IL CAMPO È IL MONDO/ 2

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Mercoledì 15 di gennaio 2014 Milano Teatro Stella Itinerario biblico del Decanato Milano - Navigli IL CAMPO È IL MONDO/ 2 Preghiera iniziale Signore, la parabola sul seminatore riguarda ognuno di noi. Siamo tutti, di volta in volta, strada, sassi, spine, ma anche terra fertile e buona. Liberaci dalle tentazioni negative. Fortifica la nostra volontà per rendere efficace la tua Parola. Rendi forte il nostro cuore, affinché le tribolazioni non ci portino allo scoraggiamento. Rendici terreno buono, persone accoglienti, per essere capaci di rendere il nostro servizio alla tua Parola. Amen. Dal Vangelo secondo Matteo (13,1-23) 1 Quel giorno Gesù uscì di casa e sedette in riva al mare. 2 Si radunò attorno a lui tanta folla che egli salì su una barca e si mise a sedere, mentre tutta la folla stava sulla spiaggia. 3 Egli parlò loro di molte cose con parabole. E disse: «Ecco, il seminatore uscì a seminare. 4 Mentre seminava, una parte cadde lungo la strada; vennero gli uccelli e la mangiarono. 5 Un altra parte cadde sul terreno sassoso, dove non c era molta terra; germogliò subito, perché il terreno non era profondo, 6 ma quando spuntò il sole, fu bruciata e, non avendo radici, seccò. 7 Un altra parte cadde sui rovi, e i rovi crebbero e la soffocarono. 8 Un altra parte cadde sul terreno buono e diede frutto: il cento, il sessanta, il trenta per uno. 9 Chi ha orecchi, ascolti». 10 Gli si avvicinarono allora i discepoli e gli dissero: «Perché a loro parli con parabole?». 11 Egli rispose loro: «Perché a voi è dato conoscere i misteri del 1

regno dei cieli, ma a loro non è dato. 12 Infatti a colui che ha, verrà dato e sarà nell abbondanza; ma a colui che non ha, sarà tolto anche quello che ha. 13 Per questo a loro parlo con parabole: perché guardando non vedono, udendo non ascoltano e non comprendono. 14 Così si compie per loro la profezia di Isaia che dice: Udrete, sì, ma non comprenderete, guarderete, sì, ma non vedrete. 15 Perché il cuore di questo popolo è diventato insensibile, sono diventati duri di orecchi e hanno chiuso gli occhi, perché non vedano con gli occhi, non ascoltino con gli orecchi e non comprendano con il cuore e non si convertano e io li guarisca! 16 Beati invece i vostri occhi perché vedono e i vostri orecchi perché ascoltano. 17 In verità io vi dico: molti profeti e molti giusti hanno desiderato vedere ciò che voi guardate, ma non lo videro, e ascoltare ciò che voi ascoltate, ma non lo ascoltarono! 18 Voi dunque ascoltate la parabola del seminatore. 19 Ogni volta che uno ascolta la parola del Regno e non la comprende, viene il Maligno e ruba ciò che è stato seminato nel suo cuore: questo è il seme seminato lungo la strada. 20 Quello che è stato seminato sul terreno sassoso è colui che ascolta la Parola e l accoglie subito con gioia, 21 ma non ha in sé radici ed è incostante, sicché, appena giunge una tribolazione o una persecuzione a causa della Parola, egli subito viene meno. 22 Quello seminato tra i rovi è colui che ascolta la Parola, ma la preoccupazione del mondo e la seduzione della ricchezza soffocano la Parola ed essa non dà frutto. 23 Quello seminato sul terreno buono è colui che ascolta la Parola e la comprende; questi dà frutto e produce il cento, il sessanta, il trenta per uno». 2

Mercoledì 16 di gennaio 2014 Milano Teatro Stella Itinerario biblico del Decanato Milano - Navigli LE PARABOLE / 2 don Matteo Crimella 0. Introduzione Nel nostro primo incontro ci siamo introdotti nel genere parabolico. Oggi cerchiamo di porci in ascolto di una parabola e della sua spiegazione. La parabola è quella del seminatore, nella versione di Matteo (13,3b-8), cui segue la sua spiegazione (13,18-23). La lettura del testo ha messo in luce che la parabola è preceduta da un cappello introduttivo (13,1-3a) e seguita da un dialogo coi discepoli (13,10-17). La composizione a puzzle evidenzia un duplice uditorio delle parabole: da una parte ci sono le folle numerose e dall altra ci sono i discepoli. Il discorso di Gesù si rivolge prima alla folla, poi ai discepoli. In altre parole ci sono due percorsi differenziati. 1. Le folle e i discepoli Il primo percorso è quello delle folle che non ricevono nessuna qualifica da parte di Matteo. Qual è l effetto sul lettore? L effetto è quello dell identificazione: il lettore vede un analogia fra sé e le folle, al punto che si pone al posto delle folle, in ascolto della parola di Gesù. Come le folle ascoltavano la viva voce del Signore, così il lettore, tramite il libro, fa la stessa esperienza di ascolto. Ma v è un effetto ulteriore: l ascolto delle parabole non offre un immediata soddisfazione, ma domanda una ricerca, chiede intelligenza per comprendere. Quanto era richiesto alle folle che udivano la voce di Gesù, è richiesto ora all ascoltatore delle parabole. Il secondo percorso è quello dei discepoli costretti a muoversi (13,10), a spostarsi sul piano spaziale e simbolico, per partecipare all avvenimento di questa parola di Gesù. Il linguaggio parabolico utilizzato da Gesù proietta il suo significato al di là di se stesso e impone una svolta: non si tratta di comprendere il funzionamento di cose quotidiane (dalla vicenda del seme, a quella della zizania, al lievito, alla perla di grande valore), ma di entrare nel mistero del Regno dei cieli, cioè della rivelazione divina. Il percorso dei discepoli (con le loro domande e le loro reazioni) è specchio di quello del lettore e cristallizza le stesse difficoltà a comprendere le parabole. Inoltre si intuisce che l ascolto delle parabole non chiede solo di comprendere quei racconti fittizi ma, più in 1

profondità, domanda una nuova comprensione di sé e del mondo che la parabola disvela. Il privilegio del lettore (il nostro privilegio) è percorrere i due itinerari, sia quello delle folle, sia quello dei discepoli. Da una parte dobbiamo ascoltare e porci in ricerca, come le folle; dall altro abbiamo il dono di intendere le risposte di Gesù ai discepoli e quindi di entrare nel mistero del Regno di Dio. 2. Il discorso centrale Il discorso in parabole è al capitolo 13 del Vangelo di Matteo. Nel primo Vangelo ci sono cinque discorsi di Gesù. Essi sono vere e proprie pause nel corso della narrazione: nel momento in cui Gesù parla non succede nulla, ma tutti (folle, discepoli, avversari e lettori) sono in ascolto di quanto egli dice. I cinque discorsi sono: il discorso della montagna (cap. 5-7), il discorso missionario (cap. 10), il discorso il parabole (cap. 13), il discorso ecclesiale (cap. 18) e il discorso escatologico (cap. 24-25). Indubbiamente non è un caso che Gesù pronunci cinque discorsi: tale numero richiama il Pentateuco (cioè i primi cinque libri della Bibbia), posti dalla tradizione ebraica sotto l autorità di Mosè. Naturalmente c è un complesso percorso da un discorso all altro. Qui basti la seguente osservazione: il discorso il parabole è il terzo, cioè quello che sta al centro. In altre parole: la logica delle Beatitudini (cioè il discorso della montagna) è la stessa logica del giudizio finale, quello definitivo di Dio sulla storia (discorso escatologico); tale logica guida gli annunciatori del Vangelo (discorso missionario) ed è la regola della comunità cristiana, fatta di peccatori che danno e ricevono il perdono (discorso ecclesiale). Ebbene, al centro v è il discorso in parabole che in certo senso è come una chiave: non si tratta solo di ascoltare la logica delle Beatitudini, di comprendere la logica che guida gli annunciatori del Vangelo, ma bisogna far proprie queste logiche. Comprendere la parabola è accettare una visione del mondo, è far propria un interpretazione di sé, è usiamo il linguaggio evangelico accogliere il Regno di Dio. 3. La distanza Entriamo finalmente nella prima parabola, quella del seminatore. Essa è introdotta da una notazione spaziale e temporale. Matteo ricorda (13,1) che Gesù si è spostato: ha lasciato la casa (verosimilmente quella di Pietro a Cafarnao) e si è recato sulla riva del mare, cioè del lago di Genesaret, ovverosia di Tiberiade. Poi si stacca dalla numerosa folla e si siede su una barca (13,2). Questa presa di distanza introduce all ascolto del suo discorso. Rimaste sulla 2

spiaggia, le folle non possono confondersi con lui. Questa introduzione così prolungata ha lo scopo di segnalare la distanza fra la folla e colui che racconta le parabole. Tale distanza non è solo funzionale alla parola (per essere ascoltato Gesù non può essere schiacciato dalla folla ma deve entrare nella barca e porsi in una posizione equidistante dalla gente), ma chiede di prendere una distanza fra la parola e il mondo, fra il detto e la cosa. Questa distanza rappresenta la differenza fra la parabola e il suo senso non immediato. Questa distanza scava un solco, stabilisce uno scarto: è il luogo dell ascolto, è lo spazio dell interpretazione, è l esigenza non di essere appagati ma di porre domande, di riflettere, di lasciarsi provocare. La parabola non postula una perfetta coincidenza fra le cose e le parole: la parabola chiede di pensare, di riflettere, di tirare conclusioni, di decidersi. Per questo la distanza di Gesù è istruttiva per sapere come ascoltare questa rivelazione. 4. Gli accenti della parabola Quali sono gli accenti della parabola? Notiamo, anzitutto, un forte contrasto: in tre terreni il grano è perso (o a causa degli uccelli, o a causa dei sassi, o a causa delle spine) ma v è pure la terra buona che dà frutto abbondante. Fra i quattro terreni l antitesi è chiara: da una parte la sterilità dei primi tre, dall altra la fecondità della terra buona. Il contrasto fra un terreno così fruttifero e gli altri tre terreni è molto forte e più radicale dell opposizione fra i terreni. A questo proposito l opposizione pare ricordare quella fra le piante nell apologo di Iotam (cfr. Gdc 9,9-15), oppure la differenza fra i servitori nella parabola dei talenti (cfr. Mt 25,14-30). Sembra cioè che la distinzione dei terreni non abbia che uno scopo: porre in rilievo la magnifica raccolta della terra buona. In altre parole: tutte le perdite non impediscono una buona raccolta. Ma v è pure un altra dinamica (è il secondo accento). La parabola ha una progressione ascensionale. All inizio il fallimento è totale: ogni seme è divorato dagli uccelli. Invece sul suolo sassoso qualcosa spunta; fra le spine la pianta addirittura inizia a crescere; nella terra buona infine dà frutto ora il cento, ora il sessanta, ora il trenta. Dal nulla al cento la progressione è continua. Marco era molto ottimista e diceva: trenta, sessanta e cento; Matteo smorza l ottimismo di Marco e descrive il successo del seme in forma decrescente: cento, sessanta, trenta. Tuttavia l immagine rimane forte: si tratta di mettere in relazione il fallimento iniziale e il successo finale. In altre parole: il Regno è qui presente; fra smentite e successi il Regno già ora è efficace. Proprio questa relazione deve 3

essere sottolineata. Ma se la parabola prende luce da questo rapporto, che cosa intende esprimere? Raccogliendo le osservazioni svolte finora iniziamo a percepire meglio la strada da percorrere per l interpretazione. La chiave di volta sta nelle battute finali, ovverosia nel rapporto fra i terreni sterili e il raccolto abbondante. Iniziamo dunque a considerare il prodigioso raccolto. Ciò che stupisce è l esagerazione delle proporzioni: cento, sessanta, trenta per uno. Gli studiosi hanno rilevato che nel territorio della Palestina la proporzione è 1 a 2 oppure 1 a 4; nella pianura della Shefela si arriva a 1 a 10 (addirittura a 13) e nella pianura di Esdrelon 1 a 20. Ma qui il minimo è 30. La parabola non racconta dunque una raccolta normale, ma una messe straordinaria. Una tale abbondanza ricorda testi dell Antico Testamento dove il segno rappresenta una particolare benedizione divina (cfr. Gen 26,12; Lv 26,5; Am 9,13; Sal 72,16). Queste immagini non sono un caso: Gesù sta annunziando il Regno di Dio e le sue parabole sono l illustrazione di questo messaggio. Sicché la messe abbondante fa pensare alla situazione che creerà l avvento del Regno di Dio. Il racconto accorda particolare attenzione anche ai fallimenti del seme: la strada, i sassi, le spine. Ogni volta c è una descrizione dettagliata che fa crescere la tensione e prepara l affermazione finale concernente il raccolto meraviglioso. Si tratta unicamente di un meccanismo retorico? Crediamo di no. Forse dietro c è una comunità che fatica a vedere la potenza del Regno di Dio che si manifesta. Si inizia allora coi fallimenti, uno dopo l altro ma con la certezza che il Regno di Dio si manifesterà in potenza: i primi insuccessi che seguono la seminagione lasciano spazio al successo finale della raccolta straordinaria. Anche il seminatore non è da sottovalutare. Il Regno di Dio non avviene per caso, in modo impersonale. Al contrario Dio interviene e stabilisce il suo Regno sulla terra proprio in Gesù. In lui l intervento escatologico di Dio è cominciato, anzi è la svolta decisiva della storia della salvezza. 5. La spiegazione Dopo la parabola l evangelista riporta una spiegazione della stessa (13,18-23). In primo luogo il seme viene identificato con la parola del Regno, cioè con l annuncio cristiano. Quest espressione appare molto raramente sulle labbra di Gesù, mentre è sovente nel linguaggio della Chiesa primitiva dove designa l oggetto della predicazione cristiana, il messaggio evangelico. Gesù, a differenza dei profeti, non parla in nome di Dio, ma a nome proprio, in virtù di un autorità che gli appartiene. Inoltre pare che il seminatore sia Gesù stesso, mentre nella parabola indicherebbe Dio. V è dunque una frattura fra la parabola e la sua spiegazione. 4

Inoltre l accento della parabola come abbiamo visto cadeva sulla raccolta splendida della fine dei tempi. Ma il commento insiste sulle applicazioni pratiche, concretamente sulla qualità dei quattro terreni che corrispondono a quattro disposizioni dell animo di fronte alla Parola. Il punto di vista è cambiato: non più quello del seminatore e del successo dei suoi semi ma quello degli uditori; l accento cade sulle condizioni secondo cui la Parola di Dio porterà frutto o, per essere più precisi, sulle disposizioni che impediscono alla parola di portare frutto. Non domina la speranza di un bel raccolto, ma il timore del fallimento. Non si tratta più del seminatore e nemmeno del seme ma dei terreni. Questa spiegazione fa emergere una forte preoccupazione catechetica: la mancanza di perseveranza minaccia la vita cristiana. Infine l evangelista Matteo insiste sul fatto che è necessario comprendere l insegnamento di Gesù: l intelligenza delle parabole è riservata ai discepoli. Perché ci sia davvero insegnamento bisogna che gli uditori comprendano. Matteo lo sottolinea per ben due volte: il caso del seme caduto lungo la strada e divorato dagli uccelli rappresenta ogni uomo che «ascolta la Parola del Regno e non la comprende» (13,19); al contrario, il seme caduto nella terra buona è «colui che intende la Parola e la comprende» (13,23). Il primo evangelista insiste cioè sulla necessità di comprendere la Parola: se non v è comprensione il Maligno non avrà alcuna difficoltà a prenderla dal cuore dove è caduta senza penetrarvi. Solo in chi la comprende essa porta frutto. Non si tratta di una questione intellettuale bensì di un attitudine spirituale: non si accoglie la Parola senza esserne coinvolti e aver accettato le sue esigenze. È l intelligenza che suppone un cuore aperto e che causa una conversione. 6. Per noi Terminiamo con qualche sottolineatura per la vita cristiana. La prima riguarda l insistenza sul contrasto. La parabola narra di tre terreni che in un modo o nell altro non danno frutto e di un quarto che dà frutto. Ai tre fallimenti si oppone il successo e un successo straordinario, benché decrescente. Questa è la dinamica del Regno di Dio, è la logica del vangelo. Esso pare perdente e spesso si fa l esperienza del fallimento del Regno. Eppure tale fallimento non cancella la riuscita. C è una logica di perdita e di fallimento che agli occhi umani sembra assurda; in realtà Dio prepara qualcosa di nuovo e di straordinario. La parola di Dio è sempre efficace, ma a modo suo, non a modo nostro. È la stessa logica cantata da Isaia: «Come infatti la pioggia e la neve scendono dal cielo e non vi ritornano senza avere irrigato la terra, senza averla fecondata e fatta germogliare, perché dia il seme a chi semina e il pane a chi mangia, così sarà 5

della mia parola uscita dalla mia bocca: non ritornerà a me senza effetto, senza aver operato ciò che desidero e senza aver compiuto ciò per cui l ho mandata» (Is 55,10-11). La parola di Dio non si compie ma compie, cioè mette in moto, smuove, suscita la libertà. Ma non bisogna dimenticare che questo canto profetico è preceduto da questa affermazione: «Perché i miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie. Oracolo del Signore. Quanto il cielo sovrasta la terra, tanto le mie vie sovrastano le vostre vie, i miei pensieri sovrastano i vostri pensieri» (Is 55,8-9). Sicché da una parte il Regno viene e trova non uno, non due, ma più insuccessi, eppure si realizza lo stesso con un energia straordinaria. Occorre però aggiungere un altro pensiero, come corollario: il Regno non cresce senza resistenze e insuccessi. In altre parole: il fallimento è parte stessa della sua realizzazione misteriosa, è il segno della differenza fra i nostri pensieri e quelli di Dio, fra la novità dell annuncio del Vangelo e la fatica umana ad accoglierla. Eppure solo in questo modo il Regno entra nel mondo, si realizza fra gli uomini. Non a caso Gesù chiede la fede: e la fede non è certezza assoluta, chiede il rischio di affidarsi, conosce il dubbio e la fatica, ma è l unico modo per entrare nel mondo di Dio. Una seconda sottolineatura. L accento di Matteo, nella spiegazione della parabola, è anzitutto sugli affanni del mondo e la seduzione della ricchezza (13,22). Le due espressioni ricordano il discorso della montagna, laddove Gesù invita ad accumulare tesori in cielo e non in terra (6,19-21), a non trasformare la ricchezza in idolo (6,24) perché essa si oppone a Dio e tenta di usurpare il suo posto. La ricchezza illude perché promette ma non realizza: promette la felicità ma non ha i mezzi per procacciarla, promette la gioia ma non riesce a compierla. Una terza sottolineatura è legata al nesso fra comprendere e fare. Traducendo letteralmente il v. 23 bisogna renderlo così: «Quello seminato sulla terra buona è colui che ascolta la parola e comprende, colui che certamente porta frutto e fa il cento, il sessanta, il trenta». I verbi disegnano un cammino: ascoltare, comprendere, portare frutto, fare. Matteo aveva una comunità di persone che erano molto attente all insegnamento di Gesù, al suo valore religioso e intellettuale, ma rischiavano di fermarsi al godimento estetico, senza compiere il passo della carità. Per questo sottolinea in continuazione che non basta ascoltare ma bisogna fare, decidersi secondo quella Parola (cfr. Mt 7,24-27). Concludo: questa prima parabola ci chiede una distanza necessaria per pensare, per riflettere, per sentire la novità dell annuncio di Gesù. Insieme però la parabola ci riempie di speranza: in un mondo dove non mancano ostacoli, trappole, dove vi sono mille distrazioni che non permettono alla Parola di 6

attecchire, ebbene laddove il seme trova la terra buona dà un frutto inatteso e ricchissimo. Infine essa traccia un cammino: dall ascoltare al fare, passando per il comprendere che dà frutto; senza l esercizio della carità (cioè l attenzione, il perdono, l accoglienza, la disponibilità) siamo ancora strada, terreno sassoso o infestato dai rovi. 7