CITYHOPPERS Da una città all altra Weller60 Horst et Dom

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1 CITYHOPPERS Da una città all altra Weller60 Horst et Dom Horst si pulì gli occhiali tondi e spessi con un fazzoletto tirato fuori da un taschino della tuta. Il traffico dell'autostrada cittadina scorreva sopra di loro, come ogni giorno a Breitenbachplatz, West Berlin. Eppure, lì sotto il rumore giungeva attutito, case grigie e gialle ordinate accanto ad alberi e piste ciclabili, BMW e Mercedes al loro posto, parcheggiate in fila. A Horst non piaceva tanto quel quartiere anonimo, nel sud della città, lui preferiva Kreuzberg, si adattava di più alla sua indole casinista e cosmopolita, al suo orecchino, al suo pizzetto e all'immancabile giubbotto di pelle nera. Kreuzberg, coi suoi palazzi cadenti, gli spiazzi desolati, le rovine della seconda guerra mondiale ben visibili dietro il muro multicolore. Turchi e alternativi dappertutto, strade dove non si leggeva nemmeno una parola di tedesco, locali malfamati, ma almeno era un posto vivo, Cristo. La giornata era gelida, ma il peggio dell'inverno era alle spalle, ormai, le giornate incominciavano finalmente ad allungarsi, e Horst non sentiva più quella sensazione di freddo al culo quando girava con l'autoattrezzi del suo garage. Presto avrebbe potuto riprendere la moto per andare al lavoro, la sua splendida BMW che lo aveva portato giù, al sud, così tante volte. Il sud, qualsiasi fosse, Italia, Spagna, Marocco, Turchia, lui lo adorava. Pensava sempre di andare a vivere giù, magari a Formentera, come aveva fatto una delle sue ex. Horst si risvegliò dal suo sogno di palme e scogliere su mari turchesi, scrollò i lunghi e disordinati capelli biondi e guardò di nuovo la defunta Citroen 2CV con targa francese, come cazzo ha fatto questa ad arrivare fino qui, pensò, poi si voltò verso la donna bruna che fumava nervosamente sul marciapiede: "Madame, your car is kaputt", tuonò con la sua voce baritonale. La donna si scosse, come fulminata, e lo guardò. Il nervosismo fu sostituito da un'aria stanca, desolata. Gli occhi le si colmarono di lacrime ed incominciò a singhiozzare disperatamente. Horst le si avvicinò, un po'imbarazzato, la sua sagoma era veramente imponente rispetto al fisico minuto della francesina. La osservò un po' più attentamente, mentre allargava le braccia senza sapere che fare. Magra, più giovane di quello che pensava, capelli a caschetto scuri, occhi verdi profondi, una lunga cicatrice sotto la mascella, sottile e ancora rossa. Operata da poco, pensò Horst, che aveva esperienza di ospedali per i suoi incidenti in moto: "Madame, is it OK? Ha bisogno di qualcosa?" "okkey, ca va, c'est rien, excusez moi..." La ragazza tirò su con il naso e guardò l'omaccione che se ne stava lì, interdetto. "Do you speak English? Devo portare la sua macchina in officina, signora. Non è molto lontana da qui. Ha un problema serio, non posso ripararla qua.you understand? Madame?" 1

2 "Va bene, sì, capisco. Je comprend ce qui vous dites. Scusi, il mio inglese... Ma ho capito." La ragazza si soffiò il naso con un fazzoletto, si era un po' calmata. Silenziosa, stette ad osservare Horst che caricava la sua 2CV bianca sul camioncino. Il tedesco le fece posto sul camioncino e andò al posto di guida. Il motore tossì un po' prima di partire, Horst sorrise un po' impacciato e incominciò a guidare. Il viaggio fu effettivamente breve, attraverso il quartiere anonimo. La neve era ancora presente ai lati delle strade, il cielo grigio. La ragazza guardava fissa davanti, Horst ogni tanto la sbirciava, incuriosito. Percorsero il tragitto senza una parola. La piccola autorimessa era situata in un traversa di Schlosstrasse, a Steglitz. Al loro arrivo, un uomo tarchiato, scuro in volto si avvicinò: "Horst, dov'eri? Ho dovuto mandare fuori Lars con l'altra macchina. Siamo pieni di lavoro, lo sai." "Kemal, non scocciare, fra un po' smonto comunque. Guardiamo questa macchina e poi me ne vado. Devo andare a prendere mio figlio, lo sapevi." Kemal allargò le braccia, con aria esasperata " E la Mercedes? Il proprietario mi ha già telefonato tre volte oggi. Dobbiamo finirla entro stasera.." "Chiama quel segaiolo di Tomas. Oggi non resto, te l'ho già detto. Poi devo guardare anche questa 2CV, ha un problema serio al carburatore." Kemal borbottò qualcosa in turco. Battaglia vinta, pensò Horst sorridendo. I due scaricarono la macchina francese, incuranti della ragazza che era scesa da sola, e osservava la scena silenziosamente, senza capire una parola. Dopo un po' di lavoro, Horst finalmente la chiamò. "Madame, venga qua per favore. Sì, ecco, dobbiamo sostituire un po' di pezzi. Non le costerà molto, è assicurata, vero? Però non possiamo ripararla subito, dovrà aspettare fino a domani. Vuole che le chiamo un taxi?" La ragazza lo guardava con aria affranta, non piangere di nuovo, per piacere, pensò Horst, poi gli porse un bigliettino spiegazzato. Horst guardò il foglietto, aggrottando la fronte: "Marburger Strasse... Deve andare là, Madame? Vuole che le chiamo un... oh, al diavolo, va bene, va bene. La accompagno io, OK? E' in centro, vicino al KaDeWe. La porto io...fra un po'. Alles klar. Deve aspettare un po', però." La ragazza aveva capito, sorrise, gli occhi cambiarono espressione un attimo, bel sorriso francese, pensò Horst, e distolse lo sguardo. Rientrò nel garage, senza parlare. Kemal lo stava già chiamando: "Horst, vieni qua, dobbiamo sbrigarci." La macchina di Horst, una vecchia BMW color nocciola, era piena di giocattoli, cartacce di merendine, cassette sparse. Horst guidava verso Nord, al suono di una canzone di Neil Young che usciva dagli altoparlanti del suo car stereo, il traffico si intensificava man mano che si avvicinavano verso Ku'damm, il cuore pulsante di Berlino Ovest, la vetrina dell'occidente, artificiale simbolo del "bene" circondato dal deserto dell'altro Impero. La ragazza aveva preso il suo unico bagaglio, un grande borsone di tela militare che il meccanico aveva stipato a fatica nel portabagagli dell'auto, tra cianfrusaglie assortite. "Da dove viene?" Horst era riuscito finalmente a chiedere. "Parigi", fu la laconica risposta della donna. "Parigi", mormorò il tedesco. Arrivarono a destinazione, finalmente, una piccola strada dove si affacciavano palazzi nuovi che sembravano già vecchi, i negozi erano chiusi, era l'ora di 2

3 passaggio in cui i passanti si diradavano e la seconda vita della città non era ancora incominciata. Si fermarono davanti ad un portone, il numero civico corrispondeva con quello del biglietto. Horst tirò fuori il borsone e lo porse alla ragazza. "Le lascio il biglietto con il numero dell'officina, ci chiami domani a mezzogiorno. Chieda di me, mi chiamo Horst Konrad, è scritto sul biglietto." "Horst...Konrad. Je vous remercie, io mi chiamo Dominique. Grazie." La ragazza porse la mano e regalò a Horst un secondo sorriso, un po' più lungo. L'omone strinse imbarazzato la mano tiepida di Dominique, la salutò e si voltò verso la macchina. Mentre si allontanava, vide dallo specchietto retrovisore la ragazza suonare al citofono del portone. Scosse la testa. Strana giornata. Sono in ritardo, devo andare a prendere Jorgen, chissà quanto tempo ci metterò a tornare a casa. "Zuruck bleiben..." La voce risuonò meccanica, le porte della metropolitana si richiusero ed il viaggio sulla linea 6 della U-bahn incominciò, dal nord al sud della città. Horst lasciò cadere la borsa sportiva sul pavimento e si sedette sul sedile, dolorante. Non avrebbe dovuto giocare quella sera, era passato troppo poco tempo dall'infortunio, ma che diavolo, si vive solo una volta. Era il veterano della squadra, doveva esserci, voleva esserci quella sera. Il basket era la sua prima passione, meglio della moto. Non ce la faceva più ad inseguire gli avversari sempre più giovani e veloci, il ginocchio gli faceva un male del cazzo, ogni volta che andava ai rimbalzi sotto canestro il dolore lo artigliava per trattenerlo al terreno, ma anche quella partita era andata, pensò. Però era l'ultima stagione. Lo aveva detto anche l'anno prima, ma non ce la faceva a smettere. E poi, Abdul- Jabbar ancora giocava nei Lakers, no? Horst si infilò le cuffiette del suo walkman, la cassetta partì con una vecchia canzone degli Allman Brothers, chitarre sudiste a tutto spiano. Che aggeggi portentosi, pensò, sorrise e si lasciò andare sul sedile, mentre il treno percorreva il lungo tratto buio sotto Berlino Est, passando per le stazioni abbandonate senza fermarsi, fino a Friederich Strasse, e poi giù, verso Koch Strasse nel settore americano. La carrozza era semivuota, una coppia punk si sbaciucchiava un po' più in là, orecchini e borchie dappertutto, capigliature erte dai colori sgargianti su vestiti neri. Horst sbirciò i due ragazzi, poi volse lo sguardo fuori dal finestrino, verso le banchine della fermata. Ebbe un moto di sorpresa, quando vide una figura familiare che si aggirava nella stazione desolata. Dominique trascinava stancamente il suo borsone, lo sguardo fisso in avanti, avviandosi verso l'uscita. Barcollava, quasi. "Ma dove va... madame!". Horst raccolse la sua roba e si catapultò verso la porta del vagone che si stava chiudendo. La borsa si impigliò nella maniglia quando lui era già fuori, inciampò ma restò in piedi, liberò la borsa con uno strattone ed il treno partì. Era fuori, sulla banchina. "Scheisse!", gridò, mentre una fitta al ginocchio lo fece piegare in avanti. I suoi occhi lacrimarono per il dolore improvviso. "Ginocchio di merda", mormorò, prese fiato e si incamminò zoppicando. Una vecchia signora lo guardò con disapprovazione. Riuscì ad arrivare vicino alla ragazza che stava per prendere la scala mobile, lei lo sentì e si voltò. Era spettinata, aveva un'aria trasandata, ed ebbe un moto di sorpresa nel vedere l'omone che incombeva su di lei. 3

4 "Madame, sono il meccanico, mi riconosce? Doveva chiamare ieri, l'abbiamo cercata...la sua macchina é pronta. Tutto a posto? Ha qualche problema? Madame?" Dominique non rispose, i suoi occhi erano vuoti. Poi sorrise debolmente: "Ah, già, la macchina. Mi scusi, verrò a prenderla domani... A demain. Grazie..." "Aspetti, dove va?" "Non.. non lo so. Credo di essermi persa..." "Se vuole tornare a casa le conviene prendere la U-Bahn. " "A casa, a casa... Non c'è nessuno lì, mio fratello è partito. Non ho nemmeno le chiavi...". La ragazza stava per mettersi a piangere. "Ha un posto dove andare?" La ragazza scosse la testa. Che casino, pensò Horst. E mi devo sbrigare, se no perdo l'ultimo treno, accidenti a me. "Se vuole le indico un albergo... qua vicino, ecco sì, adesso mi ricordo, è appena fuori dalla prossima stazione..." "J'ai plus d'argent" mormorò Dominique, con vergogna. Niente più soldi. Horst era imbarazzato, non sapeva che fare. Poi si riscosse: "Oh, al diavolo..." Disse a se stesso. "va bene, va bene... per stasera la posso ospitare io, se non le dispiace. Non abito molto lontano da qui. Domani cercherà un posto dove andare." Non era la prima volta che Horst ospitava perfetti sconosciuti, nel passato aveva addirittura vissuto in una comune, dove la gente andava e veniva continuamente. Era un ritorno al passato, dopotutto. Anche Charlotte, sua moglie, aveva dei trascorsi hippy. Avrebbe protestato un po', ma poi avrebbe accettato. Dominique sembrava incerta, diffidente. "Devo prendere l'ultimo treno, passa tra poco. Cosa vuole fare, allora?" Dominique annuì, finalmente: "Merci", disse sottovoce. A Horst scappò un sorriso di soddisfazione. Chissà perchè, si sentiva contento. "Bene, venga allora. Dobbiamo prendere l'u-bahn". I due si riincamminarono verso la banchina deserta, un po' distanti. La grande stanza era quieta, luminosa nel mattino soleggiato. Horst entrò zoppicando, aprì una delle ampie finestre e respirò l'aria pungente. Preparò il caffè con gesti lenti e precisi, se ne versò un po' su una tazza e si sedette sulla poltrona dal rivestimento liso. Guardò il divano dove Dominique era ancora addormentata, mentre teneva la coppa con le due mani, aspettando che il caffè fumante si intiepidisse. A lui non piaceva troppo caldo, amava sorseggiarlo lentamente. Charlotte era già uscita per accompagnare Jorgen a scuola, per poi andare al lavoro. Non aveva protestato troppo per l'ospite inatteso e sconosciuto, altre volte si erano trovati in situazioni simili, amici di passaggio, bisognosi di un riparo per qualche notte, a volte semplici sconosciuti che portavano i saluti di qualche loro conoscente sparso in giro per il mondo. Una volta un tale Christian, conosciuto durante un viaggio in Spagna si era stabilito a casa loro per più di un mese. Passava i giorni a suonare la sua chitarra, si era reso anche utile come babysitter, poi era sparito all'improvviso, lasciando una lettera di saluto e un giocattolo di legno per il bambino. Qualche settimana dopo era arrivata una sua cartolina dall'india, che era stata attaccata al muro insieme alle loro foto, ai disegni di Jorgen e ai quadri pieni di colore di Charlotte. Niente lavoro per quel 4

5 giorno, Horst era riuscito a strappare a Kemal un turno di riposo, dopo molte settimane di trattative, e una sequela di prediche e lamenti in turco ed in tedesco. La ragazza si mosse leggermente, e si rigirò. Donna difficile, pensò Horst, aveva detto il minimo indispensabile per non essere scortese, aveva ringraziato Charlotte con il suo splendido sorriso impenetrabile e si era subito preparata per la notte. Non sembrava povera, nonostante il suo aspetto dimesso. Dal suo borsone aveva tirato fuori un pigiama che sembrava acquistato in qualche boutique francese o italiana, ed una serie di cosmetici ed oggettini da toilette che Charlotte aveva notato con sorpresa ed un po' di malcelata invidia. Finalmente Dominique incominciò a svegliarsi. Horst continuava ad osservarla, non vedeva l'ora di scambiare qualche parola con lei per conoscere un po' la sua storia, e perchè mai una francesina così sofisticata fosse finita lì, in una metropoli fredda del Nord, apparentemente senza un soldo. Niente American Express, madame? Niente amici? Niente famiglia? Aveva detto qualcosa di un fratello che era sparito, gli sembrava. La ragazza, finalmente, si alzò, e si guardò intorno con gli occhi semichiusi, mentre si levava i capelli dal viso. Horst mormorò "morgen", Dominique finalmente lo notò, e sembrò ricordarsi dove si trovava. L'uomo si alzo e le si avvicinò: "Vuole un caffè?" Dominique fece un cenno di assenso, senza dire niente, ancora un po' stordita. La tazza fu nelle sue mani in un attimo, e lei si risedette sul divano. Horst tornò alla sua poltrona e si preparò una sigaretta con cartina e tabacco, silenziosamente. Aspettò che la ragazza dicesse qualcosa. "Dov'è sua moglie? E suo figlio?" "Sono già usciti. io sono rimasto a casa perchè oggi non devo lavorare. Le dispiace se fumo?" "No, faccia pure. E' casa sua, no?" Dominique sorrise timidamente. Horst si accese la sigaretta ed aspirò un paio di boccate. "Ne vuole una?" "No grazie, prendo una delle mie." I due stettero silenziosi per un po'. "Vuole che oggi la accompagno a prendere la sua macchina?" "Mi dispiace, ma non posso pagare ora. Non so... Vorrei fare una telefonata... Per farmi mandare i soldi..." "In Francia? Keine probleme. Mi scusi se glielo chiedo, l'hanno derubata? Vuole che la accompagni alla polizia o al suo consolato?" "Non so, non so proprio." Dominique scosse la testa, desolata. Horst non disse niente per un po', concentrandosi sul fumo che usciva dalla sigaretta. Dopo un po', all'improvviso, la francese incominciò a parlare, con voce bassa, senza guardarlo, e raccontò. Raccontò di un pomeriggio estivo in Normandia, di una festa di matrimonio. Del viaggio di ritorno con i suoi anziani genitori. Suo padre aveva voluto guidare la vecchia Renault, sua madre si era opposta, ma lei, un po' brilla, l'aveva lasciato fare, ridendo. E l'incidente con il camion sulla strada di campagna, che aveva preso la vita di papà e mamma, gliel'avevano raccontato al suo risveglio in ospedale, due giorni dopo. Si indicò la cicatrice sotto il mento, forse col tempo sarebbe sparita, le avevano detto. Dopo qualche settimana, al suo ritorno a casa, aveva scoperto che i debiti avevano mangiato tutto il loro patrimonio. Rimaneva solo la villa di famiglia in Normandia, doveva venderla per potersi sostenere. Ma doveva accordarsi con Alain, suo fratello, la villa era anche 5

6 sua. Alain era sempre stato inquieto, ribelle. Il padre era riuscito a convincerlo a intraprendere la carriera militare, la prima destinazione era stata Berlino, nel settore francese. Alain aveva conosciuto una ragazza lì, e aveva allentato i contatti con la famiglia. Non telefonava più, non scriveva, non era nemmeno venuto ai funerali. L'aveva incolpata dell'incidente, e non voleva saperne di regolare la faccenda della vendita. Dopo tante telefonate rabbiose, Dominique aveva deciso di incontrarlo a Berlino. Era partita con pochi soldi, in macchin, doveva attraversare la Germania Est e entrare a Berlino Ovest. Alla dogana, i Vopos avevano trovato qualcosa che non andava con i documenti e l'avevano trattenuta. Era riuscita a passare pagando una multa che aveva prosciugato tutti i suoi risparmi. E non era riuscita a trovare Alain. Horst ascoltò il racconto, fumando, con gli occhi semichiusi. Quando la ragazza finì il racconto, stette in silenzio per un po'. Non c'erano rumori, si sentì un uccellino cinguettare. Horst si alzò quasi di scatto, e si avvicinò a Dominique. "Oggi è una bella giornata, Dominique. Vorrei prendere la moto. Può telefonare in Francia da qui, poi la aiuterò a cercare suo fratello. Possiamo andare al comando nel settore francese. Sono libero fino a stasera, vedrà che si risolverà tutto. Spero che non abbia paura di andare in motocicletta" La ragazza fece un sorriso impercettibile, e ringraziò. Horst non disse niente, si alzò ed andò a prepararsi, sorridendo a se stesso. All'ultimo tentativo prima di uscire di casa, Dom era finalmente riuscita a parlare per telefono con il fratello. La conversazione si era svolta in francese, e Horst non aveva capito granché, ma aveva visto la ragazza, inizialmente molto tesa, rilassarsi e poi sciogliersi in uno dei suoi meravigliosi sorrisi, mentre riattaccava il telefono. Il tedesco si accese un'altra sigaretta e guardò la donna con aria interrogativa. "Si è scusato,era fuori per motivi di servizio. Vuole vedermi per definire la vendita della casa. Ha accettato. Era molto sorpreso che fossi qui. Ci vediamo domani." "Cosa? Wunderbar! Splendido! Bene, bene bene..." Dominique si sedette accanto a Horst sul divano, che le passò la sigaretta. Lei la accettò, e aspirò un tiro. "Merci. Che incubo che è stato. Non posso crederci..." "Senta, che ne dice del giro in moto? Lo vuole fare lo stesso? L'invito è ancora valido." "Va bene, va bene. Non ho niente da fare fino a domani. Alain mi ha promesso che mi darà un po' di soldi per potere ripartire. Pagherà anche il conto dell'officina." Era un giorno radioso, quello, per la moto di Horst. Messa a punto e lucidata la domenica precedente, avrebbe incominciato a rombare maestosa nella nuova stagione. Il suo proprietario ridacchiava, felice come un bambino di fronte ad un regalo di Natale tanto atteso, mentre la mostrava a Dominique nella rimessa. La ragazza assisteva con aria assente ai preparativi per quello strano viaggio, un po' impacciata nella tuta di Charlotte, di taglia decisamente maggiore della sua. Horst si mise a cavalcioni del bolide, si sistemò i lunghi capelli biondi raccolti in una coda di cavallo ed infilò il casco nero. Fece un cenno a Dominique, che le si accomodò dietro con qualche difficoltà, e partirono. Andarono per le strade rumorose e sporche di Kreuzberg, su verso il centro. Costeggiarono il muro variopinto, passarono vicino le rovine di Anhalter Bahnhof e la landa desolata di Potsdamer Platz, fino alle porte chiuse di Brandeburgo. Poi, come in parata, per 6

7 Strasse des 17 Juni, Dominique si voltò per salutare i due soldati russi a guardia del monumento al milite ignoto sovietico, e guardò ammirata l'angelo indifferente sulla altissima colonna del Siegesshaule. Da Tiergarten, Horst piegò verso sud, e si diresse verso Charlottenburg. Arrivarono al parco davanti al Palazzo e parcheggiarono. "Erano mesi che aspettavo questo giorno. Wunderbar!". Horst si sfilò il casco e aiutò Dom a scendere dalla moto. "E adesso vorrei proprio mangiare qualcosa. Lei ha fame?" Dom annuì, e lo seguì docilmente verso un chiosco, dove Horst ordinò birra e doner kebab per tutti e due. Mangiarono silenziosamente, appoggiati ad un tavolo rotondo, all'aperto. Il tedesco guardava in avanti, il sorriso da bambinone stampato permanentemente sulla sua faccia irsuta. Tracannò ciò che rimaneva della birra in un unico lungo sorso e si rivolse verso Dom. "Grazie per essere venuta, Dom. Grazie. E adesso, vorrei farle vedere una meraviglia." La donna più bella del mondo era là, nell'ampia stanza, altera ed immobile, lo sguardo fisso, i lineamenti delicati e sereni. Il suo copricapo parlava di tempi remoti, il suo volto perfetto rifletteva eternità. Horst e Dom si avvicinarono lentamente verso il busto di Nefertiti, la bellezza che viene sulla terra, la stella dell'aegiptisch Museum. La contemplarono per qualche minuto, soli nel museo ormai prossimo alla chiusura. "Ogni tanto vengo a vederla, l'ultima volta ci ho portato mio figlio qualche settimana fa. E' rimasto senza fiato, come me quando venni qui la prima volta con mia madre." Dom prese la mano ruvida di Horst, lo sguardo ancora verso il busto. "E' bellissima", mormorò, con un filo di voce. "non... non ho parole." Un custode li richiamò, il tempo era scaduto. I due si voltarono, e si incamminarono verso l'uscita, mano nella mano. Arrivarono vicino alla moto, Dom si girò verso Horst: "Tu es un ange, Horst. Mon ange." Si mise in punta di piedi, e lo baciò sulle labbra, con gli occhi chiusi. Abbracciò il colosso che la strinse forte, la moto accanto in silenziosa attesa, come un cane fedele. Dom si alzò dal letto senza fare rumore, per non svegliare l'uomo accanto a sè. Attraversò la stanza a piedi nudi, raccogliendo la vestaglia di seta che giaceva sulla sedia, uscì e percorse il lungo corridoio buio e silenzioso, dirigendosi verso il soggiorno. Trovò a tastoni le sigarette sul tavolo e se ne accese una, aspirando lunghe boccate. Dalla finestra vicino giungeva il chiarore della città, e si intravedeva la splendida, altissima torre illuminata. Dom la guardò ammirata, appoggiandosi alla finestra. Stette lì per un po', fumando davanti a quel panorama cittadino ormai familiare. Quando la sigaretta finì, si girò e lentamente fece qualche passo, lasciando che gli occhi si riabituassero alla penombra. Il maestoso orologio a pendolo scandì la mezzanotte, facendola trasalire leggermente. Si accucciò sulla preziosa poltrona in pelle, trovò un telecomando e accese l'enorme televisore davanti a sé. Vide immagini di strade piene di gente in festa che si accaniva sulle rovine di un muro, diventato nel giro di poco tempo il simbolo di un 7

8 passato che si allontanava rapidamente. Un uomo anziano suonava il violoncello in segno di giubilo. Il volume era troppo basso per potere ascoltare il commento concitato, ma Dom non prestava più attenzione, guardava oltre lo schermo colorato, mentre si lisciava i capelli neri appena acconciati dal suo costoso parrucchiere di fiducia. Spense il televisore e accese l'abatjour che aveva accanto. La luce soffusa si propagò sui preziosi mobili antichi che arredavano il soggiorno, e lei cercò con lo sguardo il secretaire all'angolo. Dopo un attimo di indecisione, si alzò e raggiunse il mobile, aprì il cassetto e ne tirò fuori una vecchia scatola di cartone. Dom la aprì e prese una cartolina, arrivata la mattina precedente. Ritraeva una spiaggia assolata, con qualche bagnante steso a rosolarsi sulla sabbia bianchissima, in costumi da bagno di altri tempi. Rilesse le poche righe sul retro, vergate in una calligrafia regolare e nitida. Dom sorrise, e sfiorò con le dita la catenina che aveva al collo, con appesa l'effigie della regina egizia ammirata qualche anno prima. Un lamento infantile la riscosse. Ritornò sul corridoio e raggiunse una piccola camera accanto alla sua stanza da letto, flebilmente illuminata da un Mickey Mouse sorridente su una piccola scrivania. Si avvicinò al lettino del bambino, e si chinò con cautela. Dormiva ancora, era solo un sogno. Lei carezzò il visetto paffuto, circondato da lunghi riccioli biondi, rassettò le coperte e sistemò il cagnolino di peluche accanto al cuscino. Quando il bambino si calmò, andò di nuovo in soggiorno, accanto alla finestra del suo lussuoso appartamento di Montparnasse, e rimase a fissare la Tour Eiffel illuminata, in lontananza. "Svegliati, caro, non puoi addormentarti così...ti scotterai, svegliati". Horst aprì gli occhi, stordito. La sagoma della donna si stagliava contro il sole, sembrava altissima. Mugugnò qualcosa, e si voltò, combattendo contro l'intorpidimento. "Da quanto tempo... " borbottò, si rigirò sul lettino, e si mise a pancia in giù, intravedendo con gli occhi semichiusi lo splendido mare blu. Charlotte, vestita solo di un ampio cappello di paglia, e splendida nella sua abbronzatura integrale, le poggiò una mano sulla schiena. "Jorgen vuole che vai con lui a fare un'immersione. Ho portato dei panini per pranzo. Hai fame?" Horst non rispose, si rialzò un po' indolenzito e cercò il tabacco con la mano per prepararsi una sigaretta. "Ho sognato..." "...qualcosa di piacevole sicuramente, caro.". Charlotte ridacchiò, indicando il suo basso ventre. Lui si guardò in basso, e si coprì con un asciugamano, imbarazzato. Lei gli si sedette accanto, e lo baciò sulla guancia. "Sono contenta, sai, proprio contenta. Sei ritornato sulla Terra, da quando sei qui." "Già, sulla Terra". Horst socchiuse di nuovo gli occhi, mentre fumava. Passò la sigaretta alla moglie e salutò Jorgen, che sguazzava felice in acqua e gesticolava verso di loro. Charlotte appoggiò la testa sulla sua spalla e sorrise. 8

9 Jamie à Paris Jamie gettò via il telecomando con rabbia. L'angoscia crollò su di lui, si abbattè senza pietà come un macigno dall'everest. Il viso puntuto e severo di Margaret Thatcher fece capolino dietro il grigio commentatore televisivo. "Brutta cagna" mormorò Jamie, quasi sopraffatto, "arricchitevi, diceva... stupid cow... che cazzo di casino sta succedendo a Wall Street..." Il commentatore fece una smorfia con le sue labbra sottili, comparvero immagini fluorescenti di broker impazziti come formiche, con la scritta luminosa che raccontava la Beresina dell'orgoglio del capitalismo. Jamie incominciò a gemere dal dolore. Crack. La crepa si propagava inarrestabile, Tokio, Parigi, Francoforte, Londra. Casa sua. Il suo piccolo esercito, le strette di mano, le telefonate suadenti, le pacche sulla spalla in ufficio, i Venerdì sera passati da imperatore vittorioso al Caledonian pub, tutto sarebbe finito. Cristo, ho toccato l'everest dorato a 27 anni, il guerriero invincibile, immortale. E ora? Ora? Niente più soldi, niente più lavoro. Dovevo continuare gli studi, giocare a rugby. La biblioteca maestosa di Oxford, il fango e le urla dei compagni. All gone, tutto andato. Jamie si accorse di piangere, di fronte alla bottiglia di Scotch vuota sul tavolo. Tirò fuori la scatoletta delle meraviglie, fece una striscia di polvere magica ed aspirò con la cannuccia al naso. Starnutì tra le lacrime. Tutto a schifo, ma c'era di peggio. C'era suo fratello Tim, e c'era Joey con i suoi pitbull. Aspettò la telefonata, come una condanna. Lo squillo si fece strada tra la nebbia della sua mente in piena notte. Jamie prese la cornetta. Meglio rispondere. "Ciao, Jamie." La voce roca di Tim arrivò lontana, triste. Lo stesso tono di quando gli aveva telefonato al college, per annunciargli l'infarto fatale di suo padre. "Tim", mormorò Jamie, senza espressione. "I centomila di Joey?" "Il 50 per cento in meno, credo..." Tim rise,amaramente. "Joey l'aveva detto. Gli investimenti legali non fanno per lui. Ma tu, stronzetto yuppie, l'avevi convinto del contrario. Contro il mio parere, il parere del suo uomo di fiducia. Ti sei messo fra me e lui. Che facciamo, Jamie? Li puoi restituire? Se li restituisci, forse non diventerai il pranzo dei suoi cani." "Lo sai, non è possibile. Sai come vivo." "Come immaginavo. Piccolo bastardo, sempre Tim a coprirti il culo, eh? Stavolta è un guaio grosso Jamie, non si può nuotare nella merda nella quale ti trovi. Ma, sorpresa! Tim l'animale ci ha già pensato. Ci vuole un po' di tempo, però. Mi devi dare la tua barca. Prestito permanente. Ed è meglio che te la fili con la tua Volvo da fighetto merdoso. Vattene in Francia, dagli zii. Parti subito, ai cani di Joey piace fare colazione la mattina presto." "Grazie, Tim..." "Fuck off, Jamie. Get lost." Jamie pensò a Tim, alle sue ampie spalle fasciate dal vestito blu, alla sua grande testa calva, al tatuaggio sul collo. Lo rivide fuori del locale notturno di Joey, le braccia nerborute lungo il corpo e le mani incrociate davanti, vigile e scattante come una pantera, mentre controllava l'ingresso con lo sguardo duro. Pensò all'unica volta che lo aveva visto piangere, al funerale di suo padre, abbracciato alla mamma. 9

10 "Ciao, Tim. Take care", mormorò alla cornetta muta. Il traffico era scarso, come doveva essere a quell'ora della notte. Jamie combatteva con lo stress e la stanchezza alla guida della sua 480 rossa, guidando meccanicamente tra i pochi camion. Non aveva avuto troppo tempo per pensare, quando aveva abbandonato il suo piccolo appartamento a Chelsea, dove si era trasferito solo qualche mese prima. Il tragitto attraverso il sud-est dell'inghilterra lungo la M20 durò meno di quanto si aspettasse. Arrivò a Dover con le prime luci dell'alba, gli occhi che ormai si chiudevano da soli per il sonno. Acquistò il biglietto per il traghetto con i contanti prelevati a Londra nella banca sotto casa e attese di imbarcarsi in macchina, nel piazzale. Intorno, gli autisti dei camion ciondolavano, fumando e sorseggiando caffé. Il giorno si trascinava avanti stancamente, grigio e malinconico come se fosse già nato vecchio. Non faceva ancora troppo freddo per essere autunno, ma una pioggia sottile incominciò a cadere su uomini, asfalto e lamiere. Jamie si addormentò per un tempo indefinibile con la testa all'indietro, a bocca aperta. Sognò il viso bianco di Joey che gli sorrideva con il suo solito sguardo annoiato:"che cosa debbo fare con te, son?" gli chiedeva, mentre Tim lo teneva per i capelli. Suo padre, accanto, lo fissava con muta disapprovazione, vestito del suo stazzonato abito grigio da civil servant. Si svegliò al rombo dei motori che si avviavano per incolonnarsi verso la nave bianca con la pancia spalancata, pronta a fagocitarli per la traversata. Jamie si stropicciò gli occhi, si massaggiò il mento irsuto e accese la Volvo. Gli omini fosforescenti della P&O lo guidarono efficientemente verso il traghetto e fu ingoiato insieme agli altri, quasi senza accorgersene. Avrebbe voluto restare in macchina, ma si costrinse a salire in coperta, quasi barcollando per la stanchezza. Sprofondò su una poltroncina accanto ad un oblò, mentre la nave incominciava a muoversi sul mare grigio. Mentre stava per addormentarsi, una risata femminile lo riscosse. Accanto, due ragazze parlavano fitto fitto in una lingua musicale. Italiano, pensò, mentre si voltava ad osservarle distrattamente. Una delle due, con una grande massa di capelli ricci, stava mostrando all'altra un qualche capo di vestiario dentro una borsa di Harrod's. La ricciolona si accorse di lui e gli sorrise un attimo, lievemente imbarazzata, poi si volse di nuovo verso l'amica, bionda e con il trucco un po' troppo vistoso. Jamie non se ne curò, chinò la testa e chiuse gli occhi, mentre le scogliere di Dover si allontanavano. "Signore...scusi...mister... le è caduto il passaporto... signore..." Jamie si risvegliò, su di lui ondeggiavano tanti riccioli bruni. Mise a fuoco un paio di occhi scuri divertiti, mentre una mano affusolata gli porgeva il libretto blu con lo stemma di Elisabetta. "Oh, cosa... grazie. Grazie mille." Afferrò il passaporto e se lo mise rapidamente nella tasca della giacca. La ragazza fece un risolino: "Siamo arrivati a Calais." Jamie allungò le gambe e si mosse sulla poltroncina. Squadrò di nuovo la ragazza. Niente male, queste italiane, così diverse dalle inglesi. Sorrise. "Ok, arrivederci, mister. Ciao!" La ricciolona si allontanò in fretta con l'amica. Si voltò di nuovo, una breve occhiata fugace e via. Jamie si alzò, indolenzito, e si diresse verso la scaletta che portava alle macchine, mentre il traghetto compiva le ultime manovre di attracco. La sua Volvo fu vomitata dalla nave, in Francia, finalmente. Prese l'autostrada 10

11 solitaria, immersa in un deserto rurale, verso sud, e dopo qualche tempo si fermò in una stazione di servizio per telefonare agli zii. Jamie rispolverò il suo francese senza difficoltà, era bilingue per via della mamma originaria di Nantes. Nel sentirlo, zia Helene si mise a piangere per l'emozione e la felicità. "Jamie, vieni oggi? Che bella sorpresa! Proprio ieri vi stavo pensando, a te e a Tim. Come sono contenta, no, nessun problema. Ti aspettiamo. Sai la strada, vero? Bene, bravo il mio ragazzo. Siamo a casa, zio Francois non si sente tanto bene, di questi giorni. A presto, allora." Jamie attaccò, sbuffando, e andò ad ordinare un caffè al bar. Si trovava in mezzo al nulla, così vicino a Parigi, eppure sembrava di stare in un altro paese. Lesse il giornale che strillava del crack della borsa, di una rapina sanguinosa nel sud e della perestrojka di Mr Gorbachev. Sentì la madre ed il padre seduti accanto, percepiva il loro sguardo di riprovazione. Scrollò le spalle e si diresse verso la toilette. "Jamie, mio caro. Che felicità..." zia Helene, con gli occhi liquidi, gli prese il viso con le mani ossute e lo baciò. Il cagnolino dietro di lei, abbaiava senza sosta. Jamie si sottrasse, imbarazzato. Era più magra, più curva del solito. "Vieni dentro, zio Francois sta dormendo. Questi fiori? Sono per me? Grazie, stella, sei sempre un tesoro." La casa degli zii era un vecchio villino con giardino, soffocato da palazzi alti ed anonimi di banlieu. Era un miracolo che fosse rimasto lì, con quell'albero secolare che sorgeva come una specie di sentinella. Dentro, tappezzeria e mobili dei primi del novecento, tutto rimasto uguale dai tempi del nonno, e di prima ancora. Un lieve sentore di muffa e di malattia aleggiava nelle stanze. "Ho preparato la stanzetta di tua madre, hai pochi bagagli con te, li hai lasciati in macchina? No? Allora vuoi stare poco tempo..." "Ecco, ho preso un po' di vacanza, non so quanto resterò, zia..." "Stai quanto vuoi, caro. Ti ho preparato da mangiare, quel pasticcio che ti piaceva tanto..." "Grazie, non ho fame adesso. Vorrei riposarmi un po'." Riuscì a resistere alle proteste, e dopo avere dato qualche notizia sulla mamma e su Tim riuscì ad entrare in camera. Stette un po' lì, seduto sul letto, nella penombra, tra mobili e fotografie di un tempo che non gli era mai appartenuto. Poi si stese sul materasso cigolante e stese le braccia sopra la testa, guardando gli stucchi del soffitto, in attesa dei sogni. Jamie si sedette sulla panchina, accanto agli alberi. Pensò che non faceva più una passeggiata da tempo immemorabile, e sentì come se un pezzo di sè fosse mancato, sparito per anni. Aprì il giornale sullo sport, e lesse un po', senza troppo soffermarsi sulle parole. Il sole era insolitamente caldo per essere una giornata di fine Ottobre. I giardini delle Tuileries erano animati come al solito, frotte di turisti sciamavano da e per il Louvre, lingue diverse che si intrecciavano e formavano un impasto di suoni gradevoli, un tappeto dove scivolavano via i suoi pensieri informi. Jamie chiuse il giornale, e socchiuse un po' gli occhi, il tepore della giornata lo insonnoliva. Sentì che qualcuno si avvicinava, ma non ci fece troppo caso. All'improvviso, un accordo di chitarra lo scosse dal torpore. Si voltò, e vide un ragazzo seduto sulla panchina accanto alla sua che stava accordando senza 11

12 fretta uno splendido strumento, color blu notte. Una custodia rigida giaceva sul terreno, già aperta con dentro qualche monetina. Il ragazzo era vestito con i soliti blue jeans ed un maglione troppo pesante per quella splendida giornata. Si aggiustava continuamente gli occhiali che tendevano a cadere mentre continuava l'accordatura. Quando ebbe finito, si alzò, si guardò in giro e incominciò a parlare ad alta voce: "Mesdames et messieurs, bonjour! Mi chiamo Jed, e sono il vostro jukeboxe. Mettete una monetina lì, chiedete e vi canterò qualsiasi cosa! Allez! Qualche cosa da propormi? Non fate i timidi, forza! Niente? Ah beh, volete sentirmi prima, vero? Ok, pas de problem." Il ragazzo attaccò un vecchio pezzo di rock'n'roll, Jamie riconobbe Blue Suede Shoes immediatamente. Era bravo, anche se l'accento rendeva il tutto un po' bizzarro. Un po' di gente incominciò a raccogliersi intorno al musicista, qualche monetina prese la strada verso la custodia. Quando la canzone finì, qualcuno applaudì. "Vi ricordo che sono un jukebox! Chiedete, ed eseguirò. Forza gente, sono qui!" Incominciarono a fioccare le proposte più disparate, da vecchi oldies a canzoni recentissime, e Jed eseguiva tutto, senza problemi. "Cosa vuole? Duran Duran? Ah no, e' degli Spandau Ballet quella! Ma certo che la so, forza gente chiedete." Jamie aveva ripreso a leggere, non prestava più attenzione, la gente era aumentata e non vedeva più il musicista di strada che continuava a suonare con vigore. Gli applausi e le risate aumentavano, fino a quando non gli riuscì più di concentrarsi sulla lettura. Alzò gli occhi, rassegnato, quando vide un volto familiare, contornato da una cascata di riccioli scuri. La ragazza lo riconobbe, e gli fece ciao con la mano, sorridendo. Jamie rispose al saluto, e stette seduto per un po', indeciso sul da farsi. Poi disse fra sè: "Oh, what the hell...", e si alzò, dirigendosi verso di lei. Sembrava sola, la sua amica non si vedeva. Jamie era dotato in questo genere di cose, era bravissimo ad attaccare bottone, e non si smentì. Gentile, affabile, spiritoso. Poteva parlare in inglese e francese senza problemi, e la conversazione filò leggera sui giusti binari. Seppe che la ragazza si chiamava Claudia, veniva da Roma e stava viaggiando per l'europa con la sua amica, Laura, che si trovava ancora nel Louvre. Lei i musei dopo un po' non li reggeva, ed era uscita prima. Jamie osservò lo sguardo di Claudia, e capì che la scintilla stava per scoccare. Old bastard, pensò, hai il bersaglio in vista. Il ragazzo aveva smesso di suonare, e la piccola folla si stava diradando. Restavano solo loro tre, Jed stava rimettendo a posto la chitarra, poi si fermò e si rivolse a Jamie: "Monsieur, niente soldi! Tutte queste belle canzoni... e lei niente. Sta qua da quando sono arrivato, ha sentito tutto. Non è giusto! Ha qualche richiesta?" Jamie rimase interdetto, scosse la testa, imbarazzato. "Ok, so io cosa fa per lei. Prima metta la moneta, prego." Jamie, soggiogato, tirò fuori un po' di spiccioli dalla tasca, e li dette a Jed. Il ragazzo tirò fuori la chitarra, la accordò rapidamente, ed attaccò: It's gonna take a lotta love To change the way things are. It's gonna take a lotta love Or we won't get too far. So if you look in my direction 12

13 And we don't see eye to eye, My heart needs protection And so do I. Jamie rimase lì a sentire per un po'. Guardò Claudia con un mezzo sorriso, e le chiese se voleva bere un drink da qualche parte. Conosceva un bel bar non lontano da lì. Lei accettò senza farsi troppo pregare. Era accovacciata sulla poltrona della stanza d'albergo, in camicia da notte. I suoi riccioli scomposti decoravano lo schienale liso, guardava la via sottostante, dalla finestra. Niente più lacrime e singhiozzi, niente. Una settimana, continuava a pensare, solo una settimana. Era stato un paradiso, dissolto. Svanito. La mattina, all'appuntamento al bistrot lui non s'era presentato, senza spiegazione, senza telefonate, senza messaggi. Non aveva il suo numero, non gliel'aveva dato. Non riusciva ad alzarsi, non riusciva a pensare ad altro. Laura era tornata a Roma, lei era rimasta. L'alba si stava facendo strada tra la pioggia, mentre Claudiaa continuava a tormentarsi il suo ricciolo preferito. Jamie uscì dalla casa dei suoi zii che sopportava sempre meno, ancora un po' stordito dalla sbornia della sera prima. I suoi cugini, che fenomeni. E che ragazza, quella che gli avevano presentato. Pensò un attimo a Claudia, una piccola puntura nella sua coscienza, fece per grattarsi la testa, e attraversò il boulevard facendo attenzione al traffico. Fu ingoiato dal tunnel della fermata del metrò, camminò senza fretta verso la banchina. Oggi vado a tagliarmi i capelli, pensò. Un bel taglio è quello che ci vuole. Che noia, che noia, niente da fare tutto il giorno. Pensò di telefonare in ufficio, forse le acque si erano calmate. Da Tim niente notizie, rabbrividì un po' al pensiero di Joey, ma sentiva tutto così lontano. Se l'era spassata un po' a Parigi, tutto qui. Mentre aspettava il treno, vide Jed in piedi, con la grande custodia della sua chitarra accanto, che gli sorrideva. Lo salutò con un cenno del capo. Jed si avvicinò: "Il mister che ascolta e non dà soldi. Ho una cosa per lei." Una piccola busta bianca fece capolino nella sua mano. Il ragazzo gliela porse, con un lieve inchino. Jamie la prese senza pensare, sbalordito. "La apra, mister, e legga." Jamie obbedì, e tirò fuori il bigliettino pubblicitario di un bar. Nel retro c'era scritto un appunto, Jamie sobbalzò, riconoscendo la calligrafia irregolare del fratello: "Chiedi di Esteban. Sei un idiota bastardo. Tim." Jed era in piedi accanto a lui, ancora sorridente: "Bel posto quello, lo conosco. A quest'ora dovrebbe essere già aperto. La accompagno, se vuole." Il treno arrivò fragorosamente, ed i due entrarono insieme ad un fiume di gente, senza parlarsi. 13

14 Jed salutò Jamie con un cenno della mano all'ingresso del locale nel Quartiere Latino, più rumoroso del solito. "Good luck mister. Bye bye". Jamie rispose di riflesso, il ragazzo si voltò e sparì in un vicolo. Cristo, Tim. non ti facevo così pieno di risorse, pensò Jamie, mentre entrava nel bar. Uguale a molti altri, penombra, tavoli ancora semivuoti, musica jazz da un piccolo palco illuminato. Un piano ed una ragazza bionda, fasciata in un abito blu. Jamie si avvicinò al banco, osservando la cantante. Niente male, niente male. "Non ci pensare neanche, little Jamie. Non fa per te." La voce vicinissima, con un forte accento spagnolo, lo fece trasalire. Da dietro al banco, un giovane magro con i capelli scuri ed impomatati lo guardava ironicamente: "Sono Esteban. Tu e tuo fratello non vi assomigliate per niente. Proprio per niente. Siediti, ti dò una bella lager. Offriamo noi. E adesso ascolta, ho delle cose da dirti." Esteban spinò la lager e gliela porse, sorridendo. Jamie la sorseggiò, mentre il barista guardava la ragazza. "Questo posto non è male, vero? Niente male. Ci vorrebbero un po' di migliorie, però. E poi, troppi turisti. Troppo rumorosi. Ci vorrebbe gente come Tim, qui, per farne un posto di classe." "Già", mormorò Jamie, ancora più stordito. "Tim è un amico, sai. Collaboriamo, spostiamo un po' di merce qua e là. Niente di che, insomma, avremmo potuto fare di meglio. Si può sempre fare di meglio. Ci ha chiesto di tenerti d'occhio, un po' di protezione. Jed è stato bravo, efficiente. Ogni tanto ce ne serviamo. Affidabile, si dice così?" "Dunque Jamie, eri nella merda, vero? Tutti quei soldi persi in stupide azioni, nel crack. E non erano tuoi. Ma non tutto è quello che sembra. Joey non si fidava troppo, e ha chiesto, diciamo così, a Tim di comprare metà del pacchetto che tu gli avevi venduto. Prova di fiducia, la chiamava. E il tuo fratellone ha accettato, che poteva fare d'altro? Non lo sapevi, eh? Poi Joey ha rivenduto la sua metà prima del crack, senza dire niente né a te, né a Tim. Pulito, con tutti i suoi soldini. L'ha sempre detto, che gli affari, diciamo così, regolari, non fanno per lui." "Dopo il crack, Tim non sapeva niente, e ti ha detto di scappare. Altrimenti, bau bau, i cani arrivavano. Povero Tim, senza soldi, e che paura. E Joey, quando l'ha visto arrivare tutto compunto, è scoppiato a ridere e gli ha detto del suo trucchetto. Tim non ci ha visto più, lo stava per ammazzare, se non fosse stato per i cani non so come sarebbe andata a finire. Insomma, Tim ne è uscito un po' pesto. E tu a Parigi, il fratellino tanto amato, te la potevi spassare un po' con le belle turiste" "Poi a Joey è successo un incidente. Lo sai che aveva ammazzato un poliziotto? Con le sue mani. Credeva di farla franca, ma hanno trovato una sua sigaretta sul posto, e Scotland Yard lo ha incastrato con quel test nuovo, come si chiama, DNA? Joey è dentro, e ci rimarrà. Hanno già buttato via la chiave della sua cella. Anche Tim è dentro, ma non è coinvolto in questo. In altre cose piccole. Hanno scoperchiato la pentola. Ma uscirà presto. Due anni, forse tre. E tu, adesso, sei, come si dice? On the square. Pulito. La tua barca, che tanto serviva per affarucci vari, neanche toccata. Congratulazioni, Jamie. la prossima birra la offri te a me, però. Ed ora divertiti un po', lo sai fare bene, no?" Esteban si rivolse a due clienti, dicendo loro qualcosa in spagnolo che Jamie non afferrò. Servì loro due Coronas, e sparì in una porta sul retro. Jamie sorseggiò la 14

15 birra sbirciando un attimo la cantante. Poi sprofondò nei suoi pensieri, lo sguardo nel vuoto. Il cancello della prigione si aprì, finalmente, nel pomeriggio assolato di primavera, facendo uscire Tim, in tuta da ginnastica e con una borsa sportiva. Jamie, dall'altra parte della strada, era appoggiato alla sua Volvo, in giacca scura ed occhiali da sole. Fece un cenno con la mano al fratello, che attraversò e gli si fece incontro. I due stettero un po' l'uno davanti all'altro, Jamie gli appoggiò la mano destra sulla spalla. Vide il tatuaggio sul collo, il cranio perfettamente rasato, l'orecchio mutilato nella parte superiore, il segno dei pitbull di Joey. Tim non reagì, si guardava intorno, strabuzzando leggermente gli occhi, segno di una miopia che aveva sempre cercato di nascondere. Jamie sorrise, e aprì la portiera della macchina. Prese la borsa di Tim e la appoggiò sul sedile posteriore: "Andiamo ". I due salirono in macchina, Tim leggermente impacciato per via della sua mole, ulteriormente ingrossata dopo i due anni in carcere, e Jamie accese il motore. Si diressero senza fretta verso la M25, intasata come al solito. Attraversarono il Tamigi sul ponte di Dartford, con il sole morente che dardeggiava sul fiume e gli edifici industriali, diretti verso est, verso il Kent, la casa dei genitori. Tim disse poche parole nella sua voce rauca, mentre Jamie parlava del più e del meno, con un fare gioviale leggermente sforzato. Parlò del suo nuovo lavoro: "Mi hanno offerto un posto a Liverpool, in una ditta che produce pezzi meccanici di precisione, come responsabile dell'ufficio vendite. Mi trasferirò presto. Tu puoi stare quanto vuoi dalla mamma, non vede l'ora. Non se l'è sentita di venire a prenderti in prigione, per lei è ancora uno choc, sai." Jamie parlava in continuazione, sembrava spiritato: "A Parigi, che femmine. Ho conosciuto una sposata, piena di soldi. Ragazzi, da perdere la testa. Dominique, si chiamava. Una brunetta con occhi verdi, un vero fenomeno. Cristo, che cugini che abbiamo, Tim, sembra che conoscano tutta la città. Potresti andare un po' lì per una vacanza vera. Ti saluta tanto Esteban, a proposito..." Tim si voltò, e disse tranquillamente: "Ferma la macchina, Jamie." Jamie era un po' interdetto: "Cosa? Siamo vicini a casa, ormai... Ti senti male?" "Ferma questa cazzo di macchina, Jamie." Il tono non ammetteva repliche, Jamie rallentò e si fermò su una piazzola dell'autostrada. Tim scese, guardò il traffico e si chinò in avanti, le mani sulle ginocchia, come un corridore stanco per rifiatare. Jamie si avvicinò di lato: "Tim, ti senti ma..." Il manrovescio di Tim interruppe la frase. Jamie sentì il sangue in bocca, un incisivo fece crick e si scheggiò. Il bruciore sulle labbra gli ricordò di uno schiaffo ricevuto da sua madre molti anni prima, mortificandolo e lasciandolo sbalordito. Il fratello aveva ora le braccia conserte, e lo guardava senza dire una parola. Poi, piano piano, incominciò a sussultare, e gli occhi si inumidirono. I sussulti divennero più forti, Tim chiuse gli occhi e incominciò a piangere. I singhiozzi scuotevano il suo possente torace: "Scemo, scemo..." 15

16 ripeteva sommessamente, quasi a se stesso. Jamie gli si avvicinò, ancora stupefatto, e gli prese la testa fra le mani. Tim rimase immobile, nell'abbraccio di Jamie, per un po', singhiozzando e mormorando. Poi si tirò via di scatto: "Andiamo a casa. Dammi le chiavi, guido io." Find your way out - of the wild wild wood 16

17 Lettera d aprile Dominique entrò in casa, incerta sui tacchi alti, effetto di troppi cocktails. No, Jerome proprio non ce lo voleva in casa, quella sera. Lui aveva protestato, l'aveva accompagnata fin sotto il portone, lasciando la sua Porsche in mezzo alla strada con le portiere aperte, le macchine che passavano a stento, da cui uscivano urla ed imprecazioni. Lei aveva fatto il solito viso imbronciato modello "adorami", l'aveva respinto, mentre lui provava a baciarla. Poi un piccolo sorriso dei suoi, un bacio sulla guancia ed era scappata via, lasciandolo così, con la sigaretta fra le dita, la cravatta mezza slacciata, la capigliatura trendy leggermente spettinata. Nessuno, non voglio nessuno stasera, pensò. Si sfilò le scarpe, buttandone una sotto il prezioso divano, regalo di nozze di non so quale parente di Robert, l'exmarito, mentre l'altra centrò in pieno il quadrante del maestoso orologio a pendolo del soggiorno. Dom scoppiò a ridere, mettendosi la mano sulla bocca. Stasera nessuno in casa, niente domestici, il figlio a casa di Robert. Si sedette sul tappeto persiano di seta, a gambe larghe, e si accese una sigaretta con l'accendino di Cartier, regalo di chissà chi. Quanti regali, quante persone di cui scordava il nome. Robert se li ricordava tutti, immancabilmente. L'aveva salvata dall'abisso finanziario, velenosa eredità dei suoi adorati genitori, morti dieci anni prima in un incidente stradale. Neanche la vendita della casa in Normandia poteva coprire i debiti. L'Uomo della Provvidenza. Dom sorrise amaramente, al pensiero dell'uomo della Provvidenza. Una provvidenza diventata inferno dorato. Il figlio, l'unica sua ancora, stava incominciando a crescere. Non ti e' andata poi così male Dom, tutto sommato, vero? Inferno, botte, umiliazioni in una cassaforte piena di gioielli. Uomini, belli, ricchi, per tutte le occasioni. Per ognuno dei tuoi sorrisi, un centro. Mira infallibile. Robert era sbottato, non ce la faceva più. Separazione e divorzio, a te la casa a Montparnasse, alimenti cospicui ed affidamento congiunto. Non sei un'arpia, mia cara, potevi ottenere molto di più, ma per te andava bene lo stesso. Le porte girevoli, uomini che vanno, uomini che entrano. Un bastardo inglese ti era entrato sotto la pelle, quando eri ancora sposata. Jamie, già, paradiso, vacuità. In ginocchio, Dom, in ginocchio per lui. Solo lui ci era riuscito. Poi, puf, dissolto, e tu che avresti squarciato la tua pelle. Dom scosse il capo, ed a fatica si rialzò, dirigendosi verso il bagno. Camminando, si sfilò il tubino da sera, e si levò i gioielli, mettendoli su un mobile capitato di lì per caso. Si levò le mutandine ed il reggipetto, niente calze, a lei piaceva così, e si trovò a cospetto dell'enorme specchio. Socchiuse gli occhi, li aprì, scovò un capello bianco. Domani parrucchiere, imperativo, pensò. Piccole rughe d'espressione ai lati degli occhi, niente, solo un attimo, 36 anni, tutto lì. Seno? un po' giù forse,ma solo lei se ne accorgeva. Vita: OK. Gambe: OK. Fianchi: OK. Qualche piccola gobbetta di cellulite, impercettibile. Dom continuò a guardare un punto lontano dentro i suoi occhi verdi, pensando per un po'. Una lacrima sottilissima gli solcò la guancia destra, lasciando una striscia nera. Poi si voltò, e si diresse in salotto. Aprì il suo secretaire preferito. Dentro, la scatola. E dentro la scatola, le lettere e le cartoline, vergate con quella calligrafia regolare e nitida. Le frugò, trovò una busta con un indirizzo del mittente. Si sedette, prese una penna, un foglio di carta ed incominciò a scrivere, mentre la pioggia di quella notte d'aprile picchiettava sulle finestre. 17

18 Cristo che male al sedere, pensò Horst, sbuffando dentro il casco. Alla mia età, 'sti viaggi. Ridacchiava un po', gli occhi fissi davanti al nastro nero che gli si svolgeva davanti. Ogni tanto toccava la giubba, all'altezza della tasca interna, sentiva la carta della lettera, quasi per sincerarsi che fosse vera, che non fosse svanita. La coda di cavallo spuntava dal casco, ingrigita, ma più lunga che mai. Pensava ancora a quella mattina, quando Kemal, coi baffi ormai completamente bianchi, gliel'aveva portata, un po' interdetto, mormorando qualcosa in turco, come al solito. Una lettera. Da Parigi. Horst l'aveva letta tranquillamente, ed altrettanto tranquillamente era uscito dal garage dove ancora lavorava. "Che cazzo fai, Horst?" gli aveva gridato dietro Kemal. "Esco" aveva detto semplicemente Horst. Era tornato a casa in macchina, aveva parcheggiato, indossato la tuta e inforcato la moto, già messa a punto, come in ogni primavera. Berlino, nuova di zecca, l'aveva salutato col suo traffico soffocante. Hannover, Dortmund, Colonia, Liegi, Charleroi, puntini luminosi, cartelli verdi ed azzurri, camion multicolori, scintillanti nella notte. Giù, verso la città a forma di cuore, verso qualcosa d indefinibile, di assurdo e reale al tempo stesso. La lettera sul petto, la chioma grigia svolazzante, la pioggia notturna. Attraversò il traffico variopinto del mattino, così diverso da quello della sua città. "Caos organizzato" pensò con ironia Horst. Arrivò al boulevard trafficato, al palazzo del quartiere esclusivo. Città proibita. Parcheggiò la moto, senza troppo curarsi di divieti e strombazzamenti, e si sfilò il casco, scuotendo i capelli. Carezzò la moto fedele, baciò il manubrio, e sfilò le gambe lunghe e magre fasciate nel cuoio. Col casco in mano, si avvicinò al portone. Fu fermato immediatamente. Horst disse il nome, a testa alta, il concierge chiamò e dette il via libera. Tante rampe di scale a piedi, niente ascensore, così, per divertimento. Horst col fiatone dei suoi quarantasei anni, gli occhi iniettati di sangue, ore senza dormire. La porta preziosa si aprì, la donna minuta dagli occhi verdi gli regalò il suo sorriso. Horst si pulì gli occhiali, come per vedere meglio. Dom fece cenno, in camicia da notte. Lui fece il passo, e la porta si chiuse dietro di loro. Horst guardò il soggiorno, imbarazzato ed ammirato dallo splendore della casa, mentre lei continuava a fissarlo, in piedi. Il suo respiro si fece un po' più regolare: Ciao Dom. Sei messa bene. Già, fece lei, ancora immobile. Ad Horst scivolò il casco sul pavimento, imprecò in tedesco. Pasticcione, così il parquet si rovina. Dom sorrise. Poi si voltò bruscamente e si diresse in cucina. Vuoi del caffè? Sarai stanco, no?" Horst non rispose, la seguì, gli occhi sulle gambe che spuntavano dal camicione. Capelli più lunghi, pensò, diversa ed uguale al tempo stesso. Sciuff, un tuffo nella sua anima, schiuma bianca che si levava altissima, e quasi offuscava la sua vista. Dom armeggiò con la macchinetta del caffè nella sontuosa cucina: "Il viaggio?" "Eterno", rispose Horst, con gli occhi sui fornelli. Si sedette su una sedia, e si mise ad armeggiare con la scatola del tabacco e le cartine. "Ti dispiace, Dom?" "No, anzi, preparane una anche per me. Mai stata capace, io. Magari una speciale, eh, Horst?" "Già, speciale. Così mi stendo del tutto... 18

19 "Non è quello che io so, e lo sai anche tu", Dom sorrise maliziosamente. "Ne hai, no? Altrimenti posso dartene un po' della mia." "Non c'è problema, ho ancora qualcosina nella mia riserva." Horst preparò il joint, l'accese e lo passò a Dom. "Signora dell'alta società, queste sono cose che non si fanno, da voi." "Fanculo l'haute societé, Horst. Cazzo ne sai te, poi. Bevi il caffè, finché è caldo." "A me piace tiepido." "Ah sì, ricordo ora. Seduto sulla poltrona, ad aspettare che si freddasse... Beh, mentre aspetta, prego, Herr Horst..." Horst aspirò il joint che gli era stato offerto, tranquillamente, gli occhi semichiusi. Si levò gli occhiali e li poggiò sul tavolo. "Dunque, sono qui." "Già, sei qui, mon ange. Non molto tempestivo, direi." "No. la puntualità non è mai stata la mia specialità." "Nemmeno la mia." Dom fece un risolino, con la bocca sulla mano. "Sai già tutto, no, Horst? Tutte le lettere. Sei tu che sei sempre stato, come si dice, riservato?" "Non molto da raccontarti, Dom. Niente Formentera, alla fine. Tutto qui." "Tutto qui." Si passarono il joint senza parlare molto. Le due tazze di caffé giacevano sul tavolo, dimenticate. Alla fine della fumata, Dom le prese, si voltò e ne rovesciò il contenuto sul lavandino. Horst si alzò, e le si avvicinò. Voglio vedere se è ancora lì, pensò, e le alzò i capelli dietro la nuca, impercettibilmente. Il neo all'attaccatura dei capelli sembrava più piccolo, lo sfiorò con le labbra, appena appena. Dom si voltò, lentamente, si appoggiò con le braccia al lavello e lo baciò sulle labbra, alzandosi sulle punte dei piedi. Il bacio si fece più lungo, lei attaccata a lui. Poi Dom gli morse il labbro inferiore, piano, si staccò di scatto e gli prese la mano. "Viens, mon ange." Lo portò nella sua splendida camera piena di mobili antichi, regalati da chissà chi, lo spinse sul letto ancora sfatto, e le si stese sopra. La camicia da notte era già volata dall'altra parte della stanza. Lei armeggiava sulla tuta di cuoio, mentre Horst rispondeva dolcemente ai suoi gesti. Dom gli sfilò parzialmente i pantaloni, lo accarezzò e lo baciò a lungo. Poi gli diede un'occhiata soddisfatta, risalì e lo prese. Horst sentì delle scariche che lo attraversavano, Electric Ladyland, già, era quella la musica. Horst giaceva addormentato, ancora semivestito, supino, mentre Dom giocava con la sua lunga coda di cavallo. "Merci, mon ange", mormorò. Si rialzò e si diresse in bagno. Lo specchio le era davanti, con lei dentro. Fianchi: OK. Vita: OK. Seni: OK. Gambe: Ok. Capelli: insomma... Guardò dentro i suoi occhi verdi, il punto nero non c'era più. (ad Hana Bi) 19

20 Edo 1. Lime Street Edo e Jane camminano nella grande hall della stazione di Lime Street un po distanti, lei leggermente più avanti di lui. Jane porta un berretto di lana grigio sopra i suoi capelli ramati ed un cappotto nero, ha delle calze a righe multicolori orizzontali con un paio di caterpillar ai piedi. Il suo viso pieno di lentiggini è rosso per il freddo, ha un aria malinconica, come le capita sempre il lunedì mattina quando deve partire. Edo è vestito col completo da ufficio, e porta il borsone consumato di Jane. I due si fermano davanti all ingresso, e si baciano frettolosamente. Ti chiamo quando arrivo, dice Jane con un sorriso incerto. Edo ha un aria un po assente, le fa cenno di sì. Le due fronti si toccano per un attimo, Jane prende il borsone e si incammina, un ultimo sguardo indietro. Edo alza la mano, bye love, e la guarda entrare. Si ravvia con la mano i capelli neri un po lunghi, e si gira lentamente. Mentre si incammina, i suoi occhi scuri leggermente a mandorla si stringono. Esce dall ingresso laterale, dove ha parcheggiato la macchina. Non sembra sentire freddo, a differenza di Jane e di molti altri passanti. Si infila nella sua Ford Puma bianca ed accende il motore. Si dirige dal centro verso quella desolazione che è Toxteth, il quartiere dove ha abitato per un po di mesi. Il Crescent mezzo devastato di Princess Road, la rotatoria con l ingresso del parco, dove un gruppo di madri adolescenti, quasi bambine, portano a spasso i loro figli. E poi verso suburbia, verso il lavoro. Un SMS arriva sul suo cellulare, lui lo legge di straforo mentre guida. Vieni oggi da John s? W. Wendy, pensa Edo. Una delle nuove cameriere del wine bar. Un lieve sorriso ironico increspa le labbra sottili, qualche piccola ruga si forma intorno agli occhi. Edo guarda lo schermo del suo computer mentre batte velocemente i tasti. Deve sistemare una relazione entro il fine settimana, il suo lavoro nella piccola fabbrica di componenti meccanici dove lavora lo rende responsabile di molte cose computer related, dalle più semplici alle più complesse. Edo è bravo e preciso, non sgarra sul lavoro e si fa benvolere; my italian lad, il mio ragazzo italiano, dice sempre John, il boss, mentre lo presenta ai manager delle aziende clienti e fornitrici. Edo ha un passato brillante come assistant all Imperial College, poi un paio di risse nei pub londinesi non lo hanno messo in buona luce nell ambiente accademico. Tornare in Italia, magari da mamma? Andare a Exeter dal padre? Naaaah. E così si ritrova nel Merseyside, not too bad, non male, lavoro OK, gente OK. Certo che è meglio Londra, ma bisogna essere pazienti, leggere i gli annunci, mandare i curriculum, fare interviste, ed inoltre bisogna lavorare al tempo stesso, senza deludere John. Edo si sta affezionando un po a quel corpulento e rubizzo signore con un riporto che esalta la sua calvizie invece di celarla, sempre agitato e che parla con voce rauca. Con John è divertente andare al pub, assieme agli ingegneri ed agli altri manager, lui è sempre al centro dell attenzione, ed è un fiume di battute, barzellette, punteggiate da risate fragorose. Non è la stessa cosa di quando va da John s, il wine bar vicino a casa sua. Con i suoi amici si parla in modo diverso, di argomenti differenti. Edo qualche volta si annoia, ma il colpo d occhio dei tavoli intorno a lui lo allieta sempre, con tutte quelle fighette, molte studentesse. Il telefono rompe il silenzio serale dell ufficio ormai deserto. Edo risponde, soprappensiero. Edo, sono io, Jane, la voce tesa, incrinata. 20

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