Candela bianca. Silvia Angeli



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Candela bianca È successo ancora. Il buio della stanza mi chiama alla realtà. Abbandono riluttante le coperte calde, rifugio sicuro e accendo una candela bianca, con la sua fiamma dorata. È successo di nuovo, e tu sei l unica a saperlo. Nel buio una piccola luce mi chiama al suo splendore. Sei tu. Riconosco il castano profondo dei tuoi occhi. Stavo dimenticando con quanta abilità tu sapessi abbracciare con uno sguardo. Poi però si schiudono e un sorriso si spalanca sul tuo viso. Me lo ricordo, quello me lo ricordo. Ma non sorridevi più così. Qualcosa te lo impediva e ti stropicciava il volto. Sono ormai passati due anni, Elena, ma mi ricordo come fosse ieri: quello che i medici chiamavano cancro aveva ridotto il tuo sorriso. Ma perché proprio tu? Tu che sei sempre stata giusta, sei partita così ingiustamente verso mete dove noi, dove io non posso seguirti? Tu che hai sempre amato e che non puoi più, che mi hai sempre amata e che non ho mai saputo aiutare; tu sempre così vicina, ma ora così lontana. Dove sei? Qualcuno mi dice in cielo, qualcuno nel nulla, qualcuno mi dice che non sei più nulla. Io dico che nessuno lo sa davvero. Ma io sì. Lo so dove sei ogni notte. Ogni notte tu sei nella mia testa, ogni giorno nel sole, in ogni risata, in ogni regalo che sei riuscita a lasciarmi. In ogni secondo, in ogni momento, lo so, ne sono certa, tu vegli su di me. Ma allora perché non riesco mai a sfiorarti le dita? Perché te ne vai sempre? Perché scappi da me? Perché non rispondi mai quando invoco il tuo nome? Finisce sempre così, Elena. Io che ti chiamo, il cuscino che cerca di consolarmi con il suo calore e io che spengo la tua fredda candela bianca con le mie lacrime calde. Sempre così. Ma facciamo che io ero bambina un ultima volta, e che tu, mia dolce candela bianca, non eri ancora solo luce sfuocata da copiose lacrime. Silvia Angeli

Ritratto ma facciamo che tu eri nello specchio delle brame a intendere il mio mostrare gli zigomi orgoglio a spigoli e due culle nere nere delle braci non estinte perle scure per vie di tram cic-ciac di pieni singhiozzi come laggiù nuvole esauste che archi interrogativi folti sollevi leggera! sarta impaziente ti pungi d'estate tarda la sera: risa di carne e parole più socchiuse, non taciute gobba di spalle ristrette di croce viva e bollente veleno che stanco giace piedi di passi temuti in fuga per il ritorno tacchi battono sull'asma Marina Lucchini

Facciamo che tu eri Intanto dice Fare Quindi più conta l effetto Che importa se è reale Sognato oppure detto Qui c è un Noi fai attenzione Come fosse un patto stretto Retto con l immaginazione Ed è sul Tu che poi rifletto. Poi si chiude in fin sentenza Con un verbo più concreto Esser non certo l apparenza Guardo meglio, resta dietro E di fatto è già di ieri Fatto, non immaginato Perciò c è nei miei pensieri L ho cercato ed è tornato E or Facciamo che tu eri Riccardo Tommasini

FACCIAMO CHE Facciamo che io ero te E tu eri me. Facciamo che ieri era oggi E oggi ieri. Facciamo che io ero la mamma E tu la bambina. Facciamo che io ero il cane E tu la padrona. Facciamo che io ero lo studente E tu la maestra. Facciamo che il mondo era sopra E il cielo sotto. Facciamo che l odio era amore E l amore odio Facciamo che i sogni erano veri E la realtà sogno. Facciamo che i bambini erano grandi E i grandi bambini. Facciamo che le favole erano vere E la guerra solo fantasia.

Fitta nebbia Io per questa fitta nebbia vo camminando, E là, nel barlume di un lampione, Vedo l oscurità che mi lascia percepire Un senso d infinito. La nebbia avvolge le strade, i palazzi e Non si scorge persino il cielo. Tutto avvolge l infinito. E anch io sono avvolto, E sento questa potenza penetrare dentro di me Come un senso di grandezza, come se solo io Potessi ascoltare la nebbia. Ma questo senso è contrastato dalla mia mortalità. Ma se fossimo immortali avremmo noi questo senso D infinito? Non riusciremmo a coglierlo perché sarebbe intrinseco In noi e non una parte di noi. Ecco perché, Oh nebbia, io ti saluto E ti ringrazio che ancora una volta mi hai scelto, Che ancora una volta mi avvolgi. Manuel Capraro