Rimboschimenti di conifere (Pino nero, P. silvestre, P. strobo)

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Rimboschimenti di conifere (Pino nero, P. silvestre, P. strobo) I Rimboschimenti La presenza di tali distese arboree risale a vari periodi, a partire dalla fine dell Ottocento quando, per ovviare al notevole depauperamento forestale (legato alle esigenze economiche dell epoca) che causò ingenti squilibri idrogeologici, si praticarono intense opere di rimboschimento. Alcune immagini scattate ai primi del Novecento testimoniano oggi quanto devastante fu il disboscamento. Nell opera di ripristino, si preferì impiantare, invece delle latifoglie autoctone le conifere qui visibili che, grazie alla loro spiccata capacità di adattamento agli ambienti estremi, fornivano una maggiore probabilità di successo e quindi un minor impegno gestionale. Tranne l abete bianco (qui non rilevato ma presente nel piacentino allo stato spontaneo), di cui se ne hanno testimonianze fossili all interno di antiche frane (es. nel Rio Maresassa in alta Val Staffora), tutte le altre conifere arboree presenti nell Appennino pavese sono state introdotte. Solo nel vicino territorio piacentino crescono tuttora spontaneamente l abete bianco e il pino mugo. I rimboschimenti di conifere in ambito appenninico, a differenza del passato, oggi vengono visti dai botanici e naturalisti in genere con minor avversione, nonostante l uso di specie non idonee: il loro impianto, almeno nei casi migliori, ha permesso la ricostituzione di un bosco naturale, fatto di latifoglie, più esigenti dei pini stessi che, col tempo, ed opportuni interventi selvicolturali, può portare alla formazione di una nuova copertura forestale spontanea. Per rimboschimento si intende la ricostituzione di un bosco, ad opera dell uomo, in un area che in tempi precedenti era interessata dalla vegetazione forestale. La scomparsa di un bosco può essere causata sia da fenomeni naturali, come frane o valanghe, sia da attività antropiche troppo marcate, come il disboscamento finalizzato ad attività agricole e produttive. Lasciato autonomo, il bosco sarebbe comunque in grado di riconquistare i territori perduti, ma tale processo richiederebbe tempi molto lunghi. Perché l azione di rimboschimento abbia buon esito è necessario in primo luogo utilizzare specie adatte all ecologia del sito: immettere specie non idonee alle condizioni ambientali porterebbe sicuramente verso l insuccesso del ripristino ambientale, accompagnato da perdite economiche, non consentendo il recupero dell area. E importante poi scegliere le specie originarie del luogo (c.d. specie autoctone) per evitare introduzioni di entità vegetazionali che possano rappresentare un disturbo per l ecosistema circostante. Esse sono anche le più

adatte a vivere in quell area, perché evolutesi in relazione alle condizioni di vita locali. Nei Piani di rimboschimento è quindi indispensabile una conoscenza di base sulle condizioni ecologiche del luogo e sulla sua composizione floristica originaria. L intervento dell uomo in tali Piani è indispensabile non solo in un primo momento, quando il terreno è lavorato per permettere la semina o la piantagione delle specie arboree, ma anche e soprattutto in una fase successiva, quando devono essere condotte le annaffiature necessarie, quando devono esser eliminate le specie infestanti o quando devono essere sostituiti gli alberi morti. Grazie a questa moderna gestione forestale l evoluzione della vegetazione verso situazioni mature di bosco è raggiunta in tempi piuttosto brevi. Nella società contemporanea una maggiore coscienza ambientale ed una rinnovata sensibilità verso la natura in generale ha portato a considerare il rimboschimento come uno strumento indispensabile di gestione e tutela del territorio: spesso infatti la necessità di difendere aree dissestate dal punto di vista idrogeologico, la convenienza nel produrre materiale legnoso pregiato e il ruolo ecologicamente positivo svolto dal bosco, tramite l immobilizzazione dell anidride carbonica, rendono tale intervento ecologicamente positivo anche a livello di conservazione della biodiversità (arricchimento del numero di specie arboree ed erbacee oltrechè animali). Mentre oggi l uso delle specie autoctone è largamente diffuso anche in campo forestale, in passato era consuetudine utilizzare le specie in relazione solo alla loro ecologia e non alla loro naturale distribuzione. Per questo motivo si utilizzavano ampiamente le conifere come i Pini, in genere specie molto frugali, adattabili facilmente a condizioni diverse e spesso molto difficili. Il Pino silvestre, per esempio, è spontaneo in Italia sulle Alpi e solo in poche aree appenniniche (Modena, Parma, Reggio) ma è stato utilizzato per rimboschimenti in moltissime altre aree, modificando drasticamente il paesaggio. Tuttavia in tempi mediolunghi (20/30 anni) la sua presenza migliora comunque la situazione locale dal punto di vista ecologico, permettendo la ripresa naturale di specie ben più esigenti e autoctone, come il Faggio o gli Aceri. In un ottica di selvicoltura naturalistica, andrebbero eseguiti, negli anni successivi all impianto, interventi di abbattimento selettivo degli alberi, togliendo progressivamente le specie estranee, come appunto i pini in zona appenninica. L onerosità di tale opera e la sempre maggiore funzione sociale assolta dal bosco hanno consentito che opportune leggi comunitarie, nazionali o regionali prevedano finanziamenti ed incentivi per chi attua tali interventi.

Tre Pini a confronto: Pino nero, Pino silvestre, Pino strobo In tutto il territorio dell Oltrepo pavese, ad altitudini superiori ai 400 m, si incontrano diverse specie di conifere, presenti in seguito a progetti di rimboschimento. Alle diverse specie della Famiglia delle Pinaceae, Genere Pinus appartengono le conifere forestali più importanti; tra di esse non si può non considerare il Pino Silvestre (Pinus sylvestris L.) in quanto indigeno in Italia ed ampiamente utilizzato nei rimboschimenti in Oltrepo (dove forse cresceva spontaneo prima dei disboscamenti del secolo scorso) grazie alle sue esigenze di crescita estremamente frugali, che gli permettono di crescere dove altre piante legnose più esigenti non sopravvivono e soprattutto grazie al suo legname estremamente pregiato. Questo albero, a chioma piramidale irregolare con una caratteristica disposizione a piani dei rami, raggiunge altezze abbastanza considerevoli, sviluppandosi eccezionalmente fino ai 30 m. La scorza ha un tipico colore rossastro nelle piante giovani mentre presenta placche rosso- grigiastre negli individui adulti; tuttavia restano rosse le parti più alte del tronco permettendo così di distinguere il Pino silvestre da quello nero, sempre scuro nel tronco, anche in alto. Le foglie sono sempreverdi, aghiformi, rigide e pungenti, ritorte e di un colore verde- glauco. Esse sono abbinate in numero di due. Fioritura:Albero monoico (fiori femminili e maschili separati) presenta infiorescenze maschili in coni giallo rosei in mazzetti terminali più lunghi di quelli femminili. Le pigne, o strobili, di media grandezza, sono coniche- acute e presentano una superficie opaca. Sono picciolate e all apertura mostrano l interno delle squame, tipicamente brune- rossastre. È una specie xerofila ed eliofila (amante della luce), si adatta a tutti i tipi di suolo e ha una notevole importanza forestale perché ha la capacità di migliorare i terreni più poveri. Allo stato spontaneo è diffuso in Europa centrale e in Italia è presente nelle valli aride centro alpine e sull Appennino settentrionale. Note particolari: L areale distributivo del Pino silvestre riflette la sua grande versatilità edafica che gli permette di colonizzare una vasta gamma di tipi di terreni (calcari, dolomie arenarie, argille, scisti) ovviamente formando associazioni molto diverse: vale a dire con sottobosco di Erica su calcari ovvero con ginestra, molinia, mirtillo in suoli acidi. Inoltre questa essenza forestale per antonomasia mostra una notevole resilienza, cioè reagisce molto bene agli incendi, ricolonizzando rapidamente le superfici bruciate. In Italia, comune in tutte le valli continentali alpine, presenta popolamenti relitti sull Appennino settentrionale (Piacentino e Oltrepo pavese?). Simile al precedente è il Pino nero (Pinus nigra Arnold): questa conifera, con chioma densa e piramidale, raggiunge i 40 m e presenta un fusto diritto con ramificazioni regolari. La scorza presenta grandi placche grigie più o meno chiare e solchi profondi soprattutto negli

esemplari più maturi. Le foglie sono sempreverdi, aghiformi, lunghe e rigide e di colore verde scuro e più lunghe rispetto a quelle del Pino silvestre. Sono anch esse abbinate a due a due. Fioritura: le infiorescenze maschili sono in coni terminali gialli e sessili (senza picciolo) mentre quelle femminili in coni rossastri. Le pigne, simili a quelle della specie precedente nella forma ma un po più grandi, presentano la superficie lucida. Sono prive di picciolo e all apertura mostrano all interno delle squame colore nero fumo. È una specie xerofila ed eliofila che richiede molta luce; è invece indifferente al tipo di terreno e resiste ai venti, al gelo e alla siccità. Allo stato spontaneo vive in Europa in Austria, Jugoslavia, Grecia, in Italia sulle Alpi venete e in Abruzzo, almeno in quattro sottospecie o ecotipi locali (vicarianti geografici) ma più spesso deriva da rimboschimenti artificiali più o meno recenti. Ultimo, ma non meno importante, è il Pino Strobo (Pinus strobus L.): questa specie, a chioma conica più o meno espansa, raggiunge altezze di 20-30 m. La scorza è brunogrigiastra, scura e liscia nelle parti giovani e rugosa in quelle adulte. Le foglie sono sempreverdi, aghiformi e riunite, a differenza delle due specie precedenti, in fascetti non di 2 ma di 5 aghi. Sono sottili, flessibili e di colore verde chiaro. Fioritura: fiorisce all inizio di Giugno con infiorescenze maschili verdi-giallognole riunite in serrati gruppi, mentre quelle femminili, di colore verde-rosato sono lunghe ca. 1 cm. Le pigne, più grandi rispetto a quelle sopra descritte, sono affusolate e allungate, lievemente ricurve su un lato. Picciolate, sono dapprima verdi poi divengono bruno-ocra(cee). È una specie abbastanza rustica, predilige suoli asfittici e posizioni assolate ma tollera abbastanza bene anche esposizioni ombreggiate. Allo stato spontaneo è originario dell America Settentrionale, in Europa centrale viene piantato come in Italia, dove forma diverse pinete subalpine. A causa della sua provenienza non autoctona (c.d. esotica o allogena) soffre di rilevanti infezioni fungine che possono provocarne la morte.

Tabella per il riconoscimento in base ai principali caratteri ecomorfologici. SPECIE CHIOMA SCORZA AGHI STROBILI ECOLOGIA Pino nero (Pinus Densa e nigra Arnold) piramidale Pino silvestre Piramidale e (Pinus irregolare sylvestris L.) Pino Conica più o Strobo meno (Pinus espansa strobus L.) Presenta grandi placche grigie più o meno chiare e solchi profondi soprattutto negli Sempreverdi, lunghi fino a 15 cm, rigidi e di colore verde scuro; riuniti in esemplari più fascetti di 2. maturi. In alto, nel tronco, nera. Tipicamente rossastra nelle piante Sempreverdi, giovani, lunghi 3-6 cm, presenta rigidi e placche rosso- pungenti, grigiastre ritorti e di un negli colore verdeglauco; individui riuniti adulti. In alto, in fascetti di 2. nel tronco, rossastra. Bruno- Sempreverdi, grigiastra; lunghi 10-15 scura e liscia cm, flessibili e nelle parti di colore verde giovani, chiaro; riuniti rugosa in in fascetti di 5. quelle adulte. Privi di picciolo, lucidi, all apertura mostrano all interno delle squame colore nero fumo. Forma ovale 4x6 cm. Picciolati, opachi, all apertura mostrano l interno delle squame, tipicamente brunerossastre. Conico acuti 2x5 cm. Picciolati, dapprima verdi poi brunoocracei. Affusolati e allungati, 3x12 cm. Forma pinete tre 25 e 1800 m. Predilige terreni a base calcarea. Tipico di climi continentali, temperatofreddi (fascia montana e subalpina) Molto versatile per esigenze edafiche. Essenza esotica, alloctona.