CI SENTIAMO VERSO SERA. di alessandro narduzzi Alessandro Narduzzi tutti i diritti riservati

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1 CI SENTIAMO VERSO SERA di alessandro narduzzi Alessandro Narduzzi tutti i diritti riservati

2 I Se questo mondo fosse una festa, non vorrei essere invitato, grazie, così penso leggendo i titoli dei giornali in un edicola, e io di feste me ne intendo. Riprendo a camminare. L uomo riflesso su quella vetrina dovrei essere io, ma non mi somiglia. Mi sono sempre visto più giovane, un ragazzo di vent anni potrei dire, o almeno è stato così per oltre un decennio, fino ad oggi. Anche guardandomi tutti i giorni allo specchio, tutte le mattine, lavandomi i denti, meticolosamente dal basso verso l alto, per quelli inferiori, e dall alto verso il basso per quelli superiori, così come raccomandato dalla mia igienista dentale, per tutte quelle mattine ho avuto vent anni, né un giorno di più, né uno di meno, tutte le mattine per oltre dieci anni, fanno oltre tremilaseicentocinquanta mattine, arrotondiamo per difetto a quattromila, per non contare gli specchi negli ascensori, nei locali, nelle case degli amici, e in quelle che ho fatto agli amici. Ma quello non sono io, leggermente imbolsito, stempiato, con qualche capello bianco che, timidamente, chiede il permesso di uscire, mostrarsi, fare coming out, gridare ai quattro venti, bello, guarda che il tempo passa per tutti, anche per i giovani, per quelli della tua età, così il capello bianco, forte della solidarietà di altri quattro o cinque suoi colleghi che in entrambe le regioni tempiali, fanno capolino. No, quello non sono io, chi sei, incorniciato dai lumi di tutti i tipi di questo negozio, di lumi appunto, chi sei tu, che per l effetto del cristallo, probabilmente multistrato, di questa vetrina, mi appari in tre, quattro, cinque, immagini sovrapposte, nell ostinato tentativo di metterti a fuoco, invidioso della lampada da tavolo, simil-design, che invece riesco a vedere bene, come tutte le altre lampade, che condividono con te solo la confusione di una vetrina cresciuta troppo in fretta. Vogliamo parlare delle borse sotto gli occhi, anche quelle, io non le ho mai avute, non così pronunciate almeno, e noto anche un leggero ingobbimento. Propongo un accordo, visto che sei entrato nella mia vita a gamba tesa, senza chiedere permesso, e senza nemmeno curarti di come l avrei presa, perché non vai tu, al posto mio, ad incontrare Padre Nunzio, mi solleveresti, e me lo devi anche, non si entra nella vita delle persone in questo modo, così violento, dovevi pensarci prima, dovevi farmi capire giorno per giorno, che stavo crescendo. Adesso vai. E percorro la strada fino alla fine della vetrina, e finalmente scompari, torno indietro e, riappari, vado avanti, torno indietro, scompari, riappari, ti diverti a prendermi in giro, a te cosa importa, riesci ad essere in tanti, anche nel piattume di quel cristallo, facilmente, mentre io mi sforzo ad essere uno solo, con l unica fortuna che la strada è semi deserta, e nessuno, o quasi, o spero, fa caso alla mia danza, al mio delirio. Mi muovo, e adesso ti vedo, da lontano ti vedo, mentre decido di non avvicinarmi. Sono in anticipo, penso. Ho ancora qualche minuto a disposizione e, li userò, per osservarti, capire o, tentare di farlo, cosa significhi, tu, dall alto della tua storia, monito agli innamorati, faccia di pietra colorata dal tempo, allora ti osservo, non ti sei ancora accorta di me che sono arrivato girandoti intorno, tu non ti accorgi, che mi siedo in un bar di fronte a te, che ordino una birra, piccola chiara alla spina, grazie, non ti accorgi, scusi, anche un po di noccioline, così io al cameriere, penso indiano, che serve ai tavoli, meglio affrontarti a stomaco pieno e, con i freni inibitori affievoliti dai pochi gradi della birra e dal caldo di questa giornata troppo calda per essere primavera. Penso, chissà se la maggior parte delle persone sedute in quel caffé stanno pensando a te, con la mia medesima missione, incontrarti, entrarti, così penso, allora li osservo, osservo la gente intorno a me, la gente, le persone, il mio prossimo, individui, la massa, piccola e media borghesia, alta borghesia,

3 proletariato, professionisti, studenti, nullatenenti, romantici, cinici, arrivisti, egoisti e, altruisti, cantanti, poeti, malfattori, puttane e, suore e, suore e puttane, mah. In sintesi dovrebbe essere umanità punto Devo passare il tempo e la birra finisce troppo in fretta, come le persone sedute ai tavolini di questo bar, come le noccioline, scusi, scusi, un altra piccola chiara per favore, così io al cameriere forse indiano che adesso ha solo me da servire, ed iniziamo ad intrattenere un qualcosa molto simile ad una conversazione, si chiama Nonhocapitocome, dice che al suo paese era contadino, plausibile, è arrivato in Italia dopo un lungo viaggio, che gli ho chiesto di non raccontarmi, per favore, e continua, facendo il contadino non riusciva a mantenere la famiglia, ha una moglie e tre figli al suo paese, così mi racconta, tra la pulizia di un tavolo e un altro e, allora è andato in città, anche questa non ho capito quale, si è messo a leggere la mano ai turisti, pratica che gli è stata insegnata dal nonno quando era bambino, ma, siccome i turisti scarseggiavano, anche così non riusciva a far campare nessuno. Il resto è straccio in mano a pulire tavolini. Ci sono cascato, quello che il piccolo forse indiano, si sarebbe aspettato che io facessi, l ho fatto. Gli ho chiesto di leggermi la mano, con la scusa di altre noccioline. Sei stato molto male quando eri piccolo, così lui e, adesso sei meglio, è felice per te adesso, ti sposerai e avrai due bambini. Così nonhocapitocome si chiama, si alza è continua nelle sue faccende affaccendato, gli chiedo quanto devo per il suo servizio, niente risponde con un cenno della mano. Non capisco se devo essere contento o no, il fatto che lui abbia indovinato una parte della sua lettura, significa che si avvererà anche la seconda o, si è buttato quindi non si avvererà niente o quasi. Tutti, da piccoli, in un modo o nell altro, sono stati molto male, complicazioni di qualche malattia esantematica, tipiche nei bambini, così saprò, oppure quando si è piccoli si fanno sempre dei giochi pericolosi rompendosi le ossa, forse, penso, non si riferiva ad un male fisico, forse pensava ad un infanzia tribolata, forse ho gli occhi stanchi, locandina di chissà quali acciacchi passati. Così riprendo a guardarti, o imponente chiesa, frutto della sapienza e della maestria umana, occupato come sono dalle parole del mio futuro acquisito, adesso ti guardo però in un altro modo, ora che conosco ciò che mi accadrà, già mi sembri diversa, e penso fatica sprecata, tanto non ti accorgi di me, con la moltitudine di turisti con cui hai a che fare ogni giorno, non ti sei ancora accorta che sono arrivato e mi sono seduto qua, non lo farai, come non ti curi di nessuno che ti passa davanti, con la sufficienza di chi tanto sa che prima o poi, bisogna passare da te, e tu attendi indifferente, come faccio io in questo bar, aspetto, ancora qualche minuto che devo riempire, allora cerco di condividermi nelle facce dei passanti, oh Amore, dio dell ingenuità, non mi abbandonare, e, penso, alle cose che amo di più, facendo il classico elenco, molto amato dai libri di genere: l inizio di Manhattan, le Variazioni Goldberg suonate da Gould, Happy Days, Pessoa, il sorriso dei figli che spero di avere in futuro come dice l indiano, Estate, il culo di Moana Pozzi, Sostiene Pereira, Harry ti presento Sally, Don Camillo e Peppone. Dieci, mi devo fermare a dieci, di sicuro ho scordato qualcosa ma non la posso fare troppo lunga, la lista e, mi accorgo che tra le dieci cose che amo non c è il motivo che mi ha portato qui, oggi, seduto, a bere birra, piccola chiara, sapientemente accompagnata da noccioline salate. Proviamo con le cose che non amo, anche queste, però, devono essere dieci, sono un giusto, così penso, Holliwood, i fonadmentalismi, la televisione di oggi, il gossip, la new economy, l esasperazione, la musica House, il wonder-bra e le mistificazioni in generale, forse questo vale per due, il commercio e, penso basta, non mi viene in mente nient altro da non amare, solo che in questo secondo raggruppamento, così sento, se cerco bene, perchè si nasconde, è subdolo, lo riesco a trovare il motivo che mi ha condotto qua, me come tanti altri, ad incontrare te, che mi farai ombra, sempre di più mentre mi avvicinerò, entrerò, percorrerò la navata centrale fino in fondo, attraverserò il transetto, mi lascerò la Cappella di San Brizio a destra e la Cappella Corporale a sinistra e, subito dopo, il Coro, dove mi aspetta Padre Nunzio, il parroco che prima di noi ha sposato i genitori della mia futura moglie, loro ci tengono tanto che ci sposi lui, avrete un matrimonio felice come il nostro, sarà di buon auspicio, così dicono, e dopo ha battezzato i loro figli, comunione e cresima. Un prete per tutte le occasioni. E così farò anch io, niente di nuovo, come hanno fatto in tanti prima di me, fanno e faranno.

4 II Oggi mi piove dentro, come tanti altri giorni che ho passato, ma oggi lo posso raccontare. Quando piove dentro di te è dura ma se piove anche fuori, almeno ti senti in armonia con quel tronco di mondo che ti gira intorno, penso. Oggi piove, mi ricordo. Oggi non piove pioggia ma umidità, così io, umidità che appiccica gli occhi al finestrino, mentre cerco di decifrare le figure che dall altra parte diventano grottesche. È un gioco e, perdo spesso. Ma oggi piove, così io, oggi io, grottesco, all interno dell auto, oggi sono io, con il diluvio che ho dentro e che mi ha mandato a puttane quelle poche certezze che mi sono coltivato in diciotto anni di vita. Poche certezze. Uniche certezze. Con le orecchie si ascolta e si riconosce, con il naso si odora e si riconosce, e continuo, con gli occhi si guarda e si riconosce, con la lingua si gusta e, si riconosce. Queste certezze. Poche certezze, penso, ma fondamentali, continuo. Con le mani, le dita, tocco e, oggi non mi riconosco, così ricordo. Basta solo un senso in tilt, e ti senti esterno. Non invitato. La festa è due porte più avanti, mi dicono, ma non ci arriverò mai, le gambe sono inchiodate come il tatto, le dita, inchiodate a questo sedile, così sentivo. Forse è il tempo trascorso da allora, tanto, che si racconta come un sogno da sudare, da mangiato pesante la sera prima. Forse è il tempo, che sicuramente aggiusta, ma qualche pezzo rimane fuori, come quando a quindici anni smontavo il motorino e, alla fine, a terra, c era sempre una vite, una molla, e il motorino perdeva colpi. Così è il tempo, forse, perde colpi, si distorce, diventa un film, dove non sempre mi sento protagonista, più il ricordo è lontano. Ma posso raccontarlo. Alieno, Non adatto a partecipare. Ci dispiace ma lei non è adatto a questo lavoro, ci servono persone capaci di interagire attivamente con l ambiente in cui vengono inserite, così mi sembra di ascoltare, immobile, e continua, non so chi, ma continua, si lei ha delle ottime referenze, e spigliato, conosce bene due lingue, è riconoscibile nel gruppo, ha personalità. Ma, non sente. Non sento. E la mia vocina che mi sta rifiutando continua, lei non sente, non percepisce. È una pietra. Che si dice dal regno minerale puntointerrogativo Sono una pietra, che però gira vorticosamente e, la mia testa con me. Verrò lanciato, forse, come fossi un maglio. Cerco di fissare lo sguardo e l attenzione su qualcosa di fisso, ma in questa cazzo di macchina niente è fisso, tutto gira. Non so come Carlo riesca comunque ad andare dritto, penso e, ricordo. Prima stazione. La quinta è quella dell ingresso di Sant Agnese sulla Nomentana e, all accenno di rallentamento, la fila di patentati al conservatorio inizia a suonare, mandandomi il vomito, di traverso. Carlo fermati, così io, mi viene da vomitare, e continuo, ora. La colonna sonora dei clacson delle automobili che ci seguono, mi impedisce di sentirmi. Non penso siamo ancora fermi quando, finalmente, riesco a dare il meglio che ho da dare. La pioggia che ho dentro. La pioggia che ho dentro. Faccio in tempo ad aprire gli occhi dopo la tempesta, e vedo la mia pioggia mischiarsi alla pioggia degli altri, dissolvenza, creando un numero imprecisato di rigagnoli di pioggia mista a pioggia e, biscotti della prima colazione, così io. Tutto è finito, la fila di orchestrali dietro di noi è passata, noi anche. Carlo ha accostato, forse senza freccia, forse ha inchiodato dopo il mio

5 avvertimento minaccioso di vomito in macchina, forse è per questo che i musicanti che ci seguivano erano così incazzati, per non aver avuto il tempo di riflettere, capire cosa stava succedendo, la gente ha bisogno di capire, vuole il tempo per capire, a volte lo reclama inerme, altre volte lo esige. O forse avevano solo fretta, e un coglione ha deciso di sentirsi male alle otto del mattino, ora di punta per l ingresso delle scuole e l apertura degli uffici. Ha deciso di sentirsi male in piena fila all altezza di Sant Agnese sulla Nomentana, cullato dal rumore dei tergicristalli che tentano di opporsi alla cecità della pioggia, vomitando davanti l ingresso di una chiesa. Poi passa, questo tempo passa, e la fila con lui, e la pioggia con lui, insinuandosi tra i sanpietrini e, come la pioggia anche il tempo s insinua, opponendosi alla diga creata dal mio evento intestino, e si insinua. Altre stazioni ci sono state dopo questa, altre fermate, altri clacson e tergicristalli, e pioggia e ombrelli, e bestemmie e, dove cazzo mi fermo, trattieniti se puoi. E sudore, e lacrime come sudore, e come ti senti, e radio-giornali, e semafori rossi, e la festa di questa sera, e incroci bloccati, e lava-vetri divini che senza posa continuano a bagnarci, e timori, e incoscienza, e voglia di tornare a casa, e mamma non c era quando siamo usciti, e solitudine affollata di lamiere e pistoni, e bambini per mano, e nausea. Altre volte ci siamo fermati, forse due, forse tre, penso oggi, forse l ultima davanti al pronto soccorso, siediti qua, io vado a parcheggiare meglio, così Carlo. Il dottore scrive nome e cognome, e sono io, indirizzo, è il mio, età diciotto anni, la mia, così lui all infermiera e, continua. Anamnesi. C è un letto libero ad otorino, lo ricoveriamo, ma posso raccontare. Fallo sedere accanto alla ragazza qua fuori, così il camice di cui non ricordo il volto, dice all infermiere appoggiato, stanco, sulla sedia a rotelle che mi ha carontato dalla sala d attesa del pronto soccorso, alla sala visita numero.boh. Vorrei ricordare di più, e, dove non ricordo, invento, così penso, perdendo la percezione della flebile differenza tra inventato e vissuto, sentito e raccontato, visione, visto e, osservato. Come una tromba d aria che raccoglie dal suolo tutto quello che trova, lo mischia, lo risbatte a terra nella loro definitiva nuova collocazione, fino all arrivo degli spazzini dell anima che lasciano solo poche cose, e la maggior parte di queste, poco interessanti. Mi gira la testa. Accanto la ragazza. Quale ragazza, ne vedo molte, e loro accanto ad altri uomini, donne, vecchi, tutti in attesa che il ciclone chiamato amministrazione sanitaria, ti restituisca il corpo per la definitiva sistemazione, così io. Ne vedo tante di ragazze, ora accanto a me, ed io in mezzo a loro, ma dicono che sia solo una, o almeno il camice che ha deciso il mio ricovero, così avrebbe giurato, ma io ne vedo molte. Tutte belle. È il male, oppure gli ormoni, che sono un male, penso, se non puoi dargli un seguito, e continuo a pensare, sono tante e, tutte belle. Come sto, sicuramente uno straccio, vestito di corsa, puzzo da vomito, perché di vomito ho parlato, non mi noterà mai e, se mi parlerà devo girare la testa dall altra parte, per non anestetizzarla con i fumi del mio ventre, e continuo, voltarmi, girare la testa, solo al pensiero riprendo a piovere e, penso, non è il massimo come approccio. Che sfiga. Diciotto anni, puzzolente, vestito peggio, con una faccia e delle borse sotto gli occhi, tanto grandi, da poterci mettere dentro tutta la mia vita, così io. Per non parlare dei capelli, quelli poi, già allo stato normale sono arruffati, incasinati, non posso nemmeno pensare cosa sembrano ora, se li potessi vedere, quindi almeno sistemare, forse potrei sembrarle almeno simpatico, così, se dovessi incontrarla fuori di qua, potrei dirle ti ricordi di me, sono quello simpatico seduto accanto a te, il giorno in cui ci hanno ricoverati, lei farebbe sicuramente una faccia sorpresa, poi sicuramente riderebbe, io le ragazze le faccio ridere spesso, stanno bene con me, dopo la inviterei ad uscire per parlare di come sta ora, di quello che ha passato, se ha avuto paura, questo è impossibile, a diciotto anni non si ha paura, si sta male e, basta.

6 I miei capelli, chissà come mi stanno, mentre lei è bellissima, o così mi sembra, loro sono bellissime. Sorride, forse mi ha sentito pensare, e ha trovato tutto molto divertente, l ospedale, l attesa, i malati, io che tento di piacerle, o meglio, io che vorrei fare qualcosa per piacerle o sogno di farlo, così io, appoggiando la testa indietro. Sorride, ma forse è una smorfia di dolore, dimenticavo che non siamo in discoteca, lei non è seduta sul divanetto accanto al mio, sorseggiando un Bellini, sta soffrendo e, se smetto di pensare a lei, si sentirà sicuramente meglio. Che cazzone. Mi viene da vomitare, ma dovrei inventarmi qualcosa da tirare fuori. Sono vuoto. Cos hai, perché sei qui, così i miei ormoni diventano suoni, musica, più precisamente. Ormoni, questi maledetti, si ostinano a entrare nei miei sogni, facendomi credere che sta accadendo veramente qualcosa, li odio, così penso, e, continuo ad ascoltare, ora il viso della ragazza seduta fuori la sala visita, accanto alla quale mi sarei dovuto sedere e mi sono seduto, è rivolto verso di me, in attesa, perché sei qui, continua. Moderata felicità. Scusa, non ti avevo sentita, così io, rivolto a lei, incurante o dimentico dell umore che proviene dalla mia decomposizione intestina, ma sembra non darle pena. Forse è solo educazione, penso e, continuo, non so cos ho, sto male, mi gira tutto, anche te, anche se mi fa molto piacere vederti girare intorno, questo lo penso, non lo dico. Ho anche vomitato, non so quante volte, così io, anzi scusa, non devo avere un aspetto piacevole, intendendo con questo anche l odore, ma non lo dico. La ragazza seduta accanto al ragazzo, seduto accanto a lei, non sembra fare caso al coacervo di brutture maleodoranti espresso così magistralmente dalla mia persona, come se la sofferenza che l ha portata fino a sedersi accanto a me, ma prima, le avesse ostruito i sensi, almeno la vista e l olfatto, come spero che le funzioni la chimica dell epidermide, grazie alla quale, e continuo a sperare, lei si è rivolta a me con elegante interessamento, mentre continua a girarmi intorno insieme con uomini, donne, vecchi, sedie, suppellettili, infermieri, dottori erranti di reparto in reparto, bacilli, mucose espulse, braccia rotte, nasi sanguinanti, astenici, non vorrei essermi dimenticato di qualcuno, nel caso così fosse, non me ne voglia nessuno. Sedia a rotelle. Un infermiere prende la sedia a rotelle sulla quale sono seduto e, mi parcheggia di nuovo, questa volta dall altro lato della ragazza seduta accanto a me. Lo ringrazio, penso, il lato destro della ragazza non ha niente da invidiare al suo lato sinistro, giusto per avere una panoramica completa. Adesso ti portano al reparto, così Carlo, io torno a casa, ti prendo quello che ti serve, pigiama, pantofole, vestaglia, spazzolino, e torno, conclude. È nervoso, lo vedo da come si muove. Forse ha paura. Io no, sono solo preoccupato di riempirmi la vista il più possibile con la ragazza seduta accanto a me, questa volta alla mia sinistra, me la voglio ricordare, così se la dovessi incontrare di nuovo, Roma è piccola in fondo, potrei riconoscerla, in realtà non riconosco mai nessuno, quindi non saluto. Lei me la voglio ricordare, così penso, sperando più nel fatto che lei si ricordi di me per via della mia faccia così particolare, dicono i miei estimatori, mamma e, forse, qualche altro parente stretto. Sei pronto, così l infermiere afferrando da dietro, o da tergo, come direbbero adesso i commentatori di calcio, la mia sedia a rotelle e portandomi verso un uscita diversa dall entrata, dove, così le voci di corridoio, si dice mi stia aspettando un ambulanza per portarmi al reparto di Otorino-laringoiatria. È stato tutto così veloce, l infermiere, mio fratello, tutto, che non sono riuscito a salutare la ragazza seduta prima alla mia destra, poi alla mia sinistra, e così anche lei, non mi ha salutato, nemmeno un imbocca al lupo, niente, penso mentre l ambulanza parte, accanto a me un infermiere, un altro. Non le ho chiesto nemmeno che cosa avesse, cazzo. Sempre così, perdo l attimo. La testa mi gira adesso velocissima, la nausea mi ha riempito fino alla punta dei capelli, trovandola seguendo un percorso tortuoso. Vomiterò dentro l ambulanza, così penso, ma non succede, faccio

7 in tempo a scendere, davanti l edificio dove si trova la mia destinazione, e regalare all umido asfalto quello che ho di più intimo e, più puzzolente. Di nuovo, qualche millilitro di succhi gastrici. Riesco a essere divertito.

8 III Ombre di consigli mi assediano, ma forse mi è rimasta una canna. Oggi mi laureo. Fra qualche anno capirò che non è il matrimonio il punto di non ritorno, il momento in cui si cambia vita, così penso. Non è il matrimonio il luogo dell incertezza, non è il matrimonio il momento in cui il timore di non conoscere quello che perdi e pari solo al non conoscere quello che forse avrai, così io anni dopo adesso. Che filosofo diventerò. Sorpresa. Il matrimonio è un momento sopravvalutato, indebitato di aspettative sempre disattese. Ma lo saprò solo domani, oggi lo immagino solamente, ma sul matrimonio ci tornerò più avanti. E comunque, non è il matrimonio l unico evento in cui parenti stretti o amici, ti arricchiscono delle loro esperienze, pillole, meglio perle, della loro vita, grazie alle quali ti sentirai sicuramente più preparato ad affrontare quel sincero momento di solitudine che riesci a condividere con una moltitudine infernale di volti appiccicati alla rinfusa a carne sostenuta da ossa. Giammai meno solo, di quando sei solo. Ho scoperto, ma solo più avanti, al termine del mio sonno, che questa tradizione, così continuo a pensare tra un tiro e l altro, si ripete ad ogni prima occasione. Ogni prima di qualsiasi cosa. La prima uscita con una ragazza, la prima scopata, il primo esame, e prima ancora il giorno prima della maturità, e così via fino alla laurea, al matrimonio e al primo figlio. A tutto questo, si aggiunge chi, con le tue medesime esperienze, si sente investito di chissà quale compito divino, penso, per il quale si crede autorizzato a saperne più di te, non si sa di cosa, ma di più. Ho imparato inoltre, che il primo, come momento, rappresenta solamente il vertice della piramide, subito sotto ci sono dei sottoinsiemi di occasioni, e anche questi mete di pellegrinaggio di meno convincenti dispensatori di consigli, e così via fino ad arrivare alla base della piramide, ad appannaggio però, di meno fortunati, o, come li chiamo io, dei cosiddetti giornalieri, ovvero personaggi che leggi come si legge un quotidiano, poi si lasciano mettere via, buoni comunque per accendere il fuoco. Il vero momento x è la laurea, il grande giorno in cui dovrò sintetizzare il mio percorso didattico maturato in otto anni di studi e, non solo. È la laurea, il momento in cui mi si è spenta la canna lasci il paradisiaco limbo dell incoscienza e dei sogni, e delle ragazze cercate, a volte trovate, ma il meglio e cercarle, così io, e delle nottate passate camminando dietro a Santa Maria della Pace fino al mattino, e del respiro dell alba sul tavolo da disegno. Amici gia dati, mi hanno mitologicamente parlato di stomaci strillanti e viscere subdole nei momenti subito precedenti la discussione, anzi fin da casa, ricordo, e, ricordo, nulla di tutto questo, a me. Grazie canna, presto riaccesa, anche se non sono sicuro che sia merito tuo, ricordo e penso, guardandola, seduto sulla tazza del cesso. Ore sette, doccia e apertura di finestra. Hai finito amore, così mia madre, non fare tardi oggi, noi siamo quasi pronti. Non è necessario che voi veniate con me, io vado prima per portare le tavole e fare l appello, ma non penso di essere il primo a discutere la tesi, voi potete fare con calma, mamma. Figurati, papà ha gia le chiavi della macchina in mano, mi grida mia madre da dietro la porta del bagno. Cosa c è di meglio, dopo una canna, di una doccia rigenerante, prima di discutere la tua tesi di laurea.

9 Ena ti ha stirato il vestito, ma quale vestito, così io a mia madre, il vestito che ti devi mettere. Non mi metterò nessun vestito, pantaloni e camicia, c è troppo caldo. Ti metterai il vestito, ti ho preso anche la cravatta. Se non mi metto il vestito, figurati la cravatta. Hai deciso di farmi arrabbiare proprio oggi che si laurea mio figlio. Il tuo figlio che si laurea sono io, e non ti voglio fare arrabbiare, a te deve interessare che mi laureo, non come sono vestito. Anche quello conta, specialmente quando sarò vecchia, e rivedrò le fotografie di oggi, come saresti bello in giacca e cravatta. Mamma, per quando sarai vecchia, le fotografie della mia laurea si saranno sicuramente perse. Io ho fatto, sono pronto, ci vediamo all università. Carlo e Costanza vengono qui o direttamente là, chiedo. Stanno arrivando, perché non li aspetti, andiamo insieme. Mamma devo andare, ciao. In che aula è, dove ti troviamo. Ci sono attaccati gli elenchi in bacheca, ciao. Chissà se la macchina parte oggi, penso e, tento di accendere. È partita. Serbatoio pieno, mezzo pacchetto di sigarette sul cruscotto della mia mini clubman, e le tavole, frutto di un intenso mese di lavoro, dietro, scarrozzate da me. Un mese di lavoro, di intenso lavoro appunto, non tanto mio, quanto della ventina di persone che si sono avvicendate per aiutarmi. Tutto è nato quando, un mese prima di discutere la mia tesi, ho chiesto al professore di cambiare il mio progetto, visto che il precedente era ormai arrivato in un punto di ristagno progettuale. Se te la senti, provaci, così il mio relatore. Me la sentivo. Con l aiuto di una ventina di amici, me la sono sentita. Dalla prima settimana, telefonava gente a studio dicendo, so che lì vi divertite, posso venire a dare una mano anch io, così dicevano. Alle fine c erano quattro o cinque persone, chi faceva la facoltà di lettere, chi economia e commercio, mi ricordo che c era anche un avvocato, tutti insieme a preparare una tesi di architettura. Io giravo per i tavoli. Marzio si doveva occupare del plastico in creta, ma spesso si finiva con palle di creta attaccate ai muri, e, una sera a settimana, grande festa. Si, perché con Marzio siamo diventati dei veri organizzatori di feste, grandi feste. Dalle prime per il pomeriggio, alla sera. In seguito ci siamo uniti ad altri organizzatori di feste, diventando i più forti elargitori di divertimento sulla piazza. Tutti i locali e localari ci vogliono, ma noi andiamo solo dove ci divertiamo, non è una questione di soldi. Più non è una questione di soldi, più si guadagna, strano. Le prime feste in notturna le facevamo in un locale che si chiamava il Casanova, a piazza della Maddalena. Oggi non esiste più. Vicino al Casanova c era un bar, le Cornacchie, dove penso, si riunisse tutta Roma prima di andare da qualsiasi altra parte, o in qualsiasi altra festa, la piazza era piena, non ci si muoveva. Certe sere, quando non c erano feste, io uscivo da solo, mi muovevo di casa verso le undici e mezzo, e andavo alle Cornacchie, lì incontravo tutta Roma e, tutta Roma incontrava me, si spacciavano biglietti per la prossima festa, ci si invitava alla festa a casa di qualcuno a Port Ercole o Ansedonia, queste ultime quasi sempre a casa di Marcello, in occasione dell inizio dell estate o per la fine. Le feste più belle alle quali ho partecipato, ricordo. Marcello e Luca arrivavano prima per preparare la sangria, alle otto di sera, prima che la festa iniziasse, erano ubriachi come zucchine. Meravigliosi. Dopo qualche anno, le Cornacchie non andavano più, così come il Casanova, e nella piazza era rimasto solo qualche fedelissimo, romantico dei tempi che furono, qualche distratto che non si era ac-

10 corto del cambio di giro e qualche ritardatario. A Roma funziona così, i locali hanno una vita molto breve, al massimo un paio di stagioni, e poi, il diluvio.

11 IV Faccio in tempo a sedermi sul letto, e, senza dovermi sforzare, vomito un altra volta. È la terza da quando sono entrato nel recinto dell ospedale. Il reparto di Otorino sembra in ordine, rispetto alle fantasie che in questi anni mi sono fatto sugli ospedali, è pulito, gli infermieri sono in divisa, divisa da infermiere, impeccabili. Nella mia stanza ci sono sei letti messi di fronte, in batterie da tre, tutti occupati da colleghi con le più fantasiose patologie, setti nasali rotti, o forse si tratta di plastica, non ho ancora indagato, un signore anziano con dei tubi infilati nel naso che rantola rumorosamente. Questa notte non dormirò, penso. C è anche un timpano perforato, questo l ho chiesto durante un intervallo più lungo tra due conati, il resto potrebbero essere tonsille o adenoidi, o chissà cos altro, non mi interessa, sono i dirimpettai, altra gente. Insomma, sembra che tutto funzioni qua dentro, mi dico, tutto tranne me, mi sono riuscito a sporcare i pantaloni. L infermiera è gentile, mi mette un braccio sotto l ascella destra, con l altro mi cinge la schiena e, mi solleva, scusami, così lei, siedite più qua, sennò non riesco a pulire, così conclude parcheggiandomi qualche decina di centimetri più a destra, verso i cuscini. Oggi è la giornata dei parcheggi. Mi accascio sopra i cuscini. Stordito. Non ho più niente in corpo e continuano i conati. Mio fratello non torna, e da un momento all altro arriverà tutta la famiglia al completo o quasi. Come ti chiami, con voce nasale mi chiede il naso rotto, o plasticato ancora non so, del letto accanto il mio, non rispondo, ma lui non se la prende, penso abbia capito. Arriva un altro infermiere, dovrebbe chiamarsi Vittorio o qualcosa del genere, così mi è sembrato sentirlo chiamare dal corridoio, guida spericolato una sedia a rotelle, più con la pancia, particolarmente protesa a sbalzo, che con le mani. La faccia di Vittorio, o di come si chiama, per me rimarrà Vittorio per quel poco di tempo che durerò in questo reparto, mi sembra buffa, e continua a girarmi intorno come se danzasse per ingraziarsi gli dei delle lettighe. Dai vieni che ti faccio fare un giro, così mi dice mentre ferma e gira la sedia a rotelle verso di me, con piacere, rispondo io sussurrando, e Vittorio continua, ci sono dei dottori che ti vogliono conoscere. Non so quanto tempo sia passato da quando Carlo è tornato a casa a prendere quello che ha detto che doveva prendere, ancora non è tornato. Che ore sono, non lo so, probabilmente è l ora esatta in cui c è più traffico, forse non trova il mio pigiama, o lo spazzolino. Arriverà e non mi trova al parcheggio riservato al diciottenne con le vertigini e vomito, numero, numero, non riesco a leggerlo, anche il numero del letto mi gira intorno, forse perché piccolo, ma mi sembra che giri più velocemente della faccia di Vittorio, vuole arrivare prima di tutti agli dei della lettiga, oppure il numero ha altri dei da ingraziarsi. A diciotto anni si è come rocce, dei veri duri, e, io lo sono o lo ero, non lo so, adesso mi sembra di essere solo uno stronzo, un povero stronzo, che vorrebbe accanto a se la mamma, il fratello e una sorella da abbracciare, penso, e se fosse qui, mia sorella appunto, l abbraccerei talmente forte, chiamando in aiuto tutte le ultime forze che mi sono rimaste, da farle mancare il fiato. Voglio una persona da abbracciare, una persona che amo e che mi ami, invece mi tocca essere circondato da ameni personaggi in divisa da infermiere, con, nella migliore delle ipotesi, una paresi facciale che gli dipinge un sorriso stantio, da distribuire come fosse un volantino. Forse Carlo ha perso tempo per telefonare a tutti, mamma, papà, sorella, amici e parenti, vicini e lontani.

12 Cerco di fermare il mondo che mi gira intorno appoggiando la testa lateralmente sulla spalla sinistra, a questo punto non credo più che esistono solo gli dei della lettiga, confido nel dio che protegge i portantini, che lo guardi dal mandarmi a sbattere contro qualcosa, potrei vomitare sulla pista, non sarebbe corretto. Sento Vittorio lasciare la presa delle maniglie, continuando a spingere con la pancia, mentre, con le mani, mi afferra la testa sui due lati, le mani sono calde, almeno la sinistra, dell altra percepisco solo la pressione, e mi tira in su la testa, sei gia stanco, chiede Vittorio. Così vomito, penso io. Con le mani ancora sul mio volto, arriviamo a metà del corridoio, sulla sinistra c è una porta oltre la quale, così dice Vittorio, mi aspetta il dottore. A parte l operazione per levarmi tonsille e adenoidi, le mie esperienze in campo medico si limitano a varicella, scarlattina, orecchioni e, al massimo, qualche bronchite. Oltre al fatto che la malattia mi permetteva di non andare a scuola, era piacevole perché oziavo tutto il giorno nel letto dei miei genitori guardando cartoni animati. Il cuscino di mio padre aveva un odore fortissimo, in quel periodo si tingeva i capelli con una lozione, rinova for men mi sembra di ricordare, che oltre a macchiare la federa del cuscino, aveva una fragranza che, seppur forte, in quegli anni mi sembrava piacevole, ma, appena entrato nel periodo dell adolescenza, mi era diventata disgustosa e, me ne rimanevo in camera mia, il mio mondo, come sarebbe diventato da lì a pochi anni, isolandomi sempre di più dal resto della famiglia, prima solo fisicamente, poi non partecipando più, in modo attivo, a feste o discussioni, litigate forse è meglio, a volte anche violente e, queste ultime, se possibile, molto più frequenti delle feste. Da qualche anno, prima del mio ricovero, mia madre e mio padre hanno iniziato a litigare nel senso totale del termine, e, ogni giorno tornando da scuola, la sensazione, mettendo la chiave nella serratura per aprire la porta di casa, era quella di trovarmi di fronte a chissà quale disgrazia, botte, sangue, o cose del genere, in verità un evento di questo tipo, sarebbe capitato molti anni dopo, facevo l università, così ricorderò, ma è un altro capitolo. In realtà il disagio era molto più subdolo, non esplodeva mai in un nemico da combattere, visibile, con nome e cognome, ma ti penetrava, sottopelle, penso e, ricordo, fino ad attaccare gli organi più intimi, i più sensibili ad invasioni di questa specie, fino anche a modificare il patrimonio genetico. Pochi mesi prima di entrare a fare parte dell esercito dei pazienti, protetti dal dio speranza, i miei amici andarono a parlare con mia madre, erano ormai diversi giorni che il mio interagire col gruppo si limitava ad una leggera flessione in avanti dell avambraccio che, trascinandosi la mano, accennava ad un timido saluto, rivolto indistintamente, così ricordo, all intera costellazione della via Lattea. Solo i più sensibili riuscivano a percepirlo, per tutti gli altri ero un peso da doversi portare in giro. Finalmente arriviamo ad una straordinaria scena madre, come solo molti anni dopo il cinema statunitense riuscirà a produrre, mia madre in lacrime, da grande attrice quale mi dicono sia stata, mi chiama dal finestrino della macchina, una macchina che allora mi sembrava talmente grande, da intravedere appena mia madre sul lato opposto facendomi cenno di salire, tutto questo davanti i miei amici. Oltre al catatonico, ci mancava l umiliazione. Imbarazzante. Da quel momento, per i successivi, interminabili, quindici minuti, è una pioggia, pioggia, umida e appiccicosa, di giustificazioni, queste sono le mie ragioni, così lei, tu non conosci tutta la verità, ora mi devi ascoltare, la mia è stata una vita di inferno, non sai la mia, penso, ma non lo dico. Almeno fino ad oggi, una vita di sacrifici, e continua, mi sono dedicata, annullata per i miei figli, e così via fino a, oggi voglio qualcosa per me. Quando sarà il mio turno, mi domando. Me lo sono chiesto per tutto il tempo del mio sonno. Che tempi quei tempi. I tempi del primo sonno. L Acropolis il sabato pomeriggio, le prime feste di sera, i Duran Duran, gli Wham. I Talk Talk. Spesso uscivo la sera con Carlo, Costanza e i loro amici, molti dei quali sono poi diventati miei amici, mi vestivo con una giacca blu sopra i Jeans, la cravatta e un paio di Clarks.

13 Molto fico ricordo, non io, ma il fatto di uscire la sera con ragazzi più grandi di me, eccitante. Purtroppo, mi dicono di aver lisciato per pochi anni Barry White, immensa lacuna nella mia adolescenza, ma mi sarei rifatto abbondantemente, qualche anno più tardi. Alla fine delle riprese, in quel meraviglioso set che era il mercedes di mia madre, mi era chiara solo una cosa, tutti i problemi derivavano dal fatto che lei non si curava della religione. E si, perché il dio delle mamme che non hanno più figli da crescere, perché anche il minore è, senza rendersene conto, diventato un ragazzo di quasi diciotto anni, indipendente, ha anche una fidanzata con cui parla di più che con sua madre, questo dio, il dio del golf appunto, golf come gioco non come indumento, se trascurato, si incazza, e te ne manda di tutti i colori. Penso si chiami depressione. Con enorme sollievo di tutti, ma solo, sfortunatamente, tardi, mia madre ha scoperto la religione, fino, finalmente, ad adorare il dio del golf, passando per il dio del tennis, quello del burraco, dello yoga, e, senza dimenticare il dio delle associazioni di beneficenza, si è trovata anche ad adorare quella grande fregatura che è il dio delle mamme di ragazze meravigliose. Per un periodo, quello della speranza, l ho adorato anch io, fino a quando non ho capito che un dio, incapace di realizzare i sogni di uno fra suoi maggiori sostenitori, non è un buon dio, e, per fargli un dispetto, mi sono messo ad adorare, con frequenza disarmante, il dio degli adolescenti, l unico, maestoso, grande, magnanimo, onnipresente, comprensivo dio. Il dio della sega. Il dottore, ha un cartellino appeso sulla tasca del camice, ma non riesco a leggerlo, quindi non saprò mai come si chiama, inizia a farmi domande, riempiendo dei fogli. Anamnesi, un altra volta. Nome e cognome, così lui, vediamo, si Claudio Goru, di età diciotto anni, è esatto, così mi chiede mentre nella stanza è entrato un altro medico, una donna, alta, abbastanza magra, mi sembra, per il resto non potrei dire niente, i miei occhi fanno fatica a fermarsi su un qualsiasi particolare. Alla domanda del dottor non saprò mai come si chiama, annuisco con la testa, e continua, quando hai iniziato a sentirti male, circa due giorni fa mi è venuta un po di nausea, così io, ma niente di più. Mi girava un po la testa, continuo, da questa mattina ho iniziato a vomitare, ho continui conati di vomito, e ho gia rimesso quattro o cinque volte, concludo. La dottoressa che è entrata da poco, dietro di me, inizia a palparmi con le dita sotto il mento, appoggiando il palmo delle mani sulle mie guance, dev essere appena arrivata in motorino, penso, ha le mani fredde, o almeno una delle mani, la sinistra, così come con Vittorio, della sua mano destra riesco solo a percepire la pressione. Ti ricordi di avere avuto altre volte giramenti di testa, così il dottore, no, così io gli rispondo. Usi sostanze stupefacenti, continua il dottore. No. Birichino. La dottoressa, mentre il dottore mi fa altre domande, prende un siringone di metallo, lo riempie d acqua, mi appoggia un catino a forma di fagiolo prima sulla spalla sinistra, è per toglierti il cerume, così la dottoressa con voce rassicurante, e mi spara tutto il siringone pieno d acqua dentro l orecchio. Ne esce una cosa atroce che, mi hanno spiegato, si chiama tappo di cerume, l acqua era gelata, poi passa a destra. La dottoressa riempie di nuovo il siringone d acqua, e, con la stessa delicatezza usata per l orecchio sinistro, mi fa il medesimo trattamento all orecchio destro, questa volta non sento la temperatura dell acqua, ma il risultato è lo stesso, viene alla luce un altro tappo di cerume. Mettiti queste cuffie, Claudio, mi dice, porgendomele, il dottore, e continua, adesso sentirai dei suoni e, vorrebbe continuare, ma, forse per le siringate alle orecchie, vomito ancora, poca roba, quanto basta per interrompere l esame che mi stanno facendo. Il dottore scrive qualcosa sopra un foglio, come va, te la senti di continuare, mi chiede il dottore mentre nel frattempo è entrata una infermiera per pulire le mie esternazioni intestine, non mi sento bene, così io, mi sono accorto adesso che non riesco a sentire sulla guancia destra la temperatura, continuo, mentre la dottoressa mi toccava il viso, sentivo la sua mano fredda sulla guancia sinistra, a destra non riuscivo a percepirla, e, senza avvertire, la dottoressa mi da un pizzicotto, prima sulla guancia destra, poi sulla guancia sinistra, senti qualcosa di strano, mi chiede la dottoressa. In effetti qualcosa di strano l ho sentita, sulla guancia destra, non ho sentito il piz-

14 zico, così io, ma un senso di fastidio, ora mi viene da grattarmi, quasi come le anestesie ai denti, che ti viene da morderti il labbro. Il dottore continua a prendere appunti sulle mie parole, poi mi dice, continuando a scrivere, adesso ritorna a letto, ti riposi un po, continuiamo più tardi, così mi licenzia, il dottore che non chiamerò mai. Carlo non è ancora tornato, mentre mi accorgo che durante la visita interrotta, hanno distribuito il pranzo. Non ho fame. Claudio Goru, sei tu, mi dice un infermiere porgendomi una pillola ed un bicchiere d acqua, e continua, ti chiami come il regista, è mio padre, così io tirando giù la testa dopo aver ingoiato la pillola, ci avrei giurato che eravate parenti, non è un cognome comune, conclude l infermiere, di dove siete, non mi va di conversare, mi distendo sul letto, non mi levo le scarpe, e, rimango in silenzio, penso, se non gli rispondo prima o poi se ne andrà, se non lo fa gli vomito sui piedi, cosa molto probabile, e penso. Nulla di personale. Carlo, finalmente Carlo, poi, mamma, e, riesco ad intravedere in coda, ma si è lei, Costanza. Mamma, senza un filo di trucco, piange, penso che le faccia bene la mia malattia, almeno per oggi ha un qualche motivo per distrarsi, e saprò col tempo, che avrà di che distrarsi per diversi mesi. Papà ti manda un bacio enorme, quando te la senti lo chiamiamo in albergo, così mia madre, oggi è a Berlino, ha trovato un posto in aereo solo per domani mattina, se ci sarò domani, dico scherzando, a me piace scherzare, ma mia madre alle mie parole apre le chiuse del canale lacrimale, e, in un crescendo di pianto, desta dal sonno il dio della commozione insieme al vecchio del rantolo ed al setto nasale rotto o di plastica, non so, provocando il disappunto dei presenti che, rumoreggiando, palesavano il loro dissenso per un così brutto risveglio dall intorpidimento del dopo pranzo. Mia madre, com è nel suo carattere, non si è nemmeno accorda di aver disturbato qualcuno. Tuo padre ha detto, così lei tra un singulto ed un altro, che ha telefonato ad un suo carissimo amico, primario di ortopedia al Quisisana, domani mattina quando sarà tornato, ti farà trasferire in clinica, io domani sarò a scuola, mamma, così le rispondo, con un filo di voce, non ho forza, ma nel frattempo, forse alla vista dei piatti vuoti dei miei vicini e dirimpettai, mi è venuto un certo appetito. Sono sempre stato così, con febbre, mal di stomaco, o qualsiasi altro tipo di malattia, non mi è mai mancato l appetito, ed è ancora così. Forse perché il mio nome, in un altra lingua, significa bambino dai grandi occhi figlio del dio lasagna. Domani tornerò a scuola, ripenso, oggi i mie compagni crederanno che ho fatto sega, magari sono a piazza di Spagna o a villa Ada, eppure oggi non avevo interrogazioni, anzi, mi dovevano consegnare le prevendite per la festa di giovedì prossimo al Piper, devo in qualche modo avvertire Marzio. Marzio è il mio socio in affari, noi due insieme vendiamo più prevendite degli altri organizzatori. Carlo, puoi avvertire Marzio che sono qui, lascia perdere Marzio e infilati il pigiama, mi risponde Carlo. Costanza dov è andata, chiedo, è andata a cercare un dottore per parlargli, è sempre Carlo che mi risponde, mamma non riesce a proferire verbo, troppo occupata a singultare. È seduta sul lato sinistro della sedia riservata al mio letto, ha il gomito sinistro appoggiato sulla spalliera della sedia, struttura questa sapientemente adoperata per sostenere la testa, mentre con la mano destra, quindi libera, tiene un fazzoletto che, di tanto in tanto, si porta in un non meglio specificato luogo della regione occhionaso-bocca. Ho un tempismo eccezionale, mi sono appena cambiato, mi hanno finalmente portato qualcosa da mangiare, e, cosa succede, mi viene da vomitare, il dubbio a questo punto è sostenibile, prima vomito e poi mangio, oppure prima mangio e, forse poi vomito. Decido di mangiare. Se hai appetito è buon segno, così Carlo. Non hai capito un cazzo, lo penso ma non gli dico, rosicchiando la mia fetta biscottata. E continua, forse è una semplice influenza intestinale. Se l hanno ricoverato è forse perché sono preoccupati per le vertigini, così mia madre, me l hai detto tu, Carlo, che ha le vertigini. È tornata Costanza.

15 Domani mattina gli fanno una TAC, poi lo spostano di reparto, così Costanza. In quale reparto lo portano, chiede Carlo. Neurologia. A Neurologia ci sono i matti, penso, non voglio andare con i matti, e, mentre continuo a pensare, mia madre ricomincia a piangere. È finita l ora delle visite, dovete uscire, dice un infermiera sulla porta. Così, carico di succo di frutta, baci di mamma e una copia di Gente, sono pronto ad affrontare la mia prima notte in ospedale, l ultima in questo reparto, guardando in ordine, Carlo, Costanza e mamma mentre si allontanano. Mio padre è a Berlino, sta girando un film in Germania, così adesso ricordo, e, ricordo anche altre cose.

16 V Liste alfabetiche. In questo modo le ha chiamate Tony, un ragazzo che faceva servizio d ordine non mi ricordo in quale locale, credo che si riferisse alle liste degli invitati, scritte in ordine alfabetico. Tony, come la maggior parte dei buttafuori, è un ragazzo basso, calvo, collo taurino, bicipiti possenti e, liste alfabetiche. Non me ne voglia. Ho appena terminato la mia di lista alfabetica, scritta al computer, aggiungendo a penna i nomi di chi mi ha telefonato all ultimo. Adesso posso uscire, come tutti i venerdì sera, buttarmi nel traffico delle ventidue sul lungotevere e raggiungere il locale, amici, sconosciuti che ti chiamano alla porta tentando di non fare la fila, baci e abbracci, hai qualche consumazione, mi fai passare quella ragazza per favore, quella, quella laggiù, ti è avanzata qualche consumazione omaggio, guarda che tette ha quella, sudore, divertimento, baldoria, conoscenze, forse stasera si scopa e, così via, fino alle cinque, quando la musica finisce e ci si spartisce i soldi. Gli stessi soldi che verranno spesi durante il fine settimana portando a cena una ragazza, o meglio partendo con la ragazza. Ognuno li spende come meglio crede. Tutto questo, penso, mentre sto ascoltando, molti anni dopo, le variazioni Goldberg suonate da Gould. Che sofferenza. Ciao Mimmo, come stai, così io a Mimmo, un ragazzo di colore che si occupa delle liste. Mimmo, nome italiano di un ragazzo venuto dal Senegal, anzi, fuggito dal Senegal e, in tutti gli anni che vivrò fino ad oggi, ancora non mi è capitato di incontrare una persona che regali la stessa allegria di Mimmo. È sposato con una ragazza italiana, ed ha la stessa serenità di colui che ha figli e, li ama. Tu fratello, tutto bene? Si Mimmo, tutto bene, si è visto qualcuno o siamo solo noi. È arrivato Giancarlo, così Mimmo mentre mi accompagna dentro il locale, andiamoci a bere qualcosa. Se iniziamo a bere adesso, come arriviamo ai conti, oppure tu sei pagato da Aldo, ci fate bere come spugne da quando arriviamo, così Aldo fa carta vince carta perde, noi non ci capiamo più niente e ci frega sui soldi. Mimmo ride, forse è vero, ma è bello vederlo ridere, i suoi denti sono come stelle nella notte di San Lorenzo, e si, anche perché qualcuno gli è caduto. Giancarlo è gia dentro con in mano un bicchiere di vodka-tonic, lui è così, inizia presto a bere, si interrompe per ballare, così riesce a sudare tutto l alcool che si è trangugiato in attesa dell inizio della festa, poi, intorno alle quattro, lo si rivede muovere gli ultimi passi di danza, con in mano un nuovo bicchiere di vodka-tonic, rigorosamente Absolut vodka, perché è l unica vodka a non lasciarti un alito cattivo. Siamo dei teorici, nessuno ci tocchi. Come la vedi questa sera, così io a Giancarlo, bene, ho circa duecentocinquanta persone in lista, e continua, ho sentito Luca, anche a lui l ha chiamato tanta gente. In effetti, in almeno una decina di anni di onesta attività nel settore, abbiamo bucato così si dice quando una festa va male soltanto un paio di feste, in questo modo sono riuscito a pagarmi l università, le poche vacanze che mi sono fatto, quando mi restavano soldi dopo aver pagato gli studi, e, nemmeno molto frequenti, vezzi del tipo cena e cinema con qualche amica. La serata è iniziata bene, quasi tutti quelli che mi hanno chiamato sono venuti, e così per i miei colleghi.

17 Quello che si dice un successo. Il tempo scorre, la musica lo misura, la gente lo sa, sembra non volerlo perdere e, inizia a ballare da subito, questo per chi vuole ballare, chi vuole rimorchiare inizia a farlo, da subito, chi vuole bere inizia a farlo, da subito. Chi vuole fuggire sta lì, le feste servono a questo, ci si arriva dopo avere chiuso la porta di casa, lasciandosi dietro, tutto quello che accade dentro, per alcuni cose belle, per altri cose brutte, per altri ancora cose drammatiche. Le feste servono a questo, si sta insieme, stretti e sudati, al buio, la musica copre qualsiasi rumore che la nostra anima produce, anche i più molesti, l alcool infine li annichilisce. Là dentro siamo tutti uguali, tutti sorridenti, è il segreto del nostro successo, il successo nell essere un ragazzo. Benedetto buio, dio del corteggiamento, tu, che riesci a non farci vedere in faccia. Benedetta musica, dea delle movenze, tu, che fai i miracoli. La musica fa muovere, alcuni bene, altri male, guarda chi si muove bene, guardati da chi si muove male. Di quest ultimo gruppo fa parte chi, passandoti vicino, ti regala, in un gesto di estremo altruismo, gomitate in quantità industriale, così è stato. Benedetta musica, dea delle movenze, anche di quelle scoordinate, tu che di miracoli te ne intendi, è sicuramente grazie a te che, ricevendo una gomitata in mezzo al costato da parte di un fighettino occhialuto, mi hai fatto voltare e, voltandomi, ho visto un viso, purtroppo accanto al fighettino occhialuto al quale stavo per versare il bicchiere di Absolut che avevo in mano, un volto che sicuramente è già appartenuto al mio mondo onirico, lo stesso mondo dove trovano casa la fata turchina e i mostri che da piccolo non ti fanno dormire. Con una piccola differenza, questa volta ho la netta sensazione che questo volto, un giorno indefinibile, abbia fatto una scappatella fuori dai sogni, senza avvertire nessuno. Sinceramente, adesso che lo guardo meglio, mi viene in mente che, tanto tempo fa, ho pensato di averlo perduto e, adesso, qualcuno l ha trovato al posto mio. O sono ancora in tempo. Maledetto buio, dio del corteggiamento, tu, che riesci a non farci vedere in faccia. Almeno così pensavo. Il bar è più illuminato, Andrea, il barman-pittore, mi sta preparando un Margarita, il DJ suona gli Incognito, è quasi tutto perfetto, ancora non lo so, ma fra qualche minuto diventerà tutto drammaticamente perfetto. Mi puoi dare un bicchiere di acqua tonica, così una ragazza appena arrivata al bancone. Finalmente ho capito, grazie bar, dio della luce, adesso il suo volto è tornato nel mio mondo onirico, con una puntatina nel luogo dove ancora si mescola la realtà con la finzione, ma sento di essere vicino alla verità. Mi ci avvicino ogni istante che passa, sempre di più, con la certezza che anche lei ha capito di appartenere ad una mia vita talmente lontana, da sembrare sogno, almeno in questo locale. Adesso anche lei si volta verso di me, io ti ho gia visto, forse, dico io e continuo, magari qua dentro. Impossibile, è la prima volta che ci vengo, così lei, mentre io cerco di trovare nel cassetto delle possibilità, cose da dire, che mi permettano di prendere tempo. Devo capire, sento che sono vicino, ma mi manca ancora qualcosa, non so cosa, questo è drammatico. Per fortuna lei è più ostinata di me, conosci per caso, e mi dice un nome e cognome a me sconosciuti, no mi dispiace, ho paura di dire a questo punto una cosa cretina che la faccia scappare via e tornate dal fighettino occhialuto. Bar, dio della luce, fino a quando non ci si mettono le luci stroboscopiche a non far vedere più niente, sembra di muoversi all interno di fotogrammi, adesso il suo volto lo vedo un po di qua, un po di la, mi gira intorno. Benedetta stroboscopica, dea dei ricordi. Illuminazione. L illuminazione ha le note di Jamiroquai.

18 Non sono amico di nessuno che conosci, così le dico, o almeno non ci siamo conosciuti per tramite di qualcuno. Probabilmente non ti ricordi di me. Eppure la tua faccia la ricordo, così lei interrompendomi, ma non riesco a capire dove e quando. Si parla di diversi anni fa, tu eri seduta nel corridoio del pronto soccorso dell Umberto I, io sono quel ragazzo che si era seduto accanto a te e che dopo un po hanno portato via, così io, adesso ti ricordi qualcosa di più, e continuo, mi pare anche di aver scambiato qualche parola, o così mi ricordo che mi sarebbe piaciuto fare. Ma certo, eri ridotto un cencio, ma cosa ti era successo puntointerrogativo È lunga da raccontare, se non hai impegni fino al mattino posso iniziare. Meglio di no, domani devo studiare e, il sonno mi sembra un discreto impegno. Adesso scusami torno dai miei amici, ci vediamo. Non penso che abbia sentito il mio ciao, ma mi ricordo esattamente, come se fosse accaduto mezz ora fa, quello che sentivo quando ero seduto vicino a lei, facevo schifo, la mia paura di dare un impressione brutta di me, oggi l ho capito, non era campata in aria. Fuori il locale c è un giardino dove si può bere con calma e chiacchierare senza il rumore assordante della musica. A metà serata il giardino è pieno di danzatori stanchi, io sono tra loro, il fighettino occhialuto fa parte dell esercito dei ballerini in ricarica. Non vedo lei. Lei, di cui non conosco il nome, non potrò mai sapere con quale lista è entrata, forse è anche entrata con la mia, forse il fighettino occhialuto è il fratello o peggio il fidanzato, ma se qualcuno lo conoscesse, potrei arrivare a conoscere il suo nome e, di conseguenza anche il nome della mia collega d infortuni. Maledette liste alfabetiche, quando servite non ci siete mai. Così fino ai conti.

19 VI Il viaggio tra il reparto di Otorino e la neuro è stato abbastanza breve, durato solo un lobotomizzato che, seduto di fronte, veniva trasferito a Psichiatria. Il reparto di Psichiatria è al primo piano della Clinica per Malattie Nervose e Mentali, nello stesso edificio si trova neurologia. Neurologia è al seminterrato. L essere parzialmente sottoterra, per chi, come me, vede sempre il bicchiere mezzo pieno, è stata l unica cosa piacevole della notizia sul mio trasferimento, penso. Non ci mischiamo con gli altri. Siamo ghettizzati ma, con dignità. L Elite è tutta qua, al seminterrato della Clinica per Malattie Nervose e Mentali. In effetti, come scoprirò dopo qualche giorno, era tutto diverso, gli orari, i medici, gli infermieri, i portantini, e mi gira ancora di più la testa, tutto è diverso rispetto agli altri reparti. Troppo diverso da quello che mi aspettavo, a volte in modo eccessivamente peggiore, così credo, ma una diversità che ho trovato, appena l ho capita, tra le cose più coinvolgenti di questa vita. Il reparto di neurologia aveva due ingressi, uno principale, scendendo le scale dall ingresso centrale della Clinica per Malattie Nervose e Mentali, uno secondario, da dove entrava chi, come me, era stato carontato qua, da chissà quale sperduto posto della galassia sanità. Io sono entrato dalla porta secondaria, dopo avere consegnato il mio compagno di viaggio all ingresso principale, quello bello appunto, di rappresentanza, su strada. Alla destra del corridoio d accesso - dall ingresso principale sarebbe a sinistra - ci sono le camere femminili, l età media è alta. A metà del primo corridoio, sulla sinistra, parte un altro corridoio dove, sempre sulla sinistra, si apre l unica stanza maschile, con sei letti, in batterie da tre, è destino. In fondo al secondo corridoio, c è una porta, dietro quella porta c è Neurochirurgia. Dicono che i vicini sono simpatici, il rapporto con loro non è male. Buon vicinato. Eccoci siamo arrivati, e, la mia felicità di trovarmi in quel luogo, non tarda a farsi apprezzare. Vomito un altra volta, e un altra volta ancora, mi è gia capitato prima e dopo la TAC. Sono da solo, la famiglia ancora non mi ha raggiunto, papà forse è in aereo, chissà che tempo c è a Berlino, qua piove, anche oggi come ieri, ma dentro ormai è burrasca, temporale, uragano. Sono solo le nove del mattino, e ho gia dato il meglio di me, escluso la colazione, tre volte. Al reparto mi prende in consegna la caposala, ha chiamato tua madre, così lei, chiedeva se eri arrivato. Indoviniamo cosa ha risposto, penso. Le ho detto che saresti arrivato a momenti, così continua, lei viene subito, e conclude. Subito, se trova qualcuno che la passa a prendere, che dici Claudio, dico che mia madre guida raramente e, mai per tragitti più lunghi di casa e fioraio sotto casa. Non ti preoccupare, e chi si preoccupa, penso, mi ha detto che veniva con tua sorella. Non vedo l ora, penso sarcastico, non per Costanza, mia sorella, la sola che vorrei accanto adesso, ma mia madre no, adesso che ho metabolizzato l evento, mia madre proprio no, lei riuscirebbe a rendere pesante un battesimo, un matrimonio, un compleanno, qualsiasi festa in genere, figuriamoci qua dentro, dove ricoverato in mezzo a matti e affini c è il suo ultimogenito, amato, caro, quanto indesiderato ultimogenito. Indesiderato, e continuo, tra diversi anni, non ricordo esattamente in quale occasione, mia madre mi confiderà che sono venuto per sbaglio, non ero stato programmato, insomma, è stato un incidente. Non ricordo esattamente quando sarò illuminato da questa rivelazione, ma ricordo esattamente che sarà in conferenza stampa, mia madre usa fare così, anche le più piccole stronzate le espone come se stesse in conferenza stampa, da sempre, da quando me la ricordo, e così sarà ancora, forse è nostalgia

20 per le conferenze dei suoi film quando recitava, anzi, ne sono sicuro, così penso, lei ne sente la mancanza, ogni occasione è buona per farcelo capire, dedicarsi a tre figli, crescerli senza mio padre, lui era sempre in giro, è stato un sacrificio, sacrificio è stato rinunciare al cinema, a recitare, alla popolarità, alla bellezza che giorno dopo giorno sfiorisce e, tutto questo per cosa, crescere tre marmocchi, frignanti, esigenti marmocchi. A volte penso che non ha mai smesso di recitare, anche con noi, in famiglia, lei recita, così fa quando viene a trovarmi in ospedale, piange, il viso emaciato, i suoi gesti sono studiati, come le parole che dice, studiate, da copione, quando parla con i medici poi, è eccezionale, alcuni tra questi, i più grandi, la riconoscono e, diventa magnifica, poco importa se suo figlio, il suo figlio più piccolo, è stato da poco trasferito a Neurologia, lei ritrova il suo pubblico, anche se per pochi minuti, bastano aridi complimenti e si ritrova in passerella e, la vita per lei è una passerella, saluta pubblico, si concede ai fotografi, poi ancora saluti, autografi, e foto e, saluti, per scomparire, così penso, inghiottita in sala. Sono cattivo, forse un po, ma se lo merita, per il semplice motivo che non sono mai riuscito a capire quanto una semplice carezza da parte sua, fosse sentita o, al contrario, parte del ruolo di mamma, ed è per questo che ho sempre preferito le carezze e, gli abbracci di Costanza, adesso che sono cresciuto, continuo a pensare, ne sento la mancanza, qua dentro più che mai, voglio sentire il palmo della sua mano calda sulla mia guancia, sulla guancia dove sento, e vorrei che rimanesse, la mano, ferma, vorrei poi sentire le sue labbra, umide, posarsi sulla mia fronte, per un gesto tanto semplice quanto irrituale se fatto ad un ragazzo della mia età, un bacio, tanti baci, un gesto semplice appunto, destinato, purtroppo nella maggior parte dei casi, solo ad un pubblico meno adulto e, penso, per certe cose non dovrebbero esserci limiti di età, la sacralità delle carezze e dei baci svanisce, come per magia, con la comparsa del primo brufolo, poi, più niente, anche piangere dovrebbe diventare una pratica diffusa anche tra gli adulti, io, adesso che adulto non sono, vorrei piangere, essere accarezzato, mitigherebbe i singulti, baciato. Costanza sbrigati punto

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