Se papà per miracolo tornasse vivo, lo ucciderebbero ancora e ancora e ancora Domenico Ricci Oreste Leonardi Giulio Rivera Raffaele Jozzino

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1 Maria Fida Moro Se papà per miracolo tornasse vivo, lo ucciderebbero ancora e ancora e ancora Bellissimo ed appassionato racconto della figlia dello statista democristiano a Giovanni Fasanella e Antonella Grippo. Sono Maria Fida, la primogenita di Aldo Moro. La mattina del 16 marzo 1978, in via Fani a Roma, le Brigate rosse sequestrarono papà, dopo aver massacrato gli uomini della sua scorta. Vorrei ricordare i nomi :Domenico Ricci Oreste Leonardi Giulio Rivera Raffaele Jozzino Francesco Zizzi. Lo tennero in una << prigione del popolo>> per cinquantacinque giorni. Il 9 maggio, poco dopo le 10, il suo corpo senza vita fu ritrovato nel bagagliaio di una Renault 4 rossa, parcheggiata in via Caetani. L assassinio di mio padre fu un colpo di Stato. L ho sempre pensato e l ho sempre detto. E ne ho pagato il prezzo. Avevo compiuto trentuno anni da qualche mese, quando sequestrarono papà. Luca, mio figlio, aveva solo due anni. La settimana prima di quel maledetto 16 marzo, passai tutte le notti a piangere. Senza sapere un perché. Avevo il presentimento che stesse accadendo qualcosa di catastrofico, di irreparabile. Se dovessi descrivere con un immagine il mio stato d animo ecco, direi che ero sovrastata da una nube rosso sangue. Si una nube rosso sangue, questa è l associazione che mi viene spontanea. In realtà, in famiglia pensavamo che un evento terribile fosse nell ordine delle cose. Era come se ce lo aspettassimo, soprattutto dopo il rapimento del figlio di Francesco De Martino, Guido.. Erano tre i personaggi politici che, negli anni precedenti, avevano contribuito a rimettere in gioco il Partito Comunista: il socialista De Martino, il comunista Enrico Berlinguer e il democristiano Aldo Moro. Berlinguer non era molto tranquillo, e di recente si è scoperto che nel 1973 avevano tentato di ammazzarlo in Bulgaria, simulando un incidente stradale. A De Martino, nell aprile 1977, avevano sequestrato il figlio per impedire al padre di essere eletto Presidente della Repubblica. E papà, anche se non lo lasciava trasparire, era molto preoccupato. Noi, in famiglia, lo eravamo più di lui. Forse fu per esorcizzare quella sensazione di inquietudine, di catastrofe incombente, che un giorno mi decisi chiedergli se lui ipotizzava di poter essere rapito. Ricordo che mi rispose: << Nella vita non si può mai sapere>> Tradotto dal suo linguaggio ermetico, voleva dire di si. Non ero preoccupata solo per mio padre, ma più in generale, per il clima politico che si respirava in quegli anni. Vivevo nell incubo di una terza guerra mondiale, che sembrava potesse scoppiare da un momento all altro. Ma, ripeto, un po tutti, in famiglia, erano allarmati. Nel 1974, mia madre era riuscita a strappare a papà la promessa che avrebbe lasciato la politica. Glielo aveva chiesto più volte in modo pressante, erano arrivati perfino a litigare, cosa che tra loro non succedeva mai. Alla fine mia madre era riuscita a spuntarla. L anno seguente, però, nel settembre del 1975, era nato luca. E papà, di fronte alla nursery, disse alla mamma che gli dispiaceva, ma non poteva mantenere la promessa: << Per ricordare la catastrofe che pende sulla testa dei bambini>>, disse proprio così. Continuò a far politica, perché credeva davvero che un mondo migliore fosse possibile. Ricevevamo minacce continue. Non solo mio padre, ma tutta la famiglia era esposta a intimidazioni e pressioni. Ricordo il 3 agosto del 1974, altra data infausta della storia italiana. Papà allora era ministro degli Esteri e avrebbe dovuto raggiungervi in treno a Bellamente, sulle montagne del Trentino, dove di solito trascorrevamo insieme le vacanze estive. Era già salito sulla sua carrozza, alla stazione Termini, e il treno stava per partire, quando all ultimo momento arrivarono dei funzionari e lo fecero scendere perché doveva tornare per firmare delle carte- A causa di quell imprevisto, perse il treno e fu costretto a raggiungerci in macchina. Un ritardo provvidenziale, perché quel treno era l Italicus. Non ho alcuna prova per dirlo con certezza, però ho avuto il sospetto che la bomba esplosa poche ore dopo nella galleria di San Benedetto Val di Sambro avesse come obiettivo proprio lui. Anche perché già altre volte, un infinità di altre volte, si era salvato per il rotto della cuffia. Un giorno esplosero le gomme della sua auto, che andò fuori strada. A bordo c ero anche io, ma le conseguenze furono lievi Qualche tempo dopo accadde di nuovo, e

2 papà non si fece male a un ginocchio. Dissero che erano ruote da neve usate per camminare u strada, per questo erano scoppiate. Ma è proprio difficile crederlo. Qualche tempo dopo, papà soffriva di un malanno da diverse settimane, e stava peggiorando sempre più. Poi un giorno la mamma, che era infermiera della Croce rossa, scoprì che alcune medicine con le quali papà veniva curato erano non solo inefficaci, ma addirittura pericolose, tanto che forse lo stavano avvelenando. Fece sospendere la cura e papà si riprese. Potrei citarvi davvero tanti altri episodi strani, ma ci vorrebbe forse un libro intero.vi basti pensare, per capire quale era il clima negli anni che precedettero il sequestro, a un episodio del 12 dicembre 1969, altra data della nostra tragica storia italiana. Dopo l esplosione della bomba di piazza Fontana, a Milano, quella sera stessa, Luciano Beca, uno dei più stretti collaboratori di Berlinguer, telefonò a mio padre, che era in visita ufficiale a Parigi, per invitarlo a rientrare in Italia in treno, invece che in aereo. Era stato proprio Berlinguer, preoccupato per la sua sorte, a dirgli di telefonare a papà, come lo stesso Barca ha rivelato in tempi più recenti, nella audizione della Commissione parlamentare d inchiesta sulle stragi e sul terrorismo. Il segretario del Pci era convinto che il treno fosse più sicuro dell aereo. Piazza Fontana, piazza della Loggia, l Italicus. E dopo le stragi, il terrorismo brigatista. Ricordo mio padre dire alla mamma:<< Noretta, siamo in guerra>>. Dal 1974, dopo la strage dell Italicus, papà volle che avessimo una scorta anche noi figli. La sensazione era che si fosse con tutti e due i piedi nel baratro, solo i talloni rimanevano sulla terra ferma: sarebbe bastato un nulla per caderci dentro. Quella sensazione la conoscevamo benissimo. Perché l avevamo vissuta tante altre volte, anche prima di quel Ad esempio, nel luglio 1960 durante i moti di piazza contro il governo Tambroni appoggiato dal Msi. E ancora nell estate del 1964, all epoca del <<piano Solo>>, il tentativo di colpo di Stato attribuito al generale Giovanni De Lorenzo. Ma quelle date erano soltanto dei picchi di tensione. In realtà, la normalità della nostra famiglia era vivere costantemente nell attesa di precipitare nel burrone. Vivevano così i miei genitori, innanzitutto. E poi noi figli, io in particolare che ero primogenita. Mi sentivo responsabile e volevamo proteggerlo. Facevamo di tutto per non farlo uscire di casa. Ricordo mia sorella Agnese, piccolissima, nascondeva la sua tessera parlamentare sotto la cenere fredda del caminetto: aveva capito che, senza quella, papà non sarebbe potuto partire in treno. E mio fratello Giovanni, anche lui piccolissimo spesso si addormentava, sdraiato alla porta d ingresso, per impedirgli di uscire. Proprio Giovanni! Un giorno carpii spezzoni di una conversazione concitata dei miei genitori, che si parlavano in francese. Quella era la lingua che usavano, insieme al tedesco, quando volevano esser sicuri che noi non capissimo. Io invece qualcosa afferrai, e ne rimasi sconvolta. Qualcuno aveva minacciato papà di portare via Giovanni, il mio fratellino adorato, e di rimandarlo indietro, tagliato a pezzi, in una valigia. Quell episodio ha sconvolto la mia infanzia, la mia giovinezza e la mia età adulta. Avevamo piena coscienza che papà fosse in pericolo. Tutti quanti, da sempre. Ma c era una specie di tacito accordo con la mamma, per cui noi non parlavamo mai di cose pericolose con papà. E a loro volta, papà e mamma non parlavano mai davanti a noi dei pericoli incombenti. Ricordo che mamma mandava noi bambine, me Anna, la secondogenita, ai convegni annuali della Dc, a San Pellegrino. Voleva che vigilassimo su papà, perché si fidava di noi più di chiunque altro. Una delle due rimaneva in sala, seduta in prima fila, a controllare che non accadesse nulla a papà mentre parlava; l altra, nel frattempo, perquisiva la sua stanza in cerca di eventuali esplosivi o altro. Saremmo state in grado di riconoscerle, le bombe, perché mamma, reduce dalla guerra, ce le aveva descritte. E l ordine che avevamo era che, se avessimo trovato qualcosa, avremmo dovuto subito avvertirla. Papà non ha mai saputo che noi abbiamo fatto questo per anni, Una volta, non avevamo ancora finito di perquisire la sua stanza, quando lui arrivò: ci inventammo un la essere, per costringerlo ad andare in farmacia a comprare le medicine. Eravamo la sua scorta, eravamo della sua vigilanza. Mamma mi insegnò anche a sparare. Si, proprio nel luglio del 1960, durante la crisi del governo Tambroni: ero talmente terrorizzata che mamma mi regalò un flobert, un fucile ad aria compressa e mi insegnò ad usarlo. Mi ero spaventata perché, una notte, Sereno Freato e altri collaboratori di papà, mandati da lui a Torrita Tiberina, dove trascorrevamo l estate, per portarci via di lì. Ma la mamma in quel momento non c era. Ci dicevano di fare in fretta, la mamma non tornava, e io non sapevo cosa fare. Intuivo un pericolo enorme e imminente. E quando finalmente tornò mamma ci portarono a Roma, nella nostra casa di Salita di Poggio San Lorenzo e dormimmo ognuno con un carabiniere davanti alla porta della nostra camera. Il rischio doveva essere proprio serio. Perché mamma mi diceva:<< Se senti dire che è successo qualcosa di pericoloso o di strano, non ti spaventare, vieni diritta a casa>>. Lei è persona molto serena e gioiosa, ma quando da degli ordini, sono secchi e perentori. E quello non era un consiglio, ma proprio un ordine. Dal suo tono capivo che era una situazione grave. Tanto che, come ho già ricordato, dal 1974, papà impose a tutti noi una scorta. E fu forse l unica volta che ci ha imposto qualcosa. Certo non è facile vivere con una scorta, ma diventa sopportabile se si diventa amici di chi si occupa della tua sicurezza. Per sdrammatizzare, tra fratelli

3 ci si salutava dicendo: << Se ti rapiscono, citofona>> E infatti, la mattina del 16 marzo andò proprio così: seppi del sequestro dal citofono. Che papà fosse un personaggio scomodo era indubbio. In molti gli rimproveravano la sua politica di apertura ai comunisti di Berlinguer, la sua lungimiranza. Lui non si arroccava mai su posizioni conservatrici, guardava oltre. Nella vita in casa invece, era timidissimo, riservato, discreto, ma anche molto divertente. Il rapporto con me era fatto di sguardi, di sintonia d intenti, di parole non dette. Cercava solo di dissuadermi dalla carriera giornalistica, perché conosceva bene la mia sensibilità e il cinismo di quel mondo, come ho sperimentato poi sulla mia pelle, qualche anno più tardi. Non aveva nessun senso pratico, risolvere dei banali problemi quotidiani, persino aprire un pacchetto, con lui diventava un esperienza surreale. Ci metteva a volte delle ore, e capitava persino che si facesse male. Un vero tenerissimo disastro. Una settimana prima del rapimento, papà era a letto con un raffreddore fortissimo, e io passavo notti insonni, turbata da quella sensazione di minaccia incombente. Speravo tanto che il raffreddore lo costringesse a letto e che quindi non potesse uscire. Abitavamo nella palazzina di fronte ai miei genitori. Io stavo talmente male, tra l altro ero provata anche fisicamente a causa di una dolorosissima ernia al disco, che Luca, mio figlio, quella notte era rimasto a dormire dai nonni. La mattina del 16 marzo, volevo alzarmi dal letto a tutti i costi, ma non ci riuscivo per il dolore alla gamba, e mi feci aiutare da mio marito, che mi alzò di peso. Ero terrorizzata dall idea che papà portare Luca con sé, come faceva spesso. Non so perché proprio quel giorno avevo l imperativo categorico che non lo dovesse fare. Arrivai appena in tempo a fermarlo. Vidi mia madre uscire rapidamente per andare, come ogni giovedì, a insegnare catechismo in parrocchia. Mio padre era già sulla porta d ascensore, con Luca in braccio. Purtroppo, quasi sgarbata:<< Luca oggi deve stare con me!>>. Lui provò timidamente a resistere, visto che io non potevo nemmeno camminare. Ma fui irremovibile. Lui si rassegnò, e lessi nei suoi occhi che aveva capito i miei timori. Entrò nell ascensore, lo guardai con la consapevolezza che non l avrei più rivisto. L ultimo ricordo che ho di lui vivo, è il suo sorriso mesto, e il cigolio dell ascensore che se lo portava via. Rimasi sola in casa con Luca. Il tempo era incerto, piovigginava e tirava molto vento. Avrei voluto portare mio figlio a Capannelle, alla scuola centrale antincendio dei vigili del fuoco, per assistere alla prova generale del saggio ginnico-sportivo, e aspettavo una telefonata di conferma. Il telefono squillò. Risposi. Ma non erano i vigili del fuoco. Sentivo, dall altro capo del filo, una perdona piangere, farfugliare parole incomprensibili, non capivo nulla. Era la signora Ricci, la moglie di Domenico, il carabiniere autista di mio padre che era in servizio quel giorno. Non accesi la televisione, né la radio per non spaventare Luca. Telefonai al ministero dell Interno per sapere cosa fosse successo. Mi dissero che era accaduto qualcosa, ma non sapevano cosa. Quella risposta mi fece immediatamente pensare che lo sapessero e che non me lo volevano dire. Una conferma, insomma, dei miei peggiori timori. Erano circa le 9.15 del mattino. Suonò il citofono,il poliziotto di servizio alla vigilanza che c era un passante che desiderava parlare con me. Era assolutamente anomalo che dalla vigilanza ci chiedessero se volevamo parlare al citofono con degli sconosciuti. Ma se il poliziotto lo aveva fatto, significava che aveva un motivo serio. Perciò risposi subito di si. Un signore, non so chi fosse, mi disse: << hanno trucidato tutta la scorta e hanno portato via suo padre>>. Tutto quello che avevo paventato da sempre, era successo. Percepivo chiaramente che la situazione era perfino peggiore di quanto avessi mai temuto: un padre rapito è molto più spaventoso di un padre ucciso,è un agonia rimandata. Mia madre fu tra le prime persone ad arrivare in via Fani. Era in parrocchia quando qualcuno chiamò un sacerdote per portare l estrema unzione ai caduti della scorta. Ed era andata anche lei. Resasi conto che non c era più modo di aiutarli, si era inginocchiata per terra, tra il sangue e i bossoli, a pregare. In quel momento, io ero a casa, sola con Luca. Quando mamma rientrò, riuscì a mostrarsi straordinariamente serena, straordinariamente coraggiosa, com era il suo solito, e perfino rassegnata. Mi disse, e mi colpi che, rivolgendosi solo a me, usasse il plurale, come se parlasse a tutta la famiglia: << Mi dispiace, ragazzi, è colpa mia. Non dovevo permettergli di fare politica>>. Io le risposi: << Non è colpa tua, si vede che doveva comunque accadere>> C era del fatalismo in quella mia risposta. D altra parte, avendo fino a quel momento sempre vissuto nell attesa della caduta nel baratro, non poteva esserci reazione diversa. Cercai di rintracciare il resto della famiglia. E intanto, la casa cominciava a riempirsi di amici e parenti, in evidente stato di choc. Chi piangeva, chi si sentiva male, chi sveniva. Toccò a noi soccorrerli e consolarli, farli sedere, dargli i fazzoletti per asciugarsi le lacrime, il caffè, gli ansiolitici e le gocce per la pressione Capivo benissimo il loro stato d animo, anche perché noi eravamo in qualche misura preparati, loro no. Tuttavia, mi sembrava troppo e me ne andai con Luca. Non sapevo, in quel momento, quanto il comportamento delle persone che erano venute a farci visita fosse emblematico dell atteggiamento dello Stato nei nostri confronti da quel giorno in avanti: la pretesa assurda e arrogante di escluderci persino dal dolore, non solo dal diritto di parola sulle vicende legate al caso Moro. Le vittime devono entrare nella tomba insieme al loro congiunto e non apparire mai più, come le vedove indiane sulla pira funebre. Non devono piangere, né tantomeno parlare E l ingiustizia esponenziale, il massimo dell orrore.

4 Sin dal primo dei cinquantacinque giorni, avevo come la sensazione che la mamma fosse consigliata da personaggi non sempre e non tutti in buona fede. Era solo la mia sensazione, naturalmente. Alcune persone davano l impressione di essere state come dire?...non saprei ecco si <<infiltrate>>. Proprio questa forse è la parola giusta:<< infiltrate>> in casa Moro con lo scopo preciso di dividere la famiglia, e di conseguenza impedire tutta una serie di iniziative volte alla salvezza di papà. La famiglia Moro unita era invincibile, per questo, la prima cosa da fare era dividerla. Ne sono sempre stata convinta.. Però per favore, su questo specifico punto non fatemi altre domande, non voglio dire di più. Aggiungo solo questo. Il giorno dei funerali della scorta, per esempio, mi fu impedito di partecipare. Alcuni miei familiari decisero per me che io non dovessi esserci e mi lasciarono a casa. Io ci andai ugualmente, ma non essendo con altri, quelli del servizio d ordine non mi riconobbero e non mi fecero entrare nella chiesa. Rimasi dunque fuori con la folla. Poi vidi passare un anziano poliziotto che a suo tempo era stato scorta di papà, e lui mi fece entrare. Mi chiedo ancora oggi perché diavolo non avessi il diritto di partecipare ai funerali di persone che erano care a me quanto agli altri membri della famiglia. Questa è la mia verità. Dicano quello che vogliono, ma questa resta la verità: il compimento dell orrore del caso Moro non è stato il 16 marzo ma il giorno dei funerali della scorta, perché quel giorno sono rimasta davvero orfana e senza famiglia. Se lo Stato o chi per esso voleva avere carta bianca nella mia famiglia, doveva togliere me di mezzo. Perché io sono battagliera, coraggiosa, determinante, incurante dei giudizi altrui e del pericolo. E soprattutto fedele, come il mio nome, quindi avrei fatto tutto il possibile per impedire che papà venisse ucciso. Sarei andata tutti i giorni in televisione, mi sarei incatenata al cavallo di viale Mazzini per avere udienza in Rai e dire la nostra opinione pubblica. Avrei fatto entrare in casa un giornalista perché assistesse dalla prima linea agli sviluppi della vicenda Moro, e poi lo raccontasse. Avrei organizzato dei sit-in di giovani davanti al Parlamento e alla sede del governo. Avrei promosso fiaccolate, corte manifestazioni.qualsiasi cosa. Ma non il silenzio. Perfino mio padre, che non amava la televisione, in una lettera a mia madre le aveva chiesto espressamente di non dare retta a nessuno e di andare in tv per fare un appello. Dalla <<prigione del popolo>>, aveva capito e io con lui che l unica speranza di salvezza era coinvolgere l opinione pubblica. Dopo i funerali della scorta, me ne tornai a casa. E dal quel momento rimasi in disparte, per aderire a un espresso e pressante desiderio di mia madre di non aprire fronti esterni alla famiglia.. Oggi, a distanza di tanti anni sono sempre più convinta che la gestione << silenziosa >> dei cinquantacinque giorni fosse sbagliatissima. In quel periodo, oltre alla tragedia di mio padre nella mani dei sequestratori, dovevo fare i conti anche con altre emergenze. L ernia del disco. La difficoltà oggettiva di tenere un bambino piccolo abituato a uscire imprigionato in casa, con le serrande abbassate, tipo coprifuoco, per paura che ci sparassero. E soprattutto un senso di impotenza portata allo spasimo. Stare a guardare le cose sbagliate fatte dagli altri e non poterne fare neppure una giusta, può darti, infatti, una devastante sensazione di impotenza. Comunque, ogni volta che ci penso, pur rimanendo della mia opinione, mi sforzo di capire anche le ragioni di mia madre. E giungo alla conclusione che probabilmente lei avesse scelto il male minore, che non potesse fare altrimenti. Arrivo persino a convincermi che, al suo posto, nei suoi panni di madre, forse anch io avrei agito così. In ogni caso, la morte di papà non ha purtroppo segnato la fine di un incubo, ma l inizio dell incubo per eccellenza. Tutte le certezze erano andate perdute, la mia famiglia non c era più. E io a trentun anni, quanti ne avevo il 9 maggio 1978, mi sono ritrovata da sola su un campo di battaglia, sotto un bombardamento, vittima e protagonista,, mio malgrado, di una guerra che non avevo voluto, né provocato. Quella della mia famiglia, e delle persone che le giravano intorno, contro la Dc, accusata di non aver fatto nulla per salvare mio padre.. L accusa, per certi aspetti, era anche giustificata e ragionevole. Ma credo che mio padre non avrebbe voluto che la guerra venisse combattuta dalla sua famiglia, e oltretutto in modo frontale. Perciò, pur non assolvendola, ho cercato di mediare perché i Moro non rompessero totalmente con la Dc. Ma alcuni miei familiari non erano d accordo. Quando Ciriaco De Mita, allora segretario del partito, mi chiese di candidarmi, rifiutai perché mia madre mi disse che << sarei stata il chiodo della sua bara>>. Qualche tempo dopo, nel 1986, fu la base democristiana a propormi la candidatura al Senato in un collegio difficile in Puglia, e io accettai. Anche perché alcuni avvocati mi avevano vivamente consigliato di farlo per motivi di sicurezza: una carica istituzionale vale come deterrente. La mia scelta non piacque alla famiglia e fu vissuta come uno sgarbo anche dai vertici democristiani. L unico a inviarmi un biglietto di felicitazioni per la mia elezione, fu Giulio Andreotti. La guerra alla Dc, anche se aveva un suo fondamento, durante il sequestro non era servita a papà; e dopo, quando c erano ben altre tragedie da combattere, ha isolato noi. Dalla morte di mio padre in poi, io ho vissuto in una trincea virtuale. Perché non volevo lasciarlo solo. Era iniziata immediatamente una campagna di stampa per denigrare,anche dopo morto, la figura di Aldo Moro.

5 Io non volevo permettere che venisse abbandonato e la sua memoria negata, che lui continuasse a essere ucciso di giorno in giorno. Ma così facendo, ho preso tutte le bombe, tutto il livore, tutto lo schifo che era la risposta di quanti si sentivano attaccati dal disprezzo della mia famiglia e dalla verità. Durante il sequestro, tutti avevano fatto di tutto, io avrei voluto fare solo poche cose utili e non potei farle, e dopo mi ritrovai da sola a subire le conseguenze di azioni non mie e che non condividevo. La conseguenza più immediata? Sono stati ventisei tumori.mi mancano sei organi.. Già, è così. E stupefacente che io sia ancora viva. L altra è che mi hanno messa nella condizione di non vita. Io sono esule nel mio paese, per non dire apolide. Hanno creato di me un immagine che non corrisponde assolutamente al vero: quella di una persona volubile, vulnerabile e anche un po tocca, nella migliore delle ipotesi non razionale, nella peggiore inaffidabile. Ed è paradossale, perché proprio la mia affidabilità mi ha permesso di restare a fronteggiare da sola, per quasi trent anni, il tentativo del potere di uccidere perfino l idea che sia esistito un Aldo Moro. Da sola e con un fardello di inesprimibile sofferenza. La subdola versione ufficiale della mia presunta non sanità mentale. La mancanza di lavoro si, perché ho perso anche il lavoro e quindi la mancanza di denaro. E poi, il dolore insopportabile dell ingiustizia conclamata e quotidiana nei confronti di papà e della verità. E ancora, la perdita migliore delle famiglie possibili. Ma su tutto, l insopportabile dolore, per me, di mio figlio Luca. Un giornalista, una volta, ha scritto parole straordinariamente giuste: mio padre, di fronte alla morte, ha messo per la prima ed unica volta davanti allo Stato la famiglia; e davanti alla famiglia, Luca. Il dolore di Luca è inenarrabile. Ed è atroce per me non poterlo sanare in alcun modo. La stessa impotenza vissuta nei giorni del sequestro. Questa è stata la mia esistenza dopo la morte di mio padre. E come se non bastasse, non voglio dimenticare anche se non gli do nessun peso e nessuna valenza le intimidazioni e le minacce che costellano in varia misura la vita di alcuni, più che di altri membri della famiglia Moro. Minacce e intimidazioni iniziate da quando io ho memoria e proseguite anche dopo il 9 maggio del 78, e a tutt oggi, come se Aldo Moro dovesse essere ucciso una seconda volta. Sono convinta che se papà per miracolo dovesse tornare vivo, sarebbe ucciso ancora e ancora. Il suo progetto politico dava talmente tanto fastidio da risultare pericoloso perfino in assenza di colui che lo aveva pensato. Secondo me, i sentimenti di colpa inconfessabili e la relativa rimozione di responsabilità da parte del potere si riverberano sulla nostra vita, la mia in particolare, chiudendo ancora una volta porte e finestre e impedendoci di vivere allo stesso livello di un clandestino. A mio avviso la verità non può essere e non è solo quella conclamata dalle trombe prezzolate del solito potere. I delitti politici avvenuti nel nostro Paese dal dopoguerra in poi andrebbero riesaminati come vere e proprie esecuzioni di persone da far tacere per sempre. Io avrei fatto di tutto per salvare papà. Ma oggi sono sempre più convinta che anche l impossibile non sarebbe bastato. Ripensando a quei 55 giorni, ripercorrendo ogni fotogramma di quella vicenda, mi rendo sempre più conto di quanto fossero potenti quelli che volevano Moro morto. La mia opinione è che dietro il sequestro ci fosse un potere, una volontà troppo più forte di ogni tentativo che si potesse mettere in atto per salvarlo. L Onu, la Caritas, la Croce rossa internazionale, lo stesso papa Paolo VI, chiunque tentasse di salvare la vita a Moro veniva bloccato a un certo punto. Era come se, a un certo livello, a un livello talmente alto da risultare più potente di qualunque altro, esistessero delle <<entità>> a cui dava fastidio Moro vivo. << Entità>>forse non riconducibili a una sola persona, ma a poteri e lobby. E credo che mio padre, dalla prigione in cui era detenuto, lo avesse ben compreso. Le lettere che mandava all esterno erano più che vere, e non estorte con la minaccia delle armi o scritte sotto l effetto di qualche droga, come qualcuno a suo tempo insinuò. Nei suoi messaggi, papà non solo parlava in coscienza, sapendo quello che diceva, ma parlava su più livelli. Almeno quattro: la famiglia, il potere politico, i brigatisti e un misterioso quarto livello che si intuisce dalle indagini, ma sul quale, forse per la ragion di Stato, non si è arrivati a ricerche più approfondite. Appena sequestrato, papà deve aver capito immediatamente chi erano i suoi veri interlocutori e con loro ha cercato di parlare. E doloroso pensare che Aldo Moro non abbia avuto dei veri amici. Di questo titolo, infatti, si potrebbero fregiare meno di cinque persone. Altrimenti non sarebbe stato abbandonato e tradito da tutti. Persino da molti suoi ex allievi, ai quali papà aveva dedicato tantissimo tempo togliendolo a noi: lo hanno tradito anche dopo non difendendone la memoria. Mi dà inaudito dolore. Come mi perseguita l eterno confronto tra il prima e il dopo. Ogni cosa mi ricorda papà e mi da dolore. Una sofferenza a cui si aggiunge infine quella esponenziale e profondamente gratuita che scaturisce da un ingiustizia: perché non solo noi non abbiamo voce, ma altri, personaggi che non sanno nulla sulla vicenda Moro o denigratori della figura di mio padre o ex brigatisti, invece si, parlano come oracoli in televisione e sui giornali. E forniscono delle versioni che, guarda caso, arrivano tutte sulla stessa conclusione: non c è più niente da sapere, dietro il sequestro Moro non c era nessuna entità. E un ingiustizia troppo grande, per essere sopportata. Il 9 maggio del 2006 ho scritto al Presidente della Repubblica Giorgio Napoletano e ai presidenti delle due Camere, Fausto Bertinotti e Franco Marini. Chiedevo, anche a nome degli altri firmatari della lettera, che i familiari delle vittime venissero almeno equiparati agli assassini nella possibilità di dar voce ai propri sentimenti e nel ricordo dei propri cari. Risultato? Napoletano ha immediatamente risposto e mi ha assicurato di aver trasmesso la mia richiesta

6 alla Commissione parlamentare di vigilanza sulla Rai. Bertinotti mi ha ricevuto con cortesia e celerità. Marini invece, non ha risposto. Almeno fino a questo momento. Sarà perché è un ex democristiano? In effetti, quell area sembra non aver ancora metabolizzato la vicenda Moro. D altro canto, finchè il Paese non si sarà fatto carico di questo fardello, non potrà riprendere il suo cammino. Tutti rimarranno inchiodati sul posto fino a quando ognuno non si sarà assunto sulle proprie spalle il peso della sua parte di responsabilità. Ma non sarà così per sempre. Anche se il potere continua a creare terra bruciata interno a noi e a fabbricare versioni di comodo, non c è niente da fare: prima o poi, tutti, anche i mandanti, si dovranno confrontare con la verità. Questa è una legge cosmica.

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