Autori Vari Racconti di periferie e altri racconti di periferie

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2 casa lettrice malicuvata via vizzani, bologna malicuvata.it progetto grafico: dogonreview.org impaginazione: giangi cavezzi illustrazioni: antonio tirelli Autori Vari Racconti di periferie e altri racconti di periferie I edizione: maggio 2010 II edizione: ottobre 2010 ISBN licenza creative commons: attribuzione-non commerciale-non opere derivate 2.5 Italia.

3 Gruppo Opìfice Racconti di periferie e altri racconti (di periferie) Casa Lettrice Malicuvata

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11 Dario Falconi Porco odio C erano tutti. Mi scrutavano torvi saettando improperi dai loro sguardi severi. C era chi pontificava tra quello che la scuola doveva essere e non era più; c era chi blaterava improbabili avvisaglie giudiziarie e c era, come poteva non esserci, chi smaniava per andarsene. La preside, dopo aver placato il tumulto con la sola imposizione delle mani, s avvicinò alla mia seggiola d imputato con fare ancheggiante. «Professore. Le chiedo per l ultima volta: lei conferma quello che sostiene?» m intimò in capriole di sopracciglia. «Anche» balbettai distratto pensando a voce alta un pensiero inadeguato. «Anche. Fianchi. Pressappoco significano la medesima cosa. Il vocabolario potrebbe annoverare una parola nuova: le fianche! Non male vero?!» Cercai condivisione ma trovai collerica animosità. Ero per tutti un fiancheggiatore. «Professore, adesso basta!» ribadirono con fiero piglio un paio di fiere. E via, giù, con una serie di rocamboleschi luoghi comuni col fare dignitoso dei minestroni delle pubbliche distruzioni. La scuola è così. La scuola è questo. La scuola è tuttavia. La scuola è giustappunto. La scuola è ma lei sa cos è la scuola. 11

12 Rigore. Disciplina. Autorità. Non riuscivo più ad intravedere il collega di matematica ma avrei giurato che da un momento all altro mi si sarebbe parato innanzi con la versione originale della Magna Charta. «Lei è disposto a fare una dichiarazione scritta di quello che va sostenendo?» il cosiddetto dirigente scolastico sollecitò una mia ammissione di colpevolezza. Lezzo di golpe. «Certo che sì» sostenni vivamente, «non vedo motivo di rimangiarmi la parola. Solo una volta mi rimangiai la parola: quando l alfabeto morse!» deflagrai in una risata irriverente che non trovò complicità ma solo accessi d ira. «Lei» ancora la fiancheggiante ingonnellata. «Persevera, quindi, col sostenere che Giannitti non bestemmia ma, altresì, suole esclamare spesso» S interruppe concedendomi la gloria della citazione: «Porco odio». Non volevo prendermi gioco di nessuno né tantomeno promuovere azioni delatorie contro la rispettabile istituzione ma io non udivo blasfemia dalla bocca fanciulla di quel ragazzino ma solo modalità alternative d imprecare aiuto. Senza padre e con una madre depressa in 12

13 una cella d appartamento d una provincia arida, la sua era esistenza rabbiosamente tediosa. Altro non poteva che inventarsi adulto che per lui, emarginato e senza riferimenti nobilitanti, significava essere cattivo. Boati di beoni ululavano la sciocchezza vile del tutti vanno trattati alla stessa maniera. E che la scuola è un ammortizzatore sociale? Quante volte mi si era riproposto il vomito maleodorante di questa scempiaggine spacciata per sacrosanta verità. Cazzate. A problemi complessi ci vogliono risoluzioni complesse. I ragazzini di oggi non sono quelli dell Ottocento, eppure tra poco qualche ministro tornerà a rimpiangere le scudisciate degli alteri maestri del secolo decimo-nono. Cazzate. Se io, insegnante di nuoto, ho due ragazzi di cui uno si regge a galla e l altro no, dovrò necessariamente avvinghiarmi al secondo per evitare che affoghi. Tutti hanno il diritto d imparare a nuotare. Ci si mette lì e si lavora di quadricipiti e polpacci, ma, porca puttana, si rimane in superficie. Perché se vai a fondo è finita e per riemergere non ti resta altro che aggrapparti agli altri. E allora si è perduti. Vinti. Schiavi arresi al desiderio di respirare autonomamente. Solo le piovre hanno tante braccia da offrire. E così, per il resto della vita, sarà sempre un percorso a tentacoli. Si trattava di sospendere Giannitti per la quarta volta e liberarsene definitivamente come proclamò inorgoglita la pettoruta professoressa di chimica. 13

14 Liberarsene definitivamente. Quelli come Giannitti sono il cancro e vanno eliminati perché non sono un buon esempio per i compagni di classe. Perché ci devono pensare le famiglie, mica sono la madre io! Perché è colpa soprattutto delle medie! Perché basta con questo assistenzialismo. Io e Giannitti avevamo un rapporto poco ortodosso. Io sapevo che non era in grado di restare più di trenta minuti seduto al proprio banco; lui sapeva che, suo malgrado, avrei dovuto fare lezione. Avevamo raggiunto un compromesso ratificato ufficialmente insieme con la classe e ribattezzato pomposamente con il velleitario nome di Banco di prova, suggellato dalle foto di rito e da strette distratte di mani dimenate. Lui, Giannitti, aveva il diritto ogni quarto d ora d alzarsi indisturbato ma senza recare fastidio al normale svolgimento della lezione. Ogni tanto s inveleniva emanando il suo proverbiale Porco Odio ma subito rompeva le righe in un rogo dirotto d autentiche scuse. Nei suoi temi sgrammaticati urlava tutto il suo disappunto d esistere, i suoi ingrati quattordici anni che non sapeva come spendere. Le sue storie abbarbicate a un muretto di amicizie deluse e di approcci sessuali troppo precoci da lasciarlo interdetto, fugaci ombre di gioia in un ginepraio mortificante. Scriveva male, certo. Ma aveva qualcosa da scrivere: della madre che venerava perché lo aveva cresciuto e che doveva proteggere da «quello stronzo infame che se la vuole porta via»; del padre, morto giovane, e delle sue 14

15 fotografie da bel calciatore e che lui «un giorno l avrei emulato (come è stato contento quando ha scoperto il significato del verbo emulare) perché professo io so forte a gioca a pallone; c ha presente Goran Pandev?!». Gli mettevo la sufficienza. Mai per accondiscendenza fasulla, né per patetica commiserazione. Semplicemente perché la meritava. E lui soleva venirmi incontro incredulo a biascicarmi, tra varie volgarità e porchi odii, uno sfuggevole grazie. Lo riconosco, quel Grazie era il mio trionfo. Dentro di me stuole di bellissime ballerine brasiliane danzavano un samba tumultuoso. Poco tempo fa una giovane maestrina d italiano era precipitata, quasi invasata, nell aula professori con occhi sgranati di miracolata indulgendo in un ossessionante: «Oddio, questi non sanno sillabare!». Gli avrei dato una capocciata all istante. E poi gli avrei chiesto: «Sillabami la parola Ca-poc-cia-ta!». Ovunque deresponsabilizzazione e acquiescenza di chierichetti docili, apostoli malfidi, cospiranti pilati impalati, destinati, loro malgrado, allo sberleffo tragicomico d una insopportabilmente frugale Penultima cena. «Ma perché dobbiamo costringere uno che non vuole venire a scuola, a venirci per forza?» vecchio ammonimento da docente lindo e punto e accapo senza macchia, e piccato. «Perché è civiltà» evasi in un bignami di socratica sapienza. «Non assecondare le volontà d un ragazzino ma bensì esaltare con ostinazione la propria acquisita maturità. È civiltà non essere arrendevoli di fronte a 15

16 chi è arreso; non essere vili di fronte a chi è vigliacco; non essere arroganti di fronte a chi è arrogante. È civiltà dimenticare il nostro miseramente egocentrico amor proprio e vivere ogni giorno per tramutare gli insulti di oggi nella riconoscenza di domani. Se allo sputo si risponde con lo sputo s inaugura un codice comportamentale che accredita quel gesto. Non solo: lo sublima. Incoraggio colui che è debole di valori ad abbracciare valori deboli. È così che la società si sta frantumando. Ingannevoli dispute tra cattivi allievi e cattivi maestri. Di-sputare, non se ne può più.» La concione d inadeguata eloquenza oratoria sortì l effetto d ammutolire tutti. Per qualche prezioso istante presupposi d assaporare la fragranza aerea del famigerato settimo cielo, senonché, a blandire il fatale incantesimo, s alzò il cenno d una vate vigorosa, irosa, in voga di vaticinii. «Ci sono regole che vanno rispettate. A un comportamento scorretto corrisponde una ragionevole punizione. Non c è da dissertare ma solo da applicare una norma!» «Se noi gli togliamo la scuola» mi sorpresi a urlare «a chi, al di fuori di essa, non ha niente, siamo complici del suo isolamento, della sua perdizione. Noi tutti saremo corresponsabili del male che egli ineluttabilmente stabilirà di fare agli altri e a se stesso!» Sibilò un passaparola di feroce contrarietà che s esalò asfissiante dalla gola biliosa della burocrate sovrintendente al presidio scolastico. «D accordo professore. Finiamola! Si metta a verbale che Giannitti verrà sospeso per quindici giorni con un 16

17 solo voto contrario, quello del professore. Le va bene così?» Mi rivolse un occhiata melliflua. Annuii. Dentro di me uno sbraitante coro gregoriano la stava mandando affanculo in latino. Una suggestione linguistica affascinò un riverbero di delirante corrispondenza. Frantumare e crepare. Crepare è sinonimo di morire ed è sempre subordinato all azione di chi frantuma. Tutto va in frantumi e si fanno le crepe. Se qualcosa crepa il decorso della frantumazione non può essere interrotto. La morte è fine a se stessa. Questo l assioma conclusivo della mia silloge di sillogismi. Quasi per forza d inerzia detonò nella mente una celebre poesia d Ungaretti. Di queste case non è rimasto che qualche brandello di muro Di tanti che mi corrispondevano non è rimasto neppure tanto Ma nel cuore nessuna croce manca È il mio cuore il paese più straziato 17

18 Questo era il mio stato d animo eppure m avevano raccontato che il nostro fosse tempo di pace. Qualcosa non torna? Giannitti non torna. È crepato. S è frantumato per sempre. Il solito motorino senza casco. Una parentesi di cronaca d un qualsiasi telegiornale dopo i servizi della politica e prima del meteo. Cose che accadono. Disgrazie. Fatalità. Nuove generazioni. Dolore. Gli amici dicono di lui. Dopo il marito anche il figlio, povera signora. Non è colpa di nessuno. No, non è vero. La colpa è soprattutto delle medie e di questo assistenzialismo esasperato. E che cosa è diventata la scuola? Un ammortizzatore sociale? Porco Odio. È colpa mia. 18

19 Marco Mazzucchelli La mattina prima di andare a lavorare Evado. Dalle non-stelle. Dall era dei parcheggi dei Bennet come sconfinati Ground Zero di provincia. Bagliori radioattivi, albe perenni. Ci prendono per il culo, i campagnoli, per i nostri cieli arancioni. Evado dalla mattina di tredici giorni fa, quando uscendo per andare al lavoro ho guardato mia moglie dormire, il viso voltato vero l armadio. Il suo zigomo pronunciato asiatico nascondeva la cavità oculare, e la fronte, col disegno dei capelli, assecondava l impressione che quella fosse la mezza faccia di un non-essere. Non riconoscevo quella testa, ne mancava un pezzo. Avevo paura che quella cosa si girasse rivelandosi. Evado da quella vita, dove sulla gente grava un tendone che trattiene tutta la merda che può riversarsi sulle nostre esistenze. Ho sempre visto un sacco di gente andare in giro sporca di merda, ma io no, sono sempre stato molto attento a tenere separata la mia vita e la merda che ci incombeva sopra. Poi ho avuto una ragazza, mi ha sposato, e queste due cose assieme hanno preso un coltello e hanno squarciato il tendone. La vita di merda è l omologazione. È lo stampino che le città moderne spingono verso le nostre teste, verso la settimanale colazione di sabato mattina all Auchan, 19

20 seduti vicino all entrata del supermercato che incalza, vicini a esseri osceni, brutture, i cui figli ne erediteranno le colpe genetiche. Guardavo ciò che pensavo essere la donna della mia vita, addentava croissant con uno sfondo fuori-fuoco di peli lanosi intricati nelle maglie di catenine, smorfie disgustose delle bocche, denti incatramati, pori saturi di sebo, e arroganza, e ignoranza, il mix letale, l infezione che rende marcescente il suolo che calpestiamo e accoglie le fondamenta delle nostre case. La vita di merda è dover iniziare con gli aperitivi alle dieci di mattina di sabato all Auchan [mi serviva], è stare in coda in autostrada per andare all outlet di Serravalle fumando erba, rigorosamente [mi serviva], è chiudere gli occhi e congelare la mente in coda all ufficio postale mentre chi è allo sportello strilla contro chi ci siede dietro, ancora [mi serviva]. Non potevo far altro che girare per questi grumi di cisti che sono le città, in un perenne stato confusionale. Quella mattina che sono quasi morto di paura davanti a mia moglie che dormiva, ho aspettato che andasse al mare dai miei suoceri per il weekend, ho presentato dimissioni consegnando le chiavi dello studio e chiesto e ricevuto metà dei soldi che mi spettavano. Ho prelevato e prelevato e prelevato. I soldi che erano di mia moglie e che avrebbero dovuto essere per nostro figlio. Non visto, ho venduto l oro. Ho ammazzato il gatto, poi l ho cucinato e mangiato, perché letteralmente mi straziava l idea di separarmene. Ho salvato su una memoria flash i miei video porno preferiti. Ho pensato se fosse il caso di salutare mia madre e la sua malattia degenerativa. 20

21 Ho deciso che no, non era il caso, così mentre dormiva le ho solo rubato i soldi dal portafogli. Ecco la rivelazione. Ecco come in queste ultime ore non ho fatto altro che annientarmi, rigettare la parte peggiore di me, mostrarmi. Da giovane non ero niente male, forse fin troppo corretto, e ora eccomi corrotto. Siete stati voi a trasformarmi così, siete stati tu e tu. Mi avete reso vecchio, reso brutto. Ricordo che per voi volevo diventare una persona migliore e ora mi rendo conto che la costrizione del vivere assieme era lì, dove se mi affacciavo per vedere le stelle vedevo solo un enorme sacchetto di plastica arancione che qualcuno mi aveva legato al collo. Avete scalfito la corazza delle mie buone intenzioni, avete limato e assottigliato, ma questo non è stato un lavoro che ha impreziosito, perché non lucidava, non smerigliava niente. Mano a mano apparivano in superficie il marcio, le croste, poi i tendini sfilacciati, i tessuti morti. Scotennandomi avevate trovato il vero me stesso, nella scala evolutiva ero l uomo che regredisce, e regredendo si dirigeva a est. Nella fattispecie, l uomo regredito ha guidato verso l Ungheria, per bagnarsi nel lago Balaton, rinascere nella palude del lago dove le ragazze dopo mezzora che sono fuori di casa hanno già l alito che sa di cazzo. Ero fermo in coda da cinque ore in autostrada e mi ripetevo che quelle erano le ultime ore della mia vita di merda. Ero sobrio, avevo buttato l erba dal finestrino. Ma fatemi solo raccontare del pomeriggio che vi sono arrivato, così è giustificato tutto quello che ho fatto. Fatemi solo dire del guidare sulla strada costiera, dei 21

22 villaggi che si susseguono come perle lungo una collana, i negozi di articoli per mare, i pochi vacanzieri sulle strisce pedonali, i teli mare appesi fuori dalle case a due piani, le visioni rapide del lago tra gli scorci, le vele dei windsurf, ragazze sorridenti che escono di casa. Lasciatemi dire della natura madida di questo posto, i canneti che iniziano a divorare le spiagge e i villaggi, e dopo, la palude. La natura che si rivela, marcescenze e parassiti abitano le nostre essenze più vere e lì, tutti, siamo diretti. Il mio arrivo alla parte più nascosta del lago, prima di Keszthely, camminare in questa natura slava, fendere i canneti con le mani giunte, lungo la passerella di legno verso l acqua stagnante, scoprire il lago a mollo nell arancione e verde oliva e ocra dei tramonti d estate. Lasciatemi dire del gulasch per cena e delle voci provenienti da una lontana festa di paese, le sento, voci di ragazze appena uscite di casa. Del mio camminare rasente la strada, nel buio deserto e pesto e pesto e pesto della notte transdanubiana, dell esserci nulla che illumini oltre il lattiginare dei miliardi di stelle. Non avevo mai visto niente pulsare così. E la boscaglia palpita anch essa, con le sue cicale e gli effluvi di clorofilla. Rieccomi primigenio, ululante verso il cielo, è giunta l ora che apra gli occhi di nuovo. Sapete cosa vuol dire, riaprire gli occhi? 22

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25 Marco Visinoni Paradise now Ho dormito ventidue giorni questo mese. Ventidue. Cinquecentoventotto ore di sonno ininterrotto, senza sogni. Mi sveglio alla clinica, l infermiera che mi ha accompagnato qui ventidue giorni fa mi osserva a lungo, indica i vestiti che ho lasciato su una sedia. Devono avere un aspetto migliore del mio, da come ci squadra a turno. Mi offre una sigaretta di saluto, mi tossisco addosso. È facile disimparare. Nel tragitto verso casa non parlo, la gola cerca di risollevarsi dal torpore e nessuno sull autobus fa caso a me. Attraversiamo i tre cerchi che mi portano a casa. Sono ancora addormentato, non vedo nulla. Leila, nell angolo, è immersa nella luce bianca, non si volta nemmeno alla chiusura del portone. Fuma anche lei, le gambe scoperte ricolme di piaghe. Mi avvicino alle sue spalle senza toccarla, le faccio sentire la mia presenza senza parlare ed è peggio che prenderla a schiaffi, peggio che mangiarsi l un l altro. Farei una doccia, l acqua è scomparsa dal quartiere. In camera la polvere ha sprofondato il materasso nel granito più di quanto ricordassi. Forse ricordo male. È colpa mia, penso. 25

26 Nel bagno lo specchio ha una Y centrale che lo divide in tre parti, i due trapezi separano le mie guance ma per un riflesso del vetro mi appaio estraneo, sbilanciato, sofferente sotto la mia fronte che nel triangolo mostra capelli bianchi e sottili, più sottili della barba che il sonno ha impedito di tagliare. Raccolgo un vecchio rasoio da una sacca abbandonata sotto il lavandino, è doloroso farlo così. Mezz ora dopo sono al lavoro. Raccolgo gli scarti del supermercato e a seconda della legge di riciclo mensile restituisco il cibo non eccessivamente masticato ai suoi scaffali. Questo dice la legge di riciclo mensile. La primavera è il periodo più tollerante, recupero tutto ciò che aprendosi sia privo di vermi e sostanze mucose. Lavoro sedici ore al giorno. Ne vorrei di più, il supermercato non è disposto a pagarmi tanto. A fine giornata torno da Leila, la trovo nel buio proprio come stamattina l ho trovata immersa nella luce bianca. Resto dietro di lei per qualche minuto, vado allo specchio e sono stanco nonostante tutto, nonostante le 528 ore di silenzio e quiete che mi hanno portato fino a oggi. Il giorno dopo incontro il capo. Non gli stringo la mano, lui non me la porge. Lungo le mie dita una melma informe di yogurt e frutta marcia. Il capo non ha espressione, ha due occhiali nei quali rifletto le mie pupille e mi vedo stantio, provengo anch io dal cassonetto che sto toccando. Il capo come ogni mese ha un calendario scritto a mano sul coperchio di un cartone per la pizza. È l unica occasione in cui ne vedo uno, nella testa scelgo sempre il nome di un ristorante e sono felice quando scopro di aver indovinato. 26

27 Mi chiama per nome, da quanto tempo nessuno mi chiama per nome. Dice che non era in programma che fossi qui oggi, dice che la giornata non mi sarà retribuita. Retribuita, così parla il capo. Mentre si allontana scopro di non aver indovinato il nome sul coperchio. Raggiungo gli altri alla mensa, l altoparlante gracchia e tutti insieme stringiamo i denti mentre il segnale si assesta su una frase pubblicitaria. Mi piace la pubblicità. Dice che la clinica è aperta anche questo mese e che il sonno non costa niente, il sonno fa risparmiare. Dormendo non puoi comprare, non puoi mangiare, dormendo. Torno al cassonetto e proseguo per altre cinque ore. Ogni tanto dal fondo del garage compare il capo, la giornata non pagata è un trucco per scoprire chi tiene al suo lavoro. A fine mese non sarò pagato, ma il capo saprà che si può fidare di me. Torno a casa, è buio profondo e dall autobus vedo lupi in giro per la città, si cibano dei cadaveri abbandonati. Molti morti sono stretti l uno all altro, sono morti di freddo mentre erano addormentati. Mentre io ero addormentato, penso. A casa Leila è seduta davanti alla finestra, senza toccarla le dico che non sarò pagato per oggi e lei non ha reazioni, i suoi occhi sono chiusi. Vedo che non si è alzata neanche per andare in bagno. L odore nella stanza non è insopportabile, ma è brutto e lascio la stanza premendomi il naso. La Y ritaglia il buio del vetro e non mi vedo più, solo le crepe emettono riflessi di luce. Dormo in terra, addosso alla sacca con il rasoio e le coperte per l inverno. Ho sete, ma non fa più così freddo, penso. 27

28 Il giorno dopo l autobus sbanda davanti a me, rischia di travolgermi ma l esplosione di una ruota lo fa sterzare e spegnersi contro una vecchia stazione di benzina, dall altro lato della strada. Vent anni fa si sarebbe incendiato. Ora si limita a un rumore di metallo contorto che muore in fretta. Mi muovo nel vento stringendomi con le braccia quanto posso, per fortuna i lupi dormono di giorno. Stasera ci saranno un altro autobus e un funerale collettivo per la strada. Arrivo dieci minuti in ritardo, il capo mi guarda lavorare da lontano per due ore, poi si avvicina. Mi dice di lavorare oggi, dice che non mi farà più lavorare per il resto del mese. Salto il pranzo, nelle ore successive conto i soldi che i due giorni mi hanno portato. Passo da casa, Leila è alla finestra, dorme. Senza svegliarla lascio le banconote e raccolgo una coperta da portare con me. Leila pagherà la stanza, mangerà quello che il supermercato spedisce a noi raccoglitori come contributo per il nostro lavoro, i resti recuperati dall immondizia e non riacquistati. Non comprerà un vestito per il funerale in strada. Non comprerà sigarette, non riceverà una pizza in un contenitore di cartone. Non verrà alla clinica a controllare che tutto vada bene. Alla clinica tutto andrà bene. Ventotto giorni e sarò fuori. Ventotto giorni. 672 ore di sonno, senza sogni. Ventotto, e sarò di nuovo fuori. 28

29 Simone Rossi Abbandono Oblio Deserto Abbandono La prima volta che trovo una stanza a Bologna è appena iniziato gennaio: mio nonno è ancora vivo. Costa poco, è singola, c è internet: basta. La tipa è gentile. Fricchettona, ma gentile. È vestita come il suo cane, letteralmente: lei ha i pantaloni verdi della tuta e una felpa rosa, e il suo cane pure. Rosa è anche il nome del cane. Le faccio notare questa cosa dei vestiti uguali (lei non se n era accorta). Ah, guarda! È vero! Non ci avevo fatto caso! Rosa, hai visto? Sei vestita come la mamma! Rosa è nera. È un mastino napoletano. Non c è problema, penso. Il cane non è mio, dice lei. Non c è nessun problema, penso. È del mio ragazzo, dice lei. Lui ha avuto qualche casino e allora l ha lasciato a me. Il tuo ragazzo è un punkabbestia, penso. Adesso probabilmente è in galera, e in galera i cani non ce li fanno entrare. Non c è problema. Non c è davvero nessun problema. Smetto di pensare, parliamo. Sparo subito i colpi migliori: suono, scrivo, tiro su la tavoletta del cesso, la ritiro giù. Beviamo un tè, lei fuma una sigaretta, Rosa dorme. 29

30 Torna la settimana prossima, dice lei. Ti faccio conoscere la mia coinquilina. Un week end di metà gennaio muore Tonino Gamberini detto Bartulò, di anni 82. Sua moglie se l aspettava, ma non se lo sarebbe mai aspettato. Sua figlia si ritrova a pensare che forse questa è una liberazione. Io mi ritrovo con mio nonno in una bara e il mio nome su una corona di fiori, e posso farci veramente poco. Però penso a una scena: la scena del nipote che chiama la nonna da un appartamento al sesto piano alla Bolognina, con i cani neri vestiti di rosa e la Verde Dorata Virginia, il Pratello monello e i muri con il pennarello, il cappuccio tirato su, la postura sbagliata e le notti a far finta di avere una macchina da scrivere, no, non ce la faccio. Come stai, nonna? Io sono a Bolo! La strada vede tutto, nascita e lutto! Ah, la scena culturale bolognese! Non puoi proprio capire, guarda! Come vuoi che stia, idiota di un nipote, tuo nonno è morto l altro ieri e tu vai a sputtanarti i soldi che non hai vivendo in una casa che non ti serve insieme a Rosa e alla padrona di Rosa, che il cane non è nemmeno suo ma del suo moroso punkabbestia. Infatti no, scusami nonna, non ci vado. Rimango qua. Rimango a Forlì. Anzi, no: in provincia di Forlì. Mando un messaggio alla fricchettona: Scusa, è successa una cosa brutta. Non ci vengo più a Bologna. Scusa. Dai pure la stanza a qualcun altro. Scusa. Ciao. 30

31 La fricchettona non mi risponde. Chissà se ho scritto bene il numero. Oblio Un pomeriggio di metà marzo prendo un sasso bianco dal vaso di fiori e me lo metto in tasca. Mi siedo sul cemento, guardo la sua faccia da capo indiano incastonata nel marmo. Cimitero di campagna alle due di pomeriggio di un martedì, il niente pieno di uccellini. Nonno, mi sembra di stare dentro a quel racconto che non ho mai scritto, quello della tipa che va a piangere sulla tomba del suo insegnante di pianoforte, però se la guardi bene non sta piangendo. Nonno, ti volevo dire che vado a Bologna. Ho trovato questa stanza, un altra, non quella del cane. Sono due mesi che mi faccio invitare a pranzo dalla nonna, mi alzo alle nove e non faccio colazione, così mi viene fame a mezzogiorno: passatelli in brodo, cotolette, pomodori in gratè, pesche sciroppate, susine sciroppate, una fetta di panettone che mi è rimasto lì da Natale. Caffè, divano, Famiglia Cristiana. La nonna mangia a testa bassa, poi mi dice: Andiamo di là, devo misurarti un paio di pantaloni. Un paio di pantaloni tuoi. Cucinare e cucire: Ada Ricci vedova Gamberini non conosce altri modi per tenere insieme i pezzi. Cucinare, cucire e andare alla Messa. E venirti a trovare a orari improbabili, così non incontro nessuno che tanto non ho voglia di incontrare nessuno. 31

32 Nonno, quando vengo a mangiare da voi mi siedo sempre al tuo posto: me l ha chiesto lei. Deserto La seconda volta che trovo una stanza a Bologna è metà marzo, la settimana scorsa. Prezzo un po più alto, ma basso abbastanza, Fastweb, una finestra che dà sul muro della casa di fronte. Bellissima, la prendo. Le coinquiline sono pulite, troppo pulite, pulitissime. Sono altoatesine. Sul frigorifero c è un foglio con sopra i nomi degli aspiranti coinquilini. Di fianco a ogni nome c è il numero di cellulare e due righe di giudizio. Numero dodici, simone rossi: Simpatico. Ride sempre. Suona un sacco di strumenti. Potrebbe insegnare a suonare la chitarra a Sonja. Le altoatesine sembrano conquistate. Mi sceglieranno, sono sicuro. Non mi scelgono. Mi chiama Sonja l altro ieri e mi dice: Guarda, avremmo scelto te. Però usi il condizionale, dico io. Lei non capisce. Cosa? No, dico: usi il condizionale. Vuol dire che c è qualcosa che non va. Ah, sì, il condizionale. Sì, c è qualcosa che non va: il padrone di casa vuole un universitario, perché ha la convenzione con il Comune e può prendere solo degli universitari. Se dovessi venire tu, lui sarebbe costretto ad aumentarci l affitto. 32

33 Ancora il condizionale. Ma non si può dire che sono uno studente anche se non è vero? Il badge ce l ho ancora. No, dice Sonja: non si può. Ma lui non lo deve mica sapere, dico io. Ormai gliel abbiamo detto. Gli unici studenti universitari onesti di tutta Bologna sono due studentesse universitarie altoatesine. Affanculo voi e i vostri canederli, penso. Allora ci sentiamo, dice Sonja. No che non ci sentiamo, Sonja. Non ci sentiremo più. Checcazzomifrega di sentirti. La mia vita ha incrociato la tua perché avevi una stanza a poco prezzo da affittarmi, non me la affitti e allora ciao, addio, adesso cancello il tuo numero dalla rubrica, devo liberare un posto. La terza volta che trovo una stanza a Bologna non c è stata, è luglio sbricioluglio e mia nonna firma ancora i biglietti d auguri al plurale. I miei amici continuano a fare figli, io no. 33

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37 Silvia Ancordi Gli undici giganti Parcheggio sul piazzale sterrato e l auto nera si copre di polvere, entro nel negozio e prendo una bottiglia d acqua dal frigo vicino alla cassa. «C è nessuno?» «Arrivo!» sento dire da una donna anziana che cammina, lenta, aiutandosi col bastone; mi si avvicina al viso tanto da farmi sentire il profumo di acqua di rose e sorridendo dice: «Finalmente sei arrivata». Deve avermi scambiata per un altra. Non so se spiegarle che sono la figlia del falegname che si era incatenato a Geolo, l abete rosso secolare. Trent anni prima, credendo alla promessa di una cittadella ricca e moderna, la gente aveva ceduto i piccoli campi e le case in mezzo al verde; mio padre lottò per impedire che il bosco venisse abbattuto, ma l inizio dei lavori lo obbligò a partire; ci trasferimmo lontano con i pochi soldi che gli diedero per casa e bottega, mentre Tina e il marito aprirono questo alimentari. Pago, e intanto che apro la porta per uscire, sento la sua voce: «Sissi, son quasi cieca e mezza sorda, ma l olfatto è rimasto buono. Il profumo del bosco resta im- 37

38 presso nelle nostre anime». E sorride nostalgicamente. «Qui non c è più nessuno» aggiunge. Le prendo la mano grinzosa, piena di piccole macchie brune; la aiuto a mettersi seduta in poltrona dietro al bancone e gli unici rumori che sento sono il clacson dell auto e il rombo di un aereo che vira dopo il decollo. «Per favore, vai dai giganti; se potessi ti accompagnerei» dice muovendo il bastone per aria. Si scosta appena dallo schienale per farsi abbracciare e chiede: «Passi a salutarmi dopo?». «Hai scavato il pozzo?» chiede Emma, mia sorella, mentre sgranocchia patatine. «Ho visto Tina!» «L ho vista una volta con papà almeno dieci anni fa» dice allungando la mano per prendere la bottiglietta d acqua. Accendo la radio e una sigaretta, poi ripartiamo percorrendo la strada principale costeggiata da negozi con scritto Cedesi attività su cartelli scoloriti dal sole. «Fermati!» Inchiodo e le gomme stridono sull asfalto: «Guarda!» dice indicando una piccola stele di marmo bianco. Scendiamo dall auto e leggiamo all unisono: «Ricciolo, il castagno». «Ti ricordi la mattina in cui papà ci aveva lasciate qui in mezzo al bosco e si era allontanato per andare a funghi?» 38

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