THE TRUMAN SHOW IO CHI SONO?

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1 THE TRUMAN SHOW OVVERO IO CHI SONO? Non c è problema in filosofia più astruso di quello riguardante l identità D. Hume A cura di Daniela Pallastrelli

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3 IDENTITA PERSONALE Si caratterizza per tre elementi: idea di continuità di un soggetto al di là delle variazioni nel tempo e degli adattamenti all ambiente; distinzione di questo soggetto rispetto agli altri; possibilità di riconoscersi e di essere riconosciuto. Necessità di essere riconosciuti dagli altri per poter costituire la propria identità personale

4 ARISTOTELE, Metafisica, X, 3 IDENTITA COME ENTITA METAFISICA (Le cose) sono identiche solo se è identica la definizione della loro sostanza. Identità: permanere di una sostanza che resta immutata attraverso il cambiamento.

5 J. LOCKE, Saggio sull intelletto umano, Libro II, XXVII, 11 (1689) In ciò solo consiste l'identità personale: ossia, nel fatto che un essere razionale sia sempre il medesimo; e di quel tanto che questa consapevolezza può venir portata al passato, a qualunque passata azione e pensiero, fin là giunge l'identità di quella persona; è lo stesso io, ora, che era allora; e quell'azione fu compiuta dal medesimo io che attualmente se la rappresenta nella riflessione.

6 D. HUME, A treatise of human nature, London 1738, I, pag.455 "Ci sono alcuni filosofi i quali credono che noi siamo in ogni istante intimamente coscienti di ciò che chiamiamo il nostro io: che noi sentiamo la sua esistenza e la continuità della sua esistenza; e che siamo certi, con un'evidenza che supera ogni dimostrazione, della sua perfetta identità e semplicità". "Che cosa facevo il 3 agosto del 1733?" - "Chi se lo ricorda

7 E evidente che non c è problema in filosofia più astruso di quello riguardante l identità e la natura del principio unificatore che costituisce la persona. ( ) Quando mi addentro più profondamente in ciò che chiamo me stesso, m imbatto sempre in una particolare percezione: di caldo o di freddo, di luce o di oscurità, di amore o di odio, di dolore o di piacere. Non riesco mai a sorprendere me stesso senza una percezione e a cogliervi altro che la percezione Noi non siamo altro che fasci o collezioni di differenti percezioni che si susseguono con una inconcepibile rapidità, in un perpetuo flusso e movimento.

8 A. RIMBAUD, «Je est un autre» Lettera del veggente, maggio 1871 Adesso, io mi do ai bagordi il più possibile. Perché? Io voglio essere poeta, e lavoro per rendermi veggente: Lei non comprenderà affatto, e io non sarei quasi in grado di spiegare. Si tratta di pervenire all ignoto attraverso lo sregolamento di tutti i sensi. Enormi sono le sofferenze, ma bisogna essere forte, essere nato poeta, ed io mi sono riconosciuto poeta. Io non ne ho per niente colpa. È falso dire: Io penso. Si dovrebbe dire: Mi si pensa. Perdoni il gioco di parole. IO è un altro. Tanto peggio per il legno che si rinviene violino, e Sprezzo agli incoscienti, che fanno i sofisti su ciò che ignorano completamente! oggetto vero non è dunque l'io empirico.

9 «Io è un altro. Se l ottone si sveglia tromba, non è affatto colpa sua. Per me è evidente: assisto allo schiudersi del mio pensiero: lo osservo, lo ascolto: lancio una nota sull archetto: la sinfonia fa il suo sommovimento in profondità, oppure d un balzo è sulla scena. Se i vecchi imbecilli non avessero trovato, del me stesso, soltanto il significato falso, non avremmo da spazzar via i milioni di scheletri che, da tempo infinito, hanno accumulato i prodotti della loro orba intelligenza, e se ne proclamano gli autori!»

10 1) l'io diventa un corpo estraneo alla coscienza, non sembra più essere a fondamento del pensiero, né poter avere uno statuto privilegiato. L'Io non pensa, è pensato, assiste allo schiudersi del pensiero come uno spettatore esterno, come un altro 2) se l Io non è consapevole di ciò, se l Io pensa di essere Soggetto dei pensieri, scivola nell incoscienza, insomma è altro da sé pensando di essere in-sé (Rimbaud usa l immagine del pezzo di legno che si ritrova violino o dell ottone che si risveglia tromba); 3) c è un livello di consapevolezza, quello che ci fa dire: l Io è un altro, che permette di smascherare l alienazione dell Io, permette di indicare gli incoscienti, i dormienti che «cavillano su ciò che ignorano», quelli che pensano che l Io sia a fondamento del sapere. (SVALUTAZIONE IO CARTESIANO)

11 Friedrich Hölderlin ( ) «Non sono io che scrivo, ma questo italiano dal cognome settecentesco (Scardanelli) ed evocativo che io non conosco e che pure scrive» Nella sua follia, Hölderlin scomponeva se stesso; Scardanelli non è uno pseudonimo vero e proprio, ma il segno di una perdita di contatto tra il poeta e la propria identità. Molti critici hanno anche notato che tutte le poesie di questa fase molte delle quali, tra l altro, sono tra le più belle che Hölderlin abbia scritto sono prive di una parola che pure il poeta aveva amato negli anni della sua lucidità: «io».

12 F. PESSOA, rifiuto dell identità come poetica Fernando Pessoa ( ): (il cui cognome significa persona ) rifiutò la propria identità in modo consapevole, lucido, e ne fece una poetica. Fernando Pessoa - raccolta di poemi simbolisti intitolata Messaggio (1934) Álvaro de Campos - poesie futuriste Ricardo Reis - liriche classiciste Alberto Caeiro - poesie metafisiche Bernardo Soares - un diario e il Libro dell inquietudine. Di ognuno di questi eteronimi Pessoa immaginò la biografia, gli amori letterari, le fonti di ispirazione: de Campos viaggiò in Scozia e in Oriente e, probabilmente, era omosessuale; Reis era un latinista monarchico che si trasferì in Brasile; Caeiro era un contadino di cui Pessoa pubblicava le poesie postume; Soares, infine, era un impiegato che non lasciò mai Lisbona.

13 da Il poeta è un fingitore, A. Tabucchi 38 - Non so chi sono, che anima ho. Quando parlo con sincerità, non so con quale sincerità parlo. Sono variabilmente altro da un io che non so se esiste (se è quegli altri) Mi sento multiplo. Sono come una stanza con innumerevoli specchi fantastici che riflettono falsamente un'unica realtà precedente che non si trova in nessuno e in tutti. Come il pianista si sente albero e perfino fiore, io mi sento diversi esseri. Mi sento vivere vite altrui, in me, in modo incompleto, come se il mio essere partecipasse all'esistenza di tutti gli uomini incompletamente di ciascuno, attraverso una somma di non-io sintetizzati in un io posticcio.

14 La maggior parte delle persone sono altra gente. I loro pensieri sono le opinioni di qualcun altro, le loro vite una pantomima, le loro passioni una citazione. Oscar Wilde, De Profundis, 1897/1905

15 L. PIRANDELLO, Quaderni di Serafino Gubbio operatore, 1925 Ho conosciuto Giorgio Mirelli, ma come? ma quale? Qual egli era nelle relazioni che aveva con me. Tale, per me, ch'io l'amavo. Ma chi era egli e com'era nelle relazioni con questa donna? Tale, ch'ella potesse amarlo? Io non lo so! Certo, non era, non poteva essere uno - lo stesso - per me e per lei. E come potrei io dunque giudicare da lui questa donna? Abbiamo tutti un falso concetto dell'unità individuale. Oggi unità nelle relazioni degli elementi tra loro; il che significa che, variando anche minimamente le relazioni, varia per forza l'unità. Si spiega così, come uno, che a ragione sia amato da me, possa con ragione essere odiato da un altro. Io che amo e quell'altro che odia, siamo due: non solo; ma l'uno, ch'io amo, e l'uno che quell'altro odia, non son punto gli stessi; sono uno e uno: sono anche due. E noi stessi non possiamo mai sapere, quale realtà ci sia data dagli altri; chi siamo per questo e per quello.

16 Z. BAUMAN, Intervista sull identità, 2003 Chi cerca un identità si trova invariabilmente di fronte allo scoraggiante compito di far quadrare il cerchio : quest espressione, com è noto, implica compiti che non possono giungere a compimento nella pienezza dei tempi, all infinito (p.5)

17 [In un puzzle] la completezza dei pezzi e il loro reciproco incastro sono garantiti prima che tu cominci. Nel caso dell identità non è affatto così: l intera impresa è orientata ai mezzi. Tu non parti dall immagine finale, ma da una certa quantità di pezzi di cui sei già entrato in possesso o che ti sembra valga la pena di possedere, e quindi cerchi di scoprire come ordinarli e riordinarli per ottenere un certo numero (quante?) di immagini soddisfacenti. Fai esperimenti con ciò che hai. [ ] il lavoro di un costruttore di identità [ ] è un lavoro da bricoleur, che crea ogni sorta di cose col materiale a disposizione. (pp.56-47)

18 La risposta alla domanda chi sono io? può formarsi solo in riferimento ai legami che connettono l io ad altre persone.

19 E IO, CHI SONO? 1904

20 MATURAZIONE, cap. V Quel che seguì fu per me solo. La vedova Pescatore, ruggendo dalla rabbia, si strappò la pasta dalla faccia, dai capelli tutti appiastricciati, e venne a buttarla in faccia a me, che ridevo, ridevo in una specie di convulsione; m'afferrò la barba, mi sgraffiò tutto; poi, come impazzita, si buttò per terra e cominciò a strapparsi le vesti addosso, a rotolarsi, a rotolarsi, frenetica, sul pavimento; mia moglie intanto (sit venia verbo) receva di là, tra acutissime strida, mentr'io: - Le gambe! le gambe! - gridavo alla vedova Pescatore per terra. - Non mi mostrate le gambe, per carità! Posso dire che da allora ho fatto il gusto a ridere di tutte le mie sciagure e d'ogni mio tormento. Mi vidi, in quell'istante, attore d'una tragedia che più buffa non si sarebbe potuta immaginare: mia madre, scappata via, così, con quella matta; mia moglie, di là, che... lasciamola stare!; Marianna Pescatore lì per terra; e io, io che non avevo più pane, quel che si dice pane, per il giorno appresso, io con la barba tutta impastocchiata, il viso sgraffiato, grondante non sapevo ancora se di sangue o di lagrime, per il troppo ridere. Andai ad accertarmene allo specchio. Erano lagrime; ma ero anche sgraffiato bene. Ah quel mio occhio, in quel momento, quanto mi piacque! Per disperato, mi s'era messo a guardare più che mai altrove, altrove per conto suo. E scappai via, risoluto a non rientrare in casa, se prima non avessi trovato comunque da mantenere, anche miseramente, mia moglie e me.

21 IO? SCOMPARSO, cap. VII Lessi: «Jeri, sabato 28, è stato rinvenuto nella gora d'un mulino un cadavere in istato d'avanzata putrefazione Il molino è sito in un podere detto della Stìa, a circa due chilometri dalla nostra città. Accorsa sopra luogo l'autorità giudiziaria con altra gente, il cadavere fu estratto dalla gora per le constatazioni di legge e piantonato. Più tardi esso fu riconosciuto per quello del nostro...» Il cuore mi balzò in gola e guardai, spiritato, i miei compagni di viaggio che dormivano tutti. «Accorsa sopra luogo... estratto dalla gora... e piantonato... fu riconosciuto per quello del nostro bibliotecario...» «Io?» «Accorsa sopra luogo... più tardi... per quello del nostro bibliotecario Mattia Pascal, scomparso da parecchi giorni. Causa del suicidio: dissesti finanziarii.» «Io?... Scomparso... riconosciuto... Mattia Pascal...»

22 CAMBIO TRENO, cap. VII Avevo con me ottantaduemila lire, e non avrei più dovuto darle a nessuno! Ero morto, ero morto: non avevo più debiti, non avevo più moglie, non avevo più suocera: nessuno! libero! libero! libero! Che cercavo di più? Pensando così, dovevo esser rimasto in un atteggiamento stranissimo, là su la banchina di quella stazione. Avevo lasciato aperto lo sportello del vagone. Mi vidi attorno parecchia gente, che mi gridava non so che cosa; uno, infine, mi scosse e mi spinse, gridandomi più forte: - Il treno riparte! - Ma lo lasci, lo lasci ripartire, caro signore! - gli gridai io, a mia volta. - Cambio treno!

23 IO E LA MIA OMBRA, cap. XV Mi buttai su la poltrona, con le mani su la faccia. Mi sentivo fremere le labbra al ricordo di quel bacio. Adriana! Adriana! Che speranze le avevo acceso in cuore con quel bacio? Mia sposa, è vero? Aperte le finestre, festa per tutti! Rimasi, non so per quanto tempo, li su quella poltrona, a pensare, ora con gli occhi sbarrati, ora restringendomi tutto in me, rabbiosamente, come per schermirmi da un fitto spasimo interno. Vedevo finalmente: vedevo in tutta la sua crudezza la frode della mia illusione: che cos'era in fondo ciò che m'era sembrata la più grande delle fortune, nella prima ebbrezza della mia liberazione. Avevo già sperimentato come la mia libertà, che a principio m'era parsa senza limiti, ne avesse purtroppo nella scarsezza del mio denaro; poi m'ero anche accorto ch'essa più propriamente avrebbe potuto chiamarsi solitudine e noja, e che mi condannava a una terribile pena: quella della compagnia di me stesso; mi ero allora accostato agli altri; ma il proponimento di guardarmi bene dal riallacciare, foss'anche debolissimamente, le fila recise, a che era valso?

24 IL RITRATTO DI MINERVA, cap XVI Un sussulto di gioja, anzi un impeto di pazzia m'investì, mi sollevò. Ma sì! ma sì! Io non dovevo uccider me, un morto, io dovevo uccidere quella folle, assurda finzione che m'aveva torturato, straziato due anni, quell'adriano Meis, condannato a essere un vile, un bugiardo, un miserabile; quell'adriano Meis dovevo uccidere, che essendo, com'era, un nome falso, avrebbe dovuto aver pure di stoppa il cervello, di cartapesta il cuore, di gomma le vene, nelle quali un po' d'acqua tinta avrebbe dovuto scorrere, invece di sangue: allora sì! Via, dunque, giù, giù, tristo fantoccio odioso! Annegato, là, come Mattia Pascal Una volta per uno! Quell'ombra di vita, sorta da una menzogna macabra, si sarebbe chiusa degnamente, così, con una menzogna macabra! E riparavo tutto! Che altra soddisfazione avrei potuto dare ad Adriana per il male che le avevo fatto? Ma l'affronto di quel farabutto dovevo tenermelo? Mi aveva investito a tradimento, il vigliacco! Oh, io ero ben sicuro di non aver paura di lui. Non io, non io, ma Adriano Meis aveva ricevuto l'insulto. Ed ora, ecco, Adriano Meis s'uccideva. Non c'era altra via di scampo per me!

25 IL FU MATTIA PASCAL, cap. XVIII Mi avviai, guardando la gente che passava. Ma che! Nessuno mi riconosceva? Eppure ero ormai tal quale: tutti, vedendomi, avrebbero potuto almeno pensare: «Ma guarda quel forestiero là, come somiglia al povero Mattia Pascal! Se avesse l'occhio un po' storto, si direbbe proprio lui». Ma che! Nessuno mi riconosceva, perché nessuno pensava più a me. ( ) Due volte percorsi da un capo all'altro il paese, senza che nessuno mi fermasse. ( ) Pensai d'andare al Municipio, all'ufficio dello stato civile, per farmi subito cancellare dal registro dei morti; ma, via facendo, mutai pensiero e mi ridussi invece a questa biblioteca di Santa Maria Liberale, dove trovai al mio posto il reverendo amico don Eligio Pellegrinotto, il quale non mi riconobbe neanche lui, lì per lì. Don Eligio veramente sostiene che mi riconobbe subito e che soltanto aspettò ch'io pronunziassi il mio nome per buttarmi le braccia al collo, parendogli impossibile che fossi io, e non potendo abbracciar subito uno che gli pareva Mattia Pascal. Sarà pure cosi! Le prime feste me le ebbi da lui, calorosissime; poi egli volle per forza ricondurmi seco in paese per cancellarmi dall'animo la cattiva impressione che la dimenticanza dei miei concittadini mi aveva fatto.

26 IO NON SAPREI PROPRIO DIRE CHI IO MI SIA Basta. Io ora vivo in pace, insieme con la mia vecchia zia Scolastica, che mi ha offerto accoglienza e rifugio in casa sua. ( )e passo gran parte del giorno qua, in biblioteca, in compagnia di don Eligio, che è ancora ben lontano dal dare assetto e ordine ai vecchi libri polverosi. Ho messo circa sei mesi a scrivere questa mia strana storia, aiutato da lui. Di quanto è scritto qui egli serberà il segreto, come se l avesse saputo sotto il sigillo della confessione. Abbiamo discusso a lungo insieme su i casi miei, e spesso io gli ho dichiarato di non saper vedere quale insegnamento se ne possa trarre. - Intanto, questo, - egli mi dice: - che fuori della legge e fuori di quelle particolarità, liete o triste che sieno, per cui noi siamo noi, caro signor Pascal, non è possibile vivere. Ma io gli faccio osservare che non sono affatto rientrato né nella legge, né nelle mie particolarità. Mia moglie è moglie di Pomino, e io non saprei proprio dire ch io mi sia.

27 IO SONO IL FU MATTIA PASCAL Nel cimitero di Mirano, su la fossa di quel povero ignoto che s uccise alla Sita, c è ancora la lapide dettata da Lodoletta: Colpito da avversi fatti MATTIA PASCAL bibliotecario cuor generoso anima aperta qui volontario riposa. La pietà dei cittadini questa lapide pose Io vi ho portato la corona di fiori promessa e ogni tanto mi reco a vedermi morto e sepolto là. Qualche curioso mi segue da lontano; poi, al ritorno, s accompagna con me, sorride, e considerando la mia condizione mi domanda: - Ma voi, insomma, si può sapere chi siete? - Mi stringo nelle spalle, socchiudo gli occhi e rispondo: - Eh, caro mio Io sono il fu Mattia Pascal. (Da Luigi Pirandello, Il fu Mattia Pascal, A. Mondatori, 1978

28 The Truman Show, P. Weir, 1998 "Penso che tutti mettano in dubbio l'autenticità della loro vita in certi momenti. E 'come quando i bambini chiedono se sono adottati". A. Niccol [ ] Uno spettacolo in cui tutto è falso ad eccezione del suo protagonista, che vive la propria esistenza continuamente spiato dall'occhio di oltre cinquemila telecamere nascoste.

29 Tematiche Conoscenza e verità La prigionia di un uomo la cui cognizione del Mondo è controllata. Mass media audience pubblicità La manipolazione e controllo degli individui da parte dello Stato. Realtà e finzione Io chi sono? L identità personale

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31 LA CONSAPEVOLEZZA in Truman Truman:..e io chi sono? [ ]..Non c era niente di vero?.. Truman: Da maschera a Maschera Nuda

32 IL RECUPERO DELL IDENTITA? DELLA LIBERTA? Truman: Chi sei tu? Christof: Sono il creatore di uno show televisivo che da speranza, gioia ed esalta milioni di persone. Truman: E io chi sono? Christof: Tu sei la star! Truman: Non c'era niente di vero... Christof: Tu... eri vero! Per questo era così bello guardarti! Ascoltami Truman: là fuori non troverai più verità di quanta non ne esista nel mondo che ho creato per te... le stesse ipocrisie, gli stessi inganni... ma nel mio mondo tu non hai niente da temere... io ti conosco meglio di te stesso! Truman: Non ho una telecamera nella testa! Christof: Tu hai paura... per questo non puoi andare via. Stai tranquillo... ti capisco. Ho seguito ogni istante della tua vita. Ti ho seguito quando sei nato. Ti ho seguito quando hai mosso i tuoi primi passi. Ti ho seguito nel tuo primo giorno di scuola. Il momento in cui hai perso il tuo primo dentino... come fai ad andartene? Il tuo posto è qui, con me! Dai... dì qualcosa... accidenti Truman, vuoi parlare?, siamo in televisione! Sei in diretta mondiale! Truman: Casomai non vi rivedessi... buon pomeriggio, buona sera e buona notte!

33 L OCCHIO E PAPIANO, cap. XII Ora senta un po che bizzarria mi viene in mente! Se, nel momento culminante, proprio quando la marionetta che rappresenta Oreste è per vendicare la morte del padre sopra Egisto e la madre, si facesse uno strappo nel cielo di carta del teatrino, che avverrebbe? Dica lei.- Non saprei, - risposi, stringendomi ne le spalle.- Ma è facilissimo, signor Meis! Oreste rimarrebbe terribilmente sconcertato da quel buco nel cielo.- E perché?- Mi lasci dire. Oreste sentirebbe ancora gl'impulsi della vendetta, vorrebbe seguirli con smaniosa passione, ma gli occhi, sul punto, gli andrebbero lì a quello strappo, donde ora ogni sorta di mali influssi penetrerebbero nella scena, e si sentirebbe cader le braccia. Oreste, insomma, diventerebbe Amleto. Tutta la differenza, signor Meis, fra la tragedia antica e la moderna consiste in ciò, creda pure: in un buco nel cielo di carta. E se ne andò, ciabattando.

34 Dalle vette nuvolose delle sue astrazioni il signor Anselmo lasciava spesso precipitar così, come valanghe, i suoi pensieri. La ragione, il nesso, l'opportunità di essi rimanevano lassù, tra le nuvole, dimodoché difficilmente a chi lo ascoltava riusciva di capirci qualche cosa.l'immagine della marionetta d'oreste sconcertata dal buco nel cielo mi rimase tuttavia un pezzo nella mente. A un certo punto: Beate le marionette, sospirai, su le cui teste di legno il finto cielo si conserva senza strappi! Non perplessità angosciose, né ritegni, né intoppi, né ombre, né pietà: nulla! E possono attendere bravamente e prender gusto alla loro commedia e amare e tener se stesse in considerazione e in pregio, senza soffrir mai vertigini o capogiri, poiché per la loro statura e per le loro azioni quel cielo è un tetto proporzionato.

35 I RITRATTI MANCATI di M. CERETTI Uomo allo specchio rotto ; Mino Ceretti; Olio su tela; 1957 I ritratti mancati sono l impossibilità di dare un contorno preciso al personaggio che era andato in frantumi. Mino Ceretti

36 VALERIO MAGRELLI Che cos è per lei l identità? E la domanda l identità. L unica cosa che ci può certificare è questo rovello, questo interrogativo. Tanto più in un periodo come quello di questi anni che ha visto per esempio, l esplosione dell ingegneria genetica. Sono momenti di trapasso, veramente di transizione che però ci fanno capire quanto prezioso possa essere questo tempo.

37 LA NOSTRA IDENTITA NON E UN DATO DI FATTO, MA UN LAVORO SENZA FINE «l Io non solo rende coerente ciò che era incoerente e unitario ciò che era molteplice, ma in parte fa anche apparire coerente e unitario, secondo un meccanismo di autoinganno, tutto ciò che di fatto non lo è». G. Jervis, Presenza e identità. Lezioni di psicologia, Garzanti, Milano 1984, p. 60

38 U. GALIMBERTI Oggi dovremmo imparare a convivere con lo stato di precarietà connaturato ad esseri erranti, in perenne movimento su terreni magmatici e sotto cieli cangianti come quelli d Irlanda, verso mete mai ben definite una volta per tutte. La condizione più naturale dell uomo contemporaneo, immerso nell ipermodernità, sembra essere il nomadismo, anziché l abbarbicamento a una stabilità granitica geostanziale, linguistica, nella strutturazione dell io e nelle appartenenze culturali.

39 U. GALIMBERTI, Parole nomadi, Feltrinelli, Milano, 1994 ( ) al di là di ogni progetto orientato, il nomade sa che la totalità è sfuggente, che il non-senso contamina il senso, che il possibile eccede sul reale e che ogni progetto che tenta la comprensione e l abbraccio totale è follia. In una dinamica siffatta, la nozione di identità si presenta sotto un altra luce, rispetto ad accezioni monolitiche e assolutistiche, in quanto vi è da chiedersi se in definitiva la nostra identità non sia un fondo vuoto : Forse ciascuno di noi è una moltitudine, e la ricerca della nostra identità è un tentativo destinato all insuccesso (pag. 85)

40 IDENTITA COME PROCESSO ANATOMICO Noi pensiamo alla nostra identità come a qualcosa determinato da noi, mentre è un processo anatomico simile agli altri; l area del cervello che controlla la nostra identità, il nostro profilo personale, lo stile della nostra vita è situata nei lobi fronto-temporali Ricercatori dell Università di San Francisco, 2001

41 U. GALIMBERTI, da La Repubblica, 9/05/2001 L identità la perdo e la recupero ogni giorno sollecitato dalle circostanze della vita, e in questa capacità di perdere e di recuperare c è tutto il gioco della mia libertà, che è poi un gioco di maschere che rende l uomo adattabile alle mille situazioni diverse della vita. Qui cade la differenza tra l uomo e l animale che non è libero.

42 Tutto ciò che è profondo ama la maschera. Dammi ti prego una maschera ancora! Una seconda maschera F. Nietzsche, Al di là del bene e del male: preludio per una filosofia dell avvenire, 1886

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