornalista e aveva quasi finito di contare quando portandosi una mazzetta all orecchio esclama: Massimo, pronto sono Piero, abbiamo svaligiato una banca! Ragazzi belli, abbiamo quasi E tutti in coro ,00 Stupefatto risponde: Cazzo, veggenti No cretino, l hanno detto alla tele. Ridiamo come ebeti. Finita la birra Franco, porta la mano sullo stomaco e dice: dove si va a mangiare stasera? In frigo ho solo - guarda le birre sul tavolino- avevo, solo 4 birre. Ma sei matto? Ribatte Manu, uscire dopo oggi pomeriggio. Ma non hai sentito quello che ha detto il tg? Non ci hanno riconosciuto. Stasera prendiamo il tram da piazzale Dunant, scendiamo a Largo Argentina ed entriamo nel primo ristorante che ci capita a tiro. Questa la proposta di Marco. Va bene disse Manu però io e Vanni prendiamo il motorino di tua sorella che sta qui sotto, dobbiamo tornare a casa, la metro dopo le 21:30 chiude per lavori e i mezzi non mi va di prenderli, non passano mai. Non se ne parla proprio rispose Franco, quella se domattina non trova il motorino, chiama direttamente il 113, non scherziamo, voi stanotte dormite qui, c è il divano letto e domani con tutta calma ve ne andate. E con tua sorella come facciamo? Voi non vi preoccupate, se torna, e sottolineo se, visto che è andata a ballare anche stasera con le amiche, a lei ci penso io. Piuttosto Manu, invece di preoccuparti di Serena, prendi la sacca con i soldi, infilala nella rientranza dietro la spalliera del divano e andiamo. 6

7 Capitolo 2 Operazione Cachaça 51 Di solito nelle storie, come pure nei film si evita di parlare di momenti come pranzi e cene, pause morte nel bel mezzo del racconto, a meno che non vi siano colpi di scena come riavvicinamenti familiari, incontri tra amanti o omicidi e via discorrendo. Questa per quanto singolare e movimentata non può essere annoverata tra queste deprecabili categorie degne di sceneggiatori sciatti e va raccontata per forza per quella che è; vista anche la sua collocazione e gli attori, da qualche ora furfanti ricercati; e poi Manu si era offerto di pagare la cena, cosa alquanto strana e per questo degna di qualche riga. Una volta arrivati a Largo Argentina la decisione di dove si sarebbe cenato venne presa dallo stesso Manu appena messo un piede fuori dal tram: andiamo in Via del Monte della Farina, conosco un posto niente male, vi ci porto io, però prima devo fare una cosa. Devo andare a salutare un amico che sta all angolo di quella libreria dall altra parte della strada, aspettatemi qui. Lo vediamo attraversare, seguendo progressivamente con lo sguardo il suo andare spedito tra i semafori verdi. Davanti a lui un anziano poco lontano seduto su uno sgabello malconcio e con un bastone in mano agitava un bicchiere di carta rosso come quelli della coca cola per fare l elemosina ai passanti. Manu gli si avvicinò lentamente, il vecchio che lo aveva riconosciuto cominciò ad agitare il bicchiere e il bastone insieme. Manu raggiunto il vecchio si chinò per dirgli alcune parole vicino all orecchio; forse il vecchio era sordo tant è che poggiò il bicchiere in terra, si strinsero la mano e il vecchio fece un gran sorriso togliendosi il cappello per grattarsi la testa e poi il naso rosso come il vino che aveva nascosto dietro una gamba. Manu tornò da noi salutandolo con la mano una volta lontano, e dopo essersi acceso una sigaretta nell attesa del verde disse: andiamo, passiamo per delle viuzze secondarie, si fa prima. Qui i palazzi traspirano storia e muffa come quel vecchietto; ad alcuni non piace, a me si, mi fa sentire non so vivo. Lo assecondiamo senza dargli troppa retta e in un baleno siamo davanti al locale. Entriamo, un cameriere ci fa accomodare lasciandoci i menù, il tavolo è vicino all entrata, un ampia vetrata che sembra quasi una vetrina con al centro il logo del locale ben in vista. Qualche minuto dopo un secondo cameriere si presenta al nostro tavolo attirato da Franco, che nel frattempo si sbracciava per attirare l attenzione del primo. Cosa vogliono ordinare i signori? Manu sembra un po nervoso e gioca con il cestino del pane. Marco per prenderlo in giro sfogliando il menù gli chiede: vuoi che prendiamo un brodino così non spendi niente, spilorcio? Manu non fa una piega, ordina tranquillamente, poi guardando verso di me borbotta: e che ho un dubbio. Un dubbio? che dubbio -chiede Franco- abbiamo appena ordinato, li hai portati i soldi no? Si, si, li ho portati risponde Manu -togliendo una mazzetta dalla tasca con si e no 350 euro in pezzi da 20 e 50- ma non so se sono buoni. Perché non dovrebbero essere buoni, dove li hai presi? Dal monte premi di oggi pomeriggio, nella borsa non ci stavano e me li sono infilati in tasca prima di uscire dalla banca. Lo guardiamo attoniti, a Marco scivola la forchetta con cui stava infilzando una fetta di pane dalle mani e fissandolo con disprezzo gli dice testuali parole: l ho sempre detto io che tu sei tutto scemo, quelli non si dovevano toccare, te l abbiamo detto mille volte, non lo sai che ci possono rintracciare subito, brutto idiota, perché non li hai messi insieme agli altri quando eravamo a casa. Franco cercando di non perdere la calma ci chiede: quanto avete in tasca? Facciamo quattro conti e in tre non arriviamo a trenta euro. 7

8 Ragazzi, dodici euro costa solo il risotto ai funghi ordinato da Marco, qua ci fanno lavare i piatti intanto che chiamano gli sbirri. Facciamoci venire un idea. Mentre Franco diceva queste parole, e Marco continuava a fissare Manu, mordendosi le labbra e tirandogli calci sotto al tavolo mi venne in mente un episodio simile di qualche anno prima nel quale mi capitò quanto segue Era la mia prima volta a Roma, ero partito dalla Calabria per venire a trovare un mio cugino, Lele, che all epoca studiava medicina. Avevo all incirca 17 anni e un diavolo per capello. All epoca li portavo molto corti, quasi rasati, niente basette e sul mento avevo un pizzetto molto folto, per sembrare un po più vecchio. A dividere l appartamento assieme a mio cugino in un vecchio palazzo a San Lorenzo, c era un altro ragazzo, un biondino un po strano, fissato con alcolici e bicchieri che raccattava in giro per locali, di nome Falco. Ne aveva uno scaffale pieno sopra il quale teneva bottiglie di birra in quantità, di tutte le marche. Era un vero e proprio collezionista e per ognuno di quei bicchieri aveva una storia da raccontare, anche due se beveva più d un paio di campari-gin prima di cena e in tutte c era sempre una stangona bionda che lo mandava in bianco e a cui pagava perennemente da bere. La sera si usciva spesso facendo il giro dei locali, avevamo solo una settimana di tempo e ci tenevano a farmeli vedere tutti, o almeno quelli in cui ancora non avevano rubato qualcosa. L ultima sera, dopo l ultima cena a base di tagliatelle al ragù che avevo portato per conto dei nonni insieme al pane fatto in casa, formaggi, olio e l immancabile soppressata, riempiendoci una valigia più pesante dello zainetto in cui avevo messo tutte le mie cose, mi portarono a Trastevere, dove Falco aveva adocchiato un localino qualche sera prima passeggiando tra i vicoli lastricati a san pietrini e buche. Il locale, il Cachaça 51, si trovava e forse si trova ancora adesso, in un vicolo abbastanza stretto a qualche decina di metri da una piazzetta di cui mi sfugge il nome, con una fontana nel mezzo sopra tre o quattro gradini, con tutt intorno delle panchine in pietra e sui marciapiedi un groviglio di motorini. Il posto se non sbaglio è diventato famoso grazie ad una scazzottata tra ragazzine in un film per adolescenti disturbate. Di quel posto, il Cachaça 51, lo aveva particolarmente colpito, oltre al nome del noto liquore alla base della più nota caipirinha, la procace sudamericana al bancone dalle forme morbide, che era la vera attrazione del locale. Un buco con quattro tavolini e un paio di sgabelli di fianco al bancone. Quella sera il locale era semi pieno, l unico tavolo libero era anche in questo caso quello vicino all entrata. Stipate di fianco a noi, un gruppetto di Australiane niente male stava festeggiando il compleanno di una di loro, riconoscibile dal miniabito platino e dal nastrino con su scritto happy birthday che le cingeva i capelli sulla fronte. Assomigliava vagamente a Cicciolina, ma torniamo a noi Dietro di loro, appoggiato al muro, il solito cinese con una polaroid in mano cercava di convincerle in tutti i modi a farsi una foto. Noi intanto con un occhio consultavamo il menù; i prezzi per un cocktail decente oscillavano dai sette euro per un Manhattan ai nove e mezzo per un bloody mary. Io e Lele optammo per la specialità della casa, una caipirinha, tanto per andare sul sicuro, mentre Falco scelse un white lady, un cocktail abbastanza semplice, con un retrogusto al lime. Al cameriere che era venuto a prendere l ordinazione e a ritirare i menù, raccomandammo che le due caipirinha venissero servite nei bicchieri con sopra il nome del locale tanto per non destare sospetti ovviamente. Totale ventiquattro euro; avevamo già preso i soldi per pagare, quando portati i cocktails il cameriere non ci presenta il conto, forse distratto dalle ragazze ormai al terzo giro che lo strattonavano per il grembiule facendo un chiasso infernale; io le guardavo e ridevo quando una di loro con delle orecchie lampeggianti a forma di cuoricino in testa, un po bruttina e con degli 8

9 occhiali assurdi se ne accorse e si avvicinò; era un po brilla, diciamo quasi ubriaca e cominciò a parlarmi in inglese. Tra un farfuglio e l altro per quanto fosse ubriaca- mi fece una serie di domande del tipo: italiano? sei di Roma? che ci fai qui? sei uno studente universitario? sei molto carino lo sai? A tradurmi il tutto in un orecchio, visto che d inglese non c ho mai capito un acca, fu Falco. Io annuivo guardandola e con Falco attaccato all orecchio mi tuffai in un inglese incerto esordendo con vacancy vacancy. Lei rise, pure Falco, che nel frattempo si era staccato per sorseggiare il suo drink. Avevo detto: vacante vacante, invece di holiday, vacanza. Che figura. Lei continuava a ridere, non la smetteva più, quando ad un tratto alzando le maniche per mostrarmi le braccia piene di scritte e scarabocchi disse in inglese: vieni con me, andiamo in bagno. Io non capivo, fin quando una sua amica ormai ubriaca fece dei gesti molto espliciti portandosi una mano alla bocca, Falco intanto traduceva. La guardavo ancora una volta stupito, riguardai le braccia e feci due più due. Rifiutai, prendere malattie non era nei miei programmi quella sera, ma volle comunque che le firmassi le braccia ed io da stronzo qual ero firmai con un nome d arte: IO LA DO, bello grande e ricalcato. Lei non si accorse di nulla, sembrava contenta, mentre Lele e Falco ridevano a più non posso. Stavamo quasi per finire i nostri drink, quando non so come a Falco venne in mente di svignarcela e di non pagare, tanto per avere una storiella diversa da raccontare una volta messo il bicchiere nello scaffale, e poi diciamocela tutta, ventiquattro euro per tre cocktails erano un po troppi, anche per una capitale come Roma. Nel piano che avevamo elaborato su un tovagliolino del bar tanto per far sembrare la cosa credibile con tre omini sbronzi e a gattoni con una bottiglia in mano, io dovevo uscire per primo con la scusa di una chiamata sul cellulare e dirigermi verso la piazza, e li aspettare. Così feci, nascondendomi dietro la fontana in uno spazio dove dormiva in un angolo un povero barbone, che spaventai inciampando in una bottiglia di birra. Dietro di me a qualche decina di metri Lele con il bicchiere in mano (il mio lo avevo lasciato sul tavolo) percorreva il vicolo mentre cercavo in tutti i modi di chiedere scusa al barbone, che si stava agitando. Una volta raggiunta la mia posizione Lele fece uno squillo a Falco, a cui avevamo lasciato trenta euro nel caso lo avessero fermato. Dieci secondi dopo una figura con una maglietta rossa a maniche corte schizza fuori con un affare scuro tra le mani, inseguito da due tizi facendo lo slalom tra i passanti. Io e Lele nascosti ridiamo come matti mentre Falco correndo a più non posso taglia di netto la piazza infilandosi in un vicoletto con auto e motorini parcheggiati su di un lato riuscendo a disperdere così le sue tracce. I due energumeni che lo inseguivano non vedendolo più si fermarono visibilmente affaticati proprio sotto la nostra postazione. In quel preciso momento il barbone che eravamo riusciti in qualche modo ad acquietare stava per alzarsi imprecando tra le bottiglie vuote per cercare un altro posto dove sonnecchiare; avrebbe di sicuro attirato l attenzione, Lele gli fece cenno in tutti i modi di stare fermo tanto da arrivare a minacciarlo di morte in dialetto calabrese, incomprensibile per il barbone ma efficace nella circostanza. Pochi secondi di paura e i due energumeni tornarono al locale. Aspettammo comunque qualche minuto prima di uscire per sicurezza. Scampato il pericolo non ci restava che trovare Falco, quando scesi un paio di gradini ce lo ritrovammo davanti con i bicchieri tra le dita e la felpa scura addosso. Si era nascosto tra due macchine, disteso lungo il muro a qualche centinaio di metri dall imbocco del vicolo in una via traversa e non vedendo nessuno dopo neanche un paio di minuti aveva deciso di tornare indietro; pieno di segni su tutti i pantaloni. Bilancio della serata: un bicchiere cachaça 51 rotto, uno scheggiato, uno normalissimo tutto intero, e cosa non meno importante il conto era rimasto nel locale. Alcune cose però non mi quadravano, e per togliermi ogni dubbio gliele chiesi subito. 9

10 Come hai fatto ad usare la felpa come sacca per metterci i bicchieri? Facile disse, me la sono tolta e una volta fatti i nodi alle maniche c ho infilato i bicchieri e sono schizzato via. E nessuno se n è accorto mentre ti toglievi la felpa? Il barbone da dietro la fontana mugugnò distraendo Falco. Allora, nessuno se n è accorto? Ho improvvisato, ti ricordi che le australiane stavano festeggiando un compleanno, ebbene, hanno abbassato improvvisamente le luci, e una volta entrata la torta si sono accalcate tutte per cantare tanti auguri e io nel frattempo Si, ma com è che t hanno sgamato? Stavo infilando l ultimo bicchiere mentre stavo per uscire quando hanno riacceso le luci, uno dei due energumeni mi ha notato e me la sono data a gambe, il resto lo sapete. Si va bene Vanni, e questa è l operazione Cachaça 51, ma noi da qui come ne usciamo? Perché c hai raccontato questa storia? chiese Manu guardando fuori e sbuffando come uno che sta gustando una boccata di fumo. Così, per perdere tempo e poter pensare mentre aspettavamo il primo. Infatti pensavo siamo riusciti a fare una rapina no Parla piano, cosa gridi Dicevo siamo riusciti a fare una rapina in banca no Si Vanni e quindi E quindi tu ti preoccupi se devi uscire da un locale senza pagare il conto. Possibile che non ti viene in mente niente? Ora vi dico cosa si fa Il cameriere intanto si stava avvicinando con il vino. Allora, si fa così, Franco apri le orecchie e dimmi se ti garba. Ogni tanto uso l accento toscano viste le sue origini. Inforco le penne all arrabbiata che avevo ordinato e mando giù un boccone, verso il vino e bevo un sorso; poi continuo... allora seguitemi attentamente Marco e Manu escono per fumare una sigaretta appena finiscono il primo, io e te Franco per non destare sospetti restiamo qui e chiediamo al cameriere se si può ordinare il secondo, appena arriva ordiniamo ma tu esci con la scusa di dover fare una chiamata; non ti preoccupare il telefono te lo faccio squillare io. Una volta fuori dai un segnale e loro due cominciano ad allontanarsi; attraversi la strada e ti avvicini alla bmw grigia parcheggiata qui di fronte; fai scattare l allarme e scappi, io esco e ti corro dietro gridando al ladro. Ovviamente ci dividiamo, voi andate verso sinistra io e Franco corriamo verso destra e cerchiamo un posto dove nasconderci; ci ritroviamo tra 15 minuti a Largo Argentina per prendere l 8. Ok, ma che ora è? Manu, che vuoi sincronizzare gli orologi? Prendo dalla tasca il cellulare. E spento. Lo accendo. Marco che intanto aveva fatto la stessa cosa, dice: le 23,35. Digito il pin e aspetto. Ok ragazzi, per mezzanotte meno dieci ci vediamo a Largo Argentina, andate ora. Chiamo il cameriere Il cellulare squilla, due tre quattro volte; messaggi maledetti. Mentre sto ordinando il secondo, una bella bistecca ben cotta, leggo i messaggi. Due erano dei ti ho cercato di mia madre. Il terzo un ti ho cercato di mio fratello, il quarto, sempre di mio fratello, recitava così: E tutto il giorno che mamma ti cerca, papà è stato male, l hanno portato in ospedale, è meglio se vieni giù. Mi guardo intorno smarrito, Franco mi guarda e mi fa: Vanni tutto bene, dai fammi lo squillo che comincio ad andare. Rispondo con un flebile: si, si. Non squilla, vado lo stesso. 10

11 Lo guardo uscire, mi sento perso, il cameriere è lì impalato, aspetta la mia ordinazione, il suono dell allarme mi risveglia cazzo la macchina, schizzo fuori gridando mi stanno fottendo la macchina, al ladro, bastardo ti prendo, al ladro e come da copione inseguo Franco. Svoltato l angolo ci dileguiamo, lo raggiungo, e guardiamo se qualcuno ci insegue. Nessuno in vista. Ci fermiamo qualche secondo per via del fiatone nella rientranza di un portone, poi a passo svelto continuiamo. Franco ride, e mi da una pacca sulla spalla. Bel piano Vannino, bel piano. Frà, me ne devo andare. Eh? ma dove devi andare, la notte è appena cominciata. Devo tornare giù. Dai, non scherzare, chi è la tipa stavolta. No, non è uno scherzo mio padre è stato male, devo scendere col primo treno, l hanno portato in ospedale, se non è niente di grave risalgo, però ora devo andare. Allora non scherzi dai raggiungiamo gli altri, prendiamo il tram, e una volta da me vediamo a che ora è il primo treno, ti porto a casa, raccatti la tua roba e andiamo in stazione. Senti una cosa Frà, ce l hai ancora la macchinetta per i capelli? Si, ma che c entra ora? Devo rasare i capelli e accorciare la barba. E perché? E per mio padre con i capelli lunghi non gli sono mai piaciuto, dice che sembro una donna e poi dopo oggi pomeriggio è meglio cambiare aspetto, non si sa mai. Ah, un ultima cosa, per sentirci ti chiamo io, ancora non abbiamo deciso come impiegare quei soldi e vorrei dire la mia. Almeno per la mia parte. Vannino, Vannino, poi se ne parla, troviamo quei due e pensiamo a tornare a casa, e comunque te l ho detto come li vogliamo usare; quel regalino agli onorevoli ci sta tutto. Si ma è impossibile entrare, non so proprio come si potrebbe fare pur volendo, c è troppa sorveglianza. Secondo me è una pazzia, e non ve ne siete ancora resi conto. State puntando troppo in alto e con troppo poco. Non credo Vanni, è che bisogna pensare in grande, poi qualcosa verrà fuori. Contenti voi io la mia te l ho già detta prima del colpo Frà, lo sai come la penso. Secondo me bisogna continuare a svaligiare banche fissando una cifra da raggiungere, magari dilatando i tempi per non farsi beccare. In seguito farne saltare in aria qualcuna, vuota ovviamente, per tastare il terreno e innescare dei focolai tra i delusi e i dimenticati, quindi convogliare la loro e la nostra rabbia verso azioni di rivolta concrete, verso chi si è veramente arricchito sulle nostre spalle. Sento che ci si potrebbe riuscire Frà, e che questa sia l unica soluzione per avere il popolo dalla nostra parte una volta per tutte. Se mi sbaglio potremmo sempre rifarci una vita in Africa o in sud America, magari aiutando popolazioni indigene con i soldi rubati ai veri ladri. Vannino, tu sei più pazzo di me, mi ci vedi tra gli indigeni eccoli sono loro, lasciamo perdere sti discorsi, ancora non è stato deciso niente, se ci va bene al massimo costruiremo una catena di supermercati te la ricordi la canzone di De Gregori, come faceva tu da che parte stai, stai dalla parte di chi ruba nei supermercati o di chi li ha costruiti rubando, dai non mi guardare così, stasera sono contento, e non è momento di parlare di queste cose, su andiamo che c aspettano, bisogna dirlo anche a loro che parti. Si, ma non fatene parola con il collettivo a meno che non torno mi raccomando, pensa a ciò che ti ho detto. 11

12 Capitolo 3 Verso casa Stazione Termini ore 7:30. Un borsone pieno di roba in una mano, uno zaino sulle spalle e tanta ansia. Franco da buon amico, mi aiuta mentre faccio l inventario delle cose che non dovevo lasciare per nessuna ragione al mondo in camera e che dovevo assolutamente eliminare; parrucche, nasi e sopracciglia finte, piantine del centro storico di Roma e della banca, foto compromettenti e cose di questo tipo. Manu comunque avrebbe fatto sparire tutto qualora mi fossi lasciato alle spalle qualcosa, il mio era più un esercizio per tenermi sveglio. Mentre cerco il binario con gli occhi rivolti ai led luminosi che sovrastano l accesso ai binari, continuo l inventario ricordando le cose che avrei dovuto portare con me; Franco ripete bonariamente e un po sbuffando -tenendo i conti con le dita- le cose che elenco, mutande calzini e cintura, caricatore del cellulare, due paia di jeans e una felpa, tre magliette, la mia tuta preferita, la bandiera libertaria che mi ha portato sempre fortuna, computer, pipa e rasoio; libri. Franco, porca miseria Che ti sei dimenticato? Il fu Mattia Pascal sul comodino, e ora cosa leggo? Ma non abbiamo dormito per niente, cosa vuoi leggere su, e poi ne hai tanti nello zaino, appena poggi la testa crolli e ti risvegli a destinazione. Piuttosto, hai avvertito che arrivi? Con la pelata che ti ritrovi ora mi sa che neanche ti riconoscono. No, ancora no, non me la sentivo di mandare un messaggio a mio fratello in piena notte; t immagini lo spavento, come minimo avrebbe perso dieci anni di vita saltando dal letto, pensando subito a nostro padre. Siamo arrivati, binario 23, ecco il treno, ci si saluta qui Vannino, speriamo non sia nulla di grave. Grazie di tutto Franco, che giornata eh Mi sorride. Sali, fai presto che ti passo il borsone. Ci abbracciamo. Promettimi che state attenti e che non fate cazzate. Tanto torni, non c è bisogno di promettere. A me sta situazione pare surreale Franco, sta andando tutto troppo veloce, e poi non lo so se torno, se mi hanno chiamato vuol dire che sta veramente male. State attenti, e per un bel po non muovetevi; tieni lontano Manu dai soldi. Le cose stanno cambiando, in peggio purtroppo, tieni d occhio i ragazzi, ho sentito che si stanno organizzando per fare un gran casino. E se succede qualcosa torna a Firenze. Ok Vannino, fai buon viaggio e non pensarci. Ciao Franco, ci sentiamo presto. Il treno piano piano si riempie, nella fretta mi sono dimenticato di obliterare il biglietto fatto alle macchinette all entrata della stazione. Il controllore non dovrebbe fare storie. Non ho fatto neppure colazione, ho lo stomaco chiuso. Le due ore di riposo di stanotte mi hanno dato il colpo di grazia; solo ora sto smaltendo la tensione. Il treno è piuttosto freddo, ho i brividi lungo le braccia, le prime ore del mattino mi fanno sempre questo effetto anche d estate. Trovo il mio scompartimento, il posto è il 37, quasi al centro del vagone, obsoleto e sporco come quasi tutto l intercity, ma a me poco importa, farò una doccia appena arrivo; controllo sul biglietto di non essermi sbagliato, qualcuno è arrivato prima di me, una signora sulla cinquantina capelli castani raccolti, occhialino 12

13 con la cordicella, gambe accavallate e un libro in mano. La saluto con un cenno della mano e un buon giorno. Poggio la borsa sul sedile e tolgo lo zainetto dalle spalle; tiro fuori la felpa e la uso come coperta. La borsa la ficco semi aperta sulla mensola sopra la testata della signora in prossimità del finestrino, lo zainetto invece no, pensavo di usarlo come cuscino, ma dopo un paio di tentativi per sistemarlo al meglio mi rendo conto che è troppo scomodo per via dei libri che contiene e schiaffo anche lui affianco alla borsa. Il treno nel frattempo continuava a riempirsi. Davanti all uscio dello scompartimento un via vai di persone che facevano scontrare quasi di proposito i loro trolley. Un continuo scusi scusate scusi ronzava nel corridoio già saturo di gente ammassata senza il posto assegnato. Mi affaccio in corridoio, destato da un rumore poco lontano; due battibeccavano qualche scompartimento più avanti. Un tale aveva pestato i piedi di un altro con un accento straniero con posto corridoio per entrare nello scompartimento di fronte. Mi giro, borbotto qualcosa sul fatto che al giorno d oggi non si riesca ad ovviare a questi disagi e al fatto che la gente debba accettare dei posti in corridoio per fare un viaggio lungo cinque ore in un treno fatiscente e la signora evidentemente pendolare mi dice: chi tardi arriva male alloggia, la colpa è di tutti questi stranieri che non sanno proprio dove andare; che restassero al paese loro. La guardo sbigottito, non capisco l intromissione nel mio pensare ad alta voce; ma soprattutto il nesso. Mi siedo e penso sia meglio dormire, non ho voglia di discutere; nel frattempo entra un altro signore, occhialino da intellettuale anche lui, con la custodia di pelle scamosciata appesa al collo, giacca leggera, sottobraccio un giornale e in testa un cappello da signorotto dei primi del 900. Saluta, ricambiamo; mi volto verso il finestrino, coprendomi con la felpa fin sopra il naso. Gli occhi mi cadono sul libro della signora, che è seduta di fronte a me appoggiata al finestrino. E un libro di Moccia. Si spiega tutto penso tra me e me, ruoto gli occhi e già che ci sono, incuriosito scruto il giornale del signore, che si è seduto di fianco alla signora sul sedile centrale; la manica della felpa mi copre la visuale, non riesco a leggere il titolo, la sposto con il mento e leggo. La Repubblica. Un altro che si crede di sinistra, oggi tutti a me capitano. Partiamo, il treno si muove. Le carrozze barcollano a singhiozzo per i primi metri come un ubriaco al quarto gin tonic. Il solito ritardatario con quattrocento valigie si presenta alla porta dello scompartimento. E un calabrese come me, si sente da come dice buongiorno, gli do si e no trentacinque anni. Una volta sistemato affianco a me, dopo aver creato un po di scompiglio giocando a tetris con le valigie, fissa senza dire una parola il giornale del signore di fronte che nel frattempo lo aveva aperto per leggere le pagine dello sport. La prima pagina era interamente dedicata alle famose risate del premier francese con la cancelliera tedesca scaturite dalla fallace credibilità del premier italiano e di tutto il governo che lo sostiene. Ammetto di aver fissato quella pagina anch io, ma non ero attirato dalle facce ammiccanti e sorridenti dei due primi ministri in combutta, bensì dalla parola credibilità che campeggiava nel titolo. L informazione spesso manipola e abusa di parole improprie, sdoganando e stravolgendone spesso il significato. Credibilità l avrò ripetuta si e no una decina di volte come una ninna nanna e più la ripetevo e più pensavo Chi ha bisogno di essere Credibile? Si dice sempre con più forza nell ultimo periodo, l Italia ha bisogno di un premier e di un governo Credibili. Come se il popolo sovrano non avesse bisogno d altro che di un Re forte che poi se ci penso bene mi chi chiedo...ma a dover essere credibili, e quindi convincenti, non sono i bugiardi? I ciarlatani, i 13

14 venditori di fumo? E poi l Italia quando mai è stata credibile? L Italia non è forse il paese che ha inventato le banche per agevolare e legalizzare il lavoro degli strozzini, che ha avuto un ventennio fascista, che viene influenzato e manipolato tutt oggi da un potere che si nasconde dietro una tunica bianca che imbonisce e ammonisce le masse dall alto di uno scranno ricoperto d oro, che ha avuto quarant anni di democrazia cristiana dal quale ad uscirne senza ossa rotte sono state solo mafia ndrangheta e camorra accantonando per un attimo lo IOR. L Italia non è forse il paese degli attentati di Stato e degli omicidi di partito, e del debito pubblico più alto d Europa? Più ci penso e più mi interrogo. Mi viene fuori una frase, mi capita spesso nei momenti di vaga lucidità. Non ho carta e penna con me, prendo il cellulare e la salvo in bozze. La frase recita così: Ad aver bisogno di credibilità sono i bugiardi, gli onesti no per loro parlano i fatti. La leggo a bassa voce. Il vicino calabrese mi sente, è d accordo con me e mi dice in dialetto: chissi su tutti na maniata i bastardi, ladri lestofanti e puttanieri, na bumma ce volera intra chiru parlamentu. Che in italiano si traduce in: questi sono tutti uguali, bastardi ladri lestofanti e puttanieri, una bomba in parlamento ci vorrebbe. Annuisco. Non è la prima volta che qualcuno me lo dice, è un sentimento popolare molto diffuso, che viene sempre messo da parte il giorno delle elezioni purtroppo. Il tizio comunque potrebbe essere chiunque, non mi sbottono, lui continua, sempre in dialetto. Per comodità traduco direttamente in italiano: Una volta ce l avevamo fatta a toglierceli dai piedi (si riferisce al golpe borghese del 70) e a tornare ai bei tempi, solo che poi qualcuno all ultimo si è tirato indietro e ora ci troviamo in questo stato. E pensare che a questo, al cavaliere, l abbiamo pure votato e dicendo queste parole mi tocca il braccio. Mi passa per la mente una canzone di Rino Gaetano dove avevo sentito del golpe della forestale, come si chiamava ah si, Scusa Mary e mentre fischietto il motivetto cercando di non dare fastidio penso.. ma ha detto l abbiamo pure votato? Lo guardo corrucciato, questo mi ha scambiato per uno stupido fascista. Maledetti capelli rasati. Faccio finta di niente e mi limito nel dire: Io non voto, non mi piace delegare. Il signore con in mano il giornale, lo scuote un po, e guardandomi con aria supponente mi chiede: e sentiamo, perché non voti? Perché delegare è come masturbarsi, e a farlo regolarmente può succedere come è successo che qualcuno si scopa la tua libertà. La signora spalanca gli occhi e arrossisce, lui invece cambia pagina spazientito, non si aspettavano questa durezza da uno sconosciuto, sbuffa e legge ad alta voce: si paventa l ipotesi di un governo tecnico poi continua alzando gli occhi dal giornale: almeno ci togliamo di mezzo a Berlusconi. L incubo dei democristiani si riassume in quel cognome; gli stessi democristiani che hanno trovato terra fertile nella sinistra orfana di se stessa, flagellando la coscienza di classe e spezzettando il popolo in fazioni, favorendo la guerra tra poveri, facendosi il segno della croce e distribuendo pioggie di briciole per non sentirsi in colpa. Cosa non farebbero per tornare al potere annullare anche la democrazia apparente sputtanandosi una volta per tutte, fors anche con un inciucio, tenendo botta, purchè non si pronunci e non vi rientri quel nome o forse si. La vera democrazia è stata pur sempre una gravidanza non voluta, prima indotta ad un aborto e poi parzialmente accettata, come una figlia illeggittima. Questi sono soggetti veramente strani, se gli parli di democrazia diretta è come tirargli un pugno in un occhio, reagiscono male, diventano ancora più cattivi; si eccitano se gli parli di riforme e riproducono finti orgasmi multipli se gli sussurri liberalizzazioni all orecchio o l uscita di scena di Berlusconi ma solo in regolari elezioni. Come se il risultato migliorasse una volta invertiti o addirittura sottratti i fattori. Disconoscendo quelle proprietà, commutativa e invariantiva che ci insegnano alle elementari. Riforme, nuove forme, mai nessuno che pensasse alla sostanza. Provate con questo tipo di persone ad usare parole come globalizzazione, finanza, mercato, nelle accezioni negative, perché è solo così che possono ottenere la giusta rilevanza, e vi sbraneranno, come cani rabbiosi, sostenendo in maniera del tutto miope come unica soluzione possibile non si sa 14

15 a cosa -forse ad una effimera sete di ricchezza in alcuni casi o di un salario sicuro in altril unificazione dei mercati per promuovere lo sviluppo economico Europeo ; molto simile a quello accennato dal D azeglio e da molti altri scrittori prima di lui (in secoli in cui solo i ricchi -notoriamente privi di interessi- possedevano l erudizione per poter scrivere) nella sua Proposta per l opinione nazionale italiana, dove si auspicava l unità dei commerci nazionali, l abbattimento delle dogane e l adozione di un sistema uniforme di monete pesi e misure (vedi Euro) rivelatosi poi fatale e impoverente per il meridione, ad oggi dell Europa (vedi Spagna Grecia e altri paesi prossimi a dichiarare bancarotta). Criticato pubblicamente dall inascoltato Gramsci nell aprile del 18, che profeticamente aveva previsto questo risultato, il paese ha seguito il pensiero di D azeglio e di altri, scordando che in una fusione c è sempre una parte più forte, la quale col tempo soggioga e inghiotte l altra espellendone i resti dopo averne succhiato tutto il nutrimento. La tv, il lavoro, gli stessi giornali, hanno lobotomizzato i villeggianti di questo paese, tanto che al bar sorseggiando del caffè chiedono al barista a quanto sta lo spread, dopo aver passato in rassegna ovviamente tutto il calcio minuto per minuto, inebriandosi alla sera stanchi dallo stress quotidiano con talk show politici tutti chiacchiere e distintivo. Gli occhi mi si chiudono pensando a queste cose, mentre quei due, fermi immobili nei loro posticini, composti, si scrutano e dibattono sulle parole dette nella famigerata conferenza dai cosiddetti potenti della terra; fantocci della finanza creativa e del mercato dei derivati, dati in pasto al popolo per distrarlo. Uno dei due nell enfasi dello scontro dialettico dice: Berlusconi invierà un altro messaggio alla nazione in questi giorni per scagionarsi dal caso Ruby e per dire che va tutto bene. In quel momento mi ricordo di dover mandare un messaggio a mio fratello per avvertirlo del mio arrivo a Lamezia Terme nel primo pomeriggio, perdendomi la replica di colui che si era fatto trascinare in quella inutile quanto disdicevole conversazione. Sarei dovuto scendere più avanti, a Catanzaro Lido ma a causa di un alluvione improvvisa di qualche giorno prima il ponte sul fiume Amato era crollato facendo chiudere la tratta. Come nelle peggiori sceneggiature un treno regionale con a bordo una decina di persone, si trovava proprio li nel momento del crollo, accasciandosi su di un lato dopo averlo fortunosamente attraversato. La causa del crollo? Per la maggior parte dei calabresi è da imputare al volere del signore, che pare quel giorno fosse in vena di fare miracoli; per me invece è da imputare a chi ha cementificato tirando via la sabbia dal letto del fiume con la stessa avidità con la quale ha ridotto all inutilità i cervelli dei calabresi, un popolo manodopera, pronto a venerare l imprenditoria e a baciare i piedi degli ultimi feudatari. Ovvero chi controlla il movimento terra e l edilizia ed è nel giro della massoneria. Il messaggio l ho inviato, sistemo la felpa sul naso, spero lo legga prima del mio arrivo; cerco di dormire, speriamo il controllore non venga a svegliarmi chiedendomi il biglietto. 15

16 Capitolo 4 Ciao Pà Il viaggio stava per terminare, i miei auspici di dormire e non essere disturbato sono andati a farsi benedire molto presto, in compenso ho passato la maggior parte del tempo ad ascoltare un po di buona musica grazie ad un mp3 trovato per caso nello zainetto mentre ero in cerca di un buon libro da leggere e un goccio d acqua per l arsura. De Andrè nelle cuffie è un toccasana, mischiato a qualche buon pezzo di Dylan e degli Stones anche se la colonna sonora di questo viaggio se la sono meritatamente aggiudicata i The Zen Circus che con le loro canzoni mi hanno riportato alla mente tanti, forse troppi perché, che mi avevano portato lontano da dove stavo miserabilmente tornando. A volte certe cose le trovi sempre quando non le cerchi. Il più delle volte le metti da parte, senza pensarci. Un po come le parole di notte, quando vorresti imprimerle con l inchiostro su di un foglio per non perderle; ma in quel preciso momento non trovi la penna, accendi la luce, le parole fuggono, e tu speri in un arrivederci. La colonna sonora si era costruita col passare delle tracce in modo eterogeneo ma gradevole; assieme a Nati per subire, L egoista e Andate tutti a fanculo mischiate a molte altre canzoni degne di nota, dopo la stazione di Salerno ho avuto il piacere di poter ammirare un gradevole panorama. Sopra i bordi del libro che avevo scelto per diluire il tempo, al posto della pendolare un filo xenofoba, si era seduta una ragazza, dall aspetto semplice, non troppo delicato, ma piacevole, pensierosa, in quella posa da sognatrice, incantata forse, che non riusciva a staccare per nessun motivo gli occhi dall orizzonte fuori dal finestrino. Per tutto il tempo, non abbiamo scambiato una parola, ma il viaggio è risultato gradevole lo stesso. A volte parlare è superfluo, quando con uno sguardo quelle poche volte si può capire cosa vuole chi hai di fronte. E cosa voleva quella ragazza era chiaro; il silenzio. Guardo il cellulare, un messaggio di mio fratello: sto per arrivare in stazione. Penso, meno male, non mi tocca aspettare. Mio fratello si chiama Giuseppe, è più grande di me di qualche anno, ma da quando è piccolo per tutti è Peppe. E un tipo tacituro, spesso burbero, e da buon taciturno per mestiere non poteva che fare il marinaio. Con me fin da bambini divide la stanza, ma a parte questo non abbiamo mai avuto nessun punto in comune se non un minimo d affetto reciproco. Di lui a parte questo e un inutile descrizione fisica posso solo dire che non siamo mai andati particolarmente d accordo, e che su molti, moltissimi temi ci siamo sempre scontrati, evitando però di litigare, per lo meno in casa davanti a nostra madre. Il treno è quasi fermo, aiuto la ragazza a prendere le valigie dalla mensola; mi sorride. Ho voglia di chiederle come si chiama e di dov è, ma ripenso al discorso delle cose trovate per caso e messe da parte e mi sfugge l occasione; dovevo chiederglielo prima e fare conversazione penso- e alla fine non riesco a dirgli neanche arrivederci. Peppe è giù che aspetta, ha la faccia un po felice ed un po triste. Lo vedo dal finestrino del corridoio che da sulla banchina seguire con lo sguardo una ragazza poco più avanti; è sempre il solito, scendo e ci abbracciamo. Ovviamente la prima cosa che gli dico prima del ciao è: come sta papà? Se l è vista brutta-mi dice-, un infarto; ma ora sta meglio, è in ospedale. Gli devono fare un doppio bypass tra stasera e domani in mattinata. Oh merda, e me lo dici così mi ci porti subito vero? No, non conviene, il tempo di arrivare a Catanzaro e termina l orario delle visite; torniamo alle sette, per il turno serale. Non mi hai detto neppure ciao complimenti. 16

17 Ciao senti ma mamma, mamma dov è? E con papà, andiamo. Uscendo dalla stazione noto che ha parcheggiato nel posto per i disabili, proprio davanti alle scalette del sottopassaggio. Glielo faccio notare. Sbuffa, e contrariato mi risponde: oh Vanni scassa menu e sali in macchina; ti porto a casa, stasera li vedi. Poi per tutto il viaggio neanche una parola. Attaccato l mp3 allo stereo per noi parlavano le canzoni. Avvicinandoci al paese noto che il paesaggio non è cambiato di una virgola, se non fosse per le cave e per le villette a schiera che hanno trasformato la zona costiera nel villaggio dei puffi, ma giallo canarino. Abbandonata la statale 106 per la via di casa, cerco di guardarmi in giro per notare qualche cambiamento; arrivati nel centro abitato non noto nulla di strano. I pensionati digeriscono sulle panchine a bordo strada, come al solito, parlando quasi sicuramente dell ultima causa vista a forum e di quello che hanno sentito di sfuggita al telegiornale. Intravedo qualche macchina di vecchi amici. Ancora ne ricordo vagamente le targhe; di loro neanche l ombra però, saranno indaffarati in qualche cantiere nelle vicinanze penso. Manco da casa da un paio d anni, da quando è morta nonna, una delle donne più importanti della mia vita. Al solo pensiero nel naso sento l odore del sugo con le polpette che preparavamo insieme quando ero piccolo; spero non sia cambiato nulla in via Malacoppola. Una volta arrivati davanti l uscio di casa Peppe fa per prendere le chiavi, quando lo precedo. Ho le mie, gli dico. Non me ne sono mai separato, sono sempre state nel mio mazzo. Scendo dalla macchina, lui parcheggia, ovviamente sotto il divieto di sosta. Entro in casa, fortunatamente non è cambiato nulla, anche l odore è sempre quello; l odore fresco di mia madre. Quanto tempo era che non lo sentivo. L aria qui è diversa, ho qualche fastidio al naso. Ho voglia di un caffè, anche se ho un leggero mal di testa. Per prepararlo non ho nessuna difficoltà, tutto l occorrente da venti anni non ha mai cambiato posto. Metto la moca sul gas e nel frattempo porto la borsa in camera; anche qui niente è cambiato. Sul muro campeggia ancora la scritta El pueblo unido jamas serà vencido con affianco l immaginetta del Che su di un foglio di polistirolo in basso rilievo per via della bomboletta acrilica. Nella libreria i miei vecchi libri un tantino impolverati, dei profumi e la mia prima pipa abbastanza consumata. Sul comò un narghilè coperto da un capello nero e sopra il letto di mio fratello vicino all immaginetta della madonna la vecchia maglia della juve; mi giro ed alzo gli occhi, sull armadio c è ancora la chitarra con le corde rotte; non ho mai imparato a suonarla. Il caffè è uscito, si sente il rumore, corro in cucina a spegnere il gas, già l odore mi ristora. Lo verso, poggio la tazzina sul marmo della finestra, giro con il cucchiaino il miele messo precedentemente, sorseggio e guardo fuori. Da casa mia è tutto uno spettacolo. A fare da cornice in alto cingendo il cielo come in un dipinto i monti della sila piccola e a metà i vari paesini pre montani nascosti in parte dalle colline; abbasso lo sguardo e noto una macchia di sabbia verticale con un puntino arancione nel mezzo, poi un altra macchia; maledette cave. Lascio tutto com è, mi dirigo verso il divano e mi ci butto sopra a peso morto come i vecchi tempi. Peppe è appena entrato, gli dico che è rimasto un po di caffè anche se ricordo che lui di solito non lo prende. Mi si chiudono gli occhi, meglio riposare. Domani magari mi faccio un giro e ci vado. Alle 18:35 sono di nuovo in viaggio. Puzzo come un cane, ma poco importa. *** 17

18 Avevo troppo bisogno di dormire, non ho neanche disfatto le valigie. Peppe sembra tranquillo, non spiccica come al solito una parola, il vedere tra poco i nostri genitori gli da un aria serena; io invece ho una strana sensazione addosso, sarà perché non ho toccato cibo, sarà che gli ospedali come le farmacie mi fanno sempre un brutto effetto e mi provocano angoscia. Sarà per il trauma che ho subito da piccolo, quando ho preso in pieno un ferro arrugginito in mezzo agli occhi e una dottoressa che puzzava di sambuca misto a fumo mi ha ricucito dopo avermi anestetizzato bloccandomi sul lettino insieme a due infermiere. Ci penso mentre passo tutte le stazioni radio. Arrivati, parcheggiamo, questa volta sulle strisce vicino alla fermata del bus. Spira un vento infernale dalle parti dell ospedale e non capisco se i brividi che ho addosso sono per il vento o per la paura di vedere mio padre in fin di vita. Il solito ambulante all entrata cerca di rifilarmi un accendino. Peppe lo scansa, io gli regalo un sorriso e un buona sera anche se un poco amaro. Allunghiamo il passo, una volta entrati dalla doppia porta scorrevole l aria cambia; qui è sempre pieno di gente purtroppo. Incrociamo medici in camice bianco e sandali, che escono per prendere un caffè. Non mi piace, più vado avanti più mi innervosisco. Saliamo le scale e sento sempre gli stessi brividi, qui oltre ai medici alla macchinetta del caffè, tanta gente in vestaglia si intravede negli atri dei vari piani. Uno di loro mi colpisce particolarmente, è seduto quasi disteso con una gamba su di una panca appoggiato sia alla spalliera che alla sua stampella, ha un grosso panciotto e sembra sonnecchiare, ma sbava, secondo me sta male, non riesco a dire nulla, i medici e i parenti dei pazienti gli passano davanti inseguiti di tanto in tanto da qualche ambulante che cerca di rifilare qualcosa per poter campare. Arriviamo davanti la porta della camera di papà. Peppe, che mi guidava entra diretto. Io mi fermo un attimo fuori, tremo anche se cerco di controllarmi; mamma mi vede, esce e mi abbraccia. Sorrido e le annuso i capelli. Ha fumato parecchio. Che hai fatto ai capelli Vanni? Mi tiene le mani, non le rispondo. Come sta papà? Il medico ha detto che lo operano domani, ha detto che questi sono interventi di routine, deve solo stare calmo e non si deve affaticare per nessuna ragione. Entra a salutarlo. Mi prende per mano. Rimango fermo qualche istante, sbircio scostando il capo, poi entro. Ci guardiamo e per togliere l imbarazzo riesco solo a dire: Ciao Pà. Lui sbatte gli occhi, sorride flebilmente e contraccambia: ciao Vanni. Non diciamo altro, ci guardiamo come sempre, mentre mamma e Peppe parlano. Mamma come al solito gli chiede se abbiamo mangiato. Nel letto di fianco a quello di mio padre più vicino alla finestra un anziano signore apparentemente in fin di vita veniva accudito dalla moglie seduta al suo fianco; una strana signora dai capelli rossicci e arruffati con una sciarpa multicolore e una giacca rossa. Inizialmente non l avevo neppure notata, fin quando avvicinandomi alla finestra per cercare un po d aria salubre mi rivolge la parola. Puoi chiudere la finestra per favore. Senza obiettare lo faccio, dentro di me impreco, ma voltandomi le sorrido. Scusa sai, lo so che fa un po caldo, ma non voglio gli prenda qualcosa. Siamo in ospedale i germi giocano alla cavallina per i corridoi e l aria fresca credo sia l ultimo dei mali che possono nuocere ad un povero cristo, ma annuisco, è pur sempre una povera vecchina con il marito in fin di vita. Continuo a sorridere flebilmente. Mamma che per tutto il pomeriggio c aveva chiacchierato mi fa: Vanni la signora è una poetessa, dipinge; prima faceva l ispettore del lavoro, ora è in pensione. Lei annuendo incalza: tu che fai ragazzo? 18

19 Ci penso ultimamente mi sono messo a rapinare banche, potrei dirlo ma non posso far morire su due piedi mia madre mio padre la signora e il marito, così rispondo: studio lettere e scrivo. Tutto vero se non fosse che non sono la mia attività principale da mesi, anche se ho veramente la passione letteraria. E cosa scrivi? Racconti, chi li ha letti dice che sono dei picareschi, ma ancora non sono riuscito a pubblicare. Mugugna è una bella passione la nostra, l unico problema è che non si mangia scrivendo. Eh lo so lo so borbotto, però bisogna insistere, sognare e scrivere non costano niente, come pensare. Si dice che pensare è gratis no? Bravo. Io il mio sogno non l ho potuto realizzare, anche per colpa sua; con una faccia seria e col dito indice mi indica il marito. Vorrei resistere ma la curiosità mi assale, così glielo chiedo: qual era il suo sogno? Il mio sogno era quello di prendere un bel capannone grande, anche in affitto, riempirlo di bambini e di libri e fargli fare tutto quello che gli passasse per la mente. Senza educatori o altro; solo colori pittura e tanta carta, farli esprimere; fa una pausa pensandoci e continua e farli leggere, leggere tanto. Perché è solo con la cultura che ci si emancipa e ci si libera dai mali della società. Mi si illuminano gli occhi ad ascoltarla, se ne accorge, si toglie la sciarpa e me la porge dicendomi: pensa che questo è il mio sogno, se vuoi fallo tuo, anche se lo modifichi a me non importa. Grazie, ma non posso accettare...no davvero non posso Prendila su, fammi contenta... Dietro di noi mio padre diceva a Peppe qualcosa, faccio qualche passo indietro per ascoltare ma se ne accorgono e smettono di parlare. Nessuno fiata fino all ora di andare; stranito saluto mio padre, ci vediamo domani gli dico, saluto la signora agitando la sciarpa; mamma esce in corridoio con noi e ci da un bacio; gli chiediamo se ha bisogno di qualcosa, dice di no, ma ci guarda e i suoi occhi dicono: mi basta sapervi qui. La salutiamo e ci incamminiamo verso l uscita. Una volta fuori dal reparto fermo Peppe. Che ti ha detto papà che io non devo sapere? Stupidaggini. Tipo? Ha detto di tagliare le pesche se non ce la fa e di vendere i terreni, lo sai com è fatto. Che testa di cazzo. Mio padre ha 59 anni, e in testa ha solo il lavoro; ne ha passati a spaccarsi la schiena la bellezza di quarantasei, per vari padroncini, sedici dei quali da irregolare, mentre l ultima decina ha lavorato in proprio coltivando la terra. Da qualche settimana ha saputo che quelli come lui, i nati nel 52, non potranno andare in pensione prima dei 65 anni, a causa dei sacrifici che lo Stato ha appioppato sul groppone dei lavoratori, e questo credo abbia contribuito a farlo cedere. I terreni, due piccoli appezzamenti da poco più di un ettaro l uno, di cui parlava con mio fratello Peppe li abbiamo grazie a nonno Vannino Zema che ce li ha lasciati in eredità, il padre di mio padre, morto a 58 anni a causa di un ictus che l ha stroncato, dopo essersi spaccato anche lui la schiena tutta la vita per mandare avanti la famiglia cercando di progredire in qualche modo e migliorare senza porsi limiti. Per lui il lavoro era l unico modo per farcela. Militava nel partito comunista e dai suoi fratelli come da suo padre, quasi tutti democristiani o fascisti era visto come lo zappaterra, il cocciuto, la pecora nera. Era un uomo estremamente onesto, un tipo in gamba e scherzoso che non aveva paura di dire come la pensava, amante del vino e della boxe era uno che per togliere qualche ignorante come lui dal bar e portarlo in sezione era disposto anche a pagargli la tessera e caricarselo sul motocarro. Io purtroppo non l ho conosciuto ma chi ha avuto questa fortuna ancora se lo ricorda bene. 19

20 Mentre mi vengono di questi pensieri siamo quasi fuori dall ospedale, con lo sguardo cerco l ambulante, avevo bisogno di un accendino e frugando nelle tasche avevo racimolato qualche spicciolo. Peppe mi da un colpetto con il gomito; che diceva la signora che t ha dato la sciarpa? Niente, m ha parlato di un sogno e me l ha voluto regalare. Tutti tu li becchi quelli strani, ci fermiamo in una rosticceria qui sotto a mangiare quattro arancini, che ne dici? Se paghi tu, volentieri! 20

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