RITRATTI. A mia sorella, per avermi insegnato la bellezza del viaggiare. Al mio migliore amico, per il titolo e per il suo fraterno consigliare.

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2 RITRATTI A mia sorella, per avermi insegnato la bellezza del viaggiare. Al mio migliore amico, per il titolo e per il suo fraterno consigliare. Al mondo e chi lo abita, per tutta la bellezza che mi sanno regalare.

3 Prefazione Questo libro è la raccolta dei primi cinquanta frammenti di mondo che ho collezionato in giro per l'europa, durante i miei viaggi. L'ho pubblicato gratuitamente perché il mondo, tutta questa bellezza, me l'ha regalata. L'ho pubblicato gratuitamente perché io scrivo per emozionare, non per guadagnare. L'ho pubblicato gratuitamente perché il mio vero guadagno è il vostro leggere ed emozionarvi. Quanto avrò guadagnato, alla fine del cammino, sarete voi a dirlo. Le prefazioni mi sono sempre state antipatiche, quindi non aggiungo altro. Le mie storie parleranno abbastanza al posto mio. Spero vi piacciano.

4 01. Scorro la bacheca di Facebook e sorrido. Ogni tre post che incontro, due sono pieni di belle frasi, di riflessioni, di massime e di citazioni profonde. Ognuno di noi prova a lanciare il sentimento oltre la siepe, a mettere il proprio cuore sulla cima del mucchio, a far sapere agli altri che batte e lo fa con forza. Magari citando libri che non abbiamo letto, scrittori che non abbiamo mai visto. Magari condividendo pezzi di film che non abbiamo mai visto e canzoni che non ascolteremo mai. Ma non importa, lo facciamo comunque. Ed è comunque magnifico, tremendamente magnifico. La gente ha bisogno della bellezza delle parole. La gente ha bisogno di poesia, per sentirsi viva. Scorro la bacheca di Facebook e sorrido per questo. Ho deciso di scrivere questo piccolo libro e di pubblicarlo online perché la scrittura mi fa sentire vivo, la consapevolezza di regalare bellezza mi eleva ad un benessere sempre un po più grande di quel che mi aspetto. Scrivere per la gente, raggiungere più cuori possibili, raccogliere per strada e poi regalare storie in cui potersi ritrovare, di cui poter piangere e ridere insieme, mi regala pace. Un sacco di gente mi dice ogni giorno che vorrebbe leggere i miei libri, alcuni mi dicono che vorrebbero farlo anche se non leggono molto. Tanti altri mi dicono che vorrebbero anche loro scrivere qualcosa ma che non ne sono capaci. Sciocchezze, non è vero niente. Siamo tutti lettori di bellezza, la leggiamo e ce ne innamoriamo ogni giorno. Siamo tutti scrittori di emozioni, ci nascono in testa e ne partoriamo a decine, a centinaia, trovando a volte il coraggio di poggiarle davanti agli occhi degli altri. E lo facciamo tutti. Tutti, nessuno escluso. Ogni. Santo. Giorno. Ecco perché scrivo e continuo a farlo, sempre. Ecco perché ho scelto di pubblicare questo piccolo libro gratuitamente. Perché sento che qualcuno, prima o poi, ne avrà bisogno.

5 02. Sono seduto al solito tavolino del Gran Cafè, il mio macchiato è ormai completamente freddo e un altra pagina della mia moleskine piena. La ragazza che mi sta di fronte continua a raccontarmi di quanto sia antipatica la sua nuova collega, con quel fare spocchioso e saccente. Non me ne frega un cazzo, per dirlo alla francese. Dall ingresso principale, a passo lento, un bambino entra nel bar. Cinque anni scarsi. La gente riempie i tavolini, sorseggiando del caffè e chiacchierando del più e del meno. Non di colleghe saccenti e spocchiose, spero per loro. Un uomo di cinquant anni, in piedi davanti alla cassa, cerca nella tasca sinistra la banconota per pagare, con scarsi risultati. Sorride nervoso. Un anziana signora, da dietro la cassa, si abbottona meglio la giacca, aspettando con gli occhi socchiusi. Il bambino si guarda intorno, è confuso. Si dirige verso il bancone, non ci arriva. Il cameriere lo guarda, sorride, gli chiede se vuole qualcosa. - La mia mamma, l'ha vista per caso? - La tua mamma, piccolo? La troviamo subito. Come ti chiami? -... Paride... - La troviamo subito, aspetta qui. Il cameriere va al microfono, chiede in filodiffusione della madre di Paride. Arriva di corsa un ragazzino di qualche anno più grande, sui tredici anni. Prende Paride per la mano e lo trascina via. Giusto un sorriso di scuse al cameriere. Mentre vanno via, riesco comunque a sentire le parole del ragazzino, -... No, Paride. Non si sta nascondendo, è andata via e basta. Smettila con questa storia. - Ma tu non capisci proprio! Lo vuoi capire che sta solo giocando a nascondino?

6 03. Il cielo è un po' grigio ma il mare è piatto. Sono sdraiato sul mio telo, vorrei dire prone ma mi viene da dire pancia sotto Quindi sono sdraiato, pancia sotto. La spiaggia è quasi deserta, sembra un foglio grigio e ruvido, un foglio con su disegnate due sagome: la sagoma di un cretino sdraiato prone, si direbbe pancia sotto; una ragazza sui vent'anni, ad una decina di metri di distanza, da sola. Il vento le tira i capelli verso l'alto, sembra glieli voglia strappare via, o accarezzare con dolce vigore. Chissà. Sta lì seduta, fissa il mare, indossa un costume a fiori e un pareo. Tiene le gambe di lato, la schiena è dritta e le mani poggiano sulle ginocchia. Dopo qualche tempo, con lo sguardo fisso sul mare, si alza, si leva il pareo poggiandolo su quel foglio grigio ruvido, ed inizia a camminare verso l'acqua. Cammina a passo lento, eppure regolare. Cammina con quella lentezza di chi la velocità preferisce tenerla nel cuore. Potresti sentire il suo battito fin dalla Norvegia, veloce e forte come un cavallo al galoppo. Eppure lei cammina lentamente, e l'acqua è già sopra l'ombelico. Io continuo ad osservare, non riesco a capire bene, è come osservare un quadro astratto in un museo, sai che un senso ci dovrà pur essere eppure non lo sai trovare. I punti interrogativi nella mia testa fanno già a botte quando l'acqua le arriva al mento. Respira fino in fondo. Labbra. Naso. Chiude gli occhi. Occhi. Fronte. Capelli. Sparisce. Trattengo il fiato come sta facendo lei, non so neanche il perché eppure i miei polmoni si riempiono e si fermano, sperando che questo strano gioco finisca per entrambi presto. Mi alzo da terra, faccio un passo verso l'acqua, non so bene che accidenti voglia dire quel quadro, ma non mi sembra si parli di rose e fiori. Passa poco più di un minuto, che il mio cervello calcola come dodici anni e mezzo

7 circa. Riprendo a respirare ansimando, bevo l'aria come acqua nel deserto. Poi, a distanza di cinquanta metri almeno, un puntino nero affiora, riesco appena a vedere gli occhi che si aprono, fissandomi in silenzio. Non riuscirò mai a capire che razza di quadro abbia visto, in che razza di gioco mi sia cacciato, cosa fosse tutta quella follia. Quel che so, a testa bassa e col sorriso, è che ha vinto lei.

8 04. Viaggiare mi riempie, mi fonde come fossi un pezzo di cera, mi fonde e mi mescola nella vita che scorre. Mi solidifico, poi, ogni volta in una forma nuova, a seconda di quello che mi è passato attraverso. Stamattina devo ancora partire e già il viaggio si sta preparando a liquefarmi. Sono fermo in piedi al binario due, il sole si schianta sul tetto in cemento della pensilina e sanguina ombra sui nostri corpi. Accanto a me, una madre con suo figlio di circa otto anni. Il treno è in arrivo, la fredda e monotona voce registrata ripete i suoi soliti messaggi: " il treno freccia bianca, proveniente da Reggio e diretto a roma termini, è in arrivo al binario 2... ferma a bla bla bla... non oltrepassare la linea gialla... " Un loop continuo, finisce e riprende. Neanche la sento più la voce registrata delle stazioni, dopo un po' il tuo orecchio inizia a filtrarla. Sarà capitato un po' anche a voi. Ma i bambini sono sempre un passo sopra tutto, sanno stupirmi ogni santa volta. Quello accanto a me sta guardando sua madre scuotendo la testa piano. Nel momento di pausa tra una ripetizione e l'altra, parla a voce bassa - Mamma dobbiamo trovare questo signore e dirglielo, la deve smettere di ripetere sempre la stessa cosa. Che lavoro noioso. Ci guardiamo con sua madre e ridiamo, lui continua a scuotere la testa contrariato. Boom, cera sciolta. E via a mescolarmi con quella bellezza. Il viaggio è appena iniziato.

9 05. Sono seduto al mio posto, lato finestrino, sguardo sulla costa. A dire il vero, per la metà del viaggio tra Castiglione Cosentino e Lamezia Terme, di costa se ne vede ben poca. A dire il vero, per la metà del viaggio tra Castiglione Cosentino e Lamezia terme, non si vede un cazzo. Una galleria lunga un'eternità, buio e aria viziata. Ma poi, alla fine della sopportazione, il treno rivede la luce, da dietro l'angolo spunta la costa ed è tutta da gustare. Oggi il cielo è grigio, il mare cambia abito e veste quell'azzurro triste, leggermente cupo, si agita spinto dal vento, come se quell'abito addosso gli facesse difetto e non riuscisse a trovare il modo di farselo calzare addosso. Il mare d'autunno è nervoso. La spiaggia inizia ad accelerare, dopo la sosta alla stazione di Paola, scorrono case, palazzi, sabbia, poi ancora case. Poi ancora onde. Mi passa davanti agli occhi un tratto lungo di costa, spiaggia e costa, qualche ciuffo d'erba sparso, color paglia. Mi alzo meglio sul sedile, c'è qualcosa di strano in lontananza. Il treno si avvicina un po' e la vedo. Sul bordo del mare, proprio dove l'onda arriva con la punta delle dita, c'è una sdraio da mare. Seduta sulla sdraio, quella che sembra essere una donna anziana, con una borsa poggiata lì accanto. Completamente da sola, lo sguardo verso l'orizzonte. La seguo muovendo la testa, dopo una decina di secondi è già sparita nel vagone dietro al mio. Non riesco bene a capire quel che ho appena visto, la grandezza di quella scena, i milioni di migliaia di pensieri che mi stanno sfuggendo tra le mani, che corrono veloci come questo treno senza che io riesca a catturarli. Prendo la Moleskine di fretta e scrivo di quella donna, fantastico sulla sua storia, sul suo passato, sul suo sorriso o sulla lacrima che le scorre sulla guancia nel guardare quel mare. Cerco di non trascurare i dettagli. Quando la pagina è ormai piena, rileggo quel che ho scritto. Poi rileggo alcuni passaggi, mi soffermo leggermente a riflettere. Alla fine, prendo il foglio e lo strappo dalla Moleskine. Lo piego con cura e lo poggio lì, sul bordo del finestrino. Magari qualcuno lo troverà, e leggendolo potrà vedere quel che ho visto io. Come avete fatto voi, ora.

10 06. Oggi ho tre soldi in meno in tasca. Il primo soldo l'ho dato ad un distributore per comprare le sigarette, le ho aperte, le ho fumate e ho chiuso gli occhi. Mi sono sentito un po' più povero, ma molto meno nervoso. Perché un po' di nicotina vale più di un soldo in meno in tasca. Oggi ho tre soldi in meno in tasca. Il secondo soldo l'ho dato ad un bar per comprare un gratta&vinci, l'ho grattato, non ho vinto e ho chiuso gli occhi. Mi sono sentito un po' più povero, ma molto meno annoiato. Perché un po' di adrenalina vale più di un soldo in meno in tasca. Oggi ho tre soldi in meno in tasca. Il terzo soldo l'ho regalato ad un gelataio per un cono a due gusti, stracciatella e pistacchio. Poi l'ho consegnato al bambino di cinque anni che mi aveva chiesto un soldo e l'ho guardato negli occhi. Non mi sono sentito un po' più povero, questa volta no. Mi sono sentito infinitamente ricco. Perché il sorriso di un bambino vale tutti i soldi del mondo. Oggi ho le tasche piene.

11 07. Oggi sono uscito all alba, come ogni volta in questo giorno dell anno. Non mi considero una persona abitudinaria, ma alcuni gesti ripetuti nel tempo non sono abitudini, sono riti. Questo per esempio, è uno dei miei riti. Uscire all alba, in questo giorno dell anno, ogni anno, per venire qui e fare quel che sto facendo in questo preciso momento. Seduto su questa panchina del parco, che ormai saprebbe chiamarmi per nome, a leggere un libro. Il vento oggi è decisamente democratico, soffia caldo e vento insieme, ad intermittenza. Il sole scalda tutto come al solito, microonde di vita biologica. Passa Paolo e mi saluta con un cenno, ricambio con la testa. Si ferma per scambiare due parole. - Sempre a leggere stai Marco, e che cavolo. Ma non ti secchi? Come fai a leggere così tanto? - Ma perché, tu non leggi? - Mai letto un libro in vita mia. - E come fai a vivere senza vivere mai altre vite? - Come scusa? - Niente, non puoi capire. - Vado va, stai bene. - Ciao Paolo. Riprendo la mia lettura, riprendo il mio rito. Impiego una decina di secondi per ricollegarmi al filo della storia, giusto il tempo di riannodarlo alla mia mente. Non faccio neanche in tempo a leggere due righi, che il cellulare inizia a cantare una canzone dei Pink Floyd, la suoneria dedicata mi dice che la causa è mia madre. - Pronto? - Pronto mamma, ciao. - Ciao tesoro. Tanti auguri di buon compleanno. - Grazie! Papà è a casa? - Sì è a casa, ti manda gli auguri anche lui, dice che stai invecchiando. - Ventitré anni sono ancora accettabili. Salutamelo. - Ti saluta. Torni tra molto? - Non molto, per pranzo sono a casa. - Ok, allora a dopo. Vuoi qualcosa per regalo? - Mamma, il tuo regalo per il mio compleanno sono io. - Ah giusto, a dopo allora. Ti voglio bene tesoro. - Anche io mamma, a dopo. Questa è sottile, va capita.

12 08. Treno per Milano, sto leggendo un libro. Giorgio Faletti riesce ad eclissarmi dalla realtà, mi strappa via lentamente rendendo trascurabile il dove e il quando io sia. Accanto a me, un anziano signore legge un quotidiano, senza troppe pretese sul futuro dell'italia. In fronte a me, una bambina di circa sette anni sta disegnando una farfalla su un foglio, con sua madre accanto. Dopo una decina di minuti, la bambina chiede a sua madre da mangiare. La madre pazientemente prende dalla borsa un tramezzino, piega la stagnola su se stessa e lo porge alla piccola. Dopo un paio di morsi, lei si gira verso la madre e le fa, -... Mamma, ma non è bellissima la carta stagnola? è così luccicante... Ci giriamo tutti e tre di scatto, a guardarla, io, l'anziano e sua madre, per un paio di secondi solamente. Un paio di secondi densi come il burro in frigo. Poi l'anziano torna a leggere il quotidiano con un leggero sorriso, sua madre risponde - Sì tesoro, hai ragione. Io, invece, chiudo il libro che sto leggendo. Quella bambina, con quella frase, mi ha già insegnato abbastanza sulla bellezza, sulla semplicità e sulla semplicità della vita, per oggi. Mi volto verso il finestrino e inizio a guardare la natura correre in direzione opposta. Perdonami, Faletti.

13 09. Monaco è silenziosa, tremendamente silenziosa. Il freddo è come la nebbia, si infila nei vicoli e tra le auto parcheggiate, il grigio del cielo è una poesia scritta a matita. Non che non ci sia il tipico sottofondo cittadino, orchestrato dalle auto e dal vocìo dei passanti. È che sembra tutto incredibilmente quieto, è come ascoltare il mare mosso da lontano. Il rumore c è ed è reale, eppure è un rumore sussurrato, è qualcosa di composto. Il rumore di Monaco è un rumore appropriato, fatto bene. Abbiamo appena concluso la riunione di oggi, la strada ci accoglie sottovoce, le persone ci passano davanti in sella alle loro bici. Fa freddo, ma non troppo da dar fastidio. La bellezza dei palazzi del centro è disarmante, la delicatezza delle pietre lascia intuire un lavoro meticoloso. I tetti appuntiti provano quasi a bucare quel telo grigio per lasciar spazio all azzurro che c è dietro. Qualche uccello ha l arroganza di cantare in piazza, il campanile sembra quasi voltarsi per rimproverarli. Non credo di essere in grado di descrivere la sensazione che mi causa questa città, la sento sulla pelle come fosse olio eppure non credo di riuscire a raccontarla. Quel che posso dire, è che per le vie di questa cartolina vivente sento quasi l esigenza di camminare in punta di piedi. Sei splendida Monaco, muta e fatale.

14 10. Ancora qui, nel centro di Monaco, il sole ci siede accanto e l'aria è quella giusta per sentirsi giovani e felici. Intorno a noi, la voce della gente è solo un ammasso di lettere prive di significato. Dal suono fastidiosissimo, per giunta. Si chiacchiera in inglese di come è andata oggi, qualcuno dice che avremmo potuto lavorare meglio a quella noiosissima user guide su come organizzare eventi, eppure non eravamo molto motivati e la presenza della cioccolata calda e dei biscotti, all interno dell aula, è stata l arma letale. Non che non ne sia uscito nulla, dalla giornata di oggi, ma è sempre bene criticarsi un po, per spronarsi a fare meglio. Sebbene, in questo momento, l unica cosa che mi fa aspettare con ansia la sessione di lavoro di domani mattina sia la cioccolata calda con i biscotti. Ingordo senza vergogna. Una giovane famiglia è ferma accanto alla nostra panchina, la piccola signorina bionda tiene per mano suo padre e sua madre. Il pancione di lei fa da cornice a qualcosa che arriverà presto. Mentre i due adulti scambiano tra loro qualche parola dal suono ovviamente incomprensibile, la bambina si avvicina alla maglietta di sua madre, la solleva, bacia in tutta fretta la pelle bianca e nasconde le prove rimettendo tutto a posto. Non sono riuscito a capire in che lingua fosse, ma credo che quel bacio tra fratelli sia una di quelle cose che non finirà mai di esplodermi in testa.

15 11. Scendo dall'aereo, la Germania ormai è lontana. Non dormo da più ore di quante ne sappia contare. La stanchezza che ho addosso è ormai naturale, è pelle da grattare via, leggera peluria da radere con le lenzuola affilate. Letto, dobbiamo farci una bella chiacchierata. L'addetto alle valigie sbaglia a dirci il nastro e aspettiamo mezz'ora in più. L'autobus delle 9.10 per Termini arriva puntuale alle Il ragazzo in fila davanti a me mi fuma in faccia senza curarsene. A completare il quadretto di benvenuto, la solita coppia di turisti napoletani che si infila davanti, facendo finta di nulla. Bentornato in Italia, Marco. Poi arrivo in stazione, mi fermo al bar per bere qualcosa e l'odore del caffè mi colpisce in pieno volto. Un bacio forte come uno schiaffo. Forte e meraviglioso. Ok, anche per questa volta son tornato, anche questa volta hai vinto tu, ma non pensare di passarla liscia a lungo. Fottuto paese di merda che non so non amare. Italia mia.

16 12. Passare da Roma il Primo Maggio e non fermarsi al concerto è un po come bestemmiare in mezzo a piazza san Pietro. Sorrido di me stesso e mi rivedo, ieri pomeriggio, lì in terza fila, aria assente, sardine umane. Ci pioveva in testa, ma a nessuno importava. C'era troppa altra emozione di cui essere zuppi, in quel momento. Chiudo gli occhi e rivivo l esatto istante in cui è entrato Nicola Piovani, si è seduto al pianoforte e ha iniziato a suonare il suo premio oscar. Qualcuno non ascoltava, molti bevevano, tutti ubriachi di felicità. Io lo guardavo senza riuscire a smettere, tutto intorno a me la vita era un'esplosione fortissima, ma quella musica sovrastava il mondo intero. Riapro gli occhi e respiro profondo, ma di nascosto. Hai ragione tu, Nicola. Ho 23 anni, e la vita è bella. Incredibilmente. Oggi invece mi sono concesso ad una passeggiata in centro, per salutare quei monumenti che ogni volta li vedi e sembra che gli hanno cambiato qualcosina, sono ogni volta differenti. Mi siedo in Piazza di Spagna, voglio riposare un po'. Un mare di gente sale e scende da questa scalinata maestosa, come un'onda stanca che prova a risalire lo scoglio. Sul muretto c'è una ragazza straniera, sola, con gli occhiali da sole, intenta a flirtare con il sole, senza troppa fretta di scoparselo veramente. Davanti a noi, come fossimo volti da copertina, decine di persone ci scattano foto, tutte uguali, mille foto. Che ti viene da chiederti perché accidente non ne fanno una per tutti, di sta benedetta foto, scambiandosela poi con Dropbox. Forse il problema è che ogni cosa, seppure sempre identica, nasce negli occhi di chi la guarda, in modi totalmente differenti, per ognuno di noi, come io e Nicola Piovani, ieri pomeriggio, sotto la pioggia. Forse è questo il segreto che rende quelle mille foto tutte diverse tra loro: L'emozione di chi preme il tastino nero. Prendete e scattatene tutti.

17 13. Sul treno per Lamezia Terme, accanto a me. Una coppia chiacchiera. - Amore, vuoi da bere? - No no, sto bene. - Hai visto che belle foto abbiamo fatto ieri al ristorante? Guarda, ce le ho tutte qui sullo smartphone. - Dopo le guardiamo a casa tesoro. - Va bene. Ma dici che sarà bello l'hotel giù a Siracusa? D'altro canto su Trivago abbiamo sempre trovato buone offerte... che dici amore? - Ma sì. Vuoi una caramella? - Sì dai, ma di quelle all'arancia che lo sai quanto sono buone. Chiedi al giovanotto se ne vuole una. Marco, giusto? - Grazie signora, sto bene così. Settant'anni ciascuno, mano nella mano. Bellissimi, eterni e bellissimi. Ecco cosa sa fare l'amore, alle persone. Eccolo qui accanto a me, su questo intercity Roma-Siracusa. L'amore è non invecchiare mai, finché si è vicini. Mai.

18 14. Ci sono i tuoi tredici anni, due ruote a rincorrersi, un sellino in mezzo a separarle e un manubrio per governare il mondo. C'è l'aria d'estate che non si rassegna a scompigliare i capelli, a far lacrimare gli occhi. Poi c'è il destino che a volte decide di spezzare, di urlare forte in faccia. Decide di poggiare la matita per impugnare la forbice. E allora taglia, lo fa a caso. C'è un'auto in corsa, due traiettorie che non dovrebbero incontrarsi. Eppure lo fanno. Un rumore inascoltabile, come un tuono che rimbomba nella notte. Il buio. Un elicottero. Una lotta troppo grande per un cuore così giovane. La partenza. Tante candele accese, la notte che si inginocchia in tuo onore, il silenzio che fa male come mille spade. Il rosso e il nero a salutare un piccolo campione, troppo piccolo per andare via. Le parole che mi scappano via dalle mani, corrono veloci e partono da dentro l'anima. La lacrima che mi accarezza il viso, porta il tuo nome scritto sopra. Ciao piccolo faraone, esulta da lassù per ogni goal che segnerai, correndo tra le nuvole. Omaggio a Francesco, tredicenne vittima di un incidente automobilistico.

19 15. Notte fonda, torno a casa da solo. Cammino lungo il parco che costeggia il comune, casa mia è dall'altro lato. Sembra che nel mondo siano rimaste sì e no quindici persone, e che nessuna di esse viva in questo emisfero. C'è così tanto silenzio che persino le formiche fanno la voce grossa. Ne schiaccio una per sbaglio, le altre imparano la lezione e la smettono di urlare. Mentre cammino, a stento mi rendo conto che un cane di taglia media mi si è affiancato e sta camminando con me. Non si volta neanche a guardarmi, un saluto, una stretta di mano, niente. Capirai, è un cane. Fatto sta che mi ritrovo a camminare con lui, uno accanto all'altro, come due amici di vecchia data. Il mio socio devia leggermente a destra, verso la strada. Sembra sicuro di quel che fa, e non posso che obbedire. C'ha carattere sto stronzo. Arriviamo alla strada, e ci fermiamo sul marciapiede. Le strisce pedonali tagliano l'asfalto fino a toccare l'altro estremo, come un ponte che collega due sponde. Alla fine di quel ponte, un uomo di mezza età, in mutande e canottiera, mi osserva. In piedi, immobile, con gli occhi puntati verso di me. Dopo una manciata di secondi, inizia ad attraversare la strada. Io resto immobile, non so neanche cosa potrei fare, se non restare immobile, lasciandomi travolgere da tutta quell'assurdità. L'uomo mi arriva di fronte, ha gli occhi visibilmente lucidi. E il viso leggermente graffiato. Continua a guardarmi negli occhi, di nuovo immobile, il mio volto ha l'espressione di un vaso quando sta per infrangersi contro il pavimento. Muto terrore. - Torna indietro Marco, ormai è tardi. Mi sfila uno dei miei braccialetti dal polso, potrei provare a fermarlo ma non so più muovermi. Il cane lascia il mio fianco e si dirige verso la strada, a passo lento. L'uomo si volta, si infila il bracciale al polso ed inizia a camminare accanto all'animale. Poi mi sveglio, ma stranamente lo faccio senza fretta. Mi tocco il polso, conto tutti i bracciali, li conto un paio di volte. Ne manca uno. Mi alzo di scatto, corro verso il bagno, mi sciacquo il viso con l'acqua fredda. Mi tiro dritto, mi guardo allo specchio, tutto questo non ha senso.

20 Poi lo vedo. Sulla mensola del mobiletto, a ridere di gusto, il bracciale mancante. - Lo hai lasciato lì ieri sera, prima di entrare in doccia. Cretino. Ok, cervello, questo scherzo me lo paghi con i cazzi.

21 16. La pioggia picchietta sul vetro, suona un ritmo che segue logiche difficili da capire. La lancetta dei secondi dell orologio, appeso al muro, continua a fare footing senza tregua, mentre quella dei minuti se la prende più comoda. Quella delle ore, poi, morirebbe di vita sedentaria, se non fosse per quei ventiquattro passi al giorno che gli tocca fare. Accanto al letto, sul comodino, Edgar Allan Poe riposa placido, in attesa che lo riprenda tra le mani per sfogliarlo. Ma non è questo, il momento. Questo momento appartiene a lei. Le accarezzo i capelli, è bellissima e sottile, quasi trasparente, da confonderla con le lenzuola. Le accarezzo il viso con tre dita, lei socchiude gli occhi assecondando con l espressione del volto la linea che traccio. - Facciamo un gioco. - Che gioco? - Facciamo che io chiudo gli occhi, faccio un respiro e conto fino a tre. - E poi? - E poi facciamo che quando li riapro tu mi hai già baciato trecentoventisette volte. - Conosco un gioco migliore. - Tipo? E mi bacia direttamente.

22 17. Sabato sera, esco tardi, la mezzanotte è già alle spalle. Quando arrivo in centro, sono ancora tutti lì, seduti o in piedi, ad aspettare che sia abbastanza tardi per giustificare un "Vabbè noi ce ne andiamo." Uscire in centro città è noiosamente fantastico, se la città è la tua città. Conosci tutti, sempre gli stessi volti, le stesse parole, gli stessi saluti evitati. Eppure è calore vero, potresti uscire in ciabatte e pigiama, per quanto ti senti a casa. Sono quei piaceri che apprezzi solo quando sei lontano. Mentre chiacchiero distrattamente con uno dei tanti volti noti, mi sento toccare da dietro. Da almeno un paio di mani. Chiudo gli occhi e sorrido. Non c'è neanche bisogno che mi giri, per sapere che sono loro. Non l'ho poi neanche mai capita davvero, questa strana abitudine un po' di tutti, che eterna si ripete. Lo facciamo tutti, è talmente sciocco che fa sorridere a pieni denti. Sarà istintiva dimostrazione di intimità, di non imbarazzo, di affetto primordiale: Quando si è amici davvero, e ci si vuole bene, ci si tocca a sfottò. Il mio culo, da dietro i jeans, li nomina uno ad uno. Mi giro per dovere di cronaca e mi si parano davanti proprio loro, a semicerchio, con quel sorriso che ti dice "Eccoti qua, brutto cretino di un amico mio". E poi via, mezz'ora di battutine, di abbracci, di schiaffi sulla nuca, di risate, si va sotto a turno diventando la vittima, ma poi il giro va avanti e tocca a tutti. C'è sempre quello che sta sotto più del solito, ma poco importa. Credo sia sostanzialmente questo, uno dei motivi per cui amo uscire il sabato sera nel noiosamente meraviglioso centro città. Per sentire il mio culo indicarmi i miei amici, la mia nuca accettare gli schiaffi, le mie spalle ricordarmi gli abbracci. Per sentire il mio cuore sorridere, felice di essere a casa.

23 18. Prendo l'ascensore per andare al piano terra, sono di fretta ma la pigrizia vince. Premo il pulsante un paio di secondi prima di vedere due ombre voltare l angolo, di fretta. L istinto urla di premere il tasto di riapertura porte, il mio dito non fa altro che eseguire l ordine. Ed eccoci qui, io, un uomo di mezza età e suo figlio di otto anni circa. Ovviamente, il silenzio imbarazzante cade nelle mani del bambino, che lo spezza. - Perché sei così alto? - Non lo so piccolo... secondo te perché? - Non lo so... Poi ci pensa un attimo e riparte, - Ma tu quando eri piccolo la mangiavi la verdura? - Sì a volte sì... Magari è per questo. Tu ne mangi, verdura? Abbassa un po' la testa, quasi come se avesse appena perso a nascondino e fa - Io no, non mi piace. Uffa. La dolcezza è un bambino che dice Uffa.

24 19. Sono poggiato al bancone, aspettando il mio kebab. Dall'altro lato, il simpatico proprietario di colore lo sta preparando. Mentre prepara il mio, ne porta un altro paio ad un tavolo, poi corre alla cassa e stampa lo scontrino per altre tre persone. Aspetto con calma il mio turno, lui intanto macina i chilometri. Quando arriva a consegnarmi la mia busta, butto lì due chiacchiere. Lui risponde con un italiano perfetto. - Oggi sei da solo eh? - Eh sì, mio fratello è malato e mia moglie è a casa con il bambino. - Da soli è una faticaccia, a fare tutto... Non ti invidio... - Davvero sì. Ma ho una famiglia da mantenere, devo pagare tante tasse e c'è tanta concorrenza. - I vostri kebab sono i migliori, gli altri non possono competere! - Ma loro hanno prezzi bassi più di noi. - E come fanno? - Loro non fanno gli scontrini, noi sì. - Mi hai dato un motivo in più per continuare a venire qui. - Grazie, ma è dura davvero la legalità... - Da quanto sei in Italia? - Da 8 anni. L'Italia è una repubblica (af)fondata sul lavoro. Nero. Fortunatamente ho il mio amico dei kebab, che di nero ha solo la pelle, a ricordami che si può ancora vivere con la coscienza pulita. Forse più stanchi, più poveri e più penalizzati. Ma puliti, puliti dentro.

25 20. Nei cinque mesi della mia vita in cui ho vissuto a Granada, avevo ripreso a dipingere con una certa costanza. Dipingevo prevalentemente di pomeriggio, mi affacciavo dal terrazzo del mio bilocale al terzo piano, osservavo la vita tre piani più in basso e dipingevo. Non tanto quel che vedevo, ma quel che provavo. Ne venivano fuori quadri prevalentemente astratti, pochi dettagli chiari e molto colore mescolato con dell'altro. Ogni volta che finivo una tela, scendevo giù in centro e mi sedevo su una panchina, con la tela lì accanto. Aspettavo qualcuno che si avvicinasse. Puntualmente, dopo un certo lasso di tempo, qualcuno si avvicinava, - Bel quadro. - Grazie senor. - è in vendita? - Certo senor. - Quanto costa? - Un sorriso. La persona di fronte a me sorrideva, d'istinto. Io rispondevo al sorriso, gli porgevo la tela e andavo via. Era il mio modo di ringraziare la bellezza dell'andalusia.

26 21. Ore 3.00, la città è deserta. Torno a casa per una via secondaria, ci sono un sacco di posti di blocco e mi secca fermarmi facendomi fermare. Allora prendo una via piccola, giusto un paio di lampioni e troppa ombra a circondarli. Sul marciapiede, come fosse una pantera fuggita da chissà quale circo, una ragazza di colore, alta e (sembrerebbe) molto bella, cammina a passo sostenuto e parla al telefono. Avrà vent anni o poco più. Cinquanta metri dietro, un uomo sui quaranta le segue allo stesso ritmo. La cosa non mi piace, non so neanche il perché, ma fermo la macchina cento metri più avanti e aspetto. Dopo un minuto circa, mi sorpassa la ragazza e neanche se ne accorge, l'uomo invece nota la mia presenza e prende il telefono come per rispondere, guardandosi intorno. Faccio il giro lungo attraverso una via alternativa e fermo la macchina nella traversa successiva, provando ad immaginare la direzione della ragazza. Indovino. Mi raggiunge e sorpassa di nuovo, dopo un paio di minuti, e l'uomo sempre dietro. Lui mi nota ancora, io lo guardo fisso, lui riprende il telefono e sembra più nervoso di prima. Li seguo in lontananza con lo sguardo, poi appena voltano l'angolo mi sposto poco in avanti per vedere meglio. Lei entra in un portone alla fine di un vicolo, lui cambia direzione improvvisamente e va via altrove, continuando a guardarsi intorno. Ora, io NON LO SO perché l'ho fatto. Non so chi erano, quei due strani personaggi, non so chi era lei e chi era lui. Probabilmente non rivedrò quella ragazza mai più, per il resto della mia vita. Però stanotte, quella solitaria e inconsapevole pantera, è come se l'avessi accompagnata a casa, forse protetta. L'ho quasi amata, per quei dieci minuti, come si ama una sorella minore, una cara amica. Per quei dieci minuti lei è stata, una sorella minore. Una cara amica. Qualcuno di cui prendersi cura, nascosto nell'ombra, magari senza motivo. E lei non lo saprà mai.

27 22. Mangio fuori, mi secca cucinare. Il cameriere è gentile, scandalosamente tamarro ma molto gentile. Viene subito ad ordinare e mi porta subito il tutto. Mangio un panino con qualcosa da bere. 15 euro. Ecco perché è così gentile, sto cane. Poco prima di andare via, dal tavolo di fronte a me si alza una famiglia: padre, madre e bambina. Al padre cade dalle mani un fazzoletto di carta, come se niente fosse, e come se niente fosse continua a camminare verso la cassa. La bambina, accortasi del fatto, torna indietro, raccoglie il fazzoletto, corre fino al bancone e chiede al cameriere dove può buttarlo. Il padre sorride imbarazzato, accarezzandola sulla testa. La speranza nel futuro è un bambino che corregge un adulto.

28 23. Mi siedo distrattamente alla scrivania, apro la moleskine in una pagina a caso ed inizio a spararle addosso, come fosse un bersaglio e la mia penna un fucile. Prendi un mazzo di carte. Di quelle francesi, cuori, picche, fiori e quadri. Ogni carta rossa rappresenta un avvenimento positivo della tua vita, un gesto gentile, un incontro piacevole, un esame andato bene e un autobus preso in tempo. Ogni carta nera, invece, rappresenta un avvenimento negativo, un litigio, una piccola sconfitta, un errore prevedibile e un rifiuto immeritato. Nella tua mente non sono carte sparse, ma sono un castello che cresce di continuo, giorno dopo giorno, attimo dopo attimo, carta dopo carta. C è chi spera di mettere da parte le carte nere, costruendo il proprio castello di sole carte rosse. Ma quanto a lungo potrà crescere, un castello con cosi pochi mattoni? Altri, invece, preferiscono affossarle, le carte nere, metterle in fondo, nasconderle alla vista, affinché siano solo le rosse ad affiorare sulla superficie dei ricordi. Ma un castello dalle fondamenta marce, è un castello destinato a crollare. E allora non resta che mescolarle, metterle lì per come vengono, semplicemente. Perché la vita, le carte, le distribuisce a caso, e avere tra le mani tutte carte dello stesso colore, è una probabilità che non succede quasi mai. Ci sarà sempre una carta nera a rabbuiare una serie di bei momenti, ma ci sarà anche una carta rossa abbastanza forte da riuscire a sostenere il peso di tutte quelle carte nere. Non importa quante carte rosse ci siano, nel nostro castello, ma quanto forte sarà la nostra fiducia in esse. Anche in amore: Per ogni re, regina, jack di picche che arriva nella nostra vita, la forza sta nella consapevolezza che il prossimo potrebbe, finalmente, essere di cuori. Chiudo tutto e occulto il cadavere nel cassetto.

29 24. Tarda mattina, io e lei nel letto. Io sono già sveglio, sto leggendo Baudelaire. Lei dorme, con leggera agitazione. Poi si sveglia, di scatto. - Buongiorno eh... - Oddio Marco, ma te l'avevo detto che ti amo prima di addormentarmi? - Certo che me lo hai detto, come ogni sera. - Fiu... che spavento. E si riaddormenta.

30 25. Sono seduto su una panchina, mangiando un pacco di crostini. Un gatto mi passa davanti, distratto e freddo. Avanza con quell'eleganza che si misura in grammi, più grande è l'eleganza e meno sembra il peso. Avanza a peso zero. I gatti sono capaci di avanzare a peso zero, sono vento che soffia. Un vento freddo e distratto. Sembra voltare leggermente lo sguardo verso di me, come per salutare. Prendo un crostino dalla busta e lo lancio lì accanto. Lui lo guarda, mi guarda di nuovo con sarcasmo e continua a camminare per la sua strada. Io lo osservo andare via, il suo corpo ondeggia come fanno le donne alte e belle. Sembra quasi sensuale, probabilmente è un gatto femmina. A cui non piacciono i crostini. Subito dietro, passa una ragazza con i leggings viola scuro e gli scarponcini marrone chiaro. Bassina, con un sacco di curve in un sacco di posti sbagliati e l'autostima alle stelle. Un paio di occhiali da sole e la borsa Pinko a fare da contorno a quell'omicidio di buon gusto. Avanza con quell'eleganza che si misura in grammi, ma sembra pesare più o meno quanto Saturno. Prendo un crostino dalla busta e lo lancio lì accanto. Lei lo guarda, mi guarda di nuovo con leggero stupore e continua a camminare per la sua strada. - Di quel gatto non hai che la faccia di cazzo, le dico a bassa voce. Ma probabilmente lei non ha sentito. Oggi andrei benissimo accompagnato da un po di gin. Gin lemon. Nel senso che sono acido. Era una battuta. Fa niente dai.

31 26. Sono le 21:00 e mi vien voglia di correre. Ci penso su e decido che la cosa migliore da fare sia andare. Ma non mi dire, dici tu. Mi cambio, prendo il lettore mp3 ed esco di casa. Corro verso la parte alta della città, l'aria è calda e la musica mi incoraggia ad andare oltre. Non credo esista energizzante più efficace della musica, quando si va a correre. Oltretutto ho il lettore pieno di musica elettronica, il che accentua l'effetto. Così mi ritrovo, dopo circa mezz'ora, in centro. Passando davanti ad un bar, di quelli con i tavolini accanto all'ingresso, sento attraverso le cuffie un paio di ragazzini dire qualcosa verso di me. Non capisco cosa abbiano detto, ma tra quel qualcosa spiccava la parola "cretino". Mi fermo e resto per qualche secondo lì, con la musica spenta a capire se ho sentito bene. Il vociferare preoccupato dei due mi da la conferma. Mi giro e torno indietro a passo lento, arrivo fino al tavolino e tolgo le cuffie. Sarà che sono sudato e scompigliato, sarà che sono alto circa 30cm più di loro, ma davanti a me ci sono due pezzi di ghiaccio in camicetta e jeans stretti. - Guarda che non dicevamo... - Avete ragione voi, che accidente corro a fare a quest'ora? Beviamo una birra. Mi siedo al loro tavolino e chiedo tre birre. Inizio a parlare, aspetto che i miei nuovi amici sciolgano l'umiliante paura che li ha avvolti. Mentre bevo la birra, anche loro iniziano a parlare, mi fanno un paio di domande alle quali rispondo vagamente. Quando finisco di bere, mi alzo dalla sedia e sorrido. - Ci si vede E il conto? - Il conto è per le persone intelligenti, i cretini al massimo vanno a correre. Mi giro, metto le cuffie e riprendo per la mia strada. Fa sempre comodo incontrare un paio di teste di minchia, quando si ha sete.

32 27. Sono le 6:30 di mattina e io sono ancora qui sul divano, a studiare. Caldo e zanzare stanno per avere la meglio, non oppongo più neanche troppa resistenza. Intorno a me ci sono un branco di libri e quaderni cattivissimi, pronti ad azzannarmi alle palle. La bottiglia dell'acqua ai miei piedi è ormai buona per cucinare gli spaghetti, il frigo è lontano qualcosa come 163 km e ormai svenire sembra la soluzione più ragionevole. O dormire, che fa lo stesso. Dalle persiane chiuse il sole mi spia, si è appena svegliato anche lui e mi chiede sottovoce che caspita ci faccio sveglio a quest'ora. Ah, quanto hai ragione. Mi alzo, raggiungo la serranda e la sollevo. Il sole mi abbraccia con enfasi, è contento che gli abbia aperto e mi accarezza gli occhi. Sono anche io contento di vederti, certo. Nel palazzo di fronte, un piano più in basso rispetto a me, attraverso un balcone spalancato, si intravedono due persone su un letto matrimoniale, addormentate. Un ragazzo della mia età, ventitré anni su per giù, con qualcuno accanto. Guardo meglio, neanche a farlo apposta, sono troppo stanco per essere malizioso ma i miei occhi si soffermano un attimo in più. Accanto a quel ragazzo, preda del sonno, c'è un ragazzino di circa 6 anni. Due fratelli, probabilmente. Rimango lì ad osservarli per un po', sono qualcosa che sfugge al concetto di bellezza. Dormono come se nel mondo non ci fosse nulla di sbagliato, nulla di pericoloso. Stanno l'uno accanto all'altro come fossero protagonisti di una coreografia, riesco quasi a vedere il sangue che scorre da un corpo all'altro. Girati su un lato, entrambi sullo stesso, con le gambe leggermente rannicchiate e una mano sotto il volto. Sono perfetti. Rientro in cucina e bevo un sorso d'acqua calda. Qualcosa, dentro di me, sembra essere venuta meno. Qualcosa, che prima era dentro di me, sembra essersi catapultata accanto a quel letto, con quei due fratelli, ad aspettare che si sveglino per dirgli quanto fossero perfetti. La bellezza delle cose sta negli occhi di chi guarda.

33 28. Un ragazzo è seduto accanto a me, alla fermata dell'autobus, con una reflex al collo. Tutto intorno la città scorre come i fiumi a Novembre, il sole sonnecchia alto e il rumore delle auto dirige il traffico. Su un muretto, dall'altro lato della strada, seduta a leggere un libro, c'è una ragazza in ballerine e occhiali da vista. è magra, con i capelli rossi e le gambe sottili. Porta un ciondolo al collo e troppi bracciali al polso. Ed è bellissima. Il ragazzo con la reflex la osserva per qualche minuto, qualcosa gli è entrata in testa e non riesce più a mandarla via. Si alza, senza neanche sapere perché, attraversa la strada e si ferma ad un metro dalla ragazza, che alza lo sguardo dal suo libro e lo osserva leggermente spaventata. - Sì? - Mi aiuteresti a fare una foto? -... Una foto... di cosa? - Vorrei fotografare una cosa difficile. - Difficile... - Difficile sì. E tu puoi aiutarmi E a cosa dovrei servire? - Sorridi, per favore. Sorridi dolcemente. Lei ci pensa un attimo, poi si mette in posa e sorride senza capire cosa stia succedendo. Lui la guarda, immobile, la guarda con attenzione, come fosse un indovinello da risolvere. Socchiude gli occhi, leggermente, la concentrazione macchia il suo volto. La guarda, senza scattare nessuna foto. La ragazza sgrana gli occhi, continua a sorridere imbarazzata, annuisce leggermente con la testa come a chiedere che diavolo succede, le sue sopracciglia sono un'onda, le sue labbra sono una rosa. Si guarda intorno, continuando a sorridere e sentendosi idiota. Dopo una decina di secondi, lui sorride leggermente e si toglie la reflex dal collo, di fretta. - Presto, fammi una foto, presto. Primo piano EH? - Fammi una foto, scatta su, te ne prego Ma cosa diavolo...? - Dai scatta, fai in fretta sennò non funziona. Primo piano, mi raccomando.

34 Lei punta l'obiettivo e scatta una foto senza troppa attenzione. Lui riprende la reflex, guarda la foto appena fatta e sorride soddisfatto. - Perfetta, PERFETTA. Ti ringrazio, è davvero magnifica. - Ok, se volevi una foto di te stesso bastava chiederlo. - No no no, non volevo fotografare me stesso. Te l'ho detto, era una cosa difficile da fotografare. Ma è venuta davvero da Dio, l'hai fotografata davvero come volevo. - Ma cosa? Cosa avrei fotografato, scusa? - La nascita dell'amore, negli occhi di un uomo. Grazie ancora e scusa per il disturbo. La prossima volta che lo incontro gli stringo la mano.

35 29. Sabato sera d'estate, centro città. Passeggio e mi sento felice, c'è qualcosa nell'aria che sa di speranza. A Lamezia Terme, in questi giorni, si respira un'aria pulita: Trame 2013, la terza edizione del festival dei libri sulle mafie. C'è una grossissima calamita, nel cortile della biblioteca, abbastanza grossa da attirare tantissime persone: Pif, Il Testimone. Anche io, come tanti, vengo fortemente attratto da questo evento e provo a guadagnarmi un posto tra la folla. Impossibile. Il massimo che riesco a fare è piazzarmi in fondo, all'ingresso, con una madre e suo figlio. Il bambino è in piedi sul muretto, con uno dei dépliant del festival tra le mani, provando a leggere quel che c'è scritto. Ha l'età dei bambini che stanno imparando a leggere, e che quindi sono attratti da qualunque cosa abbia la forma di una parola, per il solo gusto di esercitarsi. Legge lentamente, e traballando, una delle frasi sul foglio: - Qu...questa...te...terra...questa terra divent...diventerà...belli...ssima...questa terra diventerà bellissima, mamma. La mamma si volta e lo guarda, sorridendo. Io mi volto e lo guardo, con il cuore fermo. I bambini ci riescono sempre, a farti emozionare.

36 30. ( Racconto vincitore del concorso letterario Una rosa in collina 2013) Domenica mattina, in spiaggia. L estate sorride alla vita, nel pieno dei suoi giorni. Il sole, senza troppi convenevoli, distribuisce baci per colazione. Un bambino, concentrato come se fosse il compito più arduo della sua vita, è intento a costruire un castello di sabbia. Ogni movimento è misurato attentamente, ogni dettaglio sembra non lasciare spazio ad errori o incertezze. A passi lenti, con le mani dietro la schiena, gli si avvicina una sua coetanea. Capelli lunghi e neri, costume a fiori e tante lentiggini sparpagliate sul viso. Si ferma a pochi passi dal cantiere, aspetta che l imbarazzo venga sopraffatto dalla curiosità. Quando si convince che sia passato un tempo ragionevole, fa un altro passo in avanti ed inizia ad intavolare una conversazione, proprio lì accanto agli attrezzi da lavoro: - Ma è il tuo castello? - Certo, non vedi? Lo sto costruendo io. - E che fai, ci vivi dentro? - Certo, è il mio castello, che mi proteggerà dal mare. - Ma non lo vedi che è troppo piccolo? Non ci entrerai mai dentro Il bambino si ferma a riflettere, a testa bassa, leggermente rattristato da quella consapevolezza. Poggia per un attimo la paletta, si pulisce gli occhi con il polso. Poi, dopo una decina di secondi, si volta verso la sua interlocutrice e passa al contrattacco, sicuro di quello che sta per dire. - Quando hai paura delle cose brutte, dove vai? - Io non ho mai paura delle cose brutte. - Io sì, e ogni volta che avevo paura, andavo dalla mia mamma. - Anche io vado dalla mia mamma. - E lo sai, lei, cosa mi ha sempre detto? -... No... - Che io sono al sicuro da tutto, perché lei mi porta sempre nel cuore. - Anche la mia mamma me lo dice, anche lei mi protegge. - E allora lo vedi, che anche il tuo castello è troppo piccolo per entrarci? Eppure ti protegge dalle cose brutte. Un cuore è molto più piccolo di un castello, eppure il cuore delle nostre mamme ci ha sempre protetti da tutte le cose brutte. Quindi questo castello andrà benissimo, per proteggermi da qualche onda.

37 Detto ciò, riprende tra le mani la paletta, sposta il folto ciuffo su un lato e riprende a lavorare alla sua fortezza. La bambina si siede lì accanto, ormai il tempo e le onde sembrano aver cancellato ogni impronta di timidezza. - La mia mamma è proprio lì, sai? Sotto l ombrellone, a fare i cruciverba. Mi chiama sempre principessa Magari posso fare la principessa del tuo castello. - Perché no? Sarà abbastanza grande per entrambi, vedrai. - E la tua mamma, come ti chiama? - Mi diceva sempre che ero il suo re. - Allora devi meritarlo proprio, un castello. - Già. - Ed ora, come ti chiama? - Ora lei non c'è più. - E dov è andata? - Eravamo in casa, in una notte di autunno. Mi sono addormentato, e quando mi sono svegliato la mia mamma non c era più. C era solo tanta confusione in casa. La bambina è leggermente confusa, non sa bene cosa capire, cosa dire, come posizionare le mani sulla sabbia. - È andata via? - Il mio papà dice che alcune brutte persone hanno provato a farci del male, e che la mia mamma ha deciso di andare in cielo per proteggermi meglio. Ora è un angelo. - - A volte sono triste, mi manca tanto. Ma quando penso che ora è un angelo, sono felice. Perché so che protegge me e il mio papà, ogni giorno, ci protegge da quelle brutte persone. - E perché quelle persone volevano farvi del male? - Credo volessero rubarci la felicità, credo fossero persone senza amore e allora volevano provare a rubare il nostro. Ma non ci sono riusciti, per fortuna. La mia mamma lo ha salvato. Il cuore di un angelo è un po più lontano, ma è sempre abbastanza grande da continuare a proteggermi. La bambina guarda la sabbia per diversi minuti, mentre lì accanto il suo nuovo amico continua con il suo lavoro. Poi si alza, corre al suo ombrellone e torna indietro, con un secchiello e una paletta tra le mani. Si siede lì accanto ed inizia a costruire un altro castello di sabbia. - Ehi, che fai? - Faccio un castello. - D accordo - Tu continua a costruire il castello per me e te, non preoccuparti. - Non è un castello per te, che stai costruendo?

38 - No, il tuo andrà benissimo per entrambi. - E allora per chi è, il tuo castello? - Per la tua mamma, un castello che la protegga dal mare. - Perché fai questo? - Perché se lo merita, ogni regina ne merita uno. La violenza non trova spazio, se quello spazio è pieno d amore. Perché l amore non necessita d altro, nasce da se stesso e in se stesso si completa. L amore vince sempre. Bello come due bambini sulla sabbia. Forte come le onde del mare. E invalicabile, come un castello.

39 31. Stasera ho visto in faccia il mondo. Tutti lì in piazza, tutti con gli occhi al cielo a guardare i fuochi d'artificio. Spettacolo classico, passaggi obbligati nelle tappe della festa patronale. Qualche cane abbaia, qualche bambino piange. Qualcun altro passa avanti senza guardare. Persone morte dentro, o mai nate. Poi, in lontananza, un uomo di mezza età e quella che sembra essere sua madre, braccio a braccio. Lui indica il cielo e ride ad occhi stretti, lei è bella come il tramonto visto da una spiaggia, sorride e si riempie le pupille di quei colori. Non saprò mai di cosa stavano parlando, cosa si stavano dicendo. Magari ricordando il passato, la gioia di quel momento che eterna si ripete. I fuochi d'artificio e il ritornare bambini, ogni volta. Stasera, mentre tutti guardavano i fuochi d'artificio, io guardavo in faccia il mondo. Negli occhi di un uomo e di sua madre, eternamente legati da un sorriso. E da valanghe di passato trascorso insieme.

40 32. - Mi aspetti in macchina allora? - Ok. - Vado un attimo e torno, ci metto un minuto. - D'accordo Paola. Paola esce dalla macchina, inizia a correre sotto la pioggia e sparisce dietro l'angolo. Ettore ascolta la radio distrattamente, battendo con le mani il ritmo sulle ginocchia. Guarda un paio di volte nello specchietto, come spiasse da una serratura. Dopo cinque minuti scarsi, lo sportello di destra si apre e Paola si tuffa sul sedile. - Wow, che acquazzone! - C'era molta fila? - No no, più che altro non c'erano le Camel. Ho dovuto prendere le Malboro rosse. Che merda. - Lo sai perché ti amo, Paola? -... Perché odio le Malboro rosse? - No. Ti amo perché tu non sei affatto, come mio padre. - In che senso? - Tu poi torni, ogni volta. Questa è da capire. Molto sottile.

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