COLLANA DI SAGGISTICA

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1 COLLANA DI SAGGISTICA

2 @ Il nostro indirizzo internet è: GIOVANNI BORRELLO All ombra delle ciminiere 40 anni di carbone e tumori a Savona IMPAGINAZIONE MICHELA VOLPE Copyright 2011 Fratelli Frilli Editori Via Priaruggia 31/1, Genova - Tel ISBN FRATELLI FRILLI EDITORI

3 Costituzione della Repubblica Italiana Art. 41 L iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana. La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali. Art. 32 La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell individuo e interesse della collettività (...) Art. 2 La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità ( ) 7

4 Unisco con convinzione la mia voce a quella di tanti uomini e donne savonesi, associazioni, movimenti, rappresentanti del mondo medico e scientifico e consigli comunali, mobilitati in questa vostra battaglia di civiltà e per la vita che da oggi diventa anche mia! In Italia vi sono, purtroppo, tante, troppe realtà simili a quella di Savona, dove i cittadini sono puntualmente estromessi, mortificati e posti di fronte al falso ricatto di dover scegliere tra il sacrosanto diritto a vivere in un ambiente sano e il progresso e lo sviluppo economico della loro regione. Dobbiamo spezzare questa ignobile propaganda: un alternativa è possibile. Dobbiamo opporci a questa arida logica del profitto, che non credo possa essere attribuita alla volontà di un solo uomo, ma ad un intero, complesso sistema che fa del dio denaro l unico parametro di valutazione e non si ferma neanche di fronte ad agghiaccianti cifre di morte Dobbiamo, tutti insieme, rimpadronirci della Politica, quella vera: ridiventare protagonisti, opporci a situazioni che non sono ineluttabili, ma decidere noi in quale mondo vogliamo che vivano i nostri figli!. LUIGI DE MAGISTRIS (Sindaco di Napoli, ex Parlamentare europeo) Sto seguendo il movimento che combatte contro il carbone della centrale di Savona. Per chi mi chiede aiuto, io sono pronto a servire, quindi in questo momento sono con i cittadini e i comitati contro il raddoppio della centrale. A me sembra fondamentale una presa di coscienza dal basso, attraverso una trasparenza totale, per organizzarsi e snidare quei determinati inte- 9

5 ressi economici che proliferano a danno dell ambiente e delle persone. Solo i movimenti come quello savonese ne possono prendere coscienza e tentare l unica strada percorribile.... DON ANDREA GALLO (prete di strada) A forza di trattare petrolio e carbone, i fossili sono diventati loro. Stiamo facendo una battaglia per il no al carbone, contro poteri incredibili. De Benedetti non risponderà alle 10 domande sulla centrale a carbone di Vado, lui è cittadino svizzero, il suo giornale la Repubblica edizione di Civitavecchia è contro il carbone perché è dell Enel, e a Savona non dice assolutamente nulla perché la centrale è la sua. Questi sono i veri killer seriali della nostra epoca. Della centrale di Vado ce ne siamo già occupati. Siamo ancora nell Ottocento, e queste persone si propongono ancora come i paladini dell informazione e del progresso. La verità verrà fuori sulle emissioni, sugli inceneritori. Camuffano degli studi fatti da esperti inglesi e francesi, rovesciano i risultati. Non c è più ritegno per questa gente, sono fuorilegge a norma di legge... La salute è ormai qualcosa che dobbiamo conquistare giorno per giorno.... BEPPE GRILLO (attivista politico) La quasi unanimità della popolazione, degli addetti alla sanità, della politica e del mondo civile savonese ha espresso democraticamente la sua decisione contraria all ampliamento della centrale a carbone e, nel mondo berlusconista, scopriamo che anche coloro che dovrebbero essere sensibili al sistema democrazia sono invece della stessa pasta: contano i soldi e il guadagno, non importa se realizzati con la morte dei savonesi, non importa se la contrarietà è universale. Gli affari, prima di tutto! 10 Questa gente è più velenosa e più cancerogena del carbone, anche se si chiama De Benedetti. Receda dal suo insano e folle proposito di colpire cittadini inermi che hanno solo la colpa di abitare nelle vicinanze della carbonaia maledetta. PAOLO FARINELLA (sacerdote, scrittore) I Verdi sono con voi savonesi in questa battaglia. In Italia la disinformazione scientificamente pianificata sulla questione energetica fa credere agli italiani che c è bisogno di energia. Allora basterebbe rendere noti i dati del GSE, ente gestore elettrico, per capire quale truffa sia stata organizzata ai danni degli italiani. In Italia le centrali elettriche producono oltre Mw, il massimo consumo si è registrato con un picco di circa Mw. Questo è un dato che dovrebbe far riflettere sul fatto che dietro la produzione di energia c è solo un business è un modello che disperde energia e che avvelena aria, campi, cibo e quindi la nostra salute e l ambiente. ANGELO BONELLI (presidente nazionale Verdi) Il carbone è la fonte energetica più inquinante, più pericolosa per la salute dell umanità. La CO2 dura in media fino a anni. Il ritorno al carbone sarebbe drammatico, disastroso. CARLO RUBBIA (fisico, Premio Nobel) 11

6 Prefazione Non stupisca che la prefazione sia affidata a me. In questa storia, dove compaiono tantissimi pupazzi, sono quello che fa meno anguscia. Che le torri della Tirreno Power non la contino giusta è chiaro a chiunque arrivi in autostrada da Ponente. Subito ne appare una sola, l altra si nasconde perfettamente dietro. Quando poi le vedi tutte e due, quella che in un primo momento ti sembra la più vicina, in realtà è la più distante. Tutto quest imbroglio visivo, questo trompe-l oeil, rivela senza dubbio la natura bifida e menzognera dell orribile manufatto. Quanti imbarazzi poi quando, in auto con gli amici, un improvvisa spussa ammorbava l abitacolo: È la Centrale!. Vergogna: la prima gallina che canta ha fatto l uovo! Dalle ciminiere esce solo vapore acqueo. Questo libro getta pesanti accuse al benefico aerosol, a chi ha sempre detto tutto va bene, a chi ha usato il ricatto dei posti di lavoro. E se i posti fissi fossero solo quelli al camposanto? E se le due torri dovessero essere ribattezzate Le Cimitiere? È una storia che insieme sgomenta e avvilisce. L unica speranza è che qualcuno venga a dirci: Ma questa è un opera letteraria di science-fantasy. Cosa si è fumato l autore? Cosa si sono fumati i suoi consulenti?. La speranza, come si sa, è l ultima a morire. Prima purtroppo muoiono le persone. VOSTRO GABIBBO 13

7 Ai numerosi esuli di lande desolate di cui nessuno ricorda più nulla; ai numerosi abitanti di quelle antiche lande di cui conviene sempre non occuparsi; a tutti gli esuli e abitanti di lande desolate che hanno respirato l intera tavola di Mendeleev.

8 Le città e la memoria Introduzione A Maurilia, il viaggiatore è invitato a visitare la città e nello stesso tempo a osservare certe vecchie cartoline illustrate che la rappresentano com era prima: la stessa identica piazza con una gallina al posto della stazione degli autobus, il chiosco della musica al posto del cavalcavia, due signorine col parasole bianco al posto della fabbrica di esplosivi. Per non deludere gli abitanti occorre che il viaggiatore lodi la città nelle cartoline e la preferisca a quella presente, avendo però cura di contenere il suo rammarico per i cambiamenti entro regole precise: riconoscendo che la magnificenza e prosperità di Maurilia diventata metropoli, se confrontate con la vecchia Maurilia provinciale, non ripagano d una certa grazia perduta, la quale può tuttavia essere goduta soltanto adesso nelle vecchie cartoline, mentre prima, con la Maurilia provinciale sotto gli occhi, di grazioso non ci si vedeva proprio nulla, e men che meno ce lo si vedrebbe oggi, se Maurilia fosse rimasta tale e quale, e che comunque la metropoli ha questa attrattiva in più, che attraverso ciò che è diventata si può ripensare con nostalgia a quella che era. Guardatevi dal dir loro che talvolta città diverse si succedono sopra lo stesso suolo e sotto lo stesso nome, nascono e muoiono senza essersi conosciute, incomunicabili tra loro. Alle volte anche i nomi degli abitanti restano uguali, e l accento delle voci, e perfino i lineamenti delle facce; ma gli dèi che abitano sotto i nomi e sopra i luoghi se ne sono andati senza dir nulla e al loro posto si sono annidati dèi estranei. È vano chiedersi se essi sono migliori o peggiori degli antichi, dato che non esiste tra loro nessun rapporto, così come le vecchie cartoline non rappresentano Maurilia com era, ma un altra città che per caso si chiamava Maurilia come questa. ITALO CALVINO, Le città invisibili, 1972 Look, look the horror! Vado Ligure è una cittadina di circa abitanti che si affaccia sul Mar Ligure. Verso ponente confina con la nota località balneare di Bergeggi, verso levante con la città capoluogo di provincia Savona. Alle spalle di Vado, nella piana alluvionale ricca di orti e quartieri, il Comune di Quiliano. Vado è stata un importantissima cittadina industriale nel XX secolo, ma era già nota nell età Romana come Vada Sabatia (qui Bruto, scappato dopo aver pugnalato a morte Cesare, ha trovato sosta); infatti è un importante zona archeologica dalla quale fin dal Seicento sono emerse meravigliose statue in marmo, villette patrizie e sepolture ricche di corredo. Ma purtroppo molti di quei tesori andarono persi; solo a partire dall Ottocento il parroco don Cesare Queirolo, storico e benefattore (non a caso proprio così Arturo Martini ha chiamato la scultura funebre intagliata nella terra refrattaria destinata ad accogliere le spoglie del parroco), condusse apposite campagne di scavo sul territorio parrocchiale e scrisse il primo libro sulla storia della città. Ancora nel Novecento tuttavia, il torinese Piero Barocelli non poté che sottolineare che a Vado si continuava a perpetrare una razzia di reperti e opere storiche. L industria aveva bisogno di spazi, non c era armilla bronzea o urna cineraria in grado di frenare la spinta industriale che in pochi anni trasformò una borgata di contadini e pescatori in un quadro di Sironi. Nemmeno negli anni Sessanta, anni recenti ma non per questo votati alla correttezza, le ruspe risparmiarono qualche metro quadrato di storia: si dovevano costruire nuovi impianti Fu lo scempio: al posto di cascine e galline ven- 17

9 nero eretti serbatoi pieni di litri di micidiali sostanze esplosive e alti tralicci zirlanti tensioni cancerogene. Alle spalle delle case marinare del Porto un edificio Romano probabilmente funebre venne dato in olocausto allo strapotere della FIAT che lo rase al suolo in pochi minuti senza dir niente a nessuno. A tuonare, solo, contro quella politica di dispotismo, il fondatore dell Istituto Internazionale di Studi Liguri, Nino Lamboglia, uno dei padri della moderna archeologia europea. La rada di Vado, cento volte meglio di quella di Genova come scrivevano i capitani di mare secoli orsono, ricca di relitti sommersi, anfore, vasellame vario e chissà cos altro, fu destinata a finire sommersa da tonnellate di cemento. Tutto nel silenzio ebete dell impotenza, in barba al fatto che si tratta di una delle località più studiate nel campo dell archeologia sottomarina del Mediterraneo. Recentemente, in previsione di progetti mastodontici ed anacronistici (una piattaforma per container), gli archeologi hanno dovuto raccattare alla bell e meglio tutto quanto poterono tirare su dal fondale, prima che il cemento seppellisse per sempre il litorale rimasto fino ad oggi intonso. Questa è Vado Ligure. Quiliano invece è una località piuttosto tipica nel paesaggio ligure, è la località che si incensa d esser verdeggiante e dedita alla cura della natura sebbene si trovi a due passi dal veleno secondo medici ed esperti; per le frazioni dell entroterra, fasce e colture su terrazzamenti moderni sono lo sfondo quotidiano per decine e decine di cittadini che abitano nei complessi rurali tipici della zona e obiettivo caratteristico per quei turisti che s avventurano per i sentieri impervi. Vado da qualche anno ha mutato forma, le industrie storiche hanno chiuso i cancelli anni orsono, ora sono rimaste visibilissime solo le ciminiere e i serbatoi di alcuni insediamenti prevalentemente chimici, tra le palazzine e i grandi poli commerciali sorti sulle aree in precedenza calcate da folle di operai. E le ciminiere di una centrale termoelettrica 18 La forza operaia e l industria è sempre stata la forza di Vado, a tal punto che l arte e la cultura non hanno potuto fare a meno di tributarle onore nel secolo scorso. Arturo Martini, uno degli scultori più importanti del secolo scorso, vi si stabilì e vi plasmò opere cardine della storia dell arte; suo genero Roberto Bertagnin, tedesco di nascita, ha proseguito per la strada tracciata dal Maestro, vivendo e, ahinoi, morendo nella medesima dimora del suocero. Fu Bertagnin, impiegato all Einaudi nel dopoguerra in qualità di illustratore, a proporre il testo de Il sergente nella neve al diffidente Elio Vittorini (che sentenziò glaciale: Non sarà mai uno scrittore, rivolgendosi allo sconosciuto Rigoni Stern). Sulla scia di Martini innumerevoli scultori e pittori del posto si misero al lavoro raggiungendo la fama: Raffaele Collina, Mario Raimondi, Eso Peluzzi, Achille Cabiati, Renzo Bonfiglio, Marino Nencioni e molti altri artisti facevano capatine a Vado per trovare l amico trevigiano o per tributo alla sua memoria (come Comisso o Bacchelli); un fiorire artistico che non ha avuto eguali in molte altre zone d Italia. Città duramente colpita dalla guerra, liberata dai partigiani (la storia socialista prima, e comunista, poi di Vado è parte stessa della storia italiana e del resto il Presidente Pertini era di Stella, a pochi chilometri), divenne fulcro culturale nel periodo del neorealismo; la città delle centotré ciminiere accolse decine di maestranze e opere di artisti con il noto Premio Vado, artisti che poi si sarebbero rivelati tra i principali interpreti dell arte italiana. Come non notare, nella pinacoteca, lo sguardo penetrante dell operaio che ti scruta, nel momento della pausa, da una tela di Giuseppe Zigaina? Zigaina, fraterno amico di Pier Paolo Pasolini, colui che dopo la tragica morte del poeta ha fatto l impossibile con Laura Betti per farne conoscere l opera all estero, colui che ha dipinto i quadri astratti del film Teorema, il film scandalo del 1968 con Silvana Mangano, Massimo Girotti e Laura Betti. E infatti Zigaina s è dato presto all astrattismo, così come Alberto Sughi, altro nome eccellente della raccolta di quadri vadese. 19

10 Ma poi il tempo è passato l arte è sparita da Vado, o comunque non risulta più troppo evidente, così come quell atmosfera operaia e industriosa. E di quel tempo, delle belle speranze, sono rimaste solo le vestigia, purtroppo, di opere che destano negli animi tutte le emozioni possibili tranne che il rispetto. Delle industrie chiuse ci sono rimasti solo ettari di aree da bonificare e riconvertire. Che cos ha in comune la Vado di oggi con la Bergeggi bandiera blu dalle spiagge sassose, dall isola così pittoresca e oggi Area Marina protetta, del cuoco-disegnatore Ferrer e dei suoi amici attori, con la Spotorno di Camillo Sbarbaro e Mister David Herbert Lawrence, di Vittorio De Sica e Alberto Lattuada, dei villeggianti torinesi e milanesi, con la Noli di Dante Alighieri, Giordano Bruno e Michelangelo Antonioni, con la Varigotti dalle case saracene e dai carruggi affollati di divi del cinema e della televisione, di Gina Lagorio e degli artisti dello spazialismo, con la Finale Ligure di Italo Calvino, di Giovanni Boine, del Filelfo, dei siti preistorici più famosi del Mediterraneo, con la Borgio Verezzi delle rassegne teatrali, delle cave di pietra rosea ricca di fossili e delle apparizioni mariane? Cos ha in comune con la Savona dei Papi rinascimentali Giulio II e Sisto IV, di Domenico e Cristoforo Colombo, del Priamàr e della Torretta, del porto e della Cappella Sistina, con le Albisole della ceramica, delle spiagge, di Lucio Fontana, di Milena Milani, di Capogrossi e Asger Jorn, di tutti gli artisti del dopoguerra, con la Celle degli stabilimenti balneari e delle colonie, e con la Varazze del Beato Jacopo che scrisse la Legenda Aurea e del musicista Cilea? Solo una cosa: l inquinamento generato da una ben precisa fonte, quella che gli americani appena sbarcati dalle navi da crociera a Savona scorgono fuori dai finestrini del pullmann che li sta (de)portando verso più caratteristiche località nelle vicinanze (Bergeggi, Spotorno, Noli, Varigotti, Finale appunto) e fa loro affermare: Oh God! What what is it? It is it s impossi- 20 ble, there is a city, there are too much people under that orrible building!. E giù fotografie per immortalare quell anomalia italiana. Qualcuno osa chiedere: Excuse me... but... but... ma non sa come imbastire la domanda. Qualcuno indica la vetta di una delle ciminiere, sporca di carbone, di polvere nera: Look, look at the end of the chimney! Look, it is black, black like coal! That is coal! O God!. It is impossible! Why in Italy? Why?. E per tutto il viaggio l indelebile ricordo di quell orripilante visione piazzata proprio in mezzo ad una rada così popolata li convince d esser davvero sbarcati in un mondo lontano anni luce dal loro american dream, un mondo sempre più simile alla distorta (distorta?) immagine machiavellica, oscura e romanticamente lugubre che il mondo s è fatto dell Italia. Un tempo gli stranieri arrivavano a Vado durante una breve sosta del loro grand tour ma ne potevano apprezzare la calma. Gli ultimi adepti di quella tradizione, i coniugi inglesi Berry, purtroppo negli anni Trenta constatarono già l avvenuto disastro urbano nel loro libro Alla porta occidentale d Italia. Figuratevi gli attuali vagabondi anglosassoni da che sensazioni sono mossi! Little John mi chiamano Little John, all inglese, così per simpatia, visto che sono ancora troppo young per darmi del Mister oh Little John, ma come fai ad abitare in così terrible posto? This isn t questo non è posto sano. Io da picchilina picchilina, non è un amore che questo misto di siciliano da sempre udito nel ristorante di Little Italy riemerga fuori in questa circostanza? vivevo near an atomic power plant, do you understand? Ok, but quella non era sporca di carbone come tua power plant! Sono stata un sacco di volte da my aunt Lizzy, in nord di Inghilterra: paese di carbonieri, tutti cottage di mattoni rossi sporchi di carbone my aunt Lizzy, o shit!, was dead after è morta dopo lunga malattia, come mio zio Oscar e mia cugina Babette. Oh, Little John! My dear Little John, please, flee to run at the top of one s speed! (Mio caro piccolo Giovanni, ti prego, scappa come il vento!). 21

11 Eggià anche loro hanno constatato che la città dalle centotré ciminiere è sparita. Ma hanno notato assai bene quelle due che in sé racchiudono da sole tutto il potenziale inquinante della città scomparsa! Cantami o diva... del mondo all ombra delle ciminiere Un paesaggio è tutto ciò che in esso s è sviluppato, accresciuto e magari anche distrutto nell arco di un tempo vastissimo; ivi compreso l elemento uomo, che anzi spesso ne è il protagonista. Ricostruire momenti di una vita in un determinato contesto; fu questo il primo obiettivo del libro. E i protagonisti dovevano essere i cittadini del quartiere dei Griffi, il quartiere all ombra delle ciminiere della centrale elettrica di Vado, così come i vadesi, i savonesi e tutti coloro che in un qualche modo avevano ed hanno a che fare con l impianto. Consciamente come nel caso di cittadini, operai o amministratori o inconsciamente come persone di paesi dell entroterra che senza saperlo hanno respirato o respirano inquinanti invisibili subendone conseguenze. L intenzione era non solo di parlare della storia della centrale elettrica, ma anche di ricostruire (in un ampia e accurata sezione dell appendice che si trova in fondo a questo libro) le verdeggianti pianure delle zone Griffi e Cosciari che l avvento della moderna tecnologia aveva sacrificato, come scrisse Giacomo Saccone, studioso indipendente che ha non pochi punti in comune con il mio metodo di indagine. Fu lui tra i pochi a sottolineare come le verdi e fertili campagne, le colline basse e alte, investite dall insediamento di impianti industriali o dalle esalazioni velenose provenienti dai camini e ciminiere, cambiarono radicalmente il loro aspetto naturale. Tuttavia non fu cosa facile e le difficoltà furono moltissime. Nei libri già scritti su Vado e Quiliano non c era nulla. 22 Niente di niente; lessi e rilessi accanitamente i più importanti storici del posto, ma di interessante non vi trovai che qualche informazione sporadica e citata per grazia ricevuta. Però anche qualora avessi trovato qualcosa di interessante, chi me lo diceva che si stava parlando proprio dell area che avevo preso in esame? I toponimi sono talmente cambiati col tempo che avevo serie difficoltà; cosa ne sapevo, ad esempio, se Bernardina e Angeleta Bonelle erano soprannominate di Bricheto perché abitavano alla Bricchetta di Vado (cioè nei pressi della centrale), o in un altro bricco a Quiliano, Valleggia o Zinola? Quelle due donne furono citate da Caterina de Bono, diciannovenne quilianese che nel 1606 si era confessata strega e che s era messa a fare i nomi di tutte le altre donne di Satana del comprensorio (pensate un po dove mi sono andato a cacciare per riuscire ad avere qualche notizia in più!). Stavo facendo qualcosa di nuovo, nessuno aveva mai tentato di fare un operazione del genere. Tutti parlavano della centrale perché dava problemi, ma quanti si chiesero cosa c era prima della centrale e chi viveva in quel posto? Era inverosimile pensare che lì, in una zona di confine tra due comunità, non si incontrasse che inutile boscaglia. Ricordo perfettamente l incontro che avevo avuto, diversi anni fa, quando ancora non avevo incominciato a scrivere nulla sebbene avessi un block-notes imbrattato dalla prima all ultima pagina di appunti, con uno dei sopraccitati storici: mi trovavo in una biblioteca e seduto ad un tavolo posto innanzi a centinaia di volumi incasellati in lunghi scaffali polverosi mi venne presentato da non ricordo più chi il luminare. Sta facendo una ricerca storica su Vado, lei che sa tutto forse lo può aiutare sentenziò la voce del mio accompagnatore di cui ora faccio fatica a ricordare i connotati e il nome. Chiedi pure mi rispose lo storico e allora azzardai: Lei cosa sa riguardo a quello che c era prima della centrale elettrica di Vado?. Da come la so io, non c era nulla!. E questo lo pensava uno storico che, sinceramen- 23

12 te, poteva anche non ritenere affatto importante soffermarsi sulla zona che a me invece interessava. Qualche anno dopo però, invece della semplice ignoranza (e dico ignoranza in senso buono, ovviamente, cioè da intendere come reale mancanza di informazioni su di una questione), per bocca di tutt altra persona, percepii un orgogliosa indifferenza e questa volta riguardo alla sorte di un certo numero di cittadini. Una calda e soleggiata mattina di luglio di non molto tempo fa mi trovavo in macchina con una signora di Varazze a passare sull Aurelia nei pressi di Zinola, direzione Vado. Non è il caso che racconti chi ella fosse, come la conoscessi e cosa dovesse fare da quelle parti; basti sapere che era sui quarantacinque anni, sposata, con un figlio che andava alle elementari, piuttosto simpatica, per nulla provata dalla vita che pure pare si fosse particolarmente accanita sulla sua svampitezza, aveva un buon lavoro che non è il caso che specifichi e non vedeva l ora di tornarsene alla sua tanto deliziosa cittadella, appena sbrigata la faccenda, per buttarsi a capofitto nel bel mare limpido. Il sole luccicava sul pelo dell acqua che a pochi metri dalla strada sciabordava nelle solite onde placide del mattino, la gente circolava mezza nuda sbuffando e sventolandosi qualche ventaglio sulla faccia paonazza e sudaticcia, l altoparlante dell arrotino echeggiava per facciate e androni cavalcando pesantemente la cappa d afa che gravava sulla costa con la sua voce da cinegiornale Luce: Donne è arrivato l arrotino affiliamo coltelli, asce, accette, forbici. E veniva sempre più voglia di aprirsi ancora un altro bottone della camicia e asciugarsi il rivoletto che incorniciava la tempia rovente tanto più il connubio aria torrida-desolazione del mezzogiorno estivo aveva come sfibrante sottofondo quella composta dizione per massaie d altri tempi. Poi, passata l ombra del borgo antico di Zinola, eccoci correre sopra al ponte che oltrepassa il torrente Quiliano in secca e l irruenta massa d acqua turchina che esce dalle tubature sotterranee che vengono dalla centrale elettrica per riversarsi nuovamente nel 24 mare da dove era stata risucchiata qualche chilometro più in là. A quel punto, più ci avvicinavamo alla meta, più la signora fissava da dietro i suoi occhiali da sole scuri e riflettenti la massa della centrale elettrica, le sue due alte ciminiere, i vortici bianchissimi e vaporosi che avvolgevano la struttura da quando il metano veniva pompato fin lì dalle steppe russe; ad un tratto, superata una muraglia di siepi, cipressi ed oleandri in fiore che separava la strada da un giardino, lo spettacolo della grande centrale dovette a lei presentarsi in tutta la sua grandezza: portò due dita alle lenti, si tirò giù sul naso l oscurità che la proteggeva dal riverbero accecante e con uno sguardo tra lo stupito e l incredulo stette a guardare la cosa fino a che i bisunti pannelli ondulati di eternit di un palazzo non le coprirono lo spettacolo. Allora rinforcò gli occhiali, si passò una mano sui capelli mori e abbozzò uno strano sorrisetto; a quel punto parlò: Ma, toglimi un po una curiosità: mi dici come cavolo fate voialtri a vivere con quel coso lì attaccato?. Beh, per quanto mi riguarda, io quel coso l ho sempre visto e quindi non ci faccio quasi più caso. C è e basta, non ci si può far nulla. È parte del paesaggio. Accipicchia che meraviglia di paesaggio che avete! Invidiabile. Quasi quasi vorrei far cambio con Varazze che è così banale a confronto. No, sul serio: non avete paura, non vi fa paura?. E che paura dovremmo avere? feci con aria da chi della faccenda non se ne intendeva nulla. Ah, credo che con l elenco di veleni sicuramente sputacchiati qua e là su tutte queste belle città dai giardinetti colorati avreste l imbarazzo della scelta. E te ti scandalizzi solo per questo? Pensa che una volta c erano anche tutte le altre industrie, doveva essere un toccasana inalare quell aerosol. Oh, me lo ricordo bene com era Vado ai tempi d oro. Fai conto che quando ero ragazza prendevo il treno per andare da dei miei cugini di Noli, quando la ferrovia passava sulla costa, e 25

13 appena si arrivava a Vado chiudevano tutti i finestrini anche se si moriva di caldo perché c era un odoraccio acre che non si poteva respirare. Me lo ricordo bene, sai. Per me i vadesi sono sempre stati un mistero, sembra che non si rendano conto della pericolosità della cosa. In effetti vivere qui è un po diverso che buttarci un occhiata di striscio ogni tanto; le cose vanno diversamente da come si crede. Si campa lo stesso, comunque continuai con tono distaccato e annoiato, come chi, qualunque fosse stata la conversazione, avrebbe comunque sinceramente sbuffato per la noia e il caldo. Sì, campare si campa ma chissà quanto si campa. Oh, le stime non sempre dicono tutto. D accordo, ma da quello che ho letto io e da quello che si dice in giro non è proprio una ridente località incontaminata. Ma cosa pretendi? Guarda che se la tua Varazze, così come la Portofino dei divi e la Bordighera degli artisti, si sono potuti permettere la notorietà di cui godono è anche grazie a Vado. Pensaci: noi siamo la città industriale per eccellenza, pochissimi ettari di pianura eppure eravamo soprannominati già negli anni Trenta la città dalle centotré ciminiere ; siamo la fucina che consente e ha consentito per decenni che il resto della Liguria, quella che conta, potesse essere conosciuta all over the world perché Mastroianni passeggiava sul lungomare e Madonna faceva yoga a tre chilometri dalla spiaggia sul ponte del suo yacht. Senza Vado che erogava energia e che faceva lavorare centinaia di persone che entravano e uscivano dalle fabbriche in massa come in Metropolis e che non si pigliava nessun altra città, te le sognavi certe immagini da cartolina. Noi siamo la Liguria che non si vuol guardare, la cruda realtà che mostra ai forestieri quanto sia costata e continua a costare la libertà da inquinamento di tutti gli altri cittadini rivieraschi. Siamo come i dimenticati dei manicomi, i disgra- 26 ziati dei reparti mutilati di guerra, i malati delle corsie di oncologia. Siamo quelli che non si devono vedere. Non si deve sapere come viviamo, altrimenti altrimenti verremmo ancora accusati di diffondere il panico tra la gente in maniera ingiustificata. Allora lo vedi che lo sapete anche voi del problema dell inquinamento! Lo ammetti, finalmente. Io conosco un sacco di gente che ha superato gli ottanta da un po e vive che è un piacere, senza problemi di salute. C è poi una centenaria, credo ne abbia centoquattro se non è morta nel frattempo che ha vissuto tutta la vita a ridosso del parco carbone (e da giovane si era sorbita le montagne di scarti di lavorazione di una cokeria) e non ha mai avuto problemi. Un giorno un gruppo di dottori che studiava l inquinamento le ha chiesto: Ma signora, perché non se ne va ad abitare verso monte, che qui ha tutto il carbone?. Sai cosa gli ha risposto quella? Carbone? E che problemi mi dà il carbone, scusino? È una vita che ci sto con il carbone: mio marito, buonanima, lavorava alle funivie e dieci anni fa c era ancora; mio padre tagliava legna per farne carbone nella tagliata e a me e alle mie sorelle ci chiamavano infatti le carbonine. Di cosa dovrei preoccuparmi?. È un caso, non ti stare a credere. Sì, un mistero della scienza. Bisogna vedere se gli altri della sua stirpe avevano anche loro i polmoni d acciaio. Non so proprio. Almeno adesso hanno portato anche un po di metano. Lei rimase zitta per qualche secondo. Le si leggeva in faccia un rimprovero, qualcosa come la finisci di fare l avvocato del diavolo? Cosa difendi a fare sto obbrobrio! ; e m aspettavo che mi avrebbe travolto di insulti, che mi desse dell ingenuo, dell illuso e dello stupido. E che della mia razza erano tutti gli altri del posto, indifferenti, incapaci di arrabbiarsi quando era il caso. E 27

14 invece le labbra le si tesero in un sorriso beffardo, da chi la sa più lunga e da chi non ha voglia, né tempo, di controbattere su questioni che per lei, in fondo, non erano che un balbettio distante parecchi chilometri dalla sua vita. E allora tenetevela la centrale. Guarda che bella che è: tutta soffusa dal vapore, guarda che meraviglia, che spettacolo. Tenetevele le vostre nebbie di Avalon. Le nebbie di Avalon. Poche parole dette con un sarcasmo spiazzante, eppure mi fecero un effetto stranissimo. Forse mi avrebbero fatto meno effetto i periodici elenchi degli ambientalisti con i nomi di tutte le sostanze mortifere che nel passato avevano intaccato gran parte dei cittadini. Le nebbie di Avalon. Rendeva effettivamente bene l idea di questo mondo a ridosso delle ciminiere, sospeso tra il quotidiano tam tam e la misteriosa realtà dei fatti. Passai la giornata a ripensare a quelle parole. Aprii un cassetto nel quale da troppo tempo giaceva una cartellina gialla, levai l elastico e presi in mano un blocco di fogli sui quali in un altro tempo avevo scritto qualche appunto, abbozzato qualche paragrafo, infarcito cartoncini colorati di fotografie di una Vado che non esisteva più. Ripensai all indifferenza. Riguardai quello che avevo scritto fino ad allora; non si trattava più di fare un saggio di qualche paginetta sulle memorie dei vecchi, da leggersi tranquillamente le sere tiepide d un agosto abbastanza clemente sul terrazzo o sdraiati sui lettini alla spiaggia; si trattava di far resuscitare un mondo perduto dal Nulla del presente. Perché è vero, in fondo: oggi, tutto attorno alla centrale, cosa fa baluginare l occhio se non piazzali, erba sporca e maltenuta e cemento a fiumi? Ma non è sempre stato così. Non mi importava nulla di scrivere la malinconica operetta che può piacere ai nostalgici o il J accuse che vorrebbe ridestare gli animi sopiti con qualche fine politico. Volevo solo far vedere a tutti che non era vero che prima della centrale non c era nulla. Volevo che tutti quelli che avrebbero detto Aaah, perché non siete solo le nebbie di Avalon? si fosse- 28 ro soffermati cinque minuti, dico cinque e non di più, su alcune foto, su alcune righe nelle quali magari si diceva che tra belle colline pezzate di verde un tempo si potevano fare due passi, si poteva scappare se in casa giravano brutte arie, ci si poteva distrarre a non far altro che pensare a nulla, ci si poteva incontrare con chi si voleva, si potevano urlare bestemmie o insulti o sconcezze se l umore tendeva alla rassegnazione, si poteva passare la giornata a zappare e ad innaffiare qualche metro di orto, si poteva spennare la gallina seduti su di uno sgabello appena fuori casa, si poteva dire qualche volta però, poteva andarmi anche peggio nella vita. Tutto lì era il mio obiettivo. Fino a quando non avessi concluso l opera non sarei stato tranquillo. Spesso, mentre andavo elaborando il libro, venni apostrofato con poco lusinghieri epiteti tipo: il sognatore, l illuso ; oppure mi arrivavano frasi come: Cosa sprechi a fare il tempo dietro a quella roba lì? Lascia stare, chi vuoi che la legga?. Ebbene, tanto più mi si faceva notare la presunta stupidità dell opera, tanto più provavo gusto nello scriverla; tuttavia non potevo fare a meno che pensare, vista l influenza nefasta di certe persone, al perché di questo mio accanimento ad una questione tanto particolare. Poi un giorno, alla terza revisione dello scritto, mi capitò di leggere Un indovino mi disse di Tiziano Terzani e mentre gli occhi percorrevano sempre più interessati le pagine del libro, mi imbattei in una frase-illuminazione: la storia esiste solo se qualcuno la racconta. Ecco, molto semplicemente se non avessi scritto in appendice al libro anche la narrazione del quartiere dei Griffi prima di essere profanato e calpestato dalle ciminiere, della sua storia e di tutte le problematiche inerenti l inquinamento della centrale nessuno sarebbe mai venuto a conoscenza del quartiere inteso non come semplice insieme di palazzine attaccate all impianto, ma come nucleo sopravvissuto di una contrada sacrificata da un certo tipo di politica per la causa del progresso, termine evanescente e ambiguo molto in voga quarant anni fa come oggi. La centrale stessa era percepita come pre- 29

15 senza architettonica e lavorativa, non come parte di una più complessa storia che aveva coinvolto e coinvolgeva ancora numerosi comuni e una marea di vite di cui nulla si sa. Deve essere ben chiaro però che questa pubblicazione non è un libro di storia; almeno, non è solo un trattato specialistico pieno di considerazioni più o meno dotte e arricchite da lunghe sfilze di note a piè di pagina. Non è una cronaca giornalistica; almeno non è solo una cronaca giornalistica simile a quelle che vogliono inchiodare al muro un indefinito colpevole con pagine e pagine zeppe di nomi, leggi e frammenti di documenti legali. Non è un pamphlet politico; soprattutto non lo è perché non è stato scritto con l intento di ledere una data casta che qualcuno potrebbe favoleggiare di aver individuato sui nostri lidi portuali. Non è un semplice saggio, non è un memoriale nel quale lacrimevoli ricordi possano lasciar indovinare l amarezza malinconica per un passato che forse era anche meglio dello squallido e degradato presente. Non è, tanto meno, un romanzo-verità, sebbene l impianto narrativo talvolta è scaturito spontaneamente e inaspettato al momento di rendere nel miglior modo possibile semplici vicende aneddotiche che ho creduto potessero ancor più dare il senso di un certo modo di vivere. Non è infine nemmeno un manifesto ambientalista, sebbene molte volte le vicende descritte potrebbero indurre a pensarlo. E ora che ho detto tutto quello che, secondo l autore, non è questo libro, lascerò libertà al lettore di interpretarlo un po a piacere; e se vuole può anche tranquillamente crederlo uno dei generi che ho riportato sopra, basta che si tenga l opinione per sé. Perché non so nemmeno io che cosa ho scritto, dopo tutto. Posso dire però come è nato: è nato da un esigenza, come un romanzo; l esigenza istintiva di rendere onore ad un mondo (quello dove sono cresciuto) che ad un certo punto è stato stravolto da vicissitudini nuove, moderne, e che quasi più nessuno sembra volersi ricordare o pare proprio non averlo mai saputo, immersi come si è nella celebrazione o denigrazione di quella nuova realtà sorta sui brandelli della precedente. 30 Sono soprattutto andato contro il luogo comune che abbaglia moltissimi: prima della centrale non c era nulla. Come è falso credere tutto ciò! E così ho iniziato a interrogare, a chiedere, a indagare, a cercare fotografie. Ma non fu cosa facile. Ho iniziato nel 2004, parecchio tempo fa ormai. E allora mi sarei accontentato anche di poco, di un ritaglio sgualcito di qualche libro che vagamente facesse cenno alla zona. E così, raccolte alcune memorie e venuto in possesso di alcune foto donatemi dalle mie fonti, iniziai a strutturare un libro. Ma ero pur sempre giovane e certe imprese non si possono che esaurire impietosamente in un barlume di quelle che erano le speranze iniziali. Non senza problemi, nell estate 2005 apparvero una trentina di copie che erano il risultato di quel primo tentativo di ricostruire quel mondo perduto. Fu una stampa in proprio, dopo aver constatato il costo proibitivo di una casa editrice del posto. Ne fui però entusiasta e consideravo la questione ormai conclusa. E invece no. Si sa (cioè, allora ancora non lo sapevo) l indagine storica è cosa che dà risultati interessanti se per metà è supportata da intraprendenza, capacità di organizzazione e una buona dose di cultura personale o furbizia, e se per l altra metà è assistita dalla cieca Fortuna che in qualche modo, nel buio della sua cecità, s è andata a fermare nell andito polveroso di qualche archivio o biblioteca assieme allo speranzoso studioso. Fu così che ad un paio di settimane dalla conclusione della fatica si era già delineato il desiderio di una nuova edizione, riveduta ed ampliata : la Fortuna, orba e ritardataria ahimé, s era fatta viva in un caldo agosto mentre sfogliavo un album di antiche cartine, così per curiosità; e quel giorno mi cadde l occhio su una di esse, ove era riportata ad inchiostro una certa casa in un certo posto che credevo aver completamente sondato nei mesi passati. Da allora fu una nuova e febbrile ricerca. Non ci saranno rivelazioni scottanti, scandalosi dossier, giaculatorie contro i magnati ladroni che fanno quello che vogliono. Quello lo facciano altri, personaggi informati sui fatti, poli- 31

16 tici, propagandisti, gruppi di contestazione. Io mi sono solo liberato di una ossessione, ho ridato vita a qualcosa che non c è più. Finito che avrai di leggere questo libro, spero non troppo noioso, caro lettore, nessuno eliminerà la centrale e vi ricostruirà colline e cascine, né mozzerà le ciminiere. Le ciminiere spariscono solo quando la nebbia umida e grigiastra d autunno s adagia su tutta la rada e s amalgama in vortici e sprazzi ai vapori della centrale. La ricerca di informazioni non fu affatto cosa facile: il materiale fotografico lo si poteva ricavare da qualche altro libro oppure bisognava andarselo a cercare in stile 007. Ma come ci si può credere in grado di affrontare una tale fatica quando ti viene detto da un importante fotografo della città che ha bruciato tutte le foto della zona?. E pensare che mica stavo minacciandolo o ricattandolo con frasi tipo: Tira fuori tutti i documenti sennò guai a te. E poi si dice che è difficile sapere esattamente che cosa si combinasse nella centrale in anni non troppo lontani, che cosa vi venisse bruciato eccetera io che volevo solo qualche foto d epoca, come quelle che tanti negozianti hanno esposte dietro il bancone, ho sudato le proverbiali sette camicie; bastava dire Enel che apriti cielo, era un vortice di Uh! Ah! Eh! Boh!. Neanche un Mmmh, mi sa di non avere niente, ci guardo ma non ti aspettare chissà che, era una zona poco fotografata. No, era subito un soprassalto allarmato, un repertorio di facce da actor studios che Carmelo Bene o Dario Fo in confronto sembrerebbero barman appena simpatici dotati di un non so che. Così, dopo aver fatto la parte di chi è salito sui calli doloranti di qualcuno mi sono deciso a lasciar perdere. Anche se ancor oggi mi domando cosa diavolo gliene sarebbe importato alla centrale se tu, fotografo, quasi cinquant anni dopo la costruzione mi avessi fatto vedere degli scatti in bianco e nero. E foto non se ne trovavano, e documenti importanti non se ne trovavano, e accedere a certi archivi civici o statali neanche a 32 parlarne. Eh ma sai non so, sono cose delicate, vecchie, non so sei in grado, mi sembri un po troppo giovane, ma devi proprio, adesso ho da fare magari più tardi fammi un colpo di telefono che provo a vedere se. Un odissea infinita che probabilmente non avrebbe dato grandi risultati. Il materiale importante non lo posseggono le strutture per tutti, si sa. Una di quelle giornate mi capitò di passare per un grande stradone poco frequentato; c erano due ragazzi sui venticinque-trent anni bardati di cinture e giubbotti fosforescenti un po gialli e un po arancione che misuravano con degli strumenti ottici un tratto che sarebbe di lì a poco stato percorso da una nuova tubatura dell acqua. Non potei resistere e così mi avvicinai ad uno di loro che, piegato sullo strumento nel tentativo di regolare la focalizzazione, aveva una fascetta attorno al capo nella quale aveva infilato un righello verde e incastrata tra l orecchio e il capo una matita da ingegnere. Gli dissi: Senti, scusa, ma tutti questi rilevamenti poi che fine fanno?. Finiscono in un archivio apposito. Ma si possono poi consultare?. Certo mi disse, e sfregando il pollice contro l indice nella più classica mimica delle palanche aggiunse basta averci questi e si può vedere quello che si vuole. Sicuramente da qualche parte c era un meraviglioso campionario con tutte le fotografie dei vari sondaggi e misurazioni fatte in zona, con panoramiche eccezionali dell area che mi interessava. Ma chissà dove bisognava cercare, chissà a chi bisognava chiedere. E poi, se Enti di ben più modesta importanza cercavano di aggirare la richiesta, immaginiamoci che cosa si sarebbero inventati se mai avessi osato Ripiegai sulle fotografie che scattò la gente dei Griffi, così come mi decisi a dare la priorità alle testimonianze orali piuttosto che fare voli pindarici su certe insicure notizie d archivio. E fu un ottima idea; c è qualcosa di stranamente malinconico e realistico nello stesso tempo in un ricordo sfocato, incerto e in uno scatto di polaroid che magari esiste solo perché bisognava rendersi conto se, inserito il nuovo rullino, la macchina 33

17 fotografica funzionasse a dovere. Gli scatti dei tecnici e dei responsabili dei lavori, per quanto perfetti dal punto di vista della testimonianza oggettiva, sono troppo statiche; certo, utilissimi ma si vuole mettere una foto a colori (cosa rara) nata per una svista, magari perché era scivolato inavvertitamente il dito sul pulsante del flash, dalla quale vediamo le caldaie della centrale in fase di costruzione o il basamento di una delle ciminiere non più alto di un muretto da giardino? E poi, converrà dirlo subito: non sono un grande estimatore dell oggettività a tutti i costi, non credo solo a quello che leggo, sento e vedo; devo necessariamente metterci del mio in quello che faccio, un opinione, un commento, quello che è. Per quanto possa essere modestissima, questa opera è comunque stata vissuta fisicamente: mi sono appassionato andando a perdere tempo negli archivi alla ricerca di ignoti toponimi, interessato quando mi venivano mostrate le vecchie foto e perfino arrabbiato quando sono venuto a conoscenza delle pessime (e ormai dimenticate) sparate di questo o quel tale esimio riguardo alla questione ambientale. E forse, non facendo parte di nessun gruppo e di nessun partito, ho più autorità di chiunque altro nel parlare liberamente di questa vicenda, in quanto alle volte parla lo storico e a volte parla il protagonista sconosciuto delle scelte altrui (abitando anch io all ombra delle ciminiere subisco conseguenze dirette). Man mano che si arriverà alle ultime pagine ci si accorgerà di una caratteristica straordinaria di questo libro: la caoticità. Le pagine in cui ho preso in esame la vita e le vicende politiche inerenti gli anni Settanta e Ottanta e riguardanti il problema dell inquinamento della centrale sono le più labirintiche del lavoro; questo è dovuto al fatto che le informazioni su cui si basano le ho estrapolate anche da diversi articoli di giornale del tempo e si sa che ciò che compare sui giornali va sempre considerato con i guanti, perché non si è certi di quanto dell articolo è stato scritto per riempire la colonna assegnata e quanto siano veritiere notizie. Forse però è la par- 34 te più riuscita dell intero lavoro perché rende molto bene, a tanti anni di distanza, il clima di insicurezza in cui ogni cittadino era costretto a far fronte: notizie non certe, scandali, rivelazioni scioccanti, eccetera. Un clima che in certi casi non ha mai smesso di caratterizzare il nostro territorio. Ciò che più mi ha sconvolto è stata la presa di coscienza che non mi era possibile affrontare la dolorosa questione senza filtro storico. Cosa voglio dire? Che essendo nato alla fine del XX secolo, degli anni Settanta e Ottanta, che non ho vissuto nemmeno bambino, ho una visione che trae la sua origine dalle vicende storiche e culturali che ho affrontato per piacere personale in anni recenti. Quelli, nella mia testa, erano gli anni ad esempio delle stragi, dei tentativi di colpo di stato, del fervore culturale, degli intellettuali impegnati; e poi il periodo del riflusso, della nascita della tv commerciale, delle ultime grandi avanguardie artistiche, della Milano da bere. Credevo che sfogliando le pagine dei giornali del tempo, leggendone gli articoli, vi avrei ravvisato in sottofondo una certa eco che li faceva automaticamente inserire in quella data fase storica. La sorpresa fu che non accadde nulla di tutto ciò per quanto riguardava la questione Vado. Non vi ho ravvisato alcun filtro storico. Dopo aver visionato quarant anni e più di vita archiviata, sono giunto alla conclusione che non ci sono stati anni di piombo o grandi movimenti politici che hanno influito in qualche modo sulla gestione del problema di Vado: trenta-quarant anni fa certe persone si lamentavano e chiedevano delucidazioni a Tizio, Caio e Sempronio per paura, insicurezza e ignoranza e Tizio, Caio e Sempronio rispondevano che era tutto ok; in anni recenti altri hanno chiesto e altri hanno risposto esattamente come i loro colleghi di qualche decennio prima. Un articolo di quarant anni fa, cambiato di data e aggiornato con nomi di personaggi contemporanei, potrebbe tranquillamente essere spacciato su un giornale di oggi come scritto qualche ora prima. È quasi mezzo secolo che si dicono le stesse cose sia da un fronte 35

18 che da un altro e come risultato ci sarà ancora, per i posteri, il privilegio di constatare che da anni si blatera senza soluzione su alcune questioni. Anche per questo mi sarei voluto fermare al 1989: mi sarei ripetuto praticamente all infinito se fossi giunto a scrivere del Qualcuno si chiederà: a che serve leggere tutto questo? Cosa può interessare ad un savonese, uno spezzino o quant altro della centrale di Vado o dei Griffi? L unica risposta che può venirmi in mente è piuttosto banale: deve essere una sorta di stimolo a ricercare e a comprendere le varie fasi storiche che hanno portato una certa località all attuale aspetto. L unica speranza, per dare un nuovo senso alla stitica ricerca archivistica fatta su larga scala sempre sulle solite città, è dedicarsi non alla città tutta, ma ad un quartiere, ad una via, anche solo ad un edificio o ad una fontana se di essa si riesce a ricostruirne una tutto sommato interessante storia; ogni particolare può arricchire, nel suo piccolo, la consapevolezza riguardo ad un luogo. E poi la città non sarebbe nulla senza i più modesti nuclei abitativi che la compongono. Sono centinaia le storie non raccontate che, entro breve, sarà impossibile scrivere, vuoi per la scomparsa di chi ancora poteva dare le giuste dritte a riguardo e vuoi perché nel frattempo la forma delle città va cambiando e le ruspe sono sempre pronte ad entrare in funzione. Passando per la costa savonese si vedono serbatoi e moderne costruzioni ovunque: magari, a dieci metri dallo sfiatatoio di un capannone, tre casette coloniche, mezze cadenti e mezze già crollate potrebbero far sorgere spontanea una domanda: Chi ci viveva? ed anche Prima di quelle muraglie di cemento ed eternit c erano altri edifici, c era un borgo?. Bisogna essere spontanei come bambini quando si osserva il mondo e noiosi come e più di loro quando si deve fare ricerca negli archivi così come nelle biblioteche e chiedere, chiedere sempre Lei sa mica, Qualcuno si ricorda?. Impossibile che prima o poi qualcosa che valga la pena non esca fuori, garantito. 36 Certo sono conscio del fatto che il libro non sarà completo. Però la perfezione è cosa rara. Ci saranno certamente imprecisioni, inesattezze, parti confuse e a qualcuno potrà sembrare un canovaccio piuttosto mal scritto che una penna più esperta e vivace sarebbe riuscita a rendere almeno interessante. Però se a qualcuno è risultato utile (magari non conosceva troppo bene la storia della centrale e delle problematiche ambientali che ancora tengono banco sui media oggigiorno e qui ha invece letto del tempo che fu), non male dal punto di vista divulgativo (qualche politico o semplice cittadino, rileggendo di problematiche che aveva già vissuto in prima persona, forse s è ricordato di alcuni avvenimenti dimenticati) e di gradevole composizione (e qui penso agli abitanti di un tempo dei Griffi, della Tana, ecc., intenti a ricostruire ricordi con le fotografie sotto gli occhi), allora sette anni di lavoro sono serviti a qualcosa. 37 GIOVANNI BORRELLO

19 Arriva il progresso

20 Iniziano i lavori I Comuni di Vado e Quiliano, cittadine della piana che si estende tra Savona e Bergeggi, negli anni Sessanta confinavano là dove, a ridosso dei bricchi d argilla, un quartiere di palazzine costruite da poco detto dei Griffi era rigoglioso di vita; poco più in là, lungo via Ferraris l arteria principale che unisce Vado con Quiliano il grande complesso abitativo della Valletta ospitava decine e decine di famiglie operaie (undici palazzine in tutto). Un tempo, secoli addietro, quella zona era già area di confine tra due comunità podestarili (sotto il controllo di Genova e di Savona) e prima ancora terra del vescovado medievale. Lì sulla sommità di una di quelle colline, di rimpetto al quartiere, si ergeva l antica dimora del vescovo, poi torre d avvistamento antisaraceno (la torre dei Griffi) ed in fine casa colonica. La gente viveva tranquillamente, con solo la vicinanza della SIRMA Ceramica Pozzi (ex Michallet) che non dava problemi dal punto di vista dell inquinamento. Aprendo le finestre entrava aria buona, che sapeva di pinastri, e la sera le rane gracidavano nelle peschiere e nelle pozze nascoste negli orti. Le lenzuola stese ad asciugare rimanevano candide e profumate. Proprio quell area, densamente popolata, venne scelta per la costruzione della centrale termoelettrica dell Enel. Iniziarono gli espropri, le cascine e le casette coloniche vennero demolite, i sentieri distrutti, tutte le colline sbancate. Da quelle infauste decisioni incomincia questa storia P.S. Per più specifiche notizie sulla zona dei Griffi e l area ora occupata dalla centrale si rimanda all apposita appendice in fondo al libro, ricca di informazioni storiche e fotografie inedite. 40 La ripresa economica dell area vadese, superata la fase di riorganizzazione e ristrutturazione degli impianti colpiti dai bombardamenti alleati, andò di pari passo alla crescente industrializzazione della penisola italiana. Con gli anni Cinquanta iniziò a delinearsi quel fenomeno di benessere tipicamente moderno conosciuto come boom economico, cioè l inizio del consumismo di massa; elettrodomestici (tra i quali la televisione e il frigorifero) e automobili (con le famose utilitarie) invasero il mercato. Vado, in quanto località costiera strategica, venne presa in seria considerazione da quella che era la più importante fabbrica del 41 La centrale in costruzione in una rarissima fotografia della seconda metà degli anni Sessanta; enormi gru si danno da fare per erigere i locali delle caldaie e camion e betoniere fanno la spola tra il cantiere e i depositi di materiale edile. tempo: la Fiat. Torino aveva bisogno di una modesta area portuale per l esportazione via mare di automobili per il meridione ma anche per il mercato internazionale (nacque allora l autostrada Ceva-Savona, meglio nota oggi come A6 e che collega il nostro capoluogo di provincia direttamente con Torino; i camion vi scorrevano per portare una gran quantità di merci dal mare al Piemon-

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