Paolo Di Stefano. Ogni altra vita. Storia di italiani non illustri

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1 Paolo Di Stefano Ogni altra vita Storia di italiani non illustri

2 Sito & estore Twitter twitter.com/ilsaggiatoreed Facebook Pubblicato in accordo con Grandi & Associati, Milano. il Saggiatore S.r.l., Milano 2015

3 Ogni altra vita

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5 Sommario Il venditore di uova 11 Lo sbarco di Venerina 27 Clelia e Glauco assieme 39 Il Carlone e i loschi figuri 53 Piccola Fiorenza in fuga 67 Rosa dolente o volente 77 Dio è fantascienza 93 I tormenti della giovane Flora 109 Le situazioni drastiche 123 «Ma chi te lo fa fare» 141 Il ragazzo che cade 157 Moua per sempre 179 «Ora ti sento vicino» 197 La finestra sul selciato 211 Un applauso per Sheila 223 «Da come mi guardava» 237 Veronica jumping 251

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7 Questa voce sentiva gemere in una capra solitaria. In una capra dal viso semita sentiva querelarsi ogni altro male, ogni altra vita. Umberto Saba

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9 Il venditore di uova C è stato un tempo in cui Gesù Bambino si chiamava Adriano. Le monache del Rosario di Scicli ogni domenica dopo pranzo allestivano il presepe vivente e Adriano Arrabito, per diversi mesi, diventava il Gesù nella culla, con un «abitino molto grazioso» e una candela in mano, riscaldato dal respiro di una mucca e di un mulo, accanto a un vecchio con la barba bianca, Giuseppe, e a una ragazza di paese, Maria. Il vantaggio era che finita la sacra rappresentazione le benedettine lo accompagnavano in sacrestia, «ove c era preparata una bella mensa» con ogni ben di Dio, tutto quello che il piccolo non poteva mangiare durante la settimana. Perché la sua era vita di poveraccio, un padre contadino e infermiere precario, «impiagato all Ospedale dei Cappuccini», la madre lavoratrice delle bestie e dei campi, come tante donne che abitavano a quel tempo nel Tavolato Ibleo. Il piccolo Arianu non aveva neanche un soldo in tasca per comperarsi un fischietto. Crescendo e perduta l aureola, era diventato un picciriddu un po troppo vivace, Adriano. Il suo primo ricordo risale a quando aveva cinque anni, ed è una caduta: un giorno, giocando intorno alla fontana, che si chiamava «carrugia» e si trovava di fronte al palazzo del barone Ignazio Mormina Papaleo, perde l «egolibbrio» e precipita nella «piccola beveratoia», tra quattro «tubbi a getto». Gli

10 12 Ogni altra vita sembra di annegare, urla e annaspa nell acqua, suo cugino Nazzareno gli allunga un braccio e lui ne esce fradicio e in lacrime per lo spavento. Corrono a chiamare sua madre. «La mamma» racconterà «appena mi vide in quelle condizioni si dispiacque, mi tolse labbitino e tutto mi asciucò.» In quello stesso anno, giocando con i cugini, Adriano cade da un albero di cachi e batte la faccia contro un sasso: «Tale fatto dispiacque molto alla mamma mia, accausa di quella caduta mi rimase molto schiacciato il naso». Con il suo naso pestato, il bambino dice un sacco di «buggie», la nonna lo rimprovera, vorrebbe «pungergli la lingua». Adriano ama molto sua madre, di un amore la cui assolutezza infantile non verrà meno neanche in età adulta. Adriano non è un piccolo diavolo, non potrebbe esserlo vista l esperienza natalizia del Gesù Bambino nella mangiatoia, e se fa disperare i suoi genitori non è mai con intenzione di cattiveria. È uno spirito romantico, assomiglia a sua madre. Non era ancora estate quando a fianco di papà Vincenzo percorreva quindici chilometri a piedi per andare a raccogliere le spighe di grano in una campagna chiamata Pulce. Un giorno viene come rapito dal canto delle cicale, fino ad allora non si è mai accorto del frinire monotono che in certe ore riempie le campagne e i timpani, forse non sapeva nemmeno che cosa fossero le cicale. Lascia le spighe e si siede all ombra di un carrubo gentile, si lascia risuonare nelle orecchie quel canto e dimentica il lavoro. Suo padre non è sua madre e lo rimprovera: «Raccogli spighe che di qui esce il pane, piu ni raccogliamo meglio e per noi», ma Adriano non vuole saperne e papà Vincenzo lo punisce con la punizione peggiore: gli nega il pranzo, pane con cipolle, mentre «l ingrati cecale» continuano il loro canto: «Non si degnavano di portarmi qualcosa da mangiare». Adriano ha fame, piange, chiama la mamma, «ma essa era l ontano e non udiva il mio pianto». Al ritorno a casa, dopo una settimana, sentito il racconto, «la mia adurata mamma si dispiacque molto».

11 Il venditore di uova 13 Verso la fine del 1898, Adriano aveva sei anni quando suo padre vendette la casa per mettere su una «bettola» in cui spacciare vino, pasta e altri generi alimentari: purtroppo sbagliò i calcoli e il negozio andò a rotoli nel giro di poche settimane. Così la famiglia rimase senza casa e papà Vincenzo fu costretto a tornare sul mulo per riprendere il lavoro in campagna. A scuola Adriano ci va «di malomore», è dispettoso, dà pizzichi ai compagni, non gliene importa niente dell aritmetica, della geometria e della grammatica italiana. Subisce i colpi di verga del maestro e alla fine viene cacciato per disperazione. Sui quattordici anni, però, imparerà a scrivere con una calligrafia chiara e pulita, molto elegante, inclinata verso destra, potrebbe essere la grafia di un professionista, un avvocato o un notaio. Lui è felice di andare a raccogliere olive sul terreno di zio Rosario, ma quando si mette a litigare con il cugino, anche lo zio, come il maestro, si sfila «la cintura che teneva per sorreggersi i pantaloni» e comincia a dare «botte da orbo, un colpo a lui e un colpo a me», tanto che devono intervenire alcune donne. La sera la mamma «si dispiacque molto, e in seguito rimproverò mio zio». Mamma Ninetta è rotonda, ha un collo morbido e bianco, occhi pietosi e una leggera peluria sopra le labbra, per Adriano sarà sempre «la mia adurata mamma». Mai un urlo per i guai che combina suo figlio: si limita a dispiacersi sempre molto, con pazienza e dolcezza. A un certo punto il garzoncello Adriano lavora presso l avvocato Lattuca: per quattro soldi al giorno deve portare a piedi tre litri di latte dalla campagna Guarniere a Marina di Ragusa, sette chilometri anche con la pioggia e il vento. Suo padre vorrebbe che imparasse il mestiere di barbiere e poi di calzolaio, lui ci prova, passa qualche giorno in bottega, sembra piuttosto abile, specialmente a fare la barba, ma non gli va. «La mia passione era la campagna» scrive. Così a otto anni comincia a lavorare con l aratro per la semina del grano, otto soldi al giorno; poi per alcuni mesi passa nella bottega del cordaio Giavatto Giovanni dove ha il compito di girare la ruota per filare

12 14 Ogni altra vita il lino e la canapa: è un vecchio filatoio con la maniglia di ferro che d inverno diventa gelida e la manina di Adriano spesso non ce la fa. Torna in campagna, contrada Lucia, dal signor Lopez Luigi, per la semina del grano con una decina di ragazzi tra i nove e i dieci anni: porta con sé sei pani da quattro soldi l uno, dovrebbero servirgli per una settimana, per i pasti comandati c è la minestra di fave che distribuiscono i caporali, ma il pane glielo rubano. Quando torna a casa per prenderne altro, la mamma piange perché il pane è finito e i soldi pure: papà è disoccupato e i figli sono già quattro. Adriano è il maggiore, i suoi fratelli si chiamano Emanuele, Maddalena e Concettina. Gli fanno male i piedi, ha i calli alle mani come gli adulti, in casa si mangiano fave tre volte al giorno, senza olio e con poco pane. Pasta solo la domenica, un chilo di maccheroni costa come una giornata di lavoro. «Quanta fatica e quanti sacrifici!» ricorda Adriano pensando a quei «tempi tristissimi». Un giorno si accorge che qualche suo coetaneo sa già leggere e scrivere, mentre lui è un picciotto «compretamente inaffabeta», prova vergogna della sua ignoranza e si pente di non aver studiato. Gli amici gli dicono: «Uno alla tua età è malissimo a non avere istruzione, se andrai soldato chi ti scriverà le lettere?». Per un po si porta dentro la vergogna senza parlarne con nessuno, neanche con mamma Ninetta e con le sue due sorelle. Lavora in silenzio e basta. Poi, nell autunno 1909, decide di iscriversi a un corso serale: dopo dieci ore di lavoro in campagna, Adriano deve percorrere a piedi sei chilometri per raggiungere la scuola, dove passa due-tre ore con il professor Cataudella Rosario su un banco illuminato da una lampada a petrolio. Al primo anno di elementari viene promosso, ma non è sufficiente per perdere la vergogna e tanto meno per lasciare la campagna. D estate aiuta la famiglia della vedova Benedetto Giovanna anche a fare la spesa: poi la sera, con un lume, prende un foglio e una matita e fa esercizi di scrittura. Il padre lo porta con sé nella Piana di Ragusa

13 Il venditore di uova 15 a «scotolare» e raccogliere olive: un «tummolo» sono quindici chili e Adriano ne raccoglie dieci al giorno. Nessuno fa meglio di lui, gli altri braccianti, giovani e vecchi, lo guardano con ammirazione. È alto, forte, svelto, «sembra che nei mani cià l energia elettrica» dice il padrone. Salta la seconda e supera direttamente la terza elementare «con tanta gioia» sua e dei suoi genitori, soprattutto di mamma Ninetta. Il lavoro è durissimo ma comincia a rendere, tre soldi al giorno e mangiare a volontà: più di quindici ore quotidiane di mietitura del grano, passando la notte, coperto di pulci, «sopra quattro fili di paglia». Quando Adriano torna a casa, la sua «adurata mamma» gli salta al collo e lo copre di baci, sembra la sua fidanzata. Con il guadagno di Adriano, 100 lire, la madre compera il corredo per le due figlie. Adesso la famiglia Arrabito comincia a respirare un po e papà Vincenzo, che finora non ha dimostrato un gran fiuto per gli affari, prende in affitto uno «stacco di terreno» a Bommacchia con carrubi, mandorli e fichidindia. Tutta roba che riesce a smerciare girando per i paesi e per le campagne: «Si guadagnava più di quanto prendeva unoperaio». Da venticinque a trenta fichidindia di primo fiore, una lira; quelli di secondo fiore costano molto di più. Adriano ce la mette tutta: dopo aver faticato per l intera giornata, mangiata in fretta la minestra, «grazie al bel chiaro di luna» può lavorare anche di notte per bonificare una chiusa in cui seminare le fave. A Natale il Gesù Bambino del presepe vivente non è più Adriano, perché Adriano è ormai un picciotto che piace alle ragazze, gira per il paese guardandosi intorno, con i suoi baffetti quadrati, la fronte alta, le orecchie larghe e un po pelose dell uomo quasi fatto. Quell anno arriva a spendere 11 lire per comperarsi un bel paio di stivaletti, che lui chiama «scarpe con l astico». Ma la sua vita cambia improvvisamente: il pensiero fisso della campagna lo abbandona e Adriano guarda altrove. Non è ancora ventenne quando fa domanda per andare volontario in Finanza.

14 16 Ogni altra vita Viene convocato, il 14 marzo 1912 si deve presentare al comando di Siracusa: l inverno si è portata via la scorta di denaro e Adriano ha in tasca solo 5 lire, «che li tenevo come un gran tesoro»; mamma Ninetta chiede un prestito per il viaggio di suo figlio a sua cognata Maria, l unica tra i parenti «che stava bene come finanze», ma si sente rispondere male. «A tale risposta la mia adurata mamma per poco non si è messo a piancere, ma posso dire che l occhi suoi erano piene di lagrime.» C è molta poesia, nel diario che Adriano scriverà, quasi cinquantenne, nel Il picciotto intanto si è avvicinato al pastore protestante Lucio Schirò, ha ascoltato le sue letture del Vangelo, considera una fortuna e una rivelazione quell incontro: con il Signore Gesù Cristo nel cuore e la Bibbia tra le mani, dopo le visite mediche parte da Siracusa per Maddaloni, dove è fissato il ritrovo degli allievi della Finanza. Ricevuta la prima paga, Arianu manda 10 lire a casa, e così farà ogni mese: «Il mio pensiero era sempre rivolto verso la mia cara famiglia che tanto amavo di vero cuore». Concluso il corso allievi, il soldato Arrabito viene destinato alla legione di Torino, circolo di Novara, compagnia di Domodossola, tenenza di Varzo, brigata di Bugliaga. In agosto è a Iselle, sul confine svizzero, all imboccatura della galleria del Sempione: vede da lontano la caserma, gli sembra di poterla toccare, ma per raggiungerla deve camminare tre lunghe ore in montagna. Bussa al portone, gli apre «un uomo molto alto, robusto nero come uno abissino, due occhi vivacissimi, un barbotto nero e lungo fino al petto, uno sguardo severo». È il soldato Siclari Stefano, calabrese. Una sera, Adriano esce in compagnia di un appuntato per affrontare il primo turno di guardia portando con sé un pane, «l acqua in una borraccia di legno di circa tre litri, il comparaggio, ancora un sacco appelo di peso circa 8 kg, un ombrello, un telo incirato, moschetto e rivoltella». Per giorni non vede che qualche uccello, qualche scoiattolo, «alberi di pini, cime

15 Il venditore di uova 17 di diversi montagni, cielo e terra». Appena può, legge il settimanale L Evangelista e la Sacra Bibbia. Fa i suoi conti: la carne costa una lira al chilo, il pane 30 centesimi, la pasta 40 centesimi, una bottiglia di vermut o di anice 1,50. Delle 43 lire mensili nette che guadagna, 20 le manda alla famiglia, che con quei soldi mangia per quindici giorni. È Natale, un altro Natale, questa volta non soltanto lontano dalla mangiatoia del convento delle benedettine, ma lontanissimo da casa. Quel giorno riceve un pacco dalla famiglia, ne tira fuori dolci, aranciata, «citrata ben lavorata», fichidindia di ottima qualità. La sua «adurata mamma» se avesse potuto mandargli il cuore gliel avrebbe mandato. L ex contadino Arianu condivide con tutti quel ben di Dio, il pranzo di Natale dura tre ore e si conclude con la pasta morbida dei dolcetti siciliani che si scioglie nelle bocche dei commilitoni. Passano i mesi sotto cieli grigi, tra boschi di abeti, frassini, aceri e sterpaglie. Una vegetazione che Adriano non può conoscere, non può conoscere il caprifoglio e il salicone. Avrà visto certamente caprioli, cervi, mufloni aggirarsi tra le tende e le capanne. A casa gli affari di papà Vincenzo sono ancora una volta disastrosi, e ben presto Adriano viene a sapere che «nel 1913 mio padre emicrò nell America del Nordo, che dopo 13 mesi tornò senza aver fatto nessuna fortuna». D inverno il soldato Arrabito trema, soffre il ghiaccio, l acqua e il pane gelano. Camminare sulla neve non è la sua specialità, «molti momenti si maladiva quella vitaccia così sacraficata». In primavera coglie la cicoria nei prati, in autunno mangia le castagne, d estate scopre le fragole, i lamponi e «le funghe porcine». A un certo punto la brigata si trasferisce a Domodossola per controllare i documenti e le valigie dei passeggeri sui treni provenienti dalla Svizzera. È lì che Adriano incontra una giovane maestra e per 10 lire al mese segue le sue lezioni, fa di conto e ricomincia a scrivere: ci mette la buona volontà e la maestra è contenta del suo allievo. La mattina del 7 maggio 1915 il finanziere sciclitano Arrabito Adriano parte per la Grande Guerra: Novara, assegnato al 1 Batta-

16 18 Ogni altra vita glione di frontiera della 3ª Compagnia, squadra zappatori. Il comandante, capitano Squadrani Giuseppe, è un buon padre di famiglia. Vicenza, Asiago, trincea in Val d Assa, sul confine tra l Impero austro-ungarico e il Regno d Italia. Una notte, mentre i soldati tagliano legna nel bosco, il primo spavento: «Gli austriaci videro il movimento degli alberi e giù una grande scarica di cannonate di piccolo calibro. Noi subito ci allontanammo, grazie a Dio nessuno di noi rimase colpito». Il rancio lo ricevono in trincea ogni ventiquattr ore, dopo una ventina di giorni tentano «la vanzata» sul lato sinistro della Val d Assa per occupare il forte Varena e «per puro meracolo ci la fecimo franca». Sono i primi giorni di novembre quando la compagnia raggiunge Col Santo coperto di neve, rifugiandosi in una piccola baita invisibile al nemico; qui Adriano ha l ordine di fare la sentinella per un ora la notte e si sente morire di freddo, non può star fermo «sempre alzanto e bassanto i piedi». Un giorno di dicembre deve portare una busta al posto più avanzato, ma si imbatte in una tormenta di neve, perde le tracce della mulattiera e torna indietro. Un nuovo Natale. Il 20 dicembre 1915 gli viene comunicata la prima licenza dopo quattro anni che si è «arrollato»: prepara il tascapane in fretta e furia ed è il primo a presentarsi per la partenza, gli altri trenta commilitoni lo raggiungeranno dopo, con calma. Per prendere la tradotta deve percorrere quaranta chilometri a piedi e solo la mattina di Natale vede da lontano la Madonna di Messina, raggiunge Siracusa e da lì arriva in paese dove «dinanze alla porta trovai la mia adurata mamma che pianceva di gioia: appena entrai mi abbraciò e cominciò a coprirmi il volto con centinaia di affettuosissimi baci, tutti i baci che non mi aveva dato in quattro anni». La sua vita è fatta di accensioni improvvise, svolte repentine che secondo lui sono suggerite dall alto. Così, quando nel giro dei saluti ai parenti si trova in casa di zio Carmelo Statello, rimane folgorato da sua figlia Maria, «ben formata e di bello aspetto»: «Io disse tra me se piace al Signore questa dovrà essere la mia sposa, perché vedo in essa

17 Il venditore di uova 19 i miei lieti giorni del mio avvenire radioso». È un Natale felice, ma Adriano sa che presto dovrà tornare sul Pasubio. Con un idea fissa e il cuore in subbuglio. Sette giorni di viaggio. Raggiunta la compagnia, il primo pensiero è scrivere alla famiglia una cartolina illustrata per comunicare ai genitori le sue fermissime intenzioni: senza troppi giri di parole, li prega di chiedere la mano di Maria. Quando arriva la risposta, «il mio cuore provò tanta gioia perché il mio proponimento avviava verso il mio desiderio d amore». Intanto, purtroppo, bisogna tenere a bada il battito cardiaco per affrontare la guerra, nella primavera 1916 «il nemico aveva colpito la bella Asiago con alcuni cannonati di grosso calibro». Il 20 maggio Adriano e i suoi si avviano al buio verso la prima linea, lontana trenta chilometri: passano una notte sotto i pini «e spesse si sentivano fischiare qualche pallottola di fucile nemico», alle sei del mattino con il fuoco di sbarramento arrivano le cannonate e i proiettili che «per terra strisciavano a centinaia», mentre molti alberi «venivano spezzati chi nel mezzo, chi nelle cime e chi nelle radiche». È il 21 maggio. «Ognuno di noi cercava reparo, chi dietro qualche tronco di pino e chi dietro qualche sasso, inaspettativa del nemico che doveva avanzare. Quando scoppiavano i grossi calibri, mandavano in aria grossissimi sassi e zolle di terra in quantità. Vicino a noi vi era una batteria da montagna, che si batteva con grande eroismo, teneva lontano le forze nemiche, infatti di quel punto il nemico non avanzò.» Adriano vede i primi «eroi» morti, compreso un capitano che viene portato «verso le dietro vie e lo piangevano tutti». Il 22 la compagnia cammina tutto il giorno verso l altopiano dei Sette comuni e il 23 viene schierata lungo le trincee nei pressi di Canove: per diversi giorni mangiano «zucchero, scatolette, formaggio sgrassato prodotto e trovato in quei case coloniche». In un convento di Marostica, Adriano riprende a scrivere aiutato da uno studente che si chiama Barbisan Enzio, è lì che incontra la giovane e bella e ricca Luisa che si innamora di lui e non esita a

18 20 Ogni altra vita dichiararsi. Forse il ragazzo di Scicli per un attimo tentenna, ma fa un sogno: «Una voce mi disse tu dovrai comprarti l orologgio ove lo comperò tuo padre, perché spesso succede che uno orologgio d oro non va bene come uno di metallo». Non se ne parla neanche, è Maria l «angelo della mia felicità» e quando Adriano ritorna al paese per la nuova licenza natalizia, «potte comprendere che mi amava di tutto cuore». La promessa è di sposarsi alla fine della guerra. Nella primavera del 1917 è sul monte Cengio, incaricato di trasportare acqua e viveri con un mulo. Soffre ancora il gelo, la nebbia e «quel po dumedità sulle baffette». Un giorno il mulo precipita nella scarpata ghiacciata, l ex contadino provvede a recuperarlo, se ne intende di bestie e sa come fare. Devono passare venticinque mesi di gelo al fronte perché il soldato Arrabito possa finalmente lasciare la montagna e scendere a Genova, caserma Santa Teresa: «Grazie al Signore non ebbe a soffrire male alcuno». Nella Casa del Soldato frequenta la scuola serale, anche a costo di rinunciare alla cena: è così che ottiene la licenza elementare «dandomi un bello diploma». «In quel tempo non vi era principio di fine della guerra.» Al paese qualcuno propone ai genitori di Maria di non aspettare il ritorno del finanziere povero e spiantato, ma di sistemare la figlia con Miceli Giovanni, un «bravo lavoratore» che ha casa e terreni, ma che non è partito in guerra per questioni di statura: «è curto». Alla futura suocera la proposta piace, non a suo marito Vincenzo e neppure alla figlia. Ci sono anche altri che aspirano alla mano di Maria, il bersagliere Vai Pietro, un giovane proprietario di «tanto bel capetale»: mulo, carretto e terreno. Adriano conta in tutto sette pretendenti che si fanno avanti per soffiargli la fidanzata, tra contadini, possidenti e carabinieri: tra questi un cugino di Maria che è più tignoso degli altri e arriva a offrire 500 lire alla famiglia di lei «per comprare qualche cosa». Ma vincerà la testa dura di Adriano, e il suo amore senza risparmio. I primi giorni del luglio 1919 è di nuovo a casa in licenza: «Per me l orizzonte di amore era limpidissimo, grazie alla ferma parola

19 Il venditore di uova 21 del mio angelo, e sopra di ogni cosa lodi al Signore che mi luminò la mente di sapermi regolare bene secondo i miei proponimenti». Passa una settimana in campagna con la famiglia di Maria, «in quel tempo vi erano molti fichi a San Brasi». Una sera il padre di Maria gli dice: «A mia figlia posso dare per dote la biancheria e la legname necessaria». Adriano risponde: «Io ho chiesto la mano di vostra figlia e non la dote, per il nostro avvenire penserà Dio». Torna brevemente a Genova, dove il maresciallo gli consiglia di restare nell esercito promettendogli il grado di appuntato, Adriano non ci pensa neanche, alla carriera preferisce un futuro al paese con la sua Maria e con una famiglia numerosa. Il 6 settembre gli viene consegnato un foglio con su scritto «Con amore ha servito la Patria» ed è in congedo illimitato. Il maresciallo lo saluta: «Sei stato un ottima guardia e con certezza sarai un ottimo cittadino e un buon lavoratore». L 11 ottobre 1919 è il gran giorno in cui, con funzione religiosa nella Chiesa Evangelica di Scicli, l ottimo cittadino Adriano Arrabito si unisce in matrimonio con Maria Statello, «la quale mi fu predestinata dal Signore». Per il suo cuore tenero è l apoteosi che realizza il sogno sognato per quasi quattro anni: vino, focacce, formaggi, ricotte, dolci, cachi, melograni, fichidindia, biscotti, noci, mandorle, confetti, gelati. Dopo «una settimana di miele» e dopo essere tornato a zappare la terra per 5 lire al giorno a sedici chilometri da casa, nel 1920 Adriano è guardia carceraria a Palermo, il 7 luglio nasce il primogenito Emanuele, il cui nome significa «Dio con noi»: quando arriva il telegramma, papà Adriano si trova da solo in una camera, si mette in ginocchio e innalza una preghiera: «Padre celeste, ti sono sommamente grado». La famiglia lo raggiunge presto e i figli nascono a raffica: il 23 settembre 1921 Ninetta, che porta il nome della «adurata mamma», il 30 novembre 1922 Teresa. All inizio del nuovo anno, il Corpo della Regia Guardia per la Pubblica Sicurezza viene soppresso: l ultima notte che dorme a Palermo, Adriano sogna che al paese compera e vende uova, sveglia sua moglie e le dice che

20 22 Ogni altra vita quel sogno gli è stato suggerito dalla divina Provvidenza. Al ritorno, dopo due giorni, comincia a organizzare il suo commercio di uova tra Marina di Ragusa, Scicli, Modica e Siracusa. Al contrario di papà Vincenzo, Adriano ha un certo fiuto per il commercio: il primo giorno compera due «vertuli», cioè due bisacce, in cui infila un paio di panieri, se le sistema sulle spalle e si avvia per le campagne in cerca di uova da acquistare, scopre che la produzione di uova non è un granché, solo il 20 per cento delle galline è produttivo, ne compera comunque circa duecento a 50 centesimi l uno; il giorno dopo ancora duecento; il terzo se le carica tutte sulla schiena, sale sul primo treno e scende a Modica. Comincia così la carriera del venditore di uova: trecento le vende a 60 centesimi, il resto a 55 e poi a 50. Guadagno netto: 12 lire. Don Arianu è il primo ovaio della zona, si spinge presto fino a Siracusa, dove il prezzo delle uova è più alto, vende nei mercati di paese e per le strade, e dopo due o tre giorni torna con 60 lire: riesce a smerciare anche mille uova al giorno. Adriano paga un abbonamento ferroviario, poi compera un asinello, lavorerà venti ore al giorno per anni, viaggiando in treno, a piedi o a dorso di mulo. Il sogno aveva ragione, le uova saranno la sua Provvidenza e la sua fortuna, nel 1924 si compera una casa con una stanza e l acqua potabile, il 28 settembre 1925 nasce Vincenzo e il 14 dicembre muore l «adurata mamma», ma un temporale impedisce a Adriano di darle l ultimo saluto: «Sempre la ricordo viva», scrive asciugandosi le lacrime. Il ricordo dell «adurata mamma» non lo lascia un momento, a tratti Arianu si sente ancora il Gesù Bambino della mangiatoia. Non gli sembra vero di potersi permettere una bicicletta, un asino e un carretto a molle, più adatto agli scossoni delle stradacce tra Scicli e Siracusa. Adriano ormai, oltre a vendere per le strade, vanta ottimi clienti fissi, professionisti e impiegati statali. Per guadagnare di più, vende anche pomodori maturi, ogni sera torna alle dieci e ogni mattina si sveglia alle tre. Nel frattempo molti contadini capiscono

21 Il venditore di uova 23 che don Arianu ha aperto una prospettiva di commercio nuova e fruttuosa, si fanno l abbonamento ferroviario e diventano anche loro ovai: due, tre, quattro, dieci, venti, trenta Il treno della mattina che parte da Scicli e arriva a Siracusa viene battezzato «il treno delle uova». I figli di Adriano e Maria diventano sette: ai primi tre, si aggiungono, fino al 1941, Carmelo, Guglielma Concettina, Elena, Elio. Il primogenito Emanuele diventerà notaio ad Asti, Carmelo sarà insegnante di scienze naturali al liceo di Lugano. È questa la fierezza del venditore di uova, già soldato sul fronte del Carso, Arrabito Adriano, contro l invidia di quelli che si rodono per la sua forza, per la sua ostinazione, per i successi dei ragazzi, per il magistero superato dal primogenito e poi per l iscrizione all università, per il nuovo terreno acquistato, per la casa. Con la sua elegante grafia, temendo forse di morire presto, chiede ai «diletti figli» di non dimenticare mai le fatiche della madre: «Io solo posso sapere quanti lacrime ha versato per voi, e quanto sonno ha perduto sempre per voi. Miei diletti, amate sempre la mamma, onoratila dovunqui, acciocché quelli che avvicinati possono dire benedetta la mamma che li ha messo al mondo». Elenca le malattie dei bambini, i sacrifici, le veglie al loro capezzale, le ansie. Ci sono, allegati al quaderno, nove fogli scritti diversi anni dopo, in cui la grafia non è più inclinata ed è meno elegante e spigolosa. Si aprono su una giornata molto importante. Il 3 giugno 1940, mentre si trova in campagna a mietere il grano, vede avvicinarsi un tizio in divisa con in mano una busta: è la cartolina che lo richiama a una nuova guerra, nel corpo della Regia Guardia di finanza di Siracusa. Adriano ha quarantotto anni, viene destinato alla brigata di Marzamemi, dove il giorno 5 verso le undici consuma un bel piatto di pastasciutta e una «bella pietanza» di pesce in umido. Ancora lunghe camminate, estenuanti solo per chi non fa il venditore di uova come

22 24 Ogni altra vita lui, otto, dieci, dodici chilometri con diversi commilitoni che sono anche compaesani. Il 19 marzo 1941 Adriano è alla stazione di Siracusa per accogliere Maria e la «pupetta» Elena, staranno insieme una decina di giorni in una stanza presa in affitto: la bambina, scrive Adriano, «qualche volta me la portavo a pescare prendendo alcuni pesciolini». Verso la fine del mese, Adriano Arrabito fa domanda di rientro a casa essendo senza denti e non potendo consumare il cibo asciutto, così il 12 maggio torna definitivamente in famiglia, ormai ha perso i clienti fissi di Siracusa e deve ricominciare a lavorare nei campi, con Maria miete le fave e pulisce i terreni. Nel giro di una settimana, si ammalano di tifo Teresina, diciannove anni, e la «pupetta» Elena, tre: Teresa gli passa una mano sulla testa come per dirgli «addio, caro papà» e muore in un paio di giorni. Adriano prende in braccio Elena febbricitante e la porta da un medico di Pozzallo. È domenica, la piccola viene ricoverata all ospedale di Busacca, ha la febbre alta e gli occhi chiusi, suda, il suo respiro si ferma alle due di mattina del 6 agosto: «Presi una manina alla mia pupetta e innalzai una preghiera a Dio Padre che commosse tutti i presenti. Dopo 13 ore dalla sua morte ebbe fatta l ultima fotografia». Adriano compone per lei una poesia, qualche verso «staccato dal cuore del padre». L ultimo ricordo dell ex Gesù Bambino venditore di uova è dedicato alle parole farfugliate dalla «pupetta» sul letto d ospedale: «Papà, ci pensi quando mi portavi a camminare e mi pigliavi i pesci?». Il quaderno del venditore di uova di Scicli me l ha fatto leggere suo figlio Carmelo: alla morte di don Arianu, il 23 dicembre 1959, Carmelo aveva trentun anni, in casa trovò il diario in cui il padre raccontava le peripezie della sua povera vita. Carmelo ha un ricordo vago della settimana in cui si ammalarono le sue sorelle Teresa ed Elena, ma ricorda bene il giorno del 1943 in cui l ultimo fratello, Elio, morì di polmonite a due anni. Ricorda che l asinello che viveva in casa con

23 Il venditore di uova 25 loro lo chiamavano Ciccio e ricorda che durante i bombardamenti su Scicli dovettero fuggire in campagna. Ricorda anche che don Arianu ogni sera passava con il lume a visionare le uova per verificarne la freschezza, e ricorda che a Marina di Ragusa era incaricato di accendere e spegnere i lampioni del paese: probabilmente era il primo a svegliarsi e l ultimo ad andare a letto. Ricorda molto bene quando, nel 1976, morì sua madre Maria, l «angelo della felicità», che sopravvisse all amato venditore di uova per quasi trent anni. Lui, ateo, ricorda con ammirazione la fede devota di suo padre. Sarebbe stato un altro figlio, Vincenzo, a ereditare da don Arianu il mestiere di venditore di uova, muovendosi per la provincia in bicicletta, in moto e poi in auto.

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