Nel volto di suo figlio

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1 Bruno Zucchermaglio Nel volto di suo figlio Si fermò. Non ricordava quello sfavillio di luci. Rimase qualche secondo a guardare il baluginare di quei bagliori che aveva dimenticato, cui credeva di non aver mai pensato. All'improvviso si accorse del silenzio che lo sorvegliava, rotto appena dal ronzio sbuffante dell'automobile accesa. Si assicurò di avere la prima inserita, mollò gradualmente la frizione e partì. Ripartì, e non poté fare a meno di avvicinarsi al New Time, il pub in cui da giovane aveva riso e scherzato, urlato e picchiato, dove le aveva prese e le aveva date, insultato, fumato, bevuto. Bambini. Ai suoi tempi quel pub era frequentato da giovani, non da bambini. Quanti anni avevano quei ragazzetti appollaiati sugli scalini, appoggiati alle auto, capelli irti e scolpiti lanciati nel vento della tarda primavera? Dodici, tredici, forse quindici, venti. Si rese conto di non esserne più capace. Di non essere più in grado di calcolare l'età delle persone, dei giovani più giovani di lui. Sembrava avessero tutti la stessa età. Chilometri di vita lontano da lui, non importava quanti anni avessero. Erano giovani. Punto. Loro lo erano. Lui no. 1

2 Fu quando si accorse della sensazione di disagio che i suoi trentotto anni gli procuravano, che accostò. Una sigaretta gli giunse alle labbra senza troppi preamboli, e il fumo iniziò ad addensarsi nell'abitacolo prendendosela con il suo naso. Abbassò il finestrino e l'aria fresca cominciò a bisticciare col fumo che da denso e bianco si fece piatto e grigio, quasi azzurrognolo. Il finestrino abbassato fece entrare in auto anche lo sfolgorio delle voci, i rimbalzi dei commenti, dei richiami e delle urla. Radi frammenti di italiano si incastonavano in quel dialetto tedesco che per la prima volta sentì suo, quell'odioso dialetto che gli aveva impedito di imparare bene il tedesco vero, l'hochdeutsch. Non scese. Rimase a guardare quei ragazzotti e ad ascoltare quei discorsi che una volta dovevano essere stati suoi. Ma che non riconobbe. C'era anche una discoteca. Possibile che lì, proprio lì, in quella piccola cittadina dove era cresciuto a fatica, possibile che vi fosse una discoteca, ora? Quasi tutti i discorsi dei ragazzi ammassati là fuori erano intercalati dal nome di quel locale. Vai al Mega dopo? Ci vediamo al Mega poi? Chissà che storie, stasera al Mega! Da giovane aveva immaginato milioni di volte un locale del genere nella sua città, in quella cittadina ferma e immobile, dove sembrava non accadere nulla, dove alle sette di sera in punto i negozi chiudevano con improvvisi e sincronici tonfi delle serrande che il sabato, a mezzogiorno preciso, erano accompagnati dal suono di quella sirena che in tutti i paesi altoatesini spacca in due il penultimo giorno della settimana. Ora stava lì, di fronte al New Time e alla sua giovinezza filtrata dal parabrezza, e l'idea di una discoteca si materializzava nelle voci dei ragazzi, ancorata a quel nome che gli sembrava privo di qualsiasi sforzo della fantasia, della partecipazione, dell'appartenenza. Avrebbe voluto tornare indietro di vent'anni e fiondarsi anche lui nella confusione di quel locale. Avrebbe voluto essere al volante di un'auto, magari scassata e semiridipinta come quella che aveva avuto a vent anni e che lo faceva sentire diverso, alternativo, fuori dagli schemi, senza freni e senza nessuno cui dover rendere conto. Che triste dev'essere l'adolescenza di quei ragazzi che si trovano a viverla in un periodo in cui non vanno di moda i capelli lunghi. David, quella sera, chissà perché, pensava a questo. Di fronte a quel pub affollato, mentre la sua mente si era persa in quell auto incasinata di vent anni prima, David si ritrovò a pensare alla lunghezza dei capelli e a quei periodi in cui quelli corti la spuntano sui lunghi e a tutti quegli adolescenti che si trovano ad essere adolescenti con i capelli corti. I simboli della contestazione, della ribellione, finivano così spesso sui pantaloni, sulle scarpe, in un tatuaggio, sul corpo, ma lontano dai capelli, sempre rigorosamente cortissimi. 2

3 Lanciò un occhiata a quei ragazzi e si rese conto con sollievo di essere capitato in un periodo in cui andavano di moda i capelli lunghi. Non voleva scendere dall auto. Starsene seduto, così, all interno della macchina, con il finestrino un po abbassato e con il parabrezza che fungeva da schermo, una sigaretta in una mano e un accenno di rughe sull altra, gli dava la possibilità di osservare quei ragazzi e tutto ciò che questi inscenavano senza dare troppo nell occhio. Come un voyeur incatenato a internet, poteva guardare e anche origliare quasi inosservato, piazzato di fronte alla messinscena di un giovane sabato sera altoatesino, quasi nascosto nel suo abitacolo e protetto dal filtro del parabrezza. Era come veder scorrere in presa diretta il film della propria adolescenza, anche se si trattava di un film paradossalmente già visto e al tempo stesso irriconoscibile. Dunque non voleva scendere dall auto, sicuro com era di quanto si sarebbe sentito fuori posto se avesse osato mischiarsi fra quei ragazzi e nelle loro vicende così intricate, in realtà così insulse e insignificanti, se ripensate vent anni dopo, ma drammaticamente importanti e vitali, se vissute in prima persona nel presente dell oggi. Non aveva mai capito se fossero delle mèches o più semplicemente un tentativo fallito di colorare di chiaro una capigliatura considerata troppo scura. Ma quando intravide l alternarsi chiaroscuro che da sempre, per lui, caratterizzava l indefinibile colore dei capelli di Margit, mise improvvisamente a fuoco i volti della gente che fino a quel momento aveva percepito in modo piuttosto indefinito, come un fondale scenografico che aveva la funzione di caratterizzare un insieme generico e non dei particolari distinti. Quando la sua mente registrò quell abbinamento di indistinti colori che lo riportava alla capigliatura e alla pettinatura di Margit, cercò dunque di discernere volti, mani, guance, jeans e gonnellini vari, anche se gli pareva impossibile che la ragazza, la donna, potesse trovarsi in mezzo a quegli adolescenti tutti pieni di speranze e di aspettative di fronte al lungo sabato sera che davanti a loro ancora si dischiudeva. Non scese, dunque. Anche se la ricerca di quello che quasi vent anni prima era stato il suo più grande amore sudtirolese gli avrebbe permesso di aggirarsi fra quei ragazzi senza sentirsi a disagio, senza sentirsi scivolare addosso i loro sguardi che gli avrebbero sussurrato che cavolo ci fa questo vecchio qui stasera?, non scese. Non era possibile che Margit si trovasse lì. Che anche lei, proprio quella sera, si trovasse proprio dove si trovava lui, così, per caso, senza alcuna premeditazione, poco dopo essere rientrato da Roma per un improvviso aggravarsi delle condizioni di salute del padre. E che anche lei si fosse lanciata in un assurdo e ridicolo ritorno al passato, in un nostalgico tuffo fra le voci stridule di quei ragazzini che a fatica, anche lei, 3

4 avrebbe riconosciuto come specchio del suo passato, per quanto vissuto anche da lei proprio di fronte a quello stesso locale. Ma quando scorse, seppur non troppo distintamente perché fluttuante dietro le sagome delle altre persone che fungevano da quinte intermittenti, l incedere di quel passo sempre un po sospeso nel vuoto, David non poté fare a meno di fiondare la mano sulla maniglia della portiera e di tirarla in modo convulso verso di sé. Il modo di camminare di Margit era sempre stato inconfondibile. Non c era nessun altra, secondo David, che procedeva a lunghi e al contempo leggeri passi quasi privi di consistenza, come se il cammino e la danza avessero d un tratto stretto un patto, un alleanza siglata per sempre e solamente per lei, per Margit, per quella ragazza, oggi donna, che aveva deciso di scendere da un paese aggrappato sulla cima di un monte a metà strada fra Bressanone e Rio di Pusteria prima per frequentare il liceo tedesco nel capoluogo di valle e poi l università in una città italiana, a differenza della maggioranza dei suoi compagni, che quasi tutti andavano a studiare a Innsbruck o tutt al più in Germania. La storia, lo sapevano, per caso li aveva fatti incontrare. Più d una volta. Prima si era divertita a far diventare Italia quel pezzetto di terra a sud delle Alpi. Poi si era presa gioco di tutto e tutti non mettendo un confine proprio là dove David e Margit, per quanto vicinissimi, sarebbero stati cittadini di due stati diversi. Una storia di cui avevano parlato, ogni tanto, scherzando e dipingendo anche trame di pezzi di vita mai vissuta e che mai avrebbero visto la luce, ma che nelle loro lunghe chiacchierate prendevano corpo in tracciati possibili e impossibili, in come sarebbe stato se, in cosa sarebbe accaduto se, dove saremmo ora se, in chissà perché, poi, alla fine, è andata così. Così che ci siamo conosciuti. David amava ricordare che solamente per caso quella terra era diventata Alto Adige. Questa, almeno, era la sua ben salda e difficilmente contestabile opinione. Quando qualcuno osava contrastarla, infatti, David tirava fuori con tutti i mezzi storici possibili e impossibili episodi e carteggi e citazioni e dichiarazioni che, secondo lui, rendevano storicamente casuale il passaggio del Südtirol all Italia. Prima di tutto, sosteneva non senza infervorarsi, Salandra, che era capo di un governo secondo lui già quasi fascista, aveva congiurato insieme al re contro il parlamento italiano facendo firmare al suo paese il patto di Londra senza informare nessuno. Poi, solo per debolezza e superficialità i convenuti a Saint-Germain non rifiutarono di annettere l Alto Adige all Italia, come invece fecero per la Dalmazia e per Fiume. Se diplomatici e capi di stato fossero stati più accorti come lo furono con questi due ultimi territori, sosteneva David, avrebbero sicuramente concesso all Italia il 4

5 Trentino, sì, ma mai la parte meridionale del Tirolo. In seguito, dopo le angherie del fascismo, di Tolomei e dopo le opzioni, gli Stati Uniti sembravano seriamente intenzionati a fare in modo che il Südtirol tornasse all Austria 1, fino a quando, invece, per questioni mai del tutto chiarite e per questo, secondo David, ancor più casuali, ignorarono tutte le manifestazioni di piazza, le richieste accorate, le raccolte di firme, e confermarono il confine al Brennero. Ma un particolare aveva colpito David e Margit, più d ogni altro. Il fatto che a un certo punto di quella travagliata storia che cercava di restituire i sudtirolesi all Austria, si pensò di spostare il confine all interno dell Alto Adige. Si pensò a Bressanone, come ultima cittadina italiana prima del confine con l Austria, si pensò a ripristinare una antico confine napoleonico più o meno a metà strada fra Bressanone e Bolzano, e anche a riaggregare all Austria la sola Val Pusteria, lasciando il resto dell Alto Adige all Italia. In questo caso, se davvero fosse stata messa in atto questa ultima ipotesi, il confine italoaustriaco sarebbe passato a nord-est di Bressanone, probabilmente a metà strada fra quest ultima cittadina e Rio di Pusteria. Ma a metà strada dove? Che ne sarebbe stato di loro, se davvero si fosse concretizzata quell ipotesi? Il paese in cui Margit era nata e cresciuta sarebbe tornato all Austria o sarebbe rimasto in Italia? Dove sarebbe passato, il confine? Quali altri errori sarebbero stati fatti, nel definirlo, e quanto avrebbero inciso, questi, sul futuro di migliaia e migliaia di persone, fra le quali, piccoli piccoli, loro due, David e Margit? Se solamente un errore aveva sancito l appartenenza all Italia di un paese come Sesto 2, al di là dello spartiacque, quali altri errori sarebbero stati fatti, nell incidere quest altro confine, determinando così i destini e l incrociarsi di persone, storie, amori, odi, risa e pianti? Si sarebbero mai conosciuti loro due? Il loro amore avrebbe scavalcato quella linea immaginaria che solcava le menti delle genti e si sarebbero conosciuti lo stesso? Oppure sarebbe dipeso da dove il paese di Margit sarebbe caduto? Di qua o di là? Sopra o sotto? Da questa o da quella parte? 5 1 Cfr. Volgger, Friedl. Sudtirolo al bivio. 2 Cfr. Gatterer, Claus. Bel paese, brutta gente.

6 Ne avevano parlato scherzandoci sopra, ridendone, guardandosi negli occhi e prendendosi le mani, sapendo bene, dentro di loro, nelle zone più remote e profonde dei loro neuroni, che tanto si sarebbero separati comunque, un giorno. Che la loro storia sarebbe finita. Che se per caso s erano incontrati, complici la storia e le vicende umane intrecciate fra loro in una imperscrutabile matassa, non per caso si sarebbero allontanati l uno dall altra. Lui in Italia, giù a Roma. Lei qui, avviticchiata al suo Südtirol solo suo, probabilmente sposata in chiesa con un paio di figli biondo scuro pronti a cingere la sua vita per sempre. Ed ora lui la vedeva là. Dopo non sapeva nemmeno quanti anni, gli parve di scorgere prima i capelli e quindi l andamento sospeso di lei, entrambi confusi in mezzo al grigiore di quei colori giovani forzatamente accesi e per questo inevitabilmente sbiaditi. La portiera si aprì e David scese dall auto con l intenzione di fare solo pochi passi, giusto qualche metro in avanti per verificare se ciò che aveva visto era vero o se si trattava di un allucinazione o forse più semplicemente di un qualcosa che da lontano sembrava quello che poi, da più vicino, si sarebbe rivelato, nella sua cruda realtà, essere tutt altro. Ma i pochi passi divennero centinaia, i pochi metri si snodarono in centinaia di viuzze accavallate l una sull altra nella baraonda del pub. Perché più procedeva e più era certo che Margit, lei, la ragazza scesa da una manciata di case appese a metà di un monte impervio, era lì, da qualche parte. Voltando le spalle a un barista zelante che appena lo vide stava per chiedergli in stretto dialetto sudtirolese che cosa volesse da bere, David realizzò che il suo sguardo era caduto su un ragazzino che avrà avuto al massimo tredici anni, i modi di fare concitati e impegnato in una discussione con qualcuno di cui riportava vagamente i lineamenti. Quelli di Margit. Che dando le spalle a David, laggiù, in un angolo del pub fra il dj e una barista energicamente truccata che dispensava bottigliette di succo alcolico, discuteva animatamente con suo figlio. Di quel ragazzino David notò non solo i tratti che gli si riflettevano in volto dalla madre di fronte a lui, ma anche il fare concitato e a scatti, gli occhi nervosi che saettavano qua e là percorrendo in lungo e in largo il locale, come se volesse fare altre cento cose contemporaneamente, oltre che parlare con quella madre sicuramente troppo apprensiva, per lui. 6

7 Avrebbe voluto correre, David. Zittire tutta quella gente come un regista mette a tacere in un sol colpo tutte le comparse con un urlo in un gracchiante megafono. Zittirle e farle anche scomparire per poi correre verso di lei e dirle eccomi, sono qui, sono tornato, sono di nuovo in questa terra, nella tua terra, e stavolta non me andrò. Mai più. Perché questa terra è anche mia. Non è vero che solo voi soffrite di Heimweh, lontano da qui, no. Mi sono finto italiano come tanti, in tutti questi anni, laggiù, nella capitale, e ho rimosso me insieme al mio passato. Ma il contorno del tuo volto riflesso sulle pelle imberbe di tuo figlio ha ridestato i profumi di questi monti, delle sue vallate, l odore dei tuoi capelli intrisi di legno della Stube. Ma non fece nulla, David. Si nascose, anzi. Approfittando dello schermo di una colonna, si allontanò di nascosto dirigendosi verso l uscita. E uscì. Incurante del flusso di quei ragazzi senza età che lo sfiorava e che sembrava non cessare mai. Pubblicato in FILADRËSSA 05. Kontexte der Südtiroler Literatur, a cura di Monika Obrist, Edition Raetia, Bolzano,

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