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2 Nuova Narrativa Newton 265

3 Titolo originale: Abducted Copyright Charlene Lunnon and Lisa Hoodless, 2009 First published in Great Britain in the English language by Penguin Books Ltd. The moral rights of the author have been asserted All rights reserved Traduzione dall inglese di Maria Sole Abate Prima edizione: febbraio Newton Compton editori s.r.l. Roma, Casella postale 6214 ISBN Stampato nel febbraio 2011 presso Puntoweb s.r.l., Ariccia (Roma)

4 Charlene Lunnon - Lisa Hoodle con Gill Paul Le bambine silenziose Newton Compton editori

5 Charlene Lunnon e Lisa Hoodless vivono a Hastings, nell East Sussex. Charlene abita con il compagno, William, e la figlia, Rubierae; Lisa con suo figlio, Kyle.

6 Prologo Il 28 giugno del 1995, nel Kent, un uomo esce di prigione dopo aver scontato quattro anni per il rapimento di una undicenne e il tentato rapimento di una diciassettenne. Un mese dopo si trasferisce a Eastbourne. Questo succede prima dell istituzione del Sex Offenders Register che permette di rintracciare subito chi ha già commesso reati di molestie sessuali. E così quell uomo resta del tutto invisibile alla polizia. Nel 1998 a Hastings, a una ventina di chilometri di distanza da Eastbourne, lungo la costa, due bambine stanno diventando sempre più amiche. Condividono la passione per i vestiti, le caramelle, i giochi al computer e le Spice Girls. Compiuti i dieci anni, i genitori decidono che sono abbastanza responsabili da poter andare a scuola a piedi senza il controllo di un adulto. In fondo, si tratta solo di una passeggiata di dieci minuti. L uomo non ha né amici né un lavoro. Vive solo, in uno squallido appartamento sopra un centro commerciale. Il suo unico interesse sono le belle bambine... 7

7 PRIMA PARTE 9

8 1 Charlene Io e Lisa siamo diventate amiche per la pelle dal mio primo giorno alla Christ Church Primary School, nel giugno del 1998, quando avevo nove anni. Essendo passata da un affidamento all altro fin da quando ero molto piccola, avevo cambiato diverse scuole. Ma finalmente abitavo con il mio papà in una vera casa, e speravo di aver trovato un posto stabile dove crearmi solidi legami di amicizia. La Christ Church sembrava più grande di tutte le scuole che avevo visto fino ad allora. Aveva una struttura complessa: c erano due rampe di scale nel mezzo, una per i bambini più piccoli, l altra per quelli più grandi. Pensavo che non sarei mai riuscita a orientarmi. Per quel primo giorno mi avevano assegnato Dan, un ragazzino che mi doveva fare da guida indicandomi dove si trovavano i bagni e cose del genere, ma, anche se sembrava simpatico, ero troppo nervosa e intimorita per attaccare discorso. Eravamo in classe e avevo appena iniziato a trascrivere le frasi che l insegnante ci aveva chiesto di copiare, quando mi si è spezzata la punta della matita. Guardo nell astuccio e mi rendo conto di non avere il temperamatite. «C è qualcuno che potrebbe prestarmi un tempera- 11

9 matite?», ho domandato con un sussurro intimorito al gruppo più vicino. Una voce da dietro ha risposto: «Io ne ho uno delle Spice Girls». Mi sono voltata e ho visto una bambina con i capelli castano chiaro, corti e ricci, con due chignon ai lati, come la Principessa Leila di Guerre stellari. «Grazie», ho risposto. Adoravo le Spice Girls. All inizio la mia preferita era la Baby Spice, ma poi ero passata alla Posh Spice perché era molto raffinata e mi piaceva come si vestiva. «Puoi tenerlo», ha detto, e io le ho sorriso timidamente. «Sei nuova», ha continuato. «A che scuola andavi prima?» «Mi sono appena trasferita a Hastings, dal mio papà. Prima vivevo a Londra». «Dove abiti?». Le ho detto il nome della via. «Io abito nella via dopo la tua», ha risposto. «Mi chiamo Lisa. Possiamo giocare insieme durante l intervallo se ti va, se non hai nessun altro con cui giocare». Ho annuito sorridendo e stavo per risponderle: «Sì, mi piacerebbe», quando l insegnante ci ha chiesto di fare silenzio e di rimetterci a lavorare. Durante l intervallo ci siamo incamminate insieme verso il cortile chiacchierando tutto il tempo. Mi piacevano tanto le sue scarpe dai colori vivaci, erano blu, verdi e gialle con le suole di gommapiuma e una fibbia sulla parte superiore. A lei piaceva il mio cerchietto, c era stampato il mio nome, ogni lettera di un colore diverso su uno sfondo di velluto nero. E poi mi piaceva il suo smalto eccentrico blu a pois gialli e il fatto che fosse così piccolina, dolce e allegra. Sorrideva sempre, come se non avesse il minimo pensiero. L ho invitata a casa mia quella sera e lei si è presentata in- 12

10 dossando un cardigan rosa, dei pantaloncini corti di jeans e sandali blu. Andavamo d amore e d accordo. Abbiamo scoperto subito di avere entrambe una collezione di orsacchiotti e abbiamo deciso di scambiarcene alcuni. Ci piaceva acconciarci i capelli e giocare con la Playstation a Crash Bandicoot, e con le carte a Asso piglia tutto. Il tempo volava quando eravamo insieme, e gli argomenti di cui chiacchierare non finivano mai. Papà era felice che avessi trovato un amica, e lo ero anch io. Mancavano solo due settimane alla fine della scuola, ma poi sono arrivate le vacanze, e abbiamo passato tutta l estate a giocare insieme, a casa mia o da Lisa. Nel suo giardino c erano le altalene, ma suo padre era molto severo quindi stavamo più che altro da me. Facevamo la lotta con l acqua nella piscina gonfiabile, costruivamo dei piccoli accampamenti, andavamo alla Spar a prendere il gelato e ci appostavamo per fare i gavettoni al fratello maggiore, James. Lisa si fermava spesso a dormire da me, mentre io non passavo mai la notte da lei perché il suo papà non amava il baccano. Non avevo mai potuto invitare nessuno a passare la notte a casa mia, ed era una cosa che mi piaceva da morire. Stavamo sveglie per ore a confidarci i segreti e a raccontantarci la nostra vita. La mia storia era piuttosto interessante da raccontare, e molto diversa da quella di Lisa. Aveva un fratello e due sorelle, e i suoi genitori erano sposati e vivevano insieme una bella famiglia normale, o almeno così mi sembrava. Al contrario, la mia infanzia non aveva avuto niente di normale, anche se in quel momento era più stabile, da quando vivevo con il mio papà, sua moglie Philomena e la figlia di lei, Ceri-Jane. Ma il percorso era stato lungo. Mia madre era alcolizzata ed eroinomane. Aveva provato 13

11 tante volte a smettere ma non ci era riuscita nemmeno quando era incinta di me. Sono nata prematura e con una dipendenza da metadone: di conseguenza ero piccolissima e non riuscivo a respirare da sola. Sono rimasta in un incubatrice, in ospedale, per diversi mesi prima di poter andare a casa. Avevo due sorellastre, Carol e Rose, ma erano molto più grandi di me di circa vent anni e avevano la loro vita. Carol aveva dei figli e la incontravo di tanto in tanto, mentre Rose non la vedevo praticamente mai. Avevo anche due fratellastri molto più grandi, ma non li avevo mai conosciuti e non sapevo niente di loro. Io e la mamma abitavamo in una casa sporca e sempre piena di uomini che entravano e uscivano, si bucavano e poi sparivano in camera da letto con lei. Io rimanevo da sola a guardare film dell orrore alla televisione, mentre loro ansimavano e gemevano nella stanza accanto. Sapevo perfettamente cosa stavano facendo. Un giorno, quando avevo tre anni, sono entrata in camera mentre stava facendo sesso con uno e ho domandato: «Mamma, dov è il barattolo dei biscotti?» «È nella credenza», ha risposto, fermandosi per un attimo. Sono andata al piano di sotto e ho preso un biscotto. Non mi aveva turbato per niente. Non so quando ho imparato le cose della vita, ma era come se le avessi sempre sapute. Un altra volta stavo dormendo appoggiata sulle gambe della mamma e mi sono svegliata mentre un uomo stava cercando di infilarle il pene in bocca. Questi erano i suoi cosiddetti amici. Alcuni mi urlavano contro spintonandomi qua e là, ma nessuno mi ha mai fatto del male. Spesso però litigavano fra loro. Ricordo una lite durante la quale un tizio è stato 14

12 accoltellato nel sedere e il divano si è riempito di sangue. Dopo non mi piaceva sedermi su quel divano, ogni volta che lo guardavo mi sentivo male. Negli scaffali non c era mai niente da mangiare e morivo sempre di fame, ma quando la mamma mi accompagnava alla scuola materna mi davano la pizza, i panini o il pollo arrosto. A casa non si preparava mai la cena. La mamma mi dava da mangiare quando le girava, e se aveva qualcosa in casa. Ho un lontano ricordo di me seduta davanti alla televisione mentre mangio pisellini da una scatoletta, erano squisiti. Tuttavia, amavo profondamente la mamma. Quando si comportava bene era simpaticissima e mi faceva delle coccole meravigliose. Ma poteva cambiare in un battito di ciglia. Non sapevo quali droghe prendesse, ma mi accorgevo immediatamente quando ne aveva fatto uso perché da mamma sorridente e dolce si trasformava all improvviso in quella strafatta, sdraiata sul divano, con gli occhi rovesciati, in uno stato di apatia totale. La situazione peggiorava quando era ubriaca perché diventava violenta; oppure andavamo al pub dove si fermava per ore mentre io la aspettavo seduta fuori. Una volta le avevo raccolto dei fiori in giardino, ma quando ero entrata in casa per darglieli, era ubriaca. «Ti ho preso dei fiori», le ho detto porgendoglieli con un sorriso da orecchio a orecchio, sicura di renderla felice. «Levati di torno», ha sussurrato allontanandomi, prima di barcollare su per le scale e chiudersi in camera con uno dei suoi uomini. Mi sono sentita profondamente scioccata e ferita, seduta per terra in soggiorno, aggrappata al mio mazzo di fiori disordinati fissando il vuoto che aveva lasciato. Di tanto in tanto chiedevo di papà, ma la mamma lo odia- 15

13 va profondamente e non mi diceva mai niente, se non che era un ladro, un bugiardo, un tossico e un buono a nulla che probabilmente si trovava in prigione; e così, per un po, ho smesso di fare domande. Quando avevo quattro anni sono arrivati i servizi sociali. A quanto pare le mie costole sporgenti dimostravano uno stato di malnutrizione e decisero che era davvero troppo. Mi hanno presa in custodia e data in affidamento. Tra i quattro e i sei anni sono stata affidata a quattro diverse coppie di genitori. I vantaggi c erano mi davano da mangiare, mi pettinavano, mi leggevano le favole per farmi addormentare, e mi facevano indossare bei vestiti puliti ma mi mancava la mamma. Avrei preferito di gran lunga trovarmi ancora con lei piuttosto che in una casa di estranei. Nessuno di loro mi faceva stare bene quanto la mamma da sobria. Una volta alla settimana io e lei potevamo vederci, sotto la supervisione di qualcuno, in una sala apposita per le visite, piena di giochi sparsi per terra. Non vedevo l ora che arrivasse quel momento, ma lei non si presentava sempre e quando lo faceva, di tanto in tanto, era fatta. Continuava a fare richiesta per riprendermi con sé e a cinque anni sono tornata a vivere con lei per qualche mese. Non si drogava più, ma continuava a bere. Alcuni giorni si comportava come la mamma migliore del mondo, poi, il giorno dopo, era così odiosa da farmi desiderare di starle il più lontano possibile. Suppongo che secondo i servizi sociali non si stava occupando di me nel modo giusto visto che poco dopo mi riportarono via per darmi in affidamento. Nel frattempo, avevo cominciato ad andare a scuola ma era difficile farmi degli amici, perché mi sentivo molto diversa da tutti. Gli altri avevano vere mamme e veri papà, 16

14 belle case, feste di compleanno, calze di Natale, e potevano dormire insieme, gli uni a casa degli altri. Ovviamente non potevo far venire nessuno a dormire da me quando stavo con la mamma, e durante l affidamento, c era una procedura talmente complicata, con tanti moduli da riempire per invitare qualcuno a giocare, che mi passava la voglia. Insieme alle famiglie ho cambiato anche diverse scuole, e gli amici li perdevo in ogni caso. Poi, quando avevo sei anni, Vera, la sorella di papà, e suo marito Harry hanno fatto richiesta per il mio affidamento. Avevano due figli maschi molto più grandi di me, Scott e Steven. Scott aveva all incirca diciassette anni quando sono arrivata e Steven se ne era già andato. Zia Vera era meravigliosa. Doveva aver sempre desiderato una femmina perché mi comprava un sacco di cose da bambina: le scarpe rosa di Barbie, cinquantadue bamboline Polly Pocket e il loro villaggio, e oltre alle tantissime Barbie, avevo anche il camper, il cavallo, la casa, e il resto della serie. Tutta la mia camera da letto era color rosa barbie, dal copriletto al cestino fino al paralume. Zia Vera mi accompagnava alle lezioni di recitazione, di canto, e al club di ballo irlandese, mi piaceva tutto ciò che aveva a che fare con lo spettacolo. La scuola, invece, non mi piaceva granché. Mi era stata diagnosticata la dislessia e nonostante tutte le moine e le lusinghe, mi sono sempre sentita insicura e incapace di leggere. Ero molto indietro rispetto al resto della classe e pensavo di essere stupida. Quando sono andata a vivere da zia Vera, papà è rientrato nella mia vita. È successo una domenica, poco dopo il mio arrivo. Ci siamo seduti tutti insieme in soggiorno a prendere il tè con i biscotti. Ero preoccupata perché la mamma mi aveva sempre detto che era una brutta persona e un poco 17

15 di buono, quindi mi sono trattenuta senza avvicinarmi per abbracciarlo o cose del genere. «Ti ricordi di me?», mi ha chiesto subito. Io ho fatto cenno di no con la testa, poi mi è venuto il timore di sembrare maleducata. «Ci siamo incontrati un paio di volte», ha detto, «quando vivevi con la tua mamma, ma eri molto piccola». Aveva un bel viso e mi guardava dritto in faccia quando parlava, e questo mi piaceva. Mi ha spiegato che anche lui, come la mamma, era stato eroinomane, ma che dopo un periodo di disintossicazione, in un centro a Bexhill, ne era uscito. Mi ha detto che appena aveva saputo del mio affidamento era andato in tribunale per ottenere la mia custodia o almeno per potermi venire a trovare, ma ogni richiesta era stata rifiutata visti i suoi precedenti, che includevano un periodo passato in prigione per furto ai tempi della tossicodipendenza. «Adesso vivo a Hastings», ha detto, «lavoro come consulente in un centro di riabilitazione. Significa che aiuto altre persone a uscire dalla droga». «Potresti aiutare la mamma?», ho chiesto ingenuamente, e nella stanza è calato il silenzio mentre gli adulti si guardavano fra loro. «Non so se è pronta per smettere», ha risposto infine. «Ma se vuoi un giorno potresti venirmi a trovare a Hastings. È vicino al mare. Ti piacerebbe?». Mi sentivo un po strana perché anche se era il mio papà non lo conoscevo. «Può venire anche zia Vera?», ho chiesto. «Certo. E anche zio Harry». Non siamo andati subito a trovarlo, ma mi sono resa conto che cominciavo a desiderare che venisse a farmi visita. Mi piaceva il modo in cui mi parlava, come a una sua pari 18

16 e non come un adulto parla a una bambina, e poi mi ascoltava sempre e la volta successiva mi faceva domande su quello che gli avevo raccontato. Se gli dicevo che avrei avuto una verifica di matematica a scuola, si ricordava di chiedermi come era andata. Si ricordava che avevo un amico di nome Toni e ogni volta che ci vedevamo mi chiedeva: «Come sta Toni?». Dopo un po ha iniziato a portarmi fuori a pranzo, sempre da McDonald s. Adoravo McDonald s. Era il mio posto preferito in assoluto. Continuavo a vedere la mamma durante le visite sorvegliate nei fine settimana, e iniziavo a essere capricciosa e a farle dei ricatti. «Se non mi compri il cioccolato, vado a vivere con papà», le dicevo. Odiava il solo pensiero e quindi me lo comprava sempre. «Non puoi, tesoro», mi diceva cercando di addolcirmi. «Noi torneremo a vivere insieme, non appena riuscirò a far ragionare il servizi sociali». Compiuti gli otto anni le cose avevano cominciato ad andare decisamente meglio. La mamma aveva smesso di drogarsi e non beveva da sei mesi, era determinata a ottenere il permesso per potermi riprendere con sé. I servizi sociali avevano detto che bastavano altre due settimane e mi avrebbero lasciata tornare a casa. Ero emozionatissima. Ogni sabato veniva all istituto infantile per la visita sorvegliata e mi portava sempre un Lion, la mia barretta di cioccolato preferita. Aveva un bell aspetto, viveva in un appartamento nuovo e carino e si era fidanzata con Malcolm, un tizio meraviglioso che con la droga non aveva niente a che vedere. Giurava di aver abbandonato tutti i suoi vecchi amici drogati, e che adesso frequentava solo persone pulite. Non vedevo l ora di tornare a casa 19

17 perché era la mia mamma e io le volevo un mondo di bene. Poi, un sabato, non si è presentata. Zio Harry mi aveva accompagnata all istituto per la visita ed era rimasto con me ad aspettare nella sala grande con tutti i giocattoli nel mezzo mentre gli altri bambini mettevano tutto in disordine. Abbiamo aspettato più di un ora. Mentre stavamo lì, seduti in silenzio, ho sentito un brivido di paura e la pelle che mi si accapponava. Era accaduto qualcosa di brutto, lo sapevo. Non si sarebbe dimenticata di me. Desiderava talmente ria - vermi con sé che l unico motivo per cui poteva non essersi presentata quel giorno era che fosse morta. È davvero quello che ho pensato. Come se in qualche modo lo sapessi già. La notizia è stata confermata due giorni dopo. Stavo guardando la televisione con zia Vera e zio Harry quando hanno suonato alla porta. Sono andata ad aprire: era mia sorella Carol. «Ho brutte notizie», ha detto bruscamente. «La mamma è morta». La mia paura peggiore si era avverata. Sono rimasta lì in piedi, non riuscivo a reagire. Non ho chiesto come; sapevo che c entrava la droga. Carol se ne stava lì, muovendosi nervosa, poi ha detto: «Ti faccio sapere quando sarà il funerale». E se ne è andata. «Chi è?», ha chiesto zia dal soggiorno. «Era Carol», le ho risposto tornando di là. «Dice che la mamma è morta». Zia Vera ha emesso un urletto ed è corsa ad abbracciarmi, ma io non ho pianto. Mi sentivo completamente anestetizzata. Poco dopo sono uscita a giocare con i miei amici e non ho raccontato niente a nessuno. Era come se non fosse successo. 20

18 Una settimana dopo, sono andata al funerale della mamma, nella stanzetta di un crematorio, ma ancora non riuscivo a sentire dolore. C erano poche persone perché la maggior parte dei suoi amici era morta di overdose prima di lei, e la cosa durò poco. Dopo il funerale, continuavo a sognare di svegliarmi e trovare viva la mamma. Non avevo ancora introiettato la realtà. È passato all incirca un anno quando, all improvviso, ho manifestato la mia reazione tardiva al tutto. Era come se mi avessero anestetizzata e dopo un anno l effetto cominciasse a svanire. Il dolore è scoppiato in un enorme ondata emotiva. È allora che ho chiesto a zia Vera di raccontarmi cos era successo. A quanto pare mamma aveva avuto una brutta discussione con Malcolm. Se ne era uscito per la serata lasciandola sola. Lei, per la disperazione, fuori di sé, si era fatta di eroina. Essendo passati sei mesi dall ultima volta il suo corpo non era più in grado di sopportare la droga, gli organi avevano semplicemente smesso di funzionare. Rientrando, Malcolm l aveva trovata a letto, aveva pensato che stesse dormendo, e le si era coricato accanto. Solo alle sei del mattino, avvicinandosi per abbracciarla, si era reso conto che era fredda come il marmo. Dopo, ho pianto per mesi. Ho iniziato ad avere grossi problemi a scuola perché non riuscivo a concentrarmi durante le lezioni, e continuavo a chiedere a zia se potevo stare a casa perché ero triste. È stata meravigliosa con me per tutto quel periodo, ma io volevo la mia mamma e non potevo averla. Non avrei mai più potuto stringerla, né ridere o scherzare insieme a lei. È stata la cosa più difficile che abbia mai dovuto affrontare. Un dolore immenso. Anche allora, quando io e Lisa ci sussurravamo i segreti 21

19 accoccolate sotto il piumino, non riuscivo a dirle tutto quello che avevo passato. Alcune cose erano troppo brutte e dolorose, non sarei riuscita a raccontarle a nessuno, mai. Ma la perdita della mamma era solo l inizio. 22

20 2 Lisa Quando Charlene mi ha raccontato tutto quello che aveva passato, potevo solo immaginare cosa significasse. La mia famiglia sembrava così noiosa e comune al confronto, ma in segreto ne ero felice. Charlene aveva vissuto esperienze terribili e speravo di non dovermi trovare mai ad affrontare niente di simile. Ero felice di sentirmi al sicuro, a casa mia. Abitavamo in una maisonette, a Hastings, sopra mio nonno, il padre della mamma, al quale ero legatissima. Lui viveva nell appartamento di sotto e io entravo e uscivo da casa sua tutto il giorno. Prima della pensione aveva fatto l insegnante, e quindi mi aiutava con i compiti dopo la scuola ma non mi dava mai le risposte, cercava di farmele trovare da sola. Mentre lavoravamo mi portava il succo di frutta e i biscotti, e dei fogli di carta dove potevo disegnare quando avevamo finito. Gli piacevano i miei disegni ero particolarmente brava a ricopiare i personaggi dei fumetti e mi incoraggiava sempre a disegnare per lui. Al piano di sopra eravamo quattro bambini mio fratello James, che aveva due anni più di me, mia sorella Christine, di due anni più piccola, e la piccola Georgie, nata quando io avevo nove anni. Mio padre era molto severo. Ogni sera a cena dovevamo sederci tutti insieme a tavola e non pote- 23

21 vamo alzarci se noi, e anche gli altri, non avevamo finito tutto quello che c era nel piatto. Papà detestava il baccano e il chiasso tipico dei bambini, quindi non ci era permesso stare in soggiorno quando lui guardava la televisione, per non disturbarlo. Era raro che potessimo invitare qualche amichetto con cui giocare, e non lasciava mai che qualcuno dormisse da noi, nemmeno se lo imploravamo. Diceva che lavorava duro e aveva bisogno delle sue ore di riposo quando era a casa. Faceva il giardiniere per il comune, si occupava dei fiori sul lungomare, e adorava il giardinaggio. Credo fosse molto bravo nel suo lavoro. La mamma non lavorava. Era molto bella, con quei suoi capelli lunghi e neri e il corpo snello, ma a volte era un po superficiale e non potevo fare affidamento su di lei se avevo un problema, perché non riusciva a mantenere i segreti. Usciva sempre con gli amici mentre papà stava a casa a occuparsi di noi, e quando era a casa, c era sempre qualche sua amica con cui si metteva a spettegolare davanti a una tazza di caffé o un bicchiere di vino. Ero una bambina molto carina, con le mie Barbie e la mia bici rosa. Papà ci aveva costruito una casetta nel giardino sul retro usando tappeti, tende e vecchi sedili d auto dove potevamo sederci, e mi piaceva stare lì dentro a giocare a carte con i miei amici quando potevo invitarli. In camera da letto avevo appeso i poster delle Spice Girls, di Leonardo DiCaprio e di Biancaneve, dal film della Disney. Condividevo la stanza con mia sorella Christine e la mia metà la tenevo perfettamente in ordine e pulita mi paragonavano spesso a Monica di Friends, perché anche lei era ossessionata dall ordine. Capivo subito se era entrato qualcuno perché ogni cosa aveva il suo posto e notavo se era stata spostata anche solo di un millimetro o due. Sapevo se Christine 24

22 aveva preso in prestito le mie scarpe perché non le rimetteva mai esattamente dove erano prima, e sapevo se mio fratello o mia sorella avevano scoperto l ultimo nascondiglio del mio salvadanaio e se si erano presi cinquanta pence. Era un cosa che mi faceva infuriare ma per quanto mi impegnassi a cercare dei nuovi posti, li scovavano sempre. La scuola mi piaceva ed ero brava in quasi tutte le materie, tranne che in scienza, la detestavo. Avevo vinto un concorso scrivendo un racconto su un pesce arcobaleno, ed ero brava in disegno, lettura e matematica. Avevo molti amici: Samantha, una mia cara amica fin dai tempi dell asilo; Lisa, la chiacchierona che si chiamava come me; e Luke, che ogni tanto mi trattava male perché era un maschio e i maschi a quell età non sono fatti per essere gentili con le femmine, ma in realtà era un mio amico anche lui. E a dieci anni avevo un fidanzatino di nome Stevie. Aveva i capelli neri e la pelle chiara, andavamo in bici insieme oppure andavo a casa sua a giocare al computer. Stavamo insieme da circa un anno, ma ci eravamo baciati una volta sola, e solo un bacetto veloce. Non appena Charlene è arrivata alla Christ Church e le ho prestato il mio temperamatite delle Spice Girls, siamo diventate amiche del cuore. Aveva i capelli lunghi, castano scuro, e li portava tirati indietro con un grazioso cerchietto, sembrava una bambina silenziosa ma solo perché era nuova e si sentiva un po intimidita, l ho capito subito. Sono iniziate le vacanze e passavamo ore e ore a casa sua. Il papà, Keith, mi faceva sentire la benvenuta e diceva che potevo fermarmi nei fine settimana ogni volta che volevo. Era evidentemente molto felice di vivere con Charlene, e voleva vederla contenta, così lei poteva invitarmi quando voleva. Anche il papà la adorava, Charlene non aveva una vita fa- 25

23 cilissima a casa. Mi dispiaceva per lei, perché non andava molto d accordo con la sorellastra, Ceri-Jane, che la accusava sempre di metterle in disordine i trucchi e di toccare le sue cose. Quando passava dal soggiorno, Ceri-Jane le diceva frase tipo: «Ciao, puzzona!». Charlene la ignorava e fingeva che non le importasse, ma capivo che si sentiva ferita. Nemmeno la matrigna, Philomena, sembrava particolarmente felice di avere Charlene intorno le si rivolgeva sempre in modo sgarbato dicendole che suo padre la stava viziando. Neanche io piacevo molto a Philomena credo non le piacesse nessuno degli amici di Charlene. Non le chiedevamo mai niente perché sapevamo che ci avrebbe detto di no. Keith, invece, era gentilissimo e ci accontentava ogni volta: gli chiedevamo sempre dolci, o qualsiasi altra cosa. Adoravo stare da Charlene perché l atmosfera sembrava molto più rilassata di quella che si respirava da me, e senza preoccuparci di Ceri-Jane e Philomena, potevamo fare davvero tutto quello che volevamo. Quando giocavamo era Charlene a gestire la situazione. Io non sono mai stata un tipo prepotente ed ero contenta di seguirla. Di solito sceglieva lei i giochi e le regole. Avevamo entrambe tantissimi orsacchiotti, e quando abbiamo deciso di scambiarceli, non so come, alla fine gliene ho dati tre dei miei in cambio di uno dei suoi, ma mi andava bene così. Ero un innocente bambina di nove anni e avevo avuto un infanzia molto protetta. Char era molto più sveglia e ascoltavo a bocca aperta quando mi raccontava i frammenti del suo passato: della madre che era stata tossicodipendente e del fatto che a quattro anni era stata data in affidamento perché la mamma non poteva prendersi cura di lei nel modo giusto. Era andata a vivere con il padre soltanto quell anno, anche se era 26

24 da tempo che Keith ne faceva richiesta ai tribunali. La trovavo una storia molto triste e ho provato davvero tanta pena per lei quando mi ha detto che la mamma era morta. Non potevo immaginare cosa ci potesse essere di più brutto che perdere la propria mamma. Quando Charlene mi ha confidato quella cosa tanto orribile mi sono sentita ancora più vicina a lei. Charlene era più matura di me anche per altri aspetti. Un giorno, a scuola, durante una lezione di educazione sessuale, ci hanno spiegato il ciclo mestruale e lo sviluppo del seno. Le mestruazioni mi sembravano una cosa disgustosa. Uscendo dalla classe ho detto a Charlene: «Che schifo! Pensa a tutto quel sangue nelle mutandine». E lei ha risposto: «Non è così terribile. Non preoccuparti. A me sono venute quest anno». Ero sconcertata. «Ma hai solo nove anni! L insegnante ha detto che dovrebbe succedere all incirca a undici o dodici anni». Ha alzato le spalle. «Sono sviluppata presto. Tutto qui». Poi ha detto una cosa che non ho capito. «Vuol dire che adesso potrei rimanere incinta». L ho guardata con aria interrogativa ma ha cambiato argomento. Non avevo la minima idea di come si restasse incinta. Probabilmente pensavo potesse succedere solo dopo il matrimonio. Sapevo che i bambini crescono nella pancia della mamma, perché mia madre aveva partorito Georgie proprio quell anno, ma non avevo la più pallida idea su come ci arrivassero e non avevo mai pensato di cercare risposte. Visto che Charlene sembrava più grande, ed era anche diversi centimetri più alta, nel nostro rapporto era lei che si prendeva cura di me, come una sorella maggiore. Af- 27

25 frontava mio fratello se faceva il bullo, mi preparava la cena a casa sua, e mi consolava quando ero triste. Mio fratello James a volte mi picchiava e un giorno mi ha fatto andare fino a scuola in bicicletta insieme a lui, all incirca mezz ora di strada da casa, e poi mi ha lasciata lì facendomi tornare a casa tutta sola. Penso che in famiglia si sentisse un po esclu so, perché eravamo tre femmine e lui l unico maschio, forse è per questo che si sfogava su di noi o magari è solo una cosa tipicamente infantile. Probabilmente i fratelli maggiori sono tutti uguali. A settembre è ricominciata la scuola. Eravamo felici di entrare nel quinto anno e di avere il nuovo orario delle lezioni. Ed eccoci pronte, con le scarpe nuove e le cartelle appena comprate. Adesso che avevamo dieci anni i nostri genitori avevano deciso che eravamo grandi abbastanza per andare a scuola da sole: era una passeggiata di dieci minuti e non c erano strade principali da attraversare. Philomena, la matrigna di Charlene, la accompagnava a casa mia e poi da lì partivamo da sole, chiacchierando a più non posso. Ed è quello che stavamo facendo la mattina di martedì 19 gennaio del Andavamo a scuola, come tutti i giorni. Due bambine che passeggiano per strada chiacchierando del più e del meno, sicure di arrivare a scuola nel giro di pochi minuti. 28

26 3 Martedì mattina Charlene Ero felice quell anno. Vivevo con papà da otto mesi, e mi ero ambientata. All inizio Philomena era stata molto dolce, anche se continuava a lamentarsi del fatto che papà mi viziasse. Poi forse ha cominciato a risentirsi perché non riusci va più a passare molto tempo da sola con lui. Quando era libero invece di portarla a fare cose da adulti insieme, dovevano scegliere delle attività per far divertire me, come portarmi al parco o al luna park. A volte li sentivo litigare, Phil diceva a papà che mi stava viziando, e lui le rispondeva: «Ma non hai un cuore! Pensa a quello che ha passato quella bambina, perdio!». Ceri-Jane era molto più grande di me e non abbiamo mai legato, inoltre la infastidivo andando ogni tanto di nascosto in camera sua a provare i vestiti e i trucchi ero attratta dalle sue cose di ragazza grande e volevo provarle, anche se sapevo che non avrei dovuto. Era una situazione difficile, la vera figlia di papà che viene a vivere a casa sua con la nuova moglie e la figliastra adolescente, ma nell insieme non è andata poi così male. Ero felice di avere papà, e la mia nuova migliore amica, Lisa. Qualunque cosa desiderassi dovevo solo chiederla a papà e lui me la comprava. Phil non voleva che mi regalasse il 29

27 criceto perché diceva che puzzava ma io insistevo, dicendo che me ne sarei occupata da sola e che avrei tenuto pulita la gabbia, e papà me lo ha comprato. Era un criceto bellissimo, bianco e beige, a pelo lungo, l ho chiamata Fluffy, e me ne sono occupata proprio come avevo promesso. Anche a scuola mi divertivo. Quell anno avevamo un nuovo insegnante, era canadese e si chiamava signor Okrainetz. Era lì grazie a un programma di scambio e sembrava molto più entusiasta e attento dei nostri soliti insegnanti. Mi piaceva molto. La cosa che preferivo a scuola era quando ci leggevano i racconti. Lui era particolarmente bravo, interpretava tutte le voci in modo diverso, e rendeva le storie ancora più interessanti con quel suo buffo accento. Quel martedì mattina era piuttosto freddo e buio e sopra l uniforme di scuola indossavo una giacca nera imbottita. In realtà era nera all esterno e blu all interno, e si poteva portare da entrambi i lati. Me l avevano appena regalata, per Natale, e ne ero molto orgogliosa. Quel giorno Philomena era occupata e non mi ha accompagnata da Lisa. Essendo un po in ritardo ho chiamato Lisa chiedendole di venirmi incontro alla fine della strada. Quando sono corsa fuori se ne stava lì in piedi con la giacca imbottita arancione e la gonnellina nera di scuola, e in mano la cartella rosa delle Spice Girls. «Ehi, ciao!» ho gridato. «Scusa il ritardo». «Non importa», ha detto, prendendomi a braccetto. Ci è passata accanto una macchina e Lisa ha aggrottato la fronte. «Credo che quella macchina mi stia seguendo. Sono sicura di averla vista prima, fuori da casa mia». «Sì, certo, come no», ho detto, alzando gli occhi al cielo. E perché mai qualcuno avrebbe dovuto seguire Lisa? «Perché non prendiamo la scorciatoia e passiamo dal distribu- 30

28 tore così possiamo comprarci i dolci?», ho suggerito. Non era una vera scorciatoia, ma una volta raggiunta Cornfield Terrace, subito dopo il distributore, avremmo dovuto solo percorrerla tutta e saremmo arrivate a scuola. «Ok». Io ho comprato delle Haribo, le adoravo, e Lisa un ovetto al cioccolato. Quando abbiamo imboccato Cornfield Terrace stavamo entrambe sgranocchiando. Il marciapiede lì è molto stretto. Sul lato sinistro c è il retro delle case che si affacciano sulla strada parallela, con i cancelli per entrare nei giardini. Sul lato destro i giardini principali e gli ingressi delle case di quella via. Siamo passate accanto alla chiesa e al pub in fondo alla strada, poi, per stare entrambe sul marciapiede stretto ci siamo messe a camminare una dietro l altra, Lisa davanti a me. Dopo circa dieci passi ci siamo trovate di fronte alcuni sacchi neri della spazzatura, aperti, forse dai gabbiani. I rifiuti puzzolenti erano sparsi dappertutto: bustine del tè usate, scatolette di latta schiacciate, pezzi di cartone, fazzoletti appallottolati, avanzi di cibo molliccio dall aspetto disgustoso. Abbiamo girato intorno in punta di piedi tappandoci il naso e ridacchiando. Lisa si è voltata per dirmi qualcosa e mi sono accorta che stava per mettere il piede su una patata schiacciata, verde e ammuffita, così l ho spinta di lato facendola inciampare in mezzo alla strada proprio mentre stava arrivando una macchina. Una macchina turchese. Il conducente ha frenato deviando leggermente per non investirla, e sembrava che avesse l aria piuttosto infastidita, anche se non ha suonato il clacson o cose del genere. «Scusa!», ho detto a Lisa. «Ma guarda quella disgustosa patata che stavi per pestare». «Bleah, che schifo!», ha esclamato e siamo scoppiate a ridere come se fosse una cosa divertentissima. 31

29 «Cos è peggio?», ho detto ridacchiando, «farsi investire o pestare un patata verde e molliccia?». Poco più avanti, l auto turchese si è fermata e il conducente è sceso. Pensavo volesse tornare indietro per sgridarci, invece ha fatto il giro, ha aperto il bagagliaio, e si è messo a guardare all interno, come se cercasse qualcosa. L uomo era molto alto e sembrava piuttosto anziano. Doveva essere arrivato a casa sua: così avevo deciso. Vive lì e sta prendendo dal bagagliaio qualcosa da portare dentro. Io e Lisa stavamo ancora ridacchiando quando lo ab - biamo raggiunto, ma ci siamo zittite quando si è voltato venendoci incontro. «Scusate ragazze», ha detto, avvicinandosi. «Sono davvero contento di non averti colpita», ha aggiunto rivolgendosi a Lisa. «Non era colpa tua, non preoccuparti se sei finita in mezzo alla strada». «È tutto ok», ha detto Lisa. «Sei sicura di stare bene?». Lei ha annuito, poi gli ha chiesto: «Sai che ore sono?». Lui ha guardato l orologio. «Le otto e trentacinque». C era qualcosa in lui che mi metteva a disagio. «Andiamo Lisa. Siamo in ritardo» ho detto. «Facciamo presto». Dovevamo essere a scuola per le nove meno un quarto e c era ancora un pezzo di strada da fare. Stavo per incamminarmi quando l uomo ci ha messo le braccia intorno alle spalle. Non mi piaceva avere il suo braccio addosso, ma mi sembrava maleducato respingerlo. Mi è uscito un risolino strano e Lisa ha detto: «Sì, ok», e poi ho sentito la presa dell uomo farsi più stretta. «Entrate in macchina e fate come vi dico», ha sussurrato tenendomi per il colletto. 32

30 Lisa si è messa a urlare e lui le ha coperto la bocca con una mano, continuando a tenermi stretta. Io me ne stavo lì, immobile. Non ho fatto nulla. Guardavo Lisa, il viso le si era arrossato per lo sforzo nel tentativo di urlare mentre lui le copriva la bocca con la sua grossa mano, e lei si dimenava e scalciava per liberarsi. Io non tiravo calci e non urlavo. Ero completamente sotto shock. Ha sollevato Lisa senza fatica, dato che era molto piccola, e l ha scaraventata nel bagagliaio. A quel punto sarei potuta scappare perché mi teneva solo per la giacca, ma ero impie - trita, come un coniglio abbagliato dai fari. Non riuscivo a reagire. L unico pensiero era quello di non abbandonare Lisa: non potevo lasciarla sola con lui. Dovevo stare con lei e proteggerla. Guardavo avanti e indietro per la strada. C erano case lungo tutta la via. Perché non era uscito nessuno quando Lisa aveva urlato? Dove erano tutti quanti? Di certo a quell ora del mattino ci doveva pur essere qualcuno in casa? Lisa era lì, ammutolita, nel bagagliaio della macchina, sdraiata su un tappetino di lana, e mi guardava con gli occhi spalancati dal terrore. «Entra in macchina!», mi ha incitato l uomo, strattonandomi. Ho sollevato spontaneamente la gamba entrando nel bagagliaio. L ho fatto solo per restare con Lisa. Non potevo lasciarla lì da sola. «Cosa ci farai?», gli ho chiesto. Lui ha risposto: «Vi voglio in cambio di soldi. Fai come ti dico», poi mi ha spinta giù e ha chiuso lo sportello sbattendolo forte. Era buio pesto lì dentro ed eravamo schiacciate l una contro l altra, fianco a fianco, i nostri volti si sfioravano. Lisa piangeva disperata continuando a chiedermi cosa ci stava 33

31 succedendo, tremava tutta, le sue lacrime e il muco mi ba - gnavano il viso. Ero ancora sotto shock, il cuore mi batteva forte e la testa mi ronzava. Lo abbiamo sentito entrare in macchina, chiudere la portiera e accendere il motore. Poi abbiamo cominciato a muoverci. Dove diavolo aveva intenzione di portarci? Sono rimasta immobile ancora per un po, congelata dal terrore. A volte soffrivo di attacchi d asma ma avevo dimenticato il mio inalatore a scuola il giorno prima. Cosa avrei fatto se mi fosse venuto un attacco in quel bagagliaio? Alla fine ho parlato. «So cosa ci farà», ho detto. Lisa si sforzava di trattenere i singhiozzi e ha balbettato «Co-cosa?» «Ci violenterà e poi ci ucciderà», ho risposto. Lei ha emesso un urlo e ha ricominciato a piangere più forte di prima. Non volevo impaurirla. Ma sapevo esattamente cosa ci aspettava. Era quello che ci sarebbe successo. Lisa Avevo visto una macchina turchese quella mattina. Uscen - do di casa l avevo vista passare, l avevo notata per via del colore molto acceso e poco comune. Incontrando Charlene ho rivisto la stessa macchina, e stavolta andava nella mia direzione. Ma quando ho detto a Charlene che pensavo mi stesse seguendo e lei non mi ha dato retta, me ne sono dimenticata. Charlene aveva ragione: quelle cose succedevano solo nei film, non nella vita reale. Era mattina presto, alla luce del sole, e nessuno immaginava potesse succedere qual- 34

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